CAPITOLO LIII.

Stato dell'Impero d'oriente nel decimo secolo. Sua estensione e divisione. Ricchezze e rendite. Palazzo di Costantinopoli. Titoli e cariche. Orgoglio e potenza degli imperatori. Tattica dei Greci, degli Arabi e dei Franchi. Estinzione della lingua latina. Studii e solitudine de' Greci.

Sembra che alcuni raggi di luce scendano a rischiarare la profonda oscurità del secolo decimo. Noi con curiosità e con riverenza gettiamo lo sguardo sulle Opere di Costantino Porfirogeneta[558], composte in età matura per istruzione del figlio, nelle quali ci avvisa che egli intende spiegare davanti ai nostri occhi lo stato dell'impero d'oriente dentro e fuori, in pace e in guerra. Nel primo di quei libri descrive minutamente l'imperatore le pompose cerimonie della chiesa e del palazzo di Costantinopoli, giusta il suo cerimoniale, o quello de' suoi predecessori[559]. Cerca nel secondo di considerare esattamente le province o, come allora si chiamavano, i temi dell'Europa e dell'Asia[560]. Espone il terzo qual fosse il sistema di tattica presso i Romani, la disciplina e l'ordine delle loro milizie, e le lor fazioni militari in mare e nel continente, ma non si sa se questo Trattato sia di Costantino o di Leone suo padre[561]. Il quarto tratta della amministrazion dell'impero, e vi si rivelano i segreti della politica di Bisanzio nelle sue corrispondenze di amicizia o inimicizia colle altre nazioni. I lavori letterari di quel tempo, le massime seguite nella pratica delle leggi, dell'agricoltura e negli scritti storici ebbero in vista, per quanto pare, il vantaggio dei sudditi, e furon fatti per onorare i principi Macedoni. I sessanta libri dei Basilici[562], che formano il Codice e le Pandette della giurisprudenza civile, furono compilati sotto i tre primi regni di quella dinastia. Avea l'arte dell'agricoltura occupati gli ozii ed esercitato la penna de' più dotti e virtuosi personaggi dell'antichità, e i venti libri dei Geoponici di Costantino[563] racchiudono quanto fu detto di meglio in quella materia. Ordinò questo principe che fossero raccolti in cinquantatre libri[564] i fatti della storia più acconci a propagar le virtù e ad ispirare orrore al vizio; e poterono tutti i cittadini giovarsene per sè, o fare che si giovassero i loro contemporanei delle lezioni e degli avvisi dei tempi passati. Il sovrano dell'oriente discese in tal guisa dall'augusto carattere di legislatore al modesto ufficio di professore, o di copista; e se non rendettero i suoi successori o i suoi sudditi il debito onore alle sue cure paterne, almeno i posteri ne han ricevuta la durevole eredità.

Veramente, con un esame più severo sviene di molto il valore del donativo e la gratitudine della posterità; nè il possesso di questo imperiale tesoro ci toglie il dispiacere della nostra povertà ed ignoranza in quell'epoca della storia, e colla indifferenza o col disprezzo rimane insensibilmente cancellato l'onor degli autori. I Basilici non sono che frammenti, e una versione greca parziale e mutilata delle leggi di Giustiniano. Ma sovente la sapienza degli antichi giureconsulti si vede alterata da una rigida devozione, e tiranneggiata la libertà del commercio e la felicità della vita privata dalla proibizione assoluta del divorzio, del concubinato e del prestito fruttifero. Poteva un suddito di Costantino ammirare in quella compilazione istorica le inimitabili virtù della Grecia e di Roma; poteva scorgere a qual segno di energia e d'elevazione era già pervenuto l'uomo; ma tutto altro effetto dovette provenire da una nuova edizione della vita dei Santi che il gran Logoteta, ossia cancellier dell'impero, ebbe ordine di preparare; e Simone il Metafraste[565] arricchì ed ornò colle sue favolose leggende l'oscura materia fornitagli dalla superstizione. Secondo il raziocinio umano, tutti i meriti ed i miracoli celebrati nel calendario hanno minor pregio dell'opera d'un solo agricoltore che moltiplichi i doni del cielo, e alla sussistenza provegga de' suoi simili. Eppure gl'imperatori da cui avemmo i Geoponici, hanno più premura d'esporre i precetti d'un'arte distruggitrice, quella della guerra, che sin dal tempo di Zenofonte[566] si insegnava come l'arte degli eroi e dei re. La tattica di Leone e di Costantino ha ricevuto l'impronto dello spirito del secolo in cui vissero, e il suo carattere consiste nella mancanza di ingegno e di originalità. Quindi trascrivono essi, senza criterio, la regole e le massime accreditate dalle vittorie: non istile, non metodo: poste alla rinfusa le istituzioni più lontane e quelle che meno con quelle s'accordano, la falange di Sparta e quella di Macedonia, le legioni di Catone e di Traiano, di Augusto e di Teodosia. Si può anche contendere l'utilità, o almen l'importanza di questi elementi dell'arte militare. La lor teorica generale è dettata dalla ragione; ma nella applicazione ne sta il merito e la difficoltà. L'esercizio più che lo studio forma la disciplina del soldato. Il talento della guerra è il retaggio di quegli ingegni tranquilli ma pronti, creati dalla natura per decidere la sorte degli eserciti e delle nazioni; e la prima di queste qualità dipende dall'abitudine della vita, la seconda dalla prontezza del vedere, e le battaglie guadagnate per le lezioni della tattica son tanto rare quanto le epopee create colle regole della critica. Il libro delle cerimonie è una noiosa e imperfetta descrizione di quella pompa ridicola, che infettava la chiesa e lo Stato, da poi che l'una avea perduta la sua purità, l'altro la forza. Invece di alcune tradizioni favolose sull'origine delle città, invece d'alcuni maligni epigrammi sui vizi degli abitanti, si potevano sperare dalla descrizione dei temi o delle province le notizie autentiche di ciò che solo può avere il governo[567]. Son quelli i fatti che l'istorico si sarebbe dilettato a raccogliere: ma non si potrà condannare il suo silenzio in questo argomento quando Leone il Filosofo, e Costantino suo figlio trascurano le cose più interessanti, come la popolazion della capitale e delle province, la quantità delle imposizioni e delle rendite, il numero de' sudditi e degli estranei che sotto la bandiera imperiale militavano. Nel Trattato della amministrazion pubblica s'incontrano gli stessi difetti; avvi per altro un pregio particolare, ed è che quantunque possan essere incerte o favolose le descritte antichità delle nazioni, pure minutamente e con esattezza vi si trova esposta la geografia de' paesi barbari, e i costumi dei loro abitanti. Fra quei popoli, erano i Franchi quei soli che avean modo d'osservare e di descrivere la metropoli dell'Oriente. Il vescovo di Cremona, ambasciatore d'Ottone il Grande, ha dipinta Costantinopoli quale ella era verso la metà del decimo secolo; caldo ne è lo stile, vivace la narrazione, frizzanti le osservazioni, ed anche i pregiudizi e le passioni di Luitprando hanno l'impronta originale della libertà e dell'ingegno[568]. Con questi pochi sussidi tanto stranieri che tratti dal paese, io m'accingo ad esaminare l'aspetto e la situazione vera dell'impero di Bisanzio, la condizion delle province e le loro ricchezze, il governo civile e le forze militari, i costumi e le lettere dei Greci ne' sei secoli che volsero dopo il regno d'Eraclio sino all'invasion dei Franchi e dei Latini.

Dopo che si furon divise le province tra i figli di Teodosio, folti sciami di Sciti e di Germani inondarono quelle province, e misero in fondo l'impero dell'antica Roma. L'ampiezza dei dominii velava la debolezza di Costantinopoli: non erano stati attaccati i suoi confini, o per lo meno erano tuttavia nella loro integrità, e l'impero di Giustiniano si era dilatato per due grandi acquisti, l'Affrica e l'Italia; ma non possedettero gli imperatori queste contrade che poco tempo, e precariamente, e fu invasa dai Saracini quasi la metà dell'impero orientale. I Califfi arabi s'insignorirono della Sorìa e dell'Egitto, e dopo sottomessa l'Affrica, i lor Luogo-tenenti soggiogarono la provincia romana che allora formava la monarchia de' Goti in Ispagna. Approdarono i lor vascelli alle isole del Mediterraneo; a dai porti di Creta e dai Forti della Cilicia, che erano le loro stanze più rimote, gli Emiri, o fedeli o ribelli ai Califfi, insultavano del pari la maestà del trono e della capitale. Le province ancora obbedienti agli imperatori presero nuova forma; alla giurisdizione dei presidenti, dei consolari e dei conti furono sostituiti, sotto i successori d'Eraclio, i temi[569] o governi militari quali ce li fa conoscere l'imperator Costantino. L'origine di quei ventinove temi, dodici dei quali in Europa, e diciassette in Asia, è del tutto oscura, ed incerta o capricciosa l'etimologia dei loro nomi; arbitrari ne erano e cangiavano spesso i confini; ma quei nomi, che sembrano più strani alla nostra orecchia, derivavano dal carattere e dalle attribuzioni delle milizie pagate dalle province, ed alla lor custodia assegnate. La vanità dei principi Greci si valse avidamente del simulacro d'alcune conquiste, e della memoria dei dominii perduti. Si creò una nuova Mesopotamia sulla riva occidentale dell'Eufrate; fu trasferito il nome di Sicilia col suo pretore ad un'angusta striscia della Calabria, e un brano del ducato di Benevento fu nomato il tema della Lombardia. Mentre declinava l'impero degli Arabi, poterono i successori di Costantino soddisfare il proprio orgoglio, e in maniera più stabile; le vittorie di Niceforo, di Giovanni Zimiscè e di Basilio II restaurarono la gloria, e i confini allargarono dell'impero Romano. La provincia di Cilicia, la metropoli di Antiochia, le isole di Creta e di Cipro tornarono alla fede di Cristo, e alla signoria dei Cesari: il terzo dell'Italia fu annesso al trono di Costantinopoli; fu distrutto il regno di Bulgaria, e gli ultimi sovrani della dinastia Macedone diedero legge alle contrade che dalle sorgenti del Tigri si estendono ai contorni di Roma. Nuovi nemici e nuove calamità ottenebrarono nell'undecimo secolo questo bell'orizzonte; gli avventurieri Normanni vennero ad invadere il rimanente dell'Italia, e i Turchi svelsero dal trono romano quasi tutte le diramazioni dell'Asia. Dopo queste perdite, regnavano ancora gli imperatori della casa Comnena dalle sponde del Danubio a quelle del Peloponneso, e da Belgrado sino a Nicea, a Trebisonda e alla tortuosa corrente del Meandro. Le vaste province della Tracia, della Macedonia e della Grecia obbedivano al loro impero; ad essi appartenevano Cipro, Rodi, Creta, e cinquanta isole del mar Egeo, o del mar Santo[570], e questi avanzi superavano ancora l'estensione del più gran regno d'Europa.

Poteano ancora gli imperatori andar con ragione superbi, poichè fra tutti i monarchi del cristianesimo, non v'era un solo che vantasse una sì gran capitale[571], sì grossa rendita, e uno Stato sì florido e popoloso. Le città dell'occidente erano decadute coll'impero, e le rovine di Roma, le mura di melma, le case di legno, e l'angusto recinto di Parigi e di Londra non davano ai Latini veruna idea che potesse predisporli alla vista di Costantinopoli, al suo sito e alla sua vastità, alla magnificenza de' suoi palagi, delle chiese, delle arti o del lusso de' suoi innumerabili abitatori. Poteano i suoi tesori stimolare o allettare l'avidità dei Persiani, dei Bulgari, degli Arabi e dei Russi: ma la sua forza aveva sempre ributtato, e promettea di ributtare ancora i lor temerarii assalti. Erano le province meno felici e più facili da conquistare, e si citavano pochi Cantoni e poche città che non fossero state poste a sacco dai Barbari, tanto più ingordi di bottino quanto più scemi della speranza di fermare il piede in quelle contrade ove faceano scorrerie. Dal regno di Giustiniano in poi, l'impero d'oriente venne ogni dì perdendo del suo primo splendore; la forza struggitrice era più potente di quella che tendeva a perfezionare, e i mali della guerra erano aggravati da quelli più durevoli che dalla tirannide civile e dalla ecclesiastica discendevano. Sovente il prigioniero, scampato dai Barbari, era spogliato e incarcerato dagli agenti del suo sovrano. La superstizione dei Greci ne ammolliva lo spirito coll'uso dell'orazione, e indeboliva il corpo coll'eccesso dei digiuni: la moltitudine dei conventi e delle solennità privava la nazione di gran numero di braccia e di giornate di lavoro. Nondimeno i sudditi dell'impero Bizantino erano tuttavia il popolo più industre e più operoso della terra. Era stata prodiga la natura al lor paese di tutti i beneficii del suolo, del clima e della situazione, e la lor indole paziente e pacifica era più giovevole alla conservazione e al ristauramento delle arti, di quel che potesse esserlo lo spirito guerriero e l'anarchia feudale dell'Europa. Le province che ancora eran parte dell'impero, si popolarono e s'arricchirono sulle disgrazie di quelle che irreparabilmente caddero in balìa del nemico. Per fuggire il giogo dei Califfi, vennero i Cattolici della Siria, dell'Egitto e dell'Affrica a cercare il dominio del loro legittimo principe e la società dei lor fratelli. Fu accompagnato e addolcito il loro esilio dalle ricchezze mobiliari, che sfuggono alle indagini dell'oppressione, e Costantinopoli accolse nel suo grembo il commercio che abbandonò Tiro ed Alessandria. I Capi dell'Armenia e della Scizia, scacciati dal nemico o dalla persecuzion religiosa, vi furono con ospitalità ricevuti; si diede coraggio a quei che li avean seguìti di fabbricare nuove città e di coltivar le terre deserte; e molti angoli dell'Europa e dell'Asia han conservato e il nome e le costumanze, o la memoria almeno, di quelle colonie. Quelle tribù dei Barbari, che coll'armi alla mano avean fermato il piede sul territorio dell'impero, furono anch'esse a poco a poco ridotte sotto le leggi della chiesa e dello Stato. Quando avessi bastanti documenti per descrivere i ventinove temi della monarchia Bisantina, dovrei per avventura ristringermi alla esposizione di una sola di queste province che desse a conoscere le altre. Per buona sorte posso parlare minutamente di una che più merita attenzione, cioè di quella del Peloponneso, nome che sarà gradevole alla curiosità di tutti i dilettanti delle cose antiche.

Sin dall'ottavo secolo, durante il procelloso regno degli Iconoclasti, alcune geldre di Schiavoni, che precorsero lo stendardo reale della Bulgaria, aveano inondato la Grecia ed anche il Peloponneso[572]. Erano stranieri Cadmo, Danao, e Pelope che aveano seminato di già su quel fertile suolo i germi della civiltà e del sapere; ma dai selvaggi del Nord furono totalmente sbarbate le reliquie di quelle già isterilite radici. Questa irruzione cangiò la faccia del paese e gli abitatori; perdette il sangue greco gran parte della sua purezza, e i nobili più superbi del Peloponneso ricevettero i nomi ingiuriosi di forestieri e di schiavi. Sotto i regni successivi si potè in parte sgombrar quella terra dai Barbari che la bruttavano; i pochi che vi si lasciarono furono legati da un giuramento di ubbidienza, di tributo e di servigio militare, che poi rinnovarono, e violarono soventi volte. Per una singolar congiuntura, si unirono gli Schiavoni del Peloponneso e i Saracini dell'Affrica ad assediare Patrasso. Erano già agli estremi i cittadini di quella città, e per ravvivarne il coraggio si immaginò di dar loro a credere che veniva in soccorso il pretor di Corinto; fecero essi una sortita così vigorosa che gli stranieri si rimbarcarono, i ribelli si sottomisero, e fu attribuita la vittoria ad un fantasma, o ad un guerriero incognito, che combatteva, si disse, nella prima schiera sotto la figura dell'appostolo S. Andrea. Allora si ornò dei trofei di vittoria la cassa che conteneva le sue reliquie, e la stirpe prigioniera fu per sempre addetta al servigio, e soggetta al potere della chiesa metropolitana di Patrasso. Dalla rivolta delle due tribù schiavone, stanziate nei contorni di Helos e di Lacedemone, fu spesso turbata la pace della penisola. Qualche volta insultarono la debolezza del ministero di Bisanzio, e qualche volta fecero resistenza alla sua oppressione. Finalmente, alla nuova che veniva in soccorso un drappello dei lor concittadini, carpirono una specie di carta che regolava i diritti e i doveri degli Ezzeriti e dei Milengi, determinando l'annuo tributo a mille ducento pezze d'oro. Nel descriver le province dell'impero, il principe ebbe cura di non confondere cogli Schiavoni una razza domestica, forse indigena, e che poteva trarre la sua origine dai miseri Iloti. I Romani, e specialmente Augusto, aveano liberato dal dominio di Sparta le città marittime, e questo privilegio valse agli abitanti il titolo di Eleuteri o di Laconii liberi[573]. Al tempo di Costantino Porfirogeneta, avean già quello di Manioti col quale disonorarono l'amor di libertà coll'inumana usanza di prendere, e saccheggiare i vascelli che s'arrenavano nei loro scogli. Il loro territorio che non produceva biada, ma dava un gran ricolto d'olive, si estendeva sino al capo Maleo; il lor Capo, o principe, era nominato dal pretor di Bisanzio, e un piccol tributo di ottocento pezze d'oro era un'arra delle loro immunità, piuttosto che di dependenza. Seppero gli uomini liberi della Laconia manifestare l'energia romana, e lungo tempo aderirono alla religione dei Greci antichi. Abbracciarono poi il cristianesimo per cura dell'imperator Basilio; ma Venere e Nettuno avean ricevuto gli omaggi di questi grossolani adoratori, anche cinque secoli dopo che furono proscritte nell'impero Romano le divinità del paganesimo. Il tema del Peloponneso comprendeva tuttavia quaranta città[574]; e nel decimo secolo, Sparta, Argo e Corinto poteano essere egualmente lontane dall'antico splendore come dalla odierna povertà. Quelli che possedevano le terre o i beneficii della provincia furono obbligati al servigio militare, sia in persona, sia con sostituti: si esigevano cinque pezze d'oro da ognuno dei ricchi possessori, e i cittadini meno agiati si univano in certo numero a pagare questo testatico. Quando fu pubblicata la guerra d'Italia, gli abitanti del Peloponneso, per dispensarsi dal servigio, offersero cento libbre d'oro (quattromila lire sterline) e mille Cavalieri con armi e bagagli. Le chiese e i monasteri fornirono la loro quota, e si colse un sussidio sacrilego dalla vendita delle dignità ecclesiastiche, e fu obbligato l'indigente vescovo di Leucadia[575] a dichiararsi debitore ogni anno d'una pensione di cento pezze d'oro[576].

Ma la ricchezza della provincia, la fonte più certa delle rendite pubbliche, derivava dalle preziose e abbondanti produzioni del traffico, e delle manifatture. Si scorgono alcuni sintomi d'una sana politica in una legge che libera da ogni imposizione personale i marinai del Peloponneso, e gli operai che lavoravano la pergamena e la porpora. Pare che sotto questo titolo si comprendessero gli opificii di tela, di lana, e precipuamente di seta: fiorivano nella Grecia i primi fin dal tempo d'Omero, e gli ultimi forse erano attivi sin dal regno di Giustiniano. Queste arti esercitate in Corinto, in Tebe e in Argo occupavano e mantenevano gran numero di persone: v'erano impiegati, secondo l'età e la forza rispettiva, uomini, donne, fanciulli, e se molti degli operai erano schiavi, erano poi di condizion libera e onorata i loro padroni, che dirigevano i lavori e ne raccoglieano il guadagno. I donativi che offerse all'imperator Basilio suo figlio adottivo, che egli avea ricevuti da una ricca matrona del Peloponneso, erano stati senza dubbio fatti nei telai della Grecia. Quella donna, che si nomava Danieli, gli mandò un tappeto di bellissima lana che rappresentava gli occhi d'una coda di pavone, e che era tanto grande da coprire il pavimento d'una chiesa nuova eretta in onore di Gesù Cristo, dell'arcangelo S. Michele, e del profeta Elia; di più gli diede seicento pezze di seta e di tela di varie qualità, e acconce a diversi usi. Le stoffe di seta tinte dei colori di Tiro erano ricamate coll'ago, e tanta era la finezza delle tele che una pezza intiera poteva stare nella cavità di una canna[577]. Uno storico di Sicilia, che descrive queste opere dell'industria greca, ne fissa il prezzo secondo la quantità e la qualità della seta, la finezza del tessuto, la vaghezza de' colori, il disegno dei ricami. Ordinariamente nel tessuto delle stoffe si impiegava uno, due o tre fili; ma se ne facevano di sei, che erano molto più forti e più cari. Fra i colori si vanta col trasporto d'un retore lo scarlatto fiammante, e il brillante più mite del color verde. Si ricamavano in oro e in seta; le righe o i circoli formavano gli ornamenti semplici; le più belle presentavano fiori esattamente imitati, e quelle che si facevano ad uso del palagio o degli altari, spesso risplendeano di pietre preziose, ed aveano figure contornate di file di perle orientali[578]. Sino al duodecimo secolo era la Grecia l'unico paese cristiano, il quale possedesse quell'insetto prezioso, a cui siam debitori della materia di quella elegante superfluità, ed abili operai nell'arte del fabbricarle. Ma gli Arabi erano stati destri a rubarne il segreto: i Califfi dell'oriente e dell'occidente avrebbero creduto avvilirsi recando da un paese infedele i mobili e le stoffe loro, e due città di Spagna, Almeria e Lisbona, divennero celebri per le manifatture di drappi di seta, per l'uso che ne facevano, e forse pel traffico in estere parti. I Normanni introdussero questi opificii nella Sicilia, e portandovi così un'arte profittevole, Ruggero distinse la sua vittoria dalle ostilità uniformi ed infruttuose di tutti i secoli. Dopo il sacco di Corinto, d'Atene e di Tebe il suo Luogo-tenente imbarcò nelle proprie navi una folla prigioniera di tessitori e d'operai dei due sessi, trofeo glorioso pel suo padrone, quanto vergognoso pel Greco imperatore[579]. Il re di Sicilia, apprezzò sommamente il valore del donativo, e quando si trattò di restituire i prigionieri, non eccettuò che quegli operai maschi e femmine di Tebe e di Corinto, i quali lavoravano sotto un barbaro signore, dice lo storico Bizantino, siccome un tempo gli Eretrii servi di Dario[580]. Si fabbricò nel palagio di Palermo un magnifico edifizio per questa industriosa colonia[581], e l'arte fu propagata dai figli degli operai e dagli alunni che essi istruirono in modo da satisfare alle sempre crescenti inchieste delle nazioni dell'occidente. Si può attribuire la decadenza dei telai alle turbolenze dell'isola, e alla concorrenza delle città italiane. Nell'anno 1314, la repubblica di Lucca era fra le italiche la sola che facesse commercio di drappi di seta[582]. Una rivoluzione interna ne disperse gli operai a Firenze, a Bologna, a Venezia, a Milano ed anche nei paesi Transalpini; e tredici anni dopo questo avvenimento, è ordinato negli statuti di Modena di piantar gelsi, ed è regolata l'imposizione sulla seta cruda[583]. I climi settentrionali non son tanto acconci a educare i bachi da seta; ma quelli della Cina e dell'Italia mantengono i telai della Francia e dell'Inghilterra[584].

Qui specialmente ho da dolermi che l'incertezza e la insufficienza delle memorie di quel tempo non mi concedano di esattamente valutare le imposizioni, le rendite ed altri spedienti pecuniari dell'impero Greco. Da tutte le province dell'Europa e dell'Asia venivano l'oro e l'argento con flusso abbondante e regolare nell'erario imperiale. Le perdite dell'Impero, spogliando il tronco di qualche ramo crebbero la grandezza relativa di Costantinopoli, e le massime del dispotismo ristrinsero lo Stato nella sola capitale, la capitale nella Corte, e la Corte nella persona del principe. Un viaggiatore ebreo, che girò l'oriente nel duodecimo secolo, si perdè ad ammirar le ricchezze di Bisanzio. «Colà, dice Beniamino di Tudela, in quella regina delle città, colano ogni anno le contribuzioni dei sudditi dell'impero; le sue alte torri sono piene zeppe di seta, di porpora e d'oro. È fama che Costantinopoli paghi ogni giorno al sovrano ventimila pezze d'oro, imposte alle botteghe, alle taverne, alle fiere, ai mercadanti della Persia, dell'Egitto, della Russia, dell'Ungheria, dell'Italia e della Spagna, che accorrono colà per mare e per terra[585].» In argomento di danaro, l'autorità d'un Ebreo è senz'altro assai valutabile; ma poichè i trecento sessantacinque giorni dell'anno farebbero la somma di più di sette milioni di lire sterline, son d'avviso che convenga sottrarne almeno le tante feste del Calendario greco. I tesori adunati da Teodora e da Basilio II indicheranno in un aspetto incerto, ma luminoso, le rendite e i sussidi che avea l'impero. La madre di Michele, prima di ritirarsi in un chiostro, volle ammonire o svelare la prodigalità dell'ingrato figlio, dando un conto fedele delle ricchezze che passavano tra le sue mani. Montava la somma a cento novemila libbre d'oro, e inoltre a trecentomila libbre d'argento, frutto della sua economia e di quella del marito[586]. Non è men celebre l'avarizia di Basilio di quel che lo sia il valore e la fortuna di lui. Pagò e ricompensò i suoi eserciti vittoriosi senza toccare un tesoro di centomila libbre d'oro (circa otto milioni sterlini), che egli custodiva nelle volte sotterranee del palazzo[587]. A così fatti cumuli di danaro si oppone la teorica e la pratica dell'odierna nostra politica, e siam più inclinati a calcolar la ricchezza nazionale sopra l'uso e l'abuso del credito pubblico. Pure, un re temuto dai nemici, una repubblica rispettata dagli alleati van seguendo tuttavia queste massime degli antichi governi, e l'uno e l'altra hanno ottenuto il lor fine, che per l'uno era la potenza militare, per l'altra la domestica tranquillità.

Qualunque fossero le somme serbate ai bisogni giornalieri e futuri dello Stato, erano messe in prima linea le spese consacrate alla pompa, e ai piaceri dell'imperatore, nè altri limiti aveano che la sua volontà. I principi di Costantinopoli si scostavano assai dalla semplicità della natura; ma pure, al ritorno della bella stagione guidati dal gusto e dalla moda, andavano, lungi dal fumo e dallo strepito della capitale, a respirare un'aria più pura; godevano essi, o parea che godessero, della villereccia allegria delle vendemmie; si divertivano alla caccia, e nei più tranquilli passatempi della pesca, o quando era più infocata la state, cercavano i luoghi ombrosi e rinfrescati dai venti marini. Su le coste e le isole dell'Asia e dell'Europa torreggiavano le magnifiche loro case campestri; ma invece di que' modesti ornamenti d'un'arte, che, cercando di celarsi, non vuol che abbellire le scene della natura, i marmi dei loro giardini servivano solo a far mostra della ricchezza del padrone, e dell'opera dell'artista: i demanii del principe, dilatati colle eredità e colle confische, aveano data al sovrano la proprietà d'un gran numero di superbi palazzi in città e nei sobborghi: dodici erano occupati dai ministri di Stato: ma il gran palazzo, residenza principale dell'imperatore, conservò sempre per undici secoli lo stesso spazio fra l'Ippodromo, la cattedrale di S. Sofia, e i giardini, le molte terrazze dei quali scendevano sino alle rive della Propontide[588]. Quando Costantino eresse il primo edificio, si era proposto in animo di copiare o eguagliare l'antica Roma, e gli abbellimenti a mano a mano aggiunti dai suoi successori miravano a gareggiare colle meraviglie del Mondo antico[589]. Nel decimo secolo, il palazzo di Bisanzio, infallibilmente superiore per solidità, grandezza e magnificenza a quanto si conosceva allora, era l'ammirazione dei popoli o quella almen dei Latini[590]; ma il lavoro e i tesori di sette secoli non aveano creato altro che una gran mole irregolare: ogni edificio separato portava l'impronta del tempo in cui fu eretto e del gusto del fondatore, e l'angustia dello spazio potè talora dar motivo al monarca regnante di demolire, forse con segreta compiacenza, l'opera de' predecessori. Il risparmio dell'imperator Teofilo non fu diretto al suo lusso privato, nè a cosa che potesse aumentare la pompa della sua Corte. Da un suo ambasciatore, ch'egli particolarmente amava, e che aveva fatto stordire gli stessi Abbassidi coll'orgoglio e colle liberalità, gli fu recato il modello d'un palazzo allora costrutto dal Califfo di Bagdad su le sponde del Tigri. Immediatamente fu imitato, e migliorato ancora: le nuove fabbriche di Teofilo[591] furono corredate di giardini e di cinque chiese, fra le quali una era considerevole per la vastità e la bellezza; avea tre cupole; la cima di bronzo dorato posava su colonne di marmi italiani, e i muri erano pure incrostati di marmi di più colori: quindici colonne di marmo frigio sorreggevano, davanti alla chiesa, un portico semicircolare, che avea la forma e la denominazione del Sigma greco, e pari era la costruzione delle volte sotterranee. Una fontana decorava la piazza dinnanzi al portico, e gli orli del bacino erano di lamina d'argento. Al cominciar d'ogni stagione, si empieva la vasca delle frutta più deliziose, che, per divertire il principe, si lasciavano pigliare alla plebe; ed egli godeva di questo tumultuoso spettacolo dall'alto di un trono sfolgorante d'oro e di gemme, collocato sopra una gradinata di marmo alta quanto un alto terrazzo. Stavano seduti sotto il trono gli officiali delle guardie, i magistrati, e i Capi delle fazioni del circo; occupava il popolo i gradini più bassi, e nel davanti era piena la piazza di truppe di ballerini, di cantanti, di pantomimi. Il palazzo della giustizia, l'arsenale e gli uffici contornavano la piazza, e di più v'era la camera di porpora, così denominata per la distribuzione de' manti di scarlatto e di porpora, che colà ogni anno faceasi dalla mano stessa dell'imperatrice. La lunga fila degli appartamenti del palazzo era adatta alle varie stagioni: v'erano a profusione il marmo, il porfido, quadri, statue, mosaici, oro, argento, pietre preziose. A sì bizzarra magnificenza pose Teofilo in opera l'abilità degli artisti del suo tempo; ma il buon gusto d'Atene avrebbe spregiato que' frivoli e dispendiosi lavori, tra i quali si vedeva un albero d'oro, ne' rami e nelle foglie del quale si celava una moltitudine di uccelli artefatti, da' quali s'udiva il gorgheggio speciale d'ognuno, e due lioni d'oro massiccio, grandi al naturale, che giravano gli occhi e ruggivano come quelli delle foreste. Anche i successori di Teofilo, pertinenti alle dinastie di Basilio e di Comneno, ambirono di lasciar dopo sè qualche monumento del regno loro, e la parte più ricca ed augusta del palazzo ebbe da loro il titolo di Triclinio d'oro[592]. Cercavano i più doviziosi, e i più nobili tra i Greci d'imitare con proporzion conveniente il sovrano, e quando con vesti ricamate passavano a cavallo per le contrade, erano da' fanciulli creduti altrettanti re[593]. Danieli, quella matrona del Peloponneso[594], che ho mentovata sopra, le cure della quale aveano contribuito al primordio della fortuna di Basilio il Macedone, fosse amore o vanità, volle vedere il suo figlio adottivo nella pompa di tutta la sua grandezza. Per fare il viaggio di cinquecento miglia, quante se ne contavano da Patrasso a Costantinopoli, non le parvero per l'età, o per la mollezza sua, abbastanza agiate le vetture o i cavalli: venne in lettiga portata da dieci schiavi robusti, e trecento ne impiegò a quest'uso, moltissime essendo le fermate pe' ricambi. Accolsela Basilio con filial riverenza nel palazzo di Bisanzio, e gli onori le compartì di reina; e veramente, qual che si fosse la condizione di costei, i donativi ch'ella fece all'imperatore non erano indegni della regia magnificenza. Ho già descritti i bei lavori del Peloponneso, in lino, in seta e lana che erano parte del regalo; ma il più magnifico dono fu quello di trecento giovanetti di rara avvenenza, fra' quali cento erano eunuchi[595]: «imperocchè ben sapeva essa, scrive lo storico, essere l'aria della Corte più confacente a questa specie d'insetti, che la cascina d'una pastorella alle mosche nella state.» Ella fu padrona, sinchè visse, della maggior parte de' demanii del Peloponneso; e nel suo testamento nominò erede universale Leone, figlio di Basilio. Pagati ch'ebbe i legati, unì questi al demanio imperiale ottanta case di campagna o poderi: fece liberi tremila schiavi della Danieli, trapiantandoli sulla costa d'Italia, e formandone una colonia. Dalla fortuna di una semplice privata si può di leggieri argomentare qual fosse la ricchezza e la magnificenza degli imperatori.

In un governo assoluto che non ha riguardo alle condizioni nobili o plebee, tutti gli onori vengono dal sovrano, e il grado, sia in Corte, sia nel rimanente dell'impero, dipende dai titoli o dalle cariche, ch'egli dà o toglie a sua voglia. In un intervallo di oltre a dieci secoli, da Vespasiano sino ad Alessio Comneno[596], il Cesare fu la seconda persona, o almeno ebbe il secondo posto nello Stato; di poi si venne più facilmente concedendo il titolo supremo d'Augusto ai figli ed ai fratelli del monarca regnante. Lo scaltro Alessio, che, senza violarlo, eludere voleva l'impegno contratto con un possente Collega, il marito di sua sorella, e ad un tempo ricompensare la pietà del fratello Isacco, senza farne un suo eguale, immaginò una dignità nuova superiore a quella di Cesare. Per la flessibilità propria della lingua greca potè congiungere i nomi d'Augusto e d'Imperatore (Sebasto et Auctocratore), e formò la sonora parola di Sebastocratore. Egli era maggiore di Cesare, e sedeva sul primo gradino del trono; le acclamazioni pubbliche ripetevano il suo titolo, e nell'esterno non differiva dal sovrano che negli ornamenti del capo e nella calzatura. Solamente l'imperatore portava i coturni di porpora o di color rosso, e il diadema o la tiara che gli imperatori Greci aveano presa dalla costumanza dei re di Persia[597]. Era questo un gran berretto piramidale, di stoffa di lana o di seta, quasi coperto da un ammasso di perle e di diamanti; un circolo orizzontale, e due archi d'oro formavano la corona; vedeasi in cima nel punto d'intersezione un globo o una croce, e cadeano sulle guance due cordoni o pendenti di perle. I coturni del Sebastocratore e del Cesare erano verdi, e le corone aperte, e non tanto cariche di pietre preziose. Creò Alessio le dignità di Panhypersebasto e di Protosebasto inferiori a quella del Cesare, e questi titoli, pel suono e pel senso, poteano essere gradevoli a una orecchia greca. Accennano essi una superiorità e un primato sul semplice titolo d'Augusto, titolo sacro e primitivo d'un principe romano, che allora, spoglio dell'antica dignità, toccò agli alleati e agli ufficiali della corte Bisantina. La figlia d'Alessio non sa contenersi per la compiacenza di questa bella gradazione di speranze e d'onori: ma come gli ingegni più meschini possono acquistar la scienza della parola, non durò gran fatica l'orgoglio dei successori d'Alessio ad arricchire questo dizionario di vanagloria; diedero essi ai figli o ai fratelli prediletti il nome più sublime di padrone o di despota, al quale fu conceduta una nuova pompa e nuove prerogative, e fu registrato immediatamente dopo la dignità d'imperatore. Questi non dava in generale se non ai principi del sangue i cinque titoli, I di despota, II di Sebastocratore, III di Cesaro, IV di Panhypersebasto, V di Protesebasto, ed erano emanazioni della sua maestà; ma come a queste dignità non s'accoppiava alcun officio, erano per sè inutili e aveano una autorità affatto precaria.

Ma in tutte le monarchie, i ministri della Corte e dell'erario, dell'armata navale e dell'esercito sono partecipi dell'autorità reale e del governo. Solo i titoli son differenti; e nel volger dei secoli, i conti o i prefetti, il pretore e il questore discesero a poco a poco, mentre i loro inferiori salirono ai primi gradi dello Stato. I. Nella monarchia, che tutto riduce alla persona del principe, le cerimonie e le altre particolarità della Corte formano il dipartimento più rispettato. Il curopalata[598], elevato a un ordine sì illustre sotto il regno di Giustiniano, fu soppiantato dal protovestiario, il quale da prima non aveva altra incombenza che quella della guardaroba; fu estesa la sua giurisdizione su tutti gli ufficiali che servivano alla pompa e al lusso del principe, e colla sua bacchetta d'argento presedeva alle udienze pubbliche e private. II. Giusta le disposizioni di Costantino, ai ricevitori delle rendite pubbliche si dava il nome di Logoteti o computisti; si distinguevano i Logoteti del demanio, delle poste, dell'esercito, dell'erario pubblico e della cassa privata, e si paragonò il gran Logoteta, supremo custode delle leggi e delle rendite, ai cancellieri delle monarchie Latine[599]. Avea l'ispezione su tutta l'amministrazion civile, ed era aiutato in questa incombenza da' suoi subalterni, l'eparca o prefetto della città, il primo segretario, i custodi del sigillo privato, degli archivi e dell'inchiostro purpureo, riservato per le sottoscrizioni dell'imperatore[600]. L'introduttore e l'interprete degli ambasciatori esteri portava i titoli di gran Shiaus[601] e di Dragomano[602], nomi tratti dalla lingua turca e ancora famigliari alla Porta. III. I familiari, il cui titolo da principio fu sì modesto, e che non aveano altro impiego che quello di stare alla guardia del principe, s'innalzarono a poco a poco al grado di generali; i temi militari dell'oriente e dell'occidente, le legioni dell'Europa o dell'Asia furono compartite sovente fra molti generali particolari, sino a tanto che il gran familiare venne investito del comando universale e assoluto delle forze di terra. Le incombenze del protostratore si riduceano in principio ad aiutar l'imperatore quando montava a cavallo, e coll'andar del tempo divenne in guerra il Luogo-tenente del gran familiare: le scuderie, la cavalleria, e quanto concerneva la caccia e la falconeria furono da lui dependenti. Lo stratopedarca esercitava l'ufficio di gran giudice del campo; il protospatario comandava le guardie; il contestabile[603], il grande eteriaco, e l'acolito erano i diversi Capi dei Franchi, dei Barbari, e dei Varangi o Inglesi, mercenari esteri e che, degenerati i Greci, componeano la forza degli eserciti di Bisanzio. IV. Il gran duca disponeva delle forze navali, le quali in assenza sua obbedivano al gran drungario dell'armata navale, e a questi era sostituito l'Emir o ammiraglio, nome tolto dalla lingua dei Saracini[604], ma poi ammesso in tutte le lingue d'Europa. Questi ufficiali e molti altri, che vano sarebbe il numerare formavano la gerarchia civile e la militare: gli onori e gli emolumenti, l'abito e i titoli d'ognuno, infine i saluti che dovean farsi scambievolmente, o la rispettiva preminenza, furono regolati con più cura che non si sarebbe impiegata a formar la costituzione d'un popolo libero: era quasi portato il codice alla perfezione, quando questo vano edificio, monumento di fasto e di servitù, fu per sempre sepolto sotto le rovine dell'impero[605].

L'adulazione e il timore hanno impiegato verso persone simili a noi i titoli più alti, le positure più umili, che dalla divozione furono scelte per onorar l'Essere Supremo. Diocleziano prese dal servil cerimoniale della Persia l'usanza dell'adorare[606] l'imperatore, di prostrarsi davanti a lui e di baciargli i piedi; e s'è mantenuta, crescendo sempre in servilità, sino all'ultima epoca della monarchia dei Greci; eccetto le domeniche, in cui si ometteva per motivi di orgoglio religioso, queste vergognose riverenze si esigevano da quanti erano ammessi alla presenza del monarca, e doveano assoggettarvisi i principi decorati del diadema e della porpora, gli ambasciatori dei sovrani independenti come i Califfi dell'Asia, dell'Egitto e della Spagna, i re di Francia e d'Italia, ed anche gli imperatori Latini. Nel trattar gli affari Luitprando, vescovo di Cremona[607], difese la libertà d'un Franco e la dignità d'Ottone suo signore: ma sincero, siccome egli era, non sa velare l'umiliazione della sua prima udienza. Quando s'accostò al trono, gli uccelli dell'albero d'oro cominciarono i lor gorgheggi, a cui tenner bordone i ruggiti dei due leoni d'oro. Fu obbligato, del pari che i suoi due compagni, a curvarsi e a prostrarsi, e tre volte colla fronte toccò la terra. Nei pochi istanti che durò quest'ultima cerimonia, con una macchina era stato innalzato il trono sino alla soffitta, e vi compariva l'imperatore con abiti nuovi, e ancor più sontuosi, e la conferenza terminò in un superbo e maestoso silenzio. Il vescovo di Cremona, nel suo racconto così curioso e tanto notabile pel suo candore, espone le cerimonie della Corte di Bisanzio: queste anche presentemente sono osservate dalla Porta, e si mantennero fino all'ultimo secolo nella Corte dei Duchi di Moscovia o di Russia. Dopo un lungo viaggio per mare e per terra, da Venezia a Costantinopoli, l'ambasciatore si fermò alla porta d'oro, sino a tanto che venissero gli ufficiali che dovean condurlo al palazzo assegnatogli; ma questo palazzo era una prigione, e dai suoi rigidi guardiani gli era interdetto ogni comunicazione coi forestieri, o coi nativi del paese. Offerse egli nella prima udienza i donativi del suo padrone, i quali consistevano in ischiavi, in vasi d'oro, e in armi di gran valore. Il pagamento de' soldati, con ostentazione fatto alla sua presenza, gli diede lo spettacolo della magnificenza dell'impero: egli fu uno dei convitati al banchetto reale[608], dove gli ambasciatori delle nazioni erano disposti in ordinanza, e collocati a seconda della stima o del disprezzo che ne aveano i Greci: l'imperatore mandava dalla sua tavola come per gran favore i piatti che egli aveva assaggiati, ed ognuno de' suoi favoriti ricevette un abito d'onore[609]. Ogni mattina e ogni sera gli ufficiali dell'ordine civile e del militare andavano al palazzo ad esercitare il loro impiego: il padrone qualche volta gli onorava d'una occhiata o d'un sorriso; dichiarava i suoi voleri con un moto di testa o con un segno: davanti a lui tutti i grandi della terra stavano in piedi umili e silenziosi. Quando l'imperatore facea per la città i suoi passeggi trionfali, in tempi fissi o in occasioni straordinarie, si mostrava liberamente agli occhi del pubblico: le cerimonie inventate dalla politica erano collegate a quelle della religione, e le feste del Calendario greco determinavano le sue visite alle principali chiese. Nella vigilia di queste processioni, gli araldi annunciavano la pia intenzion del principe, o la grazia di cui degnava i suoi sudditi. Si scopavano e purificavano le strade, si seminavan i fiori sulle finestre e sui balconi, si esponevano mobili preziosi, vasellami d'oro e d'argento, tappezzerie di seta, e da una severa disciplina era represso e frenato il tumulto della plebe. Precedeano gli ufficiali dell'esercito coi loro soldati, e li seguiva una lunga fila di magistrati e d'ufficiali dell'ordine civile; gli eunuchi e i familiari componevano la guardia dell'imperatore, e il patriarca col clero lo riceveano solennemente alla porta della chiesa. Non si lasciava alle voci grossolane ed alle acclamazioni spontanee della moltitudine la cura di applaudire; erano collocati drappelli di Azzurri e di Verdi in modo conveniente nel luogo per cui passava l'imperatore, e quel furore di questioni, che aveano già scossa la capitale, s'era a poco a poco cangiato in una gara di servitù. Rispondeansi a vicenda gli uni agli altri coi cantici in lode dell'imperatore; i lor poeti e musici dirigevano il coro, e voti di lunga vita[610] ed augurii di vittorie erano il ritornello d'ogni strofetta. L'udienza, il banchetto, la chiesa rimbombavano dei medesimi applausi, e, quasi per provare l'immensa estensione del dominio del principe erano ripetuti in latino[611], nel linguaggio dei Goti, dei Persiani e Francesi, ed anche degli Inglesi, da uomini mercenari tolti da queste varie nazioni, o eletti a rappresentarli[612]. Costantino Porfirogeneta ha raccolto questa scienza del cerimoniale e della adulazione[613] in un volume scritto in uno stile pomposo ad un'ora e fanciullesco, e potè la vanità dei suoi successori aggiungervi un lungo supplimento. Pure, riflettendo un poco, dovea ciascun d'essi rammentarsi che si profondeano eguali acclamazioni a tutti gli imperatori e a tutti i regni; e chi di loro era uscito d'una condizione privata poteva sovvenirsi, che il momento in cui aveva alzato di più la voce ed applaudito con più ardore, era quello in cui invidiava la fortuna o cospirava alla vita del suo predecessore[614].

I principi delle nazioni settentrionali, popoli, dice Costantino, senza fede e senza fama, ambivano l'onore di allearsi alla famiglia dai Cesari con matrimoni, sia ottenendo la mano d'una principessa del sangue imperiale, o congiungendo a qualche principe Romano le proprie figlie[615]. Quel vecchio monarca, nelle sue istruzioni al figlio, viene svelando le segrete massime inventate dalla politica e dall'orgoglio; insegna le risposte più decenti, che ponno darsi per eludere quelle insolenti e irragionevoli proposte. La natura, dice il prudente imperatore, stimola ogni animale a cercarsi una compagna fra gli animali della sua specie, e per la lingua, la religione ed i costumi si divide il genere umano in diverse tribù. Mercè d'una saggia attenzione a serbar la purità delle razze, l'armonia si mantiene della vita pubblica e della privata; ma dalla lor mescolanza nasce il disordine e la discordia. Tali furono l'opinione e i principii secondo i quali si regolarono i prudenti Romani, le leggi dei quali proscrivevano il matrimonio d'un cittadino e d'una forestiera. Ai tempi della libertà e delle virtù, avrebbe un senatore sdegnato per sua figlia la mano d'un re, e Marc'Antonio sposando una Egiziana fece onta alla sua riputazione[616]; e la pubblica censura obbligò Tito a licenziare, malgrado suo e malgrado di lei, Berenice[617]. Per meglio perpetuare l'autorità di questa massima, si suppose che Costantino il Grande la confermasse. Gli ambasciatori delle nazioni estere, e di quelle soprattutto che non aveano abbracciato il cristianesimo, furono solennemente avvertiti che queste alleanze dal fondator della capitale e dalla religion dell'impero erano state proscritte. La pretesa legge fu incisa sull'altare di S. Sofia, e si dichiarò decaduto dalle comunioni civili e religiose de' Romani quell'empio che osasse macchiar la maestà della porpora. Se da qualche falso fratello avessero gli ambasciatori saputo la storia della Corte di Bisanzio, avrebber potuto allegare tre memorabili infrazioni fatte a questa legge immaginaria, il matrimonio di Leone o piuttosto di suo padre Costantino IV colla figlia del re dei Cozari, quello d'una nipote di Romano con un principe Bulgaro, e l'altro finalmente di Berta, principessa francese o italiana, col giovane Romano figlio dello stesso Costantino Porfirogeneta. Ma a queste tre obbiezioni vi avean tre risposte che togliean la difficoltà e statuivano la legge: I. Il matrimonio di Costantino Copronimo era considerato colpevole; questo principe, nato nell'Isauria, e trattato da eretico, che avea macchiata la purità battesimale e dichiarata guerra alle Immagini, avea di fatto sposato una Barbara. Quest'empia alleanza avea posto il colmo a' suoi delitti e l'aveva abbandonato alla censura della chiesa e della posterità.

A. D. 941

II. Romano non poteva essere considerato come imperator legittimo: nato di famiglia plebea, s'avea usurpato il trono, ignorava le leggi, e non pensava all'onore della monarchia. Suo figlio Cristoforo, padre della giovanetta che sposò il re Bulgaro, non avea che il terzo grado nel collegio de' principi, ed era poi suddito ad un tempo e complice del suo colpevole padre. Sinceri e zelanti cristiani erano i Bulgari, e la sicurezza dell'impero, non che la libertà di più migliaia di prigionieri, dependeano da questa mostruosa alleanza. Nondimeno, non potendo motivo alcuno esentarlo dalla legge di Costantino, fu dal clero, dal senato e dal popolo disapprovato il suo contegno, e in vita e in morte gli fu rimproverato l'obbrobrio dello Stato. III. Il saggio Porfirogeneta avea trovato una difesa più onorevole pel maritaggio di suo figlio colla figlia di Ugone re d'Italia. Dal gran Costantino, principe ragguardevole per la santità, apprezzavasi la fedeltà e il valore dei Franchi[618]; e lo spirito profetico onde era dotato lo avea istruito della loro grandezza. Furono eccettuati dalla proibizion generale essi soli. Ugone re di Francia discendeva in linea retta da Carlomagno[619], e sua figlia Berta aveva ereditato le prerogative della famiglia e della nazione. A poco a poco la voce della verità e quella della malevolenza vennero scoprendo la frode, o l'errore della Corte imperiale: invece del reame di Francia, i possedimenti di Ugone si restrinsero alla semplice contea d'Arles: ma tutti eran d'accordo nel dire, che giovandosi delle turbolenze di quel tempo, usurpata avesse la sovranità della Provenza, e invaso il regno di Italia. Suo padre non era che un semplice gentiluomo, e se Berta era del sangue dei Carlovingi, il bastardismo e la libidine aveano lordato ogni grado di quella stirpe. Ugone aveva avuta per suocera la famosa Valdrade, che fu concubina piuttosto che moglie di Lotario II, e che con quest'adulterio, col divorzio e colle seconde nozze avea provocato sopra di sè i fulmini del Vaticano. Sua madre, che nomavasi la gran Berta, fu successivamente sposa del conte d'Arles e del Marchese di Toscana; colle sue galanterie scandalezzò l'Italia e la Francia, e sino al suo sessantesim'anno i drudi, che ella ebbe di tutte le classi, furono zelanti istrumenti della sua ambizione. Imitò il re d'Italia l'incontinenza della madre e della suocera, e a tre delle sue concubine favorite si diedero i nomi classici di Venere, di Giunone e di Semele[620]. La figlia di Venere fu ceduta alle istanze della Corte di Bisanzio; lasciò il nome di Berta per pigliare quello di Eudossia, e fu maritata o piuttosto impalmata al giovine Romano, erede presuntivo dell'impero di oriente. Per la poca età dei due sposi fu sospesa la consumazion del matrimonio; ma quest'unione non si eseguì, essendo morta Eudossia cinque anni dopo. L'imperatore Romano sposò in seconde nozze una plebea, ma di sangue romano, e ne ebbe due figlie, Teofane ed Anna, amendue maritate con principi. La maggiore fu data per pegno di pace al figlio d'Ottone il Grande, che aveva domandata questa alleanza colle armi e colle negoziazioni. Si potea dubitare se un Sassone avesse diritto ai privilegi della nazion Francese; ma la fama e la pietà d'un eroe, restauratore dell'impero d'occidente, attutirono ogni scrupolo. Teofane dopo la morte del suocero e del marito governò Roma, l'Italia e l'Alemagna nella minorità di suo figlio Ottone III, e i Latini commendarono le virtù d'un'imperatrice, che sagrificò la ricordanza del suo paese a doveri più sacri[621]. Nel matrimonio della sorella Anna, la voce imperiosa della necessità o del timore impose silenzio a tutti i pregiudizi, e rimosse tutti i riguardi relativi alla dignità imperiale. Un idolatra settentrionale, Volodimiro, duca di Russia, aspirò alla mano della figlia degli imperatori; sostenne l'inchiesta con minacce di guerra, colla promessa di convertirsi e coll'offerta di soccorso contro un ribelle che turbava l'impero. La principessa Greca, vittima della sua religione, fu svelta dal palazzo de' suoi avi, e condannata a correre in cerca d'una corona selvaggia, e d'un esiglio disperato sulle rive del Boristene appresso al Circolo polare[622]. Pure il matrimonio fu felice, e fecondo: la figlia di Geroslao, nipote d'Anna, illustre pel sangue da cui proveniva, sposò un re di Francia, Enrico I, il quale andò a cercare una moglie sui confini dell'Europa e del Cristianesimo[623].

Nella sua reggia di Bisanzio, l'imperatore era il primo schiavo del cerimoniale, che imponeva ai sudditi, e di quelle rigorose formalità, che regolavano ogni parola ed ogni gesto; l'etichetta lo assediava nel suo palazzo, e disturbava l'ozio del suo ritiro in campagna. Ma egli disponeva arbitrariamente della vita e della fortuna di più milioni d'uomini, e spesso addiviene che i più nobili ingegni, che si ridono dei vani piacere della pompa e del lusso, son poi sedotti dal piacere più attraente di comandare ai loro eguali. S'accoppiava nel monarca il poter legislativo coll'esecutivo; e Leone il Filosofo aveva annichilito quel poco d'autorità che rimaneva al senato[624]. La servitù aveva renduto ottuso lo spirito dei Greci, di modo che, fra i più arditi atti di ribellione, non si elevarono mai alla idea di una costituzione libera, e la pubblica felicità non aveva altro sostegno, nè altra regola, che il carattere particolar del monarca. La superstizione addoppiava anche più le catene. Quando l'imperatore riceveva la corona dal patriarca nella chiesa di S. Sofia, giuravano i popoli a piè degli altari una sommession passiva ed assoluta al suo governo e alla sua famiglia. Il principe, per la parte sua, prometteva di astenersi quanto fosse possibile dalle pene capitali e dalle mutilazioni: segnava una profession di fede ortodossa, e giurava di obbedire ai decreti dei sette sinodi e ai canoni della santa chiesa[625]. Ma vaghe ed indeterminate erano le sue proteste di clemenza; facea quel giuramento non al popolo ma ad un giudice invisibile, e fuor dei casi d'eresia, su cui si mostrava inesorabile il clero, eran pronti i ministri del cielo a sostenere l'inevitabil diritto del principe, e ad assolvere i piccoli falli del sovrano. Viveano soggetti essi medesimi al magistrato civile; un cenno del despota creava, trasferiva, deponeva i vescovi o li puniva di morte ignominiosa; qualunque fosse la ricchezza, o il credito di costoro, non poterono mai, come quelli della chiesa Latina, formar una repubblica independente, ed anzi il patriarca di Costantinopoli condannava la grandezza temporale del vescovo di Roma, mentre nel suo segreto gli portava invidia. Ma l'esercizio del despotismo è per buona sorte frenato dalle leggi della natura, e da quelle della necessità[626]. Il grado di sapere e di virtù che si crede in quello che governa un impero, divien la misura dell'attaccamento di lui alla sacra norma dei suoi faticosi doveri; e il grado di vizio o di nullità che gli si suppone, lo determina vie maggiormente a lasciarsi cadere di mano lo scettro troppo grave per lui; allora è un ministro o un favorito quegli, che, con un filo impercettibile, fa muovere il simulacro di re, e che, pel suo privato interesse, assume il carico della pubblica oppressione[627]. In certi istanti il monarca più assoluto dee temere la ragione o il capriccio d'una nazione schiava, e l'esperienza ha provato che l'autorità regia perdè in sicurezza e solidità ciò che guadagna in estensione.

Invano un despota usurpa i titoli più pomposi[628], invano stabilisce i suoi dritti; egli alla fin fine non ha che la sua spada per difenderli contro i nemici stranieri e domestici. Dal secolo di Carlo Magno a quello delle Crociate, i tre grandi imperi, o popoli Greci, Saracini, e Franchi, possedevano e si disputavano la terra allora nota, poichè non parlo qui della Cina, la quale, per essere alla estremità dell'Asia, non aveva che fare in quelle sommosse. Per giudicare delle lor forze militari, convien paragonarne il valore, le arti che conoscevano, le ricchezze che aveano, e finalmente la sommessione al Capo supremo, che poteva movere tutte le molle dello Stato. I Greci, che nel primo punto erano tanto inferiori ai lor rivali, erano in questa medesima parte superiori ai Franchi; e nel secondo e terzo merito per lo meno eguagliavano i Musulmani.

La ricchezza dei Greci faceva sì che potessero assoldare nazioni più povere, e mantenere un'armata navale per difendere le proprie coste, e portare il guasto alle terre nemiche[629]. Con un traffico del pari vantaggioso alle due parti contraenti, cambiavano l'oro di Costantinopoli col sangue degli Schiavoni, dei Turchi, dei Bulgari e dei Russi; col valore contribuirono alle vittorie di Niceforo e di Zimiscè; e se una popolazione nemica ne restrignea troppo il confine, era obbligata a bramar la pace per tornare alla difesa del suo paese, che a loro istigazione veniva invaso da una tribù più lontana[630]. Sempre i successori di Costantino pretesero l'impero del Mediterraneo dalla foce del Tanai sino alle colonne di Ercole, e sovente lo possedettero. La lor capitale era piena di munizioni navali e d'abili operai: la situazione della Grecia e dell'Asia, le lunghe coste, i profondi golfi e le molte isole annesse all'impero, avvezzavano i sudditi alla navigazione, e il commercio di Venezia e d'Amalfi era per l'armata imperiale un vivaio di marinari[631]. Dopo la guerra del Peloponneso e le Puniche, non aveano gli eserciti di mare aumentata la forza; ed avea la scienza di costruire navigli fatto passi retrogradi. I carpentieri di Costantinopoli, come i meccanici dei nostri giorni, ignoravano l'arte di fabbricare quei maravigliosi edifizi che aveano tre, sei, o dieci ordini di remi, gli uni sopra gli altri, o che operavano gli uni dietro degli altri[632]. I Dromoni, o galee leggiere, dell'impero Bisantino[633] non avean che due ordini composti ognuno di venticinque banchi; un banco portava due remiganti che vogavano dall'uno e dall'altro fianco del navile. Nell'atto del combattere, il capitano o centurione stava sulla poppa con quello che portava la sua armatura; due piloti attendevano al timone e due ufficiali stavano alla prora, l'uno per appostare, l'altro per movere contra il nemico le macchine che scagliavano il fuoco greco. La ciurma, come era l'uso nella infanzia dell'arte, adempieva ad un tempo gli uffici di marinari e di soldati; erano muniti d'armi offensive e difensive, d'archi e di freccie, di cui si valevano dall'alto del ponte, e di lunghe picche che uscivano fuori dalle aperture dell'ordine inferiore de' remi. È bensì vero che si facean talvolta più grandi e più solide le navi da guerra; allora le fazioni di combattere e di manovrare, si dividevano più regolarmente fra settanta soldati e dugento trenta marinari; ma generalmente erano di una forma leggiera, e facili ai movimenti. Poichè il Capo Maleo, sulla costa del Peloponneso, avea sempre una fama spaventosa, un numeroso navile imperiale fu trasportato per terra e per lo spazio di cinque miglia, cioè per tutta la larghezza dell'istmo di Corinto[634]. Le regole della tattica navale non si erano cangiate da Tucidide in poi: una squadra di galee, nel momento della zuffa, procedeva innanzi sotto la figura d'una mezza luna, e si ingegnava di cacciare gli acuti speroni nei lati più deboli delle navi nemiche. Vedeasi sopra il ponte una macchina composta di forti pezzi di legno, diretta a lanciar pietre e dardi; l'arrembaggio faceasi mediante una gru, che sollevava e abbassava panieri pieni d'uomini armati; il vario collocamento e la mutazion dei colori del padiglione ammiraglio determinavano tutto il linguaggio dei segnali, che sono tanti e così chiari fra i moderni. I fanali della galera capitana annunciavano di notte gli ordini di cacciare, di combattere, di fermarsi, di rompere, o di formar la linea. In terra i segnali di fuoco si ripeteano da una montagna all'altra; una serie d'otto posti indicava una estension di paese di cinquecento miglia, e così Costantinopoli era in poche ore informata delle mosse ostili dei Saracini di Tarso[635]. Si può argomentare la forza navale degli imperatori Greci dalla descrizione dell'armamento che prepararono per vincere Creta. Furono allestite nella capitale, nelle isole del mar Egeo, e nei porti dell'Asia, della Macedonia e della Grecia, cento dodici galere, e settantacinque navi costrutte ad esempio di quelle della Panfilia. Questa squadra portava trentaquattromila marinai, settemila e trecentoquaranta soldati, settecento Russi, e cinquemila e ottantasette Mardaiti, provenienti da una popolazione discesa dalle montagne del Libano. Il loro stipendio, probabilmente per un mese, fu valutato trentaquattro centinaia d'oro, cioè circa centotrentaseimila lire sterline. La nostra immaginazione si perdè nel catalogo delle armi e delle macchine, delle stoffe e delle tele, de' viveri e de' foraggi, delle munizioni e degli utensili d'ogni sorta, adoperati inutilmente al conquisto di un'isoletta, quando erano bastanti a fondare una florida colonia[636].

L'invenzion del fuoco greco non originò, come quella della polvere da schioppo, un total cambiamento nell'arte della guerra. A questo fuoco liquido andò debitrice la città, non che l'impero di Costantinopoli, della sua liberazione. Gran guasti esso faceva negli assedii e nelle battaglie marittime; ma poca cura si pose a perfezionare questa nuova arte, o forse era men suscettiva di miglioramento. Per battere o per difendere le fortificazioni, si continuò a far uso più spesso e con effetto maggiore delle macchine antiche, delle catapulte, delle baliste e degli arieti. La sorte delle battaglie non era commessa al fuoco rapido e terribile d'una linea di fanteria, che invano si difenderebbe con armature da un fuoco simile della linea nemica. Il ferro e l'acciaio erano sempre gli strumenti consueti di strage e di difesa: gli elmetti, le corazze e gli scudi del decimo secolo erano per la forma, o per la materia, poco differenti da quelli onde erano guerniti i compagni d'Alessandro o di Achille[637]; ma invece d'accostumare i Greci moderni a marciare costantemente, e però senza stento, carichi di quell'utile peso come i soldati delle antiche legioni, si portavano le armi d'una soldatesca su carri leggeri che la seguivano, e di mala voglia, all'avvicinarsi del nemico, ripigliavano frettolosamente i guerrieri un arnese, che per difetto d'abitudine li impacciava. Le armi offensive erano spade, scuri di battaglia e picche: ma la picca macedone era stata accorciata d'un quarto, e ridotta alla misura più comoda di dodici cubiti o piedi. Aveano i Greci duramente sentita la forza dei dardi scitici ed arabici; a quel tempo deploravano gli imperatori la decadenza dell'arte di balestrare come una delle cagioni delle pubbliche, calamità, e raccomandarono, o piuttosto ordinarono, che tutti gli uomini addetti al servigio militare si dedicassero all'esercizio dell'arco, sino all'età di quarant'anni[638]. I drappelli o reggimenti, erano per lo più di trecento soldati; e, siccome termine medio tra le linee sopra quattro, e quelle sopra sedici uomini di profondità, la fanteria di Leone e di Costantino si formava sopra una profondità d'otto soldati: ma la cavalleria caricava con quattro di profondità, per questa giustissima considerazione, che la pression dei cavalli di dietro non aumenta la forza dell'urto che si fa nella fronte. Se si accresceva qualche volta del doppio la densità degli ordini della fanteria o della cavalleria, era segno d'una segreta diffidenza che si aveva del coraggio delle schiere solamente destinate allora a spaventare col numero, e disposte a lasciare ad un drappello scelto l'onore d'affrontar le picche e le spade de' Barbari. L'ordinanza di battaglia sicuramente variava secondo la qualità del terreno, secondo il disegno che si aveva, e secondo il nemico; ma generalmente l'esercito formava due linee e una riserva, e in tal guisa aveva una serie di speranze e di sussidi analoghi al carattere e allo spirito giudizioso dei Greci[639]. Se la prima linea era respinta, si ripiegava negli intervalli della seconda; e la riserva compartendosi in due divisioni, girava i fianchi per profittar della vittoria o per coprire la ritirata. La regolarità dei campi, e i metodi del camminare, degli esercizi e delle fazioni, gli editti e i libri del monarca Bisantino faceano almeno in teorica quanto può fare l'autorità[640]. Tanta era la ricchezza del principe e l'abilità de' suoi numerosi operai, che gli eserciti aveano a biseffe tutto ciò che potean desiderare in utensili e in munizioni. Ma nè l'autorità del principe, nè la bravura de' suoi artefici poteano formare la macchina più importante, cioè il soldato; e se il cerimoniale di Costantino suppone sempre che l'imperatore tornerà trionfante[641], la sua tattica non si eleva molto al di sopra degli espedienti di scampare da una sconfitta, e di prolungare una guerra[642]. Non ostante qualche passaggiera vittoria, erano scaduti i Greci nella propria opinione, e in quella dei vicini. Mano tarda e lingua pronta, era il proverbio popolare che indicava l'indole della nazione. Fu assediato l'autor della Tattica nella capitale, e i Barbari, anche i più deboli, che tremavano al solo nome dei Saracini o dei Franchi, poterono superbire di quelle medaglie d'oro e d'argento che aveano rapite all'imbelle sovrano di Costantinopoli. Avrebbe potuto la religione, per molti titoli, ispirare ad essi quel coraggio di cui, per colpa del lor governo e del carattere proprio, mancavano: ma la religione dei Greci non insegnava che a soffrire e a cedere. Niceforo, che per poco rintegrò la disciplina e la gloria del nome Romano, volle compartire gli onori del martirio ai cristiani, che in una santa guerra contro gli infedeli perdessero la vita: ma il patriarca, i vescovi e i primari senatori impedirono questa legge dettata dalla politica, sostenendo pertinacemente, giusta i canoni di S. Basilio, che tutti quelli che s'erano contaminati col sanguinoso esercizio del mestiere dell'armi, dovevano per tre anni essere segregati dalla comunione dei fedeli[643].

Si sono confrontati questi scrupoli dei Greci colle lagrime che versavano i primi Musulmani, quando non poteano assistere ad una battaglia, e tal contrapposto d'una vile superstizione e d'un fanatismo coraggioso spiega agli occhi del filosofo la storia delle due nazioni rivali. I sudditi degli ultimi Califfi[644] aveano veramente smarrito lo zelo e la fede dei compagni del Profeta, ma i lor dogmi guerrieri riguardavano sempre la divinità come il motor della guerra[645]. Una scintilla di fanatismo ardeva sempre nel seno della lor religione, ed accendeva bene spesso le più rapide fiamme fra i Saracini stanziati sulle frontiere dei cristiani. Le lor milizie regolari erano composte di que' valorosi schiavi educati a custodir la persona, e a seguir la bandiera del loro signore; ma al primo squillo della tromba, che annunciava una santa guerra contro gli infedeli, si svegliava il popolo Musulmano della Sorìa e della Cilicia, dell'Affrica e della Spagna. Bramavano i ricchi di vincere o di morire per la causa di Dio; la speranza del bottino allettava i poveri; e i vecchi, gli infermi e le donne, per partecipare a questa impresa meritoria, mandavano in lor vece un soldato con le armi ed il cavallo. Le loro armi offensive e difensive erano per la forza e la tempra eguali a quelle de' Romani: ma costoro comparivano ben superiori nell'arte di maneggiare un cavallo, o di scagliare i dardi. Le piastre d'argento che coprivano le tracolle, le spade ed anche la bardatura del cavallo, sfoggiavano la magnificenza d'una nazione prosperosa; e, eccetto alcuni arcieri neri venuti del mezzogiorno, gli Arabi non pregiavano guari il valore indigente ed inerme degli antenati. Invece di carri, venia lor dietro una lunga fila di cammelli, d'asini e di muli; la moltitudine di questi animali, che si ornavano di tende e di banderuole, ne ingrossavano apparentemente il numero, e cresceano lo sfarzo dell'esercito; ma la figura deforme e il detestabile odore dei cammelli, spargeano spesso la confusione tra i cavalli del nemico. Soffrivano questi soldati il calore e la sete con una pazienza che li rendeva invincibili; ma il freddo del verno agghiacciava i loro spiriti; si conosceva la loro disposizione al sonno, e perchè non fossero sorpresi fra le tenebre, conveniva ricorrere alle precauzioni più rigorose. L'ordinanza di battaglia formava un parallelogrammo di due file profonde e salde, l'una di arcieri, l'altra di cavalleria. Nei combattimenti, sosteneano intrepidamente il più furioso assalto, e generalmente non s'avanzavano alla carica che quando s'erano accorti della spossatezza degli assalitori; ma s'erano respinti o sbaragliati, non sapeano nè riordinarsi, nè rintegrare la zuffa, e ciò che aumentava lo spavento era la credenza, che Iddio si dichiarasse favorevole al nemico. Lo scadimento e la caduta dell'impero dei Califfi confermavano allora questa funesta opinione, e non mancava tra i Musulmani qualche oscura profezia[646] che presagiva la sconfitta or dell'uno, or dell'altro esercito. Non v'era più unità nell'impero degli Arabi; ma i suoi brani formavano tanti Stati independenti, che eguagliavano i grandi reami; ed un Emir d'Aleppo e di Tunisi trovava nei suoi tesori, nell'industria e nell'ingegno dei sudditi il modo di rendere formidabili le sue forze marittime. Troppo spesso s'avvidero i principi di Costantinopoli, che nella disciplina di quei Barbari niun vestigio vedeasi di barbarie, e che se mancavano dello spirito d'invenzione, sapeano cercare e prestamente imitare le scoperte d'altrui. È bensì vero che il modello superava la copia; le lor navi, le macchine e le fortificazioni non erano così ben costrutte, e confessavano, senza arrossire, che Iddio, il quale ha donato la lingua agli Arabi, ha poi formato più delicatamente la mano dei Cinesi e la testa dei Greci[647].

Il nome di varie tribù della Germania, stanziate fra il Reno e il Veser, era divenuto quello della maggior parte della Gallia, dell'Alemagna e dell'Italia, e i Greci del pari che gli Arabi appellavano FRANCHI[648] i cristiani della chiesa Latina, e le nazioni occidentali che si estendevano sulle sponde ignote dell'oceano Atlantico. Il gran senno di Carlomagno aveva imito ed avvivato il gran corpo della nazione dei Franchi; ma la discordia e il tralignamento de' suoi successori posero ben presto in fondo il suo impero, che avrebbe emulato quello di Bisanzio e vendicati gli affronti fatti a' cristiani. I sussidi che potea trarre dalle rendite pubbliche, dal commercio e dalle manifatture, impiegati un tempo a pro del servigio militare; gli scambievoli soccorsi che si davano le province e gli eserciti; finalmente, quelle squadre che per lo innanzi guardavano i mari dalla foce dell'Elba sino a quella del Tevere, non facean più timore ai nemici, nè davano più fiducia ai sudditi. Sul principio del decimo secolo, era quasi scomparsa la famiglia di Carlomagno; dalle rovine della sua monarchia erano surti vari Stati nemici e independenti; i Capi più ambiziosi prendeano il titolo di re; al di sotto di loro l'anarchia e la discordia, sparse egualmente in tutti gli ordini, riproduceano per ogni dove l'esempio della lor ribellione, ed i Nobili di tutte le province disubbidivano al sovrano, aggravavano i vassalli, e si teneano in uno stato di guerra perpetuo contro i loro eguali e i vicini. Queste guerre private che sconnettevano la macchina del governo, manteneano lo spirito marziale della nazione. Nell'odierno sistema europeo, cinque o sei gran Potentati, godono almeno nel fatto del gius della spada. Una classe d'uomini che si consacrano alla teorica e alla pratica dell'arte militare, eseguiscono sopra una frontiera lontana le operazioni immaginate nel segreto delle Corti; il rimanente del paese gode allora in mezzo alla guerra la tranquillità della pace, e non s'accorge dei cangiamenti che sopravvengono in proposito se non per l'accrescimento o la diminuzione delle imposizioni. Nei disordini del decimo e duodecimo secolo, ogni paesano era soldato e munito ogni villaggio; tutti i boschi e tutte le valli offerivano scene di strage e di rapina, e i proprietari di tutte le castella erano costretti a prendere il carattere di principi e di guerrieri. Si fidavano arditamente al coraggio e alla politica propria per difendere la lor famiglia, per proteggere le loro terre e vendicare l'ingiuria; e simili ai conquistatori d'un ordine superiore, non erano che troppo propensi ad oltrepassare i diritti della difesa personale. La presenza del pericolo e l'indispensabile necessità del coraggio induravano lo spirito e il corpo di costoro; e per una conseguenza dello stesso carattere, ricusavano d'abbandonare un amico, e di perdonare a un nemico: invece di riposare sotto la guardia del magistrato, ricusavano fieramente l'autorità delle leggi. In questo tempo dell'anarchia feudale furono convertiti in istrumenti di morte gli utensili della agricoltura e delle arti: le pacifiche occupazioni della società civile e della ecclesiastica s'annientarono, o si depravarono; e il vescovo, cangiando la mitra in elmo, era trascinato dai costumi del suo secolo più che dai doveri che il feudo suo gli imponeva[649].

Andavano superbi i Franchi del genio loro per la libertà e per la guerra; e i Greci parlano di questa propensione con una specie di maraviglia e di spavento. «I Franchi, dice l'imperator Costantino, sono ardimentosi e bravi quasi sino alla temerità, e il loro intrepido valore è sostenuto dal disprezzo che hanno dei pericoli e della morte. In un campo di battaglia, e nella mischia attaccano di fronte e piombano sul nemico senza calcolare il proprio numero. Le lor file sono strette dai saldi legami della parentela e dell'amicizia, e la brama di salvare o di vendicare i cari compagni è il fomite della loro prodezza. Reputano la ritirata come una fuga obbrobriosa, e la fuga poi è per essi un'infamia che non può lavarsi giammai[650].» Una nazione sì valorosa e imperterrita sarebbe stata sicura della vittoria, se grandi difetti non avessero bilanciato questi pregi. Lasciando deperire la marineria, rinunciarono ai Greci ed ai Saracini l'impero del mare, per portare soccorso ai loro alleati, o guasto ai nemici. Nel secolo che precedette l'istituzion della cavalleria, erano inabili i Francesi nelle fazioni di cavalieri[651]; e nei momenti di pericolo conoscean tanto i guerrieri d'esserne ignoranti, che volean piuttosto smontar da cavallo e combattere a piedi. Non avendo l'uso delle picche o dell'armi da lanciare, erano impacciati da lunghe spade, da arnesi pesanti, da enormi pavesi, e, se posso ripetere il rimprovero che lor facevano i magri abitanti della Grecia, la grassezza, figlia della loro intemperanza, accresceva difficoltà ai loro movimenti. Non curanti di disciplina, sdegnavano il giogo della subordinazione, e abbandonavano il vessillo del capitano se voleva tenerli in campagna più del tempo determinato pel loro servigio. Erano da tutte le parti esposti alle insidie del nemico, che quantunque men prode era più astuto. Si potea subornarli con danaro, perchè avevano un'anima venale; si potea soprapprenderli notte tempo, perchè non pensavano a chiudere il campo e facean male la sentinella. Le fatiche di una giornata estiva spossavano le loro forze, non che la pazienza, e si davano poi alla disperazione se non potevano sbramare con molto vino e molto cibo il vorace loro appetito. Fra questi caratteri generali della nazion dei Franchi, si osservavano alcune varietà locali che io attribuirei al caso piuttosto che al clima, ma ch'erano comuni agli oriundi e agli stranieri. Un ambasciator di Ottone dichiarò nella Corte di Costantinopoli, che i Sassoni sapean battersi meglio colla spada che colla penna, e che preferivano la morte alla vergogna di volgere il tergo al nemico[652]. I Nobili della Francia si gloriavano di non avere nei lor modesti abituri altro diletto che la guerra e la rapina, unica occupazione della lor vita. Affettavano di mettere in ridicolo i palazzi, i banchetti, e i costumi gentili degli Italiani, che, secondo l'opinione dei Greci medesimi, avean tralignato dall'amor di libertà e dal valore degli antichi Lombardi[653].

Il famoso editto di Caracalla concedette ai suoi sudditi, cominciando dalla Brettagna sino all'Egitto, il nome e i privilegi di Romani; e da quel punto il lor sovrano, sempre in mezzo a' suoi concittadini, potè a sua scelta determinare o eleggere momentaneamente la residenza nell'una o nell'altra delle province della patria comune. Quando seguì la divisione dell'oriente e dell'occidente, fu conservata con tutto lo scrupolo l'unità ideale dell'impero; nei titoli, nelle leggi, negli statuti, i successori di Arcadio e di Onorio si annunciarono sempre come colleghi inseparabili nelle medesime incumbenze, come associati alla sovranità dell'impero e della città di Roma entro i medesimi limiti. Caduta la monarchia d'occidente, la dignità della porpora romana si concentrò tutta quanta nei principi di Costantinopoli: Giustiniano fu il primo che unì all'impero i dominii dell'antica Roma, che ne erano separati da sessant'anni, e che sostenne col dritto di conquisto l'augusto titolo d'imperator de' Romani[654]. Un motivo di vanità o di disgusto indusse uno de' suoi successori, Costantino II, ad abbandonare il Bosforo Tracio, ed a restituire al Tevere gli antichi onori; pensiero insensato! esclama il malevolo scrittore della istoria bisantina, spogliare una vergine adorna di tutto lo splendore della gioventù e della bellezza, per abbellire, o piuttosto mettere in mostra la deformità d'una vecchia grinzosa[655]. Ma il ferro de' Lombardi gli impedì di fermare il piede in Italia; entrò in Roma, non come un vincitore, ma in figura di fuggiasco; e dopo aver passato colà dodici giorni, mise a sacco l'antica capitale del Mondo, e poi ne partì per sempre[656]. Succedette l'intera separazione dell'Italia, e dell'impero di Bisanzio circa due secoli dopo le conquiste di Giustiniano; e appunto sotto il suo regno cominciò ad andare in disuso la lingua latina. Avea questo legislatore pubblicato le sue Instituta, il suo Codice, e le Pandette, in un linguaggio che egli vanta come lo stile pubblico del governo romano, l'idioma della Corte e del senato di Costantinopoli, degli eserciti, e de' tribunali dell'oriente[657]. Ma non si intendea nè dal popolo, nè dai soldati dalle province asiatiche questa lingua straniera; e la maggior parte degli interpreti delle leggi, e dei ministri di Stato non la sapeano che malamente. Dopo una lotta che durò poco, la natura e l'abitudine trionfarono delle istituzioni della potenza umana; Giustiniano, a pro dei sudditi, promulgò nelle due lingue le sue Novelle; le varie parti della sua voluminosa giurisprudenza furono successivamente tradotte:[658] fu posto in dimenticanza l'originale, non si studiò più che la versione, e la lingua che per sè stessa meritava la preferenza, divenne nell'impero Greco l'idioma della legge, come quello della nazione. I successori di Giustiniano, e per la loro origine e per l'uso del paese che abitavano, furono stranieri alla lingua romana. Tiberio, secondo gli Arabi,[659] e Maurizio, secondo gli Italiani[660], furono i primi Cesari greci, e i fondatori d'una nuova dinastia, e d'un nuovo impero: si compiè sordamente questa rivoluzione prima della morte di Eraclio, e si conservarono alcune frasi oscure della lingua latina nei termini di giurisprudenza, e nelle acclamazioni di Corte. Quando Carlomagno e gli Ottoni ebbero rintegrato l'impero d'occidente, ai nomi di Franchi e di Latini fu dato lo stesso senso e la stessa ampliazione, e questi Barbari altieri sostennero con una specie di giustizia i lor dritti alla favella come al dominio di Roma. Insultarono ai popoli dell'oriente che aveano dimesso l'abito è l'idioma romano, e si fondarono in queste ragionevoli costumanze per indicarli sovente col nome di Greci[661]. Ma dal principe e dai popoli dell'impero Bisantino, fu sdegnosamente ributtata questa denominazione di disprezzo. Con tutti i cangiamenti introdotti dal corso dei secoli, vantavano una successione diretta e non interrotta da Augusto e Costantino in poi; e nell'ultimo grado della debolezza e dell'avvilimento, ai frammenti dell'impero di Costantinopoli rimaneva tuttavia il nome di Romani[662].

Mentre che nell'oriente si scrivevano in latino gli atti del governo, il greco era la lingua della letteratura e della filosofia; con questo idioma sì ricco e perfetto, non poteano gli uomini dotti invidiare il sapere rubato e il gusto imitatore de' Romani loro scolari. Distrutto che fu il paganesimo, perduta la Sorìa e l'Egitto, e abolite le scuole d'Alessandria e d'Atene, le scienze della Grecia a poco a poco si ricoverarono ne' monasteri, e precipuamente nel real collegio di Costantinopoli, incendiato poi sotto il regno di Leone l'Isaurico[663]. Nello stile enfatico dei tempi di cui parliamo, il presidente di quel collegio era chiamato l'astro della scienza; i dodici professori delle diverse scienze e facoltà, erano i dodici segni del zodiaco; aveano una biblioteca di trentaseimila cinquecento volumi, e mostravano un antico manoscritto di Omero in un rotolo di pergamena lungo centoventi piedi, che era stato, dicevano, un intestino di un serpente di mostruosa grandezza[664]. Ma il settimo e l'ottavo secolo furono un periodo di discordia, e di ignoranza; il fuoco divorò la biblioteca; fu soppresso il collegio, e gli autori dipingono gli Iconoclasti, come i nemici della antichità; di fatto i principi della famiglia d'Eraclio e della dinastia isaurica, si disonorarono coll'ignoranza, e col dispregio salvatico che aveano per le lettere[665].

Appare nel nono secolo l'aurora del ritorno delle scienze[666]. Quando il fanatismo degli Arabi fu calmato, furono solleciti i Califfi di conquistare le arti, piuttosto che le province dell'impero; le cure che posero per accattare cognizioni, ravvivarono la emulazione dei Greci: sciorinarono le polverose lor biblioteche, ed appresero a conoscere ed a premiare i filosofi che non aveano per lo innanzi avuto altro compenso delle lor fatiche, se non il piacere dello studio, e la scoperta della verità. Il Cesare Barda, zio di Michele III, meritò il titolo di generoso protettore delle lettere, nome che solo ha potuto preservarne la memoria, e scusarne L'ambizione: egli almeno sottrasse al vizio e alla follìa una parte dei tesori di suo nipote; aperse nel palazzo di Magnauro una scuola, dove colla sua presenza metteva in gara i maestri e gli alunni. Erano Capo Leone il filosofo, arcivescovo di Tessalonica, il cui sapere profondo nell'astronomia e nelle matematiche facea maraviglia a' popoli stranieri dell'oriente; e l'opinione che si avea della sua dottrina, era negli animi volgari accresciuta da quella modesta disposizione, che li inclina a vedere, in tutte le cognizioni che sorpassano le proprie, un effetto di ispirazione e di magia. Per le fervide istanze di questo Cesare, il celebre Fozio[667], suo amico, rinunciò alla independenza di una vita studiosa, ed accettò la dignità di Patriarca, nella quale fu e scomunicato ed assolto dai Sinodi dell'oriente e dell'occidente. Anche per confessione dei sacerdoti suoi nemici, non era estrania a quest'uomo universale alcun'arte o scienza: profondo ne' suoi concetti, istancabile negli studii, eloquente nello stile, esercitava Fozio la carica di Protospatario, ossia di capitano delle guardie, quando fu spedito ambasciatore al Califfo di Bagdad[668]. Per alleviare qualche ora di esiglio, e forse di solitudine, compose in fretta la sua Biblioteca, monumento di erudizione e di critica. In essa fa la rivista, senza metodo, di duecento ottanta autori storici, oratori, filosofi, teologi; ne espone, in compendio, i racconti, o le dottrine; giudica lo stile e il carattere loro, e cribra anche i Padri della chiesa con una libertà prudente, che spesso traluce in mezzo alle superstizioni del suo secolo. L'imperator Basilio, a cui doleva d'essere stato mal educato, commise a Fozio l'istruire il figlio e successore, Leone il Filosofo; e il regno di questo principe, non che di Costantino Porfirogeneta, figlio di esso, sono una delle più belle epoche della letteratura di Bisanzio. La munificenza loro arricchì la biblioteca imperiale dei tesori dell'antichità, ed essi ne fecero da sè stessi, e coll'aiuto di collaboratori, vari estratti e compendi, che senza annoiare l'indolenza del pubblico, sono atti a ricrearne la curiosità. Oltre i Basilici, o il Codice delle leggi, propagarono col medesimo zelo gli studi della agricoltura e della guerra, due arti intese a nudrire e a distruggere l'umana specie; fu compilata la storia della Grecia e di Roma, in cinquantatre titoli o capitoli; ma non ne giunsero a noi che due, quello delle ambasciate, e l'altro delle virtù e dei vizi. Colà i lettori d'ogni classe vedeano dipinto il passato, poteano far loro pro delle lezioni o degli avvisi dati in pagina, e apprendevano ad ammirare, o forse ad imitare, qualche virtù d'un secolo più luminoso. Io non mi fermerò sulle opere dei Greci di Costantinopoli, i quali, con uno studio assiduo degli antichi, meritarono per molti titoli la ricordanza e la gratitudine della posterità. Noi possediamo tuttavia il Manuale filosofico di Stobeo, il Lessico grammaticale e storico di Suida, le Chiliadi di Tzetze che in dodicimila versi comprendono seicento narrazioni, e i Commentari sopra Omero di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, che, dal suo corno d'abbondanza, ci versa i nomi e le autorità di quattrocento scrittori. Da questi autori originali, e dalla numerosa legione degli Scoliasti[669] e del critici, si può conoscere quali fossero le ricchezze letterarie del duodecimo secolo. Era tuttavia Costantinopoli rischiarata dalla luce di Omero e di Demostene, di Aristotile e di Platone; e circondati da simili tesori, che noi godiamo o trascuriamo, dobbiam pure invidiare quella generazione che potea leggere l'istoria di Teopompo, le arringhe d'Iperide, le commedia di Menandro[670], e le odi di Alceo e di Saffo. Il gran numero dei commenti, allora pubblicati sui classici greci, è una prova non solo che allora sussistevano, ma che stavano ancora nelle mani di tutti; e due donne, l'imperatrice Eudossia, e la principessa Anna Comnena, che sotto la porpora coltivarono la rettorica e la filosofia[671], sono un esempio assai sorprendente della universalità del sapere. Il dialetto volgare della capitale era rozzo e barbaro; si segnalavano con uno stile più corretto, e più elaborato, le conversazioni, o almeno gli scritti degli ecclesiastici e de' cortigiani, che talora aspiravano alla purità dei modelli dell'Attica.

Nella moderna nostra educazione, lo studio penoso, ma necessario, di due lingue morte, logora il tempo e rallenta l'ardore d'un giovane alunno. Per lungo tempo i poeti e gli oratori dell'occidente si videro inceppati nei loro pensieri dai barbari dialetti dei nostri antenati, cotanto scemi d'armonia e di grazia; e l'estro, senza l'aiuto de' precetti e degli esempi degli antichi, era abbandonato alla guida naturale ma incolta del proprio giudizio, e della propria immaginazione. I Greci di Costantinopoli, dopo avere purgato l'idioma volgare, usavano liberamente la lingua degli avi, portentosa invenzione dello spirito umano; ed era lor famigliare la cognizione dei sublimi maestri, che aveano dilettato o istruito la prima delle nazioni; ma questi vantaggi non fanno che raddoppiar la vergogna ed il biasimo che aggravano un popolo tralignato. Se i Greci dell'impero stringeano nelle lor mani inerti le ricchezze avìte, non aveano già ereditata l'energia che ha creato ed accresciuto questo sacro patrimonio; leggevano, lodavano, compilavano, ma parea che la lor anima, sonnacchiosa e languida, fosse inabile a pensare e a fare. In uno spazio di dieci secoli, non si scorge una scoperta che abbia migliorata la dignità dell'uomo, o accresciutane la felicità; non una idea di più aggiunta ai sistemi speculativi degli antichi; veniano, l'un dopo l'altro, pazienti discepoli ad ammaestrare dogmaticamente una generazione, non men di loro servile. Non s'è trovato un solo passo di storia, di filosofia, o di letteratura che, per bellezza di stile o di sentimenti, per pensieri originali od anche per una felice imitazione, abbia meritato di vivere. Quei prosatori di Bisanzio, che si leggono con meno noia, hanno una semplicità ingenua e senza pretensione, che non permette di censurarli; ma gli oratori, che si credeano i più eloquenti[672], sono i più lontani dagli esemplari con cui voleano gareggiare. Al nostro gusto e alla ragione, fann'urto in ogni pagina una scelta di parole ampollose e andate in disuso, un fraseggiare pesante e intralciato, una incoerenza di concetti, uno studio puerile d'ornamenti falsi o improprii, e gli stenti di questi scrittori per innalzarsi, per abbagliare il lettore, e coprir d'esagerazione e d'oscurità un'idea triviale. Nella prosa cercan sempre il brio poetico, e la poesia è sempre inferiore alla scipitezza della prosa. Le muse della tragedia, della epopea e del poema lirico stavansi taciturne e spoglie d'onore; i Bardi di Costantinopoli non si segnalavano al più che con un enigma o un epigramma, con un panegirico o una novella; trascuravano persino le regole della prosodia, e, pieni l'orecchio della melodia Omerica, confondeano tutte le misure di piedi e di sillabe in quei miserabili accordi, che ebbero nome di versi politici o di città[673]. L'ingegno de' Greci era inceppato da una superstizione vile e imperiosa, che stende il suo dominio intorno alla sfera delle scienze e delle arti. Si smarriva il giudizio nelle controversie metafisiche: colla credenza e le visioni e i miracoli, avean perduto tutti i principii della evidenza morale, ed il gusto era depravato dalle omelie dei monaci, mescuglio assurdo di declamazioni e di frasi della Scrittura. Mai questi poveri studi non furono nemmeno nobilitati dall'abuso dell'ingegno; i Capi della chiesa Greca, stavano umilmente contenti ad ammirare ed a copiare gli oracoli antichi; e le scuole, ed il pulpito non ebbero alcuno che sapesse emulare la gloria di S. Atanasio e di S. Grisostomo[674].

Tanto nei travagli della vita attiva che in quelli della speculativa, l'emulazion dei popoli e degli individui è il movente più efficace degli sforzi e dei progressi del genere umano. Le città dell'antica Grecia serbavano tra loro quella fortunata mescolanza d'unione e di independenza, che sopra una scala più grande, ma in una guisa più debole, si trova fra le nazioni della Europa moderna. Congiunte dalla lingua, dalla religione e dai costumi, erano scambievolmente spettatrici e giudici di sè stesse[675]: independenti per cagion d'un governo e per interessi diversi, mantenea ciascheduna segretamente la propria libertà, e si ingegnava di superare le rivali nello stadio della gloria. Era meno vantaggiosa la situazion dei Romani: pure sin dai primi tempi della repubblica, cioè quando si formò il carattere nazionale, videsi nascere una pari emulazione fra gli Stati del Lazio e dell'Italia, e tutti intesero ad eguagliare, o a vincere nelle arti e nelle scienze i Greci che aveano per esemplari. Non v'ha dubbio, che l'impero dei Cesari non abbia arrestata l'attività e gli avanzamenti dello spirito umano. La sua vastità lasciava in vero qualche libertà all'emulazione reciproca dei cittadini: ma quando fu gradatamente ridotto da prima all'oriente, indi alla Grecia ed a Costantinopoli, non si vide più nei sudditi dell'impero Bisantino che un'indole abbietta e fievole, effetto naturale della loro situazione isolata. Erano oppressi a settentrione da tribù di Barbari; di cui ignoravano il nome, e che appena riputavano uomini. La lingua e la religione degli Arabi, nazione più incivilita, frapponeano ad ogni comunicazione sociale con essi un argine insuperabile. Professavano i vincitori dell'Europa come i Greci la religion cristiana; ma sconosciuto era a questi l'idioma dei Franchi o dei Latini; rozzi ne erano i costumi, e non ebbero co' successori d'Eraclio alcun vincolo d'alleanza o affari di inimicizia. Unico nella sua specie, l'orgoglio greco, sempre contento di sè medesimo, non si turbava giammai pel confronto con un merito straniero, e non vedendo rivali che potessero spronarlo nella sua carriera, nè giudici per coronarlo alla meta, non è da maravigliare se abbia dovuto soccombere. Le Crociate vennero mischiando le nazioni dell'Europa e della Asia; e solamente sotto la dinastia dei Comneni tornò l'impero di Bisanzio a gareggiare, benchè debolmente, in cognizioni e in virtù militari.

FINE DEL DECIMO VOLUME.

[INDICE]

DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE
CHE SI CONTENGONO
NEL DECIMO VOLUME

CAPITOLO L. Descrizione dell'Arabia e de' suoi abitatori. Nascita, carattere, e dottrina di Maometto. Predica alla Mecca. Fugge a Medina. Propaga la sua religione colla spada. Sommessione volontaria o sforzata degli Arabi. Sua morte e suoi successori. Pretensioni e trionfi di Alì e de' suoi discendenti.
A. D.
Descrizione dell'Arabia [pag. 6]
Terreno e clima [7]
Delle tre Arabie o dell'Arabia Deserta, dell'Arabia Petrea, e dell'Arabia Felice [10]
Costumi de' Bedovini o Arabi pastori [10]
Il cavallo [12]
Il cammello [13]
Città dell'Arabia [14]
La Mecca [15]
Suo commercio [16]
Independenza nazionale degli Arabi [17]
Loro libertà e loro carattere domestico [22]
Guerre civili e vendette particolari [25]
Tregua annuale [28]
Loro qualità e loro virtù sociali [28]
Loro amore per la poesia [30]
Esempi di generosità [31]
Loro antica idolatria [33]
Il Caaba o tempio della Mecca [34]
Sagrificii e cerimonie religiose [37]
Introduzione dei Sabei [39]
I Magi [41]
Gli Ebrei [41]
I Cristiani [41]
569-609 Nascita ed educazione di Maometto [43]
Liberazion della Mecca [45]
Qualità del Profeta [47]
Un solo Dio [51]
Maometto appostolo di Dio ed ultimo dei Profeti [56]
Mosè [58]
Gesù [58]
Il Corano [61]
Miracoli [65]
Precetti di Maometto, preghiere, digiuni e limosine [68]
Risurrezione [72]
L'inferno e il paradiso [73]
609 Maometto predica alla Mecca [77]
613-622 La tribù di Koreish s'oppone alla sua missione [82]
622 È cacciato dalla Mecca [84]
622 È ricevuto a Medina in qualità di principe [85]
622-632 Sua dignità regia [88]
Egli dichiara la guerra agli infedeli [89]
Sua guerra difensiva contro i Coreisbiti della Mecca [94]
623 Battaglia di Beder [95]
628 D'Ohud [97]
625 Le nazioni o la fossa [98]
623-627 Maometto soggioga gli Ebrei dell'Arabia [99]
629 Sommession della Mecca [101]
629-632 Conquisto dell'Arabia [105]
629-630 Prima guerra de' Maomettani contro l'impero Romano [109]
632 Morte di Maometto [112]
Suo carattere [117]
Vita privata di Maometto [121]
Sue mogli [122]
Suoi figli [125]
Carattere d'Alì [127]
632 Regno d'Abubeker [128]
634 D'Omar [129]
644 D'Othmano [130]
Discordia de' Turchi e de' Persiani [130]
655 Morte d'Othmano [133]
656-660 Regno d'Alì [134]
655 o 661-680 Regno di Moawiyah [138]
680 Morte d'Hosein [139]
Posterità di Maometto e d'Alì [143]
Trionfo di Maometto [146]
Stabilità di sua religione [147]
Del bene e del male da lui fatto nel suo paese [150]
CAPITOLO LI. Conquisto della Persia, della Sorìa, dell'Egitto, dell'Affrica e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saracini. Impero de' Califfi o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel governo.
632 Unione degli Arabi [152]
Carattere de' loro Califfi [155]
Loro conquiste [158]
632 Invasion della Persia [162]
636 Battaglia di Cadesia [163]
Fondazion di Bassora [166]
637 Sacco di Modain [167]
Fondazione di Cufa [169]
637-651 Conquisto della Persia [171]
651 Morte dell'ultimo re della Persia [174]
712 Conquisto della Transoxiana [177]
632 Invasion della Sorìa [178]
Assedio di Bosra [182]
633 Assedio di Damasco [185]
633 13 luglio. Battaglia d'Aiznadin [188]
Gli Arabi ritornano a Damasco [191]
634 Damasco è presa d'assalto dopo essere stata presa per capitolazione [194]
Persecuzione contro gli abitanti di Damasco [197]
Fiera d'Abyla [200]
635 Assedio d'Eliopoli e d'Emesa [202]
636 novembre. Battaglia d'Yermuch [207]
637 Conquisto di Gerusalemme [211]
638 Conquisto d'Aleppo e d'Antiochia [216]
638 Fuga d'Eraclio [220]
Fine della guerra di Sorìa [225]
633-639 I vincitori di Sorìa [225]
639-655 Avanzamenti dei vincitori della Sorìa [228]
Egitto. Carattere e vita d'Amrou [230]
638 giugno. Invasion dell'Egitto [232]
Le città di Menfi, di Babilonia, e del Cairo [234]
638 Sommessione de' Cofti o Giacobiti [236]
Biblioteca di Alessandria [245]
Amministrazion dell'Egitto [250]
Ricchezza e popolazione [251]
647 Affrica. Prima invasione fatta da Abdallah [256]
Il Prefetto Gregorio e sua figlia [258]
Vittoria degli Arabi [259]
665-689 Progressi de' Saracini in Affrica [263]
670-675 Fondazione di Cairoan [268]
692-698 Conquista di Cartagine [269]
698-709 I Musulmani compiono il conquisto dell'Affrica [272]
Adozione de' Mori [275]
709 Spagna. Primi disegni degli Arabi su questo paese [276]
Stato della monarchia de' Goti [276]
710 Prima discesa degli Arabi in Ispagna [280]
711 La seconda discesa [282]
Loro vittoria [283]
711 Distruzione della monarchia de' Goti [285]
712-713 Conquisto della Spagna fatto da Musa [289]
714 Disgrazia di Musa [294]
Prosperità degli Spagnuoli sotto gli Arabi [297]
Tolleranza religiosa [300]
Propagazione del Maomettismo [301]
Annientamento de' Magi della Persia [303]
Decadenza e caduta del Cristianesimo in Affrica [308]
1149 ec. E della Spagna [310]
Il Cristianesimo tollerato dai Musulmani [311]
Loro mali [312]
718 L'impero dei Califfi [314]
CAPITOLO LII. I due assedii di Costantinopoli fatti dagli Arabi. Loro invasione in Francia, e loro sconfitta per opera di Carlo Martello. Guerra civile degli Ommiadi e degli Abbassidi. Letteratura degli Arabi. Lusso dei Califfi. Imprese navali contro l'isola di Creta, contro la Sicilia e Roma. Decadimento e divisione dell'impero de' Califfi. Sconfitte e trionfi degli imperatori Greci.
Limiti delle conquiste degli Arabi [316]
668-675 Primo assedio di Costantinopoli fatto da gli Arabi [317]
677 Pace e tributo [320]
716-718 Secondo assedio di Costantinopoli [323]
I Saracini abbandonano l'assedio di Costantinopoli [328]
Scoperta ed uso del fuoco greco [329]
721 Invasione della Francia eseguita dagli Arabi [334]
731 Spedizione e vittorie d'Abderamo [336]
732 Disfatta de' Saracini per opera di Carlo Martello [340]
Si ritirano davanti ai Francesi [343]
746-750 Esaltamento degli Abbassidi [344]
750 10 febbraio. Caduta degli Ommiadi [349]
755 Rivolta della Spagna [349]
Triplice division del Califfato [351]
750-960 Magnificenza de' Califfi [351]
Effetti di questa magnificenza pel ben pubblico e pel ben individuale [356]
754-813 Introduzione della letteratura fra gli Arabi [358]
Loro veri progressi nelle scienze [361]
Mancanza d'erudizione, di gusto e di libertà [367]
781-805 Guerre di Haroun-al-Rashid contro i Romani [370]
823 Gli Arabi soggiogano l'isola di Creta [374]
827-878 E di Sicilia [376]
846 Invasion di Roma eseguita dai Saracini [379]
849 Vittoria e regno di Leone IV [381]
852 Fondazione della città Leonina [384]
838 La guerra d'Amorio tra Teofilo e Motassem [384]
841-870 Disordine delle guardie turche [389]
890-951 Nascita e progressi de' Carmatii [392]
900 etc. Loro imprese militari [393]
929 Essi saccheggiano la Mecca [395]
800-936 Rivolta delle province [395]
Le dinastie independenti [397]
800-941 Gli Aglabiti [397]
829-907 Gli Edrisiti [397]
813-872 I Thaeriti [398]
872-902 I Soffaridi [398]
874-999 I Samanidi [399]
868-905 I Tulondi [400]
864-968 Gli Iksiditi [400]
892-1001 Gli Amadaniti [400]
933-1055 I Bowidi [400]
936 Abbassamento de' Califfi di Bagdad [401]
960 Impresa de' Greci [404]
Soggiogamento di Creta [404]
963-975 Le conquiste in Oriente di Niceforo Foca e di Giovanni Zimiscè [405]
Conquista della Cilicia [406]
Invasion della Sorìa [407]
I Greci riprendono Antiochia [407]
Passaggio dell'Eufrate [409]
Pericolo di Bagdad [410]
CAPITOLO LIII. Stato dell'impero d'oriente nel decimo secolo. Sua estensione e divisione. Ricchezze e rendite. Palazzo di Costantinopoli. Titoli e cariche. Orgoglio e potenza degli imperatori. Tattica dei Greci, degli Arabi e dei Franchi. Estinzione della lingua latina. Studi e solitudine de' Greci.
Memorie sull'Impero Greco [412]
Scritti di Costantino Porfirogeneta [412]
Imperfezione di questi scritti [415]
Ambasciata di Luitprando [418]
I temi o le province dell'impero, e loro limiti a diverse epoche [419]
Ricchezza e popolazione [421]
Stato del Peloponneso [423]
Degli Schiavoni [424]
Gli uomini liberi della Laconia [425]
Città e rendite del Peloponneso [426]
Delle manifatture ed in particolare degli opificii di Seta [427]
Questi passano dalla Grecia in Sicilia [429]
Rendita dell'impero Greco [430]
Fasto e lusso degli imperatori [432]
Il palazzo di Costantinopoli [433]
Ammobigliamento ed ufficiali del palazzo [436]
Onori e titoli della famiglia imperiale [438]
Officii dello Stato e dell'esercito [440]
Adorazion dell'imperatore [443]
Ricevimento degli ambasciatori [444]
I Cesari sposi di femmine straniere [448]
Legge immaginaria di Costantino [449]
733 Prima eccezione [449]
941 Seconda eccezione [450]
943 Terza eccezione [450]
972 Ottone d'Alemagna [452]
988 Volodimiro principe di Russia [453]
Autorità dispotica degli imperatori [453]
Forza militare de' Greci, de' Saracini e dei Franchi [456]
Marineria de' Greci [457]
Tattica e carattere de' Greci [461]
Carattere e tattica de' saracini [465]
I Franchi o i Latini [468]
Loro carattere e loro tattica [471]
Perdita della lingua latina [473]
Gli imperatori Greci e loro sudditi vogliono conservare il nome di Romani [477]
Tempo d'ignoranza [478]
Rinascimento della letteratura greca [479]
Decadenza del gusto e dell'ingegno [483]
Mancanza d'emulazion nazionale [486]

FINE DELL'INDICE.