La prima scuola.

Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura (Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.

*

Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.

*

Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro, come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi misi a leggere. Era il libro Della tirannide di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi un altro. Era il Primato del Gioberti. Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che sapeva leggere; ma lesse: — Opere schelte. — Io lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli “studi„.

*

Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a una grande distanza.

*

Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo, che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa, mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso, impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza, che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte.

*

Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo del Giannetto dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento, mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura fu la Vita d'un bandito: un vecchio libro ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse potuto veder nell'animo, il povero autore del Giannetto!

*

Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre, a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la Vita d'un bandito. Al veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni Giannetto.

*

Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una povera compagnia drammatica rappresentava il Tartufo del Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora: — Voi avete certe armi! — tutto il teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.

Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.