Tenorino fallito.
Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale avrei dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica; e l'idea del cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente d'ogni altro alle mie proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo avuta già tempo prima, essendomi inteso dire fin da piccino che avevo una bella voce, in special modo da mia madre, che spesso mi faceva cantare; ma non m'ero mai curato gran fatto di quel supposto dono della natura. Mi nacque la passione del canto e la speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno, nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera in musica; e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura, e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e per la strada, e per le scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in cui potessi non essere udito cantavo con quanta voce avevo in canna, come se mi fossero già pagate le note un marengo l'una. Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria, e mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco. E capivo bene che, così come era, la mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata per spasso, nè per metallo, nè per estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra, per effetto di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo. Dicevo: — Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non berrò più che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son quelli che mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova seguitassi a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a sperare, accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una infiammazione di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa passione tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo facevo dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma per sfogare più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle corse in campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi s'andava anzi sciupando sempre peggio quel filo di voce, che non era al tutto sgradevole prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore. Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche nella mia famiglia dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla “carriera lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione così calda per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa impallidire dalla commozione, e una voce bella udita di sera per la strada mi fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed è quello il dono di natura che, dopo il dono dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci conforti della vita.