Il furore della pittura.

La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè, indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre, col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle. Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! di quanto mal fu matre quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente, e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento, ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.