Sul campo dell'onore.
La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione. L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città, e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro. Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata, come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto, il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di mattoni!