CAPITOLO XXXVI.
Sacco di Roma fatto da Genserico, Re de' Vandali. Sue depredazioni navali. Successione degli ultimi Imperatori occidentali, Massimo, Avito, Maiorano, Severo, Antemio, Olibrio, Glicerio, Nipote, Augustolo. Total estinzione dell'Impero dell'Occidente. Regno d'Odoacre, primo Re Barbaro d'Italia.
La perdita, o la desolazione delle Province, dall'Oceano alle Alpi, diminuì la gloria e la grandezza di Roma: ma la separazione dell'Affrica distrusse irreparabilmente l'interna sua prosperità. I rapaci Vandali confiscarono i beni patrimoniali de' Senatori, ed impedirono i regolari sussidi, che sollevavano la povertà, ed incoraggivano l'ozio de' plebei. La miseria de' Romani fu tosto aggravata da un attacco inaspettato; e quella Provincia, che per tanto tempo si era coltivata per loro uso da industriosi e fedeli sudditi, fu armata contro di loro da un ambizioso Barbaro. I Vandali e gli Alani, che seguitavano il fortunato stendardo di Genserico, avevano acquistato un ricco e fertile territorio, che si estendeva lungo la costa sopra novanta giornate di cammino da Tangeri a Tripoli; ma l'arenoso deserto ed il Mediterraneo ristringevano e confinavano da ambe le parti gli angusti lor limiti. La scoperta e la conquista de' popoli neri, che abitavano sotto la zona torrida, non poteva tentare la ragionevole ambizione di Genserico; ma egli rivolse gli occhi verso il mare; risolvè di formare una forza navale; e l'audace sua risoluzione fu eseguita con ferma ed attiva perseveranza. I boschi del monte Atlante gli somministrarono un'inesauribile quantità di legname; i suoi nuovi sudditi si abilitarono nelle arti della navigazione, e della costruzion delle navi; esso animò gli arditi suoi Vandali ad abbracciare una maniera di combattere, che avrebbe renduto qualunque paese marittimo accessibile alle loro armi; i Mori e gli Affricani furono adescati dalla speranza della preda; e dopo un intervallo di sei secoli, le flotte, che usciron dal porto di Cartagine, aspirarono di nuovo all'Impero del Mediterraneo. Le prosperità de' Vandali, la conquista della Sicilia, il sacco di Palermo, ed i frequenti sbarchi sulle coste della Lucania risvegliarono, e misero in moto la madre di Valentiniano, e la sorella di Teodosio. Si formarono alleanze, e si prepararono dispendiosi ed inefficaci armamenti per la distruzione del comun nemico, che riservava il proprio coraggio ad affrontar que' pericoli, che la sua politica non poteva impedire o evitare. Furono sconcertati più volte i disegni del Governo Romano dalle artificiose dilazioni, ambigue promesse, ed apparenti cessioni di lui; e l'interposizione del Re degli Unni, formidabile suo confederato, richiamò gl'Imperatori dalla conquista dell'Affrica alla cura della domestica lor sicurezza. Le rivoluzioni del Palazzo, che lasciaron l'Impero d'Occidente senza difensore, e senza legittimo Principe, sgombrarono i timori, e stimolarono l'avarizia di Genserico. Equipaggiò esso immediatamente una numerosa flotta di Vandali, e di Mori, e gettò l'ancora alla bocca del Tevere circa tre mesi dopo la morte di Valentiniano, e l'innalzamento di Massimo al trono Imperiale.
A. 455
Si citò spesse volte la vita privata del Senatore Petronio Massimo[776], come un raro esempio d'umana felicità. La sua nascita era nobile ed illustre, mentre discendeva dalla famiglia Anicia; la sua dignità veniva sostenuta da un adequato patrimonio in terre e danari: e questi beni di fortuna erano accompagnati dalle arti liberali e dalle decenti maniere, che adornano o imitano gl'inestimabili doni del genio e della virtù. Il lusso del palazzo e della tavola di esso era ospitale ed elegante. Ogni volta che Massimo compariva in pubblico, era circondato da una serie di grati ed ossequiosi clienti[777]; e può essere che fra questi egli meritasse, ed avesse di fatto qualche vero amico. Fu premiato il suo merito dal favore del Principe e del Senato: esercitò egli per tre volte l'uffizio di Prefetto del Pretorio d'Italia; fu investito due volte del Consolato, ed ottenne il titolo di Patrizio. Questi civili onori non erano incompatibili col godimento della tranquillità e della quiete; il suo tempo, secondo che richiedeva la ragione o il piacere, veniva esattamente distribuito da un oriuolo ad acqua; e può concedersi, che quest'economia di tempo dimostri il sentimento, che Massimo aveva della propria felicità. Sembra che l'ingiuria, ch'ei ricevè dall'Imperator Valentiniano scusi la più sanguinosa vendetta. Pure un filosofo avrebbe potuto riflettere, che se la resistenza della sua moglie era stata sincera, la sua castità era tuttavia inviolata, e che questa non si sarebbe mai reintegrata, se essa avea consentito al voler dell'adultero, ed un buon cittadino avrebbe molto esitato prima di gettar se stesso, e la patria in quelle inevitabili calamità, che dovetter seguire l'estinzione della real famiglia di Teodosio. L'imprudente Massimo trascurò queste salutari considerazioni; secondò la propria collera ed ambizione; vide il cadavere sanguinoso di Valentiniano a' suoi piedi; e si udì salutare Imperatore dall'unanime voce del Senato e del Popolo. Ma il giorno del suo inalzamento fu l'ultimo della sua felicità. Esso fu imprigionato (tal è la viva espressione di Sidonio) nel palazzo; e dopo aver passato una notte senza dormire, sospirava per esser giunto al colmo de' suoi desiderj, e non aspirava, che a scendere da quella pericolosa elevazione. Oppresso dal peso del diadema, comunicava i suoi ansiosi pensieri al Questore Fulgenzio, suo amico; e quando guardava indietro con inutile pentimento i suoi piaceri della vita passata, l'Imperatore esclamava: «o fortunato Damocle[778], il tuo regno principiò e finì nel medesimo pranzo!» Allusione ben nota, che Fulgenzio poi ripeteva, come un'istruttiva lezione pei Principi, e pei sudditi.
A. 455
Il regno di Massimo durò circa tre mesi. Le sue ore, delle quali non potea più disporre, venivano disturbate dal rimorso, dalla colpa, o dal timore, ed era scosso il suo trono dalle sedizioni de' soldati, del Popolo, e de' Barbari alleati. Il matrimonio di Palladio suo figlio con la figlia maggiore dell'Imperatore defunto era forse diretto a stabilire l'ereditaria successione della sua famiglia; ma la violenza, ch'ei fece all'Imperatrice Eudossia, non potè nascere, che da un cieco impulso di libidine o di vendetta. La propria moglie, ch'era stata la causa di que' tragici fatti, opportunamente era morta; e la vedova di Valentiniano fu costretta a violare il decente suo lutto, e forse il vero suo cordoglio, ed a sottomettersi agli abbracciamenti d'un superbo usurpatore, ch'essa sospettava essere stato l'assassino del suo defunto marito. Questi sospetti furono ben tosto verificati per l'indiscreta confessione di Massimo stesso, ed egli capricciosamente provocò l'odio della ripugnante sua sposa, la quale era ben consapevole che discendeva da stirpe Imperiale. Dall'Oriente però non poteva Eudossia sperare alcuno efficace aiuto: suo padre, e Pulcheria sua zia erano morti; sua madre languiva nell'angustia e nell'esilio di Gerusalemme; e lo scettro di Costantinopoli era nelle mani d'uno straniero. Essa rivolse gli occhi verso Cartagine; segretamente implorò l'aiuto del Re de' Vandali; e persuase Genserico a profittare della bella occasione di coprire i suoi rapaci disegni coi nomi speciosi di onore, di giustizia e di compassione[779]. Per quanto senno Massimo avesse dimostrato ne' posti subordinati, egli era incapace d'amministrare un Impero; e quantunque potesse facilmente sapere i preparativi navali, che si facevano su gli opposti lidi dell'Affrica, aspettò con supina indifferenza la venuta del nemico, senza prendere alcuna misura per difendersi, per trattare, o per opportunamente ritirarsi. Quando i Vandali sbarcarono all'imboccatura del Tevere, l'Imperatore fu ad un tratto svegliato dal suo letargo pei clamori d'una tremante ed esacerbata moltitudine. L'unica speranza, che si presentò all'attonito suo spirito, fu quella d'una precipitosa fuga; ed esortò i Senatori ad imitare l'esempio del loro Principe. Ma appena Massimo si fece veder nelle strade, che fu assalito da una pioggia di pietre: un soldato Romano o Borgognone si attribuì l'onore della prima ferita di esso; il suo lacero corpo fu ignominiosamente gettato nel Tevere; il Popolo Romano vide con piacere la pena data all'autore della pubblica calamità; ed i famigliari d'Eudossia segnalarono il proprio zelo in servizio della loro Signora[780].
A. 455
Il terzo giorno dopo il tumulto, Genserico si avanzò arditamente dal porto d'Ostia alle porte della indifesa città. Invece d'una sortita di gioventù Romana, uscì dalle porte una disarmata e venerabile processione del Vescovo alla testa del suo clero[781]. L'intrepido spirito di Leone, la sua autorità ed eloquenza mitigaron di nuovo la fierezza d'un Barbaro conquistatore; il Re de' Vandali promise di risparmiare la moltitudine, che non avesse fatta resistenza, di non portar l'incendio alle fabbriche, e di liberare i prigionieri dalla tortura; e quantunque tali ordini non fossero seriamente mai dati, nè rigorosamente eseguiti, la mediazione di Leone fu gloriosa per esso, ed in qualche modo giovevole alla Patria. Ma Roma ed i suoi abitanti furono abbandonati alla licenza de' Vandali, e de' Mori, le cieche passioni de' quali vendicarono le ingiurie di Cartagine. Il sacco durò quattordici giorni e quattordici notti; e tutto ciò, che vi rimaneva di pubblica o privata ricchezza, di tesori sacri o profani, fu diligentemente trasportato alle navi di Genserico. Fra le altre spoglie, le splendide reliquie di due tempj, o piuttosto di due religioni, mostrarono un memorabil esempio delle vicende delle cose umane e divine. Dopo l'abolizione del Paganesimo, si era profanato ed abbandonato il Campidoglio; pure tuttavia si rispettavano le statue degli Dei e degli Eroi, ed il curioso tetto di bronzo dorato riservavasi alle mani rapaci di Genserico[782]. I sacri arnesi del Culto Giudaico[783], la tavola d'oro, ed il candelabro, pur d'oro, con sette rami, in principio fatti secondo le speciali istruzioni di Dio medesimo, e che furono posti nel santuario del suo tempio, si erano pomposamente mostrati al Popolo Romano nel Trionfo di Tito; si erano quindi depositati nel tempio della Pace; ed al termine di quattrocento anni le spoglie di Gerusalemme trasportate furono da Roma a Cartagine da un Barbaro, che traeva l'origine da' lidi del Baltico. Questi antichi monumenti potevano attirar la curiosità, non meno che l'avarizia. Ma le chiese Cristiane, arricchite ed ornate dalla predominante superstizione di que' tempi, somministrarono una più abbondante materia al sacrilegio; e la pia liberalità del Papa Leone, che fece fondere sei vasi d'argento, donati da Costantino, del peso di cento libbre l'uno, è una prova del danno, ch'ei procurava di riparare. Ne' quarantacinque anni, ch'eran passati dopo l'invasione Gotica, la pompa ed il lusso di Roma avevano in qualche modo ripreso vigore; ed era difficile il soddisfare, o l'evitar l'avarizia d'un conquistatore, che aveva comodità di raccogliere, e navi da portar via le ricchezze della capitale. Gl'Imperiali ornamenti del palazzo, magnifici mobili e addobbi, i vasi massicci furono accumulati con disordinata rapina: l'oro e l'argento montò a più migliaia di talenti; e ciò nonostante fu con molta fatica tolto anche il rame, ed il bronzo. Eudossia medesima, che s'avanzò incontrò al suo amico e liberatore, pianse ben tosto l'imprudenza della propria condotta. Essa fu incivilmente spogliata delle sue gioie; e la sfortunata Imperatrice con le due sue figlie, ch'erano tutto ciò che restava del Gran Teodosio, fu costretta, come una schiava, a seguitare l'altiero Vandalo, che immediatamente sciolse le vele, e tornò con prospera navigazione al porto di Cartagine[784]. Più migliaia di Romani di ambedue i sessi, scelti per causa di qualche utile o piacevole lor qualità s'imbarcarono lor malgrado sulla flotta di Genserico; e la loro angustia fu aggravata dagl'insensibili Barbari, che nella division della preda separaron le mogli da' loro mariti, ed i figli da' padri. La carità di Deogratias[785], Vescovo di Cartagine, fu l'unica loro consolazione e sostegno. Ei vendè generosamente i vasi d'oro e d'argento della Chiesa per comprare la libertà di alcuni, per alleggerire la schiavitù di altri, e per supplire, a' bisogni, ed alle infermità d'una moltitudine di schiavi, che si erano ammalati per le fatiche sofferte nel passaggio dall'Italia nell'Affrica. Due spaziose chiese per ordine di esso furono convertite in ospedali: gli ammalati furono distribuiti in convenienti letti, e generosamente provveduti di cibo, e di medicine; e l'attempato Prelato ripeteva le sue visite, sì di giorno che di notte, con un'assiduità superiore alle sue forze, e con un tenero impegno, che accresceva il valore de' suoi servigi. Si paragoni questa scena col campo di Canne; e si giudichi tra Annibale ed il successore di S. Cipriano[786].
A. 455
La morte d'Ezio e di Valentiniano aveva allentato i vincoli, che tenevano i Barbari della Gallia in pace e subordinazione. La costa marittima era infestata dai Sassoni; gli Alemanni ed i Franchi si avanzarono dal Reno alla Senna; e l'ambizione de' Goti pareva che meditasse più estese e permanenti conquiste. L'Imperator Massimo si liberò, mediante una giudiziosa scelta, dal peso di queste distanti cure; fece tacere le sollecitazioni de' suoi amici, diede orecchio alla voce della fama, e promosse uno straniero al comando generale delle milizie nella Gallia. Avito[787], ch'era lo straniero, il merito di cui fu sì nobilmente premiato, discendeva da una ricca ed onorevol famiglia nella diocesi dell'Alvergna. Le vicende di que' tempi lo spinsero ad abbracciare con uguale ardore la professione militare, e civile; e l'instancabile giovane congiunse gli studi della letteratura e della giurisprudenza coll'esercizio delle armi, e della caccia. Impiegò lodevolmente trent'anni della sua vita nel servizio pubblico; dimostrò alternativamente i suoi talenti nella guerra e nella negoziazione; ed il soldato di Ezio, dopo aver eseguito le più importanti ambasciate, fu innalzato al posto di Prefetto del Pretorio della Gallia. O sia che il merito d'Avito eccitasse l'invidia, o che la sua moderazione desiderasse riposo, tranquillamente si ritirò ad una terra, ch'ei possedeva nelle vicinanze di Clermont. Un copioso torrente, che nasceva dalla montagna, e si gettava precipitosamente in un'alta e schiumosa cascata, scaricava le sue acque in un lago di circa due miglia in lunghezza, e la villa era piacevolmente situata sul margine di esso. I bagni, i portici, gli appartamenti d'estate e d'inverno erano adattati a' disegni del lusso e del comodo: e l'addiacente campagna somministrava i vari prospetti di boschi, di pasture, e di prati[788]. Nella sua ritirata, nella quale Avito passava il tempo co' libri, ne' divertimenti campestri, nella pratica dell'agricoltura, e nella conversazione degli amici[789], ricevè il diploma Imperiale, che lo dichiarava Generale della cavalleria e dell'infanteria della Gallia. Preso ch'egli ebbe il comando militare, i Barbari sospesero il lor furore; e di qualsivoglia sorta fossero i mezzi ch'ei potè impiegare, o le concessioni che potè esser costretto a fare, il Popolo godè il vantaggio dell'attuale tranquillità. Ma il destino della Gallia dipendeva da' Visigoti; ed il Generale Romano, meno sollecito della sua dignità che del pubblico bene, non isdegnò d'andare a Tolosa col carattere d'Ambasciatore. Esso fu ricevuto con cortese ospitalità da Teodorico Re dei Goti; ma mentre Avito gettava i fondamenti d'una stabile alleanza con quella potente nazione, fu sorpreso dalla notizia, che l'Imperator Massimo era stato ucciso, e Roma saccheggiata da' Vandali. Un trono vacante, ch'egli poteva occupare senza delitto o pericolo, tentò la sua ambizione[790]; ed i Visigoti facilmente s'indussero a sostenere la sua pretensione col loro irresistibile voto. Essi amavano la persona d'Avito, rispettavano le sue virtù, e non erano insensibili al vantaggio non meno che all'onore di dare un Imperatore all'Occidente. Approssimavasi allora il tempo, in cui si teneva in Arles l'annuale assemblea delle sette Province; la presenza di Teodorico e dei marziali fratelli potè forse influire nelle loro deliberazioni; ma la scelta loro doveva naturalmente inclinare verso il più illustre de' lor naturali. Avito, dopo una decente resistenza, accettò da' rappresentanti della Gallia il Diadema Imperiale; e fu ratificata la sua elezione dalle acclamazioni de' Barbari e de' Provinciali. Si richiese, e si ottenne il formal consenso di Marciano Imperatore dell'Oriente: ma il Senato, Roma e l'Italia, quantunque umiliati dalle recenti loro calamità, si sottoposero con segreta ripugnanza alla presunzione del Gallico usurpatore.
A. 453-466
Teodorico, al quale Avito era debitor della porpora, aveva acquistato lo scettro Gotico mediante l'uccisione di Torrismondo suo fratello maggiore; e giustificò questo atroce fatto col disegno, che il suo predecessore avea formato, di violare la sua confederazione coll'Impero[791]. Tal delitto potè forse non essere incompatibile con le virtù d'un Barbaro; ma le maniere di Teodorico erano gentili ed umane, e la posterità può rimirar senza terrore la pittura originale d'un Re Goto, che Sidonio aveva ben esaminato nelle ore della pacifica e sociale conversazione. In una lettera scritta dalla Corte di Tolosa, l'Oratore soddisfa la curiosità d'un suo amico con la seguente descrizione[792]. «Per la maestà del suo aspetto imporrebbe Teodorico riverenza anche a quelli, che non ne conoscessero il merito; e quantunque sia nato Principe, il suo merito servirebbe a sublimarlo anche da privato. Esso è di statura piuttosto mediocre, il suo corpo sembra piuttosto pieno che grasso, e nelle proporzionate sue membra l'agilità si unisce alla forza muscolare[793]. Se si esamina la sua faccia, vi si osserva una spaziosa fronte, larghi e folti sopraccigli, un naso aquilino, tenui labbra, una regolar serie di bianchi denti, ed una bella carnagione, che arrossisce più spesso per modestia, che per isdegno. Si può precisamente indicare l'ordinaria distribuzione del suo tempo, essendo questa esposta alla pubblica vista. Avanti lo spuntar del giorno si porta con un piccolo seguito alla sua cappella domestica, dove si dice la messa da' ministri Arriani; ma quelli, che pretendono d'interpretare i segreti suoi sentimenti risguardano quest'assidua devozione, come un effetto d'abitudine e di politica. Il resto della mattina s'impiega nell'amministrazione del regno. Il suo Tribunale è circondato da alcuni ufiziali militari di decente aspetto e portamento: la rumorosa turba delle sue guardie Barbare occupa la sala dell'udienza; ma non è permesso loro di stare dentro i veli o le cortine, che tolgono la camera del consiglio agli occhi volgari. Vengono l'uno dopo l'altro introdotti gli ambasciatori delle nazioni. Teodorico ascolta con attenzione, risponde loro con discreta brevità, e secondo la natura degli affari pronunzia, o differisce la decisiva sua risoluzione. Circa le otto ore (all'ora seconda) si alza dal suo trono, e va al tesoro, o alla scuderia. Se gli piace di andare a caccia, o d'esercitarsi a cavallo, un giovane favorito gli porta l'arco; ma quando è trovata la fiera, lo tende con le proprie mani, e rade volte sbaglia il colpo: come Re, sdegna di portar le armi in tale ignobile occupazione; ma come soldato, si vergognerebbe di ricevere da altri alcun servigio militare a cui potesse supplir da se stesso. Ordinariamente il suo pranzo non è diverso da quello de' privati; ma ogni sabato, sono invitate molte onorevoli persone alla mensa reale, che in queste occasioni viene imbandita coll'eleganza della Grecia, coll'abbondanza della Gallia, e col buon ordine ed esattezza dell'Italia[794]. I piatti d'oro e d'argento son meno osservabili pel loro peso, che per la lucentezza e pel curioso lavoro: vien soddisfatto il gusto, senza che vi sia bisogno di estraneo e dispendioso lusso; la grandezza ed il numero de' bicchieri si regola con una rigorosa coerenza alle leggi della temperanza; ed il rispettoso silenzio, che vi si osserva, non è interrotto che da una grave ed istruttiva conversazione. Dopo desinare, Teodorico talvolta prende un poco di riposo; e tosto che si sveglia, chiede la tavola e i dadi, incoraggisce i suoi amici a dimenticare la maestà reale, e si compiace quando essi liberamente esprimono le passioni, che s'eccitano dagli accidenti del giuoco. In quest'esercizio, che esso ama come un'immagine della guerra, alternativamente fa prova di ardore, di abilità, di pazienza e di buon umore. Ride, se perde; ed è modesto e tace, se vince. Pure, non ostante quest'apparente indifferenza, i suoi cortigiani prendono i momenti della Vittoria per chiedere qualche favore; ed io stesso, nelle mie conversazioni col Re, ho ottenuto qualche vantaggio dalle mie perdite[795]. Circa l'ora nona (alle tre dopo mezzo giorno) si riprende il corso degli affari, e dura di continuo fin dopo il tramontar del sole, ed allora il segno della cena reale serve per licenziare la stanca folla de' supplichevoli e de litiganti. Alla cena, ch'è molto famigliare, sono ammessi talvolta de' buffoni e de' pantomimi per divertire, non per offendere la compagnia co' ridicoli loro detti; ma sono rigorosamente bandite le cantatrici, e la musica molle ed effeminata, essendo solo graditi agli orecchi di Teodorico que' suoni marziali, ch'eccitano lo spirito ad operar valorosamente. Ei si alza da tavola; e sono immediatamente poste le guardie notturne alle porte del tesoro, del palazzo e degli appartamenti segreti».
A. 456
Il Re de' Visigoti nell'atto d'incoraggiare Avito a prender la porpora, gli offrì la sua persona, e le sue forze, come un soldato fedele della Repubblica[796]. I fatti di Teodorico tosto convinsero il Mondo, ch'egli non avea degenerato dal guerriero valore de' suoi antenati. Dopo lo stabilimento de' Goti nell'Aquitania, ed il passaggio de' Vandali nell'Affrica, gli Svevi, che avevano stabilito il loro regno nella Gallicia, aspiravano alla conquista della Spagna e minacciavano d'estinguere i deboli residui della potenza Romana. I Provinciali di Cartagena e di Tarragona, molestati da un'ostile invasione, rappresentarono i danni che soffrivano, e le loro apprensioni. Fu spedito il Conte Frontone in nome dell'Imperatore Avito con vantaggiose offerte di pace e d'alleanza, e Teodorico v'interpose la valevole sua mediazione, dichiarando, che qualora il Re degli Svevi, suo cognato, immediatamente non si ritirasse, egli sarebbe stato costretto a prender le armi in difesa della giustizia e di Roma. «Digli (rispose il superbo Rechiario) che io non curo la sua amicizia, nè le sue armi, e che anzi proverò in breve, se ardirà d'aspettare la mia venuta sotto le mura di Tolosa». Una tal disfida mosse Teodorico a prevenire gli audaci disegni del suo nemico: passò i Pirenei alla testa de' Visigoti; i Franchi, ed i Borgognoni militavano sotto le sue bandiere; e quantunque si professasse fedele servo d'Avito, stipulò particolarmente per se medesimo, e pei suoi successori l'assoluto possesso delle conquiste Ispaniche. Le due armate, o piuttosto le due nazioni s'incontrarono sulle rive del fiume Urbico, alla distanza di circa dodici miglia da Astorga; e parve, che la vittoria decisiva de' Goti estirpasse per un tempo il nome ed il regno degli Svevi. Dal campo di battaglia, Teodorico avanzossi verso Braga, loro Metropoli, che conservava tuttavia le splendide tracce dell'antico suo commercio e della sua dignità[797]. Il suo ingresso nella medesima non fu macchiato di sangue, ed i Goti rispettarono la castità delle donne, specialmente delle sacre vergini: ma la maggior parte del Clero e del Popolo cadde in ischiavitù, e fino le chiese e gli altari restaron confusi nell'universale saccheggio. L'infelice Re degli Svevi era fuggito ad uno de' porti dell'Oceano; ma l'ostinazione de' venti s'oppose alla sua fuga; fu dato in mano dell'implacabile suo rivale; e Rechiario, che non desiderava, nè aspettava mercede, ricevè con viril costanza la morte, ch'egli trovandosi nelle medesime circostanze, probabilmente avrebbe dato al nemico. Dopo tal sanguinoso sacrifizio alla politica o allo sdegno, Teodorico portò le vittoriose sue armi fino a Merida, città principale della Lusitania, senza incontrar resistenza veruna a riserva del miracoloso potere di S. Eulalia; ma fu arrestato nella carriera de' suoi successi, e richiamato dalla Spagna, prima di poter provvedere alla sicurezza delle sue conquiste. Nella ritirata, ch'ei fece verso i Pirenei, vendicò le sue perdite contro il paese pel quale passò, e nel saccheggio di Pollenzia e d'Astorga si dimostrò infedele alleato, non meno che crudele nemico. Mentre il Re de' Visigoti combatteva e vinceva in nome d'Avito, il regno d'Avito era già terminato; e tanto l'onore, che l'interesse di Teodorico restarono altamente lesi per la disgrazia d'un amico, ch'esso avea collocato sul trono dell'Impero occidentale[798].
A. 456
Le vive sollecitazioni del Senato e del Popolo persuasero l'Imperatore Avito a fissare la sua residenza in Roma, e ad accettare il consolato per l'anno venturo. Il primo giorno di Gennaio, Sidonio Apollinare, genero di lui, celebrò le sue lodi in un panegirico di seicento versi; ma questa composizione, quantunque fosse premiata con una statua di bronzo[799], sembra che contenga una ben piccola parte sì d'ingegno, che di verità. Il Poeta, se pure è permesso di avvilire tal sacro nome, esagera i meriti d'un Sovrano, e d'un padre; e la sua profezia d'un lungo e glorioso regno fu tosto contraddetta dal fatto. Avito, in un tempo in cui la dignità Imperiale riducevasi ad una preminenza di travagli e di pericoli, si abbandonò ai piaceri della mollezza Italiana: l'età non aveva estinto in esso le amorose inclinazioni; e viene accusato di avere insultato con indiscreta ed incivile derisione i mariti di quelle ch'egli aveva sedotte, o violate[800]. Ma i Romani non eran disposti nè a scusare i suoi difetti, nè a riconoscere le sue virtù. Le varie parti dell'Impero si alienavano l'una dall'altra ogni giorno più; e lo straniero della Gallia era l'oggetto dell'odio e del disprezzo popolare. Il Senato sostenne il legittimo suo diritto nell'elezione dell'Imperatore; e la sua autorità, che in principio era derivata dall'antica costituzione ricevè nuova forza dall'attual debolezza d'una decadente Monarchia. Pure anche una tal Monarchia avrebbe potuto resistere a' voti d'un inerme Senato, se la malcontentezza di questo non fosse stata sostenuta, e forse instigata dal Conte Ricimero, uno de' principali comandanti delle truppe Barbare, che formavano la difesa militare d'Italia. La madre di Ricimero era figlia di Vallia Re de' Visigoti; ma dal lato del padre discendeva dalla nazione degli Svevi[801]. Dalle disgrazie de' suoi nazionali potè forse inasprirsi l'orgoglio, o il patriottismo di esso; ed ubbidiva con ripugnanza ad un Imperatore, nell'inalzamento del quale egli non era stato consultato. I suoi fedeli ed importanti servigi contro il comun nemico lo renderono sempre più formidabile[802]; e dopo aver distrutto sulle coste della Corsica una flotta de' Vandali composta di sessanta galere, tornò Ricimero in trionfo col titolo di Liberator dell'Italia. Egli scelse questo momento per significare ad Avito, che il suo regno era giunto a fine; e il debole Imperatore, distante da' Goti suoi alleati, fu costretto dopo una breve ed inefficace contesa a dimetter la porpora. La clemenza però, o il disprezzo di Ricimero[803] gli permise di passare dal trono al più desiderabile posto di Vescovo di Piacenza: ma lo sdegno del Senato non era ancor soddisfatto; e la sua inflessibil severità pronunziò contro di lui la sentenza di morte. Esso fuggì verso le alpi coll'umile speranza non già d'armare i Visigoti in sua difesa, ma d'assicurare la propria persona ed i suoi tesori nel santuario di Giuliano, uno de' santi tutelari dell'Alvergna[804]. La malattia o la mano del carnefice l'arrestò per viaggio; ed il suo corpo fu decentemente trasportato a Brivas o Brioude nella sua nativa Provincia, e riposò a' piedi del suo santo avvocato[805]. Avito non lasciò che una figlia, moglie di Sidonio Apollinare, il quale ereditò il patrimonio del suocero, dolendosi nel tempo stesso, che fossero svanite le sue pubbliche e private speranze. Il suo rammarico l'indusse ad unirsi, o almeno ad appoggiar le misure d'un partito ribelle nella Gallia; ed il Poeta era caduto in qualche mancanza, che dovè poi espiare con un altro tributo d'adulazione verso il nuovo Imperatore[806].
A. 457
Il successore d'Avito presenta la gradita scoperta d'un carattere grande ed eroico, quale sorge alle volte in un secolo degenerato per sostenere l'onor della specie umana. L'Imperator Maioriano ha meritato le lodi de' suoi contemporanei, e della posterità; e si possono rappresentar queste lodi, con le forti espressioni d'un giudizioso e disinteressato Istorico, il quale racconta: «ch'egli era cortese verso i suoi sudditi; terribile verso i nemici; e che superava in ogni virtù tutti i suoi antecessori, che regnato avevano sopra i Romani[807]». Tale testimonianza può almeno giustificare il panegirico di Sidonio; e noi possiamo assicurarci, che sebbene l'ossequioso oratore avrebbe adulato con uguale zelo il Principe anche più indegno; pure in quest'occasione il merito straordinario del suo Eroe lo fece restar dentro i limiti della verità[808]. Maioriano traeva il suo nome dall'avo materno, che sotto il regno di Teodosio il Grande avea comandato le truppe della frontiera Illirica. Ei diede la sua figlia per moglie al padre di Maioriano, rispettabile ufiziale, che amministrava le rendite della Gallia con abilità e giustizia, e generosamente preferì l'amicizia d'Ezio alle seducenti offerte d'una Corte insidiosa. Il futuro Imperatore suo figlio, che fu educato nella professione delle armi, dimostrò dalla prima sua gioventù un intrepido coraggio, un prematuro sapere, ed una liberalità illimitata in una tenue fortuna. Seguitò le bandiere d'Ezio, contribuì a' suoi successi, partecipò, e talvolta ecclissò la sua gloria, ed eccitò finalmente la gelosia del Patrizio, o piuttosto della sua moglie, che lo costrinse a ritirarsi dalla milizia[809]. Dopo la morte d'Ezio, Maioriano fu richiamato e promosso; e l'intima sua connessione col Conte Ricimero, fu l'immediato passo, che lo fece salire sul trono dell'Impero occidentale. Nella vacanza, che successe alla deposizione d'Avito, l'ambizioso Barbaro, la cui nascita l'escludeva dall'Imperial dignità, governò l'Italia col titolo di Patrizio; diede all'amico il cospicuo posto di Generale della cavalleria e dell'infanteria; e dopo lo spazio di alcuni mesi, acconsentì all'unanime desiderio de' Romani, de' quali erasi Maioriano conciliato il favore, mediante una recente vittoria riportata contro gli Alemanni[810]. Fu esso investito della porpora a Ravenna; e la lettera, che indirizzò al Senato, è la più acconcia ad esprimere la sua situazione ed i suoi sentimenti: «La vostra elezione, Padri conscritti, e l'ordine dell'esercito più valoroso mi hanno creato vostro Imperatore[811]. La Divinità propizia diriga e favorisca i consigli ed i successi della mia amministrazione al vostro vantaggio ed alla pubblica salute. Quanto a me, io non vi aspirava, ma mi son sottomesso a regnare; nè avrei soddisfatto al dovere di Cittadino, se avessi ricusato con bassa ingratitudine, per amore del proprio comodo, di sostenere il peso di quelle fatiche, che mi erano imposte dalla Repubblica. Assistete dunque il Principe, che avete fatto; prendete parte a' doveri, che mi avete ingiunti, e possano le nostre comuni operazioni promuovere la felicità d'un Impero, che ho ricevuto dalle vostre mani. Assicuratevi, che a' nostri tempi la giustizia ripiglierà l'antico suo vigore, e la virtù diventerà non solo innocente, ma meritoria. Nessuno abbia timore delle delazioni[812], eccettuati gli autori medesimi di esse, che io come suddito ho sempre condannato, e come Principe punirò severamente. La nostra propria vigilanza, e quella del Patrizio Ricimero, nostro padre, regolerà tutti gli affari militari, e provvederà alla salute del Mondo Romano, che ho salvato da' nemici stranieri e domestici[813]. Voi conoscete adesso quali sono le massime del mio governo: potete confidare nel fedele amore, e nelle sincere proteste d'un Principe, ch'è stato già compagno della vostra vita e de' vostri pericoli, che tuttavia si gloria del nome di Senatore, e che ansiosamente desidero, non vi dobbiate mai pentire del giudizio, che pronunziato avete in suo favore». Un Imperatore, il quale in mezzo alle rovine del Mondo Romano faceva risorgere quell'antico linguaggio della legge e della libertà, che avrebbe potuto esser proprio di Trajano, doveva trarre dal proprio suo cuore sentimenti sì generosi; mentre non poteva prenderli nè da' costumi del suo secolo, nè dall'esempio de' suoi predecessori[814].
A. 457-461
Si hanno notizie molto imperfette delle private e pubbliche azioni di Maioriano: ma le sue leggi, memorabili per una forza originale di pensieri e di espressioni, rappresentano il vero carattere d'un Sovrano, che amava il suo Popolo, che ne compativa le angustie, che aveva studiato le cause della decadenza dell'Impero, e che era capace d'applicare (per quanto era praticabile tale riforma) giudiziosi ed efficaci rimedi a' pubblici disordini[815]. I suoi regolamenti sopra le finanze tendevano manifestamente a togliere, o almeno a mitigare i più intollerabili aggravj. I. Fin dal primo momento del suo regno ei fu sollecito (traduco le proprie di lui parole) a sollevare le stanche sostanze de Provinciali oppresse dal peso accumulato d'indizioni, e soprindizioni[816]. Con questa mira concesse una remission generale, una finale ed assoluta liberazione di tutti i tributi arretrati, e di tutti i debiti, che sotto qualunque pretesto i Ministri fiscali potevan richiedere al Popolo. Questo savio abbandono di antichi, molesti ed inutili diritti migliorò e purificò le sorgenti della pubblica rendita; ed il suddito, che poteva allora voltarsi addietro senza disperazione, lavorava con gratitudine e speranza in vantaggio proprio, e della Patria. II. Nell'imposizione e collezione delle tasse Maioriano rimise in vigore l'ordinaria giurisdizione de' Magistrati provinciali; e soppresse le commissioni straordinarie, che si erano introdotte in nome dell'Imperatore medesimo, o de' Prefetti del Pretorio. I Ministri favoriti, che ottenevano tali irregolari privilegi, erano insolenti nel loro contegno, ed arbitrari nelle richieste; affettavano di sprezzare i tribunali subalterni, e non si mostravano contenti, se i loro profitti non eccedevano del doppio la somma, che si degnavano di pagare al Tesoro. Parrebbe incredibile un esempio della loro estorsione, se non fosse autenticato dal Legislatore medesimo. Esigevano essi tutti i pagamenti in oro: ma ricusavano la moneta corrente dell'Impero, e volevano solo di quelle antiche monete, ch'eran coniate co' nomi di Faustina o degli Antonini. Il suddito, che non aveva tali curiose medaglie, ricorreva all'espediente di entrare in composizione sopra le rapaci loro domande; o se lo poteva trovare, raddoppiata veniva la sua imposizione considerato il peso ed il valore delle monete de' tempi antichi[817]. «III. I corpi municipali (dice l'Imperatore), i Senati minori (tal nome dava loro giustamente l'antichità) meritano d'essere considerati come il cuore delle città, ed i nervi della Repubblica. Eppure sono essi ridotti a stato sì basso dall'ingiustizia de' Magistrati, e dalla venalità de' Collettori, che molti de' loro membri, rinunciando alla dignità, ed alla patria loro, si son rifuggiti in distanti ed oscuri esilj». Ei gli esorta, ed anche li costringe a tornare alle respettive loro città; ma toglie gli aggravi, che gli avevan forzati ad abbandonar l'esercizio delle funzioni loro municipali. Vien loro commesso di riassumere, sotto l'autorità de' Magistrati Provinciali, il loro ufizio di levare i tributi; ma invece di renderli responsabili di tutta la somma da esigersi nel loro distretto, son obligati solo a rendere un esatto conto de' pagamenti, che hanno ricevuto realmente, e la nota di quelli, che hanno mancato, i quali restano sempre debitori del Pubblico. IV. Ma sapeva bene Maioriano, che questi collegiati erano troppo disposti a vendicare l'ingiustizia e l'oppressione, che avevan sofferto, e perciò fece risorgere l'utile ufizio de' difensiori delle città. Egli esortò il Popolo ad eleggere, in piena e libera adunanza, qualche uomo discreto e di integrità, che ardisse di sostenere i loro privilegi, di rappresentare i loro aggravi, di proteggere il povero dalla tirannia del ricco, e di informare l'Imperatore degli abusi che si commettevano sotto la sanzione del suo nome o della sua autorità.
Lo spettatore, che getta un dolente sguardo sulle rovine dell'antica Roma, è tentato d'accusar la memoria de' Goti e de' Vandali, per quel male, ch'essi non ebbero nè tempo, nè forza, e neppure probabilmente la disposizione di fare. La tempesta della guerra potè diroccare qualche alta torre; ma la distruzione, che rovesciò i fondamenti di quelle vaste fabbriche, lentamente e in silenzio, per lo spazio di dieci secoli; ed i motivi d'interesse, che da poi agirono senza vergogna, nè opposizione, furono severamente repressi dal buon gusto o dallo spirito dell'Imperator Maioriano. La decadenza della città aveva appoco appoco diminuito il valore delle opere pubbliche. Il Circo ed i Teatri potevano bene eccitare, ma rade volte soddisfacevano i desideri del Popolo: i tempj, che avevan potuto sottrarsi allo zelo de' Cristiani, non erano più abitati nè dagli Dei, nè dagli uomini; la diminuita popolazione di Roma si perdeva nell'immenso spazio de' bagni, e de' portici di essa; e le magnifiche librerie, ed i tribunali di giustizia eran divenuti inutili per una indolente generazione, il riposo della quale raramente veniva sturbato dallo studio, o dagli affari. Non si risguardavano più i monumenti della Consolare o Imperial grandezza come un'immortal gloria della Capitale; non erano stimati, che come una miniera inesausta di materiali più a buon mercato, e più atti di quelli che si estraevano da lontane cave. Si facevano continuamente a' facili Magistrati di Roma delle speciose richieste, con le quali si esponeva la mancanza di pietre o di mattoni per qualche opera necessaria: i più bei pezzi d'architettura venivano barbaramente deturpati per causa di qualche insignificante o pretesa riparazione, ed i degenerati Romani, che convertivano tali spoglie in proprio loro guadagno, demolivano con sacrileghe mani le opere de' loro Antenati. Maioriano, che più volte avea sospirato sulla desolazione della città, pose un rigoroso freno al male, che andava crescendo[818]. Riservò egli solamente al Principe ed al Senato la cognizione degli estremi casi, che potevan giustificare la distruzione d'un antico edifizio; impose una pena di cinquanta libbre d'oro (due mila lire sterline) ad ogni Magistrato, che avesse ardito d'accordare tale illegittima o scandalosa licenza; e minacciò di gastigare la colpevole ubbidienza de' loro Ministri subalterni con severi colpi di verghe, e coll'amputazione di ambe le mani. In quest'ultimo articolo potrebbe sembrare che il legislatore avesse dimenticato la proporzione fra il delitto e la pena; ma il suo zelo nasceva da un principio generoso, e Maioriano desiderava di difendere i monumenti di que' secoli, ne' quali egli avrebbe desiderato e meritato di vivere. L'Imperatore conosceva, ch'era suo interesse l'accrescere il numero de' suoi sudditi; ch'era suo dovere il conservare la purità del letto maritale; ma i mezzi ch'esso adoperò per conseguire tali salutevoli oggetti, sono d'una specie ambigua, e forse non affatto lodevole. Le pie fanciulle, che consacravano a Cristo la loro verginità, non potevano prendere il velo, fintantochè non fossero giunte al quarantesimo anno dell'età loro. Le vedove, inferiori a quell'età, furono costrette a contrarre altre nozze dentro il termine di cinque anni, sotto pena di perdere la metà de' loro beni, che passavano a' più prossimi loro parenti, o al fisco. Erano condannati, o annullati i matrimoni disuguali. La pena della confiscazione de' beni, e dell'esilio si giudicò sì inadequata per il delitto d'adulterio, che se il reo tornava in Italia, poteva per espressa dichiarazione di Maioriano esser ucciso impunemente[819].
A. 457
Mentre l'Imperatore Majoriano faceva ogni sforzo per restaurar la felicità e la virtù de' Romani, dovè affrontare le armi di Genserico, loro nemico il più formidabile, sì per il carattere, che per la situazione di esso. Approdò una flotta di Vandali e di Mori alla bocca del Liris o del Garigliano: ma le truppe Imperiali sorpresero, ed attaccarono i disordinati Barbari, ch'erano imbarazzati dalle spoglie della Campania; furono essi cacciati con grande uccisione alle loro navi, ed il cognato del Re, loro Capitano, fu trovato fra' morti[820]. Tal vigilanza annunziava quale sarebbe stato il carattere del nuovo regno; ma la vigilanza più esatta, e le più numerose truppe non erano sufficienti a difendere l'estese coste d'Italia dalle depredazioni d'una guerra navale. La pubblica opinione aveva imposto al genio di Maioriano un'impresa più nobile, e più ardua. Roma solo da esso aspettava la restituzione dell'Affrica; ed il disegno, ch'egli formò d'attaccare i Vandali ne' nuovi loro stabilimenti fu il risultato d'un'audace e giudiziosa politica. Se l'intrepido Imperatore avesse potuto infondere il proprio coraggio nella gioventù d'Italia; se avesse potuto far risorgere nel campo Marzio i virili esercizi ne' quali aveva esso già superato i suoi uguali, avrebbe potuto marciare contro Genserico alla testa d'un esercito Romano. Si sarebbe potuto effettuare una tal riforma di costumi nazionali nello generazione, che andava crescendo; ma questa è la disgrazia di que' Principi, che si affaticano a sostenere una Monarchia decadente, che per ottenere qualche immediato vantaggio, o per allontanar qualche imminente pericolo, son costretti a tollerare, ed anche talvolta a moltiplicare gli abusi più perniciosi. Maioriano fu ridotto, come i più deboli fra' suoi predecessori, al vergognoso espediente di sostituire de' Barbari ausiliari in luogo degl'imbelli suoi sudditi: e potè solo dimostrare la superiore sua abilità nella destrezza e nel vigore con cui sapea maneggiare un pericoloso istrumento, così facile ad offender la mano, che l'adoprava. Oltre i confederati, ch'erano già impegnati al servizio dell'Impero, la fama della sua liberalità e valore attirò le nazioni del Danubio, del Boristene, e forse del Tamai. Molte migliaie de' più bravi soldati d'Attila, i Gepidi, gli Ostrogoti, i Rugj, i Borgognoni, gli Svevi, e gli Alani si adunarono nelle pianure della Liguria; e la formidabile loro forza veniva bilanciata dalle mutue loro animosità[821]. Essi passarono le alpi in un rigido inverno. L'Imperatore fece la strada a piedi, tutto armato, battendo con la lunga sua asta il ghiaccio o la neve ben alta, e dando coraggio agli Sciti, che si dolevano dell'estremo freddo, con dir loro allegramente, che sarebbero stati meglio al caldo dell'Affrica. I Cittadini di Lione, che avevano Ardito di chiudergli le porte, implorarono ben presto, ed esperimentarono la clemenza di Maioriano. Egli vinse Teodorico in campo di battaglia, ed ammise alla sua amicizia ed alleanza un Re, che aveva trovato non indegno delle sue armi. L'utile riunione, quantunque precaria, della maggior parte della Gallia e della Spagna fu l'effetto della persuasione, ugualmente che della forza[822]: e gl'indipendenti Bagaudi, che si erano sottratti, o avevan resistito all'oppressione de' regni antecedenti, si trovaron disposti a confidare nelle virtù di Maioriano. Il suo campo era pieno di alleati Barbari, era sostenuto il suo trono dallo zelo d'un Popolo affezionato; ma l'Imperatore aveva previsto, ch'era impossibile, senza una forza marittima, di condurre a fine la conquista dell'Affrica. Al tempo della prima guerra Punica, la Repubblica aveva usato una sì incredibile diligenza, che nello spazio di sessanta giorni, da che fu dato il primo colpo di scure nella foresta, si era superbamente messa all'ancora in mare una flotta di centosessanta galere[823]. In circostanze molto meno favorevoli, Maioriano uguagliò il coraggio, e la perseveranza degli antichi Romani. Furon tagliati i boschi dell'Appennino, si restaurarono gli arsenali, e le manifatture di Miseno e di Ravenna; l'Italia, e la Gallia gareggiarono in ampie contribuzioni pel servigio pubblico; e si riunì nel sicuro e capace porto di Cartagena in Ispagna la flotta Imperiale, composta di trecento grosse galere con un proporzionato numero di navi da trasporto, e di barche più piccole[824]. L'intrepido contegno di Maioriano animava le sue truppe con la fiducia della vittoria; e se può darsi fede all'Isterico Procopio, il suo coraggio talvolta lo trasportò oltre i confini della prudenza Ansioso d'esplorare co' propri occhi lo stato de' Vandali, si avventurò, dopo aver travisato il colore dei suoi capelli, d'andare a Cartagine, sotto nome del suo ambasciatore: e Genserico restò di poi mortificato alla notizia, che aveva avuto nelle sue mani, e lasciato andare l'Imperator de' Romani. Tale aneddoto può rigettarsi come un'improbabil finzione; ma questa è una finzione, che non si sarebbe immaginata, se non nella vita d'un eroe[825].
Genserico senz'aver bisogno d'un congresso personale, era sufficientemente informato del genio, e dei disegni del suo avversario. Egli praticò i soliti suoi artifici d'inganno e di dilazione, ma senza frutto. Le sue negoziazioni di pace diventavano sempre più umili, e forse anche più sincere; ma l'inflessibile Maioriano aveva adottalo l'antica massima, che Roma non poteva esser salva, finattantochè Cartagine sussisteva in istato d'ostilità. Il Re de' Vandali diffidava del valore de' nazionali suoi sudditi, ch'era snervato dalla mollezza del Mezzodì[826]; dubitava della fedeltà del Popolo soggiogato, che l'abborriva come un Arriano Tiranno; e la disperata risoluzione, ch'ei prese di ridurre la Mauritania in un deserto[827], non serviva ad impedire le operazioni dell'Imperator Romano, che poteva sbarcar le sue truppe su qualunque parte voleva della costa Affricana. Ma Genserico fu salvato dall'imminente ed inevitabile rovina, mediante il tradimento di alcuni potenti sudditi, invidiosi o timorosi del buon successo del loro Signore. Guidato dalla segreta intelligenza con essi, sorprese la flotta, che stava senza difesa nella baia di Cartagena: molte navi furono affondate, prese o bruciate; e furono distrutti in un sol giorno[828] i preparativi di tre anni. Dopo questo fatto la condotta dei due avversari gli dimostrò superiori alla loro fortuna. Il Vandalo, invece di insuperbirsi di quest'accidental vittoria, immediatamente rinnovò le sue istanze per la pace. L'Imperatore Occidentale, ch'era capace di formare de' gran disegni, e di soffrire de' forti rovesci, acconsentì ad un trattato o piuttosto ad una sospension d'armi, con la piena sicurezza, che prima di poter rimettere in ordine la sua flotta, avrebbe avute occasioni per giustificare una seconda guerra. Maioriano tornò in Italia per proseguire i suoi travagli per la pubblica felicità: e siccome era sicuro della propria integrità, potè per lungo tempo ignorare l'oscura cospirazione, che gli minacciava il trono e la vita. La recente disgrazia di Cartagena macchiò la gloria, che aveva abbagliato gli occhi della moltitudine: quasi ogni genere di Ministri civili e militari erano esacerbati contro il Riformatore, giacchè traevano qualche vantaggio dagli abusi, che ei cercava di togliere; ed il Patrizio Ricimero instigava le incostanti passioni de' Barbari contro un Principe da esso stimato ed odiato. Le virtù di Maioriano non lo poteron difendere dall'impetuosa sedizione, che insorse nel campo vicino a Tortona, a piè dell'Alpi. Ei fu costretto a deporre la porpora; cinque giorni dopo la sua abdicazione fu detto, ch'egli era morto di una dissenteria[829]; e l'umile tomba, in cui fu posto il suo corpo, fu consacrata dal rispetto e dalla gratitudine delle posteriori generazioni[830]. Il carattere privato di Maioriano inspirava rispetto ed amore. La maliziosa calunnia e la satira eccitavano il suo sdegno, o il suo disprezzo, s'egli n'era l'oggetto; ma esso proteggeva la libertà dello spirito, e nelle ore che l'Imperatore accordava alla famigliar conversazione de' suoi amici, poteva dimostrare il suo gusto per le facezie senza degradare la maestà del suo grado[831].
A. 461-467
Non fu probabilmente senza qualche dispiacere, che Ricimero sacrificò l'amico all'interesse della sua ambizione: ma risolvè in una seconda scelta d'evitare l'imprudente preferenza del merito e della virtù superiore. Ad un suo comando l'ossequioso Senato di Roma diede il titolo Imperiale a Libio Severo, che salì sul trono dell'Occidente senza uscire dall'oscurità d'una condizione privata. L'istoria appena si è degnata d'indicarne la nascita, l'innalzamento, il carattere, o la morte. Severo spirò, subito che la sua vita divenne incomoda al suo protettore[832]; e sarebbe inutile il discutere le azioni del suo regno di puro nome nel vacante intervallo di sei anni fra la morte di Maioriano, e l'elevazione d'Antemio. Durante quel tempo il governo era nelle mani del solo Ricimero; e quantunque il modesto Barbaro ricusasse il nome di Re, accumulò per altro dei tesori, formò un esercito a parte, trattò delle alleanze private, e regolò l'Italia coll'istessa dispotica ed indipendente autorità, che fu esercitata in seguito da Odoacre e da Teodorico. Ma le alpi servivano di confini a' suoi Stati; ed i due Generali Romani, Marcellino ed Egidio si mantennero fedeli alla Repubblica, rigettando con isdegno il fantoccio, a cui esso dava il nome d'Imperatore. Marcellino era tuttavia attaccato all'antica religione, ed i devoti Pagani, che, segretamente trasgredivan le leggi della Chiesa e dello Stato, applaudivano alla profonda sua abilità nella scienza della divinazione. Ma egli era dotato delle più pregevoli qualità dell'erudizione, della virtù e del coraggio[833]; lo studio delle lettere Latine aveva migliorato il suo gusto, ed i suoi talenti militari gli avevan conciliato la stima e la confidenza del grand'Ezio, nella rovina del quale si ritrovò involto. Mediante una opportuna fuga, Marcellino evitò il furore di Valentiniano, ed arditamente sostenne la sua libertà fra le convulsioni dell'Impero Occidentale. La volontaria o ripugnante sua sommissione dall'autorità di Maioriano ebbe in premio il governo della Sicilia, ed il comando d'un'armata posta in quell'isola per rispingere o attaccare i Vandali; ma i Barbari suoi mercenari dopo la morte dell'Imperatore furono tentati a ribellarsi dall'artificiosa liberalità di Ricimero. Alla testa di una truppa di fedeli seguaci l'intrepido Marcellino occupò la provincia della Dalmazia, assunse il titolo di Patrizio dell'Occidente, si assicurò dell'amore de' suoi sottoposti mediante un dolce ed equo governo, formò una flotta, che dominava l'Adriatico, ed alternativamente infestava le coste dell'Italia e dell'Affrica[834]. Egidio Generale della Gallia che uguagliava, o almeno imitava gli Eroi dell'antica Roma[835], dichiarò un odio immortale contro gli assassini del suo amato Signore. Seguiva le sue bandiere un numeroso e valente esercito; e quantunque dagli artifizi di Ricimero, e dalle armi dei Visigoti gli fosse impedito di marciare alle porte di Roma, sostenne però la sua indipendente sovranità di là dalle alpi e rese il nome d'Egidio rispettabile tanto in pace che in guerra. I Franchi, che avevan punito coll'esilio le giovanili follie di Childerico, elessero il Generale Romano per loro Re; con questo singolare onore per altro restò soddisfatta la vanità piuttosto che l'ambizione di esso; e quando la nazione al termine di quattro anni si pentì dell'ingiuria, che aveva fatto alla famiglia Merovingica, esso pazientemente consentì al richiamo del Principe legittimo. Non finì l'autorità d'Egidio, che con la sua morte, ed i sospetti di veleno, e di segreta violenza che traevano qualche verisimiglianza dal carattere di Ricimero, furono ardentemente ammessi dall'appassionata credulità de' Galli[836].
A. 461-467
Il regno d'Italia, nome a cui appoco appoco fu ridotto l'Impero Occidentale, era molestato sotto Ricimero dalle continue depredazioni de' pirati Vandali[837]. Alla primavera ogni anno mettevano in ordine una formidabile flotta nel porto di Cartagine, e Genserico medesimo, quantunque in età molto avanzata, comandava sempre in persona le spedizioni più importanti. I suoi disegni eran celati sotto un impenetrabil segreto sino al momento, ch'ei si metteva alla vela. Quando il suo piloto gli domandava, qual via doveva prendere, con pia arroganza rispondeva il Barbaro: «Lasciane la determinazione ai venti; essi ci trasporteranno a quella rea costa, i cui abitatori hanno provocato la divina giustizia» ma se Genserico degnavasi di dare ordini più precisi, stimava sempre, che i più ricchi fossero i più colpevoli. I Vandali visitaron più volte le coste della Spagna, della Liguria, della Toscana, della Campania, della Lucania, dell'Abruzzo, della Puglia, della Calabria, della Venezia, della Dalmazia, dell'Epiro, della Grecia e della Sicilia: furono tentati di soggiogare l'isola di Sardegna, così vantaggiosamente situata nel centro del Mediterraneo; e le loro armi sparsero la desolazione o il terrore dalle colonne d'Ercole fino alle bocche del Nilo. Siccome erano più ambiziosi di preda, che di gloria, rare volte attaccavano alcuna piazza fortificata, o s'impegnavano con truppe regolari in aperta campagna. Ma la celerità de' loro movimenti li rendeva capaci di minacciare e d'attaccare quasi nel medesimo tempo gli oggetti più distanti, che attiravano i lor desiderj; e poichè sempre imbarcavano un sufficiente numero di cavalli, appena avevan preso terra, scorrevano lo sbigottito paese con un corpo di cavalleria leggiera. Nonostante però l'esempio del loro Re, i nativi Alani e Vandali declinarono insensibilmente da questa laboriosa e pericolosa maniera di far la guerra; la robusta generazione de' primi conquistatori era quasi estinta, ed i loro figli, ch'erano nati nell'Affrica, godevano i deliziosi bagni e giardini, che s'erano acquistati dal valore de' loro padri. Si sostituì loro facilmente una varia moltitudine di Mori e Romani, di schiavi e banditi; e tal disperata canaglia, che aveva già violato le leggi del proprio paese, era la più ardente a promuovere gli atroci fatti che disonorarono le vittorie di Genserico. Nel trattamento degl'infelici suoi prigionieri alle volte consultava l'avarizia, ed alle volte abbandonavasi alla crudeltà; e la strage di cinquecento nobili cittadini del Zante, o di Zacinto, i laceri Corpi de' quali gettò nel mare Jonio, fu rimproverata dalla pubblica esecrazione alla più remota sua posterità.
A. 462
Tali delitti non potevano scusarsi per mezzo d'alcuna provocazione; ma la guerra, che il Re de' Vandali prosegui contro il Romano Impero, si giustificava con uno specioso e ragionevol motivo. Eudossia, vedova di Valentiniano, ch'egli aveva condotto schiavo da Roma a Cartagine, era l'unica erede della casa di Teodosio; la sua figlia maggiore Eudossia divenne, contro sua voglia, moglie d'Unnerico di lui primogenito; ed il severo padre sostenendo un diritto legale, che non era facile nè a rimuoversi, nè ad eseguirsi, dimandava una giusta porzione dell'Imperiai patrimonio. L'Imperatore Orientale offerì un'adeguata, o almeno valutabile compensazione per procurarsi una pace necessaria. Furon restituite onorevolmente Eudossia e Placidia sua figlia minore, ed il furore de' Vandali si ristrinse dentro i confini dell'Impero Occidentale. Gl'Italiani privi di forze marittime, che sole potevan difendere le loro coste, imploraron l'aiuto delle più fortunate nazioni dell'Oriente, che anticamente avevan riconosciuto in pace ed in guerra la superiorità di Roma. Ma la perpetua divisione de' due Imperi ne avea alienato le inclinazioni e gl'interessi; fu addotta la fede d'un recente trattato: ed i Romani d'Occidente invece di armi e di navi, non poteron ottenere, che l'assistenza d'una fredda ed inefficace mediazione. Il superbo Ricimero, che aveva lungamente combattuto con le difficoltà della sua situazione fu ridotto finalmente ad indirizzarsi al trono di Costantinopoli nell'umile linguaggio di suddito; e l'Italia si sottopose ad accettare un Signore dalle mani dell'Imperatore dell'Oriente, come per prezzo e sicurezza della confederazione[838]. Non è coerente allo scopo del Capitolo, e neppure del volume presente il continuare la serie distinta dell'istoria Bizantina; ma una breve occhiata intorno al regno ed al carattere dell'Imperator Leone può spiegare gli ultimi sforzi che si tentarono per salvare il cadente Impero dell'Occidente[839].
A. 457-474
Dopo la morte di Teodosio il Giovane, la pace domestica di Costantinopoli non era mai stata interrotta nè da guerra, nè da fazione veruna. Pulcheria aveva dato la sua mano e lo scettro dell'Oriente alla modesta virtù di Marciano; ei ne rispettava con gratitudine l'augusto grado, e la virginal castità; e dopo la morte di lei diede a' suoi Popoli l'esempio del Culto religioso, dovuto alla memoria della Santa Imperatrice[840]. Sembrava, che Marciano applicato alla prosperità de' suoi Stati, mirasse con indifferenza le disgrazie di Roma; e l'ostinazione d'un valoroso ed attivo Principe a ricusare di trarre la spada contro i Vandali fu attribuita ad una segreta promessa, ch'egli aveva fatta, quando si trovava schiavo in mano di Genserico[841]. La morte di Marciano, dopo un regno di sette anni, avrebb'esposto l'Oriente al pericolo di una popolar elezione, se la superior forza d'una sola famiglia non fosse stata capace di far pendere la bilancia in favore del Candidato, di cui sostenea gl'interessi. Il Patrizio Aspar si sarebbe potuto porre il diadema sul capo, se avesse voluto professare il simbolo Niceno[842]. Per tre generazioni continue furono le armate Orientali comandate da suo padre, da esso e da Ardaburio suo figlio: le sue guardie barbare formavano una forza militare, che ingombrava il palazzo e la capitale; e la liberal distribuzione delle sue immense ricchezze rendeva Aspar non meno popolare, che potente. Egli raccomandò l'oscuro nome di Leone di Tracia, Tribuno militare, e suo principal Maggiordomo. La sua nomina fu concordemente ratificata dal Senato; ed il servo d'Aspar ottenne la corona Imperiale dalle mani del Patriarca o del Vescovo, a cui fu permesso d'esprimere mediante questa insolita cerimonia, il volere della Divinità[843]. Quest'Imperatore il primo, che avesse il nome di Leone, è distinto col titolo di Grande, in grazia di una successiva serie di Principi, che appoco appoco fissarono nell'opinione de' Greci una misura molto bassa dell'eroica, o almeno della real perfezione. Pure la moderata fermezza, con cui Leone resistè all'oppressione del suo benefattore, dimostrò, ch'ei conosceva il suo dovere e la sua dignità. Aspar restò sorpreso in vedere, che la sua autorità non poteva più creare un Prefetto di Costantinopoli: osò di rimproverare al suo Sovrano un mancamento di fede, ed insolentemente prendendone la porpora: «Non conviene (disse) che quello, che è adornato di questa veste sia colpevole di menzogna.» «Neppure conviene (replicò Leone), che un Principe sia costretto a sottomettere il suo giudizio, ed il pubblico bene al volere di un suddito[844] ». Dopo una scena sì straordinaria era impossibile, che la riconciliazione fra l'Imperatore ed il Patrizio fosse sincera, o almeno stabile e permanente. Si levò segretamente, e s'introdusse in Costantinopoli un'armata d'Isauri[845]: e mentre Leone sottominava l'autorità, e preparava la rovina della famiglia d'Aspar, il dolce e cauto loro contegno li ritenne dal fare alcun temerario e disperato tentativo, che avrebbe potuto esser fatale a loro stessi, ovvero a' loro nemici. Le misure di pace e di guerra furono alterate da questa interna rivoluzione. Fintantochè Aspar degradava la maestà del Trono, la segreta corrispondenza di religione e d'interesse l'impegnò a favorir la causa di Genserico. Ma quando Leone si fu liberato da quella servitù ignominiosa, diede orecchio alle querele degl'Italiani; risolvè d'estirpare la tirannia dei Vandali; e si dichiarò alleato del suo collega Antemio, ch'egli solennemente investì del diadema e della porpora dell'Occidente.
A. 467-472
Si sono forse amplificate le virtù d'Antemio, mentre l'Imperial discendenza, che ei non poteva trarre che dall'usurpatore Procopio, fu estesa ad una successione d'Imperatori[846]. Ma il merito degl'immediati suoi genitori, gli onori e le ricchezze loro rendevano Antemio uno de' più illustri privati dell'Oriente. Procopio suo padre ottenne, dopo essere stato ambasciatore in Persia, il grado di Generale e di Patrizio, ed il nome d'Antemio gli veniva dall'avo materno, celebre Prefetto, che difese con tant'abilità e successo i principi del regno di Teodosio. Il nipote del Prefetto fu innalzato sopra la condizione di suddito privato mercè del suo matrimonio con Eufemia figlia dell'Imperator Marciano. Questa splendida parentela, che avrebbe potuto dispensare dalla necessità del merito, affrettò la promozione d'Antemio alle successive dignità di Conte, di Generale, di Console e di Patrizio; ed il merito o la fortuna di esso gli procurarono gli onori di una vittoria, che si ottenne sulle rive del Danubio contro degli Unni. Senz'abbandonarsi ad una stravagante ambizione, poteva il genero di Marciano sperare d'esser suo successore; ma Antemio soffrì con coraggio e pazienza che altri gli succedesse; ed il seguente suo innalzamento fu generalmente approvato dal pubblico, che lo stimò degno di regnare fino al momento, che salì sul trono[847]. L'Imperatore Occidentale partì da Costantinopoli accompagnato da più Conti di gran qualità e da un corpo di guardie quasi eguale nella forza e nel numero ad una regolare armata: esso entrò in Roma in trionfo, e la scelta di Leone fu confermata dal Senato, dal Popolo e da' Barbari confederati d'Italia[848]. La solenne inaugurazione d'Antemio fu seguita dalle nozze della sua figlia col Patrizio Ricimero; fortunato avvenimento, che si risguardò come la più stabile sicurezza dell'unione e della felicità dello Stato. Si ostentò magnificamente la ricchezza de' due Imperi; e molti Senatori si rovinarono affatto per mascherare con un dispendioso sforzo la lor povertà. Fu sospeso nel tempo di questa festa qualunque affare serio; si chiusero i Tribunali; le strade di Roma, i Teatri, e tutti i luoghi sì pubblici che privati risuonavano di canti nuziali, e di danze; e la Sposa Reale vestita di abiti di seta con una corona in capo fu condotta al palazzo di Ricimero, che aveva cangiato la sua veste militare con quella di Console, e di Senatore. In questa memorabile occasione, Sidonio, la cui vecchia ambizione era andata sì fatalmente a male, comparve in qualità d'Oratore dell'Alvergna fra' Deputati provinciali, che s'indirizzarono al trono con gratulazioni o querele[849]. Si approssimavano le calende di Gennaio, ed il venale Poeta, che aveva lodato Avito e stimato Maioriano, fu indotto da' suoi amici a celebrare in versi eroici la felicità, il merito, il secondo consolato, ed i futuri trionfi dell'Imperatore Antemio. Sidonio pronunziò con sicurezza e con plauso un panegirico, che tuttavia sussiste; e per quanto grande fosse l'imperfezione sì del soggetto, che dell'opera, il gradito adulatore fu immediatamente premiato con la Prefettura di Roma: dignità, che lo collocò fra' personaggi illustri dell'Impero, finattantochè saviamente non preferì ad essa il più rispettabil carattere di Vescovo e di Santo[850].
I Greci ambiziosamente commendano la pietà e la fede cattolica dell'Imperatore, ch'essi diedero all'Occidente; nè lasciano d'osservare, che quando partì da Costantinopoli, ridusse il suo palazzo agli usi pii di un pubblico bagno, d'una chiesa e d'un ospedale pei vecchi[851]. Pure alcune dubbiose apparenze hanno macchiato la fama teologica d'Antemio. Nella conversazione di Filoteo, settario Macedone, si era imbevuto dello spirito di tolleranza religiosa; e si sarebbero potuti adunare impunemente gli eretici di Roma, se l'ardita e veemente censura, che il Pontefice Ilario pronunziò nella Chiesa di S. Pietro, non l'avesse obbligato a recedere da quella inusitata indulgenza[852]. Anche gli oscuri e deboli residui del Paganesimo concepirono vane speranze per l'indifferenza o parzialità d'Antemio; e la singolare di lui amicizia pel Filosofo Severo, ch'ei promosse al Consolato, fu attribuita ad un segreto disegno di far risorgere l'antico culto degli Dei[853]. Gl'Idoli eran ridotti in polvere: e la mitologia, che una volta era stata il simbolo delle nazioni, era sì generalmente sprezzata, che si poteva impiegare senza scandalo, o almeno senza sospetto dai poeti Cristiani[854]. Pure non erano assolutamente cancellati i vestigi della superstizione, e la festa de' Lupercali, di cui l'origine aveva preceduta la fondazione di Roma, era tuttavia celebrata sotto il Regno d'Antemio. I rozzi e semplici riti di essa esprimevano uno stato di società primitivo, anteriore all'invenzione dell'agricoltura e delle arti. Le rustiche Divinità, che presedevano a' travagli ed a' piaceri della vita pastorale, cioè Pane, Fauno, ed il loro seguito di Satiri, erano quali poteva creare la fantasia de' pastori, scherzose, petulanti, e lascive; la lor potenza era limitata, e la loro malizia non dannosa. Una capra era la vittima più adattata al carattere ed agli attributi loro; si arrostiva la carne di essa con ispiedi di salcio; ed i licenziosi giovani, che andavano in folla alla festa, correvano nudi pei campi, e con istrisce di cuoio in mano comunicavano, come si supponeva, la fecondità alle donne, ch'essi toccavano[855]. Fu eretto l'altare di Pane, forse da Evandro l'Arcade, in un oscuro nascondiglio da un lato del colle Palatino, bagnato da una perpetua fontana e adombrato da un bosco che lo dominava. Una tradizione, che Romolo e Remo in quel luogo fossero stati allattati dalla lupa, lo rendeva sempre più sacro e venerabile agli occhi de' Romani, e quel pezzo di selva fa appoco appoco circondato da' magnifici edifizi del Foro[856]. Dopo la conversione della Città Imperiale, i Cristiani continuarono, nel mese di Febbraio, l'annua celebrazione de' Lupercali, a cui essi attribuivano una segreta e misteriosa influenza sulle naturali forze del Mondo animale e vegetabile. I Vescovi di Roma cercavano d'abolire un uso profano, sì contrario allo spirito del Cristianesimo; ma il loro zelo non era sostenuto dall'autorità de' Magistrati civili; sussistè quell'inveterato abuso fino al termine del quinto secolo, ed il Pontefice Gelasio, che purificò la capitale dall'ultimo vestigio d'Idolatria, quietò con una formale apologia il mormorare del Senato e del Popolo[857].
A. 468
L'Imperator Leone, in tutte le sue dichiarazioni pubbliche, assume l'autorità, e professa l'affezione d'un padre verso il suo figlio Antemio, con cui aveva diviso l'amministrazione dell'Universo[858]. La situazione e forse il carattere di Leone lo dissuasero dall'esporre la sua persona a travagli e pericoli della guerra Affricana. Ma si spiegarono con vigore le forze dell'Impero Orientale per liberare l'Italia ed il Mediterraneo da' Vandali; e Genserico, il quale aveva sì lungamente oppresso la terra ed il mare, si vide minacciato da ogni parte da una formidabile invasione. Si aprì la campagna con un'ardita e fortunata impresa dal Prefetto Eraclio[859]. Furono imbarcate sotto il suo comando le truppe dell'Egitto, della Tebaide, e della Libia; e gli Arabi, con una quantità di cavalli e di cammelli aprirono le vie del deserto. Eraclio sbarcò sulla costa di Tripoli, sorprese e soggiogò le città di quella Provincia, e si preparò mediante una laboriosa marcia, che Catone aveva eseguita anticamente[860], ad unirsi coll'armata Imperiale sotto le mura di Cartagine. La notizia di questa perdita estorse da Genserico qualche insidiosa ed inefficace proposizione di pace; ma quel che vie più gli dava da pensar seriamente, era la riconciliazione di Marcellino co' due Imperi. Quell'indipendente Patrizio era stato indotto a riconoscere il legittimo titolo d'Antemio, ch'esso accompagnò nel suo viaggio a Roma; la flotta Dalmata fu ricevuta ne' porti dell'Italia; l'attivo valore di Marcellino scacciò i Vandali dall'Isola di Sardegna; ed i languidi sforzi dell'Occidente aggiunsero qualche peso agl'immensi preparativi de' Romani Orientali. Si è distintamente calcolata la spesa dell'armamento navale, che Leone mandò contro i Vandali; e quel curioso ed istruttivo ragguaglio dimostra la ricchezza del decadente Impero. La cassa regia, o il privato patrimonio del Principe somministrò diciassettemila libbre d'oro; altre quarantasettemila n'esigerono e posero nell'Erario con settecentomila d'argento i Prefetti del Pretorio. Ma le Città si ridussero ad un'estrema miseria, e l'esatto calcolo delle pene pecuniarie, e delle confiscazioni riguardate come un prezioso oggetto d'entrata, non suggerisce l'idea d'una giusta o umana amministrazione. Tutta la spesa della guerra Affricana, in qualunque maniera fosse somministrata, montò alla somma di cento trentamila libbre d'oro, intorno a cinque milioni e dugentomila lire sterline, in un tempo, in cui sembra, secondo il paragone del prezzo del grano, che il valore della moneta fosse alquanto più alto di quel che sia presentemente[861]. La flotta, che partì da Costantinopoli per Cartagine conteneva mille e cento tredici navi, ed il numero de' soldati e de' marinari passava i centomil'uomini. Fu affidato a Basilisco, fratello dell'Imperatrice Vorina, l'importante comando di essa. La moglie di Leone di lui sorella, aveva esagerato il merito delle anteriori sue spedizioni contro gli Sciti. Ma riservavasi alla guerra Affricana la scoperta della sua colpa, o incapacità; nè i suoi amici poterono salvare altrimenti la militare sua riputazione, che coll'asserire, ch'egli aveva cospirato con Aspar di risparmiar Genserico, e di tradire l'ultima speranza dell'Impero Occidentale.
Ha dimostrato l'esperienza, che il buon successo di un invasore dipende per lo più dal vigore, e dalla celerità delle sue operazioni. La forza e l'attività della prima impressione si perdono coll'indugio; insensibilmente languisce in un lontano clima la salute ed il coraggio delle truppe; quel grande sforzo militare e navale, che forse non potrà più replicarsi, va consumandosi quietamente; ed ogni ora, che s'impiega nella negoziazione, avvezza il nemico a rimirare ed esaminare quei terrori ostili, che a prima vista giudicò irresistibili. Ebbe la formidabile flotta di Basilisco una prospera navigazione dal Bosforo Tracio fino alla costa d'Affrica. Ei sbarcò le sue truppe al Capo di Bona, o al promontorio di Mercurio, in distanza di circa quaranta miglia da Cartagine[862]. L'esercito d'Eraclio e la flotta di Marcellino raggiunsero o secondarono il Luogotenente Imperiale; ed i Vandali, che si opponevano a' suoi progressi per mare o per terra, gli uni dopo gli altri furono vinti[863]. Se Basilisco avesse profittato del momento della costernazione e si fosse arditamente avanzato verso la capitale, Cartagine avrebbe dovuto arrendersi, e sarebbesi estinto il regno de' Vandali. Genserico vide con fermezza il pericolo, e l'evitò con la sua antica destrezza. Ei si protestò con espressioni le più rispettose, ch'era pronto a sottometter la propria persona ed i suoi Stati alla volontà dell'Imperatore ma richiedeva una tregua di cinque giorni per regolare i termini di tal sommissione; e fu generalmente creduto, che la sua segreta liberalità contribuisse al buon successo di questa pubblica negoziazione. In vece di ricusare ostinatamente qualunque indulgenza che il nemico sì ardentemente chiedeva, il colpevole o credulo Basilisco acconsentì alla fatal tregua; e parve che l'imprudente sua sicurezza indicasse ch'egli già si considerava come il conquistatore dell'Affrica. In questo breve intervallo, il vento divenne favorevole a' disegni di Genserico. Egli equipaggiò le sue più grosse navi da guerra co' più valorosi fra' Mori ed i Vandali; e queste si traevan dietro molte grosse barche ripiene di materie combustibili. Nell'oscurità della notte furono spinte quelle distruttive barche contro la flotta de' Romani, che non avendo alcun sospetto non si guardavano, ma furono svegliati dal sentimento del presente loro pericolo. L'ordine stretto, e la folla, in cui si trovavano, secondò il progresso del fuoco, che si comunicava con rapida irresistibil violenza; ed il romore del vento, lo strepito delle fiamme, le dissonanti grida de' soldati e de' marinari, che non potevano nè comandare nè ubbidire, accrebber l'orrore del notturno tumulto. Mentre cercavano di liberarsi delle navi incendiarie, e di salvare almeno una parte della flotta, gli assaltarono le Galere di Genserico con regolare e disciplinato valore, e molti Romani, che fuggivano il furor delle fiamme, furono presi o distrutti da' Vandali vittoriosi. Fra gli avvenimenti di quella disastrosa notte, l'eroico, o piuttosto disperato coraggio di Giovanni, uno de' principali ufiziali di Basilisco, ha tolto il suo nome dall'obblivione. Quando fu quasi consumata la sua nave, che egli aveva bravamente difesa, si gettò armato nel mare, sdegnosamente ricusò la stima e la pietà di Genso, figlio di Genserico, che lo stimolava ad accettare un onorevol soccorso, e si sommerse nelle onde, gridando coll'ultimo suo respiro, ch'egli non sarebbe mai caduto vivo nelle mani di quegli empj cani. Basilisco, ch'era in un posto molto lontano dal pericolo, mosso da uno spirito ben differente, vergognosamente fuggì al principio della mischia, tornò a Costantinopoli con la perdita di più della metà delle navi e dell'esercito, e si riparò nel santuario di S. Sofia, finattantochè la Sorella non gli ebbe ottenuto dallo sdegnato Imperatore, con le lacrime e con le preghiere, il perdono. Eraclio si ritirò nel deserto; Marcellino andò in Sicilia, dove fu assassinato, forse ad istigazione di Ricimero, da uno de' propri suoi capitani; ed il Re de' Vandali dichiarò la sua maraviglia e compiacenza, che i Romani medesimi avessero tolto dal Mondo i suoi più formidabili avversari[864]. L'esito infelice di questa grande spedizione fece sì che Genserico diventò di nuovo il tiranno del mare: le coste dell'Italia, della Grecia e dell'Asia si trovarono di nuovo esposte alla sua vendetta ed avarizia; tornarono alla sua ubbidienza Tripoli e la Sardegna; aggiunse la Sicilia al numero delle sue Province; e prima di morire, giunto al colmo degli anni e della gloria, vide l'ultima estinzione dell'Impero dell'Occidente[865].
A. 462-472
Nel lungo ed attivo suo regno, il Monarca Affricano aveva diligentemente coltivato l'amicizia de' Barbari dell'Europa, per poterne impiegare le armi in opportune ed efficaci diversioni contro i due Imperi. Dopo la morte d'Attila, rinnovò la sua alleanza co' Visigoti della Gallia; ed i figli di Teodorico il Vecchio, che regnarono l'un dopo l'altro su quella guerriera nazione restarono facilmente persuasi dal sentimento d'interesse a dimenticare il crudele affronto, che Genserico aveva fatto alla loro sorella[866]. La morte dell'Imperator Majoriano liberò Teodorico II dal freno del timore, e forse dell'onoratezza; egli violò il trattato fatto recentemente co' Romani; e l'ampio territorio di Narbona, che stabilmente unì a' suoi Stati, divenne il premio immediato della sua perfidia. La privata politica di Ricimero l'incoraggì ad invadere le Province possedute da Egidio, suo rivale; ma l'attivo Conte mediante la difesa d'Arles e la vittoria d'Orleans salvò la Gallia, e contenne durante la sua vita il progresso de' Visigoti. Si riaccese tosto la loro ambizione, e fu concepito e quasi condotto a termine, il disegno d'estinguere il Romano Impero nella Spagna e nella Gallia, sotto il regno d'Enrico, il quale assassinò Teodorico suo fratello; e dimostrò, unitamente ad un'indole più selvaggia, maggiore abilità sì in pace che in guerra. Passò i Pirenei alla testa d'un numeroso esercito, soggiogò le città di Saragozza e di Pamplona, vinse in battaglia i nobili guerrieri della Provincia Tarragonese, portò le vittoriose sue armi nel cuore della Lusitania e permise agli Svevi di ritenere il regno della Gallicia, sottoposto alla Gotica Monarchia di Spagna[867]. Gli sforzi d'Enrico non furono meno vigorosi, o di minor successo nella Gallia; ed in tutto quel tratto di paese, che, s'estende da' Pirenei al Rodano ed alla Loira le sole città o Diocesi del Berry e dell'Alvergna ricusarono di conoscerlo per loro Signore[868]. Gli abitanti dell'Alvergna sostennero nella difesa di Clermont, loro principal città, con inflessibile fermezza la guerra, la peste, e la fame, ed i Visigoti abbandonandone l'inutile assedio, sospesero le speranze di quell'importante conquista. La gioventù della Provincia era animata dall'eroico e quasi incredibil valore d'Ecdicio, figlio dell'Imperatore Avito[869], che fece una disperata sortita con soli diciotto cavalli, attaccò arditamente l'armata Gotica, e dopo aver fatto una volante scaramuccia, si ritirò salvo e vittorioso dentro le mura di Clermont. La carità uguagliava il coraggio di esso: in tempo di un'estrema carestia si nutrivano a sue spese quattromila poveri; e di privata sua autorità levò un esercito di Borgognoni per liberare l'Alvergna. Solo dalle sue virtù i fedeli cittadini della Gallia traevano qualche speranza di salute o di libertà; ed eziandio tali virtù non furono sufficienti ad impedire l'imminente rovina della lor patria, poichè essi erano ansiosi d'apprendere dall'autorità ed esempio di lui, se dovevan preferire l'esilio o la servitù[870]. Si era perduta la fiducia nella pubblica forza; erano esausti i mezzi dello Stato; ed i Galli avevan pur troppo ragione di credere, che Antemio, che regnava in Italia, fosse incapace di difendere gli angustiati suoi sudditi di là dalle alpi. Non potè il debole Imperatore procurare per difesa loro, che l'opera di dodicimila ausiliari Britanni. Riotamo, uno degl'indipendenti Re, o Capitani dell'Isola, fu indotto a trasferir le sue truppe nel continente della Gallia; ei rimontò la Loira, e piantò il suo quartiere nel Berry, dove il Popolo si dolse di questi gravosi alleati; finattantochè non furono distrutti o dispersi dalle armi de' Visigoti[871].
A. 468
Uno degli ultimi atti di giurisdizione, ch'esercitasse il Senato Romano sopra i suoi sudditi della Gallia, fu il processo, e la condanna d'Arvando, Prefetto del Pretorio. Sidonio, che si rallegra di vivere sotto un regno, in cui era permesso di compassionare e d'assistere un reo di Stato, ha esposto con libertà e pateticamente le colpe dell'indiscreto ed infelice suo amico[872]. I pericoli, che Arvando aveva evitati, gli ispirarono ardire, piuttosto che senno; ed era di tal sorta la varia, quantunque uniforme, imprudenza del suo contegno, che dee comparir molto più sorprendente la prosperità, che la caduta di esso. La seconda Prefettura, che ottenne dentro il termine di cinque anni, distrusse il merito e la popolarità della sua precedente amministrazione. La facile sua natura fu corrotta dall'adulazione, ed esacerbata dall'opposizione; e fu costretto a soddisfare gl'importuni suoi creditori con le spoglie della Provincia; la sua capricciosa insolenza offese i nobili della Gallia, e cadde sotto il peso dell'odio pubblico, per un ordine, che indicava la sua disgrazia; fu citato a giustificare la sua condotta avanti al Senato; ed egli passò il mar di Toscana con un vento favorevole; presagio, com'egli vanamente s'immaginava, delle sue future fortune. Si osservò sempre un decente rispetto pel grado prefettoriale; ed al suo arrivo in Roma Arvando fu commesso all'ospitalità, piuttosto che alla custodia, di Flavio Ascelo, Conte delle sacre largizioni, che abitava nel Campidoglio[873]. Agirono ardentemente contro di esso i suoi accusatori, vale a dire i quattro Deputati della Gallia, ch'eran tutti distinti per la nascita, per le dignità, o per l'eloquenza loro. In nome d'una gran Provincia, e secondo la formalità della Giurisprudenza Romana, intentarono un'azione civile e criminale, richiedendo una restituzione tale, che potesse compensare le perdite degl'individui, ed un tal gastigo, che soddisfar potesse la giustizia dello Stato. Le accuse, che gli davano la corrotta oppressione, erano numerose e di peso, ma ponevano la segreta loro fiducia in una lettera, ch'essi avevano intercettato, e che potevan provare, mediante la testimonianza del suo segretario, esser stata dettata da Arvando medesimo. Sembrava, che l'autore di questa lettera dissuadesse il Re de' Goti dalla pace coll'Imperator Greco: ei suggeriva d'attaccare i Brettoni sulla Loira; e commendava una divisione della Gallia, secondo il Gius delle Genti, fra i Visigoti ed i Borgognoni[874]. Questi perniciosi disegni che solo un amico poteva palliare co' nomi di vanità e d'indiscrezione, potevano interpretarsi come tradimenti, ed i Deputati avevano artificiosamente risoluto di non produrre le loro più formidabili armi fino al momento della decisione della causa. Ma lo zelo di Sidonio scoprì le loro intenzioni. Esso immediatamente avvisò del pericolo il reo, che nulla di ciò sospettava; e sinceramente compianse, senza irritamento veruno, la superba presunzione d'Arvando, che rigettava, ed anche si stimava offeso de' salutari avvisi de' suoi amici. Non conoscendo Arvando la sua real situazione, compariva nel Campidoglio con le vesti bianche di un candidato, accettava indistintamente i saluti e l'esibizioni, osservava le botteghe de' mercanti, i drappi e le gemme, ora coll'indifferenza d'un semplice spettatore, ed ora coll'attenzione d'uno che vuol comprare; e si doleva de' tempi, del Senato, del Principe e delle dilazioni de' Tribunali. Ma presto si tolsero di mezzo le sue querele. Fu fissata in una mattina di buon'ora la decisione della sua causa; ed Arvando comparve co' suoi accusatori avanti ad una numerosa adunanza del Senato Romano. Il tristo abito, ch'essi affettarono eccitò la compassione de' Giudici, che furono scandalizzati dalla gaia e splendida veste del loro avversario; e quando il Prefetto Arvando, insieme col primo fra' Deputati Gallici, andarono a prendere i loro posti sopra le sedie Senatorie, fu osservato nel loro contegno l'istesso contrasto d'orgoglio e di modestia. In questo memorabil giudizio, che rappresentava una viva immagine dell'antica Repubblica, i Galli esposero con forza e libertà gli aggravi della Provincia; e tosto che gli animi dell'udienza furono sufficientemente infiammati, recitarono la fatal lettera. L'ostinazione d'Arvando si fondava sulla strana supposizione, che un suddito non si potesse convincere di tradimento, a meno che non avesse veramente tentato di prender la porpora. Alla lettura di quel foglio esso più volte ad alta voce confessò esser quello veramente stato composto da lui; e la sua sorpresa fu uguale al suo spavento, quando per unanime opinione del Senato fu dichiarato reo di delitto capitale. Fu per ordine di esso degradato dal posto di Prefetto all'oscura condizion di plebeio, ed ignominiosamente tratto da' servi alla pubblica prigione. Dopo il termine di quindici giorni fu convocato di nuovo il Senato per pronunziar la sentenza di morte contro di lui, ma mentre aspettava esso nell'Isola d'Esculapio, che spirassero i trenta giorni, accordati da un'antica legge a' malfattori più vili[875], i suoi amici s'interposero in suo favore; l'Imperatore Antemio cedè, ed il Prefetto della Gallia ottenne la pena più mite della confiscazione e dell'esilio. Le colpe d'Arvando poteron meritare la compassione; ma l'impunità di Seronato accusava la giustizia della Repubblica, finattantochè non fu condannato sulle querele del Popolo dell'Alvergna ed eseguitane la sentenza. Questo scellerato Ministro, il Catilina del suo secolo e della sua Patria, teneva una segreta corrispondenza co' Visigoti, per tradir la Provincia, che opprimeva: si esercitava continuamente la sua industria nell'investigare nuove tasse, e falli già dimenticati; e gli stravaganti suoi vizi avrebbero inspirato del disprezzo se non avessero eccitato il timore e l'abborrimento[876].
A. 471
Tali rei non erano al di sopra delle forze della giustizia; ma per quanto Ricimero fosse colpevole, questo potente Barbaro era capace di combattere o di entrare in trattato col Principe, di cui aveva condisceso ad accettare la parentela. Il regno pacifico e prospero, che Antemio aveva promesso all'Occidente, s'oscurò ben tosto per la disgrazia e per la discordia. Ricimero, temendo o non potendo soffrire un superiore, si ritirò da Roma, e pose la sua residenza in Milano; situazione vantaggiosa per invitare o per richiamare le guerriere tribù, che abitavano fra le alpi e il Danubio[877]. L'Italia fu appoco appoco divisa in due regni indipendenti e nemici; ed i nobili della Liguria, che tremavano all'approssimarsi d'una guerra civile, si prostrarono a' piedi del Patrizio, e lo scongiurarono a risparmiare l'infelice loro paese. «Quanto a me (rispose Ricimero in tuono d'insolente moderazione) io son sempre disposto ad abbracciar l'amicizia del Galata[878]; ma chi vorrà intraprendere d'acquietarne lo sdegno, o di mitigarne l'orgoglio, che sempre cresce a misura della nostra sommissione?» Essi l'informarono, che Epifanio, Vescovo di Pavia[879], univa la saviezza del serpente coll'innocenza della colomba, e sembrava che confidassero che l'eloquenza di tale ambasciatore sarebbe prevalsa all'opposizione più forte dell'interesse, o della passione. Fu approvata la raccomandazione loro, ed Epifanio, prendendo l'umano uffizio di mediatore, si portò senza indugio a Roma, dove fu ricevuto con gli onori dovuti al suo merito ed alla sua riputazione. Può facilmente supporsi l'orazione d'un Vescovo in favor della pace: dimostrò egli, che in qualunque possibile circostanza il perdono delle ingiurie è sempre un atto di misericordia, o di magnanimità o di prudenza, ed ammonì seriamente l'Imperatore ad evitare una contesa con un fiero Barbaro, che avrebbe potuto esser fatale a se stesso, e che doveva esser rovinosa pei suoi Stati. Antemio riconobbe la verità delle sue massime, ma sentiva con alto dispiacere e sdegno la condotta di Ricimero; e la passione diede eloquenza ed energia al suo discorso. «Quali favori (esclamò egli ardentemente) abbiamo noi ricusato a quest'ingrato? Quali torti non abbiamo sofferti? Senza riguardo alla maestà della porpora, diedi la mia figlia ad un Goto, sacrificai il mio proprio sangue alla salvezza della Repubblica. La liberalità, che avrebbe dovuto assicurarmi l'attaccamento eterno di Ricimero, l'ha inasprito contro il suo benefattore. Quali guerre non ha egli eccitato contro l'Impero? Quante volte ha instigato ed assistito il furore delle nemiche nazioni? E dovrò adesso accettare la perfida sua amicizia? Posso io sperare, che rispetterà i vincoli di un trattato quegli, che ha già violato i doveri di figlio?» Ma l'ira d'Antemio si svaporò in queste patetiche esclamazioni; esso cedè appoco appoco alle proposizioni d'Epifanio; ed il Vescovo tornò alla sua Diocesi con la soddisfazione d'aver restituito la pace all'Italia, mediante una riconciliazione[880], della sincerità e continuazion della quale si aveva ragione di sospettare. La clemenza dell'Imperatore fu estorta per la sua debolezza; e Ricimero sospese i suoi ambiziosi disegni, finattantochè non avesse preparato segretamente le macchine, con le quali risolvè di rovesciare il trono d'Antemio. Allora mise da parte la maschera della pace e della moderazione. L'esercito di Ricimero ebbe un numeroso rinforzo di Borgognoni e di Svevi Orientali: egli negò qualunque obbedienza all'Imperator Greco, marciò da Milano alle porte di Roma, e posto il campo sulle rive dell'Anio, impazientemente aspettava l'arrivo d'Olibrio, suo imperial candidato.
A. 472
Il Senatore Olibrio, della famiglia Anicia, poteva stimar se stesso il legittimo erede dell'Impero Occidentale. Aveva egli sposato Placidia figlia minore di Valentiniano, dopo che fu restituita da Genserico, il quale riteneva sempre Eudossia di lei sorella, come moglie, o piuttosto come schiava del suo figlio. Il Re de' Vandali sosteneva, con le minacce e con le sollecitazioni, le speciose pretensioni del suo Romano alleato; ed assegnava come uno de' motivi della guerra il rifiuto, che faceva il Senato ed il Popolo di riconoscere il legittimo loro Principe, e l'indegna preferenza che avevan dato ad uno straniero[881]. L'amicizia del nemico pubblico avrebbe potuto rendere Olibrio sempre più odioso agl'Italiani; ma quando Ricimero meditò la rovina dell'Imperatore Antemio, tentò, coll'offerta d'un diadema, il candidato, che poteva giustificar la sua ribellione con un nome illustre, e con una regale alleanza. Il marito di Placidia, il quale aveva avuto, come la maggior parte de' suoi antenati, la dignità consolare, avrebbe potuto continuare a godere una sicura e splendida fortuna, pacificamente restando in Costantinopoli; nè sembra, che fosse tormentato da tal genio, che non può in altro divertirsi o occuparsi, che nell'amministrazion d'un Impero. Ciò non ostante Olibrio cedè alle importunità de' suoi amici e forse della sua moglie; gettossi temerariamente nei pericoli e nelle calamità d'una guerra civile; e con la segreta approvazione dell'Imperator Leone, accettò la porpora Italiana, che si dava, e si toglieva secondo il capriccioso volere d'un Barbaro. Egli sbarcò senza ostacolo (poichè Genserico era padrone del mare) o a Ravenna, o al porto d'Ostia, ed immediatamente portossi al campo di Ricimero, dove fu ricevuto come il Sovrano del Mondo Occidentale[882].
A. 472
Il Patrizio, che aveva occupato i ponti dall'Anio fino al ponte Milvio, già possedeva due quartieri di Roma, il Vaticano ed il Gianicolo, che il Tevere separa dal resto della città[883]; e si può congetturare, che un'assemblea di patteggianti Senatori, imitasse nella scelta d'Olibrio le formalità d'una legittima elezione. Ma il corpo del Senato e del Popolo era fermo in favore d'Antemio; ed il più efficace sostegno d'un'armata Gotica lo pose in grado di prolungare il suo regno, e la calamità pubblica mediante la resistenza di tre mesi, che produsse i mali, che sogliono accompagnarla, della carestia e della peste. Finalmente Ricimero diede un furioso assalto al ponte d'Adriano, o di S. Angelo: e quello stretto passo fu difeso con ugual valore da' Goti, fino alla morte di Gilimero lor capitano. Allora le truppe vittoriose, atterrando qualunque riparo, corsero con irresistibil violenza nel cuore della città, e Roma (se possiamo far uso delle parole d'un Papa contemporaneo) fu rovinata dal furore civile d'Antemio, e di Ricimero[884]. Lo sfortunato Antemio fu tratto dal suo nascondiglio e crudelmente ucciso per ordine del suo genero; il quale aggiunse così un terzo, e forse un quarto Imperatore al numero delle sue vittime. I soldati, che univano la rabbia di faziosi cittadini co' selvaggi costumi di Barbari, si lasciarono senza ritegno usar la licenza della rapina, e della strage; la folla degli schiavi e de' plebei, che non erano interessati nel fatto, potè sol guadagnare nell'indistinto saccheggio, e l'aspetto della città dimostrava uno strano contrasto di una somma crudeltà, e d'una assoluta intemperanza[885]. Quaranta giorni dopo questo calamitoso fatto, soggetto non di gloria, ma di colpa, l'Italia fu liberata, mediante una penosa malattia del tiranno Ricimero, che lasciò il comando della sua armata a Gundobaldo suo nipote, uno de' Principi dei Borgognoni. Nel medesimo anno uscirono dal teatro tutti i principali attori di questa grande rivoluzione; e tutto il regno d'Olibrio, di cui la morte non dimostra verun sintomo di violenza, riducesi allo spazio di sette mesi. Lasciò egli una figlia nata dal suo matrimonio con Placidia, e la famiglia del Gran Teodosio trapiantata dalla Spagna in Costantinopoli si propagò nella linea femminina fino all'ottava generazione[886].
A. 472-475
Mentre il trono vacante d'Italia era in arbitrio dei Barbari, che non conoscevano alcuna legge[887], nel Consiglio di Leone seriamente si trattava dell'elezione d'un nuovo Collega. L'Imperatrice Verina, cercando di promuovere la grandezza della propria famiglia, aveva dato per moglie una delle sue nipoti a Giulio Nipote che successe a Marcellino, suo zio, nella sovranità della Dalmazia, patrimonio più solido che il titolo, ch'esso fu indotto ad accettare, d'Imperatore dell'Occidente. Ma i passi della Corte Bizantina furono sì languidi ed irresoluti, che passaron più mesi dopo la morte d'Antemio, ed anche dopo quella d'Olibrio, prima che il successore, ad essi destinato, potesse mostrarsi con una rispettabile forza agl'Italiani suoi sudditi. In questo frattempo, fu investito della porpora Glicerio, oscuro soldato, da Gundobaldo suo protettore; ma il Principe di Borgogna non ebbe forza o volontà di sostener la sua nomina con una guerra civile; la domestica sua ambizione lo richiamò di là dalle alpi[888], e fu permesso al suo cliente di cambiare lo scettro Romano col Vescovato di Salona. Tolto di mezzo questo competitore, l'Imperator Nipote fu riconosciuto dal Senato, dagl'Italiani, e da' Provinciali della Gallia; altamente si celebrarono le morali virtù, ed i talenti militari di esso, e quelli, che trassero qualche privato vantaggio dal suo governo, annunziarono in profetico stile la restaurazione della pubblica felicità[889]. Le loro speranze (se pur tali speranze vi furono) restaron confuse nel termine d'un solo anno; ed il trattato di pace, con cui fu ceduta l'Alvergna a' Visigoti è l'unico avvenimento di questo breve ed ignobile regno. Furon sagrificati dall'Imperatore Italiano i più fedeli sudditi della Gallia alla speranza d'una sicurezza domestica[890]; ma fu turbato ben tosto il suo riposo da una furiosa sedizione de' Barbari confederati che, sotto il comando d'Oreste lor Generale, si posero in piena marcia da Roma a Ravenna. Nipote tremò all'avvicinarsi di essi; ed, in vece d'affidarsi giustamente alla fortezza di Ravenna, precipitosamente fuggì alle sue navi, e si ritirò al suo Principato della Dalmazia sull'opposto lido dell'Adriatico. Mediante questa vergognosa abdicazione, egli prolungò la sua vita circa cinque anni in una situazione molto ambigua fra quella d'Imperatore e d'esule, finattantochè fu assassinato a Salona dall'ingrato Glicerio, che fu trasferito forse in premio del suo delitto all'Arcivescovato di Milano[891].
A. 475
Le nazioni, che si eran dichiarate indipendenti dopo la morte d'Attila, si stabilirono, per diritto di possesso o di conquista, nelle illimitate regioni poste a settentrione del Danubio, o nelle Province Romane fra quel fiume e le alpi. Ma la più valorosa lor gioventù si arrolava nell'armata de' confederati, che faceva la difesa ed il terror dell'Italia[892]; ed in questa promiscua moltitudine sembra, che predominassero i nomi degli Eruli, degli Scirri, degli Alani, de' Turcilingi, e de' Rugi. Oreste,[893] figlio di Tatullo, e padre dell'ultimo Imperatore dell'Occidente, imitò l'esempio di questi guerrieri. Oreste di cui già si è fatta menzione in questa Storia, non aveva mai abbandonato il proprio paese. La nascita, e le ricchezze di esso lo renderono uno de' più illustri soggetti della Pannonia. Quando fu ceduta agli Unni quella Provincia, egli entrò al servizio d'Attila, suo legittimo Sovrano, ottenne l'ufizio di suo Segretario, e fu mandato più volte ambasciatore a Costantinopoli per rappresentar la persona e significare i comandi dell'imperioso Monarca. La morte di quel conquistatore lo rimise in libertà; ed Oreste potè onorevolmente ricusare tanto di seguire i figli d'Attila ne' deserti della Scizia, quanto d'obbedire agli Ostrogoti, che avevan usurpato il dominio della Pannonia. Ei preferì di servire i Principi Italiani che succederono a Valentiniano; e siccome era dotato di coraggio, d'industria e d'esperienza, s'avanzò con rapidi passi nella profession militare al segno, che mediante il favore di Nipote medesimo fu inalzato alle dignità di Patrizio e di Generale delle truppe. Queste si erano da gran tempo assuefatte a rispettare il carattere e l'autorità d'Oreste, che affettava d'usare le loro maniere, trattava con loro nella lor propria lingua, ed aveva un'intima connessione co' nativi loro Capi, mediante una lunga abitudine di famigliarità e d'amicizia. Ad instigazione dunque di esso presero le armi contro quell'oscuro Greco, che presumeva d'aver diritto alla loro ubbidienza; e giacchè Oreste per qualche segreto motivo, evitava la porpora, con la stessa facilità consentirono a riconoscere Augustolo suo figlio per Imperatore dell'Occidente. Attesa l'abdicazione di Nipote, Oreste giunse al colmo delle sue ambiziose speranze; ma tosto conobbe, prima che spirasse il primo anno, che le lezioni di spergiuro e d'ingratitudine, che può inculcare un ribelle, si ritorcono contro di lui; e che al precario Sovrano d'Italia non era permesso che di scegliere, se voleva esser lo schiavo, o la vittima de' Barbari suoi mercenari. La pericolosa alleanza di tali stranieri aveva oppresso ed insultato gli ultimi residui della libertà e dignità Romana. In ogni rivoluzione si aumentavan la paga ed i privilegi loro; ma la loro insolenza cresceva ad un segno sempre più stravagante; invidiavano essi la sorte de' loro confratelli nella Gallia, nella Spagna e nell'Affrica, le vittoriose armi de' quali avevano acquistato un indipendente e perpetuo patrimonio; ed insistevano sulla perentoria loro domanda, che fosse immediatamente divisa fra loro una terza parte de' terreni d'Italia. Oreste, con un coraggio, che in un'altra situazione potrebbe aver diritto alla nostra stima, volle piuttosto andare incontro al furore d'una moltitudine armata, che sottoscrivere la rovina d'un innocente Popolo. Ei rigettò l'audace domanda; ed il suo rifiuto fu favorevole all'ambizione d'Odoacre, ardito Barbaro, che assicurò i soldati suoi compagni, che se osavano d'unirsi sotto il suo comando, avrebber potuto esigere la giustizia, ch'era stata negata alle rispettose loro domande. Da tutti i campi e guarnigioni d'Italia i confederati, mossi dal medesimo sdegno e dalle medesime speranze, impazientemente correvano alle bandiere del popolare lor capitano; e l'infelice Patrizio, oppresso dal torrente, si ritirò in fretta alla forte città di Pavia, sede Episcopale del santo Epifanite. Pavia fu immediatamente assediata, prese d'assalto le fortificazioni, saccheggiata la città, e quantunque il Vescovo s'affaticasse con grande zelo, e con qualche buon esito di salvare i beni della Chiesa, e la castità delle donne schiave, non potè quietarsi il tumulto, che coll'esecuzione d'Oreste[894]. Paolo, suo fratello, rimase ucciso in una battaglia vicino a Ravenna; ed il misero Augustolo, che non poteva più esigere il rispetto, fu ridotto ad implorar la clemenza d'Odoacre.
A. 476-490
Questo fortunato Barbaro era figlio d'Edecone, che in alcuni notabili fatti, particolarmente descritti in uno de' capitoli precedenti, era stato collega d'Oreste medesimo. L'onore d'un ambasciatore dovrebb'essere esente da ogni sospetto; pure Edecone aveva dat'orecchio ad una cospirazione contro la vita del suo Sovrano. Ma quest'apparente delitto fu purgato dal merito o dal pentimento di esso; il suo grado era eminente e cospicuo; godeva il favore d'Attila; e le truppe sotto il suo comando, che guardavano a vicenda il villaggio reale, consistevano in una tribù di Scirri, immediati ed ereditari suoi sudditi. Nella ribellione de' Popoli, che seguì dopo la morte d'Attila, essi restarono attaccati agli Unni; e più di dodici anni dopo si fa onorevol menzione del nome d'Edecone nella disugual contesa, ch'ebbero con gli Ostrogoti, la quale finì, dopo due sanguinose battaglie, con la disfatta e dispersione degli Scirri[895]. Il bravo lor Capitano, che non soppravvisse a questa nazionale calamità, lasciò due figli, Onulfo ed Odoacre, a combattere coll'avversità, ed a sostenere come potevano, per mezzo della rapina o della milizia, i fedeli compagni del loro esilio. Onulfo indirizzò i suoi passi verso Costantinopoli, dove macchiò coll'assassinio di un generoso benefattore la fama, che si era acquistata nelle armi. Odoacre suo fratello menò una vita errante fra' Barbari del Nerico con un animo ed una fortuna conveniente a' più disperati avventurieri; e quando ebbe fissata la sua scelta, piamente visitò la cella di Severino, Santo popolare del paese, per chiedere la sua approvazione e benedizione. La piccolezza della porta non serviva ad ammettere l'alta statura d'Odoacre: esso fu costretto a piegarsi, ma in quell'umile attitudine il Santo potè discernere i sintomi della futura sua grandezza; e voltatosi a lui con un tuono Profetico: «Prosegui (gli disse) il tuo disegno, va in Italia; tosto getterai via cotesto vil vestimento di pelli; e la tua ricchezza sarà proporzionata alla liberalità del tuo animo»[896]. Il Barbaro, l'animo ardito del quale accettò e verificò la predizione, fu ammesso alla milizia dell'Impero occidentale, ed ottenne tosto un onorevol grado fra le guardie. S'incivilirono appoco appoco i suoi costumi, crebbe la sua scienza militare, ed i confederati d'Italia non l'avrebbero scelto per loro Generale, se le azioni d'Odoacre non avessero stabilito un'alta opinione de' suoi talenti e del suo coraggio[897]. Le militari loro acclamazioni lo salutaron col titolo di Re: ma egli s'astenne in tutto il suo regno dall'uso della porpora e del diadema[898] per timore di non offender que' Principi, i sudditi de' quali colla loro accidentale unione avevano formato un vittorioso esercito, che il tempo ed il governo andava insensibilmente a riunire in una gran nazione.
A. 476-479
La dignità reale era famigliare a' Barbari, e l'umile Popolo d'Italia era preparato ad ubbidire senza difficoltà all'autorità, ch'egli si fosse contentato d'esercitare come Vicegerente dell'Imperatore dell'Occidente. Ma Odoacre avea risoluto d'abolire quest'inutile e dispendioso ufizio; ed è tale il peso degli antichi pregiudizi, che vi volle ardire e penetrazione per iscuoprire l'estrema facilità dell'impresa. Lo sfortunato Augustolo dovè servir d'istrumento alla propria disgrazia; ei notificò al Senato la sua rinunzia; e quell'assemblea, nell'ultimo suo atto d'ubbidienza ad un Principe Romano, continuò ad affettare lo spirito di libertà, e le formalità della costituzione. Fu scritta, per unanime loro decreto, una lettera all'Imperator Zenone, genero e successor di Leone, che ultimamente, dopo una breve ribellione, era di nuovo salito sul Trono Bizantino. Solennemente «disapprovano essi la necessità, o anche il desiderio, che più si continui la successione Imperiale in Italia; mentre, secondo il loro giudizio, la maestà d'un solo Monarca è sufficiente ad occupare e difendere, nell'istesso tempo, sì l'Oriente, che l'Occidente. In nome loro, e del Popolo acconsentono, che sia trasferita da Roma a Costantinopoli la sede dell'Impero universale; e bassamente rinunciano al diritto d'eleggere il loro Signore, unico vestigio che restava di quell'autorità, che aveva dato leggi al Mondo. Dicono, che la Repubblica (ripetono essi tal nome senza rossore) poteva sicuramente confidare nelle civili e militari virtù d'Odoacre; ed umilmente fanno istanza, che l'Imperatore l'investa del titolo di Patrizio, e dell'amministrazione della Diocesi d'Italia». I Deputati del Senato furono ricevuti a Costantinopoli con qualche segno di disgusto e d'irritamento; e quando furono ammessi all'udienza di Zenone, questi rinfacciò loro severamente il trattamento fatto ai due Imperatori, Antemio e Nipote, che l'Oriente avea l'un dopo l'altro accordato alle preghiere dell'Italia. «Il primo (proseguì egli) è stato da voi ucciso, ed il secondo scacciato; ma questo è tuttora in vita, e finattantochè vive, è il vostro legittimo Sovrano». Ma il prudente Zenone ben presto abbandonò la causa disperata del suo deposto collega. Fu appagata la sua vanità col titolo d'unico Imperatore, e con le statue, che si eressero in onor suo ne' vari quartieri di Roma; mantenne un'amichevole, quantunque ambigua, corrispondenza col Patrizio Odoacre, e gradì le insegne Imperiali, i sacri ornamenti del trono e del palazzo, che il Barbaro volentieri tolse alla vista del Popolo[899].
Nello spazio di venti anni dopo la morte di Valentiniano si erano succeduti l'uno dopo l'altro nove Imperatori; ed il figlio d'Oreste, giovane commendabile solo per la sua beltà, meriterebbe meno di tutti la cognizione della posterità, se il suo regno, che porta l'impronta dell'estinzione del Romano Impero nell'Occidente, non avesse formato un'epoca memorabile nell'istoria del genere umano[900]. Il Patrizio Oreste aveva sposato la figlia del Conte Romolo, di Petovio nel Norico: il nome d'Augusto, nonostante la gelosia della potenza, in Aquileia si riconosceva come un cognome famigliare; ed i nomi de' due gran fondatori della città, e della monarchia, si unirono per tal guisa stranamente nell'ultimo de' loro successori[901]. Il figlio d'Oreste prese e disonorò i nomi di Romolo Augusto; ma il primo fu convertito in Momillo da' Greci, ed il secondo si è cangiato da' Latini nello spregevol diminutivo d'Augustolo. Si risparmiò la vita di questo innocente giovane dalla generosa clemenza d'Odoacre, che lo fece uscire con tutta la sua famiglia dal palazzo Imperiale, gli assegnò l'annua rendita di seimila monete d'oro, e la villa di Lucullo nella Campania per luogo del suo esilio o ritiro[902]. Appena i Romani poteron respirare da' travagli della guerra Punica, furono attratti dalle bellezze e da' piaceri della Campania; e la villa del vecchio Scipione a Literno somministrava un durevole esempio della rustica loro semplicità[903]. Le deliziose rive della Baia di Napoli erano coronate di ville; e Silla applaudì la fina perizia del suo rivale, che si era situato sull'alto promontorio di Miseno, che domina da ogni parte la terra ed il mare, per quanto s'estende l'orizzonte[904]. La villa di Mario fu, pochi anni dopo, comprata da Lucullo, ed il prezzo era cresciuto da duemilacinquecento a più d'ottantamila lire sterline[905]. Si adornò dal nuovo proprietario con le arti Greche, e co tesori dell'Asia, e le case ed i giardini di Lucullo ebbero un posto distinto nel numero de' palazzi Imperiali[906]. Allorchè i Vandali divennero formidabili per le coste marittime, la villa di Lucullo, sul promontorio di Miseno, appoco appoco acquistò la forza ed il nome di fortezza, divenuta poi l'oscuro soggiorno dell'ultimo Imperatore dell'Occidente. Circa venti anni dopo quella gran rivoluzione, fu convertita in una chiesa ed in un Monastero per riporvi le ossa di S. Severino. Esse vi riposarono quietamente, fra' trofei spezzati delle vittorie Cimbriche ed Armene, fino al principio del decimo secolo; quando le fortificazioni, che potean dare un pericoloso ricovero a' Saracini, furono demolite dal Popolo di Napoli[907].
Odoacre fu il primo Barbaro, che regnasse in Italia sopra un Popolo, che aveva una volta giustamente assodato la sua superiorità sopra il resto dell'uman genere. La disgrazia de' Romani eccita sempre la rispettosa nostra compassione, e siamo altamente mossi dallo sdegno e dolore, che c'immaginiamo aver provato i degenerati lor posteri; ma le calamità dell'Italia appoco appoco avevan superato l'orgoglioso sentimento della libertà, e della gloria. Nel tempo del Romano valore, le Province furono sottoposte alle armi della Repubblica, ed i Cittadini alle sue leggi, finattantochè queste non furono distrutte dalla civile discordia, e sì la città che le Province divennero il servii patrimonio di un Tiranno. La forma della costituzione, che alleggeriva o mascherava l'abietta loro schiavitù, restò abolita dal tempo e dalla violenza; gl'Italiani si dolevano a vicenda sì della presenza, che dell'assenza de' Sovrani, ch'essi abborrivano o disprezzavano; e la successione di cinque secoli li sottopose a' vari mali della licenza militare, del capriccioso dispotismo e di una elaborata oppressione. Frattanto i Barbari erano usciti dall'oscurità e dal disprezzo, e s'introdussero nelle Province i guerrieri della Germania e della Scizia, come servi, come alleati, e finalmente come padroni de' Romani, ch'essi insultavano, o proteggevano. L'odio del Popolo restò soppresso dal timore: esso rispettò il coraggio e lo splendore di que' marziali Capi, che furono adornati degli onori dell'Impero; ed il destino di Roma da gran tempo dipendeva dalla spada di que' formidabili stranieri. Il crudo Ricimero, che calpestò lo rovine d'Italia, aveva esercitato il potere senza prendere il titolo di Re: ed i pazienti Romani appoco appoco si prepararono a riconoscer la dignità reale d'Odoacre, e de' Barbari suoi successori.
A. 476-490
Il Re d'Italia non era indegno dell'alto posto, a cui la fortuna ed il valore l'avevano elevato. I suoi costumi selvaggi s'incivilirono per l'uso delle conversazioni; ed egli rispettava, quantunque fosse un Conquistatore, ed un Barbaro, gli usi, ed anche i pregiudizi de' propri sudditi. Dopo un intervallo di sette anni, Odoacre restituì il Consolato dell'Occidente. Quanto a sè, o per modestia o per orgoglio, evitò un onore, che tuttavia s'accettava dagl'Imperatori dell'Oriente; ma la sella curule fu successivamente occupata da undici de' più illustri Senatori[908]; ed è adornato questo catalogo dal nome rispettabile di Basilio, le virtù del quale meritarono l'amicizia ed il grato applauso di Sidonio, suo cliente[909]. Eran osservate rigorosamente le leggi degl'Imperatori, e la civile amministrazione d'Italia tuttavia esercitavasi dal Prefetto del Pretorio, e da' Ministri ad esso subordinati. Odoacre appoggiò a' Magistrati Romani l'odioso od oppressivo ufizio d'esigere lo rendite pubbliche; ma riservò a se stesso il merito d'una opportuna e popolare indulgenza[910]. Come gli altri Barbari, egli era stato istruito nell'eresia Arriana; ma rispettava il carattere monastico ed episcopale; ed il silenzio de' Cattolici dimostra la tolleranza, ch'essi godevano. La pace di Roma richiese l'interposizione di Basilio, Prefetto di essa, nell'elezione d'un Romano Pontefice: ed il decreto, che proibiva al Clero l'alienazione delle sue terre, aveva per fine il vantaggio del Popolo, la devozione del quale avrebbe dovuto tassarsi per riparare le dilapidazioni della Chiesa[911]. L'Italia fu difesa dalle armi del suo conquistatore; e rispettate furono le sue frontiere da' Barbari della Gallia e della Germania, che avevano per tanto tempo insultato la debole stirpe di Teodosio. Odoacre passò l'Adriatico per punire gli assassini dell'Imperator Nipote, e per acquistar la Provincia marittima della Dalmazia. Passò le alpi per liberare il resto del Norico da Fava o Feleteo Re de' Rugi, che risedeva di là dal Danubio. Il Re fu vinto in battaglia, e condotto via prigioniero; si trapiantò in Italia una numerosa colonia di schiavi e di sudditi; e Roma, dopo un lungo periodo di abbattimento e di vergogna, potè vantare il trionfo del Barbaro suo Signore[912].
Nonostante la prudenza ed il buon successo d'Odoacre, il suo regno mostrava il tristo prospetto della miseria, e della desolazione. Fin dal tempo di Tiberio si era sentita in Italia la decadenza dell'agricoltura; e dava un giusto motivo di lamento il dipender che faceva la vita del Popolo Romano dagli accidenti dei venti, e delle acque[913]. Nella divisione e nella caduta dell'Impero si dispersero le tributarie messi dell'Egitto, e dell'Affrica; il numero degli abitanti andò continuamente scemando insieme co' mezzi della sussistenza; ed il paese restò esausto per le irreparabili perdite della guerra, della fame[914] e della peste. S. Ambrogio ha deplorato la rovina d'un popolato tratto di paese, che una volta era ornato dalle floride città di Bologna, di Modena, di Reggio, e di Piacenza[915]. Gelasio Papa era suddito d'Odoacre; ed asserisce con una forte esagerazione, che nell'Emilia, nella Toscana, e nell'addiacenti Province era quasi estirpata la specie umana[916]. I plebei di Roma, ch'eran nutriti dalle mani del loro Signore, perirono o si dispersero, tostochè mancò la liberalità di esso; la decadenza delle arti ridusse l'industrioso meccanico all'oziosità, ed al bisogno; ed i Senatori, che avrebbero potuto sopportar con pazienza la rovina della patria loro, piangevano la perdita privata delle proprie ricchezze e del lusso. Un terzo di quelle vaste possessioni, alle quali si attribuisce in origine la rovina dell'Italia[917], fu riservato pel conquistatori. Le ingiurie s'aggravavano dagli insulti; il sentimento di ciò, che attualmente soffrivasi, veniva più amareggiato dal timore di mali ancor più terribili; e siccome si concedevano sempre nuove terre a nuovi sciami di Barbari, ogni Senatore temeva, che gli arbitrari soprintendenti si accostassero alla favorita sua villa, o al suo più fertil podere. I meno infelici eran quelli, che si sottomettevano quietamente alla forza, a cui era impossibile di resistere. Poichè desideravano essi di vivere, professavano gratitudine verso il Tiranno, che risparmiava loro la vita; e poichè esso era l'assoluto padrone de' loro beni, quella porzione, che loro lasciava, dovevano risguardarla come un puro e volontario suo dono[918]. L'angustia dell'Italia fu mitigata dalla prudenza e dall'umanità di Odoacre, che si era per altro obbligato, per prezzo della sua elevazione, a soddisfar le domande d'una licenziosa o turbolente moltitudine. I Re de' Barbari venivano spesso contrariati, deposti, ed uccisi da' nativi lor sudditi; e le varie truppe d'Italiani mercenari, che si associarono sotto le bandiere d'un Generale elettivo, pretendevano un privilegio più esteso di libertà e di rapina. Una Monarchia, priva d'unione nazionale, e d'ereditario diritto, tendeva a disciogliersi; dopo un regno di quattordici anni Odoacre fu oppresso dal genio superiore di Teodorico Re degli Ostrogoti, eroe ugualmente eccellente nelle arti della guerra, che del Governo, che fece tornare un tempo di pace e di prosperità, ed il nome del quale tuttavia eccita meritamente l'attenzione del genere umano.
FINE DEL VOLUME SESTO.
[INDICE]
DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE
CHE SI CONTENGONO
NEL SESTO VOLUME
| CAPITOLO XXIX. Ultima divisione dell'Impero Romano tra' figli di Teodosio. Regno d'Arcadio e d'Onorio. Amministrazione di Ruffino e di Stilicone. Ribellione e disfatta di Gildone in Affrica. | ||
| A. D. | ||
|---|---|---|
| 395 | Divisione dell'Impero fra Arcadio ed Onorio | [Pag. 5] |
| 386-395 | Carattere ed Amministrazione di Ruffino | [7] |
| 395 | Opprime l'Oriente | [12] |
| È deluso dal matrimonio d'Arcadio | [15] | |
| Carattere di Stilicone, Ministro e Generale dell'Impero occidentale | [18] | |
| 385-408 | Suo comando militare | [20] |
| 395 | Caduta e morte di Ruffino | [23] |
| 396 | Discordia fra' due Imperi | [26] |
| 386-398 | Rivolta di Gildone in Affrica | [29] |
| 397 | Vien condannato dal Senato Romano | [32] |
| 398 | Guerra affricana | [33] |
| Disfatta e morte di Gildone | [36] | |
| Matrimonio e carattere d'Onorio | [39] | |
| CAPITOLO XXX. Ribellione dei Goti. Saccheggian la Grecia. Due grandi invasioni nell'Italia, fatte da Alarico e da Radagaiso. Sono essi rispinti da Stilicone. I Germani invadon la Gallia. Usurpazione di Costantino in Occidente. Disgrazia e morte di Stilicone. | ||
| 395 | Ribellione de' Goti | [43] |
| 396 | Alarico marcia nella Grecia | [45] |
| 397 | Egli è attaccato da Stilicone | [50] |
| 398 | Alarico è dichiarato Generale dell'Illirico Orientale | [55] |
| E re dei Visigoti | [56] | |
| 400-403 | Esso invade l'Italia | [56] |
| Onorio fugge da Milano | [59] | |
| Egli è perseguitato ed assediato da' Goti | [61] | |
| 403 | Battaglia di Pollenzia | [64] |
| Ardire e ritirata d'Alarico | [67] | |
| 404 | Trionfo d'Onorio a Roma | [70] |
| I Gladiatori aboliti | [71] | |
| Onorio fissa la sua residenza a Ravenna | [73] | |
| 400 | Rivoluzioni della Scizia | [75] |
| 405 | Emigrazione dei Germani settentrionali | [77] |
| 406 | Radagaiso invade l'Italia | [79] |
| Assedia Firenze | [81] | |
| E minaccia Roma | [82] | |
| Stilicone disfa e distrugge il suo esercito | [82] | |
| Il resto de' Germani invade la Gallia | [86] | |
| 407 | Desolazione della Gallia | [89] |
| Rivolta dell'armata Britannica | [92] | |
| Costantino è riconosciuto nella Britannia e nella Gallia | [94] | |
| 408 | Egli riduce in suo potere la Spagna | [96] |
| 404-408 | Negoziazione d'Alarico e di Stilicone | [98] |
| 408 | Contese del Senato Romano | [100] |
| Intrighi del Palazzo | [102] | |
| Disgrazia e morte di Stilicone | [104] | |
| Sua memoria perseguitata | [107] | |
| Il Poeta Claudiano | [109] | |
| CAPITOLO XXXI. Alarico invade l'Italia. Costumi del Senato e del Popolo Romano. Roma è assediata tre volte, e finalmente saccheggiata dai Goti. Morte d'Alarico. I Goti si ritirano dall'Italia. Caduta di Costantino. La Gallia e la Spagna sono occupate da' Barbari. Indipendenza della Gran Brettagna. | ||
| 408 | Debolezza della Corte di Ravenna | [114] |
| Alarico marcia verso Roma | [116] | |
| Annibale alle porte di Roma | [119] | |
| Genealogia de' Senatori | [121] | |
| Famiglia Anicia | [122] | |
| Ricchezza de' Nobili Romani | [125] | |
| Loro costumi | [128] | |
| Carattere de' Nobili Romani preso da Ammiano Marcellino | [130] | |
| Stato e carattere del Popolo di Roma | [141] | |
| Pubblica distribuzione del pane, lardo, olio, vino, ec. | [143] | |
| Uso de' bagni pubblici | [146] | |
| Giuochi e spettacoli | [147] | |
| Popolazione di Roma | [149] | |
| 408 | Primo assedio di Roma fatto da' Goti | [153] |
| Fame | [154] | |
| Superstizione | [155] | |
| 409 | Alarico accetta un riscatto e leva l'assedio della città | [157] |
| Inutili pratiche di pace | [160] | |
| Cambiamento e successione di Ministri | [162] | |
| Secondo assedio di Roma da' Goti | [165] | |
| Attalo è creato Imperatore dai Goti e dai Romani | [168] | |
| 410 | Vien deposto da Alarico | [171] |
| Terzo assedio e sacco di Roma fatto da' Goti il dì 24 agosto | [172] | |
| Rispetto de' Goti per la religione cristiana | [174] | |
| Saccheggio ed incendio di Roma | [176] | |
| Schiavi e fuggitivi | [181] | |
| Sacco di Roma fatto dalle truppe di Carlo V | [185] | |
| 410 | Alarico abbandona Roma e devasta l'Italia | [187] |
| 408-412 | L'Italia in mano de' Goti | [190] |
| 410 | Morte d'Alarico | [191] |
| Adolfo Re de' Goti conclude la pace coll'Impero, e marcia nella Gallia | [192] | |
| 414 | Suo matrimonio con Placidia | [195] |
| Ricchezze dei Goti | [197] | |
| 410-417 | Leggi per sollievo dell'Italia e di Roma | [199] |
| 413 | Ribellione e disfatta di Eracliano Conte dell'Affrica | [201] |
| 409-413 | Rivoluzioni della Gallia e della Spagna | [204] |
| Carattere e vittoria del Generale Costanzo | [206] | |
| 411 | Morte dell'usurpatore Costantino | [208] |
| 411-416 | Caduta degli usurpatori Giovino, Sebastiano ed Attalo | [208] |
| 409 | Invasione della Spagna fatta dagli Svevi, dai Vandali e dagli Alani | [211] |
| 414 | Adolfo, Re dei Goti, marcia nella Spagna | [214] |
| 415 | Sua morte | [215] |
| 415-418 | I Goti conquistano la Spagna, e la restituiscono all'Impero | [216] |
| 419 | Loro stabilimento in Aquitania | [219] |
| Borgognoni | [220] | |
| 420 | Stato de' Barbari nella Gallia | [221] |
| 419 | Rivolta della Britannia e dell'Armorica | [223] |
| 409-449 | Stato della Britannia | [225] |
| 418 | Assemblea delle sette Province della Gallia | [229] |
| RIFLESSIONI D'ignoto autore sopra i Capitoli XXIX, XXX e XXXI della Storia della Decadenza e Rovina dell'Impero Romano di Edoardo Gibbon; lettera diretta ai Sigg. Foothead e Kirk inglesi cattolici | [232] | |
| CAPITOLO XXXII. Arcadio Imperatore dell'Oriente. Amministrazione e disgrazia d'Eutropio. Rivolta di Gaina. Persecuzione di S. Gio. Grisostomo. Teodosio II Imperatore dell'Oriente. Sua sorella Pulcheria. Eudossia sua moglie. Guerra persiana e division dell'Armenia. | ||
| 395-1453 | L'Impero dell'Oriente | [272] |
| 395-408 | Regno d'Arcadio | [272] |
| 365-399 | Amministrazione e carattere d'Eutropio | [275] |
| Sue venalità ed ingiustizie | [278] | |
| 397 | Crudele ed ingiusta legge di lesa Maestà | [283] |
| 399 | Ribellione di Tribigildo | [285] |
| Caduta d'Eutropio | [289] | |
| 460 | Cospirazione e caduta di Gaina | [292] |
| 397 | Elezione e merito del Grisostomo | [297] |
| 404 | Suo esilio | [307] |
| 407 | Sua morte | [309] |
| 438 | Sue reliquie trasferite a Costantinopoli | [309] |
| 408 | Morte d'Arcadio | [310] |
| Supposto suo testamento | [312] | |
| 408-415 | Amministrazione d'Antemio | [313] |
| 414-453 | Carattere ed amministrazione di Pulcheria | [315] |
| Educazione e carattere di Teodosio il Giovane | [317] | |
| 421-460 | Carattere ed avventure dell'Imperatrice Eudossia | [320] |
| 422 | Guerra persiana | [324] |
| 431-440 | L'Armenia divisa fra' Persiani ed i Romani | [327] |
| CAPITOLO XXXIII. Morte d'Onorio. Valentiniano III, Imperatore dell'Occidente. Amministrazione di Placidia sua madre. Ezio e Bonifazio. Conquista dell'Affrica fatta da' Vandali. | ||
| 423 | Ultimi anni e morte d'Onorio | [330] |
| 423-425 | Elevazione e caduta dell'usurpatore Giovanni | [332] |
| 425-435 | Valentiniano III, Imperatore dell'Occidente | [334] |
| 428-450 | Amministrazione di Placidia sua madre | [336] |
| Due suoi generali, Ezio e Bonifazio | [337] | |
| 427 | Errore e rivolta di Bonifazio nell'Affrica | [339] |
| 428 | Invita i Vandali | [340] |
| 429 | Passa in Affrica | [342] |
| Enumera il suo esercito | [342] | |
| I Mori | [343] | |
| I Donatisti | [344] | |
| 430 | Tardo pentimento di Bonifazio | [345] |
| Desolazione dell'Affrica | [347] | |
| Assedio d'Ippona | [349] | |
| Morte di S. Agostino | [350] | |
| 431 | Disfatta e ritirata di Bonifazio | [352] |
| 432 | Sua morte | [353] |
| 431-439 | Progresso de' Vandali in Affrica | [354] |
| 439 | Sorprendono Cartagine | [356] |
| Esuli e schiavi Affricani | [357] | |
| Favola de' sette Dormienti | [359] | |
| CAPITOLO XXXIV. Carattere, conquiste, e Corte di Attila Re degli Unni. Morte di Teodosio il Giovane. Innalzamento di Marciano all'Impero dell'Oriente. | ||
| 376-433 | Gli Unni | [364] |
| Loro stabilimento nella moderna Ungheria | [365] | |
| 443-453 | Regno d'Attila | [367] |
| Sua figura e carattere | [368] | |
| Acquista l'Impero della Scizia e della Germania | [371] | |
| 430-440 | Gli Unni invadono la Persia | [373] |
| 441 | Attaccano l'impero Orientale | [376] |
| Guerre degli Sciti o de' Tartari | [379] | |
| Stato degli Schiavi | [382] | |
| 446 | Trattato di pace fra Attila e l'Imperatore Orientale | [386] |
| Spirito degli Azimuntini | [388] | |
| Ambasciate spedite da Attila a Costantinopoli | [390] | |
| 448 | Ambasciata di Massimino ad Attila | [393] |
| Il villaggio e Palazzo Reale | [397] | |
| Contegno d'Attila cogli Ambasciatori Romani | [400] | |
| Conviti reali | [402] | |
| Cospirazione de' Romani contro la vita d'Attila | [404] | |
| Riprende l'Imperatore e gli perdona | [406] | |
| 450 | Muore Teodosio il Giovane | [408] |
| E gli succede Marciano | [409] | |
| CAPITOLO XXXV. Attila invade la Gallia. È rispinto da Ezio e da' Visigoti. Invade ed abbandona l'Italia. Morte d'Attila, di Ezio e di Valentiniano III. | ||
| 450 | Attila minaccia ambidue gl'Imperj e si prepara ad invader la Gallia | [410] |
| Carattere ed Amministrazione d'Ezio | [412] | |
| Sua relazione con gli Unni e gli Alani | [414] | |
| 451 | I Visigoti nella Gallia sotto il regno di Teodosio | [416] |
| 422-451 | I Franchi nella Gallia sotto i Re Merovingi | [421] |
| Avventure della Principessa Onoria | [425] | |
| Attila invade la Gallia ed assedia Orleans | [428] | |
| Alleanza de' Romani e de' Visigoti | [432] | |
| Attila si ritira nelle pianure della Sciampagna | [434] | |
| Battaglia di Scialons | [438] | |
| Ritirata d'Attila | [440] | |
| 452 | Invasion dell'Italia fatta da Attila | [443] |
| Fondazione della Repubblica di Venezia | [447] | |
| Attila fa pace co' Romani | [450] | |
| 453 | Morte d'Attila | [454] |
| Distruzione del suo Impero | [456] | |
| 454 | Valentiniano toglie la vita al Patrizio Ezio | [459] |
| E rapisce la moglie di Massimo | [461] | |
| 455 | Morte di Valentiniano | [463] |
| Sintomi di decadenza e di rovina | [463] | |
| CAPITOLO XXXVI. Sacco di Roma fatto da Genserico, Re de' Vandali. Sue depredazioni navali. Successione degli ultimi Imperatori occidentali, Massimo, Avito, Maioriano, Severo, Antemio, Olibrio, Glicerio, Nipote, Augustolo. Total estinzione dell'Impero dell'Occidente. Regno d'Odoacre, primo Re Barbaro d'Italia. | ||
| 455 | Carattere e regno dell'Imperator Massimo | [467] |
| Sua morte | [470] | |
| Sacco di Roma fatto da' Vandali | [471] | |
| L'Imperatore Avito | [475] | |
| 453-466 | Carattere di Teodorico Re de' Visigoti | [478] |
| 456 | Sua spedizione nella Spagna | [482] |
| Avito è deposto | [484] | |
| 457 | Carattere ed innalzamento di Maioriano | [487] |
| 457-461 | Salutari sue leggi | [491] |
| 457 | Maioriano si prepara ad invadere l'Affrica | [496] |
| Perdita della sua flotta | [500] | |
| 461 | Sua morte | [502] |
| 461-467 | Ricimero regna sotto nome di Severo | [503] |
| Rivolta di Marcellino nella Dalmazia | [504] | |
| E d'Egidio nella Gallia | [505] | |
| Guerra navale de' Vandali | [506] | |
| 462 | Negoziazioni coll'Impero d'Oriente | [508] |
| 457-474 | Leone Imperatore Orientale | [510] |
| 467-472 | Antemio Imperatore Occidentale | [512] |
| Solennità de' Lupercali | [515] | |
| 468 | Preparativi contro i Vandali dell'Affrica | [518] |
| La spedizione è senza felice successo | [521] | |
| 462-472 | Conquiste de' Visigoti nella Spagna e nella Gallia | [524] |
| 468 | Processo d'Arvando | [527] |
| 471 | Discordia d'Antemio e di Ricimero | [531] |
| 472 | Olibrio Imperatore dell'Occidente | [533] |
| Sacco di Roma e morte d'Antemio | [535] | |
| Morte di Ricimero | [536] | |
| E d'Olibrio | [537] | |
| 472-475 | Giulio Nipote e Glicerio Imperatori dell'Occidente | [537] |
| 475 | Del Patrizio Oreste | [539] |
| 476 | Augustolo suo figlio ultimo Imperatore dell'Occidente | [541] |
| 476-490 | Odoacre Re d'Italia | [542] |
| 476-479 | Estinzione dell'Impero Occidentale | [544] |
| Augustolo viene rilegato nella Villa di Lucullo | [546] | |
| Decadenza dello spirito Romano | [549] | |
| 476-490 | Carattere e regno d'Odoacre | [550] |
| Miserabile stato d'Italia | [552] | |
FINE DELL'INDICE.