Il regno del terrore.

Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre. Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera — Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del nuovo metodo, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.

Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare; e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè piegar sua costa. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo. Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e d'inginocchiatura.

L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor.... tal dei tali!

E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!

E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del consorzio civile!

E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!

E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!

Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della decadenza di Roma.

Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio.

Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.

Il professore gli disse: — Ma io non capisco.

— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.

— Ma che frasi sono, che io non le intendo?

— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. Capire alla prima è impossibile!

E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: il vero latino non è più inteso.

Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi Una lotta fra il leone e la tigre: argomento in armonia con la mia natura, si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: Sul rosseggiar del cielo, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli, una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa.

Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.