La guerra di Crimea e i miei amici poveri.

La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di dolore, gridava gli ultimi: — Ciao! Ciao! — al treno fuggente sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la Gazzetta del Popolo fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del Croesus, salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente, e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre alleanze, poichè diceva:

La caserma degl'Inglesi

È situata in mezzo al mar,

Napoleone coi suoi cannoni

La faranno sprofondar.

Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri rimasti, come se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore.

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Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di quel tempo, fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze e simpatie, che ho conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto il grande cortile della casa, era il luogo di convegno e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia del vicinato; onde mi trovai mescolato fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali poverissimi, che perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da scappate comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e di piccole monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi si lasciava troppa libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir che perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio padre e a mia madre d'avermi lasciato così la briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi così liberamente in quello stracciume (dal quale, del resto, date le condizioni della casa, non avrebbero potuto separarmi che segregandomi), poichè ho capito allora della vita e dell'animo della gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato da ragazzo in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha osservato in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu quella promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la poveraglia una simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento d'amico, negli anni posteriori; poichè furono quelle amicizie che non lasciarono crescere nel mio cuore certe vanità e superbiole di “giovin signore„ le quali, svolgendosi col tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che picchiano per entrare, troppo tardi. E quanto all'infezione morale, come dicono ora gli educatori, l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a questo riguardo dei ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto infettare nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni, nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose proibite; che, anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i ben vestiti, ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, lavoravano con questa intorno agli argomenti interdetti assai più continuamente e più volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse paterne, materne e fraterne.

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Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che lasciai la città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria, dopo più di quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate dal pettine, e le crepature dei geloni alle mani, e quasi sento ancora l'odore che portava ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella vita centinaia di uomini d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente nell'indole ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato ben poche persone così originali di carattere, che non mi paresse d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di vita e il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre presso a poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi personaggi e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine. Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti d'ottone agli orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti in canzonella, ma di cuor buono e d'un buon senso precoce, e dotato di molte piccole abilità meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne in un pentolino di terracotta, sotto una tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser stato colto dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro, senza saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che non lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con cui nessuno la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva qualche volta a pagamento: capace di durarla una mezza giornata per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un pallidino con un fil di voce, di animo mite, che piangeva per nulla, e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e un po' melenso, ma che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere furie di torello, che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che tutti picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da botte, e pure fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e le pedate gli facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a far saltare i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli a piedi giunti. E dove sarà il frate, figliuolo del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome perchè da bambino, per un voto fatto, era andato un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo frate che aveva un così bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar dal ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava in tutte le corse avventurose per la campagna, e che era regolarmente scapaccionato da sua madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre mostrando una natica per un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi tormentavano con certe allusioni misteriose a una sua sorella, sulle quali poi io meditavo lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di violetta, e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore.

Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto i dieci, che si chiamava Clemente, quello della Crinea, figliuolo d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe del delinquente. È il ricordo di costui che, prima ch'io leggessi alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale supremo era di diventare un farabutto famoso, e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza da pestargli la faccia. Portava sempre in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci, minacciando ogni momento di servirsene. Menava vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, di non aver paura dei carabinieri, di essere anzi già sfuggito più d'una volta dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due non bastavano. A sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva qualche prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio e appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno la faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato certe macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente, al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta, accennandomi la porta d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati un bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata; ma che qualche cosa di vero ci fosse non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di nascondere, e me lo propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui mi privavo a tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli s'atteggiava a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che avevo dei nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in fuga col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia. E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per ricompensare i suoi finti servigi di brigante amico.

Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave; non era ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro che aveva già incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel cortile, perchè abitava lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse di nessuno. Era sempre in giro; passava più notti al lume della luna che sotto i travicelli, se pure aveva un tetto. Era un ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con una tal velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere: era un ladro alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma io non potevo allora sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con particolar cortesia quando onorava i miei poderi d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene, ed io stavo osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto davanti a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare come un disperato, chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla paura, con la coscienza d'un complice, a cui dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato in casa pallido e tremante, stetti rintanato tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, col tremacuore di veder comparire da un momento all'altro il brigadiere lungo, in aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo dopo quel giorno.

Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri erano in fondo buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi e già utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti bene, nonostante i battibecchi frequenti, perchè, non tanto per proposito quanto per affetto, io non facevo sentir loro in alcun modo la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva che facessi qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma ricordo che quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io facevo così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni specie di cortesie, e anche d'adulazioni.