V.
Roberto mangiò gustosamente, in una stanza pulita ed ariosa, dov’era un grande armadio, un focolare all’antica, e dove gli utensili di rame, disposti con bell’ordine, tappezzavano una intera parete. Dall’uscio e dalle finestre aperte entravano frequenti folate d’aria calda ma pura. Non s’udiva altro che il rumore dei piatti messi o levati dalla donna, e quello che faceva una gatta, la quale allattava i suoi miccini in una cesta presso all’armadio.
Quando si fu rifocillato, diede un’occhiata alla stalla, al granaio, al fienile, e prese nota delle riparazioni più urgenti. Alla fine entrò nel palazzetto e visitò bel bello tutte le stanze. Trovò presso a poco quello che si aspettava: i parati pendevano a brandelli rasente ai muri, le imposte non combaciavano, gli usci non andavano più a modo, mancavano alcune suppellettili quasi necessarie, v’era copia d’altre inutili od ingombranti. Egli decise di occupare una stanza assai grande, la sola ancor fornita di tutto l’occorrente, e nella quale il puzzo di muffa e di rinserrato pareva men grave che nelle altre.
Quella era stata la camera da sposi di suo padre e di sua madre; egli pure vi aveva dormito, prima in una culla, poi in un lettino posto accanto al gran letto matrimoniale. Ed ecco che gli tornò alla memoria l’età innocente passata coi suoi, le dolcezze di studi graditi, i lavori geniali, i colloqui amorevoli: tante stelle splendenti in un bel cielo puro e sereno.
Poi era rimasto solo del tutto, libero di sè, esposto ai mille pericoli che sogliono circondare la gioventù nelle città. E allora... Ma no! non voleva pensar più al passato; non voleva nè commuoversi nè rattristarsi.
Chiuse l’uscio e si affacciò al terrazzino. Aveva sotto il piccolo giardino cupo, selvatico, e già pieno d’ombra; sopra un bell’azzurro glorioso e infinito; davanti l’ampiezza ubertosa ed irrigua del piano, non limitata che dalla catena delle Alpi.
Quante volte non si era trovato in quel luogo, a quell’ora, in compagnia del babbo e della mamma!
Chiuse gli occhi per immaginare liberamente, fortemente; sperando quasi di ravvivare la sensazione della loro presenza. Fu invano. Non sentì risuscitare nulla intorno a sè, ma gli entrò in cuore una tenerezza così soave, così ricreatrice, ch’egli disse quasi a voce alta:
— Dio! come sono contento d’essere venuto!