IV.
Ora è necessario che il deputato Cavallotti faccia atto di santa pazienza, e non arruffi le penne nè fulmini ira dagli occhi per la gelosia, se io vado a frugar sotto i panni della sua vergine Musa. Vergine, intendiamoci, e Musa per un fatale accecamento d'amore del deputato Cavallotti, poichè in realtà ella non è, lo abbiamo detto, che una ciana. Ma non levate le mani al cielo per lo stupore: non per nulla pensarono i Greci il bamboletto Amore bendato. Egli va volando per gli orti, pei verzieri e pei prati, con quella benda sugli occhi: e come la primavera con larghezza imparziale anima e vivifica tutta l'universa natura, fioriscono odorando negli orti, nei verzieri, nei prati le belle piante e le brutte, le malefiche e le benigne, l'erbe d'alimento e quelle velenose; e tutte con le lusinghe della gioventù rinnovata allettano il dolce volatore. Ora il pargoletto andando ciecamente in quel tripudio della stagione più grata, e sentendo misti insieme tanti richiami d'odore, fermasi qua e là per diletto; e qualche volta s'annida nel grembo morbido d'una rosa, ma qualche volta si posa in cima a un bel fiore di cardo. Ed ecco, un fiero raglio d'asino geloso viene a trarlo dall'errore e a precipitarlo nel terrore.
Questo incolse al deputato Cavallotti quando con lieto impeto giovenile buttossi ciecamente a volo nei pascoli fioriti della poesia. Fiorivano i pascoli con letizia d'emanazioni soavi alla dolce tenerezza del sole, ed ogni pianta sbocciava all'afflato d'amore: le rose della lirica carducciana, meravigliose di colore e d'odore e potenti di spine, sopraffacevano per la bellezza i mughetti aleardiani e i giacinti senili del Prati; e ancora gli antichi fiori dell'ultima poesia italiana olezzavano acutamente, poichè dal vario canto del Foscolo, del Leopardi, del Manzoni del Parini emanava una fragranza mista di bacche d'alloro, di crisantemi, d'incenso, di giaggiòlo educato con sapienza d'ortolano amoroso. Il Cavallotti, non ancor deputato, svolazzò con impeto sopra tanto vario fiorire; e finalmente posossi. Dove? Posossi con leggerezza d'animo, non sapendo ben dove; e quello era un cardo, a cui gli asini traevano con desiderio, lietamente ragliando. La sua vergine Musa gli apparve commista alla folla di un qualche comizio democratico, e tra per la ressa della moltitudine, e la cecità della passione, e l'impeto dell'età tenera, gli piacque meravigliosamente. Così non si avvide egli ch'ella era una ciana. E fo io ora opera pietosa, svelando all'amante i peccati della donna amata? Non credo: per altro, l'onorevole Cavallotti ha abbastanza di spirito cavalleresco nella fantasia e di fegato in corpo e di buona fede nell'animo, da sostener con le armi la bellezza e l'innocenza dell'amica; e io debbo, per ammaestramento agl'ingenui che potrebbero cader nelle panie di quella meretrice, alzarle le gonne. E, a non andar troppo per le lunghe, lascerò le dimostrazioni e mi accontenterò delle citazioni.
Ho già detto che la Musa cavallottèa è zoppa, e posa con molta fatica in terra i piedi, de' quali l'uno è troppo lungo e l'altro troppo corto. Or ecco pochi esempi, tratti da qualche volume delle Opere. Una delle difficoltà gravi, nelle quali dànno del petto i poetastri impotenti non pure all'arte, ma e al meccanismo della poesia, è la questione dei dittonghi: questione che ogni Italiano, non dico sufficientemente nutrito di prosodia, ma appena appena favorito dalla natura di qualche senso melodico, risolve senza difficoltà. L'onorevole Cavallotti tra le vocali pare invece uno che siasi buttato in mare, senza saper nuotare, con molte zucche alla cintura, e che, non pensando che le zucche ad ogni modo debban salvarlo dall'annegare, si dimeni affannosamente tuffando ad ogni momento per lo sforzo il capo sott'acqua, e bevendo con indicibile terrore dalla grande onda del mare. Naturalmente, quando s'incontrano due vocali in una parola, esse o si pronunziano in un tempo solo o in due: non diciamo quando si debban pronunziare in un sol tempo e quando in due, perchè i democratici non sono sottomessi all'autorità delle leggi: solo affermiamo che questa duplice relazione ritmica debba essere regolata da una legge. Or vedete a qual capriccioso tumulto metrico abbia il poco rispetto alle leggi tratto il deputato Cavallotti.
Nelle Poesie (pag. 135) trovo questo dodecasillabo:
Del lungo viaggio fu lungo il soffrir,
ove viaggio è una parola trisillaba. Invece a pag. 274 delle medesime Poesie trovo questo decasillabo:
Viaggiatrice dell'aria discendi!,
ove viaggiatrice è di quattro sillabe. Perchè il viaggio, trasformandosi in viaggiatrice, s'accorcia d'una sillaba? Misteri della prosodia cavallottèa! Se non che, io credo di avere scoperto il segreto in due versi dei Pezzenti (pagine 129 e 131):
Verso Almaèr si spinse. A lui spedito, ecc.
Quante miglia ad Almàer? Trenta e la via, ecc.
In questi due versi occorre la parola Almaer, la quale prima, accentuata sulla seconda vocale del dittongo, è trisillaba, poi, accentuata sulla prima, diventa bisillaba: l'onorevole Cavallotti dunque crede che il dittongo, quando rechi l'accento nella prima vocale, sia monosillabo, quando invece nella seconda, bisillabo. Accettiamo questa bizzarria prosodiaca, che non ha fondamento nè ragione se non nel cervello cavallottèo, e vediamo almeno se questo pazzarellone d'un deputato sia coerente seco medesimo. Ahimè, ecco una contradizione! In due versi delle Poesie (pag. 237, 275) troviamo la medesima parola, con varia misura. I versi sono:
D'uno straccio trionfal, ecc.
Viva Italia! ed il suon trïonfale, ecc.
Perchè nel primo verso la parola trionfale è quadrisillaba per natura, e nel secondo per diventar tale ha bisogno della dieresi? In quale dei due il deputato Cavallotti ha peccato contro la prosodia? Egli sdegna di rispondere. E taccia pure, se la solennità del canonicato democratico gli consiglia il silenzio. Intanto io fo notare a chiunque sa quante sillabe occorrano per mettere insieme de' versi, che questa incoerenza cavallottèa in materia di dittonghi è cagione che un quarto almeno dei suoi versi non torni; e chi avesse vaghezza di falciare in questo prato, metterebbe insieme un tal fascio di spropositi metrici, che dieci asini almeno ne avrebbero a bastanza per dieci mesi. Sentite la dolcezza di questa musica?
Lo stranïer tremò. (Poesie, pag. 148);
Della battaglia nell'infuriar! (Tirteo, pag. 65).
Quest'ultimo verso, secondo le regole cavallottèe, dovrebbe essere un endecasillabo; e invece è messo in fine d'una elegia di Tirteo come un decasillabo. Così nel verso
I fiamminghi hanno infranta e vittoriosa (Pezzenti, p. 105)
la parola vittoriosa dovrebbe, sempre secondo le regole cavallottèe, essere pentasillaba: invece, è costretta ad essere di quattro sillabe. Per compenso, questa volta in omaggio alle proprie norme prosodiache, l'Alcibiadeo nel verso
Lieto il ciel m'appare — e più non sei (Pezzenti, p. 147)
fa la parola lieto di tre sillabe, come liuto. Proseguire nell'esame, e raccoglier tutti gli spropositi metrici che questa maledizione del dittongo fa commettere al deputato Cavallotti, sarebbe fatica più improba delle dodici d'Ercole raccolte insieme. Avete mai veduta una pioggia di rane? Voi ve ne andate quando con più impeto arde il solleone per una via polverosa, e d'improvviso il cielo s'empie di nuvole, e tra le nuvole udite un rombo di tuoni che da tutto l'orizzonte si va condensando sul vostro capo: ecco, tra tuono e tuono rompe un lampo, poi subito piove. Vien l'acqua a gocce che nel cadere s'aggruppano e crescono, e sulla polvere si vede come una caduta di palle. D'improvviso, per miracolo, ogni palla rimbalza in forma d'una raganella, che prende a balzare crocidando: e per tutta quanta la via, mentre le palle d'acqua si fondono in rivi, è un immenso balzellamento e un crocidare a festa. Cadono le raganelle dal cielo, o la polvere fecondata scoppia con una subitanea generazione di batraci? Io vi so dire che i dittonghi cavallottei, piombando come palle morte sul polverone della sua poesia, ne rimbalzano in forma di rane; e le rane crocidano lietamente ai calori estivi spropositi e spropositi e spropositi.
Ciò accade al deputato Cavallotti, quando gli occorre d'incontrare due vocaboli nella medesima parola. Udite ora che gli avvenga quando l'incontro è tra l'una e l'altra parola. Allora dal confine di ciascuna parola le due vocali si guatano biecamente come due cagnacci posti a guardia di due campi finitimi, e latrano; spesso anche le vocali di guardia son più di due, e allora sulla complessiva musica del verso si leva l'abbaiare d'un intero canile.
Ecco qualche piccolo esempio:
A ogni cippo funereo; a ogni deserta fossa, ecc.
(Poesie, pag. 143.)
Subir dee il suo castigo. Ella alla fede, ecc.
(Pezzenti, pag. 141.)
Ma non sempre, come in questi due versi, come in un infinito numero d'altri, i cani urlano in coro: ce n'è alcuni, ne' quali i guardiani astiosi stanno ciascuno al confine del proprio verso, e ringhiano nemicamente, senza potersi accordare. Così, mentre nell'ottonario
La tua donna e i tuoi altari (Poesie, pag. 68)
il quadrittongo uoia fa due sillabe, nell'endecasillabo
No, no, non gli credete! Ella vi ama (Pezzenti, 106)
il dittongo ia è del pari bisillabo, e nella pronunzia induce una pausa che fa rassomigliar quel suono al canto d'amore d'una mite bestia amica dei cardi: Hi... a, Hi... a, Hi... a.
Del resto, chi volesse ricercare ne' versi del deputato Cavallotti le onomatopee animalesche, troverebbe degli effetti armonici d'una singolarità meravigliosa, poichè qua udrebbe belar tutto un ovile, e là chiocciar tutto un pollaio: anche udrebbe sinfonie di grugniti e gioconde orchestre di ragli. Se non che, io mi son seccato delle vocali, e mi prende invece una dolce vaghezza delle consonanti. Aimè, anche qui la Musa cavallottèa zoppica sciaguratamente. Badate: cito dai Pezzenti (pag. 134):
Giona — Dettate, pure, reverenza...
Dunque?
Tobia — Più forte... Oh, ma di là non senti!...
È chiaro che dovrebbero esser questi due endecasillabi: è chiaro anche che la somma di due endecasillabi dà ventidue sillabe.
Contate ora, e vedete: son venti sillabe. Il deputato Cavallotti fa dunque dei miracoli? Oibò: la democrazia aborre dalla taumaturgia: si diletta per contrario assai del funambulismo. Qui il deputato Cavallotti ha fatto una capriola, anzi ne ha fatte due, poichè quel perfido interrogativo bisillabo, dunque?, fa due offici: termina il primo, e comincia il secondo verso. Vale dunque per quattro sillabe, e rassomiglia ad Arlecchino servo di due padroni. In compenso, l'onorevole alcibiadèo fa qualche volta degli endecasillabi di dodici sillabe. Eccone uno:
I pensieri miei ti pose... Allor che in cielo...
(Pezzenti, pag. 74).
Ma più spesso pecca per economia. Ecco due endecasillabi dei Pezzenti, che chieggono invano l'elemosina d'una sillaba:
Eran d'ossa e carne viva... Oh padre (pag. 144);
Del fior de' miei dì. Coraggio adunque (pag. 76).
E finiamola con la metrica; poichè lo zoppicare della Musa cavallottèa parmi ad esuberanza mostrato. Ma le magagne di quella sciagurata non son tutte prosodiache: ella ha sulla coscienza anche de' peccati grammaticali. Inorridite:
Mentre qui siam seicento che hanno appena
Le scarpe indosso... (Pezzenti, pag. 136).
In questi due versi ci è due osservazioni da fare, delle quali la prima fa piangere e la seconda fa ridere. La prima è un'ingiuria alla grammatica, non pure italiana, ma di qualunque umano linguaggio: Noi siamo seicento che hanno; la seconda è un'ingiuria al senso comune: noi hanno appena le scarpe indosso.
Tanto valeva allora buttar via anche quelle, poichè come avrebbero potuto le scarpe giovare al dosso? Poi vi sono le città che si ripetono l'una coll'altra il grido (Poesie, pag. 145); anche c'è:
Ma d'ieri la rivincita, voi, prode,
Chiedere ben vi sta... (Pezzenti, pag. 87);
inoltre un empiè (Poesie, pag. 12), e non so quanti apparì. Di più, il deputato Cavallotti non ha ombra di rispetto per l'esse impura. È vero ch'essa è impura, ma è pur sempre un'esse! Ecco:
Or son essi d'Italia i Scipioni (Poesie, pag. 165);
Bisogno il strinse a far de la mia spada
(Pezzenti, pag. 122).
In fine, il deputato Cavallotti nell'elisione è feroce. Udite scoppi di bombarde:
Le insegne giacquero delle legion;
Stettero i teschi dei centurion. (Poesie, pag. 187).
..... Quei vostri
Occhi han tanta facondia e ragion tanto
Migliori delle nostre... (Pezzenti, pag. 97.)
Or che ci attenderemmo noi da una pettegola che pecca contro le più elementari norme del galateo metrico e grammaticale? Ella è sboccata e cenciosa, è sciatta e sgraziata nel parlare e nel gesto. L'improprietà del suo linguaggio e la goffaggine del suo stile muovono al riso. Crollate il capo in atto di contradizione, o dolce Parlagreco? Ebbene, ascoltate:
Egli negò procombere fra l'armi e il cozzo orrendo
(Poesie, pag. 140).
Ascoltate ancora:
E sbatte imposte, (il vento) arbusti schianta, e arene
E frane e fronde sibilando aggira (Poesie, pag. 156).
Che cosa dice il signor Parlagreco di questo vento che aggira non pur le arene e le fronde, ma e le frane? E che cosa dice dello stormir del vento che trovasi a pag. 166 delle Poesie? E vuole egli del barocco? Apra, a sua scelta, un qualunque volume del maestro, e legga. Io per me rinunzio ad enumerare gli errori d'una puttanella che pecca cento volte il giorno.
Mi bastava mostrare che puttanella è: anche bastavami porre in chiaro questo fatto, che il deputato Cavallotti, non che l'attitudine organica alla lirica, ma non ha nè meno quel povero substrato metrico e grammaticale, che è pur necessario a voler mettere insieme de' versi. Egli si trova nelle medesime condizioni di Giacinto Stiavelli, il quale, da che io lo conosco, è travagliato da un dubbio feroce: se poeta sia una parola bisillaba o trisillaba.
— Diavolo! se la fai bisillaba, si pronunzia peta — gli diss'io una volta. Ed egli a me:
— Il Cavallotti la fa sempre bisillaba.
Che potevo opporre allora, e che posso ora? Nulla. Il Cavallotti ha diritto di fare ciò che gli piace: chi oserebbe togliere o limitare la libertà dello sproposito a un democratico? Solamente domando: non vi parrebbe ridicolo ch'io mi fermassi più a lungo intorno a una poesia, a cui mancano persino l'innocenza grammaticale e il pudor prosodiaco? Che vi aspettate da lei? Ella ha fornicato con mezzo mondo, e ha per una notte dormito nel letto d'ogni poeta moderno. Grandi o piccini, nostrali o forestieri, belli o brutti, a tutti ha aperto le gambe, sì che per troppa varietà di fecondazione è rimasta sterile. Ella ha tutti i vizi delle sue pari: è cicalona, è fanfarona, è stupida, è enfatica. Nel parlare gestisce smodatamente, ed è una cosa bella vedere tanta impudicizia repubblicana mista con tanta prosopopea di dignità. Mi dà l'immagine della moglie di Masaniello vestita da regina. Di più, come molte sue pari, tende, per inclinazione di sciocchezza o per posa, all'amor platonico, all'ideale, alle tenerezze ineffabili dell'infinito, a tutte quelle dolci cose impalpabili e imponderabili che non esistono se non nella fantasia della gente viziosa. Il deputato Cavallotti, il fantaccino della lirica antigrammaticale, il pazzarellone, il tumultuario, l'anarchico, quegli che a cavalcioni d'un dodecasillabo sfiancato o d'un ottonario zoppo va caracollando giocondamente pei giardini della retorica, ogni tanto è preso da ciò che un romantico vecchio direbbe nostalgia del cielo. Lascia gli eroi delle Cinque giornate e i martiri bosniaci, Rattazzi e Garibaldi e Giulio Uberti, e tutti gl'infelicissimi ch'egli travolse in un vortice di strofacce al suono del suo trombone scordato; e vola. O nuvole che vi spandete con morbidezza di veli sulla serena faccia del sole, fermatevi e mirate; il deputato Cavallotti, repubblicanamente rosso nel volto, col cappello piombante sull'occhio sinistro e le mani in tasca, passa a volo, e va a visitare gli angioli del Signore. O angioli buoni e biondi, fatevi alle soglie del paradiso ad accogliere il visitatore: è un'aquila o un gallinaccio che viene a voi? In verità mi pare un gallinaccio, che abbia tolto a prestito le ali da qualche palomba romantica. Ma non lo dite a nessuno, o angioli santi, se non volete che la democrazia italiana m'immoli alla diva Sgrammaticatura.
Anche, la musa cavallottèa si diletta delle passeggiate. È una vagabonda, che corre a perdifiato a traverso i compendi di storia. Ella trascina Leonida a traverso il compendio storico che constituisce la miglior parte del Giannetto, e per giungere al monumento delle Cinque giornate attraversa più storia che non ne occorrerebbe a un candidato all'esame di licenza liceale. Così, la poesia del Cavallotti, oltre al suo intendimento civile, ha anche una ragione didascalica: non pure squassa tutti i ferravecchi rugginosi della vecchia lirica patriottica con fragore fanfaronesco, ma si compiace stranamente di narrare e d'ammaestrare. A vederla cavalcare sul quadrupede della strofe cavallottesca, che ha del rossinante e del ciuco, dà l'imagine di don Chisciotte e di Sancio fusi insieme per qualche strano fatto d'alchimia antropologica.