II.
Rimasto solo, Roberto si riadagiò sul canapè, si mise a leggere, e dopo un poco cominciò a velare gli occhi. Di repente ebbe uno scotimento in tutta la persona, come se avesse accostato un dito alla macchina elettrica e ricevuta una gagliarda scintilla. Si rizzò a sedere: chi l’aveva toccato? chi aveva parlato? Egli stesso inconsciamente; o si trattava d’una di quelle allucinazioni fugaci e confuse che precedono od accompagnano il sonno?
«Bisogna mutar vita.» — Ecco le parole che gli ronzavano ancora all’orecchio. Ecco l’idea che da qualche giorno oscillava nel suo cervello.
In addietro, quando era preso dall’uggia, congiunta a un principio di tristezza e d’avversione alle persone ed alle cose che gli stavano intorno, faceva le valigie e se ne andava. Ma allora si sentiva stimolato a moversi da una sovrabbondanza di vita interiore quasi tormentosa; dal bisogno di raccapezzarsi, d’indagare se il mondo era veramente quale lo immaginava.
Credendosi ingenuamente destinato a un grande e luminoso avvenire, viaggiava come per farglisi incontro. Credendosi atto a compiere eccellenti e memorabili cose, e non bastandogli la pazienza di attendere le occasioni, andava come i cavalieri del buon tempo antico, a cercarle in paesi lontani. Trascorreva di luogo in luogo, finchè gli duravano la voglia e i quattrini, poi ritornava. Ritornava e si ritrovava quello di prima, non migliorato nè ritemprato: aveva mirato troppo in alto per poter cogliere giusto; aveva aspirato al sublime e disprezzato il buono e il proficuo.
Poi, pur continuando a stimarsi fornito di non comune ingegno e di molto cuore, aveva tenuto per fermo di essere stato trascurato dai suoi e troppo mal diretto nella prima educazione. Le cose non riescono mai secondo l’intenzione o il desiderio, dunque perchè lottare, perchè affaticarsi? E si era scoraggito e dato senza ritegno ad una vita vana e scapestrata, consumando rapidamente e scioccamente la miglior parte della sua fortuna.
Così addio nobili ardori, lieti presentimenti, lusinghiere speranze! Egli era venuto perdendo l’una dopo l’altra tutte le sue illusioni; aveva sentito crescere e inasprirsi la sfiducia nel proprio destino; e nascere una fiacchezza, un mal essere, che attribuiva ad una lenta diminuzione delle forze vitali, ad una malattia di languore insidiosa ed inevitabile.
— Diavolo! — diceva tra sè — possibile ch’io debba finire così?
Ed ecco che, quando meno se lo aspettava, tornava a provare confuse ripercussioni di sentimenti già avuti. Sentiva come allentarsi mille piccoli ed occulti legami; le abitudini di cui era schiavo perdevano del loro vigore; gli entrava addosso un’attività sana e gioconda, l’attività di chi sta per riacquistare una libertà se non perduta, gravemente e da lungo tempo menomata; gli pareva sopratutto d’essere giunto ad un punto determinato, decisivo: ad una voltata, per dir così, nel cammino della vita, passata la quale, avrebbe perduto di vista il tratto percorso, e scoperto un nuovo e più ampio orizzonte.