Sulla mala via.
Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
E io ci ricaddi, pur troppo.
Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello, condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante, dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico, non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia ancora la bocca e la coscienza!
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Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a poco a poco e andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia, secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, predilezione pei compagni sbarazzini, e propositi, più che altro, di bricconate; ma anche qualche piccola bricconata che, sebbene commessa in casa, avrebbe meritato qualche settimana di carcere correzionale, furono le prime manifestazioni del serpentello maligno che m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un anno di cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio padre, che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola e di non incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che mangiavo in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto possibile, col cuore serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere ai grandi mezzi di correzione, lasciando invece che il male, fatto il suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre, quando la natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco o punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta la vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel periodo fu appunto il fatto di non esser stato punito da loro come meritavo. A poco a poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo mi divenne insopportabile. Ero già preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva più che una spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu presa una notte da un grave malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra; io la intesi gridare dalla mia camera con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio, morire! Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel grido mi snodò il cuore, scoppiai in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che non dicevo più da un pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
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Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o poi a ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi, dalla mattina alla sera, senz'un'ora di respiro, fino ad averne la mente e la vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, come a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il Conte di Montecristo, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più attraente per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre mi aveva dato pensatamente il nome di battesimo del protagonista, per aver letto con molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non so quanti altri, che poi mi si confusero tutti nella mente in un solo romanzo enorme di migliaia di personaggi e di avventure d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un tratto, fortunatamente, per effetto della lettura d'un libro, che doveva aver poi un influsso straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non avevo letto sino allora dei Promessi Sposi che poche pagine sparse per le Antologie scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole ce ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in tre volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni violente, che mi strappavano il pianto, accompagnato dal principio alla fine da un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di tutti i pensieri. Non distinguevo l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura sapiente, della logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di quella musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta. Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia fu tale da non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura che avrei riletto quel libro mille volte, anche da uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e di frasi mi s'impressero subito e per sempre nella memoria. Mi rimase nell'animo una serenità, una pace, quasi una compostezza, che m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse nella mia vita un amico, un maestro aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne sarebbe uscito mai più. Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza.
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Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per ciò che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son persuaso che c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi che gl'incatenati, che son come anime compresse, non solo non riescon migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro per l'arte più fine della simulazione, che suole poi essere cagione ai parenti di grandi disinganni. Son persuaso che è fatica perduta affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli nell'ignoranza di certe cose, delle quali essi acquistano in ogni modo, per mille vie impossibili a precludersi, la cognizione precoce; e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido il tenere in presenza loro certi discorsi, come quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia che essi non li intendano, poichè o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti tengono dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi, perchè ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia nulla di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il costringerli, per mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono da principio, scontano immancabilmente lo sforzo più tardi, uscendone con le facoltà fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione per la scuola, e non più sospinti dal bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità e per diletto. Son persuaso che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il più funesto per il loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia, degli urti anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità della famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli offuscano più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici inestirpabili di scetticismo. Son persuaso che è sacrosanta verità la sentenza del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di buono e di gentile essi intendono, che è detto in presenza loro spontaneamente, senza pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e che perciò ammonimenti, consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore sprecato se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano perfettamente ai precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure della famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi, impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al perdono con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera con uno zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di tempo dei suoi figliuoli, e studiare, quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare il proprio spirito; ho intuito sin da bambino che mia madre era una donna buona e onesta e che mio padre era un uomo retto e generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più efficaci ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi diedero che mi ritenne sulla buona via ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo delle loro opere che mi fece sempre ripentire e ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo dell'educazione, è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi figliuoli, e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio; è anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti e con le nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri. V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è difficile, si capisce.
In Umanità.
Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche fra i grandi.
Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione, ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano. E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura; ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina servite in una tal salsa di papavero.
C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica, un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni.
Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto, poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi, rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, tanto che una sua parola di lode, un semplice bene o anche solo un cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno stetti in iscuola come una statua.
Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi, e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di figure ridicole.