NOTE:

[1.] Aletto, invidiosa della pubblica felicità, convoca un concilio infernale, Megera le raccomanda Ruffino suo allievo e l'eccita a far del male ec. Ma v'è tanta differenza fra la furia di Claudiano e quella di Virgilio, quanta n'è fra i caratteri di Turno e di Ruffino.

[2.] Egli è evidente (Tillemont Hist. des Emp. Tom. V. p. 770), quantunque il de Marca si vergogni di tal compatriota, che Ruffino era nato in Elusa, Metropoli della Novempopulania, ora piccolo villaggio della Guascogna: Danville Notic. de l'anc. Gaul. p. 289.

[3.] Filostorg. l. XI, c. III. colle Dissertazioni del Gotofred. p. 440.

[4.] Un passo di Suida esprime la sua profonda dissimulazione; Βαθυγνωμων αυθρωπος και κρυψὶνος; uomo taciturno e cupo.

[5.] Zosimo l. IV. p. 272, 273.

[6.] Zosimo, che descrive la caduta di Taziano e del suo figlio (l. V. p. 273, 274), asserisce la loro innocenza; e può anche la sua testimonianza preponderare alle accuse dei loro nemici (Cod. Teod. T. IV. p. 489) che gli accusano d'aver oppresso le Curie. La connessione, ch'ebbe Taziano con gli Arriani, quando fu Prefetto d'Egitto (an. 373), fa inclinare il Tillemont a credere, che fosse reo d'ogni delitto. Hist. des Emp. Tom. V. p. 360 Mem. Eccl. Tom. VI. p. 589.

[7.]

Juvenum rorantia colla

Ante patrum vultus stricta cecidere securi.

Ibat grandaevus nato moriente superstes

Post trabeas exul....

In Ruffin. I. 248.

I fatti di Zosimo spiegano le allusioni di Claudiano; ma i principali suoi interpreti non conoscevano la storia del quarto secolo. Io trovo coll'aiuto del Tillemont la fatal corda in un discorso di S. Asterio d'Amasca.

[8.] Quest'odiosa legge vien riferita e confermata da Arcadio (an. 396) nel codice Teodosiano lib. IX. Tit. XXXVIII. leg. 9. Il senso della medesima come viene spiegato da Claudiano (in Ruffin. I. 234) e dal Gotofredo (Tom. III p. 279), è perfettamente chiaro.

........ Exscindere cives

Funditus, et nomen gentis delere laborat.

Gli scrupoli del Pagi e del Tillemont non posson nascere che dal loro zelo per la gloria di Teodosio.

[9.] Amonius... Ruffinum propriis manibus suscepit sacro fonte mundatum. Vedi Rosweyde Vit. Patrum p. 947. Sozomeno (l. VIII c. 17) fa menzione della Chiesa e del Monastero, ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. IX. p. 593) rammenta questo sinodo, in cui S. Gregorio Nisseno fece una cospicua figura.

[10.] Montesquieu (Espr. des Loix l. 12 c. 12) loda una legge di Teodosio indirizzata al Prefetto Ruffino (lib. IX. Tit. IV. leg. unic.) per incoraggiare l'accusa delle parole contro il Principe o contro la Religione. Una legge tirannica prova l'esistenza della tirannia; ma un editto lodevole può solamente contenere le speciose proteste, o le inefficaci brame del Principe o dei suoi Ministri. Ho paura, che questo sia un giusto, sebbene mortificante, canone di critica.

[11.]

........ Fluctibus auri

Expleri ille calar nequit

· · · · · · · · · · · · · ·

Congestae cumulantur opes, orbisque rapinas

Accipit una domus......

Questo carattere (Claudian. in Ruffin. 2. 184-220) vien confermato da Girolamo, testimone disinteressato (dedecus insatiabilis avaritiae Tom. I ad Heliodor. p. 26), da Zosimo (l. V. p. 286) e da Suida, che copiò l'istoria d'Eunapio.

[12.]

.... Caetera segnis;

Ad facinus velox; penitus regione remotas

Impiger ire vias......

Quest'allusione di Claudiano (in Rufin., I. 241.) parimente si spiega dalla circostanziata narrazione di Zosimo, lib. V. p. 288.

[13.] Zosimo (l. IV. 243.) loda il valore, la prudenza, e l'integrità di Bautone Franco. Vedi Tillemont, Hist. des Emp. T. V., p. 771.

[14.] Arsenio fuggì dal palazzo di Costantinopoli, e passò cinquantacinque anni in rigida penitenza ne' monasteri dell'Egitto. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. XIV, p. 676., e 702, e Fleury, Hist. Eccles. Tom. V. p. 1, etc. Ma quest'ultimo per mancanza di autentici materiali ha creduto troppo alla leggenda del Metafraste.

[15.] Quest'istoria (Zosimo l. V. p. 290) prova, che tuttavia s'usavano senz'idolatria i riti matrimoniali dell'antichità dai Cristiani orientali; e la sposa era condotta per forza dalla casa de' proprj parenti a quella del marito. La forma del matrimonio, che usiamo noi, esige con minor delicatezza il pubblico ed espresso consenso d'una vergine.

[16.] Zosimo (l. V p. 290), Orosio.(l. VII. c. 37) e la cronica di Marcellino, Claudiano (in Ruffin. II 7-100) dipinge con vivi colori le angustie e le colpe del Prefetto.

[17.] Stilicone o direttamente o indirettamente forma il tema perpetuo di Claudiano. La gioventù e la vita privata dell'Eroe vengono senza connessione espresse nel poema, che fece sul primo suo consolato 35-140.

[18.] Vandalorum, imbellis, avarae, perfidae, et dolosae gentis genere editus: Orosio l. VII. c. 38. Girolamo (Tom. I. ad Geront. p. 93) lo chiama un Semi-barbaro.

[19.] Claudiano, in un poema imperfetto, fa un bello, e forse adulante ritratto di Serena. Questa favorita nipote di Teodosio era nata, come la sua sorella Termanzia, in Ispagna, di dove nella più tenera lor gioventù erano state onorevolmente condotte al palazzo di Costantinopoli.

[20.] Si potrebbe aver qualche dubbio, se quest'adozione fosse legale, o solo metaforica (Vedi du Cange Famil. Byzant. p. 75) Un'antica iscrizione dà a Stilicone il singolar titolo di Progener Divi Theodosii.

[21.] Claudiano (Laus Serenae 190-193) esprime in linguaggio poetico il dilectus equorum, ed il gemino mox idem culmine duxit agmina. L'iscrizione aggiunge Conte de' domestici: importante comando che Stilicone prudentemente potè ritenere nel colmo della sua grandezza.

[22.] I bei versi di Claudiano (in I. Cons. Stilic. II. 113) palesano il suo ingegno; ma l'integrità di Stilicone (nell'amministrazion militare) si stabilisce con molto maggior fermezza dall'involontaria testimonianza di Zosimo (lib. V. p. 245).

[23.]

... Si bellica moles

Ingrueret, quamvis annis et jure minori,

Cedere grandaevos equitum peditumque magistros

Adspiceres...

(Claudiano, Laus Seren. p. 196).

Un Generale moderno stimerebbe la lor sommissione o un eroico patriottismo o un'abbietta servitù.

[24.] Si confronti il poema sul primo Consolato (I. 95-115). coll'altro intitolato Laus Serenae (227, 237) dove disgraziatamente finisce. Noi possiamo scorgervi la profonda inveterata malizia di Ruffino.

[25.]

... Quem fratribus ipse

Discendens, clypeumque defensoremque dedisti.

Pure tal deputazione fu privata (IV. Cons. Hon. III. Cons. Honor. 142) cunctos discedere.... jubet, e perciò può esser sospetta. Zosimo e Suida applicano a Stilicone e a Ruffino l'istesso ugual titolo di Επιτροποι guardiani o tutori.

[26.] La legge Romana distingue due sorte di minorità, una che spirava all'età di quattordici e l'altra di venticinque anni. La prima era sottoposta al tutore, o guardiano della persona; la seconda al curatore, o custode de' beni (Heinec. Ant. Rom. Ad Jurispr. pertin. lib. I. Tit. XXII XXIII. p. 218, 232). Ma queste idee legali non furono mai esattamente applicate alla costituzione d'una Monarchia elettiva.

[27.] Vedi Claudiano (I, Cons. Stilic. I. 188 242), ma bisogna che accordi più di 15 giorni pel viaggio e ritorno; da Milano a Leida.

[28.] I. Cons. Stil. II. 88. 94. Non solamente le vesti ed i diademi del morto Imperatore, ma eziandio gli elmetti, le guardie delle spade, i bodrieri, le corazze ec. erano arricchite di perle, di smeraldi e di diamanti.

[29.]

.... Tantoque remoto

Principe, mutatas orbis non sensit habenas.

Quest'alta lode (I. Cons. Stilich. I. 149) si può giustificare da' timori del moribondo Imperatore (De Bell. Gildon. 292-301), e dalla pace e buon ordine, che si goderono dopo la sua morte I. Cons. Stil. I. 150-168.

[30.] La marcia di Stilicone e la morte di Ruffino son descritte da Claudiano (in Ruffin. l. II. 101-453), da Zosimo (l. V. p. 296. 297), da Sozomeno (l. VIII. c. 1), da Socrate (VI. c. 1), da Filostorgio (l. XI. c. 3 col Gotofredo p. 441) e dalla Cronica di Marcellino.

[31.] La sezione di Ruffino, che Claudiano eseguisce con la cruda freschezza d'un anatomico (in Ruffin II. 405, 415) viene anche indicata da Zosimo e da Girolamo, T. I. p. 16.

[32.] Il pagano Zosimo fa menzione del santuario e del pellegrinaggio di esse. Silvania, sorella di Ruffino, che passò la sua vita in Gerusalemme, è celebre nell'istoria Monastica. Primieramente la studiosa vergine avea diligentemente ed anche più volte letti i Commentatori della Bibbia, come Origene, Gregorio, Basilio ec., le opere de' quali ascendevano a cinque milioni di versi. In secondo luogo all'età di sessant'anni potea vantarsi di non essersi mai lavata le mani, la faccia, o alcun'altra parte di tutto il suo corpo, eccettuate le punte delle dita per ricever la Comunione. Vedi Vit. Patr. p. 779. 977.

[33.] Si veda il bell'esordio di quest'invettiva contro Ruffino, che si discute curiosamente dal Bayle Dict. Crit. Ruffin. not. E.

[34.] Vedi Cod. Teod. lib. IX. Tit. 42. Leg. 14. 15. I nuovi Ministri procurarono, con incoerente avarizia, di prender le spoglie del loro predecessore e di provvedere alla futura lor sicurezza.

[35.] Vedi Claudiano (I. Cons. Stilic. l. I. 275. 292. 296, l. II. 83), Zosimo l. V. p. 302.

[36.] Claudiano dirige il Consolato dell'Eunuco Eutropio ad una riflessione nazionale (l. II. 134).

... Plaudentem cerne Senatum

Et Byzantinos Proceres, Grajosque Quirites

O patribus plebes, o digni consule patres.

Egli è curioso d'osservare i primi sintomi della gelosia e dello scisma fra l'antica e la nuova Roma, fra i Greci ed i Latini.

[37.] Può Claudiano aver esagerato i vizi di Gildone; ma la Mauritana di lui origine, le sue notorie azioni, e le querele di S. Agostino possono giustificar lo invettive del Poeta. Il Baronio (annal. an. 398. n. 35. 56.) ha trattato della ribellione Affricana con abilità ed erudizione.

[38.]

Instat terribilis vivis, morientibus haeres,

Virginibus raptor, thalamis obscenus adulter.

Nulla quies: oritur praeda cessante libido,

Divitibusque dies, et nox metuenda maritis.

.... Mauris clarissima quaeque

Fastidita datur...

Il Baronio condanna tanto più severamente la licenziosità di Gildone, che la moglie, la figlia e la sorella di esso erano esempi di perfetta castità. Una legge Imperiale raffrena gli adulterj dei soldati Affricani.

[39.] Inque tuam sortem numerosas transtulit urbes. Claudiano (de Bell. Gildonic. 230-324) ha toccato con politica delicatezza gl'intrighi della Corte Bizantina, de' quali fa menzione anche Zosimo (l. V. p. 302).

[40.] Simmaco (l. IV. epist. 4) esprime le formalità giudiciali del Senato; e Claudiano (Cons. Stilic. l. I. 325 ec. ) sembra respirare il coraggio Romano.

[41.] Claudiano delicatamente spiega questi lamenti di Simmaco in un discorso della Dea di Roma avanti al trono di Giove (de Bell. Gild. 28-128).

[42.] Vedi Claudiano in Eutrop. l. I. 401. ec. I. Cons. Stil. l. I. 306. II. Cons. Stil. 91 ec.

[43.] Egli era d'età matura, poichè antecedentemente (an. 373) avea militato con Firmo suo fratello (Ammiano XXIX. 5). Claudiano, che conosceva la Corte di Milano si fermò nelle ingiurie piuttosto che ne' meriti di Mascezel (de Bell. Gild. 389-414). La guerra Mauritana non era degna d'Onorio o di Stilicone ec.

[44.] Claudian. Bell. Gild. 415, 423. Il cangiamento della disciplina indifferentemente gli permetteva d'usare i nomi di Legione, di Coorte, di Manipolo. Vedi Not. Imper. l. 38. 40.

[45.] Orosio (l. VII. c. 36. p. 563) aggiugne a questo racconto un'espressione di dubbio (ut ajunt) e ciò difficilmente si combina quella di Δυναμεις αδρας numerose forze, di Zosimo (l. V. p. 303). Pure Claudiano dopo qualche declamazione intorno ai soldati di Cadmo, francamente confessa, che Stilicone mandò un piccolo esercito, per timore che il ribello fuggisse; ne timere timeas I. Cons. Stilich. l. I. 314.

[46.] Claud. Rutil. Numatian. Itiner. l. 439-448. Egli di poi fa menzione (515-526) di un religioso pazzo nell'Isola di Gorgona. Per tali profane osservazioni Rutilio e i suoi seguaci son chiamati dal suo comentatore Batthio rabiosi canes diaboli. Il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. XII. p. 42) più tranquillamente osserva, che l'incredulo poeta loda quanto intende di censurare.

[47.] Orosio l. VII. c. 36. p. 564. Agostino celebra due di questi Santi dell'Isola delle Capre, Epist. 81. ap. Tillem. Mem. Eccl. Tom. XIII. p. 317 e Baron. annal. Eccl. n. 398 num. 51.

[48.] Qui termina il primo libro della guerra Gildonica. Il testo del poema di Claudiano è perduto; e non sappiamo, come o dove l'armata prendesse terra nell'Affrica.

[49.] Orosio dev'essere responsabile di tal racconto. La presunzione di Gildone, e le sue varie truppe di Barbari son rammentate da Claudiano (I. Cons. stil. l. 345-955).

[50.] S. Ambrogio, che era morto circa un anno avanti, rivelò in una visione il tempo ed il luogo della vittoria. Di poi Mascezel raccontò il suo sogno a Paolino, scrittore originale della vita del Santo, dal quale potè facilmente passare tal notizia ad Orosio.

[51.] Zosimo (l. V. p. 303) suppone un ostinato combattimento; ma la narrazione d'Orosio par che occulti un fatto reale sotto la maschera d'un miracolo.

[52.] Trabaca è situata fra le due Ippone (Cellar. Tom. II. P. 2. p. 212. Danville Tom. III. p. 84). Orosio ha nominato distintamente il campo di battaglia; ma la nostra ignoranza non può stabilirne la precisa situazione.

[53.] La morte di Gildone s'esprime da Claudiano (I. Cons. Stil. p. 357), e dai suoi migliori interpreti, Zosimo ed Orosio.

[54.] Claudiano (II. Cons. Stilich. 99-119) descrive il loro processo (tremuit quos Africa nuper, cernunt rostra reos) ed applaudisce al ristabilimento dell'antica costituzione. Qui è dove introduce quella celebre sentenza, tanto familiare agli amici del dispotismo: numquam libertas gratior extat, quam sub Rege pio..... Ma la libertà, che dipende dalla pietà regale, appena merita questo nome.

[55.] Vedi il Cod. Teod. lib. IX. Tit. XXXIX. leg. 3. tit. XL. l. 19.

[56.] Stilicone, che pretendeva un'egual parte in tutte le vittorie di Teodosio e del suo figlio, particolarmente asserisce, che l'Affrica fu ricuperata per la saviezza dei suoi consigli. Vedi un'iscrizione prodotta dal Baronio.

[57.] Ho addolcito la narrazione di Zosimo, che nella sua cruda semplicità è quasi incredibile (l. V. p. 303). Orosio condanna il vittorioso Generale (p. 538) per aver violato il diritto del Santuario.

[58.] Claudiano, come poeta laureato, compose un elaborato e serio epitalamio di 340 versi, oltre a varie giocose Fescennine, che si cantarono in tuono più licenzioso nella notte del maritaggio.

[59.]

.... Calet obvius ire

Jam Princeps, tardumque cupit discedere solem.

Nobilis haud aliter sonipes....

(De nupt. Hon. et Mariae 287) e più liberamente nelle Fescennine (112-126).

Dices, o quoties mihi dulcius

Quam flavos decies vincere Sarmatas

· · · · · · · · · · ·

Tum victor madido prosilias toro

Nocturni referent vulnera praelii.

[60.] Vedi Zosimo t. V. p. 333.

[61.] Procop. de Bell. Gothico l. I. c. II. Io ho preso la pratica generale d'Onorio, senz'adottare la strana e veramente improbabil novella, riferita dall'istorico Greco.

[62.] Le lezioni di Teodosio, o per meglio dir di Claudiano (IV. Cons. Honor. 214-418) potrebber formare una bella istruzione pel futuro Principe di una libera e vasta nazione. Ma questa era troppo superiore ad Onorio ed a' depravati suoi sudditi.

[63.] Si fa distintamente menzione della ribellione dei Goti, e del blocco di Costantinopoli da Claudiano (in Rif. l. II. 7-10), da Zosimo (l. V. p. 292) e da Giornandes (de reb. Get. c. 29).

[64.]

.... Alii per toga ferocis

Danubii solidata ruunt; expertaque remis

Frangunt stagna rotis.

Claudiano ed Ovidio spesse volte divertono la lor fantasia col mescolar le metafore e le proprietà della liquida onda e del solido ghiaccio. In questo facil esercizio s'è impiegato molto falso spirito.

[65.] Girol. tom. I. p. 26. Ei procura di consolare Eliodoro, Vescovo d'Altino, suo amico, della perdita di Nepoziano, nipote di lui, con una curiosa ricapitolazione di tutte le pubbliche e private disgrazie di quei tempi. (Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. XII. p. 200).

[66.] Baltha o Ardita: origo mirifica, dice Giornandes (c. 26). Quest'illustre stirpe continuò lungamente a fiorire in Francia nella Gotica provincia di Septimania o della Linguadoca sotto il corrotto nome di Baux: ed un ramo di quella famiglia dopo si stabilì nel regno di Napoli (Grot. in Prolegom. ad Hist. Gotich. p. 53). I Signori di Baux vicino ad Arles, e di settantanove luoghi loro subordinati, erano indipendenti dai Conti di Provenza: Longuerne Descript. de la France T. I. p. 357.

[67.] Zosimo (l. V. p. 293-295) è la guida migliore che abbiamo per la conquista della Grecia; ma i cenni e le allusioni di Claudiano sono altrettanti raggi d'istorica luce.

[68.] Si paragoni Erodoto (l. VII. c. 176) con Livio (XXXVI. 15). Lo stretto ingresso della Grecia era stato probabilmente allargato da qualche infelice invasore.

[69.] Egli passò, dice Eunapio (in vit. Philos. p. 93. Edit. Commelin. 1596) per lo stretto δια των πυλον παρηλθει ωσπερ δια σαδιου και ιπποκροτου πεδιου τρεχων passa per le Termopile come correndo per uno stadio o per un campo che risuona di cavalli.

[70.] Per condiscendere a Girolamo e a Claudiano (in Ruffin. l. II. 191) ho mescolato alcuni più scuri colori nella dolce rappresentazione di Zosimo, che desiderava di mitigare la calamità d'Atene.

Nec fera Cecropias traxissent vincula matres.

Sinesio (Epist. 156. p. 272. Edit. Patav.) osserva, che Atene, di cui attribuisce le disgrazie all'avarizia del Pro-Console, era in quel tempo meno famosa per le sue scuole di filosofia, che pel commercio che faceva di mele.

[71.]

.... Vallata mari Scironia rupes

Et duo continuo connectens aequora muro

Isthmos....

Claudian. de Bell. Getic. 188.

Gli scogli Scironj son descritti da Pausania (l. I. c. 44. p. 107. Edit. Kahn.) e da' nostri moderni viaggiatori, Wheeler (p. 436) e Chandler (p. 298). Adriano rendè la strada capace di due carri.

[72.] Claudiano (in Ruffin. l. II. 186. e de Bell. Get. 611.) senz'ordine, quantunque con forza, descrive quella scena di rapina e di distruzione.

[73.] Τρις μακαρες Δαναιο και τετρακις, Tre e quattro volte beati Greci ec. Questi generosi versi d'Omero (Odyss. l. V. 306) furon trascritti da uno dei giovani schiavi di Corinto: e le lacrime di Mummio posson provare, che il rozzo conquistatore, quantunque ignorasse il valore di una pittura originale, possedeva la più pura sorgente del buon gusto, cioè un cuore. Plutarc., Sym. posiac. l. IX. Tom. II p. 737. Edit. Weebel.

[74.] Omero continuatamente descrive l'esemplare pazienza di queste schiave, che accordavano le loro grazie, ed anche i loro cuori agli uccisori dei loro padri, fratelli, ec. Racine tocca con ammirabil delicatezza tal passione d'Erifile per Achille.

[75.] Plutarco (in Pyrrho. Tom. II. p. 471. Edit. Brian.) esprime la risposta genuina in dialetto laconico. Pirro attaccò Sparta con 25000 fanti, 2000 cavalli e 24 elefanti, e la difesa di quell'aperta città è un bel comento alle leggi di Licurgo, anche nell'ultimo stato di decadenza.

[76.] Quale per avventura l'ha dipinto sì nobilmente Omero (Iliad. XX. 164).

[77.] Eunapio (in vit. Philos. p. 90-93) dichiara che una truppa di Monaci tradì la Grecia e seguì il campo Gotico.

[78.] Quanto alla guerra Greca di Stilicone, si confronti l'ingenua narrazione di Zosimo (l. V. p. 295-296) con la curiosa e circostanziata adulazione di Claudiano (I. Cons. Stilich. l. I. 172-186. IV. Cons. Honor. 459-477). Siccome l'evento non fu glorioso, viene artificiosamente gettato nell'ombra.

[79.] Le truppe, che passavano per Elide, mettevano giù le loro armi. Questa sicurezza arricchì gli Eleati, che amavan la vita campestre. Le ricchezze produssero l'orgoglio; essi sdegnarono il lor privilegio, e ne riportarono danno. Polibio li consiglia a ritirarsi un'altra volta dentro il magico loro cerchio. Vedasi un dotto e giudizioso discorso sui giuochi Olimpici, che il West ha premesso alla sua traduzione di Pindaro.

[80.] Claudiano (in IV. Cons. Hon. 486) allude al fatto senza nominare il fiume, forse l'Alfeo (I. Cons. l. I, 185.)

.... Et Alpheus Geticus angustus acervis

Tardior ad Siculos etiam num pergit amores.

Pure io preferirei il Peneo, basso fiume in un largo e profondo letto, che scorre per Elide, e si getta nel mare sotto Cillene. Esso fu congiunto coll'Alfeo per purgare la stalla d'Augia; Cellar. Tom. I. p. 760. Viagg. di Chandler p. 286.

[81.] Strabon. l. VIII. p. 517. Plin., Hist. nat. IV. 3. Wheeler p. 308. Chandler p. 275. Essi misurarono da diversi punti la distanza fra le due terre.

[82.] Sinesio passò tre anni (dal 397 al 400) in Costantinopoli, come deputato da Cirene all'Imperatore Arcadio. Esso gli presentò una corona d'oro, e recitò in sua presenza l'istruttiva orazione de Regno (p. 1-32 edit. Petav. Par. 1611). Il Filosofo fu fatto Vescovo di Tolemaide nel 410 e morì verso il 430. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. XII. p. 499, 554, 683-685.

[83.] Sinesio, de Regno p. 21-26.

[84.]

... Qui foedera rumpit

Ditatur; qui servat, eget: vastator Achivae

Gentis et Epirum nuper populatus inultam

Praesidet Illyrico: jam, quos obsedit, amicos

Ingreditur muros; illis responsa daturus,

Quorum conjugibus potitur, natosque peremit.

Claudiano, in Eutrop. l. II, 212. Alarico applaudisce alla propria politica (de Bell. Get. 633-64) nell'uso che fece di questa giurisdizione nell'Illirico.

[85.] Giornandes c. 29. p. 651. L'istorico Goto aggiunge con insolito spirito: Cum suis deliberans, suasit suo labore quaerere regna, quam alienis per otium subjacere.

[86.]

Discors, odiisque anceps civilibus Orbis,

Non sua vis tutata diu, dum foedera fallax

Ludit, et alternae perjuria venditat aulae.

Claudian., de Bell. Getic. 565.

[87.]

Alpibus Italiae ruptis penetrabis ad urbem.

Quest'autentica predizione fu annunziata da Alarico, o almeno da Claudiano (de Bell. Get. 547), sette anni avanti del successo. Ma siccome non fu adempita dentro il termine che si era baldanzosamente fissato, gl'interpreti se ne sono disimpegnati per mezzo d'un ambiguo senso.

[88.] I migliori materiali che abbiamo, sono 970 versi di Claudiano nel poema della guerra Gotica, e nel principio di quello, che celebra il sesto consolato d'Onorio. Zosimo è in perfetto silenzio; e noi siam ridotti a quegli avanzi o piuttosto bricioli, che possiam trovare in Orosio e nelle Croniche.

[89.] Non ostanti gli errori grossolani di Giornandes, che confonde fra loro le guerre Italiche d'Alarico (c. 29) la data, che ei cita del Consolato di Stilicone e d'Aureliano (an. 400) è fissa e rispettabile. Egli è certo, secondo Claudiano (Tillem., Hist. des Emp. Tom. V. p. 804), che la battaglia di Pollenzia seguì nel 403; ma non possiamo facilmente riempire quest'intervallo.

[90.] Tantum Romanae Urbis judicium fugis, ut magis obsidionem barbaricam, quam pacatae urbis judicium velis substinere; Girol. Tom. II. p. 239. Ruffino conobbe il proprio pericolo: la pacifica città era infiammata dalla vecchia Marcella, e dal restante della fazione di Girolamo.

[91.] Gioviano, nemico del celibato e de' digiuni, che fu perseguitato ed insultato dal furioso Girolamo (Jortin., Osserv. Vol. IV. p. 104). Vedasi l'original editto d'esilio nel Cod. Teod. lib. XVI. Tit. V. leg. 43.

[92.] L'epigramma De sene Veronensi, qui suburbium numquam egressus est, è una delle prime e più piacevoli composizioni di Claudiano. L'imitazione di Cowley (Ediz. di Hurd vol. II. p. 251) ha dei tratti naturali e felici; ma è molto inferiore al ritratto originale che è tolto evidentemente dal vero.

[93.]

Ingentem meminit parvo qui germine quercum,

Aequaevumque videt consenuisse nemus

[94.] Claudian., de Bell. Get. 199, 266. Ei può sembrare prolisso; ma il timore e la superstizione occupavano altrettanto spazio nelle menti degl'Italiani.

[95.] Dal passo di Paolino, che è allegato dal Baronio (Annal. Eccl. an. 403. n. 51) si chiarisce, che una generale agitazione avea penetrato tutta l'Italia, fino a Nola nella Campania, dove quel famoso penitente aveva stabilito la sua dimora.

[96.] Solus erat Stilicho. Tal è l'esclusiva lode, che gli dà Claudiano (de Bell. Get. 267) senza neppur eccettuare l'Imperatore. Quanto insignificante dovea comparire Onorio nella sua propria Corte!

[97.] Si descrivono eccellentemente la faccia del paese, e l'ardire di Stilicone, de Bell. Get. 340-363.

[98.]

Venit et extremis legio praetenta Britannis,

Quae Scoto dat fraena truci... (De Bell. Get. 416).

Pure la più rapida marcia da Edimburgo, o da Newcastle a Milano esigeva necessariamente uno spazio di tempo più lungo di quello che Claudiano pare che assegni alla durata della guerra Gotica.

[99.] Ogni viaggiatore dee rammentarsi la situazione della Lombardia (Vedi Fontanelle Tom. V. p. 279) che è spesso tormentata da una capricciosa ed irregolare abbondanza di acque. Gli Austriaci avanti a Genova erano accampati nel secco letto della Polcevera, nè sarebbe (dice il Muratori) «mai passato per la mente a que' buoni Alemanni, che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante» Annal. d'Ital. Tom. XVI. p. 443. Milano 1753-8.

[100.] Claudiano, in vero, non risponde chiaramente alla nostra domanda, dove trovavasi Onorio medesimo? Pure la fuga viene indicata dalla caccia, e si conferma la mia idea della guerra Gotica dai Critici Italiani, Sigonio (T. I. P. II. 369 de Imp. Occid. l. X.), e Muratori (Annal. d'Ital. T. IV. p. 45).

[101.] Può indicarsi a quest'effetto una delle strade, che si trovano negl'Itinerarj (p. 98, 288, 294) con le note del Wesseling. Asti è qualche miglio sulla destra.

[102.] Asti o Asta, colonia Romana, è presentemente la capitale d'una piacevol Contea, che nel decimosesto secolo passò ne' Duchi di Savoia (Leandro Alberti, Descriz. d'Ital. p. 382).

[103.] Nec me timor impulit ullus. Egli poteva tenere questo superbo linguaggio l'anno seguente a Roma, cinquecento miglia lontano dal luogo del pericolo (VI. Cons. Hon. 449).

[104.]

Hanc ego vel victor regno, vel morte tenebo

Victus, humum etc.

I discorsi (de Bell. Get. 479-549) del Nestore, e dell'Achille de' Goti son forti, caratteristici, adattati alle circostanze e forse non meno genuini di quelli di Livio.

[105.] Ad Orosio (l. VII. c. 37) fa colpo l'empietà de' Romani, che attaccarono la Domenica di Pasqua Cristiani così devoti. Pure nel tempo stesso facevansi pubbliche preghiere alle reliquie di S. Tommaso d'Edessa per la distruzione dell'Arriano devastatore. Vedi Tillemont (Hist. des Emp. Tom. V. p. 529) che cita un'Omelia, che fu erroneamente attribuita a S. Grisostomo.

[106.] I vestigi di Pollenzia giaciono venticinque miglia al sud-est di Torino. Urbs, nelle medesime vicinanze, era una caccia reale de' Re di Lombardia, ed un piccolo fiume, che scusò la predizione, penetrabis ad Urbem. (Cluver., Ital. antiq. Tom. I. p. 83-85).

[107.] Orosio desidera d'indicare in dubbiosa parole la disfatta de' Romani; Pugnantes vicinus, victores victi sumus, Prospero (in Chronic.) la chiama un'uguale e sanguinosa battaglia; ma gli scrittori Gotici, come Cassiodoro (in Chronic.) e Giornandes (de reb. Get. 2, 29) pretendono una decisiva vittoria.

[108.]

Demens Ausonidum gemmata monilia matrum,

Romanasque alta famulas cervice petebat.

(De bell. Get. 627).

[109.] Claudiano (de bell. Get. 580. 647) e Prudenzio (in Symmach. l. II. 694-719) celebrano senz'ambiguità la Romana vittoria di Pollenzia. Sono essi scrittori poetici e parziali; ma si dee prestar qualche fede a' testimoni anche più sospetti, che son frenati dalla recente notorietà de' fatti.

[110.] La perorazione di Claudiano è forte ed elegante; ma l'identità del campo Cimbrico e del Gotico si deve intendere (come il Filippi di Virgilio Georg. I. 490) secondo la libera Geografia d'un Poeta. Vercelli e Pollenzia son distanti sessanta miglia fra loro; e la differenza è anche maggiore, se i Cimbri fossero stati disfatti nella vasta e nuda pianura di Verona (Maffei, Veron. Illustr. P. I. 54-62).

[111.] Bisogna esaminare rigorosamente Claudiano e Prudenzio, per ridurre le figure, ed estorcere il senso istorico di que' Poeti.

[112.]

Et gravant en airain ses frêles avantages

De mes états conquis enchaîner les images.

Era famigliare a' Romani la pratica d'esporre in trionfo le immagini de' Re e delle Province. Il busto di Mitridate medesimo, d'oro massiccio, era alto dodici piedi. Freinshem, Suppl. Livian. 103. 47.

[113.] La guerra Gotica ed il sesto Consolato di Onorio, legano oscuramente insieme gli avvenimenti della ritirata di Alarico e delle sue perdite.

[114.] Taceo de Alarico.... saepe victo, saepe concluso, semperque dimisso. Orosio l. VII. c. 37. p. 567. Claudiano (VI. Cons. Hon. 320) tiravi sopra un velo con una delicata immagine.

[115.] L'avanzo del poema di Claudiano sul sesto Consolato d'Onorio descrive il viaggio, il trionfo ed i giuochi (330-660).

[116.] Vedasi l'inscrizione nell'Istoria degli antichi Germani di Mascou VIII. 12. Le parole sono positive ed indiscrete, Getarum nationem in omne oevum domitam etc.

[117.] Sopra il curioso, quantunque orrido, soggetto dei Gladiatori si consultino i due libri dei Saturnali di Lipsio, che come Antiquario è disposto a scusare la pratica dell'antichità Tom. III. p. 483-545.

[118.] Cod. Theod. lib. XV. Tit. XII. leg. 1. Il comentario del Gotofredo somministra (Tom. V. p. 396) dei gran materiali per la storia dei Gladiatori.

[119.] Vedasi la perorazione di Prudenzio (in Symmac. l. II, 1121-1131) che senza dubbio avea letto l'eloquente invettiva di Lattanzio (Divin. Instit. l. VI. c. 20). Gli Apologisti Cristiani non hanno risparmiato questi sanguinosi giuochi, che s'erano introdotti nelle feste religiose del Paganesimo.

[120.] Teodoret. l. V. c. 28. Io bramo di creder la storia di S. Telemaco. Pure non è stata dedicata veruna Chiesa, nessun altare è stato eretto all'unico monaco, che morì martire nella causa dell'umanità.

[121.] Crudele Gladiatorum spectaculum, et inhumanum nonullis videri solet, et haud scio, an ita sit, ut nunc fit: Ciceron. Tusc. II. 17. Egli debolmente censura l'abuso, e con calore difende l'uso di questi divertimenti: Oculis nulla poterat esse fortior contra dolorem et mortem disciplina. Seneca (Epist. 7.) dimostra sentimenti d'uomo.

[122.] Questo ragguaglio di Ravenna è tratto da Strabone (l. V. p. 327), da Plinio (III. 20), da Stefano di Bisanzio (V. Ραβεννα p. 651. Edit. Berhel), da Claudiano (in VI. Cons. Hon. 494 ec.), da Sidonio Apollinare (l. I. Epist. V. 8), da Giornandes (de Reb. Get. c. 29), da Procopio (de Bell. Got. l. I. c. I. p. 309. Edit. Leuvr.), e dal Cluverio (Ital. Antiq. T. I. p. 301-307). Pure io sono ancora mancante d'un Antiquario locale, e d'una buona carta topografica.

[123.] Marziale (Epigr. III. 56, 57) scherza sull'inganno d'un furbo, che gli avea venduto del vino invece d'acqua; ma seriamente dichiara, che in Ravenna una cisterna è più valutabile d'una vigna. Sidonio si duole, che la città è priva di fonti e di acquedotti, e pone la mancanza d'acqua fresca nel numero de' mali locali, come del gridar dei ranocchi, del pungere degli insetti ec.

[124.] La favola di Teodoro e d'Onorio, che Dryden ha sì mirabilmente preso dal Boccaccio (Giorn. III novell. 8) seguì nel bosco di Chiassi, voce corrotta da Classis, navale stazione, che con la strada o sobborgo intermedio, via Caesaris, formava la triplice città di Ravenna.

[125.] Dall'anno 404 in poi le date del Codice Teodosiano divengono permanenti in Costantinopoli ed in Ravenna. Vedi la Cronologia delle Leggi del Gotofredo Tom. I. p. 148.

[126.] Vedi Deguignes Hist. des Huns Tom. I. p. 179, 189, T. II. p. 295, 334, 338.

[127.] Procopio (de Bell. Vandal l. I. c. 3. p. 182.) ha fatto menzione d'un'emigrazione dalla palude Meotide al Settentrione della Germania, ch'esso attribuisce alla carestia. Ma i suoi lumi d'istoria antica sono estremamente oscurati dall'ignoranza e dall'errore.

[128.] Zosimo (l. V. p. 331) usa la generale espressione di nazioni di là dal Danubio e dal Reno. Anche i vari epiteti, che ogni antico scrittore può avere accidentalmente usato, indicano manifestamente la lor situazione, e conseguentemente i loro nomi.

[129.] Il nome di Radagast era quello d'una Divinità locale degli Obotriti (in Meclemburgo). Un Eroe potrebbe naturalmente aver preso il nome del suo Dio tutelare; ma non è probabile, che i Barbari adorassero un Eroe sfortunato. Vedi Mascou Ist. de' Germani 8. 14.

[130.] Olimpiodoro appresso Fozio (p. 180) usa il vocabolo greco όπτϊμάτοι, che non dà alcuna idea precisa. Io sospetto, che fossero Principi e nobili coi loro fedeli compagni, cavalieri coi loro scudieri, come si sarebber chiamati alcuni secoli dopo.

[131.] Tacit. De morib. German. c. 37.

[132.]

.... Cujus agendi

Spectator vel causa fui.

Claudian. VI. Cons. Hon 439.

Tale è il modesto linguaggio d'Onorio, trattando della guerra Gotica, ch'egli aveva veduta alquanto più da vicino.

[133.] Zosimo (l. V. p. 331) trasporta la guerra e la vittoria di Stilicone oltre il Danubio; strano errore, che viene imperfettamente e di mala grazia medicato leggendo Αρνον per l'ϛρον (Tillemont Hist. des Emp. Tom. V. p. 807). Da buoni politici noi dobbiamo far uso di Zosimo senza stimarlo o fidarci di lui.

[134.] Cod. Theod. lib. VII. Tit. XIII. leg. 16. La data di questa legge 18 Maggio 406 persuade me, come ha persuaso il Gotofredo (Tom. II. p. 387) del vero anno dell'invasione di Radagasio. Il Tillemont, il Pagi, ed il Muratori preferiscono l'anno antecedente, ma essi vengono astretti da certe obbligazioni di civiltà e di rispetto verso S. Paolino di Nola.

[135.] Poco dopo che Roma fu presa dai Galli, il Senato, in un subitaneo bisogno armò dieci legioni, cioè 3000 cavalli, e 42000 fanti; forza che la città non avrebbe potuto somministrare sotto Augusto; Liv. VII. 25. Questa proposizione può imbarazzare un antiquario, ma vien chiaramente spiegata dal Montesquieu.

[136.] Machiavello ha dimostrato, almeno come filosofo, che Firenze trasse insensibilmente l'origine dal commercio che si faceva dalla rupe di Fiesole alle rive dell'Arno (Ist. Fior. Tom. I. l. II. p. 37. Londra 1747). I Triumviri mandarono una colonia a Firenze, che al tempo di Tiberio (Tacit. Annal. I. 79) meritò la riputazione ed il nome di città che fiorisce. Vedi Cluver. Ital. antiq. Tom. I p. 507, ec.

[137.] Il Giove però di Radagaiso, che adorava Thot e Woden, era molto diverso dal Giove Olimpico o Capitolino. L'indole condiscendente del Politeismo potea congiungere quelle varie e distanti Divinità. Ma i veri Romani abborrivano i sacrifizi umani de' Germani e de' Galli.

[138.] Paolino (in vit. Ambros. c. 50) riferisce quest'istoria ch'egli attinse dalla bocca di Pansofia medesima, pia matrona di Firenze. Pure l'Arcivescovo presto cessò di prender parte attivamente negli affari del Mondo, e non fu giammai un santo popolare.

[139.] Agostin. de Civit. Dei. V. 25. Oros. l. VII. c. 37. p. 567-571. I due amici scrissero nell'Affrica dieci o dodici anni dopo la vittoria; e l'autorità loro è seguitata implicitamente da Isidoro di Siviglia (In Chron. p. 713. Edit. Grot.). Quanti fatti interessanti avrebbe Orosio potuto inserire nello spazio, che è consacrato da lui ad un pio non senso?

[140.]

Franguntur montes, planumque per ardua Caesar

Ducit opus: pandit fossas, turritaque summis

Disponit castella jugis, magnoque recesso.

Amplexus fines, saltus numerosaque tesqua

Et silvas, vastaque feras indagine claudit.

Pure la semplice verità (Caes. de Bell. Civ. III. 44) è molto più grande delle amplificazioni di Lucano (Phars. l. VI. 2963).

[141.] Le oratorie espressioni d'Orosio «in arido et aspero montis jugo,» «in unum ac parvum verticem» non sono molto adattate all'accampamento d'un grand'esercito. Ma Fiesole, distante solo tre miglia da Firenze, potea somministrare sufficiente spazio pei quartieri di Radagaiso, ed esser compresa dentro il cerchio delle linee Romane.

[142.] Vedi Zosimo l. V. p. 331, e le Croniche di Prospero e di Marcellino.

[143.] Olimpiodoro (appresso Fozio p. 180) usa un'espressione προσηταιρισατο se l'era fatto amico, che indicherebbe una stretta ed amichevole alleanza, e renderebbe tanto più reo Stilicone. Le parole paulisper detentus, deinde interfectus d'Orosio sono sufficientemente odiose.

[144.] Orosio, piamente inumano, sacrifica il Re ed il popolo, Agag e gli Amaleciti, senza un sintomo di compassione. Il sanguinoso attore è meno detestabile del freddo insensibil Istorico.

[145.] E la musa di Claudiano dormiva ella? Era forse stata mal pagata? Sembra, che il settimo Consolato d'Onorio (an. 407) avrebbe somministrato il soggetto d'un nobil poema. Prima che si conoscesse, che lo Stato non poteva più a lungo salvarsi, Stilicone (dopo Romolo, Camillo e Mario) avrebbe meritato il nome di quarto fondatore di Roma.

[146.] Un luminoso passo della Cronica di Prospero in tres partes per diversos Principes divisus exercitus, limita il miracolo di Firenze, e connette l'istoria dell'Italia, della Gallia e della Germania.

[147.] Orosio e Girolamo positivamente l'accusano d'avere instigato l'invasione: Excitatae a Stilichone gentes etc. Bisogna intendere indirettamente. Ei salvò l'Italia a spese della Gallia.

[148.] Il Conte di Buat è persuaso, che i Germani, i quali invasero la Gallia, fossero i due terzi rimasti dell'armata di Radagaiso. Vedi l'Histoir. ancien. des peuples de l'Europe, Tom. VII. p. 87-121, Paris 1772; elaborata opera, che non ho avuto il vantaggio di leggere fino all'anno 1777. Trovo la medesima idea espressa in un rozzo sbozzo della presente storia fino all'anno 1771, e dopo mi si è presentata una simile osservazione in Mascou (VIII. 15). Tale conformità, senza alcuna vicendevole comunicazione, può dar qualche peso al nostro comun sentimento.

[149.]

... Provincia missos

Expellet citius fasces, quam Francia Reges

Quos dederis....

Claudiano (i. Cons. Stil. l. 1. 235. ec.) è chiaro e soddisfacente. Questi Re di Francia sono ignoti a Gregorio di Tours; ma l'autore delle Gesta Franc. fa menzione tanto di Sunno che di Marcomiro, e nomina l'ultimo come padre di Feramondo (Tom. II. p. 545). Sembra, che abbia tratto le sue notizie da buoni materiali, che ei non intendeva.

[150.] Vedi Zosimo (l. V. p. 373). Orosio (l. II. c. 9. p. 165 nel secondo volume degli Istorici di Francia) ha conservato un valutabil frammento di Renato Profuturo Frigerido, i tre nomi del quale indicano un Cristiano, un suddito Romano, ed un Semibarbaro.

[151.] Claudiano (Cons. Stil. l. I. 221. l. II. 186) descrive la pace e la prosperità della frontiere Gallica. L'Abate Dubos (Hist. Crit. Tom. I. p. 174) leggerebbe Alba (ignoto ruscello delle Ardenne) invece d'Albis, e si diffonde nel pericolo del bestiame Gallico, che pascola di là dall'Elba. Questa è una stoltezza. Nella Geografia poetica l'Elba e l'Ercinia indicano qualunque fiume o qualunque selva nella Germania. Claudiano non è preparato all'esame rigoroso dei nostri antiquari.

[152.]

... Geminasque viator

Cum videat ripas, quae sit Romana requirat.

[153.] Girolam. Tom. I. p. 93. Vedi nel primo volume degli Storici di Francia p. 777-782 gli accurati estratti del Carmen de Provident. Divin. e Salviano. L'anonimo poeta medesimo era prigioniero insieme col proprio Vescovo e coi suoi cittadini.

[154.] La dottrina Pelagiana, che s'agitò per la prima volta nell'anno 405, fu condannata nello spazio di dieci anni in Roma ed in Cartagine. S. Agostino combattè, e vinse: ma la Chiesa Greca favorì i suoi avversari, e (quel che è assai singolare) il popolo non prese parte veruna in una disputa, che non poteva intendere.

[155.] Vedi le Memorie di Guglielmo du Bellay l. VI.

[156.] Claudian. I. Cons. Stil. l. II. 250. Si suppone, che gli Scoti d'Irlanda invadessero per mare tutta la costa occidentale della Britannia; e può darsi qualche tenue fede anche a Nennio, ed alle tradizioni Irlandesi (Carte Istor. d'Inghilterra vol. I. p. 169. Whitaker Genuin. Istor. dei Brettoni p. 199). Le sessantasei vite di S. Patrizio, che sussistevano nel nono secolo, dovevano contenere altrettante migliaia di bugie; pure possiamo credere, che il futuro Apostolo fosse condotto via schiavo in una di queste invasioni Irlandesi (Usser. Antiquit. Eccles. Britann. p. 431. e Tillemont Mem. Eccl. Tom. XVI. p. 456, 782).

[157.] Gli usurpatori Britannici son presi da Zosimo (l. VI p. 371-375), da Orosio (l. VII c. 40. p. 576, 577), da Olimpiodoro (ap. Phot. pag. 181), dagl'Istorici Ecclesiastici, e Croniche. Ai Latini però non è noto Marco.

[158.] Cum in Costantino incostantiam.... execrarentur (Sidon. Apollinar. l. V. epist. 9. p. 159. Edit. Secund. Sirmond). Sidonio però potè esser tentato da un bisticcio sì bello ad infamare un Principe, che aveva disonorato il suo avo.

[159.] Il nome, che Zosimo dà loro, è Bagaudae. Forse meritavano un carattere meno odioso (Vedi Dubos Hist. Crit. Tom. I. p. 203 e quest'Istoria). Noi avremo occasione di sentirne parlare di nuovo.

[160.] Veriniano, Didimo, Teodosio, e Lagodio, che nelle Corti moderne si chiamerebbero Principi del sangue, non eran distinti con verun grado o privilegio dal resto dei sudditi.

[161.] Questi Honoriani, o sia Honoriaci, contenevano due truppe di Scoti o Attacotti, due di Mori, due di Marcomanni, i Vittori, gli Ascarj, ed i Gallicani, Notit. Imper. Sect. Edit. Labb. Essi formavano una parte dei sessantacinque Auxilia Palatina, e sono propriamente chiamati da Zosimo l. VI. p. 374 εη τη αυλη ταξεις, milizie della Corte.

[162.]

... Comitatur euntem

Pallor, et atra fames; et faucia lividus ora

Luctus, et inferni stridentes agmine morbi.

Claud. in IV. Cons. Hon. 321.

[163.] Questi oscuri fatti sono investigati dal. Conte Di Buat (Hist. des Peuples de l'Europe T. VII. c. 3, VIII. p 69. 206) la cui laboriosa esattezza alle volte può stancare un lettore superficiale.

[164.] Vedi Zosimo l. V. p. 334, 335. Esso interrompe la breve sua narrazione per riferire la favola d'Emona, e della nave Argo, che fu tratta per terra da quel luogo sino all'Adriatico. Sozomeno (l. VIII, c. 25) e Socrate (l. VII. c. 10) vi gettano una dubbiosa e pallida luce, ed Orosio (l. VII. c. 38. p. 571) è abbominevolmente parziale.

[165.] Zosimo (l. V. p. 338, 339) ripete le parole di Lampadio, come dette in Latino, non est ista pax, sed pactio servitutis, e quindi le traduce in Greco per comodo dei suoi lettori.

[166.] Egli era venuto dalla costa del Ponto Eussino, ed esercitava uno splendido ufizio, λαμπρας δε στρατειας εν τοις βασιλειοις αξιουμενος; insignito d'un ragguardevol posto militare fra gl'Imperiali. Le sue azioni giustificano il suo carattere, che Zosimo (l. V. p. 340) espone con visibile compiacenza. Agostino venerò la pietà d'Olimpio, che esso chiama vero figlio della Chiesa. Baron. Annal. Ecclesiastic. Ann. n. 19 ec. Tillemont Mémoir. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 467, 468. Ma queste lodi, che il Santo Affricano dà così indegnamente, potevan procedere da ignoranze ugualmente che da adulazione.

[167.] Zosimo l. V p. 339, 339. Sozomeno l. IX. c. 4. Stilicone propose d'intraprendere il viaggio di Costantinopoli, per divertire Onorio da quel vano pensiero. L'Impero Orientale non avrebbe obbedito, e non si sarebbe potuto vincere.

[168.] Zosimo (l. V. p. 336-345) ha copiosamente ma senza chiarezza riferito la disgrazia e la morte di Stilicone. Olimpiodoro (appresso Fozio p. 177), Orosio (lib. VII c. 38. p. 571, 572), Sozomeno (l. IX. c. 4), e Filostorgio (l. XI. c. 3. l. XII. c. 2) suppliscono un qualche barlume.

[169.] Zosimo l. V. p. 333. Il matrimonio d'un Cristiano con due sorelle, scandalizza il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 557.) che aspetta in vano di trovare che il Papa Innocenzio I. operasse qualche cosa in questo articolo, o censurando, o dispensando.

[170.] Si fa onorevol menzione di due suoi amici da Zosimo (l. V. p. 346.), cioè di Pietro Capo della scuola dei Notari, e di Deuterio, Gran Ciamberlano. Stilicone s'era assicurato della Camera; e fa maraviglia, che sotto un Principe debole tal precauzione non fosse capace di renderlo sicuro.

[171.] Sembra, che Orosio (l. VII. c. 38. p. 571, 572) copiasse i falsi e furiosi manifesti, che si sparsero per le Province dalla nuova amministrazione.

[172.] Vedi il Cod. Teod. lib. VII. Tit. XVI. leg. I. lib. IX. Tit. XLIII. leg. XXII. Stilicone vien notato col nome di praedo publicus, che impiegava le sue ricchezze ad omnem ditandam inquietandamque Barbariem.

[173.] Agostino medesimo è contento dell'efficaci leggi, che Stilicone avea pubblicato contro gli Eretici e gli idolatri, e che tuttavia sussistono nel Codice Teodosiano. Ei solo prega Olimpio a confermarle. Baron. Annal. Eccles. an. 408. n. 19.

[174.] Zosimo l. V. p. 351. Noi possiamo osservare il cattivo gusto di quei tempi nell'ornare le statue con tali inetti abbigliamenti.

[175.] Vedi Rutilio Numaziano (Itiner. l. II. 41. 60), al quale il religioso entusiasmo ha dettato alcuni eleganti e vigorosi versi. Stilicone tolse ancora le lastre d'oro dalle porte del Campidoglio, e lesse una profetica sentenza, che era incisa sotto di quelle (Zosimo l. V. p. 352). Quelle sono vane istorie; l'accusa però d'empietà aggiunge peso e credito alla lode che Zosimo dà con ripugnanza alle sue virtù.

[176.] Alle nozze d'Orfeo (modesta comparazione!) tutte le parti della natura animata contribuirono i varj lor doni, e gli Dei stessi arricchirono il lor favorito. Claudiano non aveva nè greggi nè armenti, nè viti, nè ulivi. La sua ricca sposa suppliva a tutto questo. Ma egli portò nell'Affrica una lettera commendatizia di Serena, sua Giunone, e fu reso felice (Epist. II ad Serenam).

[177.] Claudiano sentiva l'onore come uno che lo merita (in Praef. Bell. Get.). L'originale inscrizione in marmo si trovò a Roma nel secolo decimoquinto in casa di Pomponio Leto. Avrebbe dovuto erigersi la statua d'un poeta molto superiore a Claudiano nel tempo della sua vita dagli uomini di lettere suoi nazionali e contemporanei. Questo era un nobil disegno!

[178.] Vedi l'epigramma XXX.

Mallius indulget somno noctesque diesque:

In somnis Pharius sacra, profana rapit.

Omnibus hoc, Italae gentes, exposcite votis,

Mallius ut vigilet, dormiat ut Pharius.

Adriano era Fario (d'Alessandria). Vedasi la sua vita pubblicata dal Gotofredo; Cod. Theod. Tom. VI. p. 364. Mallio non dormiva sempre. Compose alcuni eleganti dialoghi sopra i Greci sistemi di Filosofia naturale: Claud. in Mal. Theodor, Conf. 61-112.

[179.] Vedasi la prima lettera di Claudiano. Pure in alcuni luoghi cert'aria di sdegno o d'ironia scuopre la segreta sua ripugnanza.

[180.] La vanità nazionale ha voluto farlo passare per Fiorentino o Spagnuolo. Ma la prima lettera di Claudiano prova, ch'egli era nativo d'Alessandria; Fabric. Bibl. Lat. T. III. p. 191-202, Ed. Ernest.

[181.] Compose i primi suoi versi al tempo del Consolato di Probino l'anno 395.

Romanos bibimus primum, te Consule, fontes

Et Latiae cessit Graja Thalia togae.

Oltre alcuni epigrammi Greci, che tuttavia sussistono, il Poeta Latino avea scritto in Greco le antichità di Tarso, di Anazarbo, di Berito, di Nicea ec. Egli è più facile di riparare la perdita della buona poesia, che dell'antica storia.

[182.] Strada (Prolus. V. VI.) gli accorda di contendere coi cinque poeti eroici Lucrezio, Virgilio, Ovidio, Lucano, e Stazio. Il colto cortigiano Baldassar Castiglione è suo avvocato; gli ammiratori di lui son numerosi ed appassionati: pure i rigorosi critici notano l'erbe o i fiori esotici, che troppo lussureggiano nel suo latino terreno.

[183.] La serie de' fatti, dalla morte di Stilicone fino all'arrivo d'Alarico sotto Roma, non si trova che in Zosimo Lib. V. p. 347, 350.

[184.] L'espressione di Zosimo; καταφρονησιν εμποιησαι τοις πολεμιοις αρκοντας; capaci d'eccitare il disprezzo a' nemici, è forte e vivace.

[185.] «Eos qui Catholicae sectae sunt inimici, intra palatium militare prohibemus. Nullus nobis sit aliqua ratione conjunctus, qui a nobis fide et religione discordat.» Cod. Theod. Lib. 16, tit. 5. leg. 42, ed il Coment. del Gotofredo Tom. VI. p. 364. Questa legge fu interpretata nella massima estensione, e rigorosamente eseguita. (Zosimo Lib. V. p. 364).

[186.] Addisson (nelle sue opere vol. 2. p. 54 dell'Ediz. di Baskerville) ha fatto una descrizione molto pittoresca della strada per l'Appenino. I Goti non avevano agio d'osservare le bellezze del prospetto; ma ebbero ben piacere di trovare che Saxa intercisa, stretto passo che Vespasiano aveva tagliato nel masso (Cluver. Ital. antiq. Tom. 1. p. 618) fosse totalmente abbandonato.

[187.]

Hinc albi Clitumni greges, et maxima taurus

Victima; saepe tuo perfusi flumine sdero

Romanos ad tempia Deum duxere triumphos.

Oltre Virgilio, molti altri Poeti Latini, Properzio, Lucano, Silio Italico, Claudiano ec., i passi de' quali posson trovarsi appresso Cluverio ed Addisson, hanno celebrato le trionfali vittime del Clitunno.

[188.] Si è presa qualche idea della marcia d'Alarico dal viaggio d'Onorio fatto pei medesimi luoghi (Vedi Claudiano in VI. conf. Honor. 404. 522). La distanza misurata fra Ravenna, e Roma era 254 miglia Romane. Itinerar. del Wesseling. p. 126.

[189.] La marcia e la ritirata d'Annibale son descritte da Livio (Lib. XXVI. c. 7, 8, 9, 10, 11) ed il Lettore si fa spettatore di quell'interessante scena.

[190.] Si usarono tali comparazioni da Cinea, consigliere di Pirro, dipoi che fu tornato dalla sua ambasceria, in occasione della quale aveva esso diligentemente studiato la disciplina ed i costumi di Roma (Vedi Plutarco in Pyrrho Tom. 2 p. 459).

[191.] Ne' tre censi del Popolo Romano, che si fecero verso il tempo della seconda guerra Punica, i numeri sono 270213, 137108, 214000: vedi Liv. Epitom. L. XX. Hist. Lib. XXVII. 36. XXIX. 37. La diminuzione del secondo, e l'accrescimento del terzo pare sì enorme, che vari critici, nonostante l'uniformità de' Manoscritti, hanno sospettato nel testo di Livio qualche corruzione (Vedi Drakenborch ad XXVII. 36 e Beaufort Republ. Rom. Tom. 1. p. 325). Essi non avvertirono, che il secondo censo fu fatto solamente in Roma, e che il numero era diminuito non solo per la morte, ma anche per l'assenza di molti soldati. Nel terzo censo Livio espressamente dice, che de' Commissari particolari ebber la cura di passare in rivista le legioni. Da' numeri notati si dee sempre dedurre una duodecima parte sopra sessanta, e gl'incapaci di portar armi. (Vedi Populat. de la France p. 72).

[192.] Livio risguarda questi due accidenti come gli effetti solo del caso e del coraggio. Io sospetto che ambedue fossero prodotti dall'ammirabile politica del Senato.

[193.] Vedi Girolamo Tom. 1. p. 169, 170 ad Eultoch. Egli dà a Paola questi splendidi titoli Graecorum stirps, saboles Scipionum, Pauli haeres, cujus vocabulum trahit, Martiae Papyriae matris Africani vera et germana propago. Questa particolar descrizione suppone un titolo più solido, che il cognome di Giulio, che Tossono aveva comune con mille famiglie delle Province occidentali. Vedi l'Indice di Tacito, delle Iscrizioni del Grutero ec.

[194.] Tacito (Annal. III. 55) afferma, che fra la battaglia d'Azio ed il regno di Vespasiano, il Senato fu di mano in mano ripieno di famiglie nuove, prese da' Municipj e dalle colonie d'Italia.

[195.]

Nec quisquam Procerum tentet (licet aere vetusto

Floreat, et claro cingatur Roma Senatu)

Se jactare parem; sed prima sede relicta

Aucheniis, de jure licet certare secando.

Claudian. in Prob. et Olybrii Cons. 18.

Tal complimento, fatto all'oscuro nome degli Auchenj, ha sorpreso i critici; ma tutti convengono, che qualunque sia la vera lezione di questo passo, non si può applicare il senso di Claudiano che alla famiglia Anicia.

[196.] La data più antica negli annali del Pighio è quella di M. Anicio Gallo Trib. della Plebe nell'anno di Roma 506. Un altro Tribuno Q. Anicio nell'anno 508 si distingue coll'epiteto di Prenestino. Livio (XLV. 43) pone gli Anicj sotto le gran famiglie di Roma.

[197.] Livio XLIV. 30, 31. XLV. 3, 26, 43. Ei pone in buona veduta il merito d'Anicio, e giustamente osserva, che la sua fama fu oscurata dal maggior lustro del trionfo Macedonico che precedè l'Illirico.

[198.] Questi tre Consolati cadono negli anni di Roma 593, 818, e 967, ed i due ultimi ne' regni di Nerone e di Caracalla. Il secondo di que' Consoli si distinse solo per mezzo dell'infame sua adulazione: Tacit. Annal. XV, 74. Ma eziandio la testimonianza dei delitti, se hanno l'impronta della grandezza e dell'antichità, viene ammessa senza ripugnanza a provare la genealogia d'una casa nobile.

[199.] Nel sesto secolo si fa menzione della nobiltà del nome Anicio con singolar rispetto dal Ministro d'un Re Goto d'Italia. (Cassiodoro, Variat. L. X, Ep. 10, 12).

[200.]

.... Fixus in omnes

Cognatos procedit honos; quemcumque requiras

Hac de stirpe virum, certum est de Consule nasci

Per fasces numerantur avi, semperque renata

Nobilitate virent, et prolem fata sequuntur

Claudiano in Prob. et Olyb. cons. 12. etc. Gli Annii, il nome dei quali sembra essersi trasfuso nell'Anicia, notano i Fasti con molti Consolati, dal tempo di Vespasiano sino al quarto secolo.

[201.] Può comprovarsi coll'autorità di Prudenzio (in Symmach. l. 553) il titolo di primo Senatore Cristiano, ed il disgusto de' Pagani verso la famiglia Anicia: vedi Tillemont Hist. des Emper., Tom. IV. p. 183. V. p. 44. Baron., Annal. A. 312. n. 78. A. 322. n. 2.

[202.] Probus........ claritudine generis, et potentia et opum magnitudine cognitus orbi Romano, per quem universum pene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicioli est nostri. (Ammiano Marcell. XVII. 11). La moglie ed i figliuoli gli eressero un magnifico sepolcro nel Vaticano, che fu demolito al tempo del Pontefice Nicolò V. per dar luogo alla nuova Chiesa di S. Pietro. Il Baronio, che deplora la rovina di questo monumento Cristiano, ne ha diligentemente conservate le iscrizioni ed i bassi rilievi. (Vedi Annal. Eccl. An. 395. n. 5. 17).

[203.] Due Satrapi Persiani andarono a Milano ed a Roma per udir S. Ambrogio, e per veder Probo (Paulin., in vit. Ambros.) Claudiano sembra che non abbia termini da esprimere la gloria di Probo (in cons. Prob. et Olybr. 30, 60).

[204.] Vedi il poema, che Claudiano fece per i due nobili giovani.

[205.] Secondino Manicheo, ap. Baron. ann. 490. n. 34.

[206.] Vedi Nardini. Roma antica, p. 89, 498, 500.

[207.]

«Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas;

«Vernula quae vario carmine ludit avis».

Claud. Rutil. Numatian., Itiner, v. III.. Il Poeta visse al tempo dell'invasione Gotica. Un moderato palazzo avrebbe occupato la possessione di quattro iugeri di Cincinnato (Val. Max. IV. 4.). «In laxitatem ruris excurrunt» dice Seneca Ep. 114. Vedi una giudiziosa nota di Hume (Saggi vol. 1. p. 562 dell'ultima edizione in 8).

[208.] Questo curioso ragguaglio di Roma nel tempo d'Onorio si trova in un frammento dell'Istorico Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197.

[209.] I figlj d'Alipio, di Simmaco, e di Massimo spesero nelle respettive loro Preture, chi dodici, chi venti, e chi quaranta centenari (o cento libbre d'oro). Vedi Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197. Tale stima popolare ammette qualche estensione; ma è difficile spiegare una legge nel Codice Teodosiano (Lib. VI. Tit. 4. leg. 5.) che determina la spesa del primo Pretore a 25000 folli, del secondo a 20000, e del terzo a 15000. Il nome di follis (Vedi Mem. dell'Accad. delle Inscriz., Tom. XXVIII. p. 727) si dava tanto ad una somma di 125 monete d'argento, che ad una piccola moneta di rame, ch'era 1/2625 di quella somma. Nel primo senso i 25000 folli sarebbero stati 150000 lire sterline: nel secondo solamente cinque o sei. L'uno sembra stravagante, l'altro è ridicolo. Bisogna che ve ne fosse una terza specie d'un valor medio, di cui s'intende di parlare in questo luogo; ma nel linguaggio delle leggi la ambiguità è una mancanza inescusabile.

[210.] «Nicopolis... in Actiaco littore, sita possessionis vostrae, nunc pars vel maxima est»: Girolam. in praef. Comm. ad Epistol. ad Tit. Tom. IX. p. 243. Il Tillemont suppone assai stranamente, che questa fosse una parte dell'eredità di Agamennone. (Mem. Eccl. tom. XII. pag. 85).

[211.] Seneca Ep. 89. Il suo stile è declamatorio; ma v'è appena declamazione, che possa esagerare l'avarizia ed il lusso de' Romani. Il Filosofo stesso meritava qualche specie di rimprovero, se è vero, che la sua rigorosa esazione dei quadringenties (cioè più di trecentomila lire sterline) che egli aveva prestato ad un alto interesse, suscitò una ribellione nella Britannia (Dion. Cas. l. 62. p. 1003). Secondo la congettura di Gale (Itinerar. d'Antonino in Britann. p. 92) il medesimo Faustino godeva una possessione vicino a Bury in Suffolk, ed un'altra nel regno di Napoli.

[212.] Volusio, ricco Senatore (Tacit., Annal. III. 30), preferiva sempre gli affittuali nativi del luogo. Columella, che da esso ebbe questa massima, discorre molto giudiziosamente su tal materia. (De re rustica, lib. 1. c. 7. p. 408 edit. Gesner. Lips. 1735).

[213.] Il Valesio (ad Ammian. XIV. 6 ) ha provato coll'autorità del Grisostomo e d'Agostino, che a' Senatori non era permesso dar del denaro ad usura. Pure apparisce dal Codice Teodosiano (Vedi Gotofred. ad lib. II. tit. XXXIII. Tom. I. p. 230, 289) che si concedeva loro di prendere il sei per cento, o la metà dell'interesse legale, e quel ch'è più singolare, tal permissione accordavasi a' giovani Senatori.

[214.] Plinio, Hist. Nat. XXXIII. 50. Egli determina l'argento a sole 4380 libbre, che sono accresciute da Livio (XXX. 45) fino a 100,023. La prima somma pare troppo piccola per una opulenta città, e l'altra troppo grande per qualunque tavola privata.

[215.] L'erudito Arbuthnot (Tavole d'antiche monete p. 153) ha osservato graziosamente, ed io credo con verità, che Augusto non aveva nè vetri alle sue finestre, nè una camicia indosso. Nel basso Impero l'uso del vetro e del lino divenne alquanto più comune.

[216.] Io debbo spiegare le libertà, che mi ho prese intorno al testo d'Ammiano: 1. Ho unito insieme il Cap. 6 del libro XIV col cap. 4. del XXVIII; 2. Ho dato ordine e connessione alla massa confusa de' suoi materiali; 3. Ho mitigato alcune iperbole stravaganti, e tolto alcune superfluità dell'originale; 4. Ho sviluppato alcune osservazioni ch'erano accennate piuttosto che espresse. Con tali licenze, la mia versione in vero non si troverà litterale, ma è però fedele ed esatta.

[217.] Claudiano, il quale pare che avesse letto l'istoria di Ammiano, parla di questa gran rivoluzione in uno stile assai meno cortigianesco:

Postquam jura ferox in se communia Caesar

Transtulit, et lapsi mores desuetaque priscis

Artibus, in gremium pacis servile recessi.

De bello Gildonico, 49.

[218.] La minuta diligenza degli Antiquari non è stata capace di verificar questi nomi straordinari. Io son d'opinione, che siano stati inventati dall'Istorico stesso, per evitare qualunque satira o applicazione personale. Egli è certo però, che le semplici denominazioni de' Romani furono appoco appoco prolungate sino al numero di quattro, cinque o anche sette pomposi cognomi, per esempio Marcus Maecius Memmius Furius Balburius Caecilianus Placidus. (Vedi Noris, Cenotaph. Pis. diss. IV. p. 438).

[219.] I cocchi o Carrucae de' Romani spesso eran d'argento sodo, superbamente intagliati e figurati, e gli arnesi delle mule o de' cavalli erano intarsiati d'oro. Tal magnificenza durò dal regno di Nerone fino a quello d'Onorio; e la via Appia era coperta di splendidi equipaggi di nobili, che venivano ad incontrar S. Melania, quando ritornò a Roma, sei anni prima dell'assedio Gotico (Senec., epist. 87. Plin., Hist. Nat. XXXIII. 49. Paulin. Nolan., ap. Baron. Ann. Eccl. an. 397. n. 5). La pompa però si è rettamente mutata nel comodo; ed una semplice carrozza moderna sulle molle è molto preferibile ai carri d'argento o d'oro dell'antichità, che posavano sugli assi delle rote, ed erano per lo più esposti all'inclemenza dell'aria.

[220.] In un'omelia d'Asterio, Vescovo di Amasia, il Valois ha scoperto (ad Ammian. XIV. 6.) che questa era una nuova moda; che si rappresentavano in ricamo orsi, lupi, leoni e tigri, boschi, caccie ec., e che i più devoti vi sostituivano la figura, o la leggenda di qualche Santo lor favorito.

[221.] Vedi Plin., Hist. t. 6. Tre grossi cignali furono tirati e presi ne' lacci senza interromper gli studi del filosofico cacciatore.

[222.] Il cangiamento dell'infausta voce Averno, ch'è nel testo, non è d'alcuna importanza. I due laghi Averno e Lucrino comunicavano insieme, e formavano per mezzo delle stupende moli d'Agrippa il porto Giuliano, che si apriva per uno stretto ingresso nel Golfo di Pozzuolo. Virgilio, che abitava in quel luogo, ha descritto (Georg. II. 161) quest'opera nel tempo della sua esecuzione, ed i comentatori di esso, particolarmente Catrou, hanno preso gran lume da Strabone, da Svetonio e da Dione. I terremoti, ed i Vulcani hanno mutata la faccia del luogo, e convertito il Lago Lucrino dopo l'anno 1538, nel monte nuovo. Vedi Camillo Pellegrino, discorsi della Campan. Felice p. 239, 244. Anton Sanfelici, Campania p. 13, 88.

[223.] Regna Cumana et Puteolana; loca, ceteroqui valde expetenda, interpellantium autem multitudine pene fugienda. Cicer., ad Attic. XVI. 17.

[224.] L'espressione di tenebre Cimmerie fu presa in origine dalla descrizione d'Omero (nel lib. XI. dell'Odissea), applicandola esso ad un remoto e favoloso paese sui lidi dell'Oceano. (Vedi Erasmi Adag. nelle sue opere Tom. 2. p. 593. ediz. di Leida).

[225.] Possiamo rilevare da Seneca (epist. 123) tre curiose circostanze relativamente ai viaggi de' Romani. 1. Essi eran preceduti da una truppa di Cavalleggieri di Numidia, che con un nuvolo di polvere annunziavano l'avvicinamento di un grand'uomo; 2. I loro muli da bagaglio non solamente trasportavano i vasi preziosi, ma anche i fragili vasellami di cristallo e di murra, sotto il qual nome è quasi provato dal dotto Francese Traduttore di Seneca (T. III. p. 403, 422) che intendevasi la porcellana della China e del Giappone; 3. i be' volti de' giovani schiavi eran coperti d'una crosta o unzione fatta ad arte per difenderli dagli effetti del sole e del gelo.

[226.] Distributio solemnium sportularum. Le sportulae e sportellae eran piccoli panieri, che si suppone che contenessero una quantità di cibi caldi del valore di 100 quadranti, o di dodici soldi e mezzo, ch'erano posti per ordine in una sala, e con ostentazione distribuiti alla famelica o servil turba, che stava aspettando alla porta. Si fa bene spesso menzione di tal grossolano costume negli epigrammi di Marziale e nelle satire di Giovenale. Vedasi anche Svetonio, in Claud. c. 21. in Neron. c. 16. in Domitian. c. 4, 7. Quanti panieri di cibi si convertirono in seguito in grosse monete, o in piatti d'oro e d'argento, che reciprocamente si davano e si ricevevano ancora dalle persona del più alto grado, nelle solenni occasioni de' Consolati, de' matrimonj ec. (Vedi Symmac., Epist. IV. 55., IX. 124, e Miscell. p. 256).

[227.] Il ghiro, detto da' Latini glis e da' Francesi loir, è un piccolo animale, che dimora ne' boschi, e rimane intorpidito nel grande inverno (Vedi Plin., Hist. nat. VIII. 82. Buffon, Hist. nat. Tom. VIII, pag. 158. Pennant, Sinopsi de' quadrupedi p. 289.). V'era l'arte di allevare e d'ingrassare un gran numero di ghiri nelle ville Romane, risguardandosi questo come un vantaggioso articolo di economia rurale (Varrone, de re rust. III. 15). L'eccessiva richiesta di essi per le tavole di lusso si accrebbe per le folli proibizioni de' Censori, e si racconta, che sono tuttavia in pregio nella moderna Roma, e si mandano frequentemente in regalo da' Principi Colonna. (Vedi Brotier ultimo editore di Plinio Tom. II. p. 458. ap. Barbou 1779).

[228.] Questo giuoco, che può tradursi co' nomi più a noi famigliari di Trictrac, o di Tavola Reale era il divertimento favorito de' più gravi Romani: ed il Giurisconsulto Muzio Scevola, il vecchio, aveva la fama di abilissimo giuocatore. Era chiamato ludus duodecim scriptorum da' dodici scritti o linee che dividevano in uguali parti l'alveolo, o la tavola. Sopra di esse venivan ordinate due armate, una bianca e l'altra nera, ciascheduna delle quali conteneva quindici uomini, o pezzi, e si muovevano alternativamente secondo le regole del giuoco e le indicazioni delle tessere, o de' dadi. Il Dottor Hide, che fa diligentemente l'istoria, e nota le varietà del Nerdiludium (nome di etimologia Persiana) dall'Irlanda al Giappone, versa su questo lieve soggetto un copioso torrente di erudizione classica ed orientale. Vedi Syntagm. dissertat. Tom. II. p. 217, 405.

[229.] Marius Maximus homo omnium verbosissimus, qui et mythistoricis se voluminibus implicavit. Vopisc. in Hist. August. p. 242. Egli scrisse le vite degli Imperatori da Traiano fino ad Alessandro Severo. Vedi Gerardo Vossio, de Hist. Latin. l. II. c. 3 nelle sue Opere volum. IV, pag. 57.

[230.] Questa satira probabilmente è esagerata. I Saturnali di Macrobio, e l'Epistole di Girolamo danno sufficienti prove, che molti Romani di ambi i sessi, e del più alto grado coltivavano studiosamente la teologia Cristiana e la classica letteratura.

[231.] Macrobio, amico di quei nobili Romani, risguardava le stelle come la causa o almeno i segni de' futuri eventi (de Somn. Scip., l. I. c. 19. p. 68).

[232.] Le storie di Livio (vedi specialmente lib. VI c. 36) son piene dell'estorsioni dei ricchi, e delle angustie dei poveri debitori. La patetica istoria di un bravo antico soldato (Dionis. Alicanass. l. V. c. 26. pag. 347. Ediz. d'Hudson. e Livio II. 23) deve essersi frequentemente ripetuta in quei primi tempi, che tanto immeritamente si son lodati.

[233.] Non esse in civitate duo millia hominum, qui rem haberent: Cicero, Off. II. 21. col Coment. di Paolo Manuz. ediz. del Grevio. Questo indeterminato calcolo fu fatto l'anno di Roma 649 in un discorso dal Tribuno Filippo, ed il sue scopo non meno che quello dei Gracchi (vedi Plutarco) era di deplorare e forse d'esagerare la miseria della plebe.

[234.] Vedi la terza satira v. 60-125. di Giovenale, che deplora con isdegno.

.... Quamvis quota portio faecis Achaeae?

Jampridem Syrus in Tiberim defluxit Orantes;

Et linguam et mores etc.

Seneca proponendosi di consolare la propria madre (Consol. ad Helv. c. 6.) colla riflessione che una gran parte dell'uman genere si trovava in uno stato d'esilio, le rammenta quanto pochi fra gli abitanti di Roma fossero nati nella città.

[235.] Quasi tutto quello che si è detto del pane, del lardo, dell'olio, del vino etc. può trovarsi nel lib. XIV. del Codice Teodosiano, che tratta espressamente del governo delle grandi città. Si vedano in specie i Titoli 3, 4, 15, 16, 17 e 24. Le autorità correlative son prodotte nel Comentario del Gotofredo; e non v'è bisogno di trascriverle. Secondo una legge di Teodosio, che riduce a danaro la contribuzion militare, una moneta d'oro (cioè undici scellini) equivaleva ad ottanta libbre di lardo, o ad ottanta libbre d'olio, o a dodici moggia di sale (Cod. Teod. l. VIII. Tit. IV. Leg. 17). Questo confronto, paragonato con un altro di sessanta libbre di lardo per un'anfora (Cod. Teod. l. XIV. Tit. IV. Leg. 4), determina il prezzo del vino a circa sedici soldi il gallone.

[236.] L'anonimo autore della Descrizione del Mondo (p. 14. nel Tom. III. Geogr. Minor. Hudson) nel suo barbaro Latino così parla della Lucania: Regio optima et ipsa omnibus abundans, et lardum multum foras emittit. Propter quod est in montibus, cujus escam animalium variam etc.

[237.] Vedi Novell. ad calcem Cod. Theod. D. Valent. l. I. Tit. XV. Questa legge fu pubblicata in Roma il 20. Giugno 452.

[238.] Sueton., in August. c. 42. Il più grand'eccesso dell'Imperatore medesimo, nel suo favorito vino della Rezia, non eccedè mai un Sestario, cioè una pinta Inglese, id. c. 77. Torrent., Ib. e Tavol. d'Arbuthnot p. 86.

[239.] Il suo disegno era di piantar vigne lungo le coste marittime dell'Etruria; Vopisc., in Hist. August. p. 225. cioè nell'orrida, malsana ed incolta Maremma della moderna Toscana.

[240.] Olimp., ap. Phot. p. 197.

[241.] Seneca (Epist. 86) paragona i bagni di Scipione Affricano alla sua villa di Literno con la magnificenza, che andava continuamente crescendo, de' pubblici bagni di Roma, molto tempo avanti che fossero fatte le magnifiche Terme d'Antonino e di Diocleziano. Il quadrante, che si pagava per l'ingresso nelle medesime, era la quarta parte d'un asso, circa un ottavo d'un soldo Inglese.

[242.] Ammiano (l. XIV. c. 6, e lib. XXVIII. c. 4) dopo aver descritto il lusso e l'orgoglio dei Nobili Romani, espone con uguale indignazione i vizi e le follie della plebe.

[243.] Gioven., Satir. XI. 191. L'espressioni dell'Istorico Ammiano non son meno forti ed animate di quelle del satirico; e tanto l'uno che l'altro dipingono al vivo. Il numero delle persone, che il Circo Massimo era capace di contenere, è preso dalle Notizie originali della città. Le differenze, che sono fra loro, provano che non si sono copiate, ma la quantità può sembrare incredibile, quantunque in tali occasioni il contado accorresse in folla alla città.

[244.] Alle volte in vero componevano opere originali.

.... vestigia Graeca

Ausi deserere et celebrare domestica facta.

Orazio, Epist. ad Pison. 285. con la dotta quantunque ambigua nota di Dacier, che avrebbe potuto accordare il nome di tragedie al Bruto e al Decio di Pacuvio, o al Catone di Materno. Tuttavia sussiste come un saggio assai svantaggioso della tragedia Romana l'Ottavia, attribuita ad uno dei Senechi.

[245.] Al tempo di Quintiliano e di Plinio un poeta tragico era ridotto all'imperfetto metodo d'invitar molta gente in un luogo capace, ad oggetto di leggere ivi la sua composizione. Vedi il dialogo de Oratorib. c. 9, 11, e Plinio, Epist. VII. 17.

[246.] Vedi il Dialogo di Luciano de saltatione Tom. II. p. 265-317. Ediz. Reitz. I pantomimi ebbero l'onorevol nome di χειροσοφοι sapienti di mano; ed era necessario, che si esercitassero in quasi ogni arte e scienza. Burette (nelle Memor. dell'Accadem. delle Iscriz. Tom. I. p. 127) ha fatto una breve storia dell'arte de' pantomimi.

[247.] Ammiano (l. XIV. c. 6) si duole con decente sdegno, che le strade di Roma fossero piene d'una turba di donne, che avrebbero potuto dare dei figli allo Stato, ma che non avevano altra occupazione che quella d'arricciarsi, ed accomodarsi i capelli, e jactari volubilibus gyris dum exprimunt innumera simulacra, quae finxere fabulae theatrales.

[248.] Lipsio (Tom. III. p 423. de magnitud, Rom. l. III. c. 3) ed Isacco Vossio (Observ. var. p. 26, 34) si son lasciati trasportare da strani sogni di quattro, di otto, o di quattordici milioni di persone in Roma. David Hume, (Saggi Vol. I. p. 460-457) unitamente ad un ammirabile buon senso e scetticismo, dimostra qualche segreta disposizione a diminuir la popolazione degli antichi tempi.

[249.] Olimpiodoro, ap. Phot. p. 197. Vedi Fabric., Bibl. Graec. Tom. IX. p. 400.

[250.] In ea autem majestate urbis, et civium infinita frequentia innumerabiles habitationes opus fuit explicare. Ergo cum recipere non posset area plana tantam multitudinem in urbe, ad auxilium altitudinis aedificiorum res ipsa coegit devenire: Vitruv. II. 8. Questo passo, di cui son debitore al Vossio, è chiaro, forte, e pieno.

[251.] Le successive testimonianze di Plinio, di Aristide, di Claudiano, di Rutilio ec. provano l'insufficienza di questi editti restrittivi. Vedi Lipsio, de Magnitud. Rom. l. III c. 2.

... Tabulata, tibi jam tertia fumant,

Tu nesciis; nam si gradibus trepidatur ab imis

Ultimus ardebit, quem tegula Sola tuetur

A pluvia....

Juvenal., Satir. III. 199.

[252.] Leggasi tutta la satira terza, ma particolarmente i versi 166-223. La descrizione dell'insula, o casa d'appigionarsi piena di gente in Petronio (c. 95. 97) perfettamente s'accorda coi lamenti di Giovenale; e sappiamo da prove legali, che al tempo d'Augusto (Heinec., Hist. Jur. Rom. c. IV. p. 181) la rendita ordinaria di varj cenacoli o appartamenti d'una isola era di quarantamila sesterzi l'anno, fra tre e quattrocento lire sterline (Pandect. lib. XIX. Tit II. n. 30); somma che prova nel tempo stesso e la grand'estensione, e l'alto valore di quelle comuni fabbriche.

[253.] Questa somma totale è composta di 1780 Domus o vaste case, di 46,602 insule o abitazioni plebee (vedi Nardini, Rom. ant. l. III. p. 88); e questi numeri vengono assicurati dalla conformità dei testi delle diverse Notitiae (Nardini, l. VIII. p. 498-500).

[254.] Vedasi l'esatto scrittore Messance, Recherches sur la Population p. 17-187. Appoggiato a probabili o certi fondamenti egli assegna a Parigi 23,565 case, 71,114 famiglie, e 576,630 abitanti.

[255.] Questo computo non è molto diverso da quello che il Brotier, ultimo editore di Tacito, (Tom. II. pag. 380) ha tratto da principj simili; quantunque sembri, che esso tenda ad un grado di precisione, a cui non è possibile nè importante di giungere.

[256.] Quanto ai fatti seguiti nel primo assedio di Roma, che vengono spesso confusi con quelli del secondo e del terzo, vedi Zosimo l. V. p. 350-354. Sozomeno lib IX. c. 6, Olimpiodoro, ap. Phot. p. 180, Filostorgio lib. XII. c. 3, e Gotofredo, Dissert. p. 467-475.

[257.] La madre di Leta era chiamata Pissuxena. Erano però ignoti il padre, la famiglia, e la patria di essa. (Ducange, Famil. Byzantin. p. 59).

[258.] Ad nefandos cibos erupit esurientium rabies et sua invicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactenti infantiae: et recipit utero quem paullo anta effuderat. Girolam., ad Principiam Tom. I. p. 121. La stessa orribile circostanza parimente si racconta degli assedj di Gerusalemme e di Parigi. Quanto all'ultimo, si paragonino fra loro il decimo libro dell'Enriade, ed il Giornale di Enrico IV. (T. I. p. 47-83) e si osservi che una semplice narrazione dei fatti è molto più patetica delle più elaborate descrizioni dell'epica poesia.

[259.] Zosimo (l. V. p. 355, 356) parla di queste ceremonie come un Greco male informato della nazionale superstizione di Roma e della Toscana. Io sospetto, che contenesser due parti, cioè le segrete e le pubbliche: le prime erano probabilmente un'imitazione delle arti e degl'incantesimi, coi quali Numa aveva tratto Giove ed il suo fulmine sul monte Aventino.

... Quid agant laqueis, quae carmina dicant,

Quaque trahant superis sedibus arte Jovem,

Scire nefas homini....

Gli ancili o scudi di Marte, pignora Imperii, che si portavano nelle processioni solenni per le calende di Marzo, traevano l'origine da questo misterioso evento (Ovid., Fastor. III. 259, 398). Si aveva probabilmente intenzione di far risorgere quest'antica festa, che era stata soppressa da Teodosio. In tal caso noi scuopriremmo una data cronologica, vale a dire il primo di Marzo dell'anno 409, che finora non si è osservata.

[260.] Sozomeno (l. IX. c. 6.) induce a credere, che l'esperimento fosse realmente fatto, quantunque senza successo; ma non rammenta il nome d'Innocenzo; ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. X. p. 645) è determinato a non credere, che un Papa potesse esser reo d'una sì empia condiscendenza.

[261.] Il pepe era un ingrediente favorito della più sontuosa cucina Romana, e la sorte migliore di esso vendevasi quindici denarii, o dieci scellini la libbra. Vedi Plinio, Hist. Nat. XII. 14. Era portato dall'India; ed il medesimo paese, cioè la costa del Malabar, tuttavia ne somministra la più grande abbondanza: ma il perfezionamento del commercio e della navigazione ha moltiplicato la quantità e diminuito il prezzo di esso. Vedi Hist. Polit. et Philos. ec. Tom. I. p. 457.

[262.] Questo Capitano Goto è chiamato Athaulphus da Isidoro e da Giornandes; Ataulphus da Zosimo e da Orosio: e da Olimpiodoro Adaoulphus. Io mi son servito del celebre nome d'Adolfo, che sembra essere autorizzato dalla pratica degli Svedesi, figli o fratelli degli antichi Goti.

[263.] Il trattato fra Alarico ed i Romani ec. è preso da Zosimo lib. V. p. 354, 355, 358, 359, 362, 363. Le circostanze, che vi si potrebbero aggiungere, sono troppo poche e di piccola importanza per esigere qualche altra citazione.

[264.] Zosimo, lib. V. p. 367, 368, 369.

[265.] Zosimo, lib. V. p. 360, 361, 362. Il Papa, essendo restato a Ravenna, scansò le imminenti calamità di Roma, Orosio, l. VII. c. 39 p. 573.

[266.] Per le avventure d'Olimpio e de' suoi successori nel ministero, vedi Zosimo (l. V. p. 363, 365, 366) ed Olimpiodoro (ap. Phot. p. 180, 181).

[267.] Zosimo (l. V, p. 364) riferisce tal circostanza con visibile compiacenza, e celebra il carattere di Gennerido come l'ultima gloria del Paganesimo spirante. Assai diversi furono i sentimenti del Concilio di Cartagine, che deputò quattro Vescovi alla Corte di Ravenna per dolersi della legge, stata fatta poco avanti, che ogni conversione al Cristianesimo dovesse esser libera e volontaria. (Vedi Baron., Annal. Eccles. an. 409. n. 12. ap. 48 n. 47, 48).

[268.] Zosimo l. V. p. 367, 368, 369. Questo costume di giurare per la testa o la vita, la salute o il genio del Sovrano era della più remota antichità, tanto in Egitto (Genes. XLII. 15.) quanto nella Scizia. Fu ben tosto per adulazione trasferito a' Cesari, e Tertulliano si duole, che questo fosse l'unico giuramento, che i Romani del suo tempo affettavano di rispettare. Vedasi un'elegante dissertazione dell'Abate Massieu sopra i giuramenti degli antichi nelle Memorie dell'Accadem. delle Inscriz. Tom. I. p. 208, 209.

[269.] Zosimo l. V. p. 368, 369. Io ho moderato l'espressioni d'Alarico, il quale si diffonde in uno stile troppo florido sull'istoria di Roma.

[270.] Vedi Sueton. in. Claud. c. 20. Dione Cassio lib. LX. p. 949. edit. Reimar. e la vivace descrizione di Giovenale Sat. XII. 75. ec. Nel secolo decimosesto, allorchè i residui di questo augusto Porto eran tuttora visibili, gli Antiquari ne abbozzaron la pianta (vedi Danville Mem. dell'Accad. delle Inscriz. Tom. XXX. p. 198), e dichiararono con entusiasmo, che tutti i Monarchi dell'Europa non sarebbero stati capaci d'eseguire un'Opera così grande (Bergier, Hist. des grands chemins des Romains Tom. II. p. 356).

[271.] Ostia Tyberina (Vedi Cluver. Ital. antiq. l. III. 870-879) in numero plurale, o sia le bocche del Tevere eran separate dall'Isola sacra, che formava un triangolo equilatero, ogni lato del quale veniva considerato circa due miglia. La Colonia d'Ostia fu fondata di là dal ramo sinistro o meridionale, e la distanza fra i residui, che ve ne sono, ascende a poco più di due miglia nella Carta del Cingolani. Al tempo di Strabone la sabbia e la belletta depositatavi dal Tevere, avevan ristretto il porto d'Ostia; in seguito la medesima causa ha molto accresciuto la mole dell'Isola sacra, ed appoco appoco ha fatto restare Ostia ed il Porto ad una considerabil distanza dal lido. I canali detti fiumi morti, ed i grandi stagni di Ponente e di Levante dimostrano i cangiamenti del fiume e gli sforzi del mare. Quanto allo stato presente di quest'orrido e desolato paese può consultarsi l'eccellente carta dello Stato Ecclesiastico fatta dai matematici di Benedetto XIV, un'attual descrizione dell'Agro Romano in sei vedute fatta dal Cingolani, che contiene 113,819 rubbj o 570,000 acri inglesi, e la gran carta topografica dell'Ameti in otto vedute.

[272.] Fino dal terzo secolo (Lardner Credibilità del Vangelo Part. II. Vol. III. p. 80-92) o almeno dal quarto (Carol. a S. Paulo Notit. Eccles. p. 47) il Porto di Roma era una città Episcopale, che sembra essere demolita nel nono secolo dal Pontefice Gregorio IV al tempo delle scorrerie degli Arabi. Adesso è ridotto ad un'osteria, ad una Chiesa, ed alla casa o palazzo del Vescovo, che è uno dei sei Cardinali Vescovi della Chiesa Romana. (Vedi Eschinard, Descrizione di Roma e dell'Agro Romano p. 328).

[273.] Quanto all'innalzamento d'Attalo vedi Zosimo l. VI. p. 377, 380, Sozomeno l. IX. c. 8. 9, Olimpiodoro ap. Fozio p. 180, 181, Filostorg. l. XII. c. 3, e Gotofredo Dissert. p 570.

[274.] Possiamo ammettere la testimonianza di Sozomeno quanto all'Arriano Battesimo d'Attalo, e quella di Filostorgio quanto alla sua educazione Pagana. Il visibil contento di Sozomeno, e il dispiacere che egli attribuisce alla famiglia Anicia, sono circostanze assai svantaggiose al Cristianesimo del nuovo Imperatore.

[275.] Egli spinse la sua insolenza a tal segno, che dichiarò, che avrebbe mutilato Onorio avanti di mandarlo in esilio. Ma quest'asserzione di Zosimo vien distrutta dalla più imparziale testimonianza d'Olimpiodoro, che attribuisce tal vergognosa proposizione, la quale fu assolutamente rigettata da Attalo, alla viltà, e forse alla perfidia di Giovio.

[276.] Procop. de Bell. Vandal. l. I. c. 1.

[277.] Vedi la causa e le circostanze della caduta d'Attalo appresso Zosimo l. VI. p. 380-384, Sozomeno l. IX. c. 8, e Filostorgio l. XII. c. 3. I due atti d'indennità, che sono nel Codice Teodosiano l. IX. Tit. 38. leg. 11, 12, e che furono pubblicati il dì 12. di Febbr. ed il dì 7. d'Agosto dell'anno 410. evidentemente si riferiscono a quest'usurpatore.

[278.] In hoc, Alaricus, Imperatore facto, infecto, refecto, ac defecto... mimum risit, et ludum spectavit Imperii. Orosio l. VII. c 42. p. 582.

[279.] Zosimo l. VI. p. 484 Sozomeno l. IX. c. 9. Filostor. l. XII. c. 3. In questo luogo il testo di Zosimo è mutilato, ed abbiam perduto il sesto e l'ultimo suo libro, che terminava col sacco di Roma. Per quanto credulo o parziale sia quest'istorico, noi ci dobbiamo licenziare da lui con qualche rammarico.

[280.] Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit. (Orosio lib. VII. c. 39. p. 573.) Egli sbriga questo gran fatto in sette parole; ma impiega delle intere pagine a celebrare la devozione dei Goti. Io ho tratto da un'improbabile storia di Procopio le circostanze, che avevano qualche aria di probabilità. (Procop. de Bell. Vandal. l. I. c. 2). Questi suppone, che la città fosse sorpresa mentre i Senatori dormivano dopo pranzo; ma Girolamo con maggiore autorità e ragione asserisce, che ciò seguì nella notte; nocte Moab capta est; nocte cecidit murus ejus: Tom. I p. 121 ad Principiam.

[281.] Orosio (l. VII. c. 39. p. 573-576) fa plauso alla pietà dei Goti Cristiani, senza parer d'accorgersi, che per la maggior parte erano eretici Arriani. Giornandes (c. 30. p 653) ed Isidoro di Siviglia (Chron. p. 614. Edit. Grot.) che erano ambidue attaccati alla causa dei Goti, hanno ripetuto ed abbellito questi racconti. Secondo Isidoro s'udì dire ad Alarico medesimo, che egli faceva la guerra coi Romani, non cogli Apostoli. Questo era lo stile del settimo secolo; duecento anni prima, si sarebbe attribuito il merito e la gloria non agli Apostoli ma a Cristo.

[282.] Vedi Agostino, de Civ. Dei, lib. I. c. 1, 6. Esso particolarmente cita gli esempj di Troia, di Siracusa e di Taranto.

[283.] Girolamo (T. I. p. 121. ad Principiam) applicò al sacco di Roma tutte le forti espressioni di Virgilio:

Quis cladem illius noctis, quis funera fando

Explicet etc.

Procopio (l I. c. 2) positivamente afferma che fu ucciso un gran numero di Romani dai Goti. Agostino (de Civit. Dei, lib. I. c. 12, 13) offre un conforto Cristiano per la morte di quelli, i corpi de' quali (multa corpora) eran restati (in tanta strage) insepolti. Il Baronio, da' diversi scritti dei Padri, ha sparso qualche lume sul sacco di Roma. Annal. Eccles. an. 410. n. 16, 44.

[284.] Sozom. l. IX. c. 10. Agostino (de Civ. Dei, l. II. c. 17) racconta, che alcune vergini o matrone s'uccisero da se stesse per evitar la violazione, e sebbene ammiri il loro spirito, pure è costretto dalla teologia, a condannare la temeraria lor presunzione. Forse il buon Vescovo d'Ippona fu troppo facile a credere, ugualmente che troppo rigido a censurare, questo atto di femminile eroismo. Lo venti fanciulle (se pur vi furono) che si gettarono nell'Elba, quando Magdeburgo fu preso d'assalto, si son moltiplicate fino al numero di mille e dugento: Vedi Harte Istor. di Gustavo Adolfo Vol I. pag 308.

[285.] Vedi S. Agostino, de Civit. Dei l. I. c. 16, 18. Egli tratta quest'argomento con notabile diligenza, e dopo avere ammesso che non vi può essere delitto dove non v'è consentimento, aggiunge: Sed quia non solum quod ad dolorem, verum etiam quod ad libidinem pertinet, in corpore alieno perpetrare potest; quicquid tale factum fuerat, etsi retentam constantissimo animo pudicitiam non excutit, pudorem tamen incutit, ne credatur factum cum mentis etiam voluntate, quod fieri fortasse sine carnis aliqua voluptate non potuit. Nel cap. 18 egli fa alcune distinzioni fra la verginità fisica e la morale.

[286.] Marcella, dama Romana, rispettabile ugualmente per la nascita che per l'età e per la religione, fu gettata in terra, e crudelmente battuta, e flagellata: caesam fustibus flagellisqueec. Girol. T. I. p. 121. ad Princip. Vedi Agostino, de Civ. Dei l. I. c. 10. Il moderno Sacco di Roma (p. 208) dà un'idea delle varie maniere di torturare i prigionieri per l'oro.

[287.] L'istorico Sallustio, che utilmente praticava i vizi, che ha sì eloquentemente censurato, impiegò il bottino della Numidia per adornare il suo palazzo e giardino sul colle Quirinale. Il luogo, dove era la casa di esso, è presentemente occupato dalla Chiesa di S. Susanna, separata solo per mezzo d'una strada da' Bagni di Diocleziano, e molto distante dalla porta Salaria. Vedi Nardini, Roma antica p. 192, 195, e la gran pianta di Roma moderna fatta dal Nolli.

[288.] L'espressioni di Procopio sono distinte e moderate (de Bell. Vandal. l. I. c. 2). La cronica di Marcellino dice troppo fortemente: partem Urbis Romae cremavit; le parole di Filostorgio εν ερειπνοις δε της πολεως κειμενης nelle rovine della città giacente (lib. XII. cap. 3) portano un'idea falsa ed esagerata. Il Bargeo ha fatta una dissertazione a posta (vedi Tom. IV. Antiq. Rom. Grev.) per provare che gli edifizi di Roma non furon distrutti dai Goti e dai Vandali.

[289.] Oros. l. II c. 19. p. 143. Ei parla come se disapprovasse tutte le statue, che vel Deum vel hominem mentiuntur. Esse rappresentavano i Re d'Alba e di Roma, incominciando da Enea, i Romani illustri o nelle armi o nelle arti, ed i Cesari divinizzati. L'espressione Forum, ch'egli usa, è alquanto ambigua, poichè v'erano cinque Fori principali; ma siccome erano tutti contigui ed addiacenti nella pianura che è circondata da' colli Capitolino, Quirinale, Esquilino e Palatino, potrebbero giustamente considerarsi come uno. Vedi Roma antiqua di Donato p. 162-201, e Roma antica del Nardini p. 212-273. La prima è più utile per le descrizioni antiche, e l'altra per l'attuale topografia.

[290.] Orosio (l. II. c. 19. p. 142) paragona la crudeltà dei Galli con la clemenza dei Goti. Ibi vix quemquam inventum Senatorem, qui vel absens evaserit, hic vix quemquam requiri, qui forte ut latens perierit. Ma in quest'antitesi si vede un'aria di rettorica e forse di falsità; e Socrate (l. VII. c. 10) afferma, forse con altrettanta esagerazione al contrario, che furono uccisi molti Senatori con vari e squisiti tormenti.

[291.] Multi... Christiani in captivitatem ducti sunt, August. De Civ. Dei l. I. c. 14, ed i Cristiani non furon soli a soffrir quei travagli.

[292.] Vedi Hein., Antiq. Jur. Rom. Tom. I. p. 96.

[293.] Append. Cod. Theod. XVI. nelle opere del Sirmondo Tom. I. p. 735. Quest'editto fu pubblicato gli 11 di Dicembre dell'anno 408, ed è troppo ragionevole, perchè possa propriamente attribuirsi a' ministri d'Onorio.

[294.]

Eminus Igilii sylvosa cacumina miror,

Quem fraudare nefas laudis honore suae.

Haec proprios nuper tutata est insula saltus,

Sive loci ingenio, seu Domini genio.

Gurgite cum modico victricibus obstitit armis,

Tamquam longinquo dissociata mari.

Haec multos lacera suscepit ab urbe fugatos,

Hic fessis posito certa timore salus.

Plurima terreno populaverat aequora bello,

Contra naturam classe timendus eques,

Unum, mira fides, vario discrimine portum!

Tam prope Romanis, tam procul esse Getis.

Rutil., In itiner. l. I. 325. L'Isola presentemente si chiama Giglio. Vedi Cluver., Ital. antiq. l. II. p. 502.

[295.] Come le avventure di Proba e della sua Famiglia son connesse con la vita di S. Agostino esse vengono diligentemente illustrate dal Tillemont (Mem. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 620-635). Qualche tempo dopo il loro arrivo in Affrica, Demetriade prese il sacro velo, e fece voto di virginità; fatto, che fu risguardato come della massima importanza per Roma e pel Mondo. Tutti i Santi le scrissero lettere di congratulazione; sussiste ancora quella di Girolamo (Tom. I. p. 62-73. ad Demetriad. de servand. virginit), la quale contiene un miscuglio di assurdi ragionamenti, di spiritose descrizioni, e di curiosi fatti, che si riferiscono all'assedio ed al sacco di Roma.

[296.] Vedi il patetico lamento di Girolamo (Tom. V. p. 400) nella sua Prefazione al secondo libro de' comentari sul Profeta Ezecchiello.

[297.] Orosio fa questo paragone, sebbene con qualche parzialità (lib. II. c. 19. p. 142, l. VII. c. 39. pag. 575); ma nell'istoria della presa di Roma fatta da' Galli tutto è incerto, e forse favoloso. Vedi Beaufort sur l'incertitude etc. de l'Hist. Rom. p. 356, e Melot nelle Mem. dell'Accad. delle Iscriz. Tom. XV. p. 1-21.

[298.] Il Lettore, che brama informarsi delle circostanze di questo famoso fatto, può leggerne un'ammirabile narrazione nell'istoria di Carlo V del Dott. Robertson Vol. II. p. 283, o consultare gli Annali d'Italia del dotto Muratori T. XIV. p. 236-244 dell'ediz. in 8. Se vuole esaminare gli originali, può ricorrere al libro 18 della grande ma non finita storia del Guicciardini. Ma il ragguaglio, che più veramente merita il nome d'autentico ed originale, è un piccolo libro intitolato: Il sacco di Roma, composto dentro il termine di meno d'un mese, dopo l'assalto della città, dal fratello dell'Istorico Guicciardini, che sembra fosse un abile Magistrato ed uno spassionato scrittore.

[299.] Il furioso spirito di Lutero, effetto di temperamento e d'entusiasmo, è stato attaccato con forza (Bossuet, Istor. delle variaz. delle Ch. Protest. lib. I. p. 20-36), e debolmente difeso (Sechendorf., Comment. de Lutheranismo, specialmente lib. I. n. 78 p. 120, e lib. III. n. 122. pag. 556).

[300.] Marcellino (in Chron. Orosio lib. VII, c. 39, p. 575) asserisce, ch'ei lasciò Roma il terzo giorno; ma si può facilmente conciliare tal differenza pei successivi movimenti di gran corpi di truppe.

[301.] Socrate (lib. VII. c. 10) pretende però che Alarico fuggisse, alla notizia che gli eserciti dell'Impero Orientale erano in piena marcia per attaccarlo.

[302.] Ausonio, de Claris urbibus pag. 233. edit. Toll. La mollezza di Capua aveva una volta sorpassato quella di Sibari medesima. Vedi Ateneo, Deipnosophist. lib. XII. p. 528. edit. Casaubono.

[303.] Quarantotto unni prima della fondazione di Roma (circa 800. avanti l'Era Cristiana) i Toscani fabbricarono Capua e Nola, alla distanza di 23. miglia l'una dall'altra; ma l'ultima di queste non uscì mai dallo Stato di mediocrità.

[304.] Il Tillemont (Mem. Eccles. Tom. XIV p. 1-446.) ha raccolto con la solita sua diligenza tutto ciò, che si riferisce alla vita ed agli scritti di Paolino, la ritirata del quale ci è nota pe' suoi propri scritti, ed è celebrata dalle lodi di S. Ambrogio, di S. Girolamo, di S. Agostino, di Sulpicio Severo ec. suoi cristiani amici e contemporanei.

[305.] Vedi le affezionate lettere d'Ausonio (Epist. 19-25 p. 650-698 ed. Toll.) al suo Collega, amico, e discepolo Paolino. La religione d'Ausonio è tuttora un problema (Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscript T. XV. p. 123-138). Io credo che tale fosse anche al suo tempo, e per conseguenza che nel suo cuore fosse Pagano.

[306.] L'umile Paolino una volta ebbe la presunzione di dire ch'egli credeva che San Felice lo amasse; almeno come un padrone ama il suo cagnolino.

[307.] Vedi Giornandes, de reb. Get. c. 30. p. 653. Filostorgio l. XII. c. 3, Agostino de Civ. Dei l. I. c. 10, Baronio, Annal. Eccles. an. 410. n. 45, 46.

[308.] Il platano era un albero favorito degli antichi dai quali fu propagato, per causa dell'ombra, dall'Oriente fino alla Gallia. (Plin., Hist. Nat. XII. 3, 4, 5). Questo scrittore fa menzione di alcuni Platani di enorme grandezza: uno di essi nell'Imperial villa di Velletri, che Caligola chiamava il suo nido, aveva tali rami, che eran capaci di contenere una gran tavola, il corteggio de' famigliari, e l'Imperatore medesimo, che Plinio graziosamente chiama pars umbrae; espressione che poteva con ugual ragione applicarsi ad Alarico.

[309.] «Il soggiogato mezzodì cede al distruttore i vantati suoi titoli, e gli aurei suoi campi; con truce diletto la stirpe del Settentrione vede un più lucente giorno, ed il Cielo di colore azzurro; odora la nuova fragranza della rosa che s'apre, ed ingoja l'uva pendente a misura che cresce». Vedi i poemi di Gray pubblicati dal Mason p. 197. Invece di compilar tavole di cronologia e d'istoria naturale, perchè non applicò il Gray le forze del suo ingegno a finire quel poema filosofico, di cui ci ha lasciato un saggio così squisito?

[310.] Quanto alla perfetta descrizione dello stretto di Messina, di Scilla, di Cariddi ec. vedi Cluverio (Ital. antiq. l. VI. p. 123. 9. e Sicil. Antiq. l. I. p. 60, 76), che ha diligentemente studiato gli antichi, ed esaminato con occhio curioso lo stato attuale del luogo.

[311.] Giornandes, de reb. Getic. c. 30 p. 654.

[312.] Orosio l. VII. c. 43, p. 584, 585. Ei fu mandato da S. Agostino l'anno 415, dall'Affrica in Palestina, per visitar S. Girolamo, e consultare con esso intorno alla controversia Pelagiana.

[313.] Giornandes suppone, senza molta probabilità, che Adolfo per la seconda volta visitasse e saccheggiasse Roma (more locustarum erasit.). Pure s'accorda con Orosio nel credere che fosse concluso un trattato di pace fra il principe Goto ed Onorio. Vedi Oros. l. VII. c. 43 p. 584, 585. Giornand., de Reb. Get. c. 21. p. 654, 655.

[314.] La ritirata dei Goti dall'Italia e le prime azioni loro nella Gallia sono oscure e dubbiose. Io ho tratto grande aiuto da Mascou (Istor. degli Antichi Germani l. VIII. c. 29, 35, 36, 37) che ha illustrato e connesso fra loro le interrotte Croniche ed i frammenti di quei tempi.

[315.] Vedi un ragguaglio di Placidia appresso il Du Cange, Fam. Byz. p. 52, ed il Tillemont, Hist. des Emp. Tom. V. p. 260, 386, etc. Tom. VI. p. 240.

[316.] Zosimo l. V. p. 350.

[317.] Zosimo l. VI. p. 383. Sembra, che Orosio (lib. VII. c. 40, p. 576) e le croniche di Marcellino e d'Idazio suppongano che i Goti non conducessero via Placidia, che dopo l'ultimo assedio di Roma.

[318.] Vedi i ritratti d'Adolfo e di Placidia, e la relazione del loro matrimonio in Giornandes, de Reb. Getic. c. 31, p. 654, 655. Rispetto al luogo in cui furono stipulate, consumate, o celebrate le nozze, i manoscritti di Giornandes variano fra le vicine città di Forlì e d'Imola (Forum Livii, e Forum Cornelii). Egli è facile e comodo il conciliare lo storico Goto con Olimpiodoro (vedi Mascou l. VIII c. 36): ma il Tillemont crede fatica perduta il tentare la conciliazion di Giornandes con alcun buono autore.

[319.] I Visigoti, sudditi d'Adolfo, ristrinsero con posteriori leggi la prodigalità dell'amor coniugale. Non poteva un marito fare alcun dono o stabilimento in vantaggio della sua moglie, finchè durava il primo anno del lor matrimonio; e la sua liberalità non poteva in alcun tempo eccedere la decima parte del suo patrimonio. I Lombardi furono un poco più indulgenti: permisero il Morgingcap immediatamente dopo la prima notte del matrimonio; e questo famoso dono, premio della virginità, poteva arrivare fino alla quarta parte delle sostanze del marito. Alcune caute spose veramente avevano tanto senno da stipulare antecedentemente un donativo, che esse eran troppo sicure di non meritare. Vedi Montesquieu, Espr. des Loix. l. XIX c. 25. Muratori, delle Antichità Italiane Tom. I Dissert. 20 p. 243.

[320.] Noi dobbiamo il curioso ragguaglio di questa festa nuziale all'istorico Olimpiodoro appresso Fozio pag. 185, 188.

[321.] Vedi nella grande collezione degli Storici di Francia fatta da Don Bonquet T. II. Gregor. Turonens. l. III. c. 10 p. 191. Gesta Reg. Francor. c. 23 p. 557. L'anonimo scrittore con un'ignoranza, degna de' suoi tempi, suppone, che tali strumenti di Culto Cristiano appartenessero al tempio di Salomone. Se avesse avuto qualche intendimento, dovea conoscere che furon trovati nel sacco di Roma.

[322.] Si consultino le seguenti originali testimonianze negli storici di Francia Tom. II. Fredegar. Scolastic. Chron. c. 73, p. 441. Fredegar. Fragm. L. I. p. 463, Gesta Regis Dagobertic. 29, p. 587. L'avvenimento di Sisenando al trono di Spegna seguì l'anno 631. Le 200,000, monete d'oro furono applicate da Dagoberto alla fondazione della Chiesa di S. Dionisio

[323.] Il Presidente Goguet (Orig. des Loix etc. Tom. II. p. 239) è d'opinione, che gli stupendi pezzi di smeraldo, le statue e le colonne, che gli Antichi hanno posto in Egitto, in Gade, in Costantinopoli ec. realmente non fossero che artificiali composizioni di vetro colorato. Si suppone che il famoso piatto di smeraldo, che si mostra a Genova, dia peso a questo sospetto.

[324.] Elmacin., Hist. Saracenica l. I. p. 85. Roderic. Tolet., Hist. Arab. c. 9. Cardonne, Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous les Arabes Tom. I. p. 83. Fu chiamata la Tavola di Salomone, secondo il costume degli Orientali, che attribuiscono a quel Principe ogni antica opera di sapere o di magnificenza.

[325.] Le tre leggi, fatte in quest'occasione, sono riferite nel Codice Teodosiano lib. XI. Tit. XXVIII. leg. 7. lib. XIII. Tit. XI. leg. 12. lib. XV. Tit. XIV. leg. 14. L'espressioni dell'ultima sono assai notevoli, mentre non solamente contengono un perdono, ma anche un'apologia.

[326.] Olimpiodor., ap. Foz. p. 183. Filostorg. (lib. XII c. 5) osserva, che quand'Onorio vi fece il suo trionfale ingresso, incoraggiò i Romani con la mano e con la voce (χειρι και γλωττη) a riedificar la loro città; la Cronica di Prospero loda Eracliano, qui in Romanae urbis reparationem exhibuerat ministerium.

[327.] La data del viaggio di Claudio Rutilio Numaziano è oscurata da qualche difficoltà; ma lo Scaligero ha dedotto dai caratteri astronomici, che ei partì da Roma il dì 24 di Settembre, e s'imbarcò a Porto il dì 9 d'Ottobre dell'anno 416. Vedi Tillemont, Hist. des Empereurs T. V. p. 820. Rutilio, nel suo poetico Itinerario, si volge a Roma con alte voci di congratulazione.

Erige crinales lauros, seniumque sacrati

Verticis in virides, Roma, recinge comas etc.

[328.] Orosio compose la sua Storia in Affrica solo due anni dopo il fatto; pure sembra che la sua testimonianza sia contrabbilanciata dall'improbabilità del fatto medesimo. La Cronica di Marcellino attribuisce ad Eracliano 700 navi e 3000 uomini; l'ultimo di questi numeri è ridicolosamente corrotto, ma l'altro mi piacerebbe moltissimo.

[329.] La Cronica d'Idazio afferma, senza la minima apparenza di verità, che ei s'avanzò fino ad Otriculum nell'Umbria, dove fu vinto in una gran battaglia con la perdita di cinquantamila uomini.

[330.] Vedi Cod. Teodos. lib. XV. Tit. XIV. leg. 23. Gli atti legali fatti in suo nome, fino la manumissione degli schiavi, furono dichiarati invalidi finattantochè non fossero formalmente ripetuti.

[331.] Io ho sdegnato di far menzione d'un molto sciocco e probabilmente falso racconto (Procop., de Bell. Vandal. l. 1 c. 2), che Onorio si pose in agitazione per la perdita di Roma, finattantochè non seppe, che non era un pollo suo favorito di tal nome, ma solamente la Capitale del Mondo che s'era perduta. Pure anche quella storia fa qualche prova della pubblica opinione.

[332.] I materiali per le vite di tutti questi Tiranni son presi da sei Istorici contemporanei, due Latini e quattro Greci: Orosio l. VII. c. 42. p. 581, 582, 583. Renato Profuturo Fregerido ap. Gregor. Turon. lib. II, c. 9 negl'Istorici di Francia Tom. II. p. 165, 166. Zosimo lib. VI, p. 307, 371. Olimpiodoro ap Fozio pag. 180, 181, 184, 185. Sozomeno l. IX. c. 12, 13, 14, 15, e Filostorgio lib. XII. c. 5, 6 con le dissertazioni del Gotofredo p. 477-481, oltre le quattro Croniche di Prospero Tirone, di Prospero d'Aquitania, d'Idazio e di Marcellino.

[333.] Non si comprende come Sozomeno abbia lodato questo atto di disperazione. Egli osserva (p. 379), che la moglie di Geronzio era Cristiana; e che la morte di essa fu degna della sua religione, e di fama immortale.

[334.] Ειδος αξιος τυραννιδος (figura degna della Sovranità). Questa è l'espressione d'Olimpiodoro, che pare essere stata presa dall'Eolo, tragedia d'Euripide, di cui non restano presentemente che alcuni frammenti (Euripid., Barnes T. II. p. 443. v. 28.). Può servire tale allusione a provare, che gli antichi Poeti tragici erano tuttavia famigliari ai Greci del quinto secolo.

[335.] Sidonio Apollinare (lib. V. Epist. p. 9, 139, con le not. del Sirmond. p. 58) dopo aver notato l'incostanza di Costantino, la facilità di Giovino, la perfidia di Geronzio, prosegue ad osservare, che tutti i vizi di questi Tiranni erano uniti nella persona di Dardano. Pure il Prefetto sostenne un rispettabil carattere nel Mondo, e se è veridica la testimonianza di Sidonio, ei seppe ingannare S. Agostino e S. Girolamo; poichè da questo (Tom. III. p. 66), ricevè i titoli di Christianorum nobilissime, e nobilium Christianissime.

[336.] Quest'espressione può intendersi quasi letteralmente. Olimpiodoro dice μολις σακκοις εξσωθηαν (Appena lo presero vivo coi sacchi). La parola σακκοι o σακκος può significare un sacco, o una veste sciolta: tal metodo d'inviluppare e prendere il nemico laciniis contortis, era molto in uso appresso gli Unni (Ammiano XXXI 2). Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 608.) così traduce: Il fut pris avec des filets.

[337.] Senza ricorrere a più antichi Scrittori, io citerò tre rispettabili testimoni, che appartengono al quarto ed al settimo secolo cioè l'Expositio totius mundi (pag. 16 nel III volume dei Geografi Minori di Hudson). Ausonio (de Claris urbibus p. 242 edit. Toll.), ed Isidoro di Siviglia (Praef. ad Chron. ap. Grot. Hist. Goth. p. 707). Posson trovarsi molte particolarità relative alla fertilità ed al commercio della Spagna presso Nonnio Hispania illustrata, ed Huet Hist. du Commerce des anciens c. 40. p. 228-234.

[338.] Tal data si fissa esattamente nei Fasti, e nella Cronica d'Idazio. Orosio (lib. VII. c. 40 p. 578) attribuisce la perdita della Spagna al tradimento degli Onoriani, mentre Sozomeno (l. IV. c. 12) gli accusa soltanto di negligenza.

[339.] Idazio brama d'applicare a queste nazionali calamità le profezie di Daniele; ed è per conseguenza costretto d'adattare le circostanze del fatto ai termini della predizione.

[340.] Mariana de Reb. Hispan. l. V. c. I, Tom. I. p. 148. Hag. Com. 1733. Egli aveva letto in Orosio (l. VIII c. 41 p. 579) che i Barbari avevan fatto delle loro spade tanti ferri d'aratro, e che molti de' Provinciali preferivano inter Barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam solicitudinem sustinere.

[341.] Può facilmente dedursi questa mescolanza di forza e di persuasione dal confrontare Orosio con Giornandes, l'Istorico Romano col Gotico.

[342.] Secondo il sistema di Giornandes (c. 33. p. 659) il vero diritto ereditario allo scettro Gotico risedeva negli Amali; ma quei Principi, che erano vassalli dagli Unni, governavano le tribù degli Ostrogoti in alcune parti lontane della Germania o della Scizia.

[343.] Tale uccisione si riferisce da Olimpiodoro; ma il numero dei figli è preso da un epitaffio di sospetta fede.

[344.] La morte d'Adolfo fu celebrata in Costantinopoli con illuminazioni, e giuochi Circensi (vedi la Cronic. Aless.). Può sembrar dubbioso, se i Greci in quest'occasione fossero mossi dall'odio, che avevan pei Barbari o pei Latini.

[345.]

Quod Tartessiacis avus hujus Vallia terris

Vandalicas Turmas, et juncti Martis Alanos

Stravit, et occiduam texere cadavera Calpen.

Sidon. Apollin. in Paneg. Anthem. 39. p. 300. Edit. Sirmond.

[346.] Questo sussidio fu molto gradito. I Goti erano insultati da' Vandali della Spagna col nome di Truli, perchè nella estrema loro angustia avevan dato una moneta d'oro per una trula, o circa mezza libbra di farina. Olimpiod. ap. Phot. p. 189.

[347.] Orosio riporta una copia di queste pretese lettere. «Tu cum omnibus pacem habe, omniumque obsides accipe; nos nobis confligimus, nobis perimus, tibi vincimus; immortalis vero questus erit Reipublicae tuae, si utrique pereamus». L'idea è giusta; ma io non posso persuadermi, che s'avesse, o s'esprimesse da' Barbari.

[348.] «Romam triumphans ingreditur» questa è la formale espressione della Cronica di Prospero. I fatti appartenenti alla morte d'Adolfo, ed alle azioni di Vallia son riferiti da Olimpiodoro (ap. Phot. p. 188), da Orosio (L. VII c. 43. p. 584, 587), da Giornandes (De reb. Getic. c. 31, 32), e dalle Croniche d'Idazio e d'Isidoro.

[349.] Ausonio (de claris urbibus p. 157, 262) celebra Bordò col parziale affetto d'un nativo di questa città. Vedasi appresso Salviano (de Gubern. Dei p. 228. Paris 1608) una florida descrizione delle Province dell'Aquitania, e della Novempopulonia.

[350.] Orosio (L. VIII c. 32 p. 550) commenda la dolcezza e la modestia di quei Borgognoni, che trattavano i loro sudditi della Gallia come Cristiani loro fratelli. Mascou ha illustrato l'origine del loro regno nelle prime quattro annotazioni, poste al fine della sua laboriosa Istoria degli antichi Germani (vol. II. p. 555, 572 della traduzione Inglese).

[351.] Vedi Mascou (l. VIII. c. 43, 44, 45). Se si eccettui un breve e sospetto verso della Cronica di Prospero (nel T. I. p. 638) non si trova mai rammentato il nome di Faramondo prima del settimo secolo. L'autore dell'opera intitolata Gesta Francorum (nel T. II p. 543) suggerisce con sufficiente probabilità, che fu raccomandata a' Franchi la scelta di Faramondo, o almeno d'un Re, da Marcomiro di lui padre che era esule nella Toscana.

[352.]

O Lycida, vivi pervenimus: advena nostri

(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelis

Diceret: Haec mea sunt; veteres migrate coloni

Nunc victi tristes etc.

Vedasi tutta l'Egloga nona coll'utile comentario di Servio. Furono assegnate a' Veterani quindici miglia del territorio Mantovano, con la riserva di tre miglia intorno alla città in favore degli abitanti. Ed anche in questa concessione furono ingannati da Alfeno Varo, famoso legale ed uno de' Commissari, che misurò ottocento passi d'acqua e di pantano.

[353.] Vedi il notevole passo dell'Eucaristicon di Paolino 575. appresso Mascou L. VIII c. 42.

[354.] Si fissa quell'importante verità dall'esattezza del Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 647) e dall'ingenuità dell'abate Dubos (Hist. de l'établiss. de la Monarchie franc. dans les Gaul Tom. I. p. 259).

[355.] Zosimo (l. VI p. 383) in poche parole racconta la rivolta della Britannia e dell'Armorica. I nostri Antiquari, e fino lo stesso gran Cambden, sono caduti in molti gravi errori per l'imperfetta cognizione che avevano dell'istoria del Continente.

[356.] Sono stati fissati i confini dell'Armorica da due Geografi nazionali, Valesio e Danville, nelle loro notizie della Gallia antica. Questo nome s'era usato in un senso più esteso, e fu di poi ristretto ad uno molto più limitato.

[357.]

Gens inter geminos notissima clauditur amnes,

Armoricana prius veteri cognomine dicta.

Torva, ferox, ventosa, procax, incauta, rebellis;

Inconstans disparque sibi novitatis amore;

Prodiga verborum, sed non et prodiga facti.

Erricus Monac., in vit. S. Germani L. V. apud Vales. notit. Galliae. p. 43. Valesio adduce varie testimonianze per confermare questo carattere, alle quali aggiungerò quella del Prete Costantino (an. 488) che nella vita di S. Germano chiama i ribelli Armorici mobilem et indisciplinatum populum: Vedi gl'Istorici di Francia Tom. I. p. 643.

[358.] Ho creduto necessario di protestarmi contro questa parte del sistema dell'Abate Dubos a cui si è tanto vigorosamente opposto Montesquieu. Vedi Espr. des Loix L. XXX. c. 24.

[359.] Βριταννιαν μεν οι Ρωμαιοι ανασωσασθαι ουκετι εχον (I Romani poi non poterono più racquistar la Britannia). Queste son parole di Procopio (de Bell. Vandal. L. 1. c. 25. p. 181. edit. Louvre) in un passo molto importante, che troppo si è trascurato. Anche Beda (Hist. Anglic. l. 1. c. 12. p. 50. Edit. Smith.) confessa che i Romani lasciarono per sempre la Britannia al tempo d'Onorio. Pure i nostri moderni Storici ed antiquari estendono il termine del loro dominio; e vi sono alcuni che ammettono solo lo spazio di pochi mesi fra la lor partenza e l'arrivo de' Sassoni.

[360.] Beda non ha dimenticato l'accidentale soccorso delle legioni contro gli Scotti ed i Pitti; ed in seguito si daranno più autentiche prove, che gl'indipendenti Brettoni levarono 12,000 uomini per servizio dell'Imperatore Antemio nella Gallia.

[361.] Un dovere verso me stesso, e verso la verità storica mi obbliga a dichiarare, che in questo paragrafo alcune circostanze non son fondate che sulla congettura e l'analogia. L'inflessibilità della nostra lingua mi ha talvolta forzato a deviare dal modo condizionale all'indicativo.

[362.] Προς τας εν Βρεταννια πολεις (alle città della Britannia). Zosim. l. VI. p. 383.

[363.] Due città della Britannia erano Municipia, nove Coloniae, dieci Latii Jure donatae, dodici stipendiariae di classe superiore. Queste particolarità sono prese da Riccardo di Cirencester (de situ Britanniae p. 36). E quantunque non possa parer probabile, ch'egli traesse tali notizie dal Manoscritto di un Generale Romano, dimostra però una genuina cognizione dell'antichità, molto straordinaria per un Monaco del secolo decimoquarto.

[364.] Vedi Maffei, Verona illustrata P. I. L. V. pagina 83, 106.

[365.]

Leges restituit, libertatemque reducit,

Et servos famulis non sinit esse suis.

Itiner. Rutil. l. 1. p. 215.

[366.] Un'iscrizione (ap. Sirmond. not. ad Sidon. Apoll. p. 59) descrive un castello cum muris et portis tuitioni omnium, eretto da Dardano nella sua tenuta vicina a Sisteron, nella seconda Narbonese, e da lui chiamato Teopoli.

[367.] Sarebbe stato facile in vero lo stabilire la lor potenza, se si potesse ammettere l'impraticabil progetto d'un libero e dotto antiquario, il quale suppone che i Monarchi Britanni di varie tribù continuassero a regnare, quantunque con subordinata giurisdizione, dal tempo di Claudio fino a quello d'Onorio; vedi Whitaker, Istor. di Manchester vol. 1. p. 247, 257.

[368.] Αλλ’ουσα υπο τυραννοις απ’αυτου εμενε (Ma da esso fu posta sotto i Tiranni). Procop., de Bell. Vandal. l. 1. c. 2. p. 181. Britannia fertilis provincia tyrannorum; tale fu l'espression di Girolamo nell'anno 415. (Tom. II. p. 253, ad Ctesiphorit.)

[369.] Vedi Bingham., Eccles. antiq. vol. 1. lib. X. c. 6. pag. 594.

[370.] Si narra di tre Vescovi Britanni, che si trovarono al Concilio di Rimini l'anno 359, tam pauperes fuisse ut nihil haberent. Sulpic. Sever., Hist. Sacr. l. 11. pag. 410. Alcuni loro confratelli però erano in migliore stato.

[371.] Si consulti l'Usserio, de Antiq. Eccl. Britt. cap. 8, 12.

[372.] Vedi il testo corretto di questo editto come fu pubblicato dal Sirmondo (not. ad Sidon. Apollinar. p. 47). Incmaro di Reims, che assegna un luogo a' Vescovi, ne aveva probabilmente veduto (nol nono secolo) una copia più perfetta. Dubos, Hist. crit. de la Monarchie Franc. Tom. 1. p. 241, 255.

[373.] Dalla Notitia è chiaro, che le sette Province erano la Viennense, le Alpi marittime, la prima e seconda Narbonese, la Novempopulonia, e la prima e seconda Aquitania. In luogo della prima Aquitania, l'Abate Dubos, sull'autorità d'Incmaro, brama d'introdurvi la prima Lugdunense o Lionese.

[374.] Vedi M. Huet, Demonstr. Evang. Prop. 9. c. 160.

[375.] De Malignit. Herodot. p. 845. Xyland. Interp. Basil. 1570. Sophistis quidem concessum est... sententiam pejorem sumere defendendam. Non enim fidem validam faciunt de rebus, et plerumque non negant gaudere se absurdis, et incredibilibus probabilitatem conciliando: qui vero historiam scribit, debet quae VERA sit scribere: de incertis MELIORA videntur RECTIUS quam PEJORA prodi.

[376.] Orat. pro Templis.

[377.] Vedi il Gotofr., Comment. ad LL. 8 et ult. Cod. Theod. Tit. de Pagan. Quod NON SEMPER Principum auctoritate jussuve factum, verum etiam Ecclesiasticorum, Monacorumque zelo (altrove) impetu.

[378.] Ars. cogit. part. 3. C. 20.

[379.] Bolland. 26. Febrar.

[380.] Gli antichi Monaci si sostentavano col lavoro delle proprie mani. Gli spirituali loro esercizi erano: I. una penitenza perpetua Vita plangentis. S. Hyeron. ad Ripar. Ep. 53: I rigorosi e lunghi digiuni, onde rendevansi più bisognosi dei fomenti d'Ippocrate, che di avvertimenti Id. Ep. 4. ad Rustic: III. Frequentissime sacre funzioni. L'autore da cui traggo tali notizie è Bingham vol. 3. L. 7. C. 3. dal §. 10. al §. 17, Orig. Eccl.

[381.] Georg, in Vit. Jo. Chrisost. Theodor. H. E. Lib. 5. Cap. 29, Ed. Vales.

[382.] L. 16. C. Theod. Tit., de Pagan. Fu però tale la resistenza dei Pagani, che molti Monaci restaron feriti, ed alcuni uccisi. S. Gio. Gris. Ep. 123 e 126. To. 3. Ediz. del Montfaucon.

[383.] Leg. 36. de. oper. publ. Cod. Th. T. 5.

[384.] De Malign. Herod.

[385.] Vedi il Tit. cit. de Pag. Saerif. et Templ. del Cod. Theod.

[386.] Jusserat Imperator ut templa Gentilium Alexandriae destruerentur. Socr. H. E. L. 7. C. 16. Templa (Imperator) solo aequari jussit. Soz. H. E. L. 7. C. 15.

[387.] Soz. II. E. L. 7. C. 15.

[388.] Bolland. T. 2. Mart. 17. Hermant. Vie de S. Ambroise pag. 381.

[389.] Sunt qui Apim et Serapidem unum nomen putarent, et per hunc Josephum intellexerint, uti Bochart cum Beyer ostendunt: nec veritati contraria videtur haec opinio, ut pluribus ostendit... Cl. Jo. Lehmann, quam iterum excudi curavit celeberr. Crenius... Interim favere huic sententia ipsa quoque Apis appellatio videtur. Vedi Ugolin. T. 3. p. 743. N. 14 Monsig. Huet però vi vede al solito il suo Mosè Demonst. Evang. Prop. 4 c. 4.

[390.] At qui Amasidis crepitum, adventum asinorum furis, utrum incrementum... commemorasset, certo videri potest illa non incuria, aut contemtu praeterivisse pulchre facta, atque dieta, sed quod quibusdam male vellet, essetque in co injurius. Plutarc, loc. cit. p. 852. lin. 1.

[391.] Can. 3, 4, 5, 6. Vedi Gotofr. T. 6. C. Theod. p, 328.

[392.] S. Agost., De Civ. D. L. 18. C. ult.

[393.] LL. 7. et 11. Cod. Theod. Tit. cit.

[394.] LL. 15, 18, 19. C. Theod. T. cit.

[395.] II. Eccl. Lib. 5. C. 21.

[396.] Teodor. ivi = ipse vero frontem silo affixam habens Clementem Dominum orabat etc.

[397.] H. E. L. 5. C. 16.

[398.] Sulp. Sev., Dial. 2. C. 6.

[399.] Plutarc., loc. cit.

[400.] T. X. M. E. Vie de S. Martin Art. 16.

[401.] V. Hyeron, de Prato, Praef. ad Sever. Sulp. Edit. Veron. T. 1.

[402.] Sulp. Sev., Dial. 2. p. 108, 109, ec. T. 1.

[403.] Sulp. Sev., de Vit. B. Mart. pag. 19. Injuria repulsus ... secessit ad proxima loca, ibique per triduum cilicio tectus ac cinere jejunans semper, atque orans, ut virtus illud (templum) divina dirueret. pag. 21. = Quae erant illius familiaria... arma, solo prostratus oravit = pag. 23. Ubi vero auxilium crucis et orationis arma reperisset = Ad Euseb. Ep. p. 43. Recurrit ad nota praesidia... orationem diebus noctibusque perpetuat Dialog. 2. p. 11.

[404.] Sulp. Sev. pag. 18, 20, 21. De V. S. Mart.

[405.] Sulp., De V. B. Martini, p. 22.

[406.] Sulp., Dial. 2. p. 109. = e Dial. 3. p. 143. Nos Ecclesia et pascat et vestiat, dummodo nihil nostris usibus quaesisse videamur = così pensava ed operava quel Santo. Vedi p. 8. de V. B. Mart.

[407.] Et vece ante Martinum pauci admodum, imo fere nulli in illis regionibus Christi nomen receperant = Sulp. de V. B. M. p. 20.

[408.] Sulp., V. B. Mart. pag. 18, 19.

[409.] Questo è l'epiteto datogli da Sulpizio.

[410.] I. Ad Corinth. 14, 22. Signa autem infidelibus, non fidelibus. S. Greg I. Lib. 1 Hom. IV. in Evang. § 3 Lib. 2 Hom 29 §. 4. Moral. L. 27. C. 37. §. 3. Tom. I. Ed. Paris.

[411.] Leg. 18. T. de Pagan. etc. C. Theod. T. 6. Il Gotof. attribuisce il motivo di questo legge all'attentato dei Conti Giovio e Gaudenzio. Vedi il Com. p. 320.

[412.] Leg. 19, ibid.

[413.] Leg. 25, ivi Vedi il Com. del Gotofr.

[414.] Nicef. Call. L. 14. C. 44: Teodosius in sacrosantum fanum τυχαιον convertit.

[415.] H. E. lib. 7. C. 15.

[416.] Reg. Epistol. L. XI. Ind. IV. Ep. 76, T. 2. Ed. Paris. S. Agostino era stato del medesimo sentimento. Epist. 47, ad Publicolam.

[417.] Ad altri è sembrata piena di scurrilità e di epiteti infami. Valsecchi dei Fondam. della Relig. L. 3. C. 6. Trahit sua quemque voluptas.

[418.] Vedi Marangoni, delle cose idolatriche ec. Cap. 54. e seg. Jo. Ciampini, de Sacr. aedific.

[419.] De Persec. Vandal. Lib. 3.

[420.] Eamque (Romam) depopulati maximam partem admirandorum illic operum incendio consumserunt. Socr. lib. 7. C. 10. Vedi per tutti Tillem. p. 433. etc. ep. 592. T. 5. Hist. des Emper.

[421.] Euseb. in V. Constant. Lib. 2. C. 52. ex Vales. Vedi nel T. 3. della Storia di Gibbon il Saggio di Confutaz.

[422.] Plutarc. nel l. cit.

[423.] Euseb., De V. Costant. Lib. 3. C. 1.

[424.] S. Ambros., de Vid. prop. f. Lactant., de Fals. Relig. L. 1. C. 17. Arnob., ad Gent. l. 4. c. 5. S. August., de C. Dei L. 2. C. 8. etc. etc.

[425.] Hobbes, de cive e nel Leviathan.

[426.] Vedi Jo. M. Lampredi in Pis. Acad. Antecess. Juribus pub. Univers. Theoremata T. 2. pag. 550. 51, Ediz Pis. 1782, Henric. de Cocc., Comm. ad Hug. Grot. Lib. 2. C. 20 §. 44. p. 384. Lausari. 1752.

[427.] Il principio di S. Agost. L. 3. C. 51, cont. Cresc. è ancora più esteso = In hoc Reges, sicut eis divinitus praecipitur, Deo serviunt, in quantum Reges sunt si in Regno suo bona, jubeant, male prohibeant non solum quae pertinent ad humanam societatem, verum etiam quae pertinent ad Religionem.

[428.] Comm. ad L. 4. de' Sacrif. T. 6. C. Theod.

[429.] Zos. L. 4. C. 13, Amm. L. 29 C. 1.

[430.] Soz. L. 6. C. 35, Socr. L. 4 C. 19.

[431.] Leg. 9. Cod. Theod. de Malef. et Mathem. = Testes sunt leges a me in exordio Imperii mei datae, quibus unicuique quod animo imbibisset, colendi libera facultas tributa est =.

[432.] È condannabile senza dubbio la crudeltà, che mostrò Valente in quell'occasione; ma non per questo la divinazione lasciava di esser prudentemente sospetta, e pericolosa. Vedi il Com. del Gotof. alla L. 8, de Malef. etc.

[433.] Vedi S. Agost., de C. D. L. 5. C. 23.

[434.] Orat., de Templ. in f.

[435.] Soz. Lib. 7. C. 15, pro templis suis acriter dimicabant etc.

[436.] S. Agost., de Civ. D. lib. 18, Cap. ult.

[437.] Questa querela mosse a scrivere Arnobio i suoi libri Adv. Gent. e questa medesima indusse S. Agost. ad intraprendere la grand'opera de Civ. D. Retract. L. 2, C. 43.

[438.] Vedi la Leg. 23, de Sacrif. col Com. del Gotof. il quale con ragione raccomanda la lettura della Novel. di Teodosio il Giovane Tom 7. Tit, de Judaeis al §. Hinc perspicit in cui si rimproverano i Pagani con somma forza ed eleganza per la loro audacia. Non la trascrivo per non esser prolisso.

[439.] Tit. Liv. Lib. 39. C. 14. Ed. Freinshem; T. 5. p. 322.

[440.] Plutarc., al l. cit.

[441.] Cic. de Offic. Lib. 3. C. 19.

Cum permagna praemia sunt etc.

[442.] V. Puffendorf de J. N. et. G. Lib. 1. G. 4. cum Barbeyr. Not. 3. ac. §. 9. Burlam. Princip. du Droit. nat. C. 2. ed altri non Casisti.

[443.] Sozom. L. 7. C. 15, cit. de' sop.

[444.] De malign, Herod.

[445.] Eunap. nella V. di Edes. del Commel. p. 64, 65, etc.

[446.] Eunap. nella V. di Edesio p. 60. Ediz. di Commel.

[447.] Illos vero, qui negant Sanctos aeterna felicitate fruentes invocandos esse... vel invocationem esse idolatriam... vel stultum esse in caelo regnantibus... supplicare, impie sentire.... affirmantes Sanctorum reliquiis venerationem, atque honorem non deberi, vel eas aliaque sacra monumenta a fidelibus inutiliter honorari.... omnino damnandos esse. Trident. Sess. XXV. De Invocat. etc.

[448.] Son note le atroci calunnie dei Gentili, figlie in parte della loro ignoranza, contro i primi fedeli. Tertul., Apolog. C. 7. Minul. Fel. in Oct.... Neppur si sapeva esattamente il nostro nome. Tertul., Apolog. C. 3. Perperam Christianus pronunciatur a vobis; nam nec nominis certa est notitia penes vos. Questa ignoranza durava ai tempi di Lattanzio tra molti. Divinar. Inst. C. 7. Lib. 4.

[449.] Ho presente la Dissert. Filosof. De Argum. Theologico ab invid. ducto num. Octavo etc. Credo però, che S. Girolamo fosse in istato di giudicare delle intenzioni di Vigilanzio assai meglio, che il Sig. le Clerc dopo 12 buoni secoli.

[450.] Trid. sess. 25, De Invocat. etc.

[451.] Vedi il Muratori, Della regolata Divozione etc. Cap. XXIII.

[452.] Plutarc., in Comment. Quomodo adolescens poetas audire debeat ex Xyland. pag. 11.

[453.] Lo stesso, e con ragione esigono i Protestanti. Vedi Concl. Syn. Dord. in Syntagm. Confes. Fid.

[454.] Trid. sess. 25. al l. e la professione di fede non dice di più. Vedi Franc. Veron., Reg. Fid. § 7.

[455.] Vedi l'Esposiz. della Dottr. della Chiesa di Mons. Bossuet Cap. 4. l'Avvertim. premesso all'Ediz. di Venez. 1713.

[456.] Absit.... ut Christianus homo in se ipso vel confidat, vel gloriatur, et non in DOMINO, cujus tanta est erga omnes homines bonitas, ut eorum velit esse merita, quae sunt IPSIUS DONA. Trid. sess. 6. Cap. 15. Vedi Bossuet, Spiegaz. di alcune diffic. sopra la Messa. Cap. 39 e 40.

[457.] L'eruditissimo Grozio avendo esaminate le diverse maniere indicate dai Padri, e dai nostri Teologi per ispiegare come i Santi abbiano notizia dei nostri bisogni etc. conchiude = Ita inique faciunt Protestantes; qui Idolatriae damnant eos, qui multorum veterum sententiam secuti, putant nostrarum necessitatum et precum notitiam aliquam ad Martyres pervenire. Grot. ad Consult. Cassand. T. 4. p. 6. Vedi Perpétuité de la Foy. Tom. 5. L. 7. C. 7. ed il Veton., Reg. Fid. §.7.

[458.] Cath. Rom. p. 3. De Cultu etc.

[459.] T. ad Thessal. Cap. 5, 25, ad Hebr. C. 13, 18. Jacob. C. 5. 16. Orate pro invicem, ut salvamini; multum enim valet deprecatio fusti assidua. Potrei ancora allegare il comando di Dio medesimo = Job autem servus meus orabit pro vobis Job. Cap. 42. V. 8. ec.; ma i nostri avversarj o stravolgono i Sacri Libri con interpetrazioni arbitrarie, o gli ripudiano totalmente: Tertull., de Praescript. Haeret. § 17.

[460.] Dico ciò, perchè il Sig. Gibbon cita Burnet, de Stat. mort..... Leggetelo pure, ma leggete ancora il Muratori, De Paradiso non expectata Corp. Resurect., e specialmente il Cap. 23, dove dimostra quanto giustamente abbia deciso il concilio Fiorentino l'opinione contraria a quella di Burnet coll'autorità di S. Greg. M. a cui dee tanto la vostra Inghilterra, del Ven. Beda, di S. Aldhelmo, e di Alcuino, tutti luminari del vostro Regno.

[461.] Le orazioni della Liturgia quasi tutte terminano con la clausula: Per Dominum nostrum J. Christum etc.

[462.] Certum est, quod hac interpellatione adoratio illa, et cultus, qui soli Deo debetur non imminuitur; cum Sanctos Dei non ut Deos, et largitores bonorum, sed ut Condeprecatores, et Impetratores appellemus. Cassand. Cons. art. 21. Tuttavolta M. Fell Vescovo di Oxford si ostina ad asserire = Deos, qui rogat (Martyres) ille facit = Ditemi in grazia: a pregare un ministro, perchè sostenga una supplica presentata a S. M. Britannica, si divien forse rei di alto tradimento?

[463.] Quis umquam auditus in precibus aut Litaniis dixisse Sanctae Raliquiae orate pro me? Eppur una tal manifesta calunnia dei Centurioni Magdeb. è ripetuta dal Sig. Gibbon. Vedi il Bellarm., de Reliq. C. 2. in f.

[464.] Trident. sess. 25. De invocat etc.

[465.] O convien credere accetto a Dio il culto dei Santi, e delle loro Reliquie, o bisogna negar tutti fino ad uno i miracoli, che si raccontano operati da Esso a favore di chi ha praticato un tal culto. Quest'ultimo partito, che è quel di Daillé e del Sig. Gibbon (N. 1) porta ad ammettere non solo una credulità, ed una stupidezza (appena scusabile in un fanciullo) ma eziandio una frode, ed un manifesto carattere d'impostura in S. Ambrogio, S. Agostino, S. Ilario, S. Paolino, S. Gio. Grisostomo, S. Asterio, Teodoreto, Eulogio, ed altri senza numero, tutti insigni per antichità, per integrità, e per ingegno e dottrina. Vedi il Petav., de Incarn. Lib. 15. C. 13. Son forse tutti i prodigi narrati da essi impossibili, inverisimili, e senza esempio nelle S. Scritture? Colui che volle onorare S. Pietro e S. Paolo ancor racchiusi in carcere mortis hujus, operando prodigi per mezzo dell'Ombra di questo (Act. Cap. 5 ), e delle cose state al contatto del corpo di questo (Act. C. 19) sarà cosa impossibile, strana e ridicola, che gli abbia operati per mezzo dei vasi posseduti sino alla morte in honorem da quei medesimi Santi, dopo averli coronati nel Cielo? Vedi il T. 2. de Unit. Eccl. lib. 12. C. 29. Fratr. Walenburch. e l'A. Anon., dell'Arte di pensare. P. 4. C. 14.

[466.] Trid. sess. 22. C. 5 de Sacr. Mis. Vedi il bel Catech. di M. Giorgio Berger. Vesc. di Montpellier sulla materia in questione.

[467.] Vedi l'Avvertim. all'Esposizione nell'Ediz. di Venez. del 1713.

[468.] Molti altri hanno sfogato il loro veleno contro la Chiesa. Vedi Alberto Fabric., Bibliogr. antiq. Cap. 4. N. 6. etc.

[469.] Adv. Vigilant. Ed. Paris T. 4, p. 284. Vedi la dotta Dissert. de Veterum quorumd. Christianor. nominibus del Ch. Padre Passini. Venet. 1772 ed il Gaetano 2. II. Quaest. 86. Art. 1.

[470.] Baron., in Annotat. ad Martyrolog. R. ad d. 2. Febr., Annal. ad Ann. 45. p. 273. Venet. Ed. 1705.

[471.] Middleton inclina a credere con lo Spencero, che le Cerimonie Giudaiche gran tempo prima fossero usate dagli Egiziani. In tale ipotesi, il culto del popolo prediletto da Dio nel suo tempio santo sarà dunque stato impuro, e sacrilego? Le lavande nei fiumi si praticavano dai Pagani per cancellare le colpe. Dunque il Battesimo sarà un atto d'Idolatria? Vedi il Valsecchi, Dei Fondam. della Relig. Lib. 2 e 4, e Lib. 3. e 6. p. 2.

[472.] De Civ. D. Lib. 8. c. 23

[473.] Histoire etc. T. 2 p. 680. 2, 3.

[474.] Lib. 20. Contr. Faust. C. 21. T. 6. p. 156. Si confronti col Tridentino alla sess. 22. de sacrif. Mis. cap. 3.

[475.] Histoire etc. p. 676. Tom. 2.

[476.] Così lo qualifica il Sig. Gibbon, onde mostra di adottarne i sentimenti.

[477.] Vedi il Muratori nella Dissert. de Rebus Liturg. T. 13. Ed il Vescovo di Arezzo P. 1. p. 180, 191, dove mostra ad evidenza con passi chiari di S. Agostino il domma Cattolico intorno al Sacrifizio dell'Altare contro Bingham ec. e la 3. Dissert. del Padre Touttée cap. 12 de Doct. S. Cyrilli Ed. Paris.

[478.] Histoire etc. T. 2. p. 681.

[479.] Vedi S. Iren., Cont. Haeres. L. 1. c. 10 T. 1.

[480.] S. Agost. med., de Morib. Eccl. C. 39.

[481.] Non è una esagerazione: Vedi il Petav., de Incarn. Lib. XIV. c. 10, il Bellarm., de Reliq. etc., ed il Catech. di M. Berger, etc.

[482.] Can. 5. Syn. Nic. I. Can. 20, Conc. Antioch. a. 341. Can. 19. Conc. Calcedon. secundum Regulas Petrum bis in anno in unum convenire Episcopos, ubi singula, quae emerserint, corrigantur. Vedi il Decr. di Graziano alla Dist. 18. S. Leone Ep. 16 c. 7. inculca questa regola pro custodia concordissimae unitatis.

[483.] Optat. Lib. 2. cont. Parmeo. Cum quo Damaso Pontefice nobis totus orbis commercio formatarum in una communionis societate concordat. S. Aug. Ep. 163 V. Ed. ad Eleus. V. Cabas. Diss. 7. Notit. Concil.

[484.] Serm. 101. de Divers. C. 7. Ed. Plantin. T. X. p. 572. I testi, che riportano poco dopo, dimostrano i Fedeli bene informati.

[485.] Ad Riparium Ep. 37. T. 4. Ed. Paris. p. 278. et. adv. Vigilant. p. 280.

[486.] S. Aug. Cunt. Faust. Lib. 20, c. 21.

[487.] Tertull. de Praescript. Haeret. §. 21, etc, e l'Analisi del Ch. D. Tamburini Prof. della R. I. Università di Pavia.

[488.] Vedi Ruinart nella Pref. generale in act. Mart. e Mamachi Orig. et Antiq. Christ. T. 1. L. 1. § 27.

[489.] Beausob. l. c. pag. 663.

[490.] Euseb. H. E. L. 4. C. 15.

[491.] Un segno di gioja, lasciando da parte la mistica, erano i lumi, adoprati ne' primi tre secoli per necessità, e quindi per ceremonia. Tanto è contraria la Chiesa alle novità. Vedi de Vert. T. 2. p. 18, Pref. e la Lettera a Jurieu. Quale ingiustizia il voler prender regola del Culto pubblico dai tempi della più barbara persecuzione! Vedi Prudent., hymn. de S. Laurentio; e S. Paolino, Carm. de S. Felice colla Dissert. del Muratori 16. Tom. XI. p. 1. Ed. di Arez. ol. Anecdot. T. 1.

[492.] Euseb., H. E. loc. cit.

[493.] Vedi il Trombelli, de cultu SS. Diss. 7. capit. 6. e seg.

[494.] Beausob. T. 2 p. 668 N. 2. l, c.

[495.] Beausob. ivi pag. 644. n. 2.

[496.] Suo loco et ordine nominantur, non tamen a Sacerdote, qui sacrificat, invocantur. S. Aug., de C. D. Lib. 22. c. 10. Così Beausobre. Deo quippe, non ipsis sacrificat, quamvis in Memoria sacrificet corum, quia Dei Sacerdos est non illorum. Così prosegue S. Agost. Le parole poi antecedenti sono: Ad quod sacrificium sicut homines Dei, qui mundum in ejus confessione vicerunt suo loco etc.

[497.] Serm. 107 de divers. cap. 2. Ed. Plant. pag. 582 T. X.

[498.] Serm. 17. de Verb. Apost. c. 1. 131. T. X.

[499.] Tract. 84. in Joan. T. IX. Ed, Plant. p. 185.

[500.] Euseb. H. E. L. 2. C. 25.

[501.] Histoire etc. T. 2. pag. 668.

[502.] L'autorità di S. Cirillo ha sempre spaventato i Settarj: onde hanno tentato ogni via per eluderla. Vedi la Pref. alle sue Opere Edit. Paris. §. 2. Le ventitre Catechesi si mostrano un parto genuino, ed incorrotto di quel S. da Nat. Aless. contro Rivet Hist. Eccl. Saec. IV. c. 6. art. 12, e dal Padre Touttée Bened. Dissert. 2 premessa alla Ediz. cit. Vedi il cap. 3 destinato alla difesa delle 5 Mistagog.; giacchè nella quinta di queste §. IX. p. 328 si legge: Postea recordemus eorum, qui obdormierunt, primum Patriarcharum, Prophetarum, Apostolorum, Martyrum, ut Deus EORUM PRECIBUS, et legationibus orationem nostram suscipiat. La Liturgia attribuita a S. Giacomo mi par che confermi l'asserzione di S. Cirillo, leggendosi = Commemorationem agamus..... omnium SS. et justorum, ut PRECIBUS, atque intercessionibus EORUM omnes misericordiam consequamur. Tom. 2. Bib. PP. pag. 4, in fin. Ed. Lugd. 677. Vedi Renaudot. Liturgiarum Oriental. Coll. Tom. 2. p. 29 e seg. Lascio però al Sig. Beausobre il privilegio di contare sopra monumenti sì dubbj. V. Praef. Tract, etc. Praelim. Jo. Bolland. Tom. 3. Ed. Venet. 1751. pag. 473. Sul passo delle Costituz. Apost. Vedi il Muratori, Dissert. De Reb. Liturg. cap. 22, ove rileva egregiamente la mala fede di Bingham., Crimine ab uno etc.

[503.] Vedi la cit. Dissert. a, del P. Toutée § 31 pag. 121.

[504.] Liturgia S. Jo. Chrisost. = In honorem... Dei Genitricis, et S. V. Mariae, cujus intercessionibus suscipe Domine Sacrificium hoc. Indi il Sacerdote fa la commemorazione dei SS. o dei Martiri QUORUM PRECIBUS visitari se a Deo rogat. Presso il Petav. l. cit. V. T. Epifanio Haere 75, §. 7. ed i sacramentarj Leoniano, Gelesiano e Gregoriano presso il Muratori T. 13 P. I. II. III. della Ediz. cit.

[505.] L'invocazione de' SS. si confessa molto antica da Chemnizio, Exam. Conc. Trid. P. IV. p. 16. Può vedersi Agosti Einsidlens. Tom V. Oecum. Trid. Concilii Veritas inextincta cont. Heidegger. usandone con Critica. È celebre il testo di S. Cipriano nell'Epist. 57, ad Cornel. Edit. Pamel. sostenuto dal Petavio, cont. Rigalt. de Incarn. L. XIV. c. 10. ed il Can. XX. del Conc. Gangrense nel Pontificato di S. Silvestro.

[506.] Questo argomento è trattato ampiamente nel T. I. de la Perpetuitè de la Foy. Lib. 1. cap. 10. Debbono ancora spiegare i Protestanti il perchè in tutti i tempi la Chiesa abbia usato una somma cautela in registrare gli Atti de' Martiri, e nell'esame delle S. Reliquie per impedire le frodi talora pie, e talor vergognose. Vedi Ruinart, Praef. in Act. Martirum §. 4., Mabillon de Canoniz. SS. ad. Saec. V. Bened., e l'Epist. de Cultu SS. Ignotor. Front. Duc., de diebus fest., Orsi, Dissert. Apolog. pro SS. Perpet. et Felicit., ed i Prolegomeni ad Hist. Eccl. p. 20 del Ch. Zola. Ma questa spiegazione si aspetta invano.

[507.] Vedi la lettera di una Inglese Cattol. presso il Murat. Tom. 4. dell'Oper. Ediz. cit. Giovanni Hus e Wicleffo acconsentirono all'Invocazione de' SS. Storia delle variazioni Lib. XI. §. 157, e 165, ed Arrigo VIII, ne confermò solennemente la pratica. Ivi lib. VII. §. 26 e 37.

[508.] M. Claude ha compreso il settimo secolo intiero dans les beaux jours de l'Eglise: Ospiniano avendo appunto in mira il culto dei SS. e delle Reliquie riguarda S. Greg. M. come il fonte da cui scaturì il torrente della superstizione, e della Idolatria: i Centuriatori Magdeburg. si contraddicono. Vedi al Bellarm. l. cit. Chamier od altri prendon per figure rettoriche le invocazioni dei SS. fatte dai Padri del IV. Secolo. Gibbon dopo Beausobre o Dailé etc. è meno scrupoloso. Quali e quante variazioni! È egli questo il carattere della verità! V. la Perpet. de la Foy T. 1. e T. 5. al luog. cit. Una innovazione, ed una innovazione superstiziosa e pagana poteva ella esprimersi con questi termini? Iidem (Praesides Provinciarum) Martyrum festos dies jussu Principii OBSERVABANT. Euseb., in Vit. Const. Lib. IV. c. 23. Eorum Martyrum sepulchra celebrare, et PRECES ibi votaque nuncupare, et beatas illorum animas venerari CONSUEVIMUS: idque a nobis MERITO fieri statuimus. Il med. Euseb., Praep. Evangel. Lib XIII. c. II. Una innovazione superstiziosa e pagana, può mai autorizzarsi dai Concilj Ecumenici? Nel Conc. Calced. Act. XI esclamarono i Padri = ecce ultio, ecce VERITAS: Flavianus post mortem vivit, Martyr pro nobis oret. Lab. Lutet. Paris. Tom. 4. P. 697. Tralascio come sospetto il Capit. 7. del VI. Conc. Gener. Tom. 6. p. 205., rimettendovi agli Atti dei Niceno II. Tom. VII.

[509.] Lib. V, Cap. 20. Contr. Haeres. pag. 317. T. I. Ed. di Ven. de' Bened.

[510.] Paradiso Cant. V.

[511.] Il P. Montfaucon, che per comando de' suoi superiori Benedettini fu condotto (Vedi Longueruana Tom. 1. p. 205) a fare la laboriosa edizione di S. Gio. Grisostomo in tredici tomi in foglio (Parigi 1738) si è divertito ad estrarre da quell'immensa collezione di cose morali alcune curiose antichità, che illustrano i costumi del secolo di Teodosio (Vedi oper. Chrysostomi Tom. XIII. p. 192, 196. e la sua dissertazione Francese nelle Memorie dell'Accademia delle Inscriz. Tom. XIII pag. 474, 490).

[512.] Secondo l'inesatto calcolo, che una nave può fare con un buon vento mille stadi o 125 miglia nel corso d'un giorno e d'una notte, Diodoro Siculo conta dieci giorni dalla Palude Meotide a Rodi, e quattro da Rodi ad Alessandria. La navigazione del Nilo, da Alessandria a Siene, sotto il tropico di cancro, essendo contro la corrente, richiedeva dieci giorni di più. Diodoro Siculo Tom. I. L. III. p. 200. Ediz. del Wesseling. Ei poteva senza grande improprietà misurare l'estremo caldo dal principio della Zona torrida; ma parla della palude Meotide, ch'è al grado 47 di latitudine settentrionale, come se fosse nel cerchio polare.

[513.] Il Barzio, che adorava il suo autore con la cieca superstizione d'un comentatore, dà la preferenza a due libri, che Claudiano compose contro Eutropio, sopra tutte le altre sue produzioni (Baillet Jugemens des Savans Tom. IV. p. 227). In vero contengono essi una satira molto elegante e spiritosa; ed in linea d'Istoria sarebbero più valutabili, se le invettive fossero meno generali e più moderate.

[514.] Claudiano dopo d'essersi lagnato del progresso che facevan gli Eunuchi nel Palazzo di Roma, ed aver definite le funzioni proprio di essi, aggiunge in Eutrop. I. 41.

... A fronte recedant

Imperii.

Pure non sembra che quest'Eunuco si fosse attribuito alcuno degli ufizj di forze nell'Impero; ed è chiamato solo Praepositus sacri cubiculi nell'editto del suo esilio. Vedi Cod. Teod. Lib. IX. tit. 40, leg. 17.

[515.]

Jamque oblita sui nec sobria divitiis mens

In miseras leges hominumque negotia ludit:

Judicat Eunuchus.....

Arma, etiam violare parat.....

Claudiano (l. 229, 270) con quella mescolanza di sdegno e di fantasia, che sempre piace in un Poeta satirico, descrive l'insolente follìa dell'Eunuco, la vergogna dell'Impero, e la gioia de' Goti.

.... Gaudet, cum viderit hostis,

Et sentit jam deesse viros.

[516.] La viva descrizione, che fa il Poeta della sua deformità (1. 110, 125) vien confermata dall'autentica testimonianza del Grisostomo (Tom. III. p. 384 edit. Monfauc.) il quale osserva, che quando era tolto il belletto, la faccia d'Eutropio appariva più brutta e rugosa di quella d'una vecchia. Claudiano osserva (1, 469) e tal osservazione dev'esser fondata sull'esperienza, che appena si trova qualche intervallo fra la gioventù e la decrepitezza d'un Eunuco.

[517.] Sembra, ch'Eutropio fosse nativo dell'Armenia o dell'Assiria. I suoi tre servizi, che Claudiano più particolarmente descrive, son questi: 1. consumò varj anni in qualità di drudo di Tolomeo, palafreniere, o guardia delle stalle Imperiali: 2. Tolomeo lo diede al vecchio Generale Arinteo, per il quale con grande abilità esercitò la profession di ruffiano: 3. fu dato alla Figlia d'Arinteo quando si maritò; ed il futuro Consolo era impiegato in pettinare, in presentare il mesciroba d'argento, in bagnare, ed in far vento alla sua padrona in tempo di state. Vedi l. 1, 31, 137.

[518.] Claudiano (lib. 1. in Eutrop. 2, 22) dopo aver enumerato i varj prodigi delle nascite mostruose, degli animali parlanti, delle piogge di sangue e di sassi, de' Soli raddoppiati ec. soggiunge con qualche esagerazione:

Omnia cesserunt Eunucho constile monstra.

Il primo libro finisce con un nobil discorso della Dea Roma ad Onorio suo favorito, esecrando la nuova ignominia, a cui trovavasi esposta.

[519.] Fl. Mallio Teodoro, i civili onori e le opere filosofiche del quale si celebrarono da Claudiano in un panegirico molto elegante.

[520.] Μεθυων δε ηδη των πλουτω ebrio di ricchezze è la forte espressione di Zosimo (l. V. p. 301); e vien esecrata ugualmente l'avarizia d'Eutropio nel Lessico di Suida, e nella cronica di Marcellino. Grisostomo aveva ammonito più volte il favorito della vanità e del pericolo della smoderata ricchezza Tom. III. p. 381.

[521.]

.... certantum saepe duorum

Diversum suspendit onus; cum pendere Judex

Vergit, ut in geminias nutat provincia lances.

Claudiano (I, 192, 209) distingue sì esattamente le circostanze della vendita, che sembrano tutte allusive ad aneddoti particolari.

[522.] Claudiano (l. 154, 120) fa menzione della colpa e dell'esilio d'Abbondanzio, nè poteva mancare di citar l'esempio dell'artefice, che fece la prima esperienza del Toro di bronzo, che presentò a Falaride. Vedi Zosimo L. V. p. 302 Girolam. Tom. I. p. 26. Può facilmente conciliarsi la differenza del luogo; ma l'autorità decisiva d'Asterio d'Amusea (Orat. 4. p. 76. ap. Tillemont Hist. des Emper, Tom. V. p. 435) deve far pendere la bilancia in favore di Pitio.

[523.] Suida ha fatto una pittura molto svantaggiosa di Timasio, tratta probabilmente dall'istoria d'Eunapio. La descrizione del suo accusatore, de' giudici, del processo perfettamente conviene alla pratica delle Corti antiche e moderne. Vedi Zosimo L. V. p. 298, 299, 300. Io son quasi tentato a citare il romanzo d'un gran maestro (Fielding. oper. vol. IV. p. 49. etc. 80) che si può considerare come l'istoria della natura umana.

[524.] Il grande Oasi era uno de' luoghi nelle arene della Libia irrigato dall'acqua, e capace di produrre grano, orzo, e palme. Conteneva circa tre giornate di cammino dal Nord al Sud, circa mezza giornata in larghezza, ed era distante cinque giornata circa dall'Occidente d'Abido sul Nilo. Vedi Danville descript. de l'Egypte p. 186, 187, 188. Lo steril deserto che circonda Oasi (Zosim. L. V. p. 300) ha suggerito l'idea d'una comparativa fertilità, ed anche l'epiteto d'Isola felice (Erodot. III 27).

[525.] Quel verso di Claudiano in Eutrop., l. 2. 180.

Marmaricus claris violatur caedibus Hammon

evidentemente allude alla sua persuasione della morte di Timasio.

[526.] Sozomeno L. VIII, c 7. Ei parla secondo le relazioni ως τινος επυδομεν come udimmo dire.

[527.] Zosimo L. V. p. 300. Pure sembra sospettare, che si spargesse questo romore dagli amici d'Eutropio.

[528.] Vedi il Codice Teodosiano (Lib. IX, tit. 14, ad legem Cornel, de sicariis leg. 3), ed il codice di Giustiniano (Lib. IX. Tit. 8. ad legem Juliam majestat. leg. 5). L'alterazione del titolo dall'omicidio al delitto di lesa Maestà, fu un'invenzione del sottil Triboniano. Il Gotofredo in una disertazione apposta, che ha inserito nel suo comentario, illustra questa legge d'Arcadio, e ne spiega tutti i passi difficili, che si erano pervertiti da Giurisconsulti de' secoli più tenebrosi. Cod. Tom. III. pagina 88, 111.

[529.] Bartolo intende una semplice e pura cognizione senz'alcun segno d'approvazione o concorso. Per causa di questa opinione, dice Baldo, egli adesso brucia nell'Inferno. Quanto a me continua il discreto Eineccio (Elem. Jur. Civ. L. IV p. 411) bisogna che approvi la teoria del Bartolo; ma in pratica inclinerei al sentimento di Baldo. Pure Bartolo fu gravemente citato da' legali del Card. Richelieu; ed Eutropio indirettamente fu reo della morte del virtuoso de Thou.

[530.] Gotofredo Tom. III. p. 89. Si è però supposto che questa legge, così ripugnante alle massime della libertà Germanica, sia stata aggiunta per frode alla Bolla d'Oro.

[531.] Zosimo (l. V. p. 304, 312) ci dà una copiosa e circostanziata narrazione delle rivolte di Tribigildo e di Gaina, ch'egli avrebbe potuto riservare ad avvenimenti di maggiore importanza. Vedasi anche Socrate L. VI. c. 6, e Sozomeno L. VIII c. 4. Il secondo libro di Claudiano contro Eutropio è un bel pezzo d'Istoria, quantunque imperfetto.

[532.] Claudiano (in Eutrop. l. 11. 237, 250) con molta accuratezza osserva, che l'antico nome e la nazione de' Frigj estendevasi molto da ogni parte, finattantochè ne furon ristretti i confini dalle colonie de' Bitinj di Tracia, de' Greci, e finalmente de' Galli. La sua descrizione (II. 57, 272) della fertilità della Frigia o de' quattro fiumi, che portan oro è giusta e pittoresca.

[533.] Zenofonte, Anabas. L. 1. p. 11, 12, Ediz. d'Hutch; Strabone L. XII. p. 865, ediz. d'Amsterd., Q. Curzio l. III. c. 1. Claudiano compara l'unione del Marsia e del Meandro a quella della Saona e del Rodano; con quella differenza però che il più piccolo de' fiumi Frigj non è accelerato, ma ritardato dal più grande.

[534.] Selgae, colonia de' Lacedemoni, aveva anticamente numerato ventimila cittadini; ma al tempo di Zosimo era ridotta ad una πολιχνη, o piccola città. Vedi Cellar., Geogr. antiq. Tom. II. p. 117.

[535.] Il consiglio d'Eutropio, appresso Claudiano, si può paragonare a quello di Domiziano nella quarta satira di Giovenale. I principali membri del primo erano Juvenes protervi, lascivique senes; uno di essi era stato cuoco, un altro cardator di lana. Il linguaggio dell'originaria lor professione avvilisce la dignità da essi assunta; e la frivola conversazione loro intorno a tragedie, danzatori ec. si rende sempre più ridicola dall'importanza della discussione.

[536.] Claudiano (l. 11. 376, 461) l'ha notato d'infamia; e Zosimo in tuono più moderato conferma le sue accuse l. V. p. 305.

[537.] La cospirazione di Gaina e di Tribigildo, che si attesta dall'Istorico Greco, non era giunta agli orecchi di Claudiano, che attribuisce la rivolta dell'Ostrogoto al marziale suo spirito, ed all'avviso della sua moglie.

[538.] Quest'aneddoto, che il solo Filostorgio ci ha conservato (L. XI. c. 6. Gotofred, dissert. p. 451, 456) è curioso ed importante; mentre collega la rivolta de' Goti con gl'intrighi segreti del Palazzo.

[539.] Vedi l'Omilia di Grisostomo (Tom. III p. 381, 386.) di cui l'esordio è sommamente bello. Socrate Lib. VI c. 5, Sozomeno L. VIII. c. 7. Il Montfaucon (nella sua vita del Grisostomo Tom. XIII. p. 135) troppo leggiermente suppone, che Tribigildo fosse attualmente in Costantinopoli; e ch'egli comandasse i soldati, a' quali fu ordinato di prender Eutropio. Anche Claudiano, Poeta Gentile (Praefat. ad. Lib. II. in Eutr. 27) ha fatto menzione della fuga dell'Eunuco al Santuario.

Suppliciterque pias humilis prostratus ad aras

Mitigat iratas voce tremente nurus.

[540.] Il Grisostomo in un'altra Omilia (Tom. III. p. 396) dichiara, che se Eutropio non avesse abbandonato la Chiesa non sarebbe stato preso. Zosimo al contrario pretende (L. V. p. 313) che i suoi nemici l'estraessero a forza εξαρπασωνινου αυτον dal santuario. La promessa però è una prova di qualche trattato; e la forte asserzione di Claudiano (Praefat. ed. L. II. 46).

Sed tamen exemplo non feriere tuo,

può riguardarsi come una prova di qualche promessa.

[541.] Cod. Teodos. Lib. IX. Tit. XL. leg. 14. La data di questa legge (de' 17 Gennaio dell'anno 399) è corrotta ed erronea, mentre la caduta d'Eutropio non potè avvenire fino all'autunno del medesimo anno. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. V p. 780.

[542.] Zosimo L. V. p. 313. Filostorg. l. XI. c. 6.

[543.] Zosimo (L. V. p. 313, 323), Socrate (L, VI c. 4), Sozomeno (L. VIII. c. 4), e Teodoreto (L. V. c. 32, 33) raccontano, sebbene con qualche varietà di circostanze, la cospirazione, la disfatta e la morte di Gaina.

[544.] Οσιας Ευφημιας μαρτυριον, la Chiesa della martire S. Eufemia, è l'espressione di Zosimo stesso (L. V. p. 314) che senz'accorgersene usa il solito linguaggio de' Cristiani. Evagrio descrive (l. 11. c. 3) la situazione, l'architettura, le reliquie ed i miracoli di quella celebre Chiesa, nella quale di poi fu tenuto il Concilio generale di Calcedonia.

[545.] Le pie rimostranze del Grisostomo, che non si trovano ne' suoi propri scritti, vengon rappresentate con forza da Teodoreto; ma ciò ch'egli accenna, che avessero un buon successo, è contraddetto da' fatti. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 389) ha scoperto che l'Imperatore, per soddisfare le rapaci domande di Gaina, fu obbligato a fondere l'argenteria della Chiesa degli Apostoli.

[546.] Gl'Istorici Ecclesiastici che ora guidano, ora seguono, in pubblica opinione, confidentemente asseriscono, che il Palazzo di Costantinopoli era guardato da legioni di Angeli.

[547.] Zosimo (l. V. p. 319) fa menzione di queste galere dando loro il nome di Liburnie, ed osserva, ch'esse eran tanto veloci quanto i vascelli con cinquanta remi, senza spiegare la differenza ch'era fra loro; ma che in celerità eran molto inferiori alle Triremi, che da gran tempo erano andate in disuso. A ragione però conclude, coll'autorità di Polibio, che al tempo delle guerre Puniche si eran costrutte galere di assai maggior grandezza. Dopo lo stabilimento del Romano Impero sul Mediterraneo, probabilmente s'era trascurata, ed alla fine dimenticata l'inutile arte di costruire grosse navi da guerra.

[548.] Chishull (viaggi p. 61, 72, 73, 76) passò da Gallipoli per Adrianopoli al Danubio in circa quindici giorni. Egli era nel seguito d'un ambasciatore Inglese, il bagaglio del quale occupava settantuno carri. Quest'erudito viaggiatore ha il merito d'aver descritto una curiosa e non frequentata strada.

[549.] Il racconto di Zosimo, che conduce effettivamente Gaina di là dal Danubio, si dee correggere coll'autorità di Socrate e di Sozomeno, che dicono esser egli stato ucciso nella Tracia: e dalle precise ed autentiche date della Cronica Alessandrina o Pasquale p. 307. La vittoria navale dell'Ellesponto ivi è fissata nel mese Apellaeus, il decimo delle calende di Gennaio (23 Decembre): il capo di Gaina fu portato a Costantinopoli il terzo delle none di Gennaio, (3 Gennaio) nel mese Audinaeus.

[550.] Eusebio Scolastico s'acquistò molta fama col suo Poema sulla guerra Gotica, nella quale avea militato. Quasi quarant'anni dopo, Ammonio recitò un altro poema sul medesimo soggetto alla presenza dell'Imperator Teodosio. Vedi Socrate l. VI. c. 6.

[551.] Il sesto libro di Socrate, l'ottavo di Sozomeno, ed il quinto di Teodoreto somministrano curiosi ed autentici materiali per la vita di Gio. Grisostomo. Oltre quegli Istorici generali, ho preso per mie guide i quattro principali Biografi del Santo: 1. L'autore d'un'appassionata e parziale apologia dell'Arcivescovo di Costantinopoli, composta in forma di dialogo, e sotto nome di Palladio, Vescovo d'Elenopoli, zelante suo partigiano; Tillemont (Mem. Eccl. T. XI. p. 500-533). Questa è inserita fra le opere del Grisostomo Tom. XII. p. 1-90 dell'ediz. del Montfaucon: 2. Il moderato Erasmo (Tom. III. epist. MCL. p. 1331-1347 edit. Lugd. Batav.). La vivacità e il buon senso eran propri di lui; i suoi errori nell'inculto stato di antichità Ecclesiastica, in cui si trovava, erano quasi inevitabili: 3. L'erudito Tillemont. (Mem. Eccles. T. XI. p. 1-405, 547-626 ec.) che compila con incredibil pazienza, e religiosa esattezza le vite de' Santi; 4. Il P. Montfaucon, che ha letto quelle opere con la curiosa diligenza d'un editore, ha scoperto varie nuove Omilie, e di nuovo ha rivista e composta la vita del Grisostomo Oper. Chrisostom. Tom. XIII. pag. 91-177.

[552.] Poichè io sono quasi al buio dei voluminosi discorsi del Grisostomo, mi sono affidato a' due più giudiziosi e moderati critici Ecclesiastici, Erasmo (Tom. III. p. 1344), e Dupin (Bibl. Eccl. Tom. III. p. 38): pure il buon gusto del primo è qualche volta viziato da un eccessivo amore dell'antichità; ed il buon senso dell'altro è sempre frenato da prudenziali riflessi.

[553.] Le donne di Costantinopoli si distinsero per la nemicizia o per l'attacco loro al Grisostomo. Tre nobili e ricche vedove, Marsa, Castricia ed Eugrafia, erano le condottiere della persecuzione: Pallad. Dialog. Tom. XIII. p. 14. Era impossibile, che esse perdonassero ad un Predicatore, che rimproverava loro l'affettazione di nascondere con gli ornamenti delle vesti l'età e la bruttezza loro; Pallad. p. 27. Olimpia, con un uguale zelo, impiegato in una causa più pia, ha ottenuto il titolo di Santa. Vedi Tillemont Mem. Eccles. T. XI. pag. 416-440.

[554.] Sozomeno e Socrate più specialmente hanno definito il vero carattere del Grisostomo con una moderata ed imparziale libertà, molto offensiva per i ciechi suoi ammiratori. Quest'Istorici vissero nella successiva generazione, quando la forza del partito era abbattuta, e conversarono con molte persone pienamente informate delle virtù e delle imperfezioni del Santo.

[555.] Palladio (Tom. XIII. p. 40 ec.) difende molto seriamente l'Arcivescovo. 1. Ei non gustava mai vino; 2. La debolezza del suo stomaco richiedeva una maniera particolare di cibarsi; 3. Gli affari, lo studio, e la devozione spesso lo tenevan digiuno fino al tramontar del sole; 4. Detestava lo strepito, e la leggierezza dei gran pranzi; 5. risparmiava la spesa pei poveri; 6. Temeva, in una Capitale come Costantinopoli, l'invidia e l'accusa di parziali inviti.

[556.] Grisostomo dichiara liberamente la sua opinione (T. IX. Homil. III. in Act. Apostol. p. 29), che il numero dei Vescovi, che si potevan salvare, era ben piccolo in paragone di quelli, che si sarebber dannati.

[557.] Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. XI. p. 441-500.

[558.] Ho tralasciato a bella posta la controversia, che nacque tra i monaci dell'Egitto intorno all'Origenianismo, ed all'Antropomorfismo; la violenza e la dissimulazione di Teofilo; l'artificioso maneggio che fece della semplicità d'Epifanio; la persecuzione e la fuga de' lunghi, od alti fratelli; l'ambiguo sussidio, che essi ricevettero a Costantinopoli dal Grisostomo ec. ec.

[559.] Fozio (p. 53-60) ci ha conservato gli atti originali del Sinodo della Quercia, i quali distruggono la falsa asserzione, che il Grisostomo fosse condannato da non più di trentasei Vescovi; dei quali ventinove erano Egiziani. Quarantacinque furono i Vescovi che sottoscrissero la sua sentenza. Vedi Tillemont. Mem. Eccles. Tom. XI. p. 595.

[560.] Palladio confessa (p. 30) che se il popolo di Costantinopoli avesse trovato Teofilo, sicuramente l'avrebbe gettato nel mare. Socrate fa menzione (l. VI. c. 17) d'una pugna seguita fra la plebe ed i marinari d'Alessandria, in cui molti restaron feriti, ed alcuni perderon la vita. Il macello de' Monaci si riporta solamente dal Pagano Zosimo (l. V. p. 324), il quale osserva, che il Grisostomo aveva un singolar talento per condurre l'ignorante moltitudine, ην γαρ ο αντροπος αλογον οχλον υπαγαγεθαι θεινοε. Era egli un uomo valente per trarre l'irragionevole turba.

[561.] Vedi Socrate (l. VI. c. 18), Sozomeno (l. VIII. c. 10). Zosimo (L. V. p. 324, 327) fa menzione in termini generali delle sue invettive contro Eudossia. Vien rigettata come spuria l'Omilia, che principia con quelle parole; Montfaucon Tom. XII. p. 251. Tillemont Mem. Eccl. Tom. XI. p. 603.

[562.] Poteva naturalmente aspettarsi tale accusa da Zosimo (l. V. p. 327), ma è molto notabile, che questa fosse anche confermata da Socrate (l. VI. c. 18) e dalla Cronica Pasquale p. 307.

[563.] Egli espone quegli speciosi motivi (post reditum c. 13, 14) col linguaggio d'oratore e di politico.

[564.] Tuttavia ci restano dugentoquarantadue lettere del Grisostomo (oper. Tom. III. p. 528-736). Sono esse indirizzate ad una gran varietà di persone, e dimostrano una fermezza d'animo ben superiore a quella di Cicerone nel suo esilio. La decimaquarta contiene una curiosa narrazione dei pericoli del suo viaggio.

[565.] Dopo l'esilio del Grisostomo, Teofilo pubblicò un enorme ed orribil volume contro di lui, nel quale continuamente ripete le civili espressioni di hostem humanitatis, sacrilegorum principem, immundum daemonem. Egli afferma che il Grisostomo ha dato la sua anima in adulterio al diavolo e brama che gli sia applicato qualche ulteriore castigo, eguale, se è possibile, alla grandezza de' suoi delitti. S. Girolamo, ad istanza del suo amico Teofilo, tradusse quest'edificante opera dal Greco in Latino. Vedi Facund. Hermian. defens. pro 3 capitul. lib. VI. c. 5 pubblicata dal Sirmondo oper. T. II. p. 595, 596, 597.

[566.] Attico, suo successore, ne inserì il nome ne' dittici della Chiesa di Costantinopoli l'anno 418. Dieci anni dopo fu venerato come Santo: Cirillo, che aveva ereditato il posto e le passioni di Teofilo suo zio, cedè con molta ripugnanza. Vedi Facond. Hermian. L. IV c. I. Tillemont Mem. Eccl. Tom. XIV. p. 277, 283.

[567.] Socrate L. VII. c. 45. Teodoreto L. V. c. 36. Questo avvenimento riconciliò i Giovanniti, che fin'allora avevano ricusato d'obbedire a' suoi successori. Nel tempo della sua vita, i Giovanniti erano rispettati da' Cattolici, come la vera ed ortodossa comunione di Costantinopoli. La lor ostinazione però a grado a grado li trasse sull'orlo dello scisma.

[568.] Secondo alcuni racconti (Baron. Annal. Eccles. an. 438. n. 9, 10) l'Imperatore fu costretto a mandare una lettera d'invito e di scuse, prima che il corpo del ceremonioso Santo potesse muoversi da Comana.

[569.] Zosimo L. V. p. 315. Non dovrebbe accusarsi la castità d'un'Imperatrice, senza produrne un testimone; ma è sorprendente, che tal testimone scrivesse e vivesse sotto un Principe, di cui osava d'attaccare la legittimità. Noi dobbiamo supporre, che tal'Istoria fosse un libello di partito, che si leggesse in segreto, e circolasse fra' Pagani. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 782) non è alieno dall'infamar la riputazione d'Eudossia.

[570.] Porfirio di Gaza. Il suo zelo fu esaltato dall'ordine che avea ottenuto di distruggere otto templi pagani di quella città. Vedi le curiose particolarità della sua vita (Baronio A. D. 401, num. 17-51) originalmente scritte in Greco, o forse in Siriaco da un monaco, suo diacono favorito.

[571.] Filostorg. l. XI. c. 8 e Gotofredo Dissert. p. 457.

[572.] Girolamo descrive (Tom. VI. p. 73, 76) con vivaci colori la regolare e distruttiva marcia delle locuste, che formavano sulla Palestina un'oscura nuvola fra il cielo e la terra. Furono poi disperse da opportuni venti parte nel Mar Morto, e parte nel Mediterraneo.

[573.] Procop. de Bello Persic. l. I. c. 2. p. 8 edit. Louvre.

[574.] Agatia (l. IV. p. 136, 137) quantunque confessi l'esistenza di tal tradizione, asserisce, che Procopio fu il primo, che la scrivesse. Il Tillemont (Hist. des Emper. T. VI. p. 597) ragiona molto sensatamente sul merito di questa favola. La sua critica non era ristretta da alcuna Ecclesiastica autorità: sì Procopio che Agatia erano mezzo pagani.

[575.] Socrate l. VIII. c. 1. Antemio era nipote di Filippo, uno de' Ministri di Costanzo, ed avo dell'Imperatore Antemio. Dopo il suo ritorno dall'ambasceria di Persia fu creato Console, e Prefetto del Pretorio dell'Oriente nell'anno 405: e tenne la Prefettura circa dieci anni. Vedansi gli onori e le lodi di esso appresso il Gotofredo (Cod. Th. T. VI p. 350), ed il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. VI. p. 1).

[576.] Sozomeno l. IX. c. 5. Ei vide alcuni Scirri occupati nel lavoro vicino al monte Olimpo nella Bitinia, e si lusingava con la vana speranza, che quegli schiavi fossero gli ultimi della nazione.

[577.] Cod. Theod. l. VII. Tit. XVII. L. XV. Tit. 2. leg. 49.

[578.] Sozomeno ha riempito tre capitoli con un magnifico panegirico di Pulcheria (l. IX. c. 1, 2, 3); ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. XV. p. 171, 184) ha destinato un articolo a parte in onore di S. Pulcheria, vergine ed Imperatrice.

[579.] Suida (Excerpt. p. 68 in script. Byzant.) pretende sulla fede dei Nestoriani che Pulcheria fosse sdegnata col lor fondatore, perchè questi avea censurato i legami di Pulcheria coll'avvenente Paolino e l'incesto di essa col fratello Teodosio.

[580.] Vedi Du Cange Famil. Byzant. p. 70. Flaccilla sua figlia maggiore o morì prima d'Arcadio, o se visse fino all'anno 431 (Marcellin. Chron.), bisogna, che qualche difetto di mente o di corpo l'escludesse dagli onori del suo grado.

[581.] Ella fu avvertita, con replicati sogni, del luogo in cui le reliquie de' 40 Martiri eran sepolte. Il terreno era successivamente appartenuto alla casa ed al giardino di una donna di Costantinopoli, ad un convento di monaci Macedoni, e ad una Chiesa di S. Tirso, fondata da Cesario ch'era console l'anno 397; e la memoria di quelle reliquie era quasi spenta del tutto. Ad onta delle caritatevoli brame del D. Jortin (Osservazioni, tomo IV. p. 234) non è facile credere che Pulcheria non abbia avuto parte nella pia frode, avvenuta, a quanto pare, quand'ella aveva più di trentacinque anni.

[582.] V'è una differenza notabile fra i due Storici ecclesiastici, che in generale hanno tanta somiglianza fra loro. Sozomeno (L. XI. c. 1) attribuisce a Pulcheria il governo dell'Impero, e l'educazione del fratello, ch'egli appena s'induce a lodare. Socrate, quantunque affettatamente rigetti ogni speranza di favore o di fama, compone un elaborato panegirico dell'Imperatore, e cautamente sopprime i meriti della sorella (l. VII. c. 22, 42). Filostorgio (l. XII. c. 7) esprime l'influenza di Pulcheria in un tuono gentile e da cortigiano τας βασιλικας σημειωτεις υπηρετουμενη και διενθυνουσει (osservando e dirigendo le Imperiali sottoscrizioni). Suida (Excerpt. p. 53) fa il vero carattere di Teodosio, ed io ho seguitato l'esempio del Tillemont (Tom. VI. p. 25) nel prendere alcuni tratti da' Greci moderni.

[583.] Teodoreto (L. V. c. 37). Il Vescovo di Cirro uno dei primi uomini del suo secolo per la dottrina e per la pietà, applaudisce all'ubbidienza di Teodosio verso le divine leggi.

[584.] Socrate (L. VIII. c. 21) fa menzione del suo nome, (ch'era Atenaide figlia di Leonzio, Sofista d'Atene) del suo battesimo, matrimonio, e genio poetico. Il più antico ragguaglio della sua storia è presso Gio. Malala (Part. II. p. 20, 21, edit. Venet. 1753) e nella Cronica Pasquale (p. 311, 312). Questi autori avevano probabilmente veduto le pitture originali dell'Imperatrice Eudossia. I Greci moderni (Zonara, Cedreno) hanno dimostrato la voglia piuttosto che il talento di fingere. Mi sono arrischiato però a prendere da Niceforo l'età di lei. Lo scrittor d'un romanzo non avrebbe mai immaginato, che Atenaide avesse quasi ventotto anni, quando accese il cuore d'un giovane Imperatore.

[585.] Socrate L. VIII. c. 21. Fozio p. 413, 420. Tuttavia sussiste il centone Omerico, ed è stato più volte stampato; ma si pone in dubbio da' critici il diritto d'Eudossia a quella insipida composizione. Vedi Fabric. Bibl. Graec. Tom. I. p. 357. La Jonia, dizionario miscellaneo d'istoria e di favola, fu compilato da un'altra Imperatrice nominata Eudossia, che visse nell'undecimo secolo; e l'opera tuttora è manoscritta.

[586.] Il Baronio (Annal. Eccl. an. 438, 439) è copioso, e florido; ma viene accusato di porre le favole di varj tempi al medesimo livello d'autenticità.

[587.] In questa breve occhiata sopra la disgrazia d'Eudossia, ho imitato la cautela d'Evagrio (l. I. c. 21 ), e del Conte Marcellino (in Cron. an. 440 e 444). Le due autentiche date, che si assegnano da quest'ultimo, rovesciano una gran parte delle finzioni Greche; la celebre storia del pomo ecc. è buona solo per le Notti Arabe, dove può trovarsi qualche cosa non molto dissimile.

[588.] Prisco (in Excerpt. Legat. p. 69) contemporaneo e cortigiano, fa seccamente menzione del nome Cristiano e Pagano di essa, senz'aggiungere alcun titolo d'onore o di rispetto.

[589.] Quanto a' due pellegrinaggi d'Eudossia, ed alla sua lunga residenza in Gerusalemme, alle sue devozioni, elemosine ec. Vedi Socrate (l. VII. c. 47) ed Evagrio (l. I. c. 20, 21, 22). La Cronica Pasquale può meritare alle volte del riguardo, e nell'istoria domestica d'Antiochia Gio. Malala diventa uno scrittore di buon'autorità. L'Abate Guenée in una memoria sulla fertilità della Palestina, di cui non ho veduto che un estratto, calcola i doni d'Eudossia a 20,488 libbre d'oro, che sono più d'ottocentomila lire sterline.

[590.] Teodoreto l. V. c. 39, Tillemont Mem. Eccl. T. XII, p. 356, 364, Assemanni Bibl. Oriental. Tom. III. p. 396. Tom. IV. p. 61. Teodoreto biasima la temerità d'Abdas, ma innalza la costanza del suo martirio.

[591.] Socrate (l. VII. c. 18, 19, 20, 21) è il migliore autore per la guerra Persiana. Possiamo ancora consultar le tre Croniche, la Pasquale, e quelle di Marcellino e di Malala.

[592.] Questo racconto della rovina e divisione del regno di Armenia è presa dal terzo libro dell'Istoria Armena di Mosè di Corene. Mancante, com'egli è, d'ogni qualità di buono Istorico, la pratica de' luoghi che ha, le sue passioni, ed i suoi pregiudizi, sono forti prove ch'egli era nativo e contemporaneo. Procopio (de Aedific. l. III. c. 1, 5) riferisce i medesimi fatti in una maniera molto diversa; ma io ho estratto le circostanze per loro stesse più probabili e meno contrarie a Mosè di Corene.

[593.] Gli Armeni occidentali usavano la lingua ed i caratteri Greci ne' loro ufizi di religione: ma i Persiani proibirono l'uso di quel nemico linguaggio nelle Province orientali, che furon costrette ad usare il Siriaco, sintatochè Mesrobe, nel principio del quinto secolo, inventò le lettere Armene, e fu successivamente fatta la versione della Bibbia in quella lingua; avvenimento, che rallentò l'unione della Chiesa e della nazione con Costantinopoli.

[594.] Mosè di Corene l. III. c. 59. p. 309 e p. 358. Procop., de aedif. l. 3. c. 5. Teodosiopoli è, o piuttosto era, trentacinque miglia all'oriente d'Arzerum, moderna capitale dell'Armenia Turca. Vedi Danville, Geogr. an. Tom. II p. 99, 100.

[595.] Mosè di Corene (l. III. c. 63 p. 316). Secondo l'istituzione di S. Gregorio, Apostolo dell'Armenia, l'Arcivescovo era sempre della famiglia reale; circostanza che in qualche modo correggeva l'influenza del carattere sacerdotale, ed univa la mitra con la corona.

[596.] Tuttavia restò un ramo della casa reale d'Arsace col grado, e i diritti (come sembra) di Satrapo Armeno. Vedi Mosè di Corene l. III. c. 65 p. 321.

[597.] Valarsace fu creato Re d'Armenia dal Re de' Parti suo fratello subito dopo la disfatta d'Antioco Sidete (Mos. di Corene l. II. c. 2 p. 86) cento trent'anni prima di Cristo. Senza appoggiarci ai varj e contraddittorj periodi de' regni degli ultimi Re, possiamo esser sicuri, che la rovina del Regno di Armenia successe dopo il Concilio di Calcedonia l'anno 451. (l. 3 c. 61 p. 312), e sotto Veramo o Baram Re di Persia (l. III. c. 64 p. 317), che regnò dall'anno 420. al 440. Vedi Assemanni, Bibl. Orient. Tom. III. p. 396.

[598.] Τα συνεχη κατα στομα φιληματα è l'espressione di Olimpiodoro (ap. Photium p. 197), che intende forse di descrivere le stesse carezze, che Maometto faceva alla sua figlia Fatima. Quando (dice il profeta), quando subit mihi desiderium Paradisi, osculor eam et ingero linguam meam in os ejus. Ma questa sensuale dilettazione era giustificata dal miracolo e dal misterio. Tal aneddoto è stato comunicato al Pubblico dal Rev. P. Maracci nella sua versione, e confutazione del Koran Tom. I. p. 39.

[599.] Per queste rivoluzioni dell'Impero Occidentale si consultino Olimpiodoro, ap. Foz. p. 192, 193, 196, 197, 200, Sozomeno, l. IX, c. 16, Socrate, l. VII. 23, 24, Filostorgio, l. XII c. 10, 11, e Gotofredo, dissert. p. 486, Procopio, de Bell. Vand. l. 1. c. 3. p. 182, 183. Teofane, in Chronograph. p. 72, 73, e le Croniche.

[600.] Vedi Grozio, de Jur. Bell. et Pac. l. 11. c. 7. Egli ha laboriosamente, ma invano, tentato di formare un ragionevol sistema di Giurisprudenza da' varj e fra loro contrari modi di real successione, che si sono introdotti dalla frode o dalla forza, dal tempo o dall'accidente.

[601.] Gli Scrittori originali non convengono (Vedi Muratori, Annali d'Ital. Tom. IV. p. 139) se Valentiniano ricevesse il diadema Imperiale a Roma, o a Ravenna. In questa incertezza io voglio credere, che si dimostrasse qualche rispetto al Senato.

[602.] Il Conte di Buat (Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 292, 300) ha stabilito la verità di questa notabil cessione, spiegatine i motivi, e rintracciatene le conseguenze.

[603.] Vedi la primo novella di Teodosio, con cui ratifica e comunica (l'anno 438) il Codice Teodosiano. Circa quaranta anni prima di quel tempo si era provato l'unità della Legislazione per mezzo d'un'eccezione. Gli Ebrei, ch'erano assai numerosi nelle città della Puglia e della Calabria, produssero una legge dell'Oriente per giustificare la loro esenzione dagli ufizj municipali (Cod. Theodos. lib. XII. Tit. VIII, leg. 13); e l'Imperatore occidentale fu obbligato a derogare con uno special editto ad una legge, quam constat meis partibus esse damnosam. Cod. Theodos. lib. XI. Tit. 1. leg. 158.

[604.] Cassiodoro (Variar. l. IX. epist. 1 p. 238) ha paragonato fra loro i governi di Placidia e d'Amalasunta. Egli attacca la debolezza della madre di Valentiniano, e loda le virtù della sua real Signora. In tale occasione sembra, che l'adulazione abbia preso il linguaggio della verità.

[605.] Filostorgio lib. XII. c. 12 col. Gotofred. dissert. p. 493 e Renato Frigerido, ap. Gregor. Turon. l. II. c. 8. in tom II. p. 163. Gaudenzio, illustre cittadino della Provincia della Scizia e Generale di cavalleria, fu il padre d'Ezio: sua madre fu una ricca e nobile Italiana. Fin dalla sua più tenera gioventù, aveva Ezio, e come soldato e come ostaggio, conversato co' Barbari.

[606.] Quanto al carattere di Bonifazio, vedi Olimpiodoro, ap. Foz. p. 196 e S. Agostino ap. Tillemont, Mem. Eccl. T. XII. p. 712, 715, 886. Il Vescovo d'Ippona deplora a lungo la caduta del suo amico, che dopo un voto solenne di castità avea preso una seconda moglie della setta Arriana, e ch'era sospetto di tenere nella sua casa più concubine.

[607.] Procopio (de Bell. Vandal. l. 1. c. 3. p. 182, 186) riporta la frode d'Ezio, la rivolta di Bonifazio e la perdita dell'Affrica. Quest'aneddoto, ch'è sostenuto dalla testimonianza di alcuni contemporanei (Vedi Ruinart, Hist. Persecut. Vandal. p. 420, 421) sembra coerente alla pratica delle antiche e moderne Corti, e naturalmente si sarebbe reso palese dal pentimento di Bonifazio.

[608.] Vedi le Croniche di Prospero e d'Idazio. Salviano (de Gubern. Dei l. VII. p. 246. Par. 1608) attribuisce la vittoria de' Vandali alla superiore loro pietà. Essi digiunarono, pregarono, portaron la Bibbia alla testa dell'esercito, con intenzione forse di rinfacciar la perfidia ed il sacrilegio ai loro nemici.

[609.] Gizericus (il suo nome vien espresso in varie maniere) statura mediocris et equi casu claudicans, animo profundus, sermone rarus, luxuriae contemptor, ira turbidus, habendi cupidus, ad solicitandus gentes providentissimus, semina contentionum jacere, odia miscere paratus; Giornandes, de reb. Get. c. 33. p. 657. Questo ritratto, ch'è fatto con qualche arte e con forte verisimiglianza, dev'essere stato copiato dall'istoria Gotica di Cassiodoro.

[610.] Vedi la Cronica d'Idazio. Questo Vescovo, Spagnuolo e contemporaneo, pone il passaggio de' Vandali nel mese di Maggio dell'anno d'Abramo (che comincia d'Ottobre) 2444. Tal data, che combina coll'anno 429, vien confermata da Isidoro, altro Vescovo Spagnuolo, ed è giustamente preferita all'opinione di quegli scrittori, che hanno assegnato a tal fatto uno de' due precedenti anni. (Vedi Pagi, Critica Tom. II. p. 205)

[611.] Si confronti Procopio (de Bell. Vand. l. 1. c. 5, p. 190) con Vittore Vitense (de persecut. Vand. l. 1. c. 1. p. 3. Edit. Ruinart). Siamo assicurati da Idazio, che Genserico abbandonò la Spagna cum Vandalis omnibus, eorumque familiis; e Possidio (in vit. August. c. 28. ap. Ruinart. p. 427) descrive la sua armata, come, manus ingens immanium gentium Vandalorum et Alanorum commixtam secum habens Gothorum gentem, aliarumque diversarum personas.

[612.] Quanto a' costumi de' Mori vedi Procopio (de Bell. Vandal. l. 2. c. 6. n. 249), quanto alla figura e carnagione di essi il Buffon (Hist. natur. Tom. III. p. 430), Procopio dice in generale, che i Mori s'erano uniti a' Vandali avanti la morte di Valentiniano (de Bell. Vandal. l. 1. c. 5. p. 190) ed è probabile, che le indipendenti Tribù non abbracciassero alcun sistema uniforme di politica.

[613.] Vedi Tillemont (Memoir. Eccl. Tom. XIII. p. 516, 558), e tutta la serie della persecuzione ne' monumenti originali pubblicati dal Dupin al fine d'Ottato p. 323, 515.

[614.] I Vescovi Donatisti nella conferenza di Cartagine, ascendevano a 279 ed asserirono, che tutto il lor numero non era meno di 400. I Cattolici ne avevano 286 presenti, e 120 assenti, oltre sessantaquattro Vescovati vacanti.

[615.] Il quinto Titolo del XVI libro del Codice Teodosiano Somministra una serie di leggi Imperiali contro i Donatisti dall'anno 400 all'anno 428. Di queste la legge 54 promulgata da Onorio l'anno 414 è la più severa ed efficace.

[616.] S. Agostino variò la sua opinione intorno al modo con che si dovean trattare gli Eretici. La sua patetica dichiarazione di pietà e d'indulgenza verso i Manichei è stata inserita dal Locke (vol. III. p. 469) fra gli scelti saggi del suo Repertorio. Un altro Filosofo, il celebre Bayle (Tom. II, p. 445, 496), ha ribattuti con superflua diligenza e candore gli argomenti, coi quali il Vescovo d'Ippona giustificò, nella sua vecchiezza, la persecuzione de' Donatisti.

[617.] Vedi Tillemont (Mem. Eccl. Tom. XIII. p. 586, 592, 806). I Donatisti vantavano delle migliaia di questi martiri volontari. Agostino asserisce, e probabilmente con verità, che questo numero era molto esagerato; e fieramente sostiene, esser meglio, che alcuni si tormentassero in questo Mondo, piuttosto che tutti dovessero bruciare nelle fiamme dell'inferno.

[618.] Secondo S. Agostino e Teodoreto i Donatisti erano inclinati a' principj, o almeno al partito degli Arriani sostenuto da Genserico. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. VI. p. 67.

[619.] Vedi Baron., Annal. Eccl. an. 428 n. 7 an. 439 n. 35. Il Cardinale, benchè più inchinato a cercare la cagione dei grandi avvenimenti nel cielo che sulla terra, ha osservato l'apparente connessione de' Vandali e de' Donatisti. Sotto il regno de' Barbari, gli Scismatici dell'Affrica goderono un'oscura pace di cento anni, al termine de' quali possiamo di nuovo rintracciarli al lume delle Imperiali persecuzioni. Vedi Tillem., Mem. Eccl. Tom. VI. p. 192.

[620.] S. Agostino, in una lettera confidenziale al Conte Bonifazio, senza esaminare i fondamenti della contesa, piamente l'esorta a soddisfare i doveri di Cristiano e di suddito, a tirarsi fuori senza dilazione da quella pericolosa e rea situazione, ed anche, se poteva ottenere il consenso della sua moglie, ad abbracciare il celibato e la penitenza (Tillemont, Mem. Ecci. Tom. XIII. p. 890). Il Vescovo era intimamente vincolato con Dario, Ministro della pace. (Ivi, Tom. XIII. p. 928).

[621.] Le originali querele della desolazione dell'Affrica si contengono: 1. in una lettera di Capreolo, Vescovo di Cartagine per iscusar la sua assenza dal Concilio d'Efeso (ap. Ruinart p. 429): 2. nella vita di S. Agostino scritta dal suo amico e collega Possidio (ap. Ruinart p. 427): 3. nell'istoria della persecuzione Vandalica fatta da Vittore Vitense (l. 1. c. 1, 2, 3, edit. Ruinart). L'ultima pittura, che fu fatta sessant'anni dopo l'evento, esprime più le passioni dell'Autore che la verità de' fatti.

[622.] Vedi Cellar., Geogr. antiq. Tom. 2. P. II. 112, Leone Affricano, in Ramusio Tom. 1. fol. 70, l'Affrica di Marmol Tom. II. p. 434, 437, i viaggi di Shavv. p. 46, 47. L'antica Ippona Regia fu finalmente distrutta dagli Arabi nel settimo secolo; ma con que' materiali fu fabbricata una nuova città alla distanza di due miglia, e questa conteneva nel decimo sesto secolo circa trecento famiglie d'industriosi, ma turbolenti manifattori. Il territorio addiacente è famoso per un'aria pura, un fertile suolo, ed un'abbondanza, di squisiti frutti.

[623.] La vita di S. Agostino fatta dal Tillemont, empie un volume in quarto (Tom. XIII delle Mem. Eccl.) di più di mille pagine, e la diligenza di quell'erudito Giansenista fu eccitata, in quest'occasione, dal fazioso e devoto zelo pel fondatore della sua Setta.

[624.] Tale almeno è il ragguaglio che ne dà Vittore Vitense (de Persec. Vandal. l. 1. c. 3) quantunque sembri che Gennadio dubiti, se alcuno abbia letto, o anche raccolto tutte le opere di S. Agostino (Vedi Hieronym. oper. T. 1. p. 319 in catalog. scriptor. Eccles.). Queste si sono stampate più volte; e il Dupin (Biblioth. Eccl. Tom. III. p. 158, 257) ha fatto un esteso e soddisfacente estratto delle medesime, come stanno nell'ultima edizione de' Benedettini. La mia personal conoscenza col Vescovo d'Ippona non s'estende oltre le Confessioni, e la Città di Dio.

[625.] Nella prima sua gioventù (Confess. I. 24) S. Agostino non ebbe gusto allo studio del Greco, e lo trascurò; e francamente confessa, ch'ei lesse i Platonici in una versione Latina (Confess. VIII. 9). Alcuni moderni critici hanno pensato, che la sua ignoranza del Greco lo rendesse incapace d'esporre la Scrittura; e Cicerone o Quintiliano avrebbero richiesto la cognizione di questa lingua in un Professor di Rettorica.

[626.] Siffatte quistioni furono di rado agitate dal tempo di S. Paolo a quello di S. Agostino. Ho saputo che i Patriarchi greci adottavano i sentimenti de' semi-pelagiani, e che l'ortodossia di S. Agostino era tratta dalla scuola de' Manichei.

[627.] La Chiesa di Roma ha canonizzato Agostino, e riprovato Calvino. Eppure come la reale differenza tra loro è invisibile anche ad un microscopio teologico, i Molinisti sono oppressi dall'autorità del Santo, ed i Giansenisti disonorati dalla loro somiglianza coll'eretico. Frattanto i Protestanti Arminiani stanno in disparte, e deridono la reciproca perplessità de' disputanti. (Vedi una curiosa Rivista della controversia, nella Biblioteca Universale di Le Clerc, Tom. XIV. p. 144-398). Forse un ragionatore, più indipendente ancora, potrebbe ridere, a sua volta, nel leggere un Comentario Arminiano sopra l'Epistola ai Romani.

[628.] Du Cange, Fam. Byzant. p. 67. Da una parte v'è la testa di Valentiniano, e nel rovescio Bonifazio con una sferza in una mano, e con una palma nell'altra, che sta sopra un carro trionfale tirato da quattro cavalli, e in un'altra medaglia da quattro cervi: sfortunato emblema! Io dubiterei se si trovi altro esempio della testa d'un suddito nel rovescio d'una medaglia Imperiale. Vedi la scienza delle medaglie del P. Jobert Tom. I. p. 132, 150 ediz. del 1739 fatta dal Barone de la Bastie.

[629.] Procopio (de Bell. Vandal. l. 1 c. 3 p. 145) non continua l'istoria di Bonifazio oltre il suo ritorno in Italia. Fanno menzione della sua morte Prospero e Marcellino; la espressione di quest'ultimo, ch'Ezio il giorno avanti s'era provisto d'una lunga lancia, ha qualche cosa di simile ad un regolar duello.

[630.] Vedi Procop., de Bell. Vandal. l. 1. c. 4. p. 186. Valentiniano fece varie discrete leggi per sollevare le angustie de' propri sudditi Numidi e Mauritani: gli assolvè in gran parte dal pagamento de' loro debiti; ridusse il loro tributo ad un ottavo; e diede loro il diritto d'appellare da' propri Magistrati Provinciali al Prefetto di Roma. (Cod. Theodos. Tom. VI. Novell. p. 11, 12).

[631.] Vittore Vitense, de persec. Vandal. l. 2. cap. 5. p. 26. Le crudeltà di Genserico verso i suoi sudditi sono espresse con forza nella Cronica di Prospero An. 442.

[632.] Possid., in vit. Aug. c. 28, ap. Ruinart p. 428.

[633.] Vedi le Croniche d'Idazio, d'Isidoro, di Prospero, e di Marcellino. Essi notano il medesimo anno, ma diversi giorni, per la sorpresa di Cartagine.

[634.] La pittura di Cartagine nello stato, in cui trovavasi nel quarto e quinto secolo, è presa dall'Esposit. totius mundi p. 17, 18, nel terzo tomo de' Geografi minori di Hudson, da Ausonio, de claris urbibus p. 228, 229., e specialmente da Salviano, De Gubernat. Dei l. VII. p. 257, 258. Mi fa maraviglia, che la Notitia non abbia posto nè una zecca, nè un arsenale in Cartagine, ma solo un Gynecaeum o fabbrica per le donne.

[635.] L'autore anonimo dell'Exposit. totius mundi confronta nel suo barbaro Latino il paese cogli abitatori; e dopo aver notato la lor mancanza di fede, freddamente conclude difficile autem inter eos invenitur bonus, tamen in multis pauci boni esse possunt. p. 18.

[636.] Ei dichiara che i vizi particolari d'ogni paese erano raccolti nella sentina di Cartagine (l. VII. p. 257). Gli Affricani s'applaudivano del maschio loro vigore nell'esercizio de' vizi. Et illi se magis virilis fortitudinis esse crederent, qui maxime viros foeminei usus probrositate fregissent p. 268. Le strade di Cartagine eran contaminate da effemminati miserabili, che pubblicamente prendevano l'aria, le vesti ed il carattere di donne. (p. 264). Se compariva un Monaco nella città, il sant'uomo veniva oltraggiato con empio disprezzo e derisione, detestantibus ridentium cacchinis p. 289.

[637.] Si paragoni Procopio, de Bell. Vandal. lib. 1. c. 5. p. 189, 190 con Vittore Vitense, de persecut. Vandal. l. 1. c. 4.

[638.] Il Ruinart (p. 444, 457) ha raccolto da Teodoreto e da altri autori le disgrazie reali e favolose degli abitanti di Cartagine.

[639.] La scelta delle circostanze favolose è di poca importanza; pure mi son limitato alla narrazione che fu tradotta dal Siriaco per opera di Gregorio di Tours (de gloria martyr. l. 1. c. 95 in maxima Biblioth. Patr. T. XI. p. 856), agli atti Greci del loro martirio (ap. Phot. p. 1400, 1401), ed agli annali del Patriarca Eutichio (T. 1. p. 391, 531, 532, 535 vers. Pocock).

[640.] Due Scrittori Siriaci, come sono citati dall'Assemanni (Biblioth. Orient. Tom. 1. p. 336, 338) pongono la risurrezione de' sette Dormienti nell'anno 736 (an. di G. C. 425) o 748, (an. di Gesù Cristo 437) dell'era de' Seleucidi. I loro atti Greci, che Fozio avea letti, assegnano la data dell'anno trentesim'ottavo del regno di Teodosio che può coincidere coll'anno di Cristo 439 o col 446. Può facilmente determinarsi il tempo, che passò da questo alla persecuzione di Decio e non vi voleva di meno che l'ignoranza di Maometto, o de' leggendari per supporre un intervallo di tre o quattrocent'anni.

[641.] Jacopo, uno de' Padri ortodossi della Chiesa Siriaca, era nato l'anno 452, principiò a comporre i suoi discorsi l'anno 474, fu fatto vescovo di Barne nel distretto di Sarug e nella Provincia della Mesopotamia l'anno 519 e morì l'anno 521 (Assemanni Tom. 1. p. 268, 289). Quanto all'omilia de pueris Ephesinis, vedi p. 335, 339; sebbene avrei desiderato, che l'Assemanni avesse piuttosto tradotto il testo di Jacopo di Sarug, invece di rispondere alle obiezioni del Baronio.

[642.] Vedi Acta Sanctorum de' Bollandisti (mens. Jul. T. VI. p. 375-397). Quest'immenso calendario di Santi in centoventi sei anni (1644, 1770) ed in cinquanta volumi in foglio non ha progredito oltre il dì 7 d'Ottobre. La soppressione dei Gesuiti ha probabilmente arrestato un'opera, che in mezzo alle favole ed alle superstizioni, somministra molte istoriche e filosofiche notizie.

[643.] Vedi Maracci, Alcoran, Sura XVIII. Tom. II. p. 420, 427 e Tom. I. part. IV, p. 103. Con un privilegio sì ampio Maometto non ha dimostrato molto gusto ed ingegno. Egli ha inventato il cane de' sette Dormienti (al Rakim); il rispetto del sole, che alterò il suo corso due volte in un giorno per non entrare nella caverna; e la cura di Dio medesimo, che preservò i loro corpi dalla putrefazione, rivoltandoli a destra e a sinistra.

[644.] Vedi d'Herbelot, Biblioth. Orient. p. 139 e Renaudot, Hist. Patriarch. Alexand. p. 39, 40.

[645.] Paolo Diacono d'Aquileia (de Gestis Langobard. l. 1. c. 4. p. 745, 746. edit. Grot.), che visse verso il fine dell'ottavo secolo, ha posto in una caverna sotto un masso sulla riva dell'Oceano i sette Dormienti del Norte, il lungo riposo de' quali fu rispettato da' Barbari. Il loro abito li dimostrava Romani; ed il Diacono congettura, che dalla Provvidenza vennero riservati per essere i futuri Apostoli di quegl'infedeli paesi.

[646.] Si posson trovare i materiali autentici per l'istoria di Attila presso Giornandes (de reb. Get. c. 34, 50. p. 660, 668. Edit. Grot.), e Prisco (Excerpta de Legation. p. 33, 76. Paris 1648). Io non ho veduto le vite d'Attila composte da Giovenco Celio Calano Dalmatino nel XII secolo, o da Nicola Olao Arcivescovo di Gran nel XVI. Vedi Mascov., Istor. de' German. IX. 23, e Maffei, Osservaz. letterar. Tom. 1. p. 88, 89. Tuttociò, che vi hanno aggiunto i moderni Ungheri, dev'esser favoloso. Suppongono questi, che quando Attila invase la Gallia e l'Italia, sposò innumerabili donne etc., avesse l'età di centoventi anni. Thwrocz., Chron. p. 1 c. 22 in Script. Hund. Tom. 1. p. 76.

[647.] L'Ungheria è stata successivamente occupata da tre colonie Scite, 1. dagli Unni d'Attila; 2. dagli Arabi nel sesto secolo; e 3. da' Turchi o Magiari l'anno 889 che sono gl'immediati e genuini maggiori de' moderni Ungheri, la connessione de' quali co' due Popoli precedenti è sommamente debole e lontana. Sembra che il Prodromus e la Notitia di Matteo Belio contenga un ricco fondo di cognizione intorno all'Ungheria antica e moderna. Io ne ho veduti gli estratti nella Biblioteca antica e moderna (Tom. XXII. p. 1, 51) e nella Biblioteca ragionata (Tom. XVI. p. 127, 175).

[648.] Socrate l. VII c. 43. Teodoreto l. 5. c. 36. Il Tillemont, che sempre s'appoggia alla fede de' suoi autori Ecclesiastici, vigorosamente sostiene (Hist. des Emper. T. VI. p. 136, 607), che le guerre e le persone non erano le medesime.

[649.] Vedi Prisco p. 47, 48 ed Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. c. XII, XIII, XIV, XV.

[650.] Prisc. p. 39. I moderni Ungheri ne hanno fatta la genealogia, che ascende nel trentesimo quinto grado a Cham figlio di Noè; non sanno però il vero nome di suo padre (De Guignes, Hist. des Huns. Tom. II. p. 297).

[651.] Si paragoni Giornandes (cap. 35. p. 661) con Buffon (Hist. nat. Tom. III. p. 380). Il primo avea diritto d'osservare, originis suae signa restituens. Il carattere ed il ritratto d'Attila sono probabilmente trascritti da Cassiodoro.

[652.] Abulpharag., Dynast. vers. Procock. p. 281. Istoria genealogica de' Tartari d'Abulghazi Bahader Kan part. III c. 15, part. IV. c. 3. Vita di Gengis-khan, di Petit de la Croix l. 1 c. 1, 6. Le relazioni de' Missionari, che visitarono la Tartaria nel secolo XIII (Vedi il settimo volume dell'Istoria de' viaggi) esprimono il linguaggio e le opinioni popolari. Gengis è chiamato il figlio di Dio ec.

[653.] Nec Templum apud eos visitur, aut delubrum, ne tugurium quidem, culmo tectum cerni usquam potest; sed gladius Barbarico ritu humi figitur nudus, eumque ut Martem regionum, quas circumcircant praesulem verecundius colant. Ammian. Marcellin. XXXI. 2. con le dotte note del Lindenbrogio, e del Valesio.

[654.] Prisco riferisce questa notabile istoria tanto nel suo proprio testo (p. 65), quanto nella citazione che ne fa Giornandes (c. 35. p. 662). Egli avrebbe potuto spiegare la tradizione o la favola, che caratterizzava questa famosa spada, ed il nome non meno che gli attributi della Divinità Scita, che ha traslatato nel Marte de' Greci e de' Romani.

[655.] Erodoto (L. IV. c. 62). Per amore d'economia ho fatto il calcolo secondo lo stadio minore. Ne' sacrifizi umani essi tagliavano la spalla ed il braccio della vittima, che gettavano in aria, e traevano auspici e presagi dalla maniera, con cui cadeva sulla catasta.

[656.] Prisco (p. 55). Anche un eroe più civilizzato, lo stesso Augusto, si compiaceva se la persona, sulla quale fissava gli occhi, pareva inabile a sostenere il divino loro splendore. Sueton., in August c. 79.

[657.] Il Conte di Buat (Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 428, 429) tenta di purgare Attila dall'uccisione del fratello; ed è quasi inclinato il rigettare la concorde testimonianza di Giornandes, e delle Croniche di quel tempo.

[658.] Fortissimarum gentium dominus, qui inaudita ante se potentia solus Scythica et Germanica regna possedit. Giornandes c. 49. p. 684. Prisco p. 64, 65. Il Guignes, mediante la sua cognizione del Chinese, ha acquistato (Tom. II. p. 295-301) una giusta idea dell'Impero d'Attila.

[659.] Vedi Hist. des Huns Tom. II. p. 296. I Geugensi credevano, che gli Unni potessero eccitare a lor piacimento, tempeste di vento e di pioggia. Questo fenomeno era prodotto dalla pietra Gezi, alla magica forza della quale fu attribuita la perdita d'una battaglia da' Tartari Maomettani del decimoquarto secolo. Vedi Cherefeddin Ali, Hist. de Timur Bec. Tom. 1. p. 82, 83.

[660.] Giornandes c. 35. p. 661. c. 37. p. 667. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. VI. p. 129, 138. Cornelio ha rappresentato l'orgoglio d'Attila verso i Re suoi sottoposti; e principia la sua tragedia con questi ridicoli versi.

Ils ne sont pas venus nos deux Rois! qu'on leur die

Qu'ils se font trop attendre, et qu'Attilla s'ennuie.

I due Re de' Gepidi e degli Ostrogoti son profondi politici e sensibili amanti; e tutta l'opera presenta i difetti senza il genio del Poeta.

[661.]

.... Alii per Caspia claustra

Armeniasque nives inopino tramite ducti

Invadunt Orientis opes: jam pascua fumant

Capadocum, volucrumque parens Argaeus equorum

Jam rubet altus Halys; nec se defendit iniquo

Monte Cilix: Syriae tractus vastantur amaeni;

Assuetumque choris et lauta plebe canorum

Proterit imbellem sonipes hostilis Orontem.

Claudian. in Rufin. l. II. 28, 35. Vedi ancora il medesimo in Eutrop. l. I, 243, 251 e la forte descrizione di Girolamo che scriveva per propria esperienza Tom. I. p. 26. ad Heliodor. p. 200, ad Oceanum. Filostorgio (l. IX. c. 8) fa menzione di tal invasione.

[662.] Vedi l'originale conversazione appresso Prisco p. 64, 65.

[663.] Prisco p. 331. La sua storia conteneva un copioso ed elegante ragguaglio della guerra (Evagr. l. 1. c. 17), ma gli estratti, relativi alle ambasciate, sono le uniche parti, che son giunte fino ai nostri tempi. Potè riscontrarsi però l'opera originale dagli scrittori, dai quali prendiamo le nostre imperfette notizie, cioè da Giornandes, da Teofane, dal Conte Marcellino, da Prospero Tirone, e dall'Autore della Cronica Alessandrina o Pasquale. Il Buat (Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. c. 15) ha esaminato la causa, le circostanze e la durata di questa guerra, e non accorda, che s'estendesse oltre l'anno 444.

[664.] Procop. de aedific. l. IV. c. 9. Queste fortezze furono di poi restaurate, fortificate ed ampliate dall'Imperator Giustiniano; ma presto vennero distrutte dagli Abari, che succederono al potere ed al dominio degli Unni.

[665.] Septuaginta civitates (dice Prospero Tirone) depraedatione vastatae. L'espressione del Conte Marcelli non è anche più forte, Pene totam Europam, invasis excisisque civitatibus atque castellis, conrasit.

[666.] Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. VI. p. 106, 107) ha fatto grand'attenzione a questo memorabile terremoto, che fu sentito da Costantinopoli sino ad Antiochia ed Alessandria, ed è celebre presso tutti gli Scrittori Ecclesiastici. Nelle mani di un Predicator popolare un terremoto è uno stromento di mirabil effetto.

[667.] Ei rappresentò all'Imperator de' Mogolli, che le quattro Province (Petheli, Chantong, Chansi e Leaotong) che già possedeva, potevan rendere annualmente, sotto una dolce amministrazione, cinquecentomila once d'argento, 400,000 misure di riso e 800,000 pezze di seta. Gaubil Hist. de la Dynast. des Mongous p. 58, 59. Yelutchousay (così chiamavasi il Mandarino) era un saggio e virtuoso Ministro, che salvò la sua patria, e ne incivilì i conquistatori. Vedi p. 102, 103.

[668.] Sarebbero infiniti gli esempi, che potremmo addurre; ma il curioso lettore può consultare la vita di Gengis-khan fatta da Petit de la Croix, l'Histoire des Mongous, ed il lib. 15 dell'Istoria degli Unni.

[669.] A Maru 1,300000; ad Herat 1,600000; a Neisabour 1,747000. D'Herbelot, Biblioth. Orient. p. 380, 381. Io mi servo dell'ortografia delle carte di Danville. Bisogna confessare però, che i Persiani eran disposti ad esagerar le loro perdite, ed i Mogolli a magnificare le loro imprese.

[670.] Chereffeddin Ali, suo servile panegirista, ci somministrerebbe degli esempi altrettanto orribili. Nel suo campo avanti Delhi Timur trucidò 100,000 prigionieri Indiani, che avevano sorriso, quando fu alle viste l'armata de' lor nazionali, Hist. de Timur Bec. Tom. III, p. 90. Il popolo d'Ispahan somministrò 70,000 teschi umani per la costruzione di varie alte torri (Id. Tom. I, p. 434). Un simile tributo fu levato in occasione della rivolta di Bagdad (T. III, p. 370); e l'esatto numero, che Chereffeddin non potè sapere dai propri Ufiziali, si fissa da un altro Istorico (Alimed Arabsiada Tom. II, pag. 175 Vedi Manger) a 90,000 teste.

[671.] Gli antichi Giornandes, Prisco ec. non fanno menzione di quest'epiteto. I moderni Ungheri hanno immaginato, che fosse dato ad Attila da un eremita della Gallia, e ch'ei si dilettava d'inserirlo fra' titoli della sua real dignità. Mascou IX. 25 e Tillemont, Hist. des Emper. Tom. VI, p. 143.

[672.] I Missionari di S. Gio. Grisostomo avevan convertito un gran numero di Sciti, che abitavano di là dal Danubio in tende e carri. Teodoreto lib. V c. 31. Foz. pag. 1517. I Maomettani, i Nestoriani ed i Cristiani Latini si crederono sicuri di guadagnare i figli ed i nipoti di Gengis, che trattò con imparzial favore que' Missionari rivali fra loro.

[673.] I Germani, ch'esterminarono Varo e le sue legioni erano particolarmente irritati contro le leggi ed i legali Romani. Uno dei Barbari, dopo l'efficaci precauzioni di tagliar la lingua, e cucir la bocca d'un avvocato, osservò con molta soddisfazione, che la vipera non potea più fischiare. Flor. IV. 12.

[674.] Prisco p. 59. Pare che gli Unni preferissero la lingua Gotica e la Latina alla propria, ch'era probabilmente un duro e sterile idioma.

[675.] Filippo di Comines, nell'ammirabile sua pittura degli ultimi momenti di Luigi XI. (memor. lib. VI, c. 12), rappresenta l'insolenza del suo medico, il quale, in cinque mesi, estorse 54,000 luigi ed un ricco Vescovato da quel fiero ed avaro tiranno.

[676.] Prisco (p. 61), inalza l'equità delle leggi Romane, che difendevano la vita d'uno schiavo. Occidere solent, dice Tacito de' Germani, non disciplina et severitate, sed impetu et ira, ut inimicum, nisi quod impune. De morib. Germanor. c. 15. Gli Eruli, che erano sudditi d'Attila, s'arrogavano ed esercitavano il potere di vita e di morte su' loro schiavi. Se ne veda un notabil esempio nel secondo libro di Agatia.

[677.] Vedasi l'intera conversazione presso Prisco p. 59, 62.

[678.] Nova iterum Orienti assurgit ruina... cum nulla ab Occidentalibus ferrentur auxilia. Prospero Tirone compose la sua Cronica nell'Occidente, e quest'osservazione contiene una censura.

[679.] Secondo la descrizione o piuttosto l'invettiva del Grisostomo, un incanto del lusso Bizantino doveva dare un gran prodotto. Ogni casa ricca possedeva una tavola semicircolare d'argento massiccio, che appena due uomini potevano alzare, un vaso d'oro sodo del peso di quaranta libbre, de' bicchieri, de' piatti dell'istesso metallo ec.

[680.] Gli articoli del Trattato, esposti senza grand'ordine o precisione, si posson vedere appresso Prisco, p. 34, 35, 36, 37, 53 ec. Il Conte Marcellino dà qualche conforto coll'osservare, I. che Attila stesso sollecitò la pace ed i presenti, che prima avea ricusato; e II. che verso il medesimo tempo gli Ambasciatori dell'India presentarono all'Imperator Teodosio una molto grossa tigre addomesticata.

[681.] Prisco p. 35, 36. Fra le cent'ottantadue fortezze o castella della Tracia enumerate da Procopio (de Aedific. l. IV, c. XI, Tom. II, pag. 92 edit. Paris), ve n'è una col nome di Esimontou, la cui posizione è indicata dubbiosamente nelle vicinanze d'Anchialo e del Ponto Eussino. Il nome e le mura d'Azimunzio sussisterono forse fino al regno di Giustiniano; ma la gelosia dei Principi Romani si era presa la cura d'estirpare la razza de' bravi suoi difensori.

[682.] La disputa fra S. Girolamo e S. Agostino, che cercavano con diversi espedienti di conciliare l'apparente contesa dei due Appostoli S. Pietro e S. Paolo, dipende dallo scioglimento d'un'importante questione (Middleton, Oper. vol. II, p. 5, 10), che si è frequentemente agitata fra' Teologi Cattolici e Protestanti, ed anche fra' giurisconsulti e filosofi d'ogni secolo.

[683.] Montesquieu (Considérations sur la grandeur etc. c. 19), ha dipinto con audace e felice pennello alcune delle più forti circostanze dell'orgoglio d'Attila e del disonore dei Romani. Ei merita lode per aver letto i Frammenti di Prisco, che erano stati troppo trascurati.

[684.] Vedi Prisco pag. 69, 71, 72 ec. Io mi sarei quasi indotto a credere, che questo avventuriero fosse di poi crocifisso per ordine d'Attila sul sospetto di tradimento, ma Prisco ha troppo chiaramente distinto due persone col nome di Costanzo, che pei simili avvenimenti della loro vita si sarebber potuti facilmente confondere.

[685.] Nel trattato di Persia concluso l'anno 422 il savio ed eloquente Massimino era stato assessore d'Ardaburio (Socrate, lib. VII, c. 20). Quando fu inalzato al trono Marciano, fu dato l'ufizio di gran Ciamberlano a Massimino, che in un pubblico editto è posto fra' quattro principali Ministri di Stato (Novell. ad Calc. Cod. Theod. p. 31). Egli eseguì una militare e civil commissione nelle Province Orientali; e la sua morte dispiacque ai Selvaggi dell'Etiopia, dei quali esso avea represso le scorrerie. Vedi Prisco p. 40, 41.

[686.] Prisco era nativo di Panium nella Tracia, e meritò per la sua eloquenza un onorevole posto fra' Sofisti di quel tempo. La sua storia Bizantina, che appartiene ai propri suoi tempi, era contenuta in sette libri. Vedi Fabricio, Bibl. Graec. VI, p. 235, 236. Nonostante il caritatevol giudizio dei Critici, io sospetto, che Prisco fosse Pagano.

[687.] Gli Unni continuavano tuttavia a disprezzare i lavori dell'agricoltura; essi abusavano del privilegio di una nazione vittoriosa; ed i Goti, loro industriosi sudditi, che coltivavano la terra, temevano la lor vicinanza come quella di tanti lupi rapaci (Prisco p. 45). Nell'istessa guisa i Sarti ed i Tadgici provvedono alla propria lor sussistenza, ed a quella dei Tartari Usbecchi, lor oziosi e rapaci Sovrani. Vedi Ist. Genealog. dei Tartari p. 423, 456 ec.

[688.] È certo che Prisco passò il Danubio ed il Teiss, e che non arrivò al piè dei monti Carpazi. Agria, Tokai e Giasberin sono situate nei piani circonscritti da questi limiti. Il Buat (Hist. des Peuples ec. Tom. VII, pag. 461) ha scelto Tokai; Otrokosci, erudito Unghero (p. 180 ap. Mascou IX, 23), ha preferito Giasberin, luogo circa trenta sei miglia all'occidente di Buda e del Danubio.

[689.] Il real villaggio d'Attila si può paragonare alla città di Karacorum, residenza dei successori di Gengis; la quale, sebbene sembri, che fosse un'abitazione più stabile, pure non uguagliava la grandezza o lo splendore della città ed Abbazia di S. Dionigi nel secolo XIII. (Vedi Rubruquis nell'Istor. general. dei viaggi Tom. VII, p. 286). Il campo d'Aurengzebe, quale viene sì piacevolmente descritto da Bernier (Tom. II, p. 217, 235), mescolò i costumi della Scizia con la magnificenza ed il lusso dell'Indostan.

[690.] Allorchè i Mogolli facevan mostra delle spoglie dell'Asia nella Dieta di Toncal, il Trono di Gengis era sempre coperto di quel primo tappeto di lana nera, sul quale fu collocato, quando fu inalzato al comando dei guerrieri suoi nazionali. Vedi Vie de Gengiscan l. IV, c. 9.

[691.] Se prestiam fede a Plutarco (in Demetrio Tom. V, p. 24) gli Sciti avevano per costume, allorchè si davano al piacere della tavola, di risvegliare il languido loro coraggio con la marziale armonia, che veniva dal suono delle corde dei loro archi.

[692.] Si può vedere presso Prisco (p. 49, 70) la curiosa narrazione di quest'Ambasceria, che richiedeva poche osservazioni, e non era suscettibile d'alcuna prova di Autori contemporanei. Ma non mi son limitato all'ordine di quella, e ne avea precedentemente tratte le circostante istoriche, che erano meno intrinsecamente connesse col viaggio e coll'affare dei Romani Ambasciatori.

[693.] Il Tillemont ha dato molto esattamente la serie dei Ciamberlani, che regnarono in nome di Teodosio. Crisafio fu l'ultimo, e secondo l'unanime testimonianza dell'Istoria, il più cattivo di questi favoriti (Vedi Hist. des Emper. Tom. VI. p. 117-119. Mem. Eccl. Tom. XV. p. 438). La parzialità, che aveva per l'Eresiarca Eutiche, suo compare, l'impegnò a perseguitare il partito cattolico.

[694.] Può vedersi questa segreta cospirazione, e le importanti sue conseguenze nei frammenti di Prisco p. 37, 38, 39 54, 70, 71, 72. La Cronologia di quell'Istorico non è stabilita da veruna data precisa; ma la serie delle negoziazioni fra Attila e l'Impero Orientale dee porsi dentro i tre o quattro anni, che precederono la morte di Teodosio, seguita nel 450.

[695.] Teodoro Lettore (Vedi Vales., Hist. Eccl. Tom. III. p. 563) e la Cronica Pasquale fanno menzione della caduta senza specificare il male; ma la conseguenza di ciò era così facile a vedersi, e tanto improbabile che fosse inventata, che possiamo sicuramente credere a Niceforo Callisto, Greco del decimo quarto secolo.

[696.] Pulcheriae nutu (dice il Conte Marcellino) sua cum avaritia interemptus est. Essa abbandonò l'Eunuco alla pia vendetta d'un figlio, il padre del quale aveva sofferto ad istigazione del medesimo.

[697.] Procopio, de Bell. Vandal. l. I. c. 4. Evagr., l. II. c. 1. Teofane p. 90, 91. Novell, ad calc. Cod. Theodos. Tom. VI. p. 39. Le lodi, che S. Leone ed i Cattolici hanno dato a Marciano, sono state diligentemente trascritte dal Baronio per servire d'incoraggiamento a' futuri Principi.

[698.] Vedi Prisco p. 39, 72.

[699.] La Cronica Alessandrina o Pasquale, che fa menzione di questa orgogliosa ambasciata al tempo di Teodosio, può averne anticipata la data; ma il debole annalista era incapace d'inventare il genuino ed originale stile di Attila.

[700.] Il secondo libro dell'Istoria critica dello stabilimento della Monarchia Francese (Tom. 1, p. 189, 424) sparge gran luce sopra lo stato della Gallia, quando fu invasa da Attila; ma l'Abbate Dubos, ingegnoso autore di essa, troppo spesso si abbandona al sistema ed alle congetture.

[701.] Vittore Vitense (de persecut. Vandal. l. 1, c. 6, p. 8. Edit. Ruinart) lo chiama acer consilio et strenuus in bello. Ma quando divenne disgraziato, il suo coraggio fu censurato come una disperata temerità; e Sebastiano meritò, o piuttosto gli fu attribuito l'epiteto di praeceps (Sid. Apolim., Carm. IX. 181). Sono leggiermente notate le sue avventure in Costantinopoli, nella Sicilia, nella Gallia, nella Spagna, e nell'Affrica dalle Croniche di Marcellino, e d'Idazio. Nella sua disgrazia egli ebbe sempre un numeroso seguito di compagni; mentre potè saccheggiar l'Ellesponto, e la Propontide, e prendere la città di Barcellona.

[702.] Reipublicae Romanae singulariter natus, qui superbiam Svevorum, Francorumque barbariem immensis caedibus servire Imperio Romano coegisset. (Giornand., de Reb. Get. c. 34 p. 660).

[703.] Questo ritratto è ricavato da Renato Profuturo Frigerido, scrittore contemporaneo, conosciuto solo per mezzo di alcuni estratti, che ci sono stati conservati da Gregorio di Tours (L. II. c. 8. in. Tom. II. p. 163). Era probabilmente dovere, o almeno interesse di Renato il magnificare le virtù d'Ezio: ma egli avrebbe dimostrato maggior destrezza, se non avesse insistito sulla sua inclinazione a soffrire, ed a perdonare.

[704.] L'Ambasceria era composta del Conte Romolo, di Promoto, Presidente del Norico, e di Romano, Duce militare. Essi erano accompagnati da Tatullo, illustre cittadino di Petovio, città dell'istessa Provincia, e padre d'Oreste, che aveva sposato la figlia del Conte Romolo. Vedi Prisco p. 57, 65. Cassiodoro (part. 1, 4) fa menzione d'un'altra ambasceria, che fu sostenuta da suo padre, e da Carpilione figlio d'Ezio; e siccome Attila non v'era più, esso potè sicuramente vantare il virile ed intrepido loro contegno nella sua presenza.

[705.] Deserta Valentinae urbis rara Alanis partienda traduntur. Prosper. Tyron., Chron. in Histor. de Franc. Tom. 1. p. 639. Pochi versi dopo, Prospero nota che furono assegnate agli Alani delle terre nella Gallia ulteriore. Senz'ammetter la correzione dell'Ab. Dubos (Tom. 1. p. 300), la ragionevole supposizione di due colonie, o guarnigioni di Alani confermerà i suoi argomenti, e toglierà le obiezioni.

[706.] Vedi Prosp. Tyr. p. 639. Sidonio (Paneg. Avit. 246) si duole in nome dell'Alvernia sua Patria.

Lithorius Scythicos equites, tunc forte subacto

Celsus Aremorico, Geticum rapiebat in agmen

Per terras, Arverne, tuas, qui proxima quaeque

Discursu, flammis, ferro, feritate, rapinis,

Delebant; pacis fallentes nomen inane.

Un altro Poeta, cioè Paolino del Perigord, conferma questo lamento. Nam socium vix ferre queas, qui durior hoste. Vedi Dubos Tom. 1 p. 330.

[707.] Teodorico II figlio di Teodorico I, dichiara ad Avito la sua risoluzione di riparare o d'espiare la colpa, che aveva commesso il suo avo:

Quae noster peccavit avus, quem fuscat id unum,

Quod Te, Roma, capit...

(Sidon., Panneg. Avit. 505)

Questo carattere, applicabile solo al Grande Alarico, stabilisce la genealogia de' Re Goti, che fin qui era stata ignota.

[708.] Il nome di Sapaudia, da cui vien quello di Savoja, è rammentato per la prima volta da Ammiano Marcellino; e dalla Notizia si collocano due posti militari dentro i limiti di quella Provincia; a Grenoble nel Delfinato era stazionata una coorte; ed Ebrodunum o Iverdon difendeva una flotta di piccoli vascelli, che dominavano il lago di Neufchatel. Vedi Vales., Notit. Galliar. p. 503. Danville, Notice da l'ancien Gaul. p. 284, 579.

[709.] Salviano ha tentato di spiegare il moral governo della Divinità; il che può facilmente farsi col supporre, che la calamità de' malvagi sono giudizi, e quelle de' giusti prove di Dio.

[710.]

... Capto terrarum damna patebant

Lithorio, in Rhodanum proprios producere fines,

Theudoridae fixum: nec erat pugnare necesse,

Sed migrare Getis; rabidam trux asperat irum

Victor, quod sensit Scythicum sub moenibus hostem

Imputat, et nihil est gravius, si forsitan umquam

Vincere contingat trepido...

(Paneg. Avit. 300 etc.)

Sidonio quindi prosegue, secondo il dovere d'un Panegirista, a trasferire tutto il merito da Ezio ad Avito suo Ministro.

[711.] Teodorico II venerava nella persona d'Avito il carattere di suo precettore:

..... Mihi Romula dudum

Per te Jura placent: parvumque ediscere jussit

Ad tua verba pater, docili quo prisca Maronis

Carmine molliret Scythicos mihi pagina mores.

Sidon., Panegyr. Avit. 495. etc.

[712.] I nostri autori pel regno di Teodorico I. sono Giornandes (de reb. Getic. c. 34 e 36), e le Croniche d'Idazio, e de' due Prosperi inserite negl'Istorici di Francia (T. 1. p. 612-640). A questi possiamo aggiungere Salviano (de Gubern. Dei l. VII. p. 243, 244, 245) ed il Panegirico d'Avito fatto da Sidonio.

[713.] Reges criuitos se creavisse de prima, et ut ita dicam nobiliori suorum familia (Gregor. Turon. l. II. c. 9. p. 166 del secondo volume degl'istorici di Francia). Gregorio stesso non fa menzione del nome di Merovingi, che si trova però indicato al principio del settimo secolo, come distintivo della famiglia reale, ed anche della Monarchia Francese. Un ingegnoso critico ha fatto derivare i Merovingi dal gran Maroboduo, ed ha provato chiaramente, che il Principe, che diede il suo nome alla prima stirpe, fu più antico del padre di Childerico. Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscript. Tom. XX. p. 52-90. Tom. XXX. p. 557, 587.

[714.] Questo costume Germano, che si trova continuato da Tacito fino a Gregorio di Tours, finalmente fu adottato anche dagl'Imperatori di Costantinopoli. Montfaucon da un manoscritto del decimo secolo ha tratto e rappresentato tal cerimonia, che l'ignoranza di quel tempo applicò al Re David. Vedi Monum. de la Monarch. Franc. Tom. I. Disc. prelim.

[715.] Caesaries prolixa... crinium flagellis per terga dimissis etc. Vedi la Prefazione al terzo volume degl'Istorici di Francia, e l'Abbate le Boeuf (Dissert. Tom. III. p. 47, 79). Questo particolar uso de' Merovingi si è notato da' Nazionali e dagli stranieri, da Prisco Tom. I. p. 608, da Agatia T. II. p. 49, e da Gregorio di Tours L. III. 18. VI. 24. VIII. 10. Tom. II. p. 196, 278, 316.

[716.] Vedasi una pittura originale della figura, delle vesti, delle armi, e del carattere degli antichi Franchi presso Sidonio Apollinare (Panegir. Major. 238, 254) e tali pitture, quantunque fatte rozzamente, hanno un reale ad intrinseco valore. Il P. Daniel (Hist. de la milice Franc. Tom. 1 p. 2-7) ha illustrato tal descrizione.

[717.] Dubos, Hist. crit. etc. Tom. 1. p. 271, 272. Alcuni Geografi hanno posto Dispargo sulla parte Germanica del Reno. Vedi una nota degli Editori Benedettini agl'Istorici di Francia Tom. II. p. 166.

[718.] La selva Carbonaria era quella parte della gran foresta delle Ardenne, che si trova fra la Schelda e la Mosa. Vales., Notit. Gall. p. 126.

[719.] Gregor. Turon. l. II, c. 9 in Tom. II, p. 166, 167. Fredegar. Epitom. c. 9 pag. 395 Gest. Reg. Francor, c. 5 in Tom. II, p. 544 Vit. S. Remig. ab Hincmar. in Tom. III, p. 373.

[720.]

.... Francus qua Cloio patentes

Atrebatum terras pervaserat...

(Panegyr. Major. an. 212).

Il posto preciso fu un castello o villaggio chiamato vicus Helena; e sì il nome che il luogo da' moderni Geografi si sono scoperti a Lens. Vedi Valesio, Notit. Gall. p. 246. Longuerue, descript. de la Franc. Tom. II p. 88.

[721.] Vedasi una inesatta narrazione del fatto presso Sidonio, Panegyr. Majorian. 212, 230. I Critici Francesi, impazienti di stabilire la loro Monarchia nella Gallia, hanno tratto un forte argomento dal silenzio di Sidonio, che non ardisce dire perchè i Franchi superati fosser costretti a ripassare il Reno. Dubos Tom. 1. p. 322.

[722.] Salviano (De Gubern. Dei l. VI) ha esposto con istile declamatorio e vagante le disgrazie di queste tre città, che sono distintamente riportate dall'erudito Mascovio; Istor. degli antichi Germani IX. 21.

[723.] Prisco, nel raccontare la contesa, non dice i nomi dei due fratelli; il secondo de' quali giovane senza barba con lunga ondeggiante chioma aveva esso veduto a Roma (Histor. de Franc. Tom. I. p. 607, 608). Gli Editori Benedettini son disposti a credere, che questi fossero figli di qualche incognito Re de' Franchi, che regnava sulle rive del Necker; ma sembra, che gli argomenti del Foncemagne (Mem. de l'Acad. Tom. VIII. p. 464) provino, che la successione di Clodione fosse disputata da' due suoi figli, e che il minore di essi fosse Meroveo padre di Childerico.

[724.] Durante la stirpe de' Merovingi, il trono fu ereditario; ma tutti i figli del defunto Monarca avevano ugual diritto alla lor parte delle ricchezze e degli Stati di esso. Vedi la dissertazione del Foncemagne ne' tomi VI e VII delle Memorie dell'Accademia.

[725.] Sussiste tuttavia una medaglia, che dimostra l'avvenente figura d'Onoria col titolo d'Augusta; e nel rovescio si legge impropriamente salus Reipublicae intorno al monogramma di Cristo. Vedi Du Cange Famil. Byzant. p. 67, 70.

[726.] Vedi Prisco p. 39, 40. Poteva plausibilmente allegarsi, che se le donne potevan succedere al trono, Valentiniano medesimo, che avea sposato la figlia ed erede di Teodosio il Giovane, avrebbe avuto diritto all'Impero orientale.

[727.] Le avventure d'Onoria sono imperfettamente riferite da Giornandes (de success. regn. c. 97 e de reb. Get. c. 42 p. 674), e nelle Croniche di Prospero e di Marcellino; ma non possono essere coerenti o probabili, se non separiamo con un intervallo di tempo e di luogo il suo intrigo con Eugenio, e l'invito che fece ad Attila.

[728.] Exegeras mihi, ut, promitterem tibi, Attila bellum stylo me posteris intimaturum.... coeperam scribere, sed operis arrepti fasce perspecto, taeduit inchoasse: Sidon. Apolin. lib. VIII Ep. 15 p. 246.

[729.]

..... Subito cum rupta tumultu

Barbaries totas in te transfuderat Arctos

Gallia. Pugnacem Rugum, comitante Gelono

Gepida trux sequitur. Scyrum Burgundio cogit,

Chunus, Bellonotus, Neurus, Bastarna, Toringus

Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda,

Prorumpit Francus. Cecidit cito secta bipenni

Hercynia in lintres, et Rhenum texuit alno.

Et iam terrificis diffunderat Attila turmis

In campos se Belga tuos....

(Paneg. Avit. 320).

[730.] La narrazione più autentica e circostanziata di questa guerra trovasi presso Giornandes (de reb. Getic. c. 36, 41 p. 662, 672) che alle volte ha compendiata, ed alle volte copiata l'istoria più estesa di Cassiodoro. Giornandes, che sarebbe superfluo di citare più volte, può correggersi, ed illustrarsi per mezzo di Gregorio di Tours (l. 2 c. 5, 6, 7) e delle Croniche d'Idazio, d'Isidoro, e de' due Prosperi. Tutte le antiche testimonianze sono state raccolte ed inserite fra gl'Istorici di Francia, ma il Lettore dee stare in guardia contro un supposto estratto della Cronica d'Idazio (fra i frammenti di Fredegario Tom. II pag. 462) che spesso contraddice il testo genuino del Vescovo di Galizia.

[731.] Le antiche leggende meritano qualche riguardo in quanto son costrette ad unire alle loro favole la vera storia de' loro tempi. Vedansi le vite di S. Lupo, di S. Aniano Vescovi di Metz, di S. Genovieffa ec. fra gl'Istorici di Francia Tom. I, p. 644, 645, 649 Tom. III, p. 369.

[732.] Lo Scetticismo del Conte di Buat (Hist. des Peupl. Tom. VII, p. 539, 540) non può combinarsi con alcuno principio di ragione, o di critica. Non è forse Gregorio di Tours preciso, e positivo nel suo racconto della distruzione di Metz? Alla distanza di non più di cento anni poteva egli ed il Popolo ignorare il destino d'una città, ch'era la residenza attuale de' Re d'Austrasia, suoi sovrani? L'erudito Conte, che sembra avere intrapreso l'apologia d'Attila e dei Barbari, cita il falso Idazio parcens civitatibus Germaniae et Galliae, e non si rammenta, che il vero Idazio ha espressamente affermato, plurimae civitates affractae, fra le quali conta anche Metz.

[733.]

....... Ut liquerat Alpes

Aetius, tenue et rarum sine milite ducens

Robur, in auxiliis Geticum male credulus agmen

Incassum propriis praesumens adjere castris.

[734.] Si descrive imperfettamente la politica d'Attila, d'Ezio, e de' Visigoti nel Panegirico d'Avito, e nel cap. 36 di Giornandes. Tanto il Poeta, che l'Istorico erano preoccupati da personali o nazionali pregiudizi. Il primo esalta il merito e l'importanza d'Avito: Orbis, Avite, salus, etc. L'altro è ansioso di porre i Goti nell'aspetto più favorevole. Pure la coerenza dell'uno coll'altro, quando son bene interpetrati, è una prova della loro veracità.

[735.] L'enumerazione dell'armata d'Ezio si fa da Giornandes c. 36 p. 644. Edit. Grot. Tom. II, p. 23 degl'Istorici di Franc. con le note dell'Editore Benedettino. I Leti erano una razza promiscua di Barbari nati o naturalizzati nella Gallia; i Ripari o Ripuari traevano il loro nome dalla loro situazione su' tre fiumi, il Reno, la Mosa, e la Mosella; gli Armorici possedevano le città indipendenti fra la Senna e la Loira; si era piantata una colonia di Sassoni nella diocesi di Bayeux; i Borgognoni erano stabiliti nella Savoia; ed i Breoni erano una guerriera tribù de' Reti, all'Oriente del lago di Costanza.

[736.] Aurelianensis urbis obsidio, oppugnatio, irruptio, nec direptio (l. V Sidon. Appollin. l. VIII Epist. 15 p. 246). La liberazione d'Orleans si sarebbe facilmente potuta convertire in un miracolo, ottenuto e predetto dal Santo Vescovo.

[737.] Nelle comuni edizioni, si legge XCM; ma v'è qualche autorità di Manoscritti (e qualunque autorità è sufficiente) pel numero più ragionevole di XVM.

[738.] Scialons, o Duro-Catalaunum, di poi Catalauni, anticamente formava una parte del territorio di Rheims, da cui non è distante che 27 miglia. Vedi Valesio notit. Gall. p. 136. Danville notice de l'ancien. Gaule p. 212, 279.

[739.] Si fa spesso menzione della Campania, o Sciampagna da Gregorio di Tours; e quella gran Provincia, di cui Rheims era la Capitale, obbediva al governo d'un Duca. Valesio notit. 120, 123.

[740.] Io so, che queste orazioni militari soglion ordinariamente comporsi dagl'Istorici; pure i vecchi Ostrogoti, che avevan militato sotto Attila, poterono raccontare il suo discorso a Cassiodoro: le idee, ed anche l'espressioni hanno cert'aria originale Scita; ed io dubito se ad un Italiano del sesto secolo fosse caduta in mente la frase hujus certaminis gaudia.

[741.] L'espressioni di Giornandes, o piuttosto di Cassiodoro, sono estremamente forti: bellum atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nulla usquam narrat antiquitas: ubi talia gesta referuntur, ut nihil esset, quod in vita sua cospicere potuisset egregius, qui hujus miraculi privaretur aspectu. Dubos (Hist. crit. Tom. I, p. 392, 393) tenta di conciliare i 162,000 di Giornandes co' 300,000 d'Idazio, e di Isidoro, supponendo, che il maggior numero contenesse la total distruzione della guerra, gli effetti delle malattie, la strage del Popolo inerme ec.

[742.] Il Conte di Buat (Hist. des Peuples etc. Tom. VII, p. 554, 573) seguitando sempre il falso Idazio, e di nuovo rigettando il vero, ha diviso la disfatta d'Attila in due gran battaglie; la prima vicino ad Orleans, la seconda nella Sciampagna: nell'una, secondo esso, Teodorico fu ucciso; nell'altra fu vendicato.

[743.] Giornandes, de reb. Getic. c. 41 p. 671. La politica d'Ezio, e la condotta di Torrismondo son molto naturali; ed il Patrizio, secondo Gregorio di Tours (lib. II, c. 7, p. 163), allontanò il Principe de' Franchi con suggerirgli un simil timore. Il falso Idazio ridicolosamente pretende, ch'Ezio facesse di notte una segreta visita al Re degli Unni e de' Visigoti; da ciascheduno dei quali ricavasse un dono di diecimila monete d'oro per prezzo d'una quieta ritirata.

[744.] Queste crudeltà, che sono pateticamente deplorate da Teodorico, figlio di Clodoveo (Gregorio di Tours lib. III, c. 10 p. 190), convengono al tempo, ed alle circostanze della invasione d'Attila. La tradizion popolare attestò per lungo tempo la sua residenza in Turingia; e si suppone aver esso adunato un couroultai, o dieta nel territorio d'Eisenach. Vedi Mascovio (IX. 30), che stabilisce con minuta accuratezza l'estensione dell'antica Turingia, e ne trae il nome dalla Gotica tribù de' Tervingi.

[745.] Machinis constructis, omnibusque tormentorum generibus adhibitis Giornandes c. 42 p. 673. Nel secolo decimo terzo i Mongoli batterono le città della China con grandi macchine costruite da' Maomettani o Cristiani, ch'erano al loro servizio; esse gettavano pietre di peso da 150 a 300 libbre. I Chinesi usavano la polvere da cannoni, ed anche le bombe in difesa del loro paese, circa cento anni prima che fossero conosciute in Europa; eppure anche quella celesti o infernali armi furono insufficienti a difendere una pusillanime nazione. Vedi Gaubil, Hist. des Mongous pag. 70, 71, 155, 157 ec.

[746.] Si racconta la medesima storia da Giornandes, e da Procopio (de Bell. Vand. l. 1 c. 4 p. 187, 188); e non è facile il decidere quale de' due sia l'originale. Ma l'Istorico Greco è caduto in un errore inescusabile nel porre l'assedio d'Aquileia dopo la morte d'Ezio.

[747.] Giornandes, circa cento anni dopo, asserisce, che Aquileia era tanto rovinata, ut vix ejus vestigia, ut appareant, reliquerint. Vedi Giornandes, de reb. Get. c. 42 pag. 673. Paul. Diac. lib. 2, c. 14, p. 785. Luitprando, Hist. lib. III, c. 2. Il nome d'Aquileia fu dato talvolta a Forum Julii (Cividal del Friuli) Capitale più recente della Provincia Veneta.

[748.] Nel descriver questa guerra d'Attila, guerra sì famosa, ma sì mal conosciuta, ho preso per mie guide due dotti Italiani, che hanno esaminato il Soggetto con certi particolari vantaggi; il Sigonio, de Imper. Occid. l. XIII nelle sue opere Tom. 1 p. 495, 502, ed il Muratori, Annali d'Ital. Tom. IV. p. 129, 235 ediz. in 8.º.

[749.] Questo fatto può trovarsi in due diversi articoli (μεδιολανον e κορυκος) della miscellanea compilazione di Suida.

[750.]

Leo respondit, humana hoc pictum manu:

Videres hominem deiectum, si pingere

Leones scirent......

Append. ad Phaedr., Fab. 25.

Il Leone, appresso Fedro, molto stoltamente s'appella dalle pitture all'anfiteatro; ed ho piacere d'osservare, che il naturale e giudizioso La Fontaine (l. III. Fab. X.) abbia tralasciato questa molto difettosa ed impropria conclusione.

[751.] Paolo Diacono (de Gest. Longob. l. II, c. 14, p. 784) descrive le Province d'Italia verso il fine dell'ottavo secolo: Venetia non solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus, constat, sed ejus terminus a Pannoniae finibus usque Adduam fluvium protelatur. L'istoria di quella Provincia fino al tempo di Carlo Magno forma la prima e più importante parte della Verona illustrata (p. 1, 388), nella quale il Marchese Scipione Maffei si è dimostrato capace di grandi vedute, non meno che di minute ricerche.

[752.] Non si dimostra quest'emigrazione con alcuna prova contemporanea: ma il fatto si prova dal successo, e se ne possono esser conservate le circostanze dalla tradizione. I cittadini d'Aquileia si ritirarono all'Isola di Grado, quelli di Padova a Rivus altus, o Rialto, dove poi fu edificata la città di Venezia ec.

[753.] La topografia, e le antichità delle isole Venete da Grado a Clodia o Chiozza sono esattamente fissate nella Dissertazione Corografica de Italia medii aevi p. 151, 155.

[754.] Cassiodoro, Var. l. XII, ep. 24. Il Maffei (Verona illustr. P. 1. p. 240, 154) ha tradotto e spiegato questa curiosa Lettera, da erudito antiquario, e da suddito fedele, che risguardava Venezia, come l'unica legittima prole della Repubblica Romana. Egli fissa la data della lettera, e conseguentemente la Prefettura di Cassiodoro all'anno 523; e di tanto maggior peso è l'autorità del Marchese, ch'esso aveva preparato un'edizione delle opere di Cassiodoro, e pubblicò una dissertazione sulla vera ortografia del suo nome. (Vedi Osservazioni Letterar. Tom. II. p. 290, 339).

[755.] Vedasi nel secondo tomo dell'Istoria del Governo di Venezia d'Amelot della Houssaie una traduzione del famoso Squittinio. Questo libro, che è stato esaltato molto al di là de' suoi meriti, è macchiato in ogni verso dalla non ingenua malevolenza di parte: ma vi son mescolate insieme le principali prove genuine con le apocrife; ed il lettore sceglierà facilmente la via di mezzo.

[756.] Il Sirmondo ha pubblicato (not. ad Sidon. Apollin. p. 19) un curioso passo, tratto dalla cronica di Prospero. Attila, redintegratis viribus, quas in Gallia amiserat Italiam ingredi per Pannonias intendit; nihil duce nostro Hetio secundum prioris belli opera prospiciente ec. Egli rimprovera Ezio d'aver trascurato di guardar le alpi, e del disegno d'abbandonar l'Italia. Ma questa temeraria censura può almeno contrabbilanciarsi dalle favorevoli testimonianze d'Idazio e d'Isidoro.

[757.] Si vedano gli originali ritratti d'Avieno, e di Basilio, suo rivale, delineati e posti in confronto fra loro, nelle Lettere (l. I. p. 22) di Sidonio. Esso avea studiato i caratteri de' due Capi del Senato; ma si attaccò a Basilio, come ad un amico più solido e disinteressato.

[758.] Si posson ravvisare i principj ed il carattere di Leone in cento quarantuna lettere originali, che illustrano l'istoria Ecclesiastica del suo lungo e laborioso Pontificato, dall'anno 440 al 461. Vedi Du Pin, Bibl. Eccles. Tom. III, Par. II, p. 120, 165.

[759.]

........ Tardis ingens ubi flexibus errat

Mincius, et tenera praetexit arundine ripas.

. . . . . . . . . . . . .

Anne lacus tantos te, Lari maxime teque,

Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino.

[760.] Il Marchese Maffei (Verona illustrat. part. I. p. 95, 129, 221 Part. II. §. 6) ha schiarito con gusto ed erudizione questa interessante topografia. Esso pone l'abboccamento d'Attila e di S. Leone vicino ad Ariolica o Ardelica, ora Peschiera, all'unione del lago e del fiume; fissa la villa di Catullo nella deliziosa penisola di Sarmio, e scuopre l'Andes di Virgilio nel Villaggio di Bande, precisamente situato qua se subducere colles incipiunt, dove i colli Veronesi insensibilmente s'abbassano verso la pianura di Mantova.

[761.] Si statim infesto agmine urbem petiissent, grande discrimen esset. Sed in Venetia, qua fere tractu Italia mollissima est, ipsa soli coelique clementia robur elanguit. Ad hoc panis usu, carnisque coctae, et dulcedine vini mitigatos etc. Questo passo di Floro (III. 5) è anche più applicabile agli Unni, che a' Cimbri, e può servire come di comentario al contagio celeste, con cui Idazio ed Isidoro hanno afflitto le truppe d'Attila.

[762.] L'istorico Prisco ha fatto positivamente menzione dell'effetto, che produsse tal esempio sull'animo d'Attila. Giornandes c. 42 p. 673.

[763.] La pittura di Raffaello è nel Vaticano; il basso, o piuttosto l'alto rilievo dell'Algardi è in uno degli altari di S. Pietro (Vedi Dubos, Reflex. sur la Poes. et sur la Peint. Tom. I. p. 519, 520). Il Baronio (Annal. Eccl. an. 452, n. 57, 58) sostiene bravamente la verità di quest'apparizione, che per altro vien rigettata da' più eruditi e pii Cattolici.

[764.] Attila, ut Priscus historicus refert, extinctionis suae tempore puellam Ildico nomine decoram valde sibi in matrimonium post innumerabiles uxores.... socians. Giornandes c. 49 p. 683, 684; quindi aggiunge (c. 50, p. 686). Filii Attilae, quorum per licentiam libidinis pene populus fuit. Fra' Tartari d'ogni tempo è stata in uso la poligamia. Si regola il grado delle mogli volgari soltanto dalla bellezza della loro persona; ed una matrona avanzata prepara, senza lagnarsi, il letto destinato per la giovane sua rivale. Ma nelle famiglie reali, le figlie de' Kan comunicano a' loro figli un diritto anteriore all'eredità. Vedi (Istor. Genealog. p. 406).

[765.] La nuova del fatto, raccontato come un delitto di essa, giunse a Costantinopoli, dove gli fu dato un nome ben differente; e Marcellino osserva, che il tiranno d'Europa fu ucciso nella notte, dalla mano e dal coltello d'una donna. Cornelio, che ha adattato alla sua tragedia il fatto genuino, descrive l'irruzione del sangue in quaranta ampollosi versi, ed Attila esclama con ridicolo furore:

.... S'il ne veut s'arréter (il suo sangue)

(Dit-il) on me payera ce qu'il va m'en coûter.

[766.] Giornandes riporta le curiose circostanze della morte e de' funerali d'Attila (c. 49, p. 683, 684, 685), e probabilmente le trascrisse da Prisco.

[767.] Vedi Giornandes de reb. Got. c. 50 p. 685, 686, 687, 688. La distinzione, ch'ei fa delle armi d'ogni nazione, è curiosa ed importante: Nam ibi admirandum reor fuisse spectaculum, ubi cernere erat cunctis, pugnantem Gothum ense furentem, Gepidam in vulnere suorum cuncta tela frangentem, Svevum pede, Hunnum sagitta praesumere, Alanum gravi, Herutum levi armatura aciem instruere. Io non so precisamente la situazione del fiume Netad.

[768.] Due Istorici moderni hanno sparso molta nuova luce sulla rovina, e divisione dell'Impero d'Attila: il Buat con la sua laboriosa e minuta diligenza (Tom. VIII, p. 3, 31, 68, 94); ed il Guignes mediante la straordinaria sua cognizione della lingua e degli scritti Chinesi. (Vedi Hist. des Huns Tom. II, p. 315, 319).

[769.] Placidia morì a Roma il dì 27 Novembre dell'anno 450. Essa fu sepolta a Ravenna, dove il sepolcro ed anche il cadavere di lei, assiso sopra una sedia di cipresso, fu conservato per più secoli. L'Imperatrice ricevè molti complimenti dal Clero ortodosso; e S. Pietro Crisologo l'assicurò, che il suo zelo per la Trinità era stato ricompensato con un'augusta trinità di figliuoli. (Vedi Tillemont, Hist. des Emper. Tom. VI. p. 240).

[770.] Aetium Placidus mactavit semivir amens. Tal è l'espressione di Sidonio (Paneg. Avit. 359). Il poeta conosceva il Mondo, e non era disposto ad adulare un Ministro che aveva ingiuriato o disonorato Avito, o Maioriano, successivi eroi del suo canto.

[771.] La cognizione che abbiamo, delle cause e circostanze delle morti di Valentiniano e d'Ezio, è oscura ed imperfetta. Procopio (De Bell. Vandall. l. 1, c. 4, p. 186, 187, 188) è uno scrittor favoloso, pei fatti che precedono i suoi tempi. Bisogna supplire e correggere i suoi racconti con cinque o sei Croniche, nessuna delle quali fu composta in Roma o in Italia; e che non esprimono che in tronchi sensi i romori popolari, quali giungevano nella Gallia, nella Spagna, nell'Affrica, in Costantinopoli, o in Alessandria.

[772.] Quest'interpretazione di Vezio, celebre augure, era citata da Varrone nel libro XVIII delle sue Antichità. Censorino, de die Natal. c. 17, p. 90, 91 Edit. Havercamp.

[773.] Secondo Varrone, il duodecimo secolo doveva spirare l'anno 447. Ma l'incertezza della vera Era di Roma può permettere qualche estensione di tempo. I poeti di quel secolo, Claudiano (De bell. Getic. 265), e Sidonio (in Paneg. avit. 357), si possono risguardar come buoni testimoni dell'opinion popolare:

Jam reputant annos, interceptoque volatu

Vulturis, incidunt properatis saecula metis.

· · · · · · · · · · · ·

Jam prope fata tui bissenas vulturis alas

Implebant; scis namque tuos, scis Roma labores.

Vedi Dubos, Hist. crit. Tom. 1, p. 340, 346.

[774.] Il quinto libro di Salviano è pieno di patetici lamenti, e di veementi invettive. La smoderata sua libertà serve a provare la debolezza non meno che la corruzione del Governo Romano. Il suo libro fu pubblicato dopo la perdita dell'Affrica (an. 439), e prima della guerra d'Attila (anno 451).

[775.] I Bagaudi di Spagna, che si mescolarono in regolari battaglie con le truppe Romane, son rammentati più volte nella Cronica d'Idazio. Salviano ha descritto le angustie, e la ribellione loro con espressioni molto forti: Itaque nomen civium Romanorum.... nunc ultro repudiatur ac fugitur, nec vile tamen, sed etiam abominabile pene habetur.... Et hinc est, ut etiam hi, qui ad Barbaros non confugiunt, Barbari tamen esse coguntur, scilicet ut est pars magna Hispanorum, et non minima Gallorum.... De Bagaudis nunc mihi sermo est, qui per malos judices et cruentos spoliati, afflicti, necati postquam ius Romanae libertatis amiserant, etiam honorem Romani nominis perdiderunt.... vocamus rebelles, vocamus perditos, quos esse compulimus criminosos. De Gubern. Dei l. V, p. 158, 159.

[776.] Sidonio Apollinare compose la lettera 13 del secondo libro per confutare il paradosso del suo amico Serrano, che conservava un singolare, quantunque generoso, entusiasmo pel defunto Imperatore. Questa lettera, con qualche indulgenza, può meritar la lode d'un'elegante composizione; e sparge molta luce sul carattere di Massimo.

[777.] Clientum praevia, pedissequa, circonfusa populositas è l'accompagnamento, che Sidonio medesimo (l. 1. epist. 9) assegna ad un altro Senatore di grado Consolare.

[778.]

Districtus, ensis, cui super impia

Cervice pendet, non Siculae dapes

Dulcem elaborabunt saporem:

Non avium citharaequae cantus

Somnum reducent.....

Horat. Carm. III. 1.

Sidonio termina la sua lettera coll'istoria di Damocle, in modo sì inimitabile raccontata da Cicerone (Tusculan. V. 20, 21).

[779.] Nonostante la testimonianza di Procopio, d'Evagrio, d'Idazio, di Marcellino ecc., l'erudito Muratori (Annal. d'Ital. Tom. IV. p. 249) dubita della verità di quest'invito, ed osserva assai giustamente, che non si può dir quanto sia facile il Popolo a sognare, e spacciar voci false. Ma il suo argomento, tratto dalla distanza del tempo e del luogo, è sommamente debole. I fichi, che nascevano vicino a Cartagine, furono portati il terzo giorno al Senato Romano.

[780.]

.... infidoque tibi Burgundio ductu

Extorquet trepidas mactandi Principis iras.

Sidonio, in Paneg. avit. 442. Verso notabile che fa conoscere, che Roma e Massimo furono traditi da' loro mercenari soldati Borgognoni.

[781.] L'apparente successo del Papa Leone può giustificarsi per mezzo di Prospero, e dell'Istoria Miscellanea; ma la improbabile idea del Baronio (an. 455. n. 13) che Genserico risparmiasse le tre chiese Apostoliche, non è sostenuta neppur dalla dubbiosa testimonianza del Libro Pontificale.

[782.] La profusione di Catulo, che fu il primo a dorare il tetto del Campidoglio, non fu generalmente approvata (Plin., Hist. Nat. XXXIII. 18), ma essa fu di gran lunga superata dagl'Imperatori, e l'esterna doratura del Tempio costò a Domiziano 1200 talenti (2,400,000 lire sterline). L'espressione di Claudiano, e di Rutilio (luce metalli aemula... fastigia astris, e confunduntque vagos delubra micantia visus) manifestamente provano, che non fu tolta quella splendida copertura nè da' Cristiani nè da' Goti (Vedi Donat, Roma ant. lib. II. cap. 6. p. 125). Sembra che il tetto del Campidoglio fosse decorato da statue dorate, e da cocchi tirati da quattro cavalli.

[783.] Il curioso lettore può consultare l'erudito ed esatto trattato d'Adriano Reland, de spoliis Templi Hierosolymitani in arcu Titiano Romae conspicuis: in 12 Trajecti ad Rhen. 1716.

[784.] L'unica nave di tutta la flotta, che soffrisse naufragio, fu quella, che conteneva i residui del Campidoglio. Se un superstizioso sofista Pagano avesse dovuto raccontar questo accidente, si sarebbe rallegrato, che quel carico di sacrilegio si fosse perduto nel mare.

[785.] Vedi Vittore Vitense, de Persec. Vandal. l. 1. c. 8. p. 11, 122. Edit. Ruinart. Deogratias governò la Chiesa di Cartagine solo tre anni. Se non fosse stato sepolto segretamente, si sarebbe diviso in molti pezzi il suo cadavere dalla folle devozione del Popolo.

[786.] Della morte di Massimo, e del sacco di Roma per opera de' Vandali si trova generalmente fatta menzione presso Sidonio (Paneg. avit. 441, 450), Procopio (De Bell. Vandal. l. 1. c. 4, 5. p. 188, 189 e l. 2. c. 9. p. 255), Evagrio (l. II. c. 7), Giornandes (de reb. Get. c. 45. p. 677), e nelle Croniche d'Idazio, di Prospero, di Marcellino e di Teofane, sotto il suo proprio anno.

[787.] Bisogna dedurre la vita privata, e l'elevazione d'Avito con qualche sospetto dal Panegirico pronunziato da Sidonio Apollinare, suo suddito e genero.

[788.] Ad esempio di Plinio il Giovane, Sidonio (l. II. c. 2) ha fatto la florida, prolissa, ed oscura descrizione della sua villa, che portava il nome d'Avitacum, ed era stata di proprietà d'Avito. Non se ne conosce precisamente il sito. Si consultino però le note di Savaron e di Sirmond.

[789.] Sidonio (l. II. Epist. 9) ha descritto la vita rurale de' nobili Galli in una visita ch'ei fece ad alcuni suoi amici, i beni de' quali erano nelle vicinanze di Nimes. Le ore della mattina si occupavano nel (Sphaeristerium) giuoco della palla, o nella libreria, che era piena di Autori Latini, sacri e profani: e questi per gli uomini, quelli per le donne. Due volte s'imbandiva la tavola, a desinare ed a cena, con cibi cotti (lesso ed arrosto), e con vino. Nel rimanente del tempo la compagnia dormiva, andava a spasso a cavallo, ed usava i bagni caldi.

[790.] Settanta versi del panegirico (505, 575), impiegati a scrivere l'importunità di Teodorico e della Gallia, che cercavan di vincere la modesta ripugnanza d'Avito, vengono cancellati da tre parole d'un onesto Istorico: Romanum ambisset Imperium: Gregor. Turon. l. II. c. II. in Tom. II. p. 168.

[791.] Isidoro Arcivescovo di Siviglia, ch'era del sangue reale de' Goti, confessa, e quasi giustifica (Hist. Goth. p. 718) il delitto, che Giornandes loro schiavo aveva bassamente dissimulato (c. 43. p. 673).

[792.] Questa elaborata descrizione (l. I. ep. 2. p. 2, 7) fu dettata da qualche motivo politico. Essa era destinata per pubblicarsi, ed era passata per le mani degli amici di Sidonio, prima che fosse inserita nella collezione delle sue lettere. Il primo libro fu pubblicato separatamente. Vedi Tillemont Mem. Eccl. Toni. XVI. p. 264.

[793.] Ho tralasciato in questo ritratto di Teodorico varie minute circostanze, ed espressioni tecniche, le quali potevano esser tollerabili o almeno intelligibili solo per quelli, che avessero frequentato, come i contemporanei di Sidonio, i mercati, dove si esponevano gli schiavi nudi alla vendita; (Dubos Hist. crit. Tom. I. p. 404).

[794.] Videas ibi elegantiam Graecam, abundantiam Gallicanam, celeritatem Italam, publicam pompam, privatam diligentiam, regiam disciplinam.

[795.] Tunc etiam ego aliquid obsecraturus feliciter vincor, et mihi tabula perit, ut causa salvetur, Sidonio d'Alvergna non era suddito di Teodorico; ma potè forse trovarsi impegnato a chieder giustizia o favore alla Corte di Tolosa.

[796.] Teodorico medesimo aveva fatta una solenne e volontaria promessa di fedeltà, che si sparse tanto nella Gallia, che nella Spagna

..... Romae sum, te duce, amicus;

Principe te, miles.....

Sidonio Paneg, Avit. 511.

[797.] Quaeque sinu pelagi jactat se Bracara dives. Auson. de dar. urbib. p. 245.

Dal disegno, che aveva formato il Re degli Svevi, è chiaro che si conosceva, e si praticava la navigazione da' porti della Gallicia al Mediterraneo. Lo navi di Bracara o Braga navigavano cautamente lungo la costa, senz'arrischiarsi di estendersi nell'Atlantico.

[798.] Questa guerra Svevica è la parte più autentica della Cronica d'Idazio, che come Vescovo d'Iria Flavia ne fu spettatore egli stesso, e ne soffrì gli effetti. Giornandes (c. 44 p. 675, 676, 677) ha spaziato con piacere intorno ad una vittoria Gotica.

[799.] In uno de' portici o gallerie spettanti alla libreria di Traiano, fra le statue degli scrittori ed oratori celebri. Sidonio Apollinare lib. IX. epist. 16. pag. 284. Carm. VIII. pag 350.

[800.] Luxuriose agere volens a Senatoribus projectus est; questa è la succinta espressione di Gregorio di Tours (l. II. c. XI. p. 168). Un'antica Cronica (nel Tom. II. p. 649) fa menzione d'uno scherzo indecente d'Avito, che sembra più applicabile a Roma che a Treveri.

[801.] Sidonio (Paneg. Anthem. p. 302 etc.) loda la nascita reale di Ricimero, legittimo erede, com'egli vuole dare ad intendere, di ambedue i regni, Gotico e Svevico.

[802.] Vedi la Cronica d'Idazio. Giornandes (c. 44. p. 676) lo nomina con qualche sorta di verità virum egregium, et pene tunc in Italia ad exercitum singularem.

[803.] Parcens innocentiae Aviti: questa è la compassionevole, ma sprezzante espressione di Vittore Tunnunense (in Chron. ap. Scaliger. Euseb.). In un altro luogo l'appella vir totius simplicitatis. Questa commendazione è più umile, ma è più solida e sincera delle lodi di Sidonio.

[804.] Egli soffrì, come si suppone, il martirio nella persecuzione di Diocleziano (Tillemont, Mem. Eccl. Tom. 5. p. 279, 696). Gregorio di Tours, suo particolar devoto, ha consacrato alla gloria di Giuliano martire un intero libro (de gloria Martyr. l. II. in maxima Bibl. Patr. Tom. XI. p. 861, 871), nel quale racconta circa cinquanta sciocchi miracoli fatti dalle sue reliquie.

[805.] Gregorio di Tours (l. II. c. XI. p. 168) è breve, ma esatto nel regno del suo nazionale. Le parole d'Idazio caret imperio, caret et vita, sembra che indichino essere stata violenta la morte d'Avito; ma bisogna, che fosse segreta, mentre Evagrio (l. II. c. 7) potè supporre, che morisse di peste.

[806.] Dopo aver modestamente portato gli esempi de' suoi confratelli Virgilio ed Orazio, Sidonio confessa ingenuamente il suo debito, e promette di pagarlo:

Sic mihi diverso nuper sub marte cadenti

Jussisti placido Victor ut essem animo.

Serviat ergo libi servati lingua Poetae,

Atque meae vitae laus tua sit pretium.

Sidon. Apoll., Carm. IV. p. 308. Vedi Dubos, Hist. Crit.

[807.] Le parole di Procopio meritano d'esser trascritte: ουτος γαρ ο Μαιοριανος ξυμπαντας του πωποτε Ρωμαιων βεβασιλευκοτας υπεραιρων αρετη πασι; e quindi ανηρ τα μεν εις τους υπηκοους μετριος γεγονως φοβεφος δε τα ες τους πολεμιους (De Bell. Vandal. l. 1. c. 7. p. 194) breve ma piena definizione della virtù reale.

[808.] Quel Panegirico fu pronunziato a Lione avanti la fine dell'anno 458 mentre l'Imperatore era tuttavia console. Esso contiene più artifizio che genio, e più fatica che arte. Gli ornamenti son falsi o triviali; l'espressione debole e prolissa; e Sidonio manca dell'abilità di porre il soggetto principale in un aspetto luminoso, e distinto. La vita privata di Maioriano occupa circa 200 versi, 107-305.

[809.] Ella ne chiese l'immediata morte, e fu appena contenta della sua disgrazia. Parrebbe, che Ezio, ugualmente che Belisario, e Marlborough, fosse governato dalla propria moglie, la fervente pietà della quale, quantunque capace d'operar miracoli (Gregor. Turon. l. II. c. 7. p. 162), pure non era incompatibile co' bassi e sanguinari disegni.

[810.] Gli Alemanni avevan passato le alpi Rezie, e furono disfatti ne' Campi Canini, o nella vallata di Bellinzona, per cui scorre il Ticino nella sua discesa dal monte Adula al lago Maggiore (Cluver., Ital. antiq. Tom. 1. pag. 100, 101). Questa vantata vittoria su novecento Barbari (Paneg. Maior. 373. etc.) dimostra l'estrema debolezza dell'Italia.

[811.] Imperatorem me factum P. C. electionis vestrae arbitrio, et fortissimi exercitus ordinatione agnoscite (Novell. Majorian. Tit. 3. p. 34. ad Calc. Cod. Theod.). Sidonio vanta l'unanime voce dell'Impero.

......... Postquam ordine vobis

Ordo omnis regnum dederat; plebs, curia, miles,

Et collega simul....

386.

Questo è un linguaggio antico e costituzionale: possiamo qui osservare, che il Clero non era considerato ancora come un ordine distinto dello Stato.

[812.] Tanto dilationes, che delationes possono somministrare un senso tollerabile; ma nell'ultima voce si trova più sentimento e più spirito, e perciò le ho dato la preferenza.

[813.] Ab externo hoste et a domestica clade liberavimus. Per quest'ultima doveva intendere Maioriano la tirannia di Avito, di cui per conseguenza risguardava egli la morte come un atto meritorio. In quest'occasione Sidonio è timoroso ed oscuro; egli descrive i dodici Cesari, le nazioni dell'Affrica ec. per evitare il pericoloso nome d'Avito (305, 569).

[814.] Vedasi tutto l'editto, o la lettera di Maioriano di Senato (Novell. Tit. IV. pag. 34). Pure quest'espressione regnum nostrum porta qualche indizio di quel secolo, e non fa buona lega con la parola Respublica, che esso frequentemente ripete.

[815.] Vedi le Leggi di Maioriano (non sono che nove di numero, ma molto lunghe e di vario argomento) al fine del Codice Teodosiano, Novell. L IV. pag. 32, 37. Il Gotofredo non ha fatto alcun comentario a queste aggiunte.

[816.] Fessas Provincialium varia atque multiplici tributorum exactione fortunas, et extraordinariis fiscalium solutionum oneribus attritas etc. Novell. Majorian. Tit. IV. pag. 34.

[817.] L'erudito Greaves (Vol. I. pag. 329, 330, 331) ha trovato per mezzo di diligenti ricerche, che gli aurei degli Antonini pesavano cento diciotto grani Inglesi, e quelli del quinto secolo solo sessant'otto. Maioriano diede corso a tutta la moneta d'oro, eccettuato solamente il solido Gallico, per la sua mancanza non già nel peso, ma nel titolo.

[818.] Tutto l'editto (Novell. Majorian. tit VI. p. 35) è curioso. Antiquarum aedium dissipatur speciosa constructio: et ut aliquid reparetur magnae diruuntur. Hinc iam occasio nascitur, ut etiam unusquisque privatum aedificium construens per gratiam iudicum..... praesumere de publicis locis necessaria et transferre non dubitet. Con uguale zelo, ma con minor potere il Petrarca nel decimo quarto secolo ripetè le stesse querele (Vit. del Petrarca Tom. I. p. 326, 327). Se io proseguo quest'istoria, non mi dimenticherò della decadenza e della rovina della città di Roma, interessante oggetto, a cui si limitava in principio il mio disegno.

[819.] L'Imperatore riprende la dolcezza di Rogaziano, Consolare di Toscana, in un tuono di aspro rimprovero, che sembra quasi una personale animosità (Novella Tit. IX p. 37). La legge di Maioriano, che puniva le vedove ostinate, fu rivocata poco dopo da Severo suo successore (Novell. Sever. Tom. I. p. 37).

[820.] Sidonio Paneg. Major. 385, 440.

[821.] La rivista dell'armata, ed il passaggio delle alpi sono le parti più tollerabili, del panegirico (470, 552 ). Il Buat (Hist. des Peuples etc. Tom. VIII. p. 49, 55) è un comentatore più soddisfacente, che il Savaron o il Sigismondo.

[822.] Τα μεν οελοις, τα δε λογοις; Tal è la giusta e forte distinzione di Prisco (Excerpt. Legat. p. 42) in un breve frammento, che getta molta luce sull'istoria di Maioriano. Giornandes ha soppresso la disfatta e l'alleanza de' Visigoti, che furono solennemente pubblicate nella Gallicia, e sono notate nella Cronica d'Idazio.

[823.] Floro l. II. c. 2. Egli scherza con l'immagine poetica, che gli alberi si erano trasformati in navi: ed in vero tutto il fatto, come vien raccontato nel primo libro di Polibio, si allontana troppo dal corso probabile degli avvenimenti umani.

[824.]

Interea duplici texis dum littore classem

Inferno superoque mari, cedit omnis in aequor

Sylva tibi etc.........

Sidonio Paneg. Major. 441, 461.

Il numero delle navi, che Prisco fissa a 300 vien magnificato mediante un'indefinita comparazione con le flotte d'Agamennone, di Serse e d'Augusto.

[825.] Procopio (De Bell. Vandal. l. 1. c. 8. p. 194). Quando Genserico condusse l'incognito suo ospite all'arsenale di Cartagine, le armi da loro stesse fecero dello strepito urtandosi. Maioriano aveva tinto la sua bionda chioma di color nero.

[826.]

..... Spoliisque potitus

Immensis, robur luxuria perdidit omne,

Qua valuit, dum pauper erat.

Paneg. Major. 330.

In seguito applica, ingiustamente per quanto sembra, a Genserico i vizi de' suoi sudditi.

[827.] Egli abbruciò i villaggi, ed avvelenò le fonti (Prisco p. 42). Dubos (Hist. Crit. Tom. I p. 475) osserva, che i magazzini, che i Mori avevan posti sotto terra, poterono evitare le sue distruttive ricerche. Si trovano alle volte scavate due o trecento fosse nel medesimo luogo: ed ogni fossa contiene almeno quattrocento misure di grano. Shavv. Viagg. p. 139.

[828.] Idazio, che nella Gallicia era sicuro dalla potenza di Ricimero, arditamente ed ingenuamente dichiara: Vandali per proditores admoniti etc. Ei dissimulò però il nome del traditore.

[829.] Proc., de bell. Vandal. l. I. c. 8. p. 194. La testimonianza d'Idazio è chiara ed imparziale: Majorianum de Galliis Romam redeuntem et Romano Imperio vel nominis res necessarias ordinantem, Ricimer livore percitus, et invidorum consilio fultus, fraude interficit circumventum. Alcuni leggono Suevorum, ed io ammetterei l'una e l'altra parola, esprimendo esse i diversi complici, che ebbero parte nella cospirazione contro Maioriano.

[830.] Vedi gli Epigrammi d'Ennodio n. 135 fra le opere di Sirmondo Tom. I. p. 1903. Il suo stile è grossolano ed oscuro; ma Ennodio fu fatto Vescovo di Pavia cinquanta anni dopo la morte di Maioriano, e le sue lodi meritan fede e riguardo.

[831.] Sidonio fa un noioso racconto (l. I. epist. XI. p. 25, 31) d'una cena in Arles, alla quale fu invitato da Maioriano poco tempo avanti la sua morte. Non aveva esso intenzione di lodare un Imperatore defunto; ma un'accidentale sua disinteressata osservazione, Subrisit Augustus, ut erat auctoritate servata, cum se communioni dedisset, joci plenus; vale più di sei cento versi del suo venal panegirico.

[832.] Sidonio (Paneg. Anthem. 317) l'invia al cielo:

Auxerat Augustus naturae lege Severus

Divorum numerum.....

ed una vecchia lista degl'Imperatori, composta verso il tempo di Giustiniano, loda la sua pietà, e ne fissa la residenza in Roma (Sirmondo not. ad Isid. p. 111, 112).

[833.] Il Tillemont, ch'è sempre scandalizzato dalla virtù degl'infedeli, attribuisce questo vantaggioso ritratto di Marcellino (conservatosi da Suida) al parziale zelo di qualche isterico Pagano Hist. des Emper. Tom. VI p. 330.

[834.] Procopio de bell. Vandal. l. I, c. 6. p. 191. In varie circostanze della vita di Marcellino non è facile di conciliare l'Istorico Greco con le croniche Latine contemporanee.

[835.] Conviene applicare ad Egidio le lodi, che Sidonio (Paneg. Major. 553) dà ad un anonimo Generale, che comandava la retroguardia di Maioriano. Idazio commenda, per la pubblica fama, la sua cristiana pietà; e Prisco fa menzione (p. 42) delle sue virtù militari.

[836.] Gregor. Turon. l. II. c. 12. in Tom. II, p. 168. Il P. Daniel, che aveva idee superficiali e moderne, ha mosso obiezioni contro la storia di Childerico (Hist. de France Tom, I. Prefac. Historiq. p. lxxviii etc.): ma sono state bene sciolte dal Dubos (Hist. Crit. Tom. I, p. 460, 510), e da due autori, che si disputarono il premio dell'Accademia di Soissons (p. 131, 177, 310, 339). Quanto al termine dell'esilio di Childerico, è necessario o prolungar la vita d'Egidio oltre il tempo assegnato da Idazio, o correggere il testo di Gregorio, leggendo quarto anno invece di octavo.

[837.] La guerra navale di Genserico è descritta da Prisco (Exc. Legation. p. 42), da Procopio (de Bell. Vandal. l. I. c. 5. p. 189 190. e c. 22. p. 228), da Vittore Vitense (de persecut. Vandal. lib. I. c. 17) e presso il Ruinart (p. 467, 481), e nei tre panegirici di Sidonio, l'ordine cronologico de' quali vien assurdamente trasposto nell'edizioni tanto del Savaron, che del Sirmondo (Avit. Carm. VIII. 441, 451. Major. Carm. V. 327, 350, 385, 440. Anthem. Carm. II. 358, 386). In un luogo il Poeta sembra inspirato dal suo soggetto, ed esprime una forte idea con una immagine vivace.

....... Hic Vandalus hostis

Urget; et in nostrum numerosa classe quotannis

Militat excidium; conversoque ordine fati

Torrida Caucaseas infert mihi Byrsa furores.

[838.] Il Poeta stesso è costretto a confessare l'angustia di Ricimero:

Praeterea invictus Ricimer, quem pubblica fata

Respiciunt, proprio solus vix marte repellit

Piratam per rura vagum....

L'Italia dirige le sue querele al Tevere, e Roma, all'istanza del divino fiume, si porta a Costantinopoli, rinunzia i suoi antichi diritti, ed implora l'amicizia dell'Aurora, Dea dell'Oriente. Questa favolosa macchina, di cui aveva già usato, ed abusato il genio di Claudiano, è il costante miserabile ripiego delle muse di Sidonio.

[839.] Gli autori originali de' regni di Marciano, di Leone e di Zenone son ridotti ad alcuni imperfetti frammenti, alle mancanze de' quali convien supplire per mezzo delle più recenti compilazioni di Teofane, di Zonara o di Cedreno.

[840.] S. Pulcheria morì l'anno 453 quattro anni prima del suo nominal marito; e se ne celebra da' moderni Greci la festa il dì 10 di Settembre. Essa lasciò un immenso patrimonio per servire ad usi pii, o almeno Ecclesiastici. Vedi Tillemont, Mem. Eccl. Tom. XV. p. 181-184.

[841.] Vedi Procop., de bell. Vandal. l. I. c. 4. p. 185.

[842.] Da questa incapacità d'Aspar a salire sul trono può rilevarsi, che la macchia dell'Eresia era perpetua ed indelebile, mentre quella del Barbarismo svaniva nella seconda generazione.

[843.] Teofan. p. 95. Questa sembra che fosse la prima origine di una cerimonia, che di poi tutti i Principi Cristiani del Mondo hanno adottata, e da cui il Clero ha tratto le più formidabili conseguenze.

[844.] Cedreno, (p. 345, 346), che aveva a mano gli Scrittori di migliori tempi, ci ha conservato le rimarchevoli parole d'Aspar: Βασιλευ τον αυτην την αλουργιδα πε ιβεβλημενον ου χρη διαψευδεσθαι.

[845.] La potenza degl'Isauri agitò l'Impero Orientale ne' due successivi regni di Zenone e d'Anastasio; ma finì con la distruzione di que' Barbari, che mantennero la fiera loro indipendenza per circa dugento trent'anni.

[846.]

..... Tali tu civis ab urbe

Procopio genitore micas, cui prisca propago

Augustis venit a proavis...

Il Poeta (Sidon. Paneg. Anthem. 67-306) quindi passa a riferir la vita privata, e le avventure del futuro Imperatore, di che doveva egli esser ben poco informato.

[847.] Sidonio dimostra con tollerabile ingegno, che questa moderazione aggiunse nuovo splendore alla virtù d'Antemio (210, ec.) il quale evitò uno scettro, e con ripugnanza ne accettò un altro, 22, e ec.

[848.] Il Poeta celebra di nuovo la concordia di tutti gli ordini dello Stato (15, 22), e la Cronica d'Idazio fa menzione delle truppe, che l'accompagnarono.

[849.] Interveni autem nuptiis Patricii Ricimeris, cui filia perennis Augusti in spem publicae securitatis copulabatur. Il viaggio di Sidonio da Lione, e le feste di Roma son descritte con qualche spirito (l. 1. epist. 5. pag. 913. epist. 9, pag. 21).

[850.] Sidonio (l. 1, epist. 9. p. 23, 24) espone assai chiaramente il motivo del suo panegirico, la fatica, ed il premio, che n'ebbe: Hic ipse panegyricus si non iudicium, certe eventum boni operis accepit. Ei fu fatto Vescovo di Clermont l'Anno 471. (Tillemont, Mem. eccl. Tom. XVI. pag. 750.)

[851.] Il palazzo d'Antemio era situato sulle rive della Propontide. Nel nono secolo Alessio, genero dell'Imperatore Teofilo, ottenne la permissione di comprar quel terreno: e terminò i suoi giorni in un Monastero, ch'ei fondò in quel delizioso luogo. Ducange, Costantinopolis Christiana p. 117, 152.

[852.] Papa Hilarius.... apud Beatum Petrum Apostolum palam ne id fieret clara voce constrinxit in tantum, ut non ea facienda cum interpositione iuramenti idem promitteret Imperator. Gelas., Epist. ad Andronicum ap. Baron. an. 467. n. 3. Il Cardinale osserva con qualche compiacenza, ch'era molto più facile seminar l'eresie a Costantinopoli, che a Roma.

[853.] Damascio nella vita del Filosofo Isidoro ap. Phot. p. 1049. Damascio, che visse al tempo di Giustiniano, compose un'altra opera consistente in 570 racconti preternaturali di anime, di demonj, di apparizioni ec.; follie del Paganesimo Platonico.

[854.] Nelle opere poetiche di Sidonio, ch'egli di poi condannò (l. IX. epist. 16, p. 285) le Divinità favolose sono i principali attori. Se Girolamo fu battuto dai demonj solo per avere letto Virgilio, il Vescovo di Clermont per una imitazione sì misera meritava maggiori percosse dalle Muse.

[855.] Ovidio (Fast. l. II. 267-452) ha fatto una piacevole descrizione delle follie dell'antichità, che sempre inspiravano tanto rispetto, che un grave Magistrato correndo nudo per le strade non era un soggetto di maraviglia, nè di derisione.

[856.] Vedi Dionis. Alic. l. 1. p. 25, 65. Edit. Hudson. Gli antiquari Romani, Donato (l. II. c. 18. p. 173, 174), ed il Nardini (p. 386, 387) hanno cercato di stabilire la vera situazione del Lupercale.

[857.] Il Baronio pubblicò questa lettera di Gelasio Papa, tratta da' Manoscritti della libreria Vaticana (an. 496, n. 28, 45), ed ha per titolo Adversus Andromachum Senatorem, ceterosque Romanos, qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituebant. Gelasio sempre suppone, che i suoi avversari sieno cristiani solo di nome, e per non ceder loro in assurdi pregiudizi, attribuisce a quell'innocente festa tutte le calamità di quel tempo.

[858.] Itaque nos, quibus totius mundi regimen commisit superna provisio,.... Pius et triumphator semper augustus filius noster Anthemius, licet divina majestas, et nostra creatio pietati ejus plenam Imperii commiserit potestatem etc.... Tal è il superiore stile di Leone, che Antemio rispettosamente appella Dominus et Pater meus Princeps sacratissimus Leon. (Vedi novell. Anthem. Tit. II. III. p. 38. ad calcem Cod. Theod).

[859.] La spedizione d'Eraclio è piena di difficoltà (Tillem. Hist. des Emper. Tom. VI. p. 640), e si richiede qualche destrezza nel far uso delle circostanze somministrateci da Teofane, senza offendere la testimonianza più rispettabile di Procopio.

[860.] La marcia di Catone, che partì da Berenice nella Provincia di Cirene, fu più lunga di quella d'Eraclio da Tripoli. Egli passò il vasto arenoso deserto in trenta giorni, e bisognò prevedersi, oltre gli ordinari bagagli, d'un gran numero di otri pieni d'acqua, e di molti Pselli, che si supponeva, avessero l'arte di succiar le ferite fatte da' serpenti del nativo loro paese. Vedi Plutarco, in Caton. Uticens. Tom. VI. p. 275. Strab. Georg. l. XVII. p. 1191.

[861.] La somma principale vien espressa chiaramente da Procopio (de Bell. Vandal., l. 1. c. 6. pag. 191): le parti minori delle quali era composta, che il Tillemont (Hist. des Emper., Tom. VI. p. 396) ha con gran fatica raccolte dagli scrittori Bizantini, sono meno certe, e meno importanti. L'istorico Malco si duole della pubblica miseria (Excerpt. ex Suida in corp. Hist. Byzant. p. 58); ma è certamente ingiusto, allorchè accusa Leone d'ammassare i tesori, che estorceva dal Popolo.

[862.] Questo promontorio è distante quaranta miglia da Cartagine (Procop. l. 1. c. 6. p. 192), e venti leghe dalla Sicilia (Shavv viagg. p. 89). Scipione sbarcò più a dentro nella baia al promontorio Bianco. Vedasi l'animata descrizione di Livio XXIX. 26, 27.

[863.] Teofane (p. 100) asserisce, che molte navi dei Vandali furon colate a' fondo. L'asserzione di Giornandes (de success. regn.) che Basilisco attaccò Cartagine, si deve intendere in un senso ben limitato.

[864.] Damascio (in vit. Isidor. ap. Phot. 1048). Paragonando fra loro le tre brevi Croniche' di que' tempi, si vedrà, che Marcellino aveva combattuto vicino a Cartagine, e che fu ucciso in Sicilia.

[865.] Quanto alla guerra Affricana vedasi Procopio (de bell. Vandal. l. 1. cap. 6. p. 191, 192, 193). Teofane (p. 99, 100, 101), Cedreno (p. 349, 350) e Zonara (Tom. II. l. XIV. p. 50, 51). Montesquieu (Considerat. sur la grandeur etc. c. XX. Tom. 3. pag. 497) ha fatto una giudiziosa osservazione sulla mancanza di successo di tali grandi armamenti navali.

[866.] Giornandes è la miglior nostra guida per i regni di Teodorico II e d'Enrico (de reb. Get. c. 44, 45, 46, 47, p. 675, 681). Idazio termina troppo presto, ed Isidoro è troppo riservato nelle notizie, che ci avrebbe potuto dare su gli affari di Spagna. I fatti relativi alla Gallia, sono con grande studio illustrati nel terzo libro dell'Abbate Dubos Hist. Crit. Tom. 1. p. 424-620.

[867.] Vedi Mariana, Hist. Hispan. Tom. 1. lib. V. c. 5. p. 162.

[868.] Si fa un'imperfetta, ma original pittura della Gallia, specialmente dell'Alvergna, da Sidonio, il quale, come Senatore, e di poi come Vescovo, era sommamente interessato nel destino del suo Paese. (Vedi l. V. Epist. 1, 5, 9).

[869.] Sidonio l. III. ep. 3, p. 65, 68. Gregor. Turon. l. II. c. 24 in Tom. II. p 174. Giornandes c. 45. p. 675. Ecdicio forse non era che figliastro d'Avito.

[870.] Si nullae a Republica vires, nulla praesidia, si nullae, quantum rumor est, Anthemii Principis opes, statuit te auctore nobilitas seu patriam dimittere, seu capillos (Sidonio l. II. ep. 1. p. 33). Le ultime parole (Sirmondo not. p. 25) possono ugualmente indicare la tonsura clericale, che in fatti fu scelta da Sidonio medesimo.

[871.] Può trovarsi l'istoria di questi Brettoni presso Giornandes (c. 45. p. 678), Sidonio (l. III. ep. 9, p. 73, 74), Gregorio di Tours (l. II. c. 18, in Tom. II. p. 170), Sidonio (che appella questi mercenari soldati argutos, armatos tumultuosos, virtute, numero, contubernio contumaces) tratta col loro Generale in un tuono d'amicizia, e di famigliarità.

[872.] Vedi Sidonio l. 1. ep. 7. p. 15-20, con le note del Sirmondo. Questa lettera fa onore al cuore, non meno che all'ingegno di esso. La prosa di Sidonio, per quanto sia viziata da un gusto falso ed affettato, è molto superiore agli insipidi suoi versi.

[873.] Quando il Campidoglio cessò d'essere un Tempio, fu destinato per uso de' Magistrati civili; ed è sempre la residenza del Senatore di Roma. Era probabilmente permesso a' Gioiellieri ec. d'esporre, le preziose loro merci ne' portici.

[874.] Haec ad Regem Gothorum charta videbatur emitti pacem cum Greco Imperatore dissuadens, Britannos super Ligerim sitos impugnare oportere demonstrans, cum Burgundionibus Jure Gentium Gallias dividi debere confirmans.

[875.] Senatus consultum Tiberianum. Sirmondo not. p. 17; ma quella legge concedeva solo dieci giorni fra la sentenza e l'esecuzione: gli altri venti vi furono aggiunti al tempo di Teodosio.

[876.] Catilina seculi nostri: Sidonio l. II. ep. 1. pag. 35. l. V. ep. 13. p. 143. l. VII. ep. 7. p. 185. Egli abbomina i delitti, ed applaudisce al gastigo di Seronato forse coll'indignazione d'un cittadino virtuoso, e forse collo sdegno di un personal nemico.

[877.] Ricimero, sotto il regno d'Antemio, disfece, ed uccise in battaglia Beorgor Re degli Alani (Giornandes c. 45. p. 678). La sua sorella era maritata al Re de' Borgognoni, ed ei manteneva un'intima connessione con la colonia Svevica, stabilita nella Pannonia, e nel Norico.

[878.] Galatam concitatum. Il Sirmondo, nelle sue note ad Ennodio, applica quest'espressione ad Antemio stesso. L'Imperatore probabilmente era nato nella Provincia della Galazia, gli abitanti di cui, vale a dire Gallo-Greci, si supponeva, che riunissero in sè i vizi d'un Popolo selvaggio e corrotto.

[879.] Epifanio tenne per trent'anni il Vescovato di Pavia, dall'anno 467 al 497; (Vedi Tillemont Mem. Eccl. T. XVI. p. 788). La posterità non avrebbe conosciuto nè il nome nè le azioni di esso, qualora Ennodio, uno de' suoi successori, non ne avesse scritto la vita (Sirmondo Oper. Tom. 1. p. 1647, 1692), in cui lo rappresenta come uno degli uomini più grandi di quel tempo.

[880.] Ennodio (p. 1659, 1664) ha riferito quest'ambasceria d'Epifanio; e la sua narrazione verbosa o turgida, per quanto sembra, illustra diversi passi curiosi nella caduta dell'Impero Occidentale.

[881.] Prisco (Excerpt. legat. pag. 74) Procopio (de bell. Vandal. l. 1. c. 6. p. 191). Eudossia e la sua figlia furono restituite dopo la morte di Maioriano. Forse fu dato il consolato ad Olibrio (an. 464) come un presente nuziale.

[882.] Si determina l'ostile comparsa d'Olibrio (nonostante l'opinione del Pagi) dalla durata del suo regno. La segreta connivenza di Leone vien confessata da Teofane, e dalla Cronica Pasquale. Noi non sappiamo i suoi motivi; ma in quest'oscuro periodo la nostra ignoranza si estende alla maggior parte de' fatti pubblici più importanti.

[883.] Delle quattordici regioni o quartieri, ne' quali Roma era stata divisa da Augusto, il solo Gianicolo è dalla parte del Tevere, che guarda la Toscana. Ma nel quinto secolo il sobborgo Vaticano formava una considerabil città; o nella distribuzione Ecclesiastica, ch'era stata fatta recentemente da Simplicio Papa regnante in quel tempo, due delle sette regioni o parrocchie di Roma dipendevano dalla chiesa di S. Pietro. Vedi Nardini Roma antica pag. 67. Richiederebbe una tediosa dissertazione il notare le circostanze, nelle quali sono inclinato a partirmi dalla topografia di quell'erudito Romano.

[884.] Nuper Antemii et Ricimeris civili furore subversa est: Gelasio in Epist. ad Andromach. ap. Baron. an. 496. n. 12. Il Sigonio (Tom. 1. l. XIV. de Occident. Imper. p. 542, 543) ed il Muratori (Annal. d. Ital. Tom. IV. p. 308, 309) coll'aiuto d'un Manoscritto meno imperfetto dell'Istoria Miscellanea hanno illustrato quest'oscuro e sanguinoso avvenimento.

[885.] Tal era stata la saeva ac deformis urbe tota facies, quando Roma fu assalita e presa dalle truppe di Vespasiano (Vedi Tacito, Hist. III. 82, 83); ed ogni specie di male aveva dopo quel tempo acquistato una gran forza di più. La rivoluzione de' secoli può riprodurre le stesse calamità; ma posson tornare i medesimi tempi, senza produrre un Tacito, che li descriva.

[886.] Vedi Ducange, Famil. Byzant. p. 74, 75. Arcobindo, che sembra sposasse la nipote dell'Imperator Giustiniano, fu l'ottavo discendente di Teodosio il Vecchio.

[887.] Le ultime rivoluzioni dell'Impero occidentale si trovano leggiermente indicate presso Teofane (p. 102), Giornandes (c. 45. p. 679), la Cronica di Marcellino, ed i Frammenti d'uno scrittore anonimo pubblicato dal Valesio al fine d'Ammiano (p. 716, 717). Se Fozio non fosse stato sì miserabilmente conciso, potremmo trarne molte notizie dalle storie contemporanee di Malco, e di Candido. (Vedi i suoi Estratti p. 172, 179).

[888.] Vedi Gregor. Turon. l. II. c. 28. in Tom. II. p. 175. Dubos, Hist. Crit. Tom. I. p. 613. Mediante l'uccisione o la morte naturale de' due suoi fratelli, Gundobaldo acquistò il solo possesso del regno di Borgogna, di cui si accelerò la rovina dalla loro discordia.

[889.] Julius Nepos armis pariter summus Augustus ac moribus: Sidonio l. V. ep. 76. pag. 146. Nipote diede ad Ecdicio il titolo di Patrizio, che Antemio gli aveva promesso, decessoris Anthemii fidem absolvit. (Vedi lib. VIII. ep. 7. p. 224).

[890.] Epifanio fu mandato ambasciatore da Nipote a' Visigoti ad oggetto di fissare fines Imperii Italici (Ennod., ap. Sirmond. Tom. I. pag. 1665, 1669). Il patetico suo discorso nascondeva il vergognoso segreto, che tosto eccitò le giuste ed amare querele del Vescovo di Clermont.

[891.] Malco ap. Phot. p. 172. Ennod. Epigramm. 82 in Sirmond. oper. Tom. I. p. 1879. Potrebbe però muoversi qualche dubbio sull'identità dell'Imperatore e dell'Arcivescovo.

[892.] La notizia, che abbiamo di questi mercenari, che rovesciaron l'Impero Occidentale, si trae da Procopio (de Bell. Goth. l. 1. c. 1. pag. 308). L'opinion popolare, ed i moderni Istorici rappresentano Odoacre nel falso aspetto di uno straniero, e d'un Re, che invase l'Italia con un esercito di stranieri, suoi nativi sudditi.

[893.] Orestes, qui eo tempore, quando Attila ad Italiam venit, se illi iunxit, et ejus notarius factus fuerat. Anonim. Vales. pag. 716. Egli sbaglia nella data; ma noi possiam prestar fede alla sua asserzione, che il Segretario di Attila fu padre d'Augustolo.

[894.] Vedi Ennodio (in vit. Epiphan. Sirmond. Tom. 1. p. 1669, 1670). Egli dà peso alla narrazione di Procopio, quantunque si possa dubitare, se realmente il diavolo immaginò l'assedio di Pavia per angustiare il Vescovo, ed il suo gregge.

[895.] Giornandes c. 53, 54. p. 692, 695. Il Buat (Hist. des Peupl. de l'Europ. Tom. VIII. pag. 221, 228) ha chiaramente spiegato l'origine e le avventure d'Odoacre. Io son quasi disposto a credere, ch'ei fosse quel medesimo, che saccheggiò Angers, e comandò una flotta di pirati Sassoni sull'Oceano. Gregor. Turon. lib. II. c. 18. in Tom. II. p. 170.

[896.] Vade ad Italiam, vade vilissimis nunc pellibus coopertus; sed multis cito plurima largiturus =. Anonym. Vales. p. 717. Ei cita la vita di S. Severino, che tuttavia sussiste, e contiene una gran parte d'ignota e valutabile storia: essa fu composta da Eugipio, suo discepolo (l'anno 511), trent'anni dopo la sua morte. (Vedi Tillemont, Mem. Eccl. Tom. XVI. p. 168, 181).

[897.] Teofane, che lo chiama Goto, asserisce, ch'egli fu educato e nutrito (τραφεντος) in Italia (p. 102); e poichè questa forte espressione non soffre un'interpretazione letterale, bisogna spiegarla coll'aver lungamente militato fra le guardie Imperiali.

[898.] Nomen regis Odoacer assumpsit, cum tamen neque purpura nec regalibus uteretur insignibus: Cassiodoro, in Chron. An. 476. Sembra, ch'egli prendesse il titolo astratto di Re, senz'applicarlo ad alcuna nazione o paese particolare.

[899.] Malco, di cui la perdita eccita il nostro rincrescimento, ci ha conservato (in Excerpt. Legation. p. 93) tale straordinaria Ambasciata del Senato a Zenone. Un frammento anonimo (p. 717), e l'estratto di Candido (ap. Phot. p. 176) son parimente di qualche uso.

[900.] Non è positivamente determinato l'anno preciso, in cui si estinse l'Impero Occidentale. L'anno dell'era volgare 476 sembra, che abbia in suo favore la testimonianza delle Croniche autentiche. Ma le due date assegnate da Giornandes (c. 46. pag. 680) differirebbero quel grande avvenimento all'anno 479; e quantunque il Buat non abbia fatto uso della sua autorità, egli adduce (Tom. 8. p. 261, 288) molte circostanze, che si combinano a sostener la stessa opinione.

[901.] Vedansi le sue medaglie presso il Ducange (Famil. Byzant. pag. 81), Prisco (Excerpt. Legation. pag. 56), Maffei (Osservaz. letter. Tom. 2, pag. 314). Noi possiamo addurre un famoso e simile caso. I minimi sudditi del Romano Impero presero l'illustre nome di Patrizio, che per la conversione dell'Irlanda si è comunicato ad una intiera nazione.

[902.] Ingrediens autem Ravennam deposuit Augustulum de regno, cujus infantiam misertus consessit ei sanguinem; et quia pulcher erat, tamen donavit ei reditum sex millia solidos, et misit eum intra Campaniam cum parentibus suis libere vivere. Anonym. Vales. p. 716. Giornandes dice (c. 46. p. 680) in Lucullano Campaniae castello exilii poena damnavit.

[903.] Vedi l'eloquente declamazione di Seneca (Epist. 86). Il Filosofo avrebbe potuto dedurne, che ogni lusso è relativo; e che l'antico Scipione stesso, i costumi del quale si erano ingentiliti per mezzo dello studio e della conversazione, fu accusato di questo vizio da' suoi rozzi contemporanei (Livio XXIX. 19).

[904.] Silla, nel linguaggio militare, lodò la sua peritia castrametandi (Plin. Hist. natur. XVIII). Fedro, che si Serve de' suoi ombrosi viali (laeta viridia) per scena d'una insipida favola (II. 5), ne ha descritta la situazione in tale modo:

Caesar Tiberius quam petens Neapolim,

In Misenensem villam venisset suam,

Quae monte summo posita Luculli manu,

Prospectat Siculum, et prospicit Tuscum mare.

[905.] Da sette miriadi e mezza (75,000) a dugento cinquanta miriadi (2,500,000) di dramme. Pure anche quando era in possesso di Mario, era un ritiro lussurioso. I Romani derisero la sua indolenza, ma presto piansero la sua attività. Vedi Plutarco in Mario. Tom. 2. p 524.

[906.] Lucullo aveva altre ville d'uguale, quantunque diversa, magnificenza, a Baia, Napoli, Tusculo ec. Ei si vantava di mutare i climi come le cicogne, e le grù. Plut, in Lucullo Tom. 3. p. 193.

[907.] Severino morì nel Norico l'anno 482. Sei anni dopo, il suo corpo, che spargeva miracoli, dove passava, fu dai suoi discepoli trasportato in Italia. La devozione d'una dama Napoletana invitò il Santo alla villa Lucullana in luogo di Augustolo, che probabilmente non v'era più. Vedi Baronio (Annal. Eccl. an. 496, n. 50, 51), e Tillemont (Mem. Eccl. Tom. XVI. p. 178, 181), che hanno tratto le loro notizie dalla vita originale scritta da Eugipio. Anche la narrazione dell'ultima emigrazione di Severino a Napoli, è uno scritto autentico.

[908.] Posson vedersi i Fasti consolari presso il Pagi o il Muratori. I Consoli, nominati da Odoacre, o forse dal Senato Romano, sembra che fosser riconosciuti per tali anche nell'Impero Orientale.

[909.] Sidonio Apollinare (lib. 1. epist. 9. pag. 22. Edit. Sirmond.) ha paragonato fra loro i due principali Senatori del suo tempo (an. 468), Gennadio Avieno, e Cecina Basilio. Al primo assegna le più speciose, ed al secondo le più sode virtù della vita pubblica e privata. Un Basilio, più giovane, forse suo figlio, fu Console nell'anno 480.

[910.] Epifanio intercesse pel Popolo di Pavia; ed il Re prima accordò una remissione per cinque anni, ed in seguito lo sollevò dall'oppressione di Pelagio Prefetto del Pretorio (Ennodio in vit. S. Epiphan. in Sirmond. oper, Tom. 1. p. 1670, 1672).

[911.] Vedi Baronio (Annal. Eccl. an. 483, n. 10, 15). Sedici anni dopo fu condannato da Simmaco Papa in un Concilio Romano l'irregolar procedere di Basilio.

[912.] Le guerre d'Odoacre sono brevemente narrate da Paolo Diacono (De gest. Longobard. lib. 1. c. 19. p. 757. Edit. Grot.), e nelle due Croniche di Cassiodoro, e di Cuspiniano. La vita di S. Severino, fatta da Eugipio, che il Conte di Buat (Hist. des Peupl. Tom. 8. c. 1, 4, 8, 9) ha diligentemente studiata, illustra la rovina del Norico, e le antichità della Baviera.

[913.] Tacit. Annal. III, 53. Le ricerche sull'amministrazione delle terre presso i Romani (p. 351, 361) fissano chiaramente il progresso dell'interna decadenza.

[914.] È descritta eloquentemente in prosa ed in versi da un Poeta Francese (Les mois Tom. 2. p, 174-206. Edit. in 12) una carestia, che afflisse l'Italia nel tempo dell'irruzione d'Odoacre Re degli Eruli. Io non so donde abbia egli tratto le sue notizie; ma son certo, che racconta de' fatti incompatibili con la verità dell'Istoria.

[915.] Vedasi la lettera 39 di S. Ambrogio, qual è citata dal Muratori nelle Antichità Italiane Tom. I. Diss. XXI. p. 354.

[916.] Aemilia, Tuscia, ceteraeque provinciae, in quibus hominum prope nullus existit. Gelas. Epist. ad Andromachum ap. Baron. Annal. Eccl. An. 496, n. 36.

[917.] Verumque confitentibus lati fundia perdidere Italiam. Plin. Hist. natur. XVIII. 7.

[918.] Tali sono le formule di consolazione, o piuttosto di pazienza, che Cicerone (ad Familiar. lib. IX. epist. 17) suggerisce a Papirio Peto suo amico sotto il militar dispotismo di Cesare. L'argomento però del vivere pulcherrimum duxi è con maggior forza diretto ad un Filosofo Romano, che godeva la libera alternativa della vita o della morte.

Nota del Trascrittore

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