Il caporale Martinotti.
Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità. So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio cuore. Finì invece bruscamente.
Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui bastioni, egli mi disse:
— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione, guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo.
Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il caporale Martinotti.... va alla guerra!
— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi, che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il battaglione era partito la mattina.
E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più.