I.

Giuseppe si accostò in punta di piedi all’uscio che metteva nella stanza del padrone, e stette in ascolto.

— Dorme — susurrò poi.

— Dorme? — disse Rocco Fea, ritto in mezzo all’anticamera, col cappello tra le mani. — Pazienza, aspetterò.

— Ve l’avevo detto — riprese il servitore. — Dopo mezzogiorno dorme sempre un paio d’ore.

— Un paio d’ore? Oh povero me! Allora non potrò ripartire che a sera... Un paio d’ore! Come si fa?...

— Zitto! Si muove, cammina... Sì, sì, cammina. Adesso posso picchiare.

Ma in quella l’uscio si aprì.

— Cosa c’è? — domandò Roberto Duc, affacciandosi appena.

— C’è il suo fittaiuolo che vorrebbe parlarle — rispose Giuseppe. — Dice che ha fretta.

— Fretta no! — esclamò Rocco. — Non ho mai detto questo!

— Avanti! — interruppe Roberto, rientrando subito ed avanzandosi verso la sua scrivania.

Rocco diede un’ultima pulita al cappello, una ultima occhiata agli scarponi inverosimilmente lucidi, e seguì il padrone.

Come furono di fronte, durarono un tratto a guardarsi, immobili e sorridenti: il signore, alto e ben formato, con il viso delicato e piacente, reso singolarmente espressivo dal contrasto fra la capigliatura folta ma già brizzolata, e le sopracciglia e i baffi d’una nerezza corvina; il contadino, basso, tarchiato, con la faccia tutta rasa ed abbronzata, mansueta insieme e gioconda.

— Lei riposava, eh? — disse Rocco. — Ed io, bestia, l’ho disturbata.

— M’ero appena appisolato — rispose Roberto, sedendo. — E così, tutti bene al Fortino?

— Tutti bene; il più malato sono io.

— E la campagna? Come va la campagna?

— È un po’ indietro, ma promette bene.

— Come vanno gli affari a Casaletto?

— Non c’è malaccio. La gente mormora forte del sindaco, ed anche un po’ del parroco. Cose solite. Adesso le darò nuove di tutti.

E cominciò subito a parlare di quel che era accaduto nel paese in quegli ultimi mesi: il tale è morto, il tale altro ha preso moglie, quello ha una lite, quell’altro ha vinto una causa...

Roberto lo ascoltava distrattamente, sfiorandosi con una mano la fronte e indicando con l’altra, a quando a quando, una seggiola. Ma Rocco, tutto infatuato nel suo discorso, non ci badava.

— Ma non hai camminato? — gli domandò il padrone, un po’ impazientito. — Non sei stanco?

— Stanco? No, signore. Niente affatto. Ma non gliel’ho ancor detto? Noialtri abbiamo licenziato il procaccino e messa su carrozza. Sicuro! la carrozza da Casaletto a Bornengo, tutti i giorni; e passa proprio davanti al Fortino. Da Bornengo a Torino c’è il vapore, sicchè vede... Ma io le dico tante cose, e lei le nuove della città non me le dà.

— Che nuove vuoi che io ti dia?

— Giusto! E poi già non capirei niente...

Tacque, aggrottò le ciglia, si levò di tasca un pacchetto e lo mise garbatamente davanti al padrone.

Questi chiese:

— Quanto mi dai?

— Giuraddiana! — esclamò Rocco. — Quel che le è dovuto.

Roberto prese un foglietto, vi scrisse due righe, firmò e lo porse al contadino.

— Eccoti la ricevuta.

— Così, senza riscontrare la moneta?

— Eh diavolo! ti conosco.

— Il conto l’ho fatto e tornava esattamente. Guardi: ci devono essere due biglietti da mille, quattro da cinquecento, sei da...

— Va bene, va bene; vedrò più tardi. Se mai ti scriverò.

Così dicendo, Roberto tirò a sè un cassetto, vi lasciò cadere il pacco, richiuse e si alzò.

— Comandi — disse Rocco, ripigliando il cappello, che aveva posato sull’angolo della scrivania.

Il giovane signore riflettè un poco.

— No — mormorò poi; — niente per ora. State sani, state allegri, e... pensate qualche volta al vostro padrone.

Rocco alzò bruscamente le braccia.

— Si figuri! — esclamò. — Si figuri se non ci pensiamo! Non passa giorno che non si parli di lei. Di lei e dei suoi. Alla sera la mia donna prega sempre per quelli che non ci sono più: il babbo, la mamma, lo zio Alfredo, la zia Felicita, i nonni... Prega per tutti, insomma. Del resto è sempre stato così; i miei vengono al mondo già bell’e affezionati alla casa. Non so se lei sappia che il padre di mio padre è nato al Fortino, e forse forse...

S’interruppe per prendere con le sue la mano che il padrone gli porgeva.

Vi fu un silenzio. Roberto sorrideva benevolmente. Rocco lo guardava fisso, tentennando il capo, stringendo le labbra; a un tratto esclamò con una voce che sarebbe parsa ruvida, se non fosse venuta come un gemito di fondo al cuore:

— Giuraddiana! Perchè non viene mai a trovarci?

— Ci verrei volentieri — rispose Roberto. — Ma, santo Dio!... Già, voialtri mi credete libero, disoccupato; credete ch’io non sappia come passar la giornata? Invece sono sempre in faccende... Sicuro, sempre in faccende... Ma sta tranquillo: una bella mattina capito laggiù, quando meno ve lo pensate, e allora... Guai a voi se non trovo tutto in ordine!

— Senta — ripigliò il contadino, con un sorriso tra timido e fine: — il suo babbo, buon’anima, veniva a Casaletto tre o quattro volte al mese, in qualunque stagione, piovesse o nevicasse. Era nostro consigliere, e son certo che non ha mancato a una seduta in quindici anni. Morto lui, abbiamo nominato lei, come era naturale. Ma lei... lei non s’è mai fatto vivo. Io ho sempre detto e sostenuto che la lettera di partecipazione era andata perduta; ma gli altri... a dirla schietta... Parlo dei più insolenti, dei più screanzati...

Roberto si sentì venire le fiamme al viso.

— No, no — diss’egli — ho ricevuta la lettera, l’ho ricevuta subito. Prima di accettare la carica, volevo pensarci su... E poi speravo anche di poter dare una scappata e ringraziare a voce. Ho indugiato, ho indugiato, e alla fine... Insomma ho torto; è stata una dimenticanza imperdonabile. Tu hai difeso una causa sballata, caro il mio Rocco! Ti ringrazio e t’incarico formalmente di far le mie scuse.

— Volentieri. E a chi le devo fare?

— Al sindaco, ai consiglieri, so assai!

— Il nostro sindaco è Tonio Luvotto, assessori Rattonero e Garzino.

— Benissimo. Farai le mie scuse a questi bravi signori.

— Se avrò occasione di vederli, eh?

— Naturalmente.

— Torniamo a noi: quando ci onorerà di una sua visita? Risoluzione!

— Presto, va tranquillo.

— Oh badi che la prendo in parola! Posso dirlo alla mia donna, ai miei figliuoli? Sì! Son contento. Ah, se lei volesse venire di festa, ed avvertirci anche un po’ prima!

— Perchè?

— Per poterla ricevere come si merita.

— Vale a dire a torsolate?

— Gesù e Maria! Con la banda, signor Roberto! Con la banda e coi mortaletti!

— Siamo intesi: vi avvertirò otto giorni prima. Va bene così? Adesso va a mangiare, mio buon Rocco, che ne devi aver bisogno.

— Eh, non dico di no: sono tuttavia digiuno!

— Giuseppe penserà a cavarti la fame.

Rocco si avviò verso l’uscio. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso il padrone, alzò il braccio e disse con tono lento e solenne:

— Si ricordi!... l’ho preso in parola.