XXVI.
Era sull’abbuiare; Roberto e Tomatis tornavano dalla passeggiata, l’un dinanzi e l’altro dietro per la strettezza e la mala condizione del viottolino. Tutti e due stavano sopra pensiero: ma a un certo punto, alzando il viso, il maestro vide a poca distanza il crocicchio dove avevano a dividersi.
— Sor Roberto! — esclamò, con l’accento di chi prende una pronta risoluzione: — Lei mi deve fare un piacere.
— Sentiamo — rispose Roberto, senza voltarsi.
— Gradisca... Accetti... Venga domani sera a celebrare, a festeggiare l’Ognissanti con me.
— Volentieri.
— Oh bravo! sarà un grandissimo favore. Senta... non le farò nè un pranzo nè una cena, ma un piatto di buon cuore non le mancherà di sicuro. In casa di noi povera gente quando c’è un piatto di buon cuore, c’è tutto, eh?
Infatti, la sera dopo, Roberto trovò in casa del maestro un’accoglienza non solo cordiale, ma rumorosa.
Lo speziale Forastelli, il misuratore e geometra Roccavilla, venuti per fargli onore e compagnia, lo acclamarono lungamente, indiscretamente all’arrivo. Il giovane signore, che non aveva l’animo agli scherzi e all’allegria, quasi quasi si dolse d’aver accettato l’invito: ma poi, quando costoro si furono chetati, quando fu messa in tavola la cena, ed ebbe gustato il limpido vino bianco che Tomatis aveva cavato fuori in quell’occasione, si riconfortò e si rasserenò.
La stanzetta era assai bene illuminata dalla gran lucerna posta in mezzo alla tavola, e dal buon fuoco che ardeva nel caminetto; la fiamma guizzava e riluceva sur una vetrina di contro, tutta piena di uccelli impagliati, dando loro una strana parvenza di vita.
Invitante e convitati cominciarono a godere le vivande con tutto loro comodo, e a discorrere assai pacatamente, senza interrompersi o soverchiarsi a vicenda.
Il misuratore e geometra (un giovanotto tarchiato, dalla faccia barbuta e abbronzita), andato a cercar ventura in America, vi aveva trovato povertà, onde era stato costretto a tornarsi in Piemonte.
— Ecco — diceva, dopo aver raccontato in succinto i suoi casi; — adesso lavoro dalla mattina alla sera: quando avrò raggranellato qualche migliaio di lire, m’imbarcherò di nuovo, e questa volta...
E faceva l’atto di chi afferra checchessia con molta violenza.
— Bravo! — esclamava Tomatis. — Volete acciuffare la fortuna a ogni costo?
Lo speziale (una zucca pelata, con due occhietti come grani di pepe e un bel naso adunco) se la rideva sotto i baffi biondicci.
— Questo si chiama sprecare il tempo, le forze, l’ingegno, i denari, mio buon Roccavilla. La fortuna è femmina; e le femmine sono come i gatti: a chiamarli non vi degnano, a lasciarli stare fanno: gnao! e si fregano intorno... Già, la fortuna è femmina. Anch’io vorrei pigliarla per il ciuffo, come dice il nostro buon Tomatis, ma credo inutile correrle dietro. Tengo gli occhi aperti e aspetto. Ma aspettare non vuol mica dire star lì a grattarsi la pancia! Bisogna ingegnarsi, industriarsi, trovar cose nuove. Io, per esempio, penso ad arricchire la... la...
— La farmacopea — suggerì il maestro.
— La farmacia. Io penso ad arricchire la farmacia di un’utile invenzione. Ecco perchè sto con gli occhi aperti. I segreti della natura sono infiniti, miei buoni signori. Scoprirne uno, qui sta il punto! Scoprirne uno, in uno dei tre regni: animale, vegetale e geologico.
— Minerale — corresse Tomatis.
— Mineralogico. Intanto volete sapere come mi preparo? Studiando lo scibile far... far... farmaceutico dei nostri vecchi. E investigo anche gli errori, i pregiudizi, le superstizioni. Chi sa che io non faccia qualche bella scoperta chimica! Ch’io non ritrovi qualche applicazione nuova di cosa già conosciuta! Certi rimedi non si adoperano più, semplicemente perchè sono usciti di moda. Codesto è un assurdo. Non voglio tornare al brodo di vipera, alla polvere di lucertola, e tanto meno agli amuleti, ma vi faccio osservare che molte sostanze furono prese, lasciate, denigrate, riprese. Lo zucchero, per esempio: prima fu portato alle stelle, poi accusato di produrre lo scorbuto, la malinconia e più specialmente di sciogliere il sangue: ora tutti sappiamo che fa soltanto male alla borsa. Dico bene?
Roberto sorrise; Tomatis diede in una gran risata; ma Roccavilla, che macinava a due palmenti, alzò e scosse le spalle.
— Tutti i gusti son gusti — diss’egli. — Quando non mi sento bene, niente medico e niente medicine: una bella camminata o una buona dormita, vino puro e uova sode, molto vino e molte uova. Disordine tiene il corpo in ordine. Ecco.
— Eh, dille grosse! — esclamò Tomatis.
— Il nostro buon geometra è l’assurdo personificato — susurrò Forastelli.
— Basta girare il mondo — ripigliò Roccavilla, asciugandosi energicamente la barba col tovagliuolo, — basta girare il mondo per vedere a che cosa servono i medici e le medicine. Negli Stati Uniti s’insegna non solo a non cedere, ma a non credere alle malattie: non ci sono malattie, non ci sono mali, non c’è niente. Ecco. Così si finirà per abolire addirittura il dolore.
— Oh! — fece lo speziale — quest’uomo va di assurdità in assurdità!
— Cose che si dicono — osservò malinconicamente il maestro, — cose che si dicono quando si è giovani e in buono stato. Io non posso più ragionare in questo modo...
— Perchè? — disse Roberto. — Avete una cera che incanta.
— Eh sì, ma mi sento debole, stracco... Stamattina mi venne un capogiro ch’ebbi a cadere in terra.
— Mezza dozzina d’uova e due litri, subito — gridò Roccavilla.
— O una revolverata nella testa, che mi pare un mezzo anche più spicciativo.
— Parlo sul serio.
— Anch’io, per bacco! Tanto che domani voglio andare a consultare Fumero.
— A Bornengo? — chiese amichevolmente Roberto. — Bene; vi condurrò io.
Tomatis abbassò la testa e stette un poco sopra sè; poi mise un sospiro e guardò il giovane signore con due occhi languidi, inumiditi.
— Grazie — diss’egli con dolcezza, — tante grazie... Un altro poco di crema? No? Un biscottino? Allora beva alla mia salute. Stasera sono proprio felice. Dica la verità: lei mi ha sempre creduto un insigne babbuino? E lo sono. Ma un babbuino di cuore, un babbuino che le vuole un ben dell’anima. Vedrà... Ho qui un’idea... Un’idea che mi martella, mi martella...
E si picchiava la fronte con la punta dell’indice.
— Avanti! — susurrò Roberto.
— Oibò! Non ci mancherebbe altro!
— Via, ditemi almeno...
— Non posso dir niente, perchè... non so ancor niente. Bisogna dar tempo al tempo, non precipitare le cose. Vedrà vedrà!
S’era oramai alle frutta. Roccavilla aveva tirato a sè un piatto di noci e di nocciuole, e lavorava gagliardamente con le dita e le mascelle; Forastelli si beccava una caciuola fresca e delicata, e parlava parlava, senza accorgersi che nessuno gli dava retta. Tomatis scelse una mela, l’offrì a Roberto, poi ripigliò sotto voce:
— Del resto io non credo niente affatto che sia necessario esser ricchi per vivere felici. Niente vale la pace d’un asilo campestre. La pace, non la solitudine. La solitudine non è buona per nessuno.
— Oh! — fece Roberto. — E il proverbio?
— Che proverbio?
— Meglio soli che mal accompagnati.
— Bravo! E io le rispondo: donna buona vale una corona... Cosa c’è?
La serva, ferma a una certa distanza, accennava che desiderava parlargli. Tomatis si alzò brontolando, si accostò e prese a ripetere forte ciò che l’altra diceva piano.
— Ehee! Rovesciato il bricco! Versato il caffè! Tutto? Oh la sbadata! la sbadatona!... Cosa?... Veder di far senza? Ah questo no! Questo poi no!
E voltate le spalle alla donna, tornò verso la tavola.
— Avete inteso? Questa sbadataccia ha mandato a male il caffè. Be’; anderemo a prenderlo al Cavallo Grigio. Volete? Non abbiamo che da traversare diagonalmente la strada. Caffè e liquori; pago io. Poi giuocheremo alle carte, ai tarocchi, al biliardo. Daremo profitto alla vedova, e sarà una carità fiorita. I guadagni scemano, i bisogni crescono. Poveretta! vi so dire che ha proprio l’acqua alla gola.
Così detto, si mosse; e Roberto gli andò dietro. Prima di alzarsi, Forastelli riempì e rivotò ancora una volta il bicchiere; e Roccavilla, che non aveva assaggiati gli amaretti, ne intascò una buona manciata.