VI.

L’osteria del Cavallo Grigio è posta nella più bella strada di Casaletto; l’architettura è molto semplice, anzi semplicissima, ma nel mezzo della facciata, tra l’uscio e il portone, si vede effigiato una specie d’ippopotamo di color ferrigno, pomellato di bianco, focosamente eretto di contro a un esile stalliere, tutto giallo; il quale, alzando enfaticamente le braccia, par che esclami le parole scritte per l’appunto al di sopra: «Oh berechen caval».

Entrando, si trova prima una stanzuccia nera e affumicata: la cucina; poi uno stanzone assai sfogato, nel quale si mangia, si giuoca e sopratutto si beve; v’è un uscio a vetri, che mette in cortile, una grossa stufa, tre o quattro fra tavole e tavolini, e un vecchio curioso biliardo, una cosa da museo, che i frequentatori sono assuefatti a veder sempre coperto, e spesso ingombro di ceste, fagotti, ciarpe od attrezzi.

Ora avvenne che sul principio d’una bella sera, il maestro Ponzio Tomatis entrò nell’osteria, certo di trovarvi già il segretario Pietro Galosso, col quale soleva bere un bicchiere e far la partita alle carte. Dalla soglia della cucina dava un’occhiata per vedere se vi fosse l’oste o l’ostessa, quando sentì il tac tac secco di due palle d’avorio che cozzavano insieme.

— Ehi, ehi! — fece egli a tutta voce, come quando coglieva i ragazzi a manomettere qualche masserizia scolastica. — Chi è che tocca il biliardo? Aspettate, che vi accomodo io!

Entrò nello stanzone, atteggiato comicamente a minaccia, ma invece di vedere quel fatticcione d’un sor segretario, seduto a un tavolino col bicchiere dinanzi, vide un bel signore che si divertiva a far correre le palle.

Tomatis rimase a bocca aperta; lo sconosciuto alzò la testa, guardò, poi sorrise: il buon maestro aveva una di quelle facce fresche e ridenti che piaciono alla prima e mettono di buon umore.

— Caldo eh? — osservò Tomatis, dopo un poco, e tanto per dir qualche cosa.

— Caldo molto.

— Qui però si sta bene.

— Si sta benissimo.

— Non c’è riverbero, ecco; nel cortile il sole non batte che un po’ dopo pranzo; di là da quel murettino, c’è l’orto, la gora del mulino, poi subito le praterie del sindaco. Sicuro... A quel che vedo lei giuoca anche da solo?

— Mi trastullavo... Vuol fare la partita con me?

— Io? Si figuri! Ma c’è un guaio: non so fare.

— Davvero?

— Non so fare; non giuoco che alle carte e un poco ai tarocchi.

Il maestro parlava con la voce e col contegno di uno che per cedere, aspetta e desidera di esser pregato.

— Imparerà — ripigliò lo sconosciuto con brio. Gli mise la stecca in mano e cominciò a insegnargli: — Così: il pollice alto, le altre dita stese; faccia il ponte per bene; e poi miri, miri diritto, miri giusto... Bravo! al primo tiro ha preso la palla. Riesce benissimo, basta che si eserciti.

Intanto il segretario Galosso era comparso sull’uscio, e girava sui giuocatori uno sguardo in cui erano misti la curiosità, la maraviglia e il dispetto. Dopo un poco, vedendo che non si badava a lui, traversò lo stanzone, uscì nel cortile e prese a cercar l’oste e a chiamarlo con voce stentorea.

Baldassarre Baino attendeva a irrigar l’orto, aiutato dalla moglie, un vero gendarme, e frastornato da un suo ragazzetto, vispo assai più del bisogno.

— Presto! — disse il segretario accostandosi. — Che roba è quel signore che giuoca con Tomatis?

— Non so niente, — rispose l’oste; — mi è capitato in casa mezz’ora fa, ha chiesto un bicchier di birra, ha dato un’occhiata alla Gazzetta di Bornengo, poi...

— Ehm, pare impossibile!

— Cosa?

— Che non sappiate il suo nome.

— V’ho già detto di no!

— Ma il vostro dovere...

L’oste fece un gesto che voleva dire così chiaramente: — non rompetemi l’anima — che Galosso si crucciò.

— Creanza da mulattiere, — mormorò tra i denti.

— Non vedete che devo badare all’acqua?

— Sì, sì, all’acqua... all’acqua... all’acqua, come se non bastasse quella che mettete nel vino.

Baino fece una spallucciata e tornò ai suoi rigagnoletti.

— A voi — disse Galosso all’ostessa. — Venite via.

— Cosa volete? — chiese ruvidamente colei.

— Eh, per bacco! voglio bere.

Voltò le spalle, tornò nello stanzone, e si pose a sedere in fondo a una tavola, nell’angolo più lontano dal biliardo. L’ostessa lo seguì senza troppa fretta, e gli mise dinanzi una bottiglia e un bicchiere.

Il forestiero e il maestro continuavano la loro partita; il primo largheggiava di norme, di consigli, di esempi; il secondo s’ingegnava di conformarsi, dandosi gagliardamente dell’asino quando sbagliava, facendo un modesto scambietto quando l’azzeccava.

Galosso sogguardava l’uno e l’altro, nero come un calabrone. Gli pareva agro a sopportare che un ignoto, un intruso, il quale nè si era degnato di salutarlo nè mostrava d’accorgersi della sua presenza, gli rubasse il compagno, l’amico indivisibile, forse forse per l’intera serata. Un bell’amico però, che lo lasciava a consumarsi di noia in un canto, per lo stolido gusto di strofinarsi a un damerino.

— Stecca falla! — esclamò a un tratto l’incognito. — Si dice così quando non si batte in pieno la palla, e questa dà un suono come se si scheggiasse. Ha visto come andava torta? Daccapo: prenda bene la mira.

— Non ci vedo più — disse Tomatis con voce compunta. — L’anno passato gli occhi mi servivano ancora benissimo, ma adesso... Facciamo accendere?

Il signore guardò verso il cortile, vide che si faceva buio, e andò a prendere il cappello e il bastone che aveva posati sur una sedia.

— Lei viene qui molto spesso? — domandò poi al maestro.

— Tutte le sere.

— Benissimo! Dunque a buon rivederci.

Si voltò verso l’angolo ov’era Galosso, accennò col capo, e se ne andò.

Tomatis posò la stecca, si diede una fregatina di mani e si mise a sedere dirimpetto all’amico. Questi non parlò nè si mosse. Il maestro tirò fuori un mezzo sigaro e lo accese adagino.

— Buttate via quella cicca — brontolò il segretario.

— Me ne date uno intero? — domandò placidamente Tomatis.

— Un corno che v’infili!

— Oh oh! marina torba, stasera!

Galosso battè il pugno sulla tavola.

— Mare in burrasca! — ripetè il maestro, scattando in piedi. — Io vi do la buona notte, sapete.

Il segretario lo agguantò per la giacchetta, tirò forte, lo fece seder di nuovo.

— Fermo! — gridò. — Chi è colui? Come ha nome?

— Come colui? — rispose Tomatis, severo. — Volete dire quel signore?

— Alle corte: come si chiama?

— Non lo so.

— Eh bravo! Me ne rallegro moltissimo. Mi rallegro con voi che avete la baldanza di giuocare con... con chi che sia, con un non so chi. State all’erta, sapete, perchè...

— Ma non avete visto com’era ben vestito?

— Appunto! L’abito non fa il monaco, anzi... I birbanti è il loro mestiere di cambiar vestimento. Vestimento e travestimento. Mio padre, buon’anima, raccontava un monte di cose...

Il maestro fece con la bocca un certo atto, come di chi vuol parlare e non trova il verso o pensa ad altro, poi si alzò, balzò fuori e chiamò il figliuoletto dell’oste, che vociava e scavallava in cortile.

— Presto, Gigino, corri, fa di raggiungere quel signore che hai visto qui; guarda che strada prende nell’uscir dal paese. Un bel soldo per te, quando sarai di ritorno. Non ti sviare, sai!...

Gigino scomparve in un lampo.

— Una buona idea, eh? — disse poi Tomatis, rimettendosi a sedere.

— Uhm! cosa volete che sappia far quel bamboccio? — brontolò Galosso.

— È sveglio la sua parte.

— Si farà scorgere.

— Non credo.

— Si farà pigliare a scapaccioni.

— È avvezzo a tutto.

— Dunque, tornando a quel che si diceva, mio padre raccontava d’aver incontrato una volta Rodino, il famoso Rodino, trasfigurato in modo che non l’avrebbe mai riconosciuto, se...

— Eccomi — disse l’oste entrando e buttandosi a sedere sur una panca vicino all’uscio. — E il forestiero?

— Se n’è andato — rispose Tomatis.

— Me l’aspettavo — mormorò Baino.

— Perchè? — chiese Galosso.

— E gli ordini? E la consegna? Possibile che non abbiate indovinato? Ma è un ufficiale, per diana! Uno di quelli che girano l’Italia in borghese per impratichirsi delle strade, dei passaggi, dei ponti, dei fiumi...

— Le zucche! — esclamò Galosso. — Non credo niente. L’avrei capito subito. E poi, di qui alla frontiera c’è un bel tratto...

— Sicuro! — aggiunse Tomatis. — Siamo nel cuore della pianura!

— Bravi! — gridò Baino. — Come se le battaglie si facessero solamente in pianura! Ed è a me che venite a dir questo? A me che sono stato soldato!

— Tornando al forestiero — riprese Tomatis, — più ci penso e più mi par che ricordi qualcuno.

— E chi mai? — domandò Galosso.

— Qui sta il busillis!... Sentite: e non potrebbe essere semplicemente lo sposo della signorina Luvotto?

— Ouf! — fece l’ostessa, che entrava col lume. — Questo poi no!

— Perchè no?

— Non sarebbe una persona adatta: troppo bello, troppo garbato...

— Bello non vuol dir ricco — osservò Baino. — Tonio Luvotto è il primo proprietario del paese.

— Lo era! — esclamò Galosso. — Adesso non lo è più.

— Quattrini e sanità metà della metà — susurrò Tomatis.

Si cominciò a discutere: l’oste e sua moglie sapevano da buona fonte che ultimamente Antonio Luvotto aveva guadagnato forte in un’impresa, di modo che poteva dare una dote da principessa alla figlia; il maestro e il segretario avevano da fonte sicura che il sindaco scapitava ogni dì più, anche perchè voleva trionfare alla splendida e passare per il re di Casaletto.

In questo mentre Gigino rientrò saltabeccando.

— E dunque? — chiese il maestro.

— Oh l’ho acchiappato! — rispose il monello. — L’ho acchiappato mentre entrava dalla tabaccaia.

— Per comprare dei sigari, eh?

— No.

— Come no?

— Per comprare delle sigarette.

— E poi?

— Poi è uscito. Arrivato in fondo al paese ha preso a destra. Io gli tenni dietro pian piano, come faccio quando voglio appioppare un cazzotto a un compagno; ma quando ho capito che andava al Fortino...

Il segretario, l’oste, l’ostessa dettero in un oh! di gran maraviglia.

— Ma guarda! — esclamò il maestro. — È il signor Duc, il signor Roberto Duc! L’avevo detto io che mi ricordava qualcuno! Somiglia a suo padre, per bacco! Somiglia al babbo in tutto e per tutto.