III.
Come fu stufo di passeggiare, si rivestì e uscì di casa. Era l’ora in cui soleva andare al Club, ove s’ingegnava di uccidere quanto più tempo poteva, scorrendo i giornali o chiacchierando cogli amici. Quel giorno non aveva voglia di veder nessuno, ma di star sopra sè, raccolto nei suoi pensieri.
Si avviò a lenti passi verso il Valentino. Continuava a riandare i vari casi della sua vita e pigliava materia a umiliarsi; di tanto in tanto scoteva la testa, e, come per giustificarsi, diceva tra sè: — La mia sola colpa è d’aver fatto troppi disegni che non miravano a un fine determinato, di non essermi prefisso uno scopo chiaro e preciso. Santo Dio! non è dato a tutti di salvare la patria, di scoprire l’America, di innamorare una regina... Era destinato ch’io vivessi mondanamente e anche un po’ scioperatamente. Più ci penso e più mi persuado che i fatalisti hanno ragione. Infatti io ho sempre creduto a una forza ignota e irresistibile che agisce sugli uomini e sugli avvenimenti...
Una voce aspra e misteriosa lo smentiva sull’atto: — Che! tu non hai mai creduto a niente. Pensare, per te è sempre stata la più inutile e la più ingrata delle fatiche. Bada però che d’ora in poi non sarà più così...
Giunto al Valentino, entrò nel parco, vagò per i viali, poi si lasciò andar seduto sopra una panca, sulla riva del Po. La giornata era bellissima, la scena grandiosa e ridente. Egli prima rimase come incantato, poi si sentì come avvolto in una nebbia di reminiscenze confuse. Non gli pareva più di essere nè a Torino nè in Italia, bensì in qualche luogo lontano. Ma dove? Sulle rive del Reno? No. Le colline che aveva davanti gli rammentavano, con le loro curve armoniose e gentili, con il loro verde variato e pomposo, un assai lungo soggiorno ch’egli aveva fatto in un piccolo villaggio del Bosforo; e cominciò a frugar nei ripostigli della memoria per ritrovarne il nome. Vanamente però; intanto continuava a girar lo sguardo sulla magnifica veduta, fermandolo ora sur un punto, or sur un altro.
Come la vista doveva spaziare da quella cima che signoreggiava alteramente su tutte le altre! Come doveva esser dolce mettersi pian pianino per quella stradicciuola appena visibile, che voltava sul declivio e spariva in una valletta riposta! Che quiete, che pace, in quella minuscola villa, tutta bianca di sole, eretta sul fianco d’un ameno ed erboso pendìo! Chi sa che vita placida e riposata conducevano coloro che l’abitavano! Ci sono pure quaggiù anime buone che sanno accontentarsi del poco e del semplice. Mirando le molli e fresche forme d’un bosco, che rivestiva da solo tutto un poggio, Roberto sentiva un’intensa bramosia d’immergersi in quella morbidezza verde, come in una dolce acqua tranquilla. Non poteva più staccar l’occhio dal grande spettacolo, e non si saziava di goderne, quasi fosse la prima volta che vi faceva attenzione; comprendeva alla fine che le bellezze create dalla natura non possono, ad un animo nato a sentirle, divenir mai per abitudine indifferenti.
Intanto il sol cadente lo feriva alle spalle, lo inondava di luce, ma invece di abbattere per troppo calore le membra, pareva che vi infondesse novello vigore. Davanti a lui, le ville grandiose di vetusto aspetto e di storiche ricordanze, le eleganti casine apparecchiate all’ozio e al riposo dei cittadini, le umili casupole, le pendici coperte di viti, e i campi e i giardini e i boschetti, tutto si veniva velando d’un pulviscolo d’oro, fra il quale i vetri avevano lampi e bagliori.
Al basso, le acque del fiume qua riflettevano l’azzurro limpido dei cielo, là si tingevano di smeraldo e di porpora, o si rompevano in larghe, lucidissime squame d’argento. La vaghezza del luogo e dell’ora vinceva veramente ogni aspettativa, superava ogni eloquenza di descrizione.
Scomparso il sole, Roberto si alzò e tornò verso casa. Ora si sentiva addosso un’irrequietezza acuta e molesta. Andava cercando col pensiero qualche cosa importante per applicarvelo subito, e non la trovava; più nulla stimolava i suoi desideri, più nulla lo allettava con lusinghe e speranze di piacer vivo. L’idea di ritrovarsi con gli amici, con le amiche lo seccava, lo infastidiva. Tutto gli appariva moralmente e materialmente cambiato. Da quando? Perchè? Che importava! La cosa stava così; era inutile stillarsi il cervello per saperne di più. Tutto gli appariva cambiato: la strada, la casa, la porta, le scale che conosceva da anni, avevano preso un nuovo aspetto, l’aspetto straniero e sbiadito di ciò che si sta per lasciare.
Rientrato in casa, sedette alla scrivania e si ammucchiò dinanzi tutto il denaro di cui poteva disporre. Ahimè! vide subito che c’era poco da stare allegro.
L’idea di dare semplicemente una scappata a Parigi o a Berlino non lo invogliava; avrebbe voluto andar più lontano di quel che non fosse mai andato, e per maggior tempo. E allora?... A un tratto gli tornarono in mente le parole di Rocco: — Perchè non viene mai a trovarci? — Vi rispose con una spallucciata. Ma le parole tornarono ancora, e non già con quell’accento di rustica preghiera con cui erano state proferite, ma con un suono persuasivo e gentile, che induceva una certa speranza di pace.
Roberto fantasticò assai la sera e la notte. La mattina dopo si levò di buon’ora; dispose le cose sue in modo da poter prolungare l’assenza a piacimento; prese con sè Giuseppe, cameriere, cocchiere e all’occasione anche cuoco, e partì per il Fortino.