XXIX.

Uno stormo di corvi passava sopra il palazzetto, gracchiando sgangheratamente.

Roberto si svegliò, aprì gli occhi, riconobbe il suo letto, la sua camera, ma sentì pure come una scossa al cuore, una chiamata interna che gli disse: — Bada a te! Pensa ai casi tuoi!

— Eh, lo so — mormorò fra i denti, — lo so che la scadenza è vicina... Quanti ne abbiamo quest’oggi? Non voglio saperlo. Non voglio pensare. Non voglio seccarmi. Oh per Dio!

E voltò il viso al muro.

Ma non si potè più riaddormentare. Aveva dei brividi, dei dolori per tutta la persona. Si rimise supino, e cominciò a palpeggiarsi il viso, il petto, i fianchi; cercando e ricercando le ossa sotto la pelle e sotto i muscoli; immaginando il suo corpo prima sformato, disfatto, brulicante di animaluzzi, poi consunto a poco a poco e ridotto uno scheletro. Brr! che raccapriccio!

Queste idee lo assalivano ogni mattina, e per un buon poco lo occupavano tutto, lasciandogli addosso, per il resto della giornata, come il terrore di qualche cosa d’oscuro e di minaccioso che gli stesse sopra.

La gracchiata malaugurosa continuava: i corvi si erano buttati nel giardino.

Roberto saltò dal letto, e vestitosi a mezzo, andò a guardarsi nello specchio. — Non c’era dubbio: la campagna, l’aria salubre, la vita regolata tenuta in quei mesi l’avevano effettivamente ringiovanito.

— Sicuro! — pensò. — Ma a che serve? Anche il povero Tomatis pareva sano come un pesce, e poi... servitor suo! È il caso del compianto La Palisse:

Un quart d’heure avant sa mort

Il était encore en vie.

Due picchiettini all’uscio.

— Avanti!

Giuseppe entrò, squadrò ben bene il padrone per accertarsi che si reggeva, poi susurrò:

— Giacomo è all’ordine.

— Può andarsene in pace. Oggi sto a casa. Oggi mi riposo... Cosa fai lì sull’uscio? Perchè mi guardi così?

— Lei ha mal di capo, eh?

— Niente affatto! Un reuma, se mai; un reuma alla schiena che non mi lascia vivere.

— Ahi!

— Cosa?

— Niente. Scusi... Vuole il caffè?

— No.

— Un po’ di brodo?

— Noo!

— Una limonata?

— Nooo!

— Un fomento di camomilla?

— Va via, va via, non mi seccare!

Giuseppe disparve.

Giovanna, ritta in mezzo al cortile, teneva con la sinistra il manico d’un paiuolo e spargeva con la destra dell’intriso di crusca, gridando con voce acuta:

— Ani ani ani...

Subitamente lasciò star le anitre e si accostò a Giuseppe; il quale, ponendosi l’indice in croce sulle labbra e con una grande significazione di tutto il volto, le accennava di tacere.

— Ohimè! — esclamò la donna. — Cos’è stato?

— Il padrone non si sente bene — rispose il servitore, — il padrone ha il reumatico dalla testa ai piedi.

— Oh Vergine!

— Rifiata a stento, casca da tutte le parti... Ma sia per non detto, eh!

Giovanna fece gli occhi rossi:

— Ohi! ohi! Questo è un pensiero che mi pesa proprio sull’anima... Adesso capisco perchè ieri sera mi è parso di vedere la Morte secca che si nascondeva dietro il pagliaio! Povero signore! così buono, così...

— Oh! non dico mica che sia spedito!

— E a giorno, un corvaccio nero come il carbone ha fatto tre giri sopra il giardino, poi si è posato in vetta al platano, e chiamava gli altri, come sentisse già l’odore del...

— Zitta! — fece Giuseppe, stando in orecchi. — Ecco il padrone. Sì, sì, è lui che discende... Ah! dimenticavo di dirvi che Giacomo può andar dove vuole...

Roberto si affacciò alla porta:

— E dunque? E questo thè?

— È pronto... Cioè no! Scusi, non mi aveva detto niente. Anzi...

— Tientelo! Dammi... dammi due ciliege in guazzo; poi vado a far due passi. Spicciati, chiappamosche!

Rocco, che non stava mai con le mani in mano, spazzava le foglie presso i sedili alla rustica. Vedendo spuntare il padrone di dietro al palazzetto, si turbò e cercò di svignarsela.

— Alto là! Fermo! — gridò Roberto. — Perchè mi sfuggi? È una bella storia, questa!

— Abbia pazienza. In questi giorni affoghiamo nelle faccende...

— Rocco, le bugie hanno le gambe corte.

— Ma no, creda che...

— Lasciamo andare. Bel tempo, eh?

— San Martino.

— Si vive bene.

— Sì signore. Sul buon del giorno. Ma la mattina!... Ma la sera!... E tra poco la stagione si farà cruda, avremo il gelo, avremo la neve. La campagna è bella d’estate. S’io fossi un signore me ne andrei sempre alla fine d’ottobre.

— Se lo dico! Tu non vedi il momento di rimandarmi a Torino.

Rocco strinse i pugni, tirò giù una filza di imprecazioni contro il destino, contro sè stesso.

— Non ti confondere — ripigliò Roberto, — non c’è nulla di male, ho parlato per celia.

— Lei è troppo buono, non si ricorda più che... Giuraddiana! Mi pentissi tanto dei miei peccati quanto d’averla pregata di venire al Fortino. Ormai è fatta. Ormai è tardi. Lei è qui: e io ho una pena continua al petto... Mi par d’avere un mattone che mi sfonda lo stomaco.

— Eh, ma non mette conto di pigliarla calda!

— Sì signore, lei ragiona benissimo. Una bestialità, una fagiolata, uno sproposito dei più massicci. Eppure non si parla più d’altro. Il paese è sottosopra; diviso in due partiti. Gli uni dicono e sostengono che lei la passerà liscia, gli altri invece che se n’andrà... a rivedere il nonno. Ha capito?

— Figurati!

— E non si parla più d’altro; si fanno perfino scommesse. Queste poi sono porcherie che il sindaco non dovrebbe permettere. Ma a Casaletto non si sa chi comandi. Domenica, in pieno consiglio, Rattonero saltò su a dire che... se mai (scusi, eh!) bisognava poi fare le cose in regola, come devono essere fatte, cioè con onoranza, con cerimonia...

— Ho capito: un mortorio coi fiocchi?

— Gesù e Maria! Ma Garzino gli rispose fuori dei denti; gli disse in faccia ch’era uno sventato, un imprudente, e propose di mandare la banda a fare la serenata dinanzi al Fortino la sera del 15... Insomma si volevano mangiar vivi; cose che a memoria d’uomo in consiglio non erano mai accadute.

Roberto riflettè un poco.

— Non so perchè l’abbiano con me — disse poi: — credo di non aver mai dato dei dispiaceri a nessuno.

— Questo non c’entra! — esclamò Rocco. — Nessuno le vuol male; tutti le vogliono bene, tutti, all’infuori di... Si, dico, eccetto forse...

— Sentiamo.

Rocco si morse la lingua.

— Eccetto pochi, anzi pochissimi. Il paese conta circa mille anime. Ciascuno è padrone di pensarla come crede, non è vero? Dunque supponiamo...

— Presto! Chi sono i miei nemici?

— Non si riscaldi. Non merita la pena. Creda che a conti fatti è meglio lasciar correre.

— Rocco!

— Io non ne conosco che due. Due! E il paese fa più di mille anime.

— Due uomini o due donne?

— Oh le donne! Le donne sono tutte per lei. Specialmente le giovani: pregano, piangono, sospirano, vengono qui a prendere notizie...

— Ah sì? E chi sono queste mie amiche?

— Personalmente non ne conosco che una.

— E chi è?

— È la più bella ragazza del paese.

— Non la vedo mai!

— Perchè viene di buon’ora.

— Tutti i giorni?

— Magari, se potesse! Ma non può. Non può perchè: ehm, c’è chi vigila, chi sta all’erta. E con ragione. A Casaletto e nei contorni tutti sanno che si è incapricciata di lei.

— Di me? Che sciocchezza!

— Eh sì! Ma poverina... Io la compatisco; dice bene il proverbio: amor non ha sapienza.

— Voglio dire: che favola! che fanfaluca!

— Senta, se fosse una fanfaluca, Michele Masino e Bastiano Millo non avrebbero dell’amaro in corpo contro di lei.

Qui Rocco dovette vedere qualche cosa di molto strano negli occhi del padrone, perchè soggiunse subito:

— Per carità! Mi raccomando... Non è il caso di far risentimento, di far provvedimenti. Bastiano è un giovane quieto, un giovane prudente, che o presto o tardi metterà il cuore in pace. Michele è un uomo tutto d’un pezzo, un uomo mezzo salvatico, come dire un africano, ma incapace di torcere un capello a nessuno. Già non bisogna pretendere di pigliarlo pel naso! Non bisogna capitargli innanzi in un cattivo momento, in uno di quei momenti in cui non si scerne più il bianco dal nero...

— Ho capito — disse Roberto, distratto: — starò in guardia.

— Ecco! Bravo! Stia in guardia. Anzi, sa cosa dovrebbe fare? Le parlo col cuore in mano. Sa cosa dovrebbe fare? Ritirarsi in città. Torino è un porto sicuro. Così, mettiamo che in questo paese ci sia un pianeta, un influsso cattivo, lei se ne va fuori tiro. Intanto noi pregheremo il Signore per lei. Penseremo a lei, come se fosse presente...

— Piangi?

— Oibò!... Tutt’altro! Non piango mai, io.

— Francamente: ti pare che io abbia la faccia d’un moribondo?

— Giuraddiana!

— Sì o no?

— Dico che ha una faccia che consola. È tutto bello. Bello, sano e prospero che è un piacere.

— E dunque! — esclamò Roberto, gettando le braccia in aria.

Con questo si mosse rapidamente, entrò in casa, salì e si chiuse nello studio. Sentiva di dover fare qualche cosa e non sapeva che. Aggrottò le ciglia, come chi raccoglie i propri pensieri. — Bada a te! bada a te! — gridò subito la voce interiore. Tutti lo vedevano in brutti termini, quasi in pericolo. Rocco aveva parlato di un pianeta, d’un influsso; dunque credeva anche lui che certi effetti dipendessero da occulte cagioni? Credeva anche lui all’esistenza d’influenze recondite, di forze misteriose, talvolta benigne e propizie, più spesso avverse e maligne?

— Se fosse vero? — pensava. — Se fossimo realmente soggetti ad una turba sterminata di satraponi invisibili, che possono trattarci come noi trattiamo certi piccolissimi insetti? Chi può sapere che idea si fanno di noi le zanzare e le pulci? Non può darsi che per un bacherozzolo, un lombrico, una formica il mio piede rappresenti semplicemente il fato, il destino?... Via, smettiamo di filosofare, e ragioniamo. Che cosa dovrei fare, dato ch’io fossi davvero sull’orlo della fossa?... Eh, potrei far testamento!

La parola gli parve comica, e si cacciò a ridere; ma il suo riso suonò così stonato, che si chetò subito, e guardò intorno con un senso di terror vago.

— Ragioniamo, ragioniamo. In tutti i momenti della vita la morte è possibile... Il far testamento non l’ha mai affrettata a nessuno. Per conseguenza...

Sedette al tavolino e si mise a riflettere, stringendosi con le mani la fronte e le tempia. Non aveva parenti prossimi, nè amici bisognosi: poteva disporre delle cose sue come gli pareva e piaceva.

Prese un foglio e si mise a scrivere velocemente. S’infervorò via via, e venne in una sorta d’ebrietà intellettuale.

Ecco sì, bisognava far presto; correva ineluttabilmente alla fine; si sentiva come incamminato sopra una china dove non riuscirebbe a fermarsi. Non rimpiangeva il passato. Sperava di lasciar desiderio di sè. In grazia sua, per volontà sua, Michele e Susanna divenivano non ricchi, ma agiati...

Cessò di scrivere. Delle visioni passavano e svanivano senza interruzione.

Egli se n’era andato, egli era morto. Padre e figlia venivano ad abitare il Fortino. Giravano in qua e in là, in su e in giù, da per tutto. Immaginava la maraviglia, la gioia, la commozione, la gratitudine. Susanna prendeva a tavola il posto già occupato da lui; prendeva la camera; prendeva il letto...

A questo punto gli parve che il sangue piombasse d’un tratto al cuore e d’un tratto risalisse al cervello: gli si annebbiò la mente, gli si annebbiò la vista.

Si scosse e stracciò il foglio.