XXVII.
La vedova di Baino era in cucina, seduta vicino alla tavola, sotto una lucerna attaccata a una pertichetta pendente dal palco. I capelli scuri, fitti e scarmigliati, i grossi orecchini, involti in due brandelli di stoffa nera (come usano le contadine in lutto), facevano apparire ancora più gialla quella faccia annuvolata. Diceva sommessamente le sue divozioni; e di tanto in tanto volgeva sul figliuoletto, accoccolato presso al focolare, uno sguardo esprimente un dolore aspro e dispettoso, e tosto le sillabe sacre morivano tra le labbra come in un sibilo.
Tutt’a un tratto si sentì un calpestìo e un chiasso di voci maschili. La donna si scosse e si alzò in piedi. Tomatis balzò dentro franco e rubizzo; Roberto, Roccavilla e Forastelli entrarono poi con passo più misurato.
— Presto — gridò il maestro — presto, sora Lucia, quattro tazze di caffè: di Moka, di Portorico, di san Domingo... o della Guadalupa, non importa, purchè sia di prima qualità. Facciamoci onore. Intanto noi illumineremo a giorno il salone. Ohe, e il biliardo? In che stato è il biliardo?
— Sgombro e pulito — rispose l’ostessa, già tutta affaccendata. — Ieri sera, non avendo più letti, ci ho messo a dormire Rogna, il vetturale.
— Ah! bene bene — ripigliò Tomatis. — Animo! Chi vuol fare una partita?
Passarono nello stanzone. Il maestro corse al biliardo, accese i lumi a bilancia, dispose le palle sul piano; poi, dato di piglio a una stecca, si rivolse a Roberto:
— Ah, le rammento ancora le sue lezioni! Stia attento: uno... due... e tre!
Forastelli e Roccavilla gli fecero l’urlata.
— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò Tomatis.
— Avete fatto steccaccia — rispose Roberto.
— Davvero? Come mai? Come sarebbe a dire?... Ah! ho capito, ho capito...
Guardava fissamente le palle bianche e brillanti sul panno stinto e opaco. La sua faccia si fece da prima attonita e seria; poi si compose a una commozione ingenua e profonda... Di subito impallidì, piegò il capo, si abbandonò.
Roccavilla, credendo facesse per celia, ruppe in una sghignazzata. Ma Roberto e Forastelli, grandemente impauriti, accorsero, lo sollevarono; e vedendo che proprio non si reggeva, lo adagiarono sul biliardo.
— Coraggio, coraggio! — diceva lo speziale, sbottonandogli il panciotto, sciogliendogli la cravatta. — Niente! Scherzi del vino. Avete bevuto un po’ troppo... Sono tempacci, mio buon Tomatis; e ci vuol giudizio. Passa, eh? Vi sentite già meglio?
— Mi pare un deliquio, uno svenimento — susurrò Roberto.
— Un deliquio... senza dubbio — rispose Forastelli. — Adesso proveremo a spruzzargli la faccia.
L’ostessa, che entrava col vassoio del caffè, si fermò su due piedi, esterrefatta.
— Acqua! acqua! — gridò più d’uno.
La donna andò e tornò in un lampo.
— Date qui, date qui — disse lo speziale, prendendole il bicchiere. — Avete l’aceto dei quattro ladri? Un po’ d’ammoniaca?
— Ho rhum e marsala — rispose l’ostessa.
— Ecco! — esclamò Roccavilla. — Un bicchierino di rhum, subito. In America...
— Niente — interruppe lo speziale, — niente senza il parere del medico. Andate a chiamarlo.
— Mando Gigino — disse la vedova.
— Vado io! — esclamò Roberto.
— Suole andare a veglia in casa Luvotto... Se mai, troverà anche il parroco...
Il povero Tomatis, disfatto, colore di morte, ansava ansava, e faceva la spuma dalla bocca.
— Ssss! — fece Forastelli, chinandosi e posandogli una mano sul cuore. — A voi, raccomandategli l’anima.