Davanti al tribunale.
Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda occasione d'esser terribile.
L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie, quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini, sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.
Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni notevoli, e senza tristi conseguenze.
Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce alta un distico delle Georgiche, entrò il bidello con una lettera per il professore. Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando le sopracciglia, e poi diede un lungo sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva in un banco del lato opposto. Quei due sguardi furono per noi come due lampi rivelatori della verità tremenda. Ci guardammo: l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida e spaventata del mio complice, che doveva essere il riflesso della mia.
Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci avesse fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con ogni specie d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana; l'ultima delle quali: — Ci son altri che amano! — a proposito della frase: — Le viti amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata da due sguardi fulminei, fu così manifesta, che molti compagni si voltarono a guardarci, raddoppiando in quel modo il nostro terrore.
Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino — disse il professore, quando entrò il bidello a dare il finis.
Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due condannati alla corda.
Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni parola nel cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri amori; la quale conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata che il nostro amore non ci costava un soldo, e terminava esortando il professore a intimarci di smetterla se non volevamo “pagare amaramente il fio„ della nostra audacia.
Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di filosofia, nostro amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre un mistero.
Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola, ci fece allibire.
Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite e portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento delle famiglie e disonore della città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era suo solito, della giustizia eterna, citando il Canto quinto dell'Inferno, con la bufera che mena nella sua rapina i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e due; anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:
Sta come torre e lascia dir le genti.
Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.
Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo con furore alla palla di gomma elastica.