La resa di Gaeta.

La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore, mettendo fuori in coro un ah! di trionfo, per godere della sua confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al teatro, dove si rappresentava la Gemma di Vergy, con illuminazione “a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'a solo

Mi toglieste al sole ardente,

Ai deserti, alle foreste,

si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e invece di dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione, composta da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio regalare alla storia della lirica italiana:

Là sui merli di Gaeta

Splende l'italo vessillo,

Delle trombe il fiero squillo

Chiama Italia a libertà;

Sulla rupe del Tarpeo

Sorge unanime una voce:

Vien Vittorio, vien veloce,

E l'Italia è fatta già!

Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini alla terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò il suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.