XXVIII.
La mattina dopo, alle otto e tre quarti, il sindaco, accompagnato dagli assessori e seguìto da un codazzo di curiosi, entrò al Cavallo Grigio, girellò da per tutto, guardò e riguardò il biliardo, poi prese a interrogare l’ostessa. Costei per un buon poco rispose con voce fiacca, come sonnolenta, e facendo spallucce; ma a un tratto aprì la bocca e lasciò andare:
— Ah! lei crede proprio che il maestro sia morto d’un colpo d’accidente? Ma niente affatto! È morto perchè doveva morire, perchè non poteva farne a meno. Quello che è scritto lassù non si scancella, non c’è modo di scansarlo. E lui, Tomatis, aveva l’appuntamento. Non capisce? Sì signore: l’appuntamento. Voglio dire così che il mio uomo, buon’anima, e Galosso e Tomatis e il signor Duc, qui in questa stanza, a dì tanti del mese di agosto, hanno fatto l’accordo, si son data la gran promessa di trovarsi tutti insieme nell’altro mondo.
Vi furono degli Ah! degli Oh! degli Uh! I presenti si guardavano l’un con l’altro maravigliati.
— Una scommessa, eh? — No, non una scommessa, come dire una convenzione. — Euh! ma è grossa! — Cose da matti. — Io già non la bevo. — Neanche io. — Come volete che quattro persone sensate, giudiziose... Oibò! — Eh, caro mio, dove entra il bere, esce il sapere. — Diavolo! volete dire che fossero in cimberli? — E perchè no? — Ha ragione la vedova: quello che si scrive in cielo non si scansa. — Bisogna star preparati. — A chi tocca, tocca. — Zitti! sentiamo cosa dice il vecchio Lardone. — Oh Dio, racconta un caso simile accaduto cinquant’anni fa. — E il sindaco? — Strapazza la vedova, che vuol dare a intender fandonie.
Queste e molte altre consimili parole formavano un susurro, un brusìo, che, uscendo dall’osteria, si propagava prestamente e largamente all’intorno.
Un’ora dopo, la piazza e le strade erano seminate di crocchi: il fatto andava per le bocche di tutti, esagerato e aggravato in cento maniere.
Il giorno seguente, durante l’accompagnamento del defunto alla chiesa e al luogo del suo ultimo riposo, la gente non guardava che Roberto, non parlava che di lui.
Era un uomo destinato a sparire fra pochi giorni o fra poche ore o fra pochi minuti. Poveretto, chi sa che tremarella! Che batticuore!
Il venerando Lardone diceva a Roccavilla, che marciava al suo fianco:
— Quel signore lì mi fa ritornar giovane; mi ricorda il tempo in cui s’impiccava ancora al capoluogo. Già. Si vedeva la carretta venire avanti adagio adagio, come dire col passo della morte; e dentro, tra il prete e il boia, un poveraccio scamiciato, color della cenere, che stralunava, e chiudendo le sue manacce, faceva Gesù, Gesù, Gesù. Ma a quei tempi, chi ammazzava doveva essere ammazzato. Il castigo di uno serviva d’esempio a tutti. Già. Ma per adesso...
— Per adesso — rispondeva Roccavilla: — chi vuol giustizia, bisogna che vada in America. Ecco.
A parlar veramente, Roberto non aveva affatto l’aspetto d’un uomo condotto all’estremo supplizio, ma bensì di chi segue il feretro di una persona amata e stimata, d’un caro amico. Un amico sì, povero Tomatis, forse il più leale, il più disinteressato che avesse avuto mai. Ne restava privo proprio nel momento in cui, avendolo finalmente conosciuto, si disponeva ad affidarsi a lui, a lasciarsi guidare da lui.
Aveva ancora la sua immagine negli occhi, la sua voce negli orecchi: l’immagine aggrandita, nobilitata, gli incuteva rispetto; la voce suonava dolce e armoniosa nell’intimo del cuore.
Venuto il momento supremo, la gente si raffittì, si serrò intorno alla fossa e al gruppo che vi stava vicino, gruppo composto delle persone più ragguardevoli del paese e dei più stretti parenti del morto.
Calata la cassa nel fondo, il sindaco gittò la prima terra, e diede la vanga a Roberto. Questi rifece quello che aveva veduto fare, poi piegò la fronte, affissò lo sguardo nella buca, che si veniva empiendo, e rimase immobile.
Quando tutto fu finito, la folla uscì dal camposanto, ma invece di sciogliersi, di tornare verso il paese, indugiava ronzando e fremendo, come quando spera o desidera di essere scossa da qualche cosa di straordinario.
Luvotto, Forastelli, Lardone, Roccavilla, fermi presso al cancello, guardavano curiosamente Roberto, sempre curvo sulla terra bruna che copriva l’amico.
— Cosa diavolo fa? — diceva Luvotto. — Piange? Prega?
— Pare una statua — osservava Forastelli.
— Già, la statua d’un santo — aggiungeva Lardone; — un santo guerriero, un martire della Legione Tebea. Però non vorrei trovarmi nei suoi piedi. Già. E vi dico che non bisogna lasciarlo solo. Non si sa mai.
— Giusta, giusta! — esclamò Roccavilla. — Non si sa mai. La disperazione manda il cervello a processione. In tutti i naufragi c’è chi si ammazza per paura di morire. Ecco. Mi ricordo che, trovandomi sul... sul... sur un bastimento americano...
— Ma io non voglio grattacapi — interruppe il sindaco, — non voglio scandali. Storie! Stasera arriva il cavaliere Cucchietti, lo sposo di mia figlia. Non voglio seccature, non voglio malinconie. Adesso glielo dico: — Signor Duc, faccia tanto il piacere, non rompa le tasche.
— Oh glielo dico fuori dei denti!... Fermi tutti. Zitti. Parlo io.
E andò bravamente incontro a Roberto, che veniva avanti a passo lento, guardando le lapidi e le croci.
— Signor Duc, bramerei di parlarle da solo a solo; con suo comodo, però, con suo comodo.
— In che posso servirla? — chiese Roberto, facendosi scorrere la mano sugli occhi, come per rimuovere una nebbia, una scurità che gli stava dinanzi.
— Signor Duc...
— Eccomi qui, dica pure.
— Eh, corpo della luna!... Si faccia coraggio.
Passata la soglia del camposanto, Roberto prese a sinistra, per cercare la scorciatoia che taglia diritto alla strada di Bornengo e quindi al Fortino.
L’aveva appena trovata, quando si sentì dietro le spalle un — ohohopp! — che pareva diretto a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, lo speziale che trottava trottava per raggiungerlo.
— Come mi seccano tutti costoro! — pensò Roberto, fermandosi malvolentieri.
— Un momento! un momento! un momentino! — diceva Forastelli, accostandosi. — Amerei dirle una parola.
— Anche lei?
— Anch’io, sì signore. Cosa vuole? Casaletto è il paese delle chiacchiere. Assurdità e superstizione. Ma la superstizione non mi spaventa. Me ne valgo, la metto a profitto. Lei faccia lo stesso.. Diamine! è giovane, di complessione robusta... E poi lasci fare a me. Stamattina, sfogliando un libro antico, ho trovato l’indicazione di certi ingredienti e delle loro dosi per fare un composto contro l’umor nero; un composto, direi quasi, esilarante. Senta, lo vuol provare? Una cucchiaiata ogni due ore. Non può far male e può far bene. Sarebbe una scoperta, sa. Su via! Coraggio! Io non credo niente, parola d’onore. Tant’è, adesso vado a casa e apro una sottoscrizione per un banchetto da offrirsi All’egregio signor Roberto Duc, appena... appena passato il pericolo. Va bene così?
— A meraviglia — rispose Roberto che non aveva capito, nè si curava di capire.
— Vada franco, eh! Niente paura.
E si separarono.
Roberto aveva già fatto non so quanta strada, quando tutt’a un tratto gli tornarono in mente le parole: — Niente paura. — Voltò indietro il viso: lo speziale non si vedeva più.
— Niente paura!? E come c’entra la paura? Cos’ha voluto dire quello stivale?... Oh santo Dio! Ora che ci ripenso, è la storia del patto che si è divulgata. Questi signori mi vedono spacciato. Che imbecilli! Però, bisogna dire che la faccenda prende un aspetto curioso. Caspita! prima Baino, poi Galosso, poi Tomatis... E va bene. Io farò il possibile per non seguirli. Della campagna ne ho fino ai capelli, e perciò domani... Adagio. Non vorrei che si credesse, che si dicesse... No! Non tornerò in città che alla fine del mese... Niente paura, eh? Vi farò veder io se ho paura!
Arrivando a casa, scorse Giuseppe, Giovanna e Felice in un canto del cortile, stretti insieme in gran colloquio: comprese subito che al Fortino si ripeteva segretamente quanto si diceva già apertamente in paese.
Ben presto poi si avvide che il servitore lo guardava sottecchi, con un misto di curiosità, di compassione, d’ironia; ma però lo serviva con una puntualità e con uno zelo affatto insoliti in lui.
— Eh già — diceva Roberto tra sè, — mi vede finito, perduto, e non vuole amareggiarmi questi ultimi giorni. Per di più egli pensa che, invece di morire in sul colpo come Baino e Tomatis, posso ammalare come Galosso, e aver agio a ricompensare chi mi avrà assistito.
Rocco e Giovanna lo scansavano, temendo forse di non poter celare la loro angustia. Giacomo invece andava a caccia quasi ogni giorno, e nell’uscire chiamava sempre Tadò con voce fortissima, o con certi fischi che bucavano gli orecchi.
Una mattina, Roberto si affacciò alla finestra.
— Giacomo!
— Signore?
— Dove vai?
— Contavo d’andare fino agli stagni di Vernasca.
— Aspetta. Vengo anch’io.
— Bravo, sor Roberto! Stavolta mi ha capito... Perchè se ne sta sempre lì ad ammuffire?... Mi fa pena. E poi a che serve? Bisogna muoversi, bisogna distrarsi...
E così cominciarono a far camminate lunghe, strapazzose, stando fuori dalla mattina alla sera. Più che a dar dietro alle beccacce e ai beccaccini, Roberto si divertiva a scrutare il cuore del suo giovane compagno. Giacomo ora entrava in apprensione, pareva temer del tempo, dei luoghi, di tutto, e abbondava in cautele e in riguardi; ora invece ficcava addosso al padrone due occhi bramosi, esprimenti una cupidigia contenuta ed ardente, e diceva parole o faceva atti di maraviglia, considerando la portata dello schioppo, la comodità del cartucciere, l’utilità degli stivaloni da padule.
— Ho capito — pensava Roberto, filosoficamente. — Tu mi vedi già agli estremi, eh? E vuoi una memoria? Va pur là che sei un solenne frecciatore anche tu!
Una sera, rientrando in casa, trovò il parroco che lo spettava. — Eh! eh! era uscito col breviario, come al solito, ed ecco che, quasi senza accorgersene, gettando piede innanzi a piede, era venuto fino al Fortino. Cospetto! Allora non aveva potuto resistere al desiderio di fare una visitina al signor Duc, una così brava persona, figlio del primo benefattore della parrocchia di Casaletto!
Il prete si fermò pochi minuti: accettò il vermut, offrì una presa, ammirò il luogo, ringraziò e promise di ritornare. — Cospetto! Adesso poi che aveva rotto il ghiaccio...
E tornò infatti, due giorni dopo, alla medesima ora.
Anche questa volta parlò di cose diverse e leggiere, come per atto di semplice conversazione; ma Roberto sentiva ch’era venuto con deliberato proposito, per fargli un discorso serio e lungamente pensato, che poi non gli bastava l’animo d’incominciare.
— Ecco — diceva tra sè, quando colui se ne fu andato, — ecco un altro che vede in me un condannato, un moribondo; e viene per iscarico di coscienza, per ispirarmi qualche santo pensiero... E sopra tutto perchè al momento opportuno io mi ricordi di lui e della sua parrocchia.
Intanto un’idea, che stava appiattata cheta cheta in un cantuccio della mente, cominciava a levarsi di tanto in tanto, a farsi innanzi nera e sgarbata: — E se fosse vero? Se costoro pronosticassero giusto? Eh, tutto è possibile al mondo!