I profughi Polacchi.
“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza, a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima, non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia, di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione, e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda, in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba, lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.