V.
Da Sancio Panza non ha il deputato Cavallotti ereditato il grossolano buon senso bertoldesco; ne ha però dedotta la manìa sentenziatrice, le consuetudini contradittrici, la prosopopea predicatoria. Tutte le opere del Tirteo nostrale son gravate d'una immensa congerie di prefazioni, di controprefazioni, di note, di citazioni, di richiami, di polemiche: paiono le finanze del regno d'Italia ai tempi del ministro Sella. L'Alcibiade, nell'edizione per la lettura, è come un dromedario carico di troppo peso, che restando inginocchiato in terra neghi di portarlo. Oltre la filastrocca a Yorick figlio di Yorick per dimostrargli che l'Alcibiade cavallottèo, se bene pare romantico e sentimentale e dolcemente imbecille, è in fondo veramente e pienamente greco, poichè fa tutte le cose che i biografi, gli storici, gli scrittori greci d'ogni tempo e d'ogni natura dicono egli abbia fatto; ci è d'avanti e dietro e fra mezzo, in corpo dieci, in corpo nove, in corpo otto, in corsivo, in gotico, in rotondo, un tal semenzaio d'erudizione, da far crepare d'invidia un'enciclopedia. Alcibiade va a Sparta? Ed eccovi tutte le notizie che si sanno intorno alla storia, alle leggi alle consuetudini spartane. Alcibiade ripara in Tracia? Ed eccovi della Tracia sino agli occhi. E a proposito della Tracia, tornami nella memoria un caso che mi avvenne in liceo. Era professore di greco un dolce prete, che evea viso e mitezza più tosto femminea che sacerdotale: si chiamava, e si chiama, Biagio Lanzellotti, e non mai mi sono io abbattuto in un più diligente correttore di compiti e in un uomo d'indole più delicata e più gentile. Era però, ed è ancora, credo, alquanto minuzioso e amico delle piccolezze scolastiche. Una delle cose cui più teneva erano le note didascaliche, e la piccola erudizione; sì che nelle feste davaci a fare degli studietti tra filologici e storici, con piena libertà d'argomento. Or quando io fui sopraffatto da quelle quattro copie dell'Alcibiade, onde ho già parlato, dovendo un giorno fare uno di quegli studietti e mancandomene il tempo o la voglia, pensai di cavallotteggiare; e copiai con molta placidezza d'animo tutto ciò che il deputato Cavallotti dice dei Traci. Il buon prete lesse tutto lo sproloquio, e lodò la mia diligenza: però ad altri, che avevan fatto a meno del concorso d'Alcibiade, diede nella classificazione un maggior punto. Questo piccolo incidente scolastico mi fece per tempo valutar rettamente l'erudizione cavallottèa, la quale suscita per la sua mole un vero spavento d'ammirazione nell'animo dei lettori innocenti. Essa non è che uno spoglio d'enciclopedie e di dizionari storici, che farebbe onore di pazienza a uno scolaro sgobbone. Accusato di violata verità storica, per avere retoricamente attribuito ai superstiti della catastrofe dell'ambizione arduinica un senso di italianità che prima di Dante e della lega lombarda era, per lo meno, singolare, si difende gittando addosso ad Eugenio Torelli-Viollier tutta una biblioteca storica. Povero marchese Colombi! Egli non è molto forte in erudizione di storia e d'ogni altra parte del sapere umano, e quella scarica di citazioni che dalla catapulta del deputato Cavallotti gli piombò contro, dovè stenderlo tramortito al suolo. Quel mattacchione d'un democratico prese il Provana, un dotto uomo che partecipò con Cesare Balbo il santo errore di ricercare nella storia d'Italia le fonti del patriottismo italiano; e dopo aver citato il Provana, prese a citar per disteso tutti i passi delle cronache e i brani delle storie citati brevemente, con la semplice indicazione dell'autore, dell'opera e della pagina, dal Provana; così riescì a mettere insieme, con molta fatica calligrafica, un cinquanta pagine di erudizione, schierando di fronte a quel povero diavolaccio mingherlino del marchese Colombi almeno cinquanta storici, annalisti, cronisti, dal Cronista sassone a Cesare Balbo. A che giovava tutta quella spampanata spacconesca? Mah! Il deputato Cavallotti rassomiglia un poco ai mercantelli ambulanti, i quali girano per le fiere; e dove la fiera è più popolosa e tumultuosa, fermansi con la gerla al collo e si ragunano intorno i contadini. E cominciano a spiegare e ad agitare in alto alla vista di tutti i fazzoletti ad uno ad uno, e a mostrare uno ad uno i pacchi di fettuccia, le minuterie, le cianfrusaglie di ogni maniera onde son carichi; e finchè ogni cosa non abbiano spiegata o mostrata, non son contenti e non tacciono. Se non che, il deputato Cavallotti pecca ogni tanto di qualche omissione. Perchè, per esempio, nel caso del marchese Colombi ha dimenticato il Giannetto? Ma son peccati veniali.
Poi questo Pirgopolinice è d'una burbanza singolare. A sentirlo, pare il nume tutelare della pedanteria grammaticale, delle minuzzaglie prosodiache, delle cianciafruscole ortografiche. Ha un fare tra soldatesco e canonicale, e tratta gli altri critici come una ragazzaglia di coscritti a cui egli debba comandar la manovra. Teorizza per inspirazione divina, con un'affettazione di semplicità bonacciona che vi fa scoppiare dalle risa. Par sempre che dica: — Vedete, ragazzi; voi siete de' bravi ragazzi, e col tempo diventerete grandi poeti e grandi critici come me; ma per ora peccate in questo e peccate in quest'altro, non sapete la grammatica nè la metrica. Venite qua, chè v'insegnerò io l'una e l'altra. Ed egli, veramente, è in grado di farlo. In fatti, nella prefazione alle Anticaglie ci è una parte che più specialmente tratta di metrica, anzi di metrica barbara; e il più significante appunto ch'egli fa al sistema del Carducci, è questo: che la barbarie carducciana non è una novità, poichè quei falsi versi classici non sono che accoppiamenti di versi, diciamo, romantici. Veramente era inutile darsi tanta pena per questa grande scoperta, da che il Carducci avvertì chiaramente di avere armonizzato la sua barbarie di suoni e di versi italiani: anche era inutile, poichè, essendo quel barbarume un'insalata di versi italiani, non doveva un deputato martelliano gridare allo scandalo. Ma lasciamo correre, giacchè ci è un'altra cosa da notare. Si sa che per contrapposizione al Carducci, il quale osò di far poesia italiana con metri greci, il Cavallotti tradusse della poesia greca con metri italiani: ora avete voi notati quali furono i metri prediletti dal deputato Cavallotti nella sua traduzione delle elegie di Tirteo? Il dodecasillabo fatto di due senari, e il decasillabo di due quinari accoppiati! Ma allora son barbari anche questi? Per barbari, dormite in pace, son barbari assai. Anche, nella critica è notevole l'acume del deputato Cavallotti: egli ha una facoltà divinatoria che non gli fallisce mai, e i suoi vaticini son più sicuri dei responsi dell'oracolo delfico. Non è vero, o Giacinto Stiavelli? In te scoprì il deputato Cavallotti non so se il seme o il rampollo d'un gran poeta; e ti preconizzò un avvenire di gloria e di fortuna poetica. E tu dovesti chiedere al Debito pubblico una consolazione della poesia traditrice! Così, da che il deputato Cavallotti vide nel medio evo di Leopoldo Marenco una chiara luce drammatica, quell'infelicissimo dovè fuggire a scavezzacollo dal palcoscenico, se non volle che il pubblico gli rivomitasse addosso tutta quella pappardella di versi sciolti saponacei. Che il traditor di Tirteo sia anche un pochettin iettatore? Affrettiamoci, per carità, a toccarci le note specifiche del sesso mascolino; e lasciamolo in pace.
Non prima, per altro, di avere brevissimamente toccata un'altra parte, e la più integrante forse, della letteratura cavallottèa: le cartoline postali. Il deputato Cavallotti ha per la posta in genere e per la cartolina postale in ispecie un culto veramente fanatico. Il deputato La Porta, che da anni ed anni sospira con infantile ingenuità d'animo al Ministero delle poste e de' telegrafi, e in questa speranza conforta la sua fede nell'onorevole Depretis, non può augurarsi un più largo e più sicuro contribuente. Con la cartolina postale il Cavallotti zappa l'orto della sua popolarità, e non ci è democratico in Italia che non ne abbia una incollata al muro come una sacra reliquia, e non ci è giornale a cui non ne pervenga qualche dozzina per trimestre. Appena il deputato Cavallotti ha detto o scritto o fatto qualcosa, un discorso, un proverbio martelliano, un telegramma contro il Ministero, una poesia, subito si mette all'opera; e scrive un centinaio di cartoline...
Ma lasciamolo scrivere, poichè finalmente mi son seccato di perdere il tempo con questo mattacchione. In lui la democrazia italiana si letifica e si glorifica: lui leva sugli scudi quasi ad insegna della sua vacuità sonora e della sua prosopopea academica. Se lo tengano pur caro, e scolpiscano per motto dell'arma repubblicana un ircocervo cavallottèo.
Contenti loro, contenti tutti.