NOTE:

[1.] Poichè in questo capitolo e nel seguente io mostrerò molta erudizione araba, debbo dichiarare la mia perfetta ignoranza delle lingue orientali, e la gratitudine mia pei dotti interpreti, che mi han fatto copia del lor sapere su questa materia in latino, in francese e in inglese. Indicherò a tempo e luogo le raccolte, le versioni e le storie che ho consultate.

[2.] In tre classi ponno dividersi i Geografi dell'Arabia: 1. i Greci e i Latini, le cognizioni progressive de' quali si possono esaminare in Agatarcide (De mari Rubro in Hudson, geographi minores, t. I.), in Diodoro di Sicilia (t. I. l. II, p. 159-167, l. III, p. 211-216, edit. Wesseling), in Strabone (l. XVI, p. 1112-1114), dietro Eratostene, (p. 1122-1132, dietro Artemidoro), in Dionigi (Periegesis, 927-969), in Plinio (Hist. natur., V, 12; VI, 32) e in Tolomeo (Descript. et Tabulae urbium in Hudson, t. III.) 2. Gli scrittori arabi che han trattato quest'argomento collo zelo del patriottismo o della divozione. Gli estratti dati da Pocock (Specimen Hist. Arabum, p. 125-128) della Geografia del Seriffo al-Edrissi, accrescono il disgusto che si prova nella versione, o nel sommario, (p. 24, 27, 44, 56, 108, etc.) pubblicata dai Maroniti coll'assurdo titolo della Geographia nubiensis (Paris 1619); ma i traduttori latini e francesi, Graves (in Hudson, t. III) e Galland (Voyage de la Palestine, del La Roque, p. 265-346), ci han dato a conoscer l'Arabia d'Abulfeda, descrizione la più minuta ed esatta che si abbia di quella penisola, e se le può aggiugnere per altro la Biblioteca Orientale del d'Herbelot, p. 120, et alibi passim. 3. I viaggiatori Europei, tra i quali Shaw (p. 438-455) e Niebuhr (Description, 1773; Voyages, tom. I, 1776) vogliono essere menzionati con onore: Busching (Géographie par Berenger, t. VIII. p. 416-510) ha fatto una compilazione giudiziosa; e il lettore debbe aver sotto gli occhi le carte del d'Anville (Orbis veteribus notus, e la prima parte dell'Asia) e la sua Geografia antica (t. I, p. 208-231).

[3.] Abulfeda, Descriptio Arabiae, p. 1; d'Anville, l'Eufrate e il Tigri, p. 19, 20. In questo luogo, ove si trova il paradiso, o sia giardino d'un satrapo, passò Senofonte coi Greci l'Eufrate per la prima volta (Ritirata dei diecimilal. 1. c. 10, p. 29. edit. Wells).

[4.] Il Reland ha provato con molta erudizione superflua 1. che il nostro mar Rosso (il Golfo d'Arabia) non è che l'una parte del mare Rubrum, Ερυθρα θαλασση degli antichi, che si allungava fino allo spazio indefinito dell'Oceano indiano; 2. Che i vocaboli sinonimi ερυθρος, αιθιοψς, sono allusivi al color dei Neri o Negri. (Dissert. miscell., t. I. p. 59-117).

[5.] Fra le trenta giornate o stazioni, che si contano fra il Cairo e la Mecca, quindici mancano d'acqua dolce. V. la strada degli Hadjees, nei Viaggi di Shaw, p. 477.

[6.] Plinio, nel duodicesimo libro della sua Storia naturale, (l. XII, c. 42) tratta degli aromi, e soprattutto del thus o incenso dell'Arabia: Milton in una similitudine rammenta gli odori aromatici che il vento del Nord-est trasporta sulla costa di Saba (Paradiso Perduto lib. 4).

[7.] Agatarcide afferma che vi si trovavano pezzi d'oro vergine, la cui grossezza variava da quella d'una oliva a quella d'una noce; che il ferro valea due volte e l'argento dieci volte più dell'oro (De mari Rubro, p. 60.). Questi tesori, veri o immaginarii, si son dileguati, e non si conosce al presente nell'Arabia una sola miniera d'oro. (Niebuhr, Description, p. 124).

[8.] Si consulti, si legga per intero e si studii lo Specimen Historiae Arabum di Pocock (Oxford, 1650, in 4). Le trenta pagine del testo e della versione sono un estratto delle dinastie di Gregorio Abulfaragio, tradotte poi dal Pocock (Oxford 1663, in 4.) Le trecencinquantotto note sono una Opera classica ed originale sulle antichità dell'Arabia.

[9.] Arriano indica gl'Icthyofagi della costa d'Hejaz (Periplus maris Erythraei, p. 12), e li pone ancora al di là di Aden (p. 15.). Pare probabile che le coste del mar Rosso (prese nel senso più largo) fossero abitate da quei Selvaggi anche ai tempi di Ciro; ma stento a credere che vi fossero tuttavia dei cannibali fra loro sotto il regno di Giustiniano (Procopio, De bello Persico l. I. c. 19).

[10.] V. lo Specimen Historiae Arabum, di Pocock, p. 2, 5, 86, ec. Il viaggio del Signor d'Arvieux fatto nel 1664 al campo dell'Emir del Monte Carmelo (Voyage de la Palestine, Amsterdam, 1718) presenta un quadro piacevole ed originale della vita de' Beduini, rischiarato ancora da Niebuhr, (Description de l'Arabie, p. 327-344), e dal Signor di Volney (t. I. p. 343-385), l'ultimo e il più giudizioso di quanti han pubblicati viaggi nella Siria.

[11.] Leggansi (nè sarà noiosa la briga) gli articoli impareggiabili sul Cavallo e sul Cammello dell'Istoria naturale del Signor di Buffon.

[12.] V. sui cavalli arabi il d'Arvieux (p. 159-173), e Niebuhr (p. 142-144). Sulla fin del tredicesimo secolo erano stimati i cavalli di Neged per la sicurezza del piede; quelli dell'Yemen per la forza e per l'utilità dei servigi; quelli di Hejaz per la più bella apparenza. I cavalli europei, che si poneano nella decima ed ultima classe, erano generalmente spregiati per aver troppo corpo e poco ardimento (d'Herbelot Bibl. Orient. p. 339); avean bisogno di adoperare tutto il vigore per portare il cavaliere e la sua armatura.

[13.] Qui carnibus camelorum vesci solent odii tenaces suntdiceva un medico Arabo. (Pocock Specimen p. 88.). Maometto stesso, che amava molto il latte della femmina di questo quadrupede, preferiva la vacca, e non ha fatto menzion del cammello; ma il vitto alla Mecca e a Medina era già meno frugale (Gagnier, Vie de Mahomet, t. III. p. 404).

[14.] Marciano d'Eraclea (in Perip., p. 16, in t. I; de Hudson, minor Geograph.) noverava cento sessantaquattro città nell'Arabia Felice. Poca per altro poteva esserne l'estensione, e forse grande la credulità dello scrittore.

[15.] Albufeda (in Hudson, t. III, p. 54) paragona Saana a Damasco: anche oggi è la residenza dell'Iman dell'Yemen (Voyages de Niebuhr, t. I. p. 331-342). Saana è distante ventiquattro parasanghe da Dafar (Abulfeda, p. 51), e sessantotto da Aden (p. 53).

[16.] Pocock, Specimen, p. 57; Geograph. Nubiensis, p. 52. Meriaba, o Merab, che avea sei miglia di circonferenza fu distrutta dalle legioni d'Augusto (Plinio Hist. nat. VI, 32); e non era per anche risorta nel secolo sedicesimo (Albufeda Descript. Arab., p. 58).

[17.] Il nome di Medina fu dato κατ’ εξοχην, per eccellenza, a Yatreb (la Iatrippa de' Greci), ove risiedeva il Profeta. Albufeda fa il computo (p. 15) delle distanze da Medina per istazioni, o giornate d'una caravana; ne conta quindici sino a Bahrein, diciotto a Bassora, venti a Cufah, venti a Damasco o alla Palestina, venticinque al Cairo, dieci alla Mecca, trenta dalla Mecca a Saana, o Aden, e trentun giorni, o quattrocento dodici ore, sino al Cairo (Voyages de Shaw, p. 477); e secondo il calcolo del d'Anville (Mesures itinéraires, p. 99), una giornata di cammino era di circa 25 miglia inglesi. Plinio (Hist. nat. XII, 32) contava sessanta cinque stazioni di cammelli dal paese dell'incenso (Hadramaüt, nell'Yemen, fra Aden, e il capo Fartasch) sino a Gaza nella Siria. Queste misure possono aiutare la fantasia e dar lume a' fatti.

[18.] Fa d'uopo ricorrere agli Arabi per sapere quel che si può della Mecca (d'Herbelot, Bibl. orient. p. 368-371; Pocock, Specimen, p. 125-128; Abulfeda, p. 11-40). Non essendo permesso a' miscredenti l'entrarvi, i nostri viaggiatori non ne parlano: il poco che ne dice Thevenot (Voyage du Levant, part. I, p. 490) è tolto dalla bocca sospetta d'un rinnegato affricano. Alcuni Persiani vi noveravano seimila case (Chardin, t. IV, p. 167).

[19.] Strabone, l. XVI, p. 1110. D'Herbelot (Bibl. orient., p. 6.) accenna una di queste case di sale presso Bassora.

[20.] Mirum dictu ex innumeris populis pars aequa in commerciis aut latrociniis degit (Plinio, Hist. nat., VI, 32). Vedi il Koran di Sale, Sura 106, p. 503; Pocock, Spec., p. 2; d'Herbelot, Bibl. orient., p. 361; Prideaux, Vie de Mahomet, p. 5; Gagnier, Vie de Mahomet, t. 1, p. 72-120, 126. etc.

[21.] La Genesi, al capo 16, v. 12, dice: hic erit ferus homo: manus ejus contra omnes, et manus omnium contra eum, et e regione universorum fratrum suorum figet tabernacula. Qui nel dato carattere d'Ismaele possono considerarsi descritti profeticamente i suoi discendenti, gli Arabi, dati a regolare ladroneccio, e dimoranti poco lungi della Palestina; non sono artificiosamente contorti i sensi della Genesi; non si potrebbe per altro spiegare il manus omnium contra eum che col riferirlo all'essere stata l'Arabia alcune volte invasa da armate tartare, e persiane; ma ciò potrebbe pur dirsi di tanti altri Stati. (Nota di N. N.)

[22.] Un dottor anonimo (Univers. History, vol. XX, edit. in-8) ha ricavato dall'independenza degli Arabi una dimostrazione formale della verità del cristianesimo. Può un critico primieramente negare i fatti, e poi disputare sul senso del passo che si allega della Bibbia (Genes. XVI, 12), su l'ampiezza della applicazione, e sul fondamento della genealogia.

[23.] Fu soggiogato (A. D. 1173) da un fratello del gran Saladino che fondò una dinastia de' Curdi o degli Ayoubiti (Guignes, Hist. des Huns, t. 1, p. 425; d'Herbelot, p. 477).

[24.] Dal luogotenente di Solimano I (A. D. 1538), e da Selim II (1568). V. Cantemir (Hist. de l'empire Ottoman, p. 201-221.) Il Bascià che risedeva in Saana comandava a ventun Bey, ma non mandò mai tributi alla Porta (Marsigli, Stato Militare dell'impero Ottomano, p. 124), e i Turchi ne furono cacciati verso l'anno 1630. (Niebuhr, p. 167, 168.)

[25.] Le principali città della provincia romana che chiamavasi Arabia e terza Palestina, erano Bostra e Petra che datavano dall'anno 105, epoca in cui furono soggiogate da Palma, luogotenente di Traiano. (Dion Cassio, l. LXVIII). Petra era la capitale de' Nabatei, che traevano il nome dal primogenito dei figli d'Ismaele (Genes. XXV, 12, etc., co' Commenti di San Girolamo, del Le Clerc, e del Calmet). Giustiniano abbandonò un paese palmifero di dieci giornate di viaggio al mezzodì di Aelah (Procopio, De bell. persico, l. I, c. 19); e i Romani avevano un centurione e una dogana (Arriano in Periplo maris Erythroei, p. 11, in Hudson, t. 1) in un luogo (λευκη κωμη, Pagus Albus Hawarra) del territorio di Medina (d'Anville, Mémoire sur l'Egypte, p. 243). Su questi possedimenti reali, e su qualche nuova scorreria di Traiano (Peripl. p. 14, 15) fondarono gli storici e le medaglie la supposizione che i Romani conquistassero l'Arabia.

[26.] Niebuhr (Descript. de l'Arabie, p. 302, 303, 329-331) ci dà le notizie più recenti ed autentiche sul grado d'autorità che possedono i Turchi nell'Arabia.

[27.] Diodoro di Sicilia (t. II, l. XIX, p. 390-393, ediz. del Wesseling) ha data a conoscere chiaramente l'independenza degli Arabi nabatei, che fecero resistenza alle armi d'Antigono e di suo figlio.

[28.] Strabone, l. XVI, p. 1127-1129; Plinio, Hist. nat., VI, 32. Elio Gallo sbarcò presso Medina, e fece quasi trecento leghe nella parte dell'Yemen che giace fra Mareb e l'Oceano. Il non ante devictis Sabeae regibus (Od. I, 29), e gl'intacti Arabum thesauri (Od. III, 24) d'Orazio, attestano l'indipendenza ancora inviolata degli Arabi.

[29.] Lo stendardo di Maometto non è sacro pel lettore cristiano: questo aggettivo è male applicato ad uno stendardo di un fortunato Capo d'entusiasti, che coll'armi diffusero la lor religione rapidamente in molte, e vaste regioni dell'Asia, e dell'Affrica. (Nota di N. N.)

[30.] V. in Pocock una Storia imperfetta dell'Yemen, Specimen, p. 55-66; di Hira, p. 66-74; di Gassan p. 75-78, su tutte le cose che si poterono sapere, o di cui si potè in un tempo d'ignoranza serbare memoria.

[31.] Le Σαρακηνικα φυλα, μυριαδες ταυτα, και το πλειστον αυτων ερημονομοι, και αδεσποτοι, tribù Saracene, a decine di migliaia, e per lo più abitatrici di deserti, e independenti, descritte da Menandro (Excerpt. legat., p. 149), da Procopio (De bell. Pers. l. I. c. 17-19; l. II, c. 10) e, coi più forti colori, da Ammiano Marcellino, (l. XIV, c. 4) che ne parla sin dal tempo di Marc'Aurelio.

[32.] Questo nome usato da Tolomeo e da Plinio in un senso più ristretto, e da Ammiano e da Procopio in significato più largo, fu ridicolamente derivato da Sarah, moglie d'Abramo; e in un modo assai oscuro dal villaggio di Saraka μετα Ναβαταιους fra i Nabatei (Stephan., De urbibus), ma più plausibilmente da vocaboli arabici, che significano un naturale disposto al ladroneccio, o che denotano la loro situazione all'Oriente (Hottinger, Hist. orient., lib. I, c. I. p. 7, 8; Pocock, Specimen, p. 33-35; Assemani, Bibl. orient. t. IV, p. 567). Ma l'ultima e la più ammessa di tali etimologie è confutata da Tolomeo (Arabia, p. 2, p. 18, in Hudson, t. IV), che segna espressamente la situazione occidentale e meridionale de' Saraceni, che allora erano una tribù oscura stanziata su le frontiere dell'Egitto. Questa denominazione adunque non può riferirsi al carattere nazionale; e poichè fu data da forestieri, convien cercarne l'origine non già nella lingua araba, ma in una straniera.

[33.] Saraceni.... mulieres aiunt in eos regnare. (Expositio totius Mundi, p. 3, in Hudson, t. III). Il regno di Mavia è famoso nella Storia ecclesiastica (Pocock, Specim., p. 69-83).

[34.] Μη εξειναι εκ των Βασιλειων, non uscire della reggia, dicono Agatarcide (De mari Rubro, p. 63, 64, in Hudson, t. I), Diodoro di Sicilia (t. I, l. III, c. 47, p. 215), e Strabone (l. XVI, p. 1124); ma sono tentato a credere che sia una di quelle fole popolari, o di quegli strani accidenti che dalla credulità degli scrittori si spacciano sovente per un atto costante, per un costume, o per una legge.

[35.] Non gloriabantur antiquitus Arabes, nisi gladio, hospite, et ELOQUENTIA (Sephadius, apud Pocock, Specimen, p. 161, 162.) Solo co' Persiani avevano comune il dono della parola; e gli Arabi sentenziosi avrebbero probabilmente sdegnato la schietta e sublime dialettica di Demostene.

[36.] Debbo rammentare al lettore che d'Arvieux, d'Herbelot, e Niebuhr dipingono co' più vivi colori i costumi e il governo degli Arabi, e che da diversi passi della vita di Maometto pigliano luce queste materie.

[37.] V. Il primo capitolo di Giobbe, e si rammenti la lunga muraglia di mille e cinquecento stadi eretta da Sesostri cominciando da Pelusio sino ad Eliopoli (Diodoro di Sicilia, t. 1, l. I, p. 67). A quel tempo i re pastori aveano soggiogato l'Egitto sotto nome di Hycsos (Marsham, Canon. chron., p. 98-163, ec.)

[38.] Ovvero, secondo altro calcolo, mille e dugento (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 75). I due storici che hanno scritto su le Ayam-al-Arab, le battaglie degli Arabi, viveano nei secoli nono e decimo. Due cavalli furono il motivo della famosa guerra di Dahes e di Gabrah, che durò quarant'anni, e passò in proverbio (Pocock, Specimen, p. 48).

[39.] Niebuhr (Description, p. 26-31) espone la teorica e la pratica moderna degli Arabi nel vendicare l'assassinio. Si può riscontrare nel Coran (c. 2, p. 20; c. 17, p. 230), colle osservazioni di Sale, l'indole più rozza dell'antichità.

[40.] Procopio (De bell. Pers. l. I, c. 16) assegna i due mesi di pace verso il solstizio estivo; ma gli Arabi ne contan quattro, il primo mese dell'anno, il settimo, l'undecimo, e il duodecimo, e pretendono che in una lunga serie di secoli non sia mancata questa tregua che quattro o sei volte (Sale, Disc. prélim., p. 147-150, e Note sul nono Capitolo del Corano, p. 154, etc.; Casiri, Bibl. hispano-arabica, t. II, p. 20, 21).

[41.] Arriano, che vivea nel secondo secolo, accenna (in Periplo maris Erithraei, p. 12) la differenza parziale o totale de' dialetti Arabi. Pocock (Specimen, p. 150-154), Casiri (Bibl. hispano-arabica, t. I, p. 1, 83, 292; tom. II, p. 25, ec.) e Niebuhr (Descript. de l'Arabie, p. 72-86) hanno minutamente trattato di ciò che risguarda l'alfabeto e la lingua degli Arabi; ma io trascorro leggermente su questa materia, non prendendo io diletto a ripetere da pappagallo parole che non intendo.

[42.] Il Voltaire ha inserito nel suo Zadig una Novella familiare (il Cane ed il Cavallo) per provare l'accortezza naturale degli Arabi (d'Herbelot, Bibl. orient. p. 120, 121; Gagnier, Vie de Mahomet, t. I, p. 37-46); ma d'Arvieux, o piuttosto La Roque (Voyage de la Palestine, p. 92), ha negata la superiorità di che si dan vanto i Beduini. Le cento sessantanove sentenze di Alì (tradotte in inglese da Ockley, a Londra, 1718) sono un saggio dello spirito de' frizzi in cui son singolari gli Arabi.

[43.] Pocock (Specimen, p. 158-161) e Casiri (Bibl. Hisp. Arab., t. I, p. 48-84, ec., 119; t. II, p. 17, ec.) parlano de' poeti Arabi anteriori a Maometto. I sette poemi della Caaba furono stampati in inglese da Sir William Jones; ma l'onorevole missione che gli fu commessa nell'India ci ha privato delle sue note molto più interessanti che non quel testo vieto ed oscuro.

[44.] Sale, Discours prélim., p. 29, 30.

[45.] D'Herbelot, Bibl. orient., p. 458; Gagnier, Vie de Mahomet, t. III, p. 118. Caab, e Hesno (Pocock, Specim. p. 43, 46, 48) si segnalaron anch'essi nella liberalità, ed un poeta arabo dice elegantemente di quest'ultimo: Videbis eum cum accesseris exultantem, ac si dares illi quod ab illo petis.

[46.] Tutto quello che ora può sapersi dell'idolatria degli Arabi antichi si trova in Pocock, (Specim., p. 89, 136, 163, 164). La sua profonda erudizione è stata interpretata in modo ben chiaro e conciso dal Sale (Discours prélim., p. 14-24); e l'Assemani (Bibl. orient., t. IV, p. 580-590) ha aggiunto annotazioni preziose.

[47.] Ιερον αγιωτατον ιδρυται τιμωμενον υπο παντων Αραβων περιττοτερον si vede un Tempio famoso venerato per santissimo da tutti gli Arabi (Diod. di Sicilia, t. I, l. III, p. 211); la qualità e il sito concordano tanto che mi fa maraviglia come siasi letto questo passo curioso senza avvertirlo e senza badare all'applicazione. Pure Agatarcide (De mari Rubro, p. 58, in Hudson, t. I.), copiato da Diodoro nel resto di quella descrizione, non fa motto di quel celebre Tempio. Forse che il Siciliano ne sapea più che l'Egizio? O fu costrutta la Caaba tra l'anno di Roma 650 e il 746, tempo in cui componevano i loro libri? (Dodwell, in Dissertat. ad. t. I, Hudson, p. 72; Fabricio, Bibl. graec., t. II. p. 770).

[48.] Pocock, Specimen, p. 60, 61. Dalla morte di Maometto retrocediamo a sessantott'anni, e dalla sua nascita a cento ventinove anni avanti l'Era cristiana. Il velo, o la tela, che oggi è di seta e d'oro, non fu anticamente che una stoffa di lino d'Egitto. (Abulfeda, Vit. Mohammed, c. 6, p. 14).

[49.] La pianta originale della Caaba, servilmente copiata dal Sale, dagli autori della Storia universale, ec. è un abbozzo fatto da un Turco, che Reland (De religione Mohammed, p. 113-123) ha corretta e spiegata colla scorta di buone autorità. Si consulti su la Leggenda e la Descrizione della Caaba il Pocock (Specimen, p. 115-122), la Bibliothèque orientale del di Herbelot (Caaba, Hagier, Zemzem, etc.), e il Sale (Disc. prélimin. p. 114-122).

[50.] Sembra che Cosa, quinto antenato di Maometto, usurpasse la Caaba (A. D. 440); ma Iannabi (Gagnier, Vie de Mahomet, t. I, p. 65-69) e Abulfeda (Vit. Mohammed, c. 6, p. 13) raccontano il fatto diversamente.

[51.] Massimo Tirio, che vivea nel secondo secolo, attribuisce agli Arabi il culto d'una pietra. Αραβιοι σεβουσι μεν, εντινα κα δε ηιδα, το δε αγαλμα ειδον; λοθος ην τετθαγωνος gli Arabi adorano un simulacro di tal fatta, che per altro non ho veduto; la pietra, era quadrangolare (Dissert. 8, t. I, p. 142, ediz. Reiske); e i cristiani hanno ripetuto con gran veemenza questo rimprovero (Clemente Alessandrino, in Protreptico, p. 40; Arnobio, Contra gentes, lib. VI, p. 246). Ma pure quelle pietre altro non erano che i Βαιτυλα della Siria e della Grecia, tanto rinomati nell'antichità sacra e profana (Euseb. Praep. Evangel., l. I, p. 37; Marsham, Canon. chron. p. 54-56).

[52.] Il dotto Sir John Marsham (Canon. chron., p. 76-78, 301-304) discute esattamente i due orridi punti dell'Ανδροθυσια sagrifici umani, e della παιδοθυσια, sagrifici di fanciulli. Sanconiatone dall'esempio di Crono trae l'origine de' sagrifici della Fenicia; ma non sappiamo se Crono vivesse prima o dopo Abramo, od anzi se mai sia stato al Mondo.

[53.] Κατ’ ετος εκαστον παιδα εθυον ogn'anno sagrificavano un fanciullo; tal'è il rimprovero di Porfirio; ma egli accusa di questo crudel costume anche i Romani, costume già abolito del tutto, A. V. C. 657. Tolomeo (Tabul., p. 37, Arabia, p. 9-29), ed Abulfeda (p. 57) fan menzione di Dumaetha, Daumat-al-Gendal; e le carte di d'Anville pongono questo luogo nel cuor del deserto, tra Chaibar e Tadmor.

[54.] Procopio (De bell. pers., l. I, c. 28), Evagrio (l. VI, c. 21) e Pocock (Specimen, p. 72-86) attestano i sagrifici umani degli Arabi del sesto secolo. Il pericolo e la liberazione d'Abdalah son piuttosto una traduzione che un fatto (Gagnier, Vie da Mahomet, l. I, p. 82-84).

[55.] Non può dirsi, che gli Ebrei s'astenessero dal mangiare le carni del porco per ignoranza, per sanità o per qualunque altro motivo; essi ciò facevano per comando di Dio, venuto loro per mezzo di Mosè, fondatore di lor religione; non bisogna unire insieme gli usi religiosi delle altre nazioni con quelli degli Ebrei; potevano essi essere i medesimi, anzi, parlando dell'astinenza dal mangiare il porco, lo erano; ma i motivi di cotale astinenza erano diversi; presso gli Ebrei, il solo motivo che Mosè ne addusse fu il commando assoluto di Dio. Lo stesso dicasi della circoncisione della quale viene l'Autore subito a parlare. (Nota di N. N.)

[56.] Suillis carnibus abstinent, scrive Solino (Polyhist., c. 33), il quale copia da Plinio (l. VIII, c. 68); strana supposizione che i maiali non possano vivere nell'Arabia. Aveano gli Egizi un'avversione naturale e superstiziosa per questo animale immondo (Marsham, Canon, p. 206). Gli Arabi antichi praticavano altresì, post coitum, la ceremonia dell'abluzione (Erodoto, l. I, c. 80), consacrata dalla legge de' Musulmani (Reland, p. 57, etc.; Chardin, o piuttosto il Mollah di Shah Abbas, t. IV, p. 71, etc.).

[57.] I dottori Musulmani non han piacere di trattare questa materia; pure credono necessaria la circoncisione per la salute, e pretendono ancora che per una specie di miracolo, nascesse Maometto senza prepuzio (Pocock, Spec., p. 319, 320; Sale, Disc. prélim., p. 106, 107).

[58.] Diodoro Siculo (t. I, l. II, p. 142-145) ha data alla lor religione un'occhiata curiosa ma superficiale da Greco. Si dee apprezzare la loro astronomia, avvegnachè aveano finalmente fatto uso della lor ragione, se dubitavano che il sole fosse nel numero de' pianeti e delle stelle fisse.

[59.] Semplicio (che cita Porfirio), De coelo, l. II, com. 46, p. 123; l. XVIII, ap. Marsham, Canon chron., p. 474, che dubita del fatto perchè contrario a' suoi sistemi. La più vecchia data delle osservazioni de' Caldei è dell'anno 2234 avanti Gesù Cristo. Dopo il conquisto di Babilonia fatto da Alessandro, quelle osservazioni, per le preghiere d'Aristotele, furono comunicate all'astronomo Ipparco. Che bel monumento nella storia delle Scienze!

[60.] Pocock (Specim., p. 138-146), Hottinger (Hist. orient., p. 162-203), Hide (De relig. vet. Persar., p. 124-128, ec.), d'Herbelot (Sabi, p. 725, 726) e Sale (Discours prélim.) destano in noi curiosità senza soddisfarla, e l'ultimo scrittore confonde il Sabeismo colla religion primitiva degli Arabi.

[61.] Essendo stato Abramo un pastore Caldeo, essendo stati gli Ebrei schiavi in Babilonia, città della Caldea, ed essendo stati istruiti della creazione, e del diluvio da Mosè, è naturale che le idee dei Caldei, o Sabei, intorno a queste cose, fossero conformi a quelle degli Ebrei: del resto sono stati attribuiti alcuni libri ad Adamo, a Seth, e ad Enoch. (Nota di N. N.)

[62.] D'Anville (l'Eufrate e il Tigri, p. 130-147) determina il sito di que' cristiani equivoci. L'Assemani (Bibl. orient., t. IV, p. 607-614) avrà forse esposto i lor veri Domma, ma è fatica arrischiata il voler fissare la credenza d'un popolo ignorante che teme e arrossisce di svelare le sue arcane tradizioni.

[63.] Abitavano i Magi nella provincia di Bahrein (Gagnier, Vie de Mahomet, t. III, p. 114) frammisti agli Arabi antichi (Pocock, Specimen, p. 146-150).

[64.] Cioè i Cattolici hanno procurato di spargere il più che hanno potuto la loro credenza, ma non già d'avere l'Impero temporale. (Nota di N. N.)

[65.] Pocock, aderendo a Sharestani, ec. (Specimen, p. 60-134, ec.), Hottinger (Hist. orient., p. 212-238), d'Herbelot, (Bibl. orient., p. 474-476), Basnagio (Hist. des Juifs, t. VII, pag. 185, t. VIII, pag. 280) e Sale (Disc. prélim., p. 22, ec. 33, ec.) descrivono la situazione de' Giudei e dei Cristiani nell'Arabia.

[66.] Nelle obblazioni avean per massima d'ingannar Dio a pro dell'idolo, ch'era meno possente, ma più irritabile (Pocock, Specimen, p. 108-109).

[67.] Le versioni ebraiche o cristiane che abbiamo della Bibbia sembrano più moderne del Corano, ma dee credersi che s'avessero traduzioni anteriori, 1. per l'uso perpetuo della sinagoga, che spiegava la lezione ebraica con una parafrasi in lingua volgare del paese; 2. per l'analogia delle versioni armena, persiana ed etiopica, espressamente citate da' Padri del quinto secolo, i quali asseriscono che le scritture erano state tradotte in tutte le lingue de' Barbari. (Walton, Prolegomena ad Biblia Polyglotta, p. 34, 93, 97; Simon, Hist. crit. du vieux et du nouveau Testament, t. I, p. 180, 181, 282, 286, 293, 305, 306; t. IV, p. 206.)

[68.] La credenza che prestarono gli Arabi, prima che Maometto fondasse la sua nuova religione, ai miracoli narrati nella Bibbia, era fondata sopra i motivi di credibilità che avevano i miracoli stessi; non può dunque dirsi credulità. L'Autore poi ha torto dicendo, per le parole di Hottinger, est une calomnie maladroite des chrétiens, poichè vi sono anche alcuni altri scrittori cristiani che confessano esser nato Maometto di stirpe nobile. (Nota di N. N.)

[69.] In eo conveniunt omnes, ut plebejo vilique genere ortum, etc. (Hottinger, Hist. orient., p. 136). Ma Teofane, il più antico degli storici Greci, e padre di più menzogne, confessa che Maometto era della razza d'Ismaele, εκ μιας γενικωτατης φυλης (Chron. p. 277.) di una famiglia nobilissima.

[70.] Abulfeda (in Vit. Mohammed, c. 1, 2) e Gagnier (Vie de Mahomet, p. 25-97) espongono la genealogia del Profeta quale è ammessa da' suoi nazionali. Se fossi alla Mecca, mi guarderei ben del contrastarne l'autenticità, ma a Losanna mi farò lecito d'osservare, 1. che da Ismaele a Maometto lo spazio è di duemila e cinquecento anni, e che i Musulmani non contano che trenta generazioni in vece di settantacinque; 2. che i Beduini moderni sono ignari della storia propria, e non si curano della lor genealogia (Voyage de Darvieux, p. 100-103).

[71.] I primi semi di questa o favola o storia si trovano nel centesimoquinto capitolo del Corano, e Gagnier (Préface de la Vie de Mahomet, p. 18, etc.) ha tradotto il racconto d'Abulfeda sul quale si può cercare qualche schiarimento nel d'Herbelot (Bibl. orient., p. 12) e Pocock (Specimen, p. 64). Prideaux (Vie de Mahomet) scrive essere una novella inventata dal profeta; ma il Sale (Koran, p. 501-503), mezzo Musulmano, punge l'incoerenza di questo scrittore che credeva ai miracoli dell'Apollo di Delfo. Il Maracci (Alcoran, t. I, parte II, p. 14; t. II, p. 823) attribuisce il prodigio al diavolo, e forza i Musulmani a confessare che Dio non avrebbe protetto contro i cristiani gli idoli della Caaba.

[72.] Le epoche più sicure, quelle d'Abulfeda (in Vit., c. 1, p. 2) d'Alessandro o de' Greci 882, di Bocht Naser o Nabonassar 1316, ci danno l'anno 569 per quella della nascita di Maometto. A' Benedettini è sembrato troppo oscuro ed incerto il vecchio calendario degli Arabi per prestargli fede (Art de vérifier les dates, p. 15); stando al giorno del mese o della settimana, fanno un nuovo computo, e ritirano indietro la nascita di Maometto sino al 10 novembre 570. Concorderebbe questa data coll'anno 882 de' Greci, stabilita da Elmacin (Hist. Saracen. p. 5) e da Abulfaragio (Dynast. p. 101, e l'Errata della versione di Pocock). Si pone oggi molta cura a conoscere l'epoca precisa della nascita di Maometto, che forse non era nota a quest'ignorante profeta[*].

* Alcuni letterati più moderni pongono la nascita di Maometto nell'anno 571 dell'Era cristiana. (Mohammeds religion, etc. von Cludius, p. 21) (Nota dell'Editore francese).

[73.] Secondo altri, Abu-Taleb s'impadronì del retaggio paterno di Maometto, e cercò ancora di far perire quell'orfano, il quale dovè ricorrere alla protezione degli altri parenti, di fuggire e d'andare dietro le carovane. (Mohammeds religion aus dem Koran dargelegt etc. von Cludius, p. 21.) (Nota dell'Editore francese).

[74.] Ecco la testimonianza onorevole che Abu-Taleb rendette alla sua famiglia e al nipote. Laus Dei, qui nos a stirpe Abrahami et semine Ismaelis constituit, et nobis regionem sacram dedit, et nos judices hominibus statuit. Porro Mohammed filius Abdollahi nepotis mei (nepos meus) quo cum ex aequo librabitur e Koraishidis quispiam cui non praeponderaturus est, bonitate et excellentia, et intellectu et gloria et acumine etsi opum inops fuerit (et certe opes umbra transiens sunt et depositum quod reddi debet), desiderio Chadijae filiae Chowailedi tenetur, et illa vicissim ipsius, quidquid autem dotis vice petieritis, ego in me suscipiam (Pocock, Specimen, a septima parte libri Ebu Hamduni.)

[75.] L'istoria della vita privata di Maometto, dalla sua nascita sino alla sua missione, si legge in Abulfeda (in Vit., c. 3-7) e negli scrittori Arabi, autentici o supposti, citati dall'Hottinger (Hist. orient., p. 204-211), nel Maracci (t. I, p. 10-14) e nel Gagnier (Vie de Mahomet, t. I, p. 97-134).

[76.] Abulfeda (in Vit. c. 65, 66), Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 272-289). Le tradizioni più verosimili sulla persona e i discorsi del Profeta vengono da Ayesha, da Alì e da Abu Horaira, soprannomato il padre d'un gatto (Gagnier, t. II, p. 267; Ockley, Hist. of the Saracens, t. II, p. 149), e che morì l'anno dell'egira 59.

[77.] Que' che credono che Maometto sapesse leggere e scrivere, non hanno adunque esaminato ciò ch'è scritto d'altra mano che la sua ne' suras, o cap. del Corano 7, 29 e 96. Abulfeda (in vit., c. 7), Gagnier (Not. ad Abulfeda, p. 15), Pocock (Specimen, p. 151), Reland (De Religione Mohammed., p. 236) e Sale (Disc. prélim., p. 43) ammettono senza contrasto que' testi e la tradizione della Sonna. Il Sig. White è presso che il solo che neghi l'ignoranza del profeta, per accusarne l'impostura. Ma le sue ragioni sono tutt'altro che soddisfacenti. Due viaggi non lunghi alle fiere di Siria non bastavano certamente ad acquistare cognizioni sì rare fra i cittadini della Mecca; nè mai alla sottoscrizione d'un trattato, che si fa con animo quieto, avrebbe Maometto lasciata cadere la maschera. Niuna conseguenza può dedursi da ciò che si narra della sua malattia e del suo delirio. Prima che s'avvisasse di spacciarsi profeta, avrebbe dovuto nella vita privata mostrar di sovente che sapeva leggere e scrivere; e i suoi primi proseliti, i membri della sua famiglia, sarebbero stati i più pronti a riconoscere ed accusare la sua scandalosa ipocrisia. (White, Sermons, p. 203, 204; Notes, p. 36-38.)

[78.] Il conte di Boulainvilliers (Vie de Mahomet, p. 201-228) fa viaggiare Maometto come il Telemaco del Fénelon e il Ciro di Ramsay. La sua andata alla Corte di Persia è probabilmente una fola, nè posso capire io stesso donde venga quella esclamazione: «I Greci peraltro son uomini!» Quasi tutti gli scrittori Arabi, Musulmani e Cristiani parlano dei due viaggi nella Siria (Gagnier, ad Abulfeda, p. 10.)

[79.] Mi manca il tempo d'esaminare le favole e le congetture poste in mezzo sul nome di que' forestieri accusati, o presunti dagl'Infedeli della Mecca. (Corano, c. 16, p. 223; c. 35, p. 297, colle note del Sale; Prideaux, Vie de Mahomet, p. 22-27; Gagnier, Not. ad Abulfeda, p. 11-74; Maracci, t. II, p. 400). Il Prideaux medesimo ha osservato che queste intelligenze saranno state secrete, e che la scena succedette nel cuor dell'Arabia.

[80.] Abulfeda (in vit., c. 7, p. 15; Gagnier, t. I, p. 133-135.) Abulfeda (Geogr. arab., p. 4) indica il sito del monte Hera. Eppure Maometto non aveva mai udito parlare della grotta della ninfa Egeria, ubi nocturnae Numa constituebat amicae; non del monte Ida, ove Minosse conversava con Giove, ec.

[81.] Basta leggere il Decalogo, che contiene le volontà di Jehovah, vale a dire di Dio, considerato nella sua essenza, siccome intendevano, ed intendono con quel vocabolo di esprimere gli Ebrei, per conoscere la concordanza dei di lui attributi morali colle virtù sociali; se poi si trovano nella Scrittura sacra alcune espressioni, ed alcuni epiteti, che sembrano sulle prime non potersi concordare coll'idea dell'Essere supremo, siccome sarebbero quelli di iracondo, di furioso, di geloso, determinanti passioni umane, essi, siccome dicono i teologi, devono considerarsi siccome modi figurati di dire de' sacri scrittori, i quali si servivano di cotali espressioni per usare un linguaggio inteso dagli uomini. Se la Scrittura per esempio ci dice, che Dio si riposò dopo l'opera della creazione, chi penserà che l'Essere supremo abbia avuto bisogno di riposarsi, egli ch'è un'attività immensa ed eterna? (Nota di N. N.)

[82.] Corano, c. 9, p. 153. Al-Beidawi e gli altri commentatori citati dal Sale, ammettono questa accusa; io non so vedere come possa acquistare verosimiglianza dalle tradizioni oscure ed assurde de' Talmudisti.

[83.] Leggasi la nostra annotazione (p. 248) fatta al T. IX, e vedrassi distesamente, che non era nel settimo secolo, nè è presentemente, un'idolatria il culto che i Cristiani, o per meglio dire i Cattolici, prestano alle immagini, ed alle reliquie. Se poi i cristiani detti Collidiani, e ch'erano eretici, prestavano a Maria un culto che a ragione era un'idolatria, ciò nulla offende il cattolicismo. (Nota di N. N.)

[84.] Hottinger, Hist. orient., p. 225-228. L'eresia de' Colliridii fu recata di Tracia in Arabia da varie donne, e il nome procede dal vocabolo Κολλυρις, ossia focaccia, ch'esse offerivano alla Dea. Questo esempio, non che quello di Berillo, vescovo di Bostra (Eusebio, Hist. eccles., l. VI, c. 33) e di parecchi altri, ponno scusare quel rimbrotto, Arabia haereseon ferax.

[85.] Quando il Corano parla di tre Dei (c. 4, p. 81, c. 5, p. 92), è chiaro che alludea Maometto al nostro mistero della Trinità; ma i commentatori Arabi non vedono in que' passi che il Padre, il Figlio e la Vergine Maria, Trinità ereticale, sostenuta, dicesi, da alcuni Barbari nel Concilio niceno (Eutych. Annal., t. I, p. 440). Ma l'esistenza de' Marianiti è contestata dal sincero Beausobre (Hist. du Manichéisme, t. I, p. 532); e per dare spiegazione allo sbaglio, dice che viene dalla parola rouah (Spirito Santo), che è del genere femminino in vari idiomi dell'Oriente, e che è in senso figurato la madre di Gesù Cristo nell'Evangelo de' Nazareni.

[86.] La spiegazione soddisfa anche sufficientemente la ragione, e non porge l'idea di pluralità di Dei, ossia di politeismo, ch'era la religione di quasi tutti i popoli antichi, eccettuato specialmente l'Ebreo, e lo è di moltissimi anche oggidì, ed al quale la religione cristiana si opponeva, e si oppone. E poi finalmente cotal mistero non è contrario alla ragione, ma solamente è superiore alla ragione, siccome con buoni ragionamenti sostengono i teologi: la natura è piena di misterj superiori alla ragione, siccome sanno i fisici, ed i metafisici; vorressimo noi negarli perchè non li intendiamo, perchè superano le facoltà della nostra ragione, mentre sono in fatto? perchè non ne ammetteremo noi dunque parlando teologicamente del di lei Autore? Il Gibbon si dichiarò già Teista, cioè pensa rettamente contro gli atei, se pur veramente ve ne furono, e ve ne sono, esservi un Esser supremo, dicendo p. 51, e che così comprende una verità eterna, confermando ciò da filosofo Teista anche in altri luoghi, e specialmente p. 56, il Dio della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo. Perchè mai sembra egli qui opporsi all'idea della Trinità di quest'Essere supremo, siccome fece Maometto, il quale nell'atto che predicava e sosteneva con grande entusiasmo, ed anche coll'armi, contro il politeismo degli Arabi del suo tempo, esservi un Essere supremo, un Dio solo, non ammetteva la Trinità delle Persone, e quindi veniva a negare la divinità di Cristo, ed a riguardarlo soltanto come un uomo ottimo e sapiente, la quale divinità coi motivi della di lei credibilità è il fondamento della credenza dei cristiani? (Nota di N. N.)

[87.] Questo sistema d'idee filosoficamente si svolge nell'esempio d'Abramo, che nella Caldea si oppose alla prima introduzione della idolatria (Corano, c. 6, p. 106; d'Herbelot, Bibl. orient., p. 13.)

[88.] V. il Corano, e soprattutto i capitoli 3 (p. 30), 57 (p. 437), 58 (p. 441) che annunciano l'onnipotenza del Creatore.

[89.] Pocock (Specimen, p. 274, 284-292), Ockley (Hist. of the Saracens, v. 2, p. 82-95), Reland (De relig. Mohamm., l. I, p. 7-13) e Chardin (Voyages en Perse, t. IV, p. 4-28) hanno tradotto i simboli più ortodossi dell'Islamismo. A questa grandissima verità, che niente v'ha di simile a Dio, Maracci (Alcoran., t. I, part. III, p. 87-94) oppone goffamente, che Dio fece l'uomo ad immagine sua.

[90.] V. Reland (De relig. Moham., l. I, p. 17-47). Sale (Discours prélim., p. 73-86, Voyage de Chardin, t. IV, p. 28, 37, 39, 47), su questa aggiunta de' Persiani, Alì è il vicario di Dio. Ma il numero preciso de' profeti non è articolo di fede.

[91.] V. intorno a' libri apocrifi d'Adamo, il Fabricio, Codex pseudepigraphus. V. T., p. 27-29; intorno a que' di Seth, p. 154-157; a que' d'Enoch, p. 160-219; ma il libro d'Enoch è per alcuni rispetti consecrato dalla citazione che ne fa l'appostolo San Giuda. Sincello e Scaligero allegano in suo favore un lungo brano d'una leggenda.

[92.] I sette precetti di Noè sono spiegati dal Marsham (Canon. chronicus, p. 154-180), che in questa occasione aderisce al sapere e alla credulità dello Selden.

[93.] D'Herbelot ha seminato con amenità, ne' suoi articoli Adamo, Noè, Abramo, Mosè, ec., le leggende inventate dalla fantasia de' Musulmani, che hanno piantato il loro edificio su le fondamenta della Sacra Scrittura e del Talmud.

[94.] Corano, c. 7, p. 128, ec.; c. 10, p. 173, ec.; d'Herbelot, p. 647, ec.

[95.] Corano, c. 3, p. 40; c. 4, p. 80; d'Herbelot, p. 390, ec.

[96.] V. l'Evangelo di San Tommaso, o dell'Infanzia, nel Codex apocryphus N. T. del Fabricio, che rauna le varie testimonianze su quello scritto (p. 128-158). Fu pubblicato in greco dal Cotelier, e in arabo dal Sike, che crede posteriore a Maometto la copia che ne abbiamo; ma pure le citazioni s'accordano coll'originale sul discorso di Gesù Cristo nella culla, su gli uccelli d'argilla dotati di vita, ec. (Sike, c. I, p. 168, 169; c. 36, p. 198, 199; c. 46, p. 206; Cotelier, c. 2, p. 160, 161.)

[97.] La Chiesa latina crede, come fu rivelato, che Maria concepì per opera dello Spirito Santo; crede inoltre ch'essa sia stata immacolata nella sua Concezione, e non ha bisogno di prendere quest'ultima credenza dal libro di Maometto, nomato il Koran; se poi la Concezione immacolata v'è indicata, ciò non può che formare un favore già superfluo a cotale credenza. (Nota di N. N.)

[98.] L'immacolata Concezione della Vergine Maria è in modo oscuro indicata nel Corano (c. 3, p. 39), e più apertamente dalla tradizione de' Sonniti (Sale, Nota, e Maracci, t. II, p. 212). San Bernardo riprovò, nel secolo duodecimo, l'immacolata Concezione, come una novità presuntuosa (Fra Paolo, Istoria del Concilio di Trento, l. II.).

[99.] La morte e la resurrezione di Gesù Cristo sono narrate chiaramente negli evangelj, e furono sempre credute. Anche Giuseppe Flavio storico, benchè Ebreo, a vantaggio di tale credenza, accenna la resurrezione, nè vale che alcuni critici indiscreti abbiano sostenuto essere stato artifiziosamente inserito il passo nell'Opera di Giuseppe Flavio, per accreditare la resurrezione narrata nell'evangelio coll'affermazione d'uno scrittore Ebreo vicino alla morte di Cristo: l'autenticità di questo passo fu con buone ragioni difesa. (Nota di N. N.)

[100.] V. il Corano, c. 3, v. 53, e c. 4, v. 156 dell'edizione del Maracci. Deus est praestantissimus dolose agentium (bizzaro elogio).... nec crucifixerunt eum, sed objecta est eis similitudo: espressione che potrebbe accordarsi coll'opinione de' Doceti; ma credono i comentatori (Maracci t. II, p. 113; 115, 173; Sale, p. 42, 43, 79) che un altro uomo, amico o nemico, fosse crocifisso in vece di Gesù Cristo. Uno favola è questa, che avean letta nel vangelo di San Barnaba, pubblicata sin dal tempo di Sant'Ireneo, da vari Ebioniti (Beausobre, Hist. du Manichéisme, t. II, p. 25; Mosheim, De reb. cristian., p. 353).

[101.] Quest'accusa si trova oscuramente espressa nel Corano (c. 3, p. 45); ma nè Maometto nè i suoi settari erano abbastanza versati nella lingua o nell'arte critica, per dare a' lor sospetti qualche valore o apparenza di verità. Gli Ariani peraltro e i Nestoriani han potuto spacciare qualche istoria in questo proposito, e l'ignorante Profeta porge orecchio alle asserzioni ardite de' Manichei. V. Beausobre, t. I, p. 291-306.

[102.] I discepoli di Gesù Cristo ricevettero il Paracleto, ossia lo Spirito Santo, che da lui era stato loro promesso, siccome leggiamo nel secondo capo del Libro degli atti degli appostoli; è inutile poi rispondere alle vane pretensioni di Maometto. (Nota di N. N.)

[103.] Tra le profezie dell'antico e del nuovo Testamento, pervertite di senso per la frode o l'ignoranza de' Musulmani, venne applicata al loro Profeta la promessa del Paracleto, o del Consolatore, che i Montanisti ed i Manichei s'erano già appropiata (Beausobre, Hist. crit. du Manich. t. I, p. 263 etc.); e cambiando la parola περικλυτος in παρακλητος, ciò ch'è facile, fanno risultare l'etimologia del nome di Maometto (Maracci, t. I, part. I, p. 15-28).

[104.] V. sul Corano, d'Herbelot, p. 85-88; Maracci t. I. in vit. Mohammed, p. 32-45; Sale, Discours prélim., p. 56-70.

[105.] L'Alcorano contiene una farragine di moltissime cose, alcune delle quali sono oscure, altre paraboliche, ed enigmatiche; alcune altre si contraddicono. È vero, che i Maomettani dottori pretendono aver avuto L'Alcorano una derivazione divina, cioè esser venuto da Dio fino all'orbita della luna, dalla quale sia stato ogni versetto rivelato a Maometto dall'angelo Gabriele; ma secondo i migliori critici, il libro fu scritto per la massima parte da Maometto; altri pensano che un certo monaco Sergio, o Bhaira, cristiano nestoriano, sia concorso a scriverlo, tanto più che vi si nega la divinità di Cristo, siccome facevano i Nestoriani, e ne venne un miscuglio delle religioni ebraica, cristiana, ed antica arabica; la morale, nell'amore del prossimo, è simile alla cristiana; potrebbe Maometto averla presa anche dai libri di Confucio, legislator de' Chinesi; ma non sembra averne avuto contezza. (Nota di N. N.)

[106.] Corano c. 17, v. 89; Sale, p. 235, 236; Maracci, p. 410.

[107.] Credeva una Setta d'Arabi che la penna d'un mortale eguagliar potesse o sorpassare il Corano (Pocock, Specimen p. 221, etc.); e il Maracci (polemico troppo duro per un traduttore) mette in ridicolo l'affettazione di rime che si scontra nel passo più applaudito (tom. I, part. II, p. 69-75).

[108.] Colloquia (siano reali o favolosi) in media Arabia atque ab Arabibus habita, (Lowth, De poesi Hebraeorum praelect. 32, 33, 34, col Michaelis suo editore tedesco Epimetron IV). Il Michaelis per altro (p. 671, 673) ha notate molte immagini che vengono dall'Egitto, come l'elefantiasi, il papiro, il Nilo, il coccodrillo, ec. Ha caratterizzato l'idioma in cui è scritto il libro di Giobbe, colla denominazione equivoca di Arabico-Hebraea. La rassomiglianza de' dialetti procedenti dalla stessa fonte era assai più sensibile nella loro infanzia che nella maturità (Michaelis, p. 682; Schutens, in praefat Job).

[109.] Al-Bochari morì, A. H. 224. V. d'Herbelot, p. 208, 416, 827; Gagnier, Nota ad Abulfeda, c. 19, p. 33.

[110.] V. soprattutto i capitoli 2, 6, 12, 13, 17, del Corano. Prideaux (Vie de Mahomet, p. 18, 19) ha confuso quell'impostore. Il Maracci, che fa maggiore sfarzo di dottrina, ha dimostrato che i passi del Corano in cui si negano i miracoli di Maometto sono chiari e positivi (Alcoran t. I, part. II, p. 7-12), e che sono ambigui e inconcludenti gli altri che sembrano affermativi (p. 12-22).

[111.] V. lo Specimen Hist. Arabum, il testo d'Abulfaragio (p. 17), le note di Pocock (p. 187-190), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 76, 77 ), i viaggi del Chardin (t. IV, p. 200-203). Il Maracci (Alcoran, t. I, p. 22-64) s'è affaticato a raccogliere o a confutare i miracoli, e le profezie di Maometto, che, secondo vari scrittori, ascendono a tremila.

[112.] Abulfeda (in vit. Mohammed, c. 19, p. 33) narra assai minutamente questo viaggio notturno, ch'ei tratta da visione. Prideaux, che pure ne parla (p. 31-40), aggrava gli assurdi; e Gagnier (t. I, p. 252-343) dichiara, seguendo lo zelante Al-Jannabi, che negare quel viaggio è lo stesso che non credere al Corano. Il Corano peraltro non nomina in quel proposito nè il cielo, nè Gerusalemme, nè la Mecca; non lascia sfuggire che queste mistiche parole; Laus illi qui transtulit servum suum ab oratorio Haram ad oratorium remotissimum (Koran, c. 17, v. I; nel Maracci, t. II, p. 407, poichè il Sale si fa lecita più libertà nella sua versione). Fondamento ben misero per l'aereo edificio della tradizione.

[113.] Maometto, nello stile profetico che adopera il presente o il passato in vece del futuro, avea detto: Appropinquavit hora et scissa est luna (Koran, c. 54, v. I; nel Maracci, t. II, p. 688). Questa figura rettorica fu presa per un fatto che dicesi confermato da testimoni oculari i più degni di fede (Maracci, t. II, p. 990). I Persiani sogliono sempre celebrare la festa di questo avvenimento (Chardin, t. IV, p. 201); e Gagnier (Vie de Mahomet, t. I, p. 183-234) noiosamente svolge tutta questa leggenda su la fede, per quel che pare, del credulo Al-Jannabi. Nondimeno un dottor Musulmano ha combattuto il testimonio principale (apud Pocock, Specimen, p. 187). I migliori interpreti spiegano il passo del Corano nel modo più semplice (Al-Beidawi, apud Hottinger, Hist. orient., l. II, p. 302); e Abulfeda serba il silenzio che a un principe e ad un filosofo si conveniva.

[114.] Abulfaragio (in Specimen, Hist. Arab., p. 17); e le autorità più rispettabili citate nelle note del Pocock (p. 190-194) vengono giustificando quello scetticismo.

[115.] Il buon credente troverà che non era da farsi cotal paragone. (Nota di N. N.)

[116.] Maracci (Prodromus, part. IV, p. 9-24). Reland (nel suo egregio Trattato De religione mohammedica, Utrecht, 1717, p. 67-123), e Chardin (Voyage en Perse, t. IV, p. 47-195) seguendo i teologi Persiani ed Arabi, danno una relazione autenticissima di que' precetti sul pellegrinaggio, su l'orazione, il digiuno, le limosine e le abluzioni. Il Maracci è un accusator parziale; ma il gioielliere Chardin avea l'occhio d'un filosofo, e il Reland, erudito giudizioso, avea corso l'oriente senza uscire di Utrecht. Il Tournefort narra nella lettera quattordicesima (Voyage du Levant, t. II, p. 325-360, in-8) quel che avea veduto della religione de' Turchi.

[117.] Maometto (Koran del Sale, c. 9, p. 153) rimprovera i cristiani perchè si sottomettono a' preti e a' monaci, ed abbiano così altri padroni fuorchè Dio. Il Maracci (Prodromus, part. III, p. 69, 70) scusa questo culto, specialmente pel Papa, e cita, collo stesso Corano, il caso d'Eblis o Satano, che fu precipitato dal cielo per non aver voluto adorare Adamo.

[118.] Koran, c. 5, p. 94, e la nota del Sale, che cita in proposito Jallalodino e Al-Beidawi. D'Herbelot dice che Maometto condannò la vita religiosa, e che i primi sciami di Fakiri, di Dervissi, ec. non comparvero che dopo l'anno 300 dell'Egira (Bibl. orient., p. 292-718).

[119.] V. le due difese in proposito (Koran, c. 2, p. 25; c. 5, p. 94); l'una nello stile d'un Legislatore, l'altra in quello d'un fanatico. Il Prideaux (Vie de Mahomet, p. 62-64) e il Sale (Discours préliminaire, p. 124) svolgono i motivi particolari e pubblici che indussero Maometto a così ordinare.

[120.] La gelosia del Maracci (Prodromus, part. IV, p. 33) fa l'enumerazione delle limosine più liberali ancora che si usano da' Cattolici di Roma. Dice che quindici grandi spedali accolgono migliaia di pellegrini e d'infermi; che annualmente sono dotate mille e cinquecento fanciulle; che vi son cinquantasei scuole di carità pe' due sessi, e che centoventi Confraternite recano sollievo a' lor Membri bisognosi, ec. Le carità di Londra sono anche più estese, ma temo non convenga attribuirle più all'umanità che alla religione del popolo inglese.

[121.] V. Erodoto (l. II. c. 123) e il nostro dotto concittadino Sir John Marsham (Canon. chron., p. 46). L'Αδης di quello scrittore (p. 254-274) è uno schizzo elaborato delle regioni infernali quali erano immaginate e descritte dagli Egizii e da' Greci, da' poeti e da' filosofi dell'antichità.

[122.] Il Coran (c. 2, p. 259; etc.) del Sale (p. 32) e del Maracci (p. 97) riferiscono un miracolo ingegnoso che satisfece alla curiosità d'Abramo, e ne rassodò la credenza.

[123.] Reland, guidato sempre da lealtà, dimostra che Maometto ha riprovato tutti gl'increduli (De religione Mohammed, p. 128-142), che per li diavoli mai non vi sarà salute (pag. 196-199), che non sarà limitato il paradiso a' piaceri sensuali (p. 199-205) e che l'anima delle donne è immortale (p. 205-209).

[124.] Al-Beidawi, apud Sale, Coran, c. 9, p. 164. Il non pregare per un parente incredulo è giustificato, secondo Maometto, da' doveri di un Profeta e dall'esempio d'Abramo, il quale riprovò il proprio padre come nemico di Dio. E pure Abramo (soggiugne egli, c. 9, v. 116, Maracci, t. II, p. 317) fuit sane pius, mitis.

[125.] Questa è una scurrilità poco conveniente ad un grave Scrittore; ogni lettore sensato disapproverà questo scherzo. (Nota di N. N.)

[126.] V. sul giorno del Giudizio, sull'inferno, sul paradiso, ec., il Corano (c. 2, v. 25, c. 56, 78 ec.), colla confutazione virulenta bensì, ma dotta, del Maracci (nelle sue Note, e nel Prodromo, part. IV, p. 78, 120, 122, ec.), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 368-375), Reland (p. 47-61) e il Sale (p. 76-103). Le idee de' Magi sono esposte in guisa oscura ed ambigua del dottore Hyde, loro apologista (Hist. relig. Pers., c. 33, p. 402-412, Oxford, 1760). Il Bayle ha provato nell'articolo Maometto, che lo spirito e la filosofia mal suppliscono al difetto di cognizioni esatte.

[127.] Prima di delineare l'istoria delle operazioni di Maometto verrò indicando gli autori, o i documenti da me prescelti. Le versioni latina, francese e inglese del Corano sono precedute da discorsi storici, e i tre traduttori, il Maracci (t. I, p. 10-32), il Savary (tom. I, p. 1-248) e il Sale (Preliminary Discourse, p. 33-56) aveano accuratamente studiato la lingua e il carattere del loro autore. Furono pubblicate due vite particolari di Maometto, l'una dal dottore Prideaux (Life of Mahomet, settima edizione, Londra, 1718, in 8.) e l'altra dal conte di Boulainvilliers (Vie de Mahomet, Londres, 1730, in 8.). Ma l'opposta brama di trovare un impostore o un eroe, troppo frequentemente ha fatto torto al sapere del primo, e alla sincerità del secondo. L'articolo della Biblioteca orientale del d'Herbelot (p. 598-603) è ricavato precipuamente da Novairi e da Mircond; ma il Sig. Gagnier, nativo di Francia, e professore di lingue orientali in Oxford, è in questa parte la guida migliore e più certa. Ha pubblicato due opere ben lavorate (Ismael Abulfeda, De vita et rebus gestis Mohammedis, etc., latine vertit, praefatione et notis illustravit Joannes Gagnier. Oxford, 1723, in fol. — La vita di Maometto, tradotta e compilata dall'Alcorano dalle tradizioni autentiche della Sonna, e de' migliori Autori arabi, Amsterdam, 1748, 3 vol. in 12): egli ha interpretato, illustrato, supplito il testo arabo d'Abulfeda e Al-Jannabi; il primo principe istruito che regnò in Hamah nella Siria, A. D. 1310-1332 (V. Gagnier, Praefat. ad Abulfeda): il secondo dottor credulo che visitò la Mecca, A. D. 1556 (d'Herbelot, p. 397; Gagnier, t. III, p. 209, 210). Questi sono gli Autori da me seguìti: e dopo questa mia dichiarazione il lettore curioso potrà più minutamente esaminare l'ordine de' tempi e de' capitoli. Debbo osservare per altro che Abulfeda e Al-Jannabi sono storici moderni, e che non si può ricorrere a veruno scrittore del primo secolo dell'Egira.

[128.] Prideaux (p. 8) dietro ai Greci rivela i dubbii segreti della moglie di Maometto. Boulainvilliers (p. 272) espone le mire sublimi e patriottiche di Cadijah, e dei primi discepoli del Profeta, quasi fosse stato il consigliere privato di Maometto.

[129.] Vezirus, portitor, bajulus, onus ferens; e con giusta metafora questo nome plebeo fu applicato alle colonne dello Stato (Gagnier, Not. ad Abulfeda, p. 19). Io m'ingegno di conservare il carattere dell'idioma arabo per quanto mi vien fatto di scorgerlo in una traduzione latina e francese.

[130.] Energici sono e molti i passi del Corano in favore della tolleranza. V. c. 2, v. 257; c. 16, v. 129; c. 17, v. 64; c. 45, v. 15; c. 50, v. 39; c. 88, v. 21, ec. colle note del Maracci e del Sale. In generale possono giudicar gli eruditi questo carattere di tolleranza secondo che loro sembrerà, e se tal capitolo fu rivelato alla Mecca o a Medina.

[131.] V. il Corano (passim, e particolarmente c. 7, p. 123, 124, ec.) e la tradizione degli Arabi (Pocock, Specimen, p. 35-37). Si mostravano a mezza strada, fra Medina e Damasco, certe caverne della tribù di Thamud, adatte ad uomini d'una statura ordinaria (Abulfeda, Arabiae Descript., p. 43-44); e si ponno con qualche probabilità attribuirle ai Trogloditi del Mondo primitivo (Michaelis, ad Lowth, De poesi Hebraeor., p. 131-134; Recherches sur les Egyptiens, t. II, p. 48 ec.).

[132.] Al tempo di Giobbe, i magistrati Arabi punivano realmente il delitto d'empietà (cap. 31, v. 26, 27, 28), ed io arrossisco per un illustre Prelato (De poesi Hebraeorum, p. 650, 651, ediz. Michaelis, e Lettera d'un professore dell'Università d'Oxford, p. 15-53), vedendo che ha giustificato e decantato questa inquisizione de' Patriarchi.

[133.] D'Herbelot, Bibl. Orient., p. 445. Cita egli una storia particolare della fuga di Maometto.

[134.] L'Egira fu istituita da Omar, secondo califfo, a imitazione dell'Era de' Martiri de' Cristiani (d'Herbelot. p. 444), e, parlando esattamente, cominciò sessantotto giorni prima della fuga di Maometto, avanti il primo di Moharren, o sia il primo giorno di quell'anno arabo, che fu il venerdì 16 luglio, A. D. 622. ( Abulfeda, Vita Mohammed, c. 22, 23, p. 45-59, e l'edizione datane da Greaves, delle Epochae Arabum d'Ullug Beig, etc., c. 1, p. 8-10 ec.).

[135.] Le circostanze della vita di Maometto, dopo la sua missione sino all'Egira, si trovano in Abulfeda (p. 14-45), e Cagnier (t. I, p. 134-251, 342-383). La leggenda che sta a pag. 187-234, è assicurata da Al-Iannabi, e rifiutata da Abulfeda.

[136.] Abulfeda (30, 33, 40, 86) e Gagnier, (t. I, p. 343, ec.; 349 ec., t. II, pag. 223, ec.), descrivono la triplice inaugurazione di Maometto.

[137.] Il Prideaux (Vie de Mahomet, p. 44) prorompe in rimproveri contro la scelleragine dell'impostore che spogliò due orfani, figli d'un carpentiere; rimproveri tratti dalla Disputatio contra Saracenos, scritta in Arabo prima dell'anno 1130; ma l'onesto Gagnier (ad Abulfeda, p. 53) ha dimostrato che mal colsero que' due autori il senso della parola al nagiar, che in questo luogo significa non un abietto mestiere, ma una tribù nobile d'Arabi. Abulfeda descrive il cattivo stato di quel terreno; il suo valente interprete ha pensato, seguendo Al-Bochari, che se ne offerse il prezzo; seguendo Al-Iannabi, che la compera fu fatta in tutte le regole, e che, seguendo Ahmed Ben-Giuseppe, il generoso Abubeker ne pagò la somma. Così viene giustificato in questa parte il Profeta.

[138.] Al-Iannabi (apud Gagnier, t. II, pag. 246, 324) descrive il suggello e la cattedra di Maometto come due reliquie preziose; e la dipintura che fa della Corte del Profeta è tolta da Abulfeda (c. 44, p. 85).

[139.] L'ottavo e il nono capitolo del Corano sono i più veementi e feroci; e il Marucci (Prodromus, parte IV, p. 59, 64) ha mostrato più giustizia che discrezione nell'inveire contro le espressioni ambigue adoperate dall'impostore.

[140.] Se Mosè diede esempj di grande severità, egli ci dice, che gli diede per ordine di Dio, e questo basta: quanto poi a' Giudici re d'Israele, sanno i dotti, e ce lo dice anche lo stesso storico ebreo Giuseppe Flavio, che il governo degli Ebrei era teocratico il quale per sè stesso è soggetto a grandi e terribili abusi per parte degli uomini. (Nota di N. N.)

[141.] I devoti cristiani del nostro secolo leggono con rispetto, ma non con pari soddisfazione, il decimo e il ventesimo capitolo del Deuteronomio, corredati da' commenti in pratica di Giosuè, di Davidde, ec.; ma vari vescovi,[*] e i rabbini dei primi tempi han battuto con piacere e con buon effetto il tamburo della guerra sacra. (Sale, Discours prélimin., p. 142, 143).

* Se i vescovi de' tempi andati fecero guerra, e diedero battaglie, non fecero ciò secondo lo spirito vero dell'Evangelo, il quale rimane lo stesso qualunque sieno state le loro azioni. (Nota di N. N.)

[142.] Abulfeda, in Vit. Mohamm., p. 156. L'arsenal particolare di Maometto consisteva in nove sciabole, tre lancie, sette picche, o semipicche, un turcasso e tre archi, sette corazze, tre scudi, e due elmetti (Gagn. t. III, p. 328, 334); eravi inoltre uno stendardo bianco e una bandiera nera (p. 335), venti cavalli (p. 322), ec. La tradizione ha conservato due de' suoi discorsi guerreschi. (Gagnier, t. II, p. 88-337).

[143.] Il dotto Reland (Dissertationes miscellaneae, t. III, Dissert., 10, p. 3-53) ha trattato compiutamente questo soggetto in una dissertazione particolare, De jure belli Mohammedanorum.

[144.] Il Corano (c. 3, p. 52, 53; c. 4, p. 70, ec. colle note del Sale, e, c. 17, p. 413, colle note del Maracci) espone in tuono serio questa dottrina della predestinazione assoluta, su la quale poche religioni hanno da rimproverare sè stesse. Reland (De Religione Mohammed., p. 61-64) e il Sale (Discours prélimin. p. 103) vengono sviluppando le opinioni dei dottori; e i nostri viaggiatori moderni van disaminando quanta sia la fidanza inspirano a' Turchi, fiducia che già comincia a scemare.

[145.] Al-Iannabi (apud Gagnier, t. II, p. 9) gli dà settanta od ottanta cavalli; e in due altre occasioni, anteriori alla battaglia d'Ohud, dice (p. 10) che Maometto aveva una milizia di trenta, e a pagina 66, un corpo di cinquecento cavalieri. Abulfeda, che pare più esatto, asserisce (in Vit. Mohammed, part. XXXI, p. 65) che i Musulmani non aveano alla battaglia d'Ohud che due cavalli. Erano numerosi i cammelli nell'Arabia Petrea, ma i cavalli, per quanto pare, non vi erano comuni come nell'Arabia Felice o nell'Arabia Deserta.

[146.] Beder-Huneena, lungi venti miglia da Medina, quaranta dalla Mecca, giace su la strada maestra della caravana d'Egitto; i pellegrini fanno un'annua festa per la vittoria del Profeta con illuminazioni, razzi ec. (Viaggi di Shaw, p. 477).

[147.] Il luogo ove si ritirò Maometto durante il combattimento è chiamato dal Gagnier (in Abulfeda, c. 27, p. 58, Vie de Mahomet, t. II, p. 30-33) umbraculum, un palchetto di legno con una porta. Reiske (Annales Moslemici Abulfedae, p. 23) traduce la stessa parola Araba in quelle di Solium, Suggestus editior; differenza che molto importa per l'onore dell'interprete e dell'eroe. Duolmi vedere come il Reiske rimproveri il suo collaboratore. Saepe sic vertit, ut integrae paginae nequeant nisi una litura corrigi: Arabiae non satis callebat et carebat judicio critico (J.-J. Reiske, Prodidagmata ad Hagji Chalifae Tabulae, p. 228, ad calcem Abulfedae Syriae Tabulae, Leipzig, 1766, in 4).

[148.] Le vaghe espressioni del Corano (c. 3, pag. 124, 125; c. 8, p. 9) permettono a' commentatori di supporre il numero di mille, tremila o novemila angeli: il più piccolo senza altro bastava a trucidare settanta Koreishiti (Maracci, Alcoran, t. II, p. 131). Gli scoliasti però confessano che niun occhio mortale vide questa squadra angelica (Maracci, p. 297). Fanno commenti arguti su quelle parole: «non tu, ma Dio ec.» (c. 8, 16); d'Herbelot, Bibl. orient. p. 600, 601.

[149.] Geograph. nubiensis, p. 47.

[150.] Nel terzo capitolo del Corano (p. 50-53, colle note del Sale) arreca il Profeta qualche misera scusa sulla sconfitta di Ohud.

[151.] V. su i particolari delle tre guerre di Beder, d'Ohud e della fossa, fatte dai Koreishiti contro Maometto, Abulfeda (p. 56-61, 64-69, 73-77), Gagnier (t. II, p. 23-45, 70-96, 120-139), cogli articoli del d'Herbelot, e i compendi d'Elmacin (Hist. Saracen., p. 6,7) e Abulfaragio (Dynast. p. 102).

[152.] Abulfeda (p. 61, 71, 77, 87, ec.) e Gagnier (t. II, p. 61-65, 107-112, 139-148, 268-294) raccontano le guerre di Maometto contro le tribù Giudaiche di Kainoka, de' Nadhiriti, di Koraidha, e di Chaibar.

[153.] Abu Rafe, servo di Maometto, affermò, si dice, che tutta la sua forza unita a quella d'altre sette persone non bastò a rialzare quella porta da terra (Abulfeda, p. 90). Abu Rafe era un testimonio oculare; ma chi farà testimonianza per lui?

[154.] Elmacin (Hist. Saracen. p. 9), e il grande Al-Zabari (Gagnier, t. II, p. 285) attestano che i Giudei furono sbanditi. Nondimeno il Niebuhr (Descript. de l'Arabie, p. 324) crede che la tribù di Chaibar professi tuttavia la religione Giudaica e la Setta de' Kareiti, e che nel saccheggio delle caravane i discepoli di Mosè sieno soci di quelli di Maometto.

[155.] Abulfeda (p. 84-87, 97-100, 102-111), Gagnier (t. II, p. 209-245, 309-322; t. III, p. 1-58), Elmacin (Hist. Saracen., p. 8, 9, 10), Abulfaragio (Dynast., p. 103), narrano i progressi della impresa per assoggettare la Mecca.

[156.] Solo dopo il conquisto della Mecca il Maometto di Voltaire immagina e compie i più orrendi misfatti. Confessa il Poeta che non ha fondamento storico, e si contenta a dire per sua giustificazione, «che chi fa la guerra alla patria in nome di Dio, è capace di tutto.» (Oeuvr. de Voltaire, t. XV, p. 282). Questa massima non è nè caritatevole nè filosofica, e si dee poi certamente portare un po' di rispetto alla gloria degli eroi, e alla religione de' popoli. So poi che la rappresentazione di quella tragedia scandolezzò forte un ambasciatore Turco che allora stava a Parigi.

[157.] Si disputa tuttavia da' dottori Musulmani su la quistione se la Mecca fosse soggiogata dalla forza, o se ella si sottomettesse di buon grado (Abulf. p. 107, e Gagnier, ad loc.); e questa contesa di parole è tanto importante quanto quella che si agita in Inghilterra sopra Guglielmo il Conquistatore.

[158.] Il Chardin (Voyage en Perse, t. IV, p. 166) e il Reland (Disser. miscell., t. III, p. 51) escludendo i cristiani dalla penisola d'Arabia, dalla provincia di Heyas o dalla navigazione del mar Rosso, sono più severi de' Musulmani medesimi. Sono ammessi i cristiani senza ostacolo nel porto di Moka, e in quello altresì di Gedda, e solo s'è interdetto ai profani l'ingresso nella città e nel precinto della Mecca. (Niebuhr, Description de l'Arabie, p. 308, 309; Voyage en Arabie, t. I, p. 205-248, ec.).

[159.] Abulfeda, pag. 112-115, Gagnier, t. III, pag. 67-88, d'Herbelot, art. Mohammed.

[160.] Abulfeda (p. 117-123) e Gagnier (t. III, p. 88-111) narrano l'assedio di Tayef, la division del bottino, cc. Al-Iannabi fa menzione delle macchine, e degl'ingegneri della tribù di Daws. Credevasi che l'ubertoso terreno di Tayef fosse una porzione della Siria, e trasportato l'avesse colà il diluvio universale.

[161.] Abulfeda (p. 121-133), Gagnier (t. III. p. 119-219), Elmacin (pag. 10, 11) ed Abulfaragio (p. 103) raccontano gli ultimi conquisti, e il pellegrinaggio ultimo di Maometto. Il nono anno dell'Egira fu denominato l'anno delle ambasciate. (Gagnier, Not. ad Abulfed., p. 121).

[162.] Si confronti il superstizioso Al-Iannabi (ap. Gagnier, t. II, p. 232-255) con Teofane (p. 276-278), con Zonara (t. II, l. XIV, p. 86) e con Cedreno (p. 421), Greci non meno di lui superstiziosi.

[163.] V. su la battaglia di Muta, e le conseguenze, Abulfeda (p. 100-102) e Gagnier (t. II, p. 327-343). Καλεδος, scrive Teofane, ον λεγουσι μαχαιραν του Θιου Caled, denominato Spada di Dio.

[164.] I nostri soliti storici, Abulfeda (Vit. Moham. p. 123-127) e Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, pag. 147-163) espongono l'impresa di Tabuc; ma per fortuna possiamo per questa ricorrere al Corano (c. 9, p. 154-165), e alle note erudite e sagaci del Sale.

[165.] Il Diploma securitatis Ailensibus è attestato da Ahmed-Ben-Giuseppe e dall'autore Libri splendorum (Gagnier, Not. ad Abulfeda p. 125). Ma lo stesso Abulfeda, come Elmacin (Hist. Saracen. p. 11), quantunque convengano su i riguardi che Maometto ebbe ai cristiani (p. 13), non fan menzione che della pace che con essi conchiuse, e del tributo che loro impose. Nel 1630, Sionita pubblicò a Parigi il testo e la versione della patente di Maometto in favor de' cristiani: fu ammessa dal Salmasio, rigettata dal Grozio (Bayle, MAHOMET, Rem. A. A.). Hottinger dubita se sia autentica (Hist. orien. p. 237). Renaudot la sostiene, perchè riconosciuta da' Musulmani (Hist. patriarch. Alexand. pag. 169); ma il Mosemio (Hist. eccles., p. 224) dimostra quanto futile sia quest'opinione, e inclina a quella che crede apocrifa la patente. Pure Abulfaragio cita il trattato dell'impostore col patriarca Nestoriano (Assemani, Bibl. orient. t. II, p. 418); ma Abulfaragio era patriarca de' Giacobiti.

[166.] Teofane, Zonara e gli altri Greci asseriscono che Maometto pativa accesi epilettici, e questa asserzione è con trasporto ammessa dal goffo bigottismo dell'Hottinger (Hist. orient. p. 10, 11), del Prideaux (Vie de Mahomet, p. 12) e del Maracci (t. II), Alcoran. (pag. 762, 763). I titoli dei due capitoli del Corano (73, 74), denominati l'avviluppato ed il coperto, citati in pruova di questo fatto, s'adattano male a questa interpretazione. È più decisivo il silenzio o l'ignoranza de' commentatori Musulmani che una negativa perentoria; ed Ockley (Hist. of the Saracen., t. I, pag. 301), il Gagnier (ad Abulfeda, p. 9, Vie de Mahomet, t. I. p. 118) e il Sale (Koran, p. 469-474) si attengono alla parte più caritatevole.

[167.] Abulfeda (p. 92) ed Al-Jannabi (apud Gagnier, t. II, p. 286-288), suoi partigiani zelanti, francamente confessano il fatto del veleno, il cui effetto era tanto più obbrobrioso, poichè la donna, che glielo diede, aveva avuta intenzione di smascherare così l'impostura del Profeta.

[168.] Non deve maravigliare, che nel caldo del fanatismo i discepoli di Maometto si sieno ingannati a grado di non crederlo morto, ed abbianlo paragonato a Mosè, ed a Gesù Cristo. Saggio e bello è poi il discorso di Abubeker, e conforme al puro Deismo, ed alla religione dello stesso Maometto, che non ha mai nè detto, nè preteso d'essere adorato, ma soltanto obbedito come un preteso inviato da Dio per manifestare la sua legge agli uomini. (Nota di N. N.)

[169.] I Greci e i Latini hanno inventato e divolgato la ridicola fola che da forti calamite sia tenuto sospeso in aria il deposito di Maometto nella volta del tempio della Mecca σημα μετεωριζομενον. (Laonico Calcondile, De rebus turcicis, l. III. p. 66). V. il Dizionario di Bayle, art. Mahomet. Rem. EE. FF. Anche senza l'aiuto della filosofia, basta osservare, 1. che il Profeta non è stato sepolto alla Mecca; 2. che la sua tomba, che sta a Medina, fu veduta da milioni di pellegrini, ed è in terra (Reland, De religione Moammed, l. II, c. 19, p. 209-211; Gagnier, Vie de Mahomet, t. III, p. 263-268).

[170.] Al-Jannabi enumera (Vie de Mahomet, t. III, p. 372-391) i vari doveri del pellegrino che va a visitare il sepolcro del Profeta e de' suoi compagni; e quel dotto casuista decide che questo è un atto rigoroso di devozione come l'adempimento d'un precetto divino, e quasi meritorio ugualmente. Contendono fra loro i dottori per sapere quale delle due città, della Mecca o di Medina, debba ottenere la preminenza, (p. 392-394).

[171.] Abulfeda (Vit. Moham., p. 133-142) e Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 220-271) descrivono l'ultima malattia, la morte e la sepoltura di Maometto. I particolari più secreti e rilevanti furono descritti nel principio da Ayesha, da Alì, da' figli d'Abbas, ec.; e abitando essi in Medina, e avendo sopravvissuto al Profeta molt'anni, poterono ripetere que' pii racconti ad una seconda e terza generazione di pellegrini.

[172.] Con molta imprudenza s'avvisarono i cristiani di dare a Maometto una colomba domestica, la quale parea che scendesse dal cielo, e gli parlasse all'orecchio: siccome Grozio si fonda su questa supposizione di miracolo (De veritate religionis christianae), il suo traduttore Arabo, il dotto Pocock, gli ha chiesto il nome de' suoi autori; Grozio ha confessato essere ignota la cosa a' Musulmani. Si soppresse nella versione Araba questa pia menzogna, per timore non movesse a riso e a sdegno i Settari di Maometto; ma s'è conservata, per edificare i fedeli, nelle tante edizioni del testo latino. (Pocock, Specimen Hist. Arabum, pag. 186, 187; Reland, De religione moham. l. II, c. 39, p. 259-262).

[173.] Εμοι δε τουτο εσιν εκ παιδος αρξαμενον φωνη τις γιγνομενη η οταν γενηται ασι αποτρεπει με τουτου ό αν μελλπραττειν, προτρεπει δε ουποτου: sin da fanciullo ho provato una certa voce interna, la quale ogni volta mi distoglieva da quel ch'io fossi per fare, ma non mai mi volgeva a fare. (Platon., in Apolog. Socrat., c. 19, p. 121, 122, ediz. Fisher.). Gli esempli familiari che Socrate vanta nel suo dialogo con Teage (Platonis opera, t. I, 128, 129, ediz. Enr. Stefano) sorpassano la previdenza umana, e l'inspirazione divina (il Δαιμονιον) del filosofo si vede chiaramente indicata ne' Memorabilia di Senofonte. Cicerone (De divinat., t. LIV), e le quattordicesima e quindicesima dissertazione di Massimo Tirio (1. 153-172, ediz. Davis) espongono le idee che ne aveano i platonici più ragionevoli.

[174.] Anche qui è indebito il paragone fra Maometto ed il Profeta di Ninive; noi dobbiamo credere, che questi fosse inspirato da Dio quando parlava; e sappiamo, che Maometto non fu che un fortunato ed abile fondatore della sua religione. (Nota di N. N.)

[175.] Voltaire, in uno de' tanti suoi scritti, paragona Maometto vecchio ad un Fakir «che si stacca la catena dal collo per darla su le orecchie a' suoi confratelli».

[176.] Gagnier con uguale imparzialità espone questa legge umanissima di Maometto, e gli assassinii di Caab e di Sophian dal Profeta incoraggiati ed approvati.

[177.] Si consulti, su la vita privata di Maometto, il Gagnier e i capitoli correlativi di Abulfeda; su la sua dieta (t. III, p. 285-288); su i suoi figli (p. 189-289); su le sue mogli (p. 290-303); sul suo matrimonio con Zeineb (t. II, p. 152-160); su i suoi amori con Maria (p. 303-309); su la falsa accusa d'Ayesha (pag. 186-199). Per questi ultimi fatti, la pruova men rifiutabile scontrasi nel ventiquattresimo, trentesimoterzo, e sessantesimosesto capitolo del Corano, col commentario del Sale. Il Prideaux (Vie de Mahomet, p. 80-90), e il Maracci (Prodrom. Alcoran., part. IV, p. 49-59) malignamente hanno esagerato i difetti di Maometto.

[178.] Incredibile est quo ardore apud eos in Venerem uterque solvitur sexus. Ammiano Marcellino, l. XIV, c. 4.

[179.] Il Sale (Discours préliminaire, p. 133-137) fa la ricapitolazione delle leggi sul matrimonio, sul divorzio, ec.; e chi avrà letto l'Uxor hebraica del Salden vi ravviserà molte ordinanze degli Ebrei.

[180.] Decise il Califfo Omar in un caso memorabile, che non varrebbero tutte le testimonianze di presunzione, e che i quattro testimoni dovrebbero avere veduto stylum in pixide. (Abulfedae, Annales Moslemici, p. 71, vers. Reiske).

[181.] Sibi robur ad generationem, quantum triginta viri habent, inesse iactaret; (Maracci, Prodr. Alcoran. part. IV, p. 55. V. pure le observ. del Belon, l. III, c. 10, fol. 179 recto). Al-Iannabi (Gagnier, t. III, p. 287) cita Maometto stesso che millantava di superare tutti gli uomini in valor coniugale.

[182.] Uso qui lo stile d'un Padre della chiesa, εναθλέυωι Ηρακλης τρισκαιδεκατον αθλον (San Gregorio Nazianzeno, Orat. 3, p. 108).

[183.] Abulfeda, in vit. Moham. p. 12, 13, 16, 17, cum notis Gagnier.

[184.] Questo schizzo dell'Istoria araba è tolto dalla Biblioteca orientale del d'Herbelot (articoli Abubeker, Omar, Othman, Alì, etc.), dagli Annali di Abulfeda, d'Abulfaragio e d'Elmacin, e soprattutto dalla Storia de' Saraceni di d'Ockley (vol. I, pag. 1-10, 115-122, 229-249, 363-372, 378-391, e secondo volume quasi totalmente). Devonsi ammettere però con cautela le tradizioni delle Sette nemiche; son quelle una riviera che diviene più limacciosa quanto più si allontana dalla fonte. Chardin copiò troppo fedelmente le fole e gli errori de' Persiani moderni (Voyages, t. II, p. 235-250, ec.).

[185.] Ockley, sul finire del suo volume secondo, ci ha data una versione inglese di censessantanove massime ch'egli dubbiosamente attribuisce ad Alì, figlio di Abu-Taleb. Spira nella sua traduzione l'entusiasmo d'un traduttore. Quelle massime però dipingono al naturale, ma con tinte assai tetre, la vita umana.

[186.] Ockley (Hist. of the Saracens, vol. I, p. 5, 6) suppone, aderendo ad un manoscritto Arabo, che non piacesse ad Ayesha veder suo padre per successore all'appostolo. Questo fatto, già sì poco verosimile in sè, non si legge nè in Abulfeda, nè in Al-Iannabi, nè in Al-Bochari: ma quest'ultimo cita una tradizione intorno ad Ayesha, provenuta da lei medesima (in vit. Mohammed, pag. 136; Vie de Mahomet, t. III, p. 236).

[187.] Particolarmente dal suo amico e cugino Abdallah, figlio d'Abbas, che morì (A. D. 687) col titolo di gran dottore de' Musulmani. Secondo Abulfeda, egli novera le occasioni rilevanti in cui aveva negletti Alì i suoi buoni consigli (p. 76. vers. Reiske), e conchiude così (p. 85): O princeps fidelium, absque controversia, tu quidem vere fortis es, at inops boni concilii, et rerum gerendarum parum callens.

[188.] Suppongo che i due anziani di cui fan cenno Abulfaragio (p. 115) e Ockley (t. I, p. 371) non sieno già due consiglieri in carica, ma Abubeker ed Omar, i due predecessori d'Othmano.

[189.] Lo Scisma de' Persiani viene esposto da tutti i viaggiatori dell'ultimo secolo, e soprattutto nel secondo e quarto volume del Chardin loro maestro. Il Niebuhr, inferiore al Chardin, ha il vantaggio peraltro d'avere scritto nel 1764, epoca più recente d'assai (Voyages en Arabie, etc., t. II, p. 208-233), e posteriore al vano tentativo che ha fatto Nadir-Shah per cangiare la religione del suo popolo (V. la sua Storia della Persia, tradotta da Sir William Jones, t. II, p. 5, 6, 47, 48, 144-155).

[190.] Omar presso loro significa il diavolo. Il suo assassino è un santo. Quando i Persiani scagliano una freccia, sogliono gridare: «Possa questa freccia trafiggere il cuore d'Omar». (Voyages de Chardin, t. II, p. 239, 240, 259, ec.).

[191.] Questa graduazione di merito è notata distintamente nel simbolo spiegato dal Reland (De relig. Moham., l. I, p. 37), e da un argomento de' Sonniti riferito dall'Ockey (Hist. of the Sarac., t. II; p. 230). L'usanza di maledire la memoria d'Alì fu abolita, quarant'anni dopo, dagli stessi Ommiadi (d'Herbelot, p. 690); e son pochi i Turchi che osino insultarlo come infedele (Voyages de Chardin, t. IV, p. 46).

[192.] D'Anville (l'Euphrate et le Tigre, p. 29) dimostra che il piano di Siffin è il campus barbaricus di Procopio.

[193.] Abulfeda, Sonnita moderato, espone le varie opinioni sul seppellimento d'Alì, ma s'attiene al sepolcro di Cufa, fama numeroque religiose frequentantium celebratum. Niebuhr fa il conto che si seppelliscono ne' contorni duemila persone all'anno, e che cinquemila sono i pellegrini che vanno a visitarlo (t. II, p. 208, 209).

[194.] Tutti i tiranni di Persia da Adhad-el-Dowlat (A. D. 977; d'Herbelot, pag. 58, 59, 95), sino a Nadir-Shah (A. D. 1743, Hist. de Nadir-Shah, t. II, p. 155), hanno ornato colle spoglie del popolo la tomba d'Alì. La cupola è di rame magnificamente dorato, che brilla a' raggi del Sole in distanza di molte miglia.

[195.] La città di Meshed-Alì, lontana cinque o sei miglia dalle ruine di Cufa, e centoventi al mezzodì di Bagdad, ha l'estensione e la forma dell'odierna Gerusalemme. Meshed-Hosein, più vasta e più popolosa, è lungi trenta miglia.

[196.] Seguo l'energico concetto e la frase di Tacito (Hist. l. I, c. 4): Evulgato imperii arcano posse imperatorem alibi quam Romae fieri.

[197.] Ho abbreviato la bella narrazione d'Ockley (t. II, p. 170-231), assai lunga e piena di minuti particolari, dai quali bene spesso emerge appunto il patetico.

[198.] Il danese Niebuhr (Voyages en Arabiae, etc., t. II, p. 208 ec.) è forse quel solo de' viaggiatori Europei che abbia osato andare a Meshed-Alì, e a Meshed-Hosein. Que' due sepolcri sono in mano de' Turchi, i quali soffrono la devozione degli eretici Persiani, ma l'assoggettano ad un tributo. Il Chardin, che tante volte ho lodato, descrive partitamente la festa della morte di Hosein.

[199.] Il d'Herbelot nota la successione all'articolo generale Iman; e negli articoli speciali per ognuno de' dodici pontefici dà un ristretto della lor vita.

[200.] Parrà ridicolo il nome d'Anticristo, ma i Musulmani hanno attinto da tutte le religioni (Sale, Discours prélimin. p. 80-82). Nella regia scuderia d'Ispahan stanno sempre due cavalli sellati, l'uno per Mahadi, e l'altro pel suo luogotenente, Gesù, figlio di Maria.

[201.] L'anno dugento dell'Egira (A. D. 815). V. d'Herbelot, p. 546.

[202.] D'Herbelot, pag. 342. Cercavano gli avversari de' Fatimiti ogni modo per avvilirli col dar loro un'origine giudaica; ma quelli provavano benissimo d'essere discendenti di Iaafar, sesto Imano; e l'imparziale Abulfeda conviene in questo (Annal. moslem. pag. 238) ch'erano riconosciuti da parecchi, qui absque controversia genuini sunt Alidarum, homines propaginum suae gentis exacte callentes. Cita alcune linee del celebre Seriffo Or-Rahdi, ego ne humilitatem induam, in terris hostium? (Sospetto ch'ei fosse un Edrissita della Sicilia) cum in Egypto fit chalifa de gente Alii, quocum ego communem habeo patrem et vindicem.

[203.] I re di Persia dell'ultima dinastia discendono dallo Sheik Sefi, santo del quattordicesimo secolo, e per lui da Moussa Cassem, figlio di Hosein, figlio d'Alì (Olear. p. 957; Chardin, t. III, p. 288): ma non posso assegnare i gradi intermedii di veruna di queste o vere o favolose genealogie. Se erano Fatimiti, provenivano forse da' principi di Mazanderan che regnavano nel secolo nono (d'Herbelot, p. 96).

[204.] Demetrio Cantemiro (Hist. de l'Empire ottom. p. 94) e Niebuhr (Descript. de l'Arabie: p. 9-16, 317, ec.) descrivono esattamente lo stato odierno della famiglia di Maometto e d'Alì. Peccato che il viaggiator Danese non abbia potuto possedere le cronache dell'Arabia.

[205.] Considerando la religione di Maometto dal solo aspetto dell'unità e delle perfezioni di Dio, vi si trova anzi ogni motivo di propagazione; ed è far troppo torto al genere umano, e specialmente agli Arabi che al momento della predicazione di Maometto erano idolatri, il pensare che per quanta prevenzione cieca avessero a favor dell'idolatria, ossia del politeismo, la loro ragione dovesse a lungo opporsi all'idea, sostenuta da Maometto, e tanto naturale, di un'Esser supremo e delle sue perfezioni.

[206.] Se gli Appostoli S. Pietro e S. Paolo andassero ora nella magnifica, e famosa Basilica del Vaticano, vi vedrebbero professati i medesimi dogmi, ch'essi credettero e pubblicarono; li troverebbero spiegati dai Concilj generali, ed espressi in formule, od Atti di Fede, secondo lo spirito ond'essi medesimi li sparsero. Vi troverebbero a dir vero nuovi metodi, nuove discipline, nuove cerimonie. Ma S. Pietro stesso nel Concilio da lui tenuto in Gerusalemme pose, di consenso cogli altri seguaci di Cristo ch'era già morto, alcune regole, e prese risoluzioni convenienti, e vantaggiose alle circostanze de' cristiani di quell'epoca, come pure fece S. Paolo nella Grecia; e perciò vedrebbero con piacere i buoni ed utili ordinamenti, e discipline, che secondo le circostanze, e per l'utilità e propagazione del cristianesimo, e l'edificazione de' credenti, furono fatti in Roma, e diffusi nelle province a norma delle decisioni dei Concilj, e delle Decretali e Costituzioni de' Papi; e vedrebbero poi a decoro della religione, e quindi con grande compiacenza, un tempio magnifico eretto dalle idee principesche, e dai tesori di Giulio II, e di Leone X; vedrebbero poi in un colla semplicità del culto protestante di Ginevra l'allontanamento dalla buona dottrina, cui per altro diedero origine le grandi spese, e le publicate Indulgenze di Leone X per la costruzione del Vaticano.

[207.] Non hanno forse anche i Cristiani nel loro intelletto l'immagine pura della Divinità?

[208.] Gli autori della Storia universale e moderna hanno compilato (volume 1 e 2) in ottocentocinquanta pagine in folio la vita di Maometto e gli annali de' Califfi. Ebbero la ventura di leggere e talora correggere i testi Arabi. Ma ad onta delle loro millanterie, io non m'accorgo nella fine di questo passo sull'Islamismo che m'abbiano dato cognizione d'un gran numero di particolarità, se pure me n'han data una sola. Questa pesante massa di cose non è mai ravvivata da una scintilla di filosofia e di buon gusto, e i compilatori si sono nella loro critica abbandonati a tutto l'astio del bigottismo contro il Boulainvilliers, il Sale, il Gagnier, e quanti han palesato qualche parzialità, o qualche sentimento di giustizia per Maometto.

[209.] V. la descrizione della città e del distretto d'Al-Yemanah in Abulfeda (Descript. Arabiae, p. 60, 61). Nel tredicesimo secolo v'erano tuttavia alcune ruine e poche palme. Oggi quel Cantone medesimo è soggetto alle visioni e alle armi d'un profeta moderno, di cui si conosce la dottrina imperfettamente. (Niebuhr, Description de l'Arabie, p. 296-302).

[210.] Questa profetessa, che si nomava Segjah, ritornò all'idolatria dopo la caduta dell'amante; ma sotto il regno di Moawiyah abbracciò la religione musulmana, e morì a Bassora (Abulfeda, Annal. vers. Reiske, p. 63).

[211.] V. il testo, che dimostra l'esistenza d'un Dio per l'opera della generazione, in Abulfaragio (Specimen Hist. Arabum pag. 13 e Dynast., pag. 103) e in Abulfeda, (Annal., pag. 63).

[212.] V. il suo regno in Eutichio (t. II, p. 251), Elmacin (p. 18), Abulfaragio (p. 108), Abulfeda (p. 60 ), d'Herbelot (p. 58).

[213.] V. sul suo regno Eutichio (p. 264), Elmacin (p. 24), Abulfaragio (pag. 110), Abulfeda (pag. 66), d'Herbelot (p. 686).

[214.] V. sul suo regno Eutichio (p. 323), Elmacin (p. 36), Abulfaragio (pag. 115), Abulfeda (pag. 75), d'Herbelot (p. 695).

[215.] V. intorno al suo regno Eutichio (p. 343), Elmacin (p. 51), Abulfaragio (p. 117), Abulfeda (p. 83), d'Herbelot (p. 89).

[216.] V. sul suo regno Eutichio (p. 344), Elmacin (p. 54), Abulfaragio (pag. 123), Abulfeda (pag. 101), d'Herbelot (p. 586).

[217.] V. i regni loro in Eutichio (t. II, p. 360-395), Elmacin (p. 59-108), Abulfaragio (Dynast. IX, p. 124-139), Abulfeda (p. 111-141), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 691), e gli articoli particolari di quest'Opera che si riferiscono agli Ommiadi.

[218.] Appena troviamo negli storici Bizantini qualche monumento originale sul 7.º e 8.º secolo, trattane la Cronica di Teofane (Theopanis confessoris chronolog., gr. et lat., cum notis Jacobi Goar. Parigi 1655 in fol.) e il compendio di Niceforo (Nicephori patriarchae C. P. Breviarium historicum, graec. et lat. Parigi 1648 in fol.): vissero questi due scrittori nel principio del nono secolo (V. Hancke, De scriptor. byzant., p. 200-246). Fozio, lor contemporaneo, non ci dà maggiori notizie. Dopo aver lodato lo stile di Niceforo, soggiunge: Και ολως πολλους εσι τον προ αυτου αποκρυπτομενος τηδε της ισοριας τη συγγραφη, e assolutamente oscura in quel ristretto d'istoria molti che lo precedettero; solamente si lagna della sua troppa brevità (Phot. Bibl. Cod. 66, p. 100). Si ponno raccogliere alcune giunte nelle storie di Cedreno e di Zonara, che son del duodecimo secolo.

[219.] Tabari, o Al-Tabari, nativo del Taborestan, famoso Imano di Bagdad, e il Tito Livio degli Arabi, terminò la sua storia generale l'anno 302 dell'Egira (A. D. 914). Sollecitato da' suoi amici, ridusse la sua Opera di trentamila fogli a più discreta misura; ma non si conosce l'originale Arabo che per le versioni fattene in lingua Persiana e Turca. Dicesi che la storia de' Saraceni, di Ebu-Amir o Elmacin, sia un ristretto della grande storia di Tabari. (Ockley, Hist. of the Saracens, vol. II, Prefazione, pag. 39, e Lista degli autori, di d'Herbelot, p. 866, 870, 1014).

[220.] Oltre la lista degli autori Arabi data da Prideaux (Vita di Maometto, pag. 179, 189), Ockley (sul fine del secondo volume) e Petis de la Croix (Hist. de Gengis-Kan, p. 525-550), s'incontra nella Biblioteca orientale, articolo Tarikh, un catalogo di due o trecento storie o croniche dell'Oriente, delle quali solo tre o quattro sono anteriori a Tabari. Reiske (ne' suoi Prodidagmata ad Hagji chalifae librum memorialem ad calcem Abulfedae Tabulae Syriae, Leipzig, 1766) fa una viva dipintura della letteratura orientale, ma non ebbe effetto il suo disegno, nè la version francese annunciata da Petis de la Croix (Hist. de Timur-Bec, tom. I, Prefazione, pag. 45).

[221.] Indicherò opportunamente gli storici e i geografi speciali: ma nella narrazione generale ebbi per guida le seguenti opere: 1. Annales Eutychii, patriarchae Alexandrini, ab Edwardo Pocockio, Oxford, 1656, 2 vol. in 4. È questa una pomposa edizione d'un autore assai tristo. Pocock lo tradusse per appagare i pregiudizi presbiteriani di Selden, amico suo. 2. Historia Saracenica Georgii Elmacin, opera et studio Thomae Erpenii, in 4., Lugd. Batav., 1625. Vuolsi che Erpenio traducesse frettolosamente un manoscritto guasto, e la sua versione in fatti è piena zeppa di spropositi e di difetti di stile. 3. Historia compendiosa Dynastiarum a Gregorio Abulpharagio, interprete Edwardo Pocockio, in 4., Oxford, 1663. Essa è più utile alla storia letteraria che alla civile dell'oriente. 4. Abulfedae Annales Moslemici ad ann. hegyrae 406, a Jo. Jac. Reiske, in 4., Leipzig, 1754. La migliore è questa delle nostre cronache e per l'originale e per la versione, ma è molto inferiore alla fama d'Abulfeda. Sappiamo ch'egli scrisse a Hamah nel secolo quattordicesimo. I tre primi autori erano cristiani, e fiorirono nel decimo, duodecimo, e tredicesimo secolo. Nacquero i due primi in Egitto; l'un d'essi era patriarca de' Melchiti, e l'altro uno scrittore Giacobita.

[222.] Il Sig. di Guignes (Storia degli Unni, t. I, Prefaz. p. 19, 20) ha con esattezza e cognizion di causa fatto il carattere di due spezie di storici Arabi, del freddo analizzatore, e dell'oratore pomposo e tumido nello stile.

[223.] Biblioteca orientale, del Sig. d'Herbelot, in folio, Parigi, 1697. Si consulti sul merito di questo pregevole autore il suo amico Thevenot (Viaggi in Levante, part. 1, c. 1). La sua opera è un tessuto di varietà che debbono andare a genio di tutti i gusti; ma non ho mai saputo tollerare l'ordine alfabetico da lui seguìto; e lo trovo poi più gradevole nella storia della Persia che in quella degli Arabi. Il supplimento aggiuntovi, da poco tempo in qua, coll'aiuto degli scritti de' Sig. Visdelou e Galland (in folio, Aia, 1775) val meno d'assai. È un ammasso di novelle, di proverbi, di particolarità su le antichità cinesi.

[224.] Pocock spiega la cronologia della dinastia degli Almondari (Specimen, Hist. Arabum, p. 66-74), e d'Anville dà le notizie relative alla situazion geografica de' loro Stati (l'Eufrate e il Tigri, p. 125). Il dotto Inglese sapea l'arabo più del Muftì d'Aleppo (Ockley, vol. II, p. 34). A qualunque secolo, a qualsiasi paese del Mondo si trasporti il geografo Francese, egli si trova per tutto nella sua giurisdizione.

[225.] Fecit e Chaled plurima in hoc anno praelia, in quibus vicerunt Muslimi et INFIDELIUM immensa multitudine occisa spolia infinita et innumera sunt nacti (Hist. Saracen., p. 20). L'annalista cristiano si fa lecita bene spesso la parola infedeli, nazionale pe' Musulmani, la quale risparmia lunghe numerazioni; mi do a credere che non sarò di scandolo a veruno se frequentemente l'imito.

[226.] Un ciclo di centovent'anni, nella fine del quale un mese intercalare di trenta giorni equivaleva al nostro anno bisestile, e rintegrava l'anno solare. Nel volgere di millequattrocento quaranta anni, questa intercalazione applicavasi successivamente dal primo al duodecimo mese; ma Hyde e Freret discutono la gran quistione, se dodici, o solamente otto cicli, si compierono prima dell'Era di Yezdegerd, da tutti assegnata al 16 Giugno A. D. 632. Quanto è mai l'ardore degli Europei nel disaminare i punti più rimoti ed oscuri d'antichità! (Hyde, De religione Persarum, c. 14-18, p. 181-211; Freret, Mém. de l'Académie des inscriptions, t. XVI, p. 233-267).

[227.] L'Era di Yezdegerd del 16 Giugno 632, cade nel quinto giorno dopo la morte di Maometto, avvenuta il 7 Giugno A. D. 632; e il suo esaltamento al trono non può porsi più in là della fine dell'anno primo. Non potevano adunque i suoi predecessori aver avuto incontri di resistere all'armi del Califfo Omar; e queste date incontestabili rovesciano la cronologia sconsiderata d'Abulfaragio. V. Ockley, Hist. of the Saracens, vol. I, pag. 130.

[228.] Cadesia, dice il Geografo di Nubia (p. 121), è posta in margine solitudinis, sessantuna leghe distante da Bagdad, e due stazioni da Cufa. Otter (V. t. I, pag. 163) numera quindici leghe, e osserva che vi si trovano datteri e acqua.

[229.] Atrox, contumax, plus semel renovatum; son queste le espressioni ben appropriate del traduttore d'Abulfeda (Reiske, p. 69).

[230.] D'Herbelot, Bibl. orient. p. 297-348.

[231.] Potrà cogliere il Lettore notizie soddisfacenti intorno a Bassora nella Geogr. di Nubia, p. 121; in d'Herbelot (Bibl. orient. p. 192); in d'Anville (l'Eufrate e il Tigri, p. 130, 133-145); in Raynal (Hist. philosoph. des Deux-Indes, t. II, pag. 92-100); ne' viaggi di Pietro della Valle (t. IV, p. 370-391); in Tavernier (t. I, p. 240-247); in Thevenot (t. II, p. 545-584), in Otter (t. II, p. 45-78); in Niebuhr (t. II; p. 172-199).

[232.] Mente vix potest numerove comprehendi quanta spolia..... nostris casserint (Abulfeda, p. 69). Presumo peraltro che il conto stravagante d'Elmacin sia un errore della traduzione, e non del testo. Ho veduto che i traduttori d'opere antiche, di libri greci, per esempio, sono cattivi computisti.

[233.] L'albero della canfora cresce nella Cina e nel Giappone, ma si danno parecchi quintali di questa canfora, di qualità inferiore, per una libbra di gomma di Borneo, e di Sumatra, assai più preziosa (Raynal, Hist. philosoph., t. I, pag. 362-365; Dictionnaire d'Hist. naturelle, par Bomare; Millar, Gardener's Dictionary). Forse da Borneo e da Sumatra portarono di poi gli Arabi la loro canfora (Géograph. nubien., p. 34, 35, d'Herbelot, p. 232).

[234.] V. Gagnier, Vie de Mahomet, t. I, p. 376, 377. Posso bensì credere il fatto ma non la profezia.

[235.] La torre di Belo a Babilonia, ed il vestibolo di Cosroe a Ctesifone son le rovine più considerevoli della Assiria. Furono visitate da Pietro della Valle, viaggiatore curioso e vanaglorioso. (t. I, p. 713-718; 731-735).

[236.] Si consulti l'articolo Coufah della Biblioteca di d'Herbelot (p. 277, 278), e il secondo volume dell'istoria d'Ockley, particolarmente le pagine 40 e 153.

[237.] V. l'articolo Nehavend di d'Herbelot (pag. 667-668), ed i Voyages en Turquie et en Perse, di Otter, tom. I, pag. 191.

[238.] Con questa ignoranza e questo tuono d'ammirazione descriveva l'oratore Ateniese i conquisti fatti verso il settentrione da Alessandro, il quale per altro non oltrepassò mai le rive del mar Caspio Αλεξανδροσε εξω της αρκτου και της οικουμενης, ολιγου δειν, πασης μεθησηκει Alessandro trapassò l'Orsa, e quasi scorse tutta la Terra (Eschine, contro Tesifonte t. III, pag. 534, ediz. greca degli orat., Reiske). Questa causa memorabile fu perorata in Atene (Olimp. CXII, 3) l'anno 330 avanti G. C., in autunno (Taylor, Prefaz., p. 370, etc.), un anno in circa dopo la battaglia di Arbella. Alessandro allora inseguiva Dario, e marciava verso l'Ircania e la Battriana.

[239.] Abbiam questo fatto curioso nelle Dinastie di Abulfaragio, p. 116. È inutile provare l'identità di Estachar e di Persepoli (d'Herbelot, p. 327), e lo sarebbe di più copiare i disegni e le descrizioni che ne son date dal Chardin e da Corneille-le-Bruyn.

[240.] Dopo il racconto della conquista di Persia, aggiugne Teofane: αυτω δε τω χρονω εκελευσεν Ουμαρος αναγραφηνωι πασαν την υπ’ αυτον οικουμενην, εγενοτο δε η αναγραφη και ανθρωπων και κτηνων και φυτων e nel tempo stesso ordinò Omar l'enumerazione di quanto era nel paese a lui soggetto, e questa descrizione comprese gli uomini, le bestie, e le piante (Cronograph., p. 283).

[241.] Nella quasi totale mancanza di monumenti per questa parte di Storia, duolmi che il d'Herbelot non abbia trovato ed adoperato la traduzione in lingua persiana dell'Opera di Tabari, corredata, per quanto egli dice, di parecchi estratti degli annali scritti dai Ghebri o Magi (Bibl. orient., p. 1014).

[242.] Quanto sappiamo di più autentico de' fiumi di Sihon (Jaxarte) e del Gihon (Oxo), si trova nell'opera del Sceriffo Al-Edrisi (Geogr. nubien., p. 138), in Abulfeda (Descript. Korasan in Hudson, t. III, p. 23), nello scritto di Abulghazi-Khan, che regnava sulle rive di que' due fiumi (Hist. généalog. des Tatars, p. 32, 57, 766), e nel geografo turco, manoscritto che sta nella Biblioteca del re di Francia (Examen critique des historiens d'Alexandre, p. 194-360).

[243.] Abulfeda (pag. 76, 77) descrive il territorio della Fargana.

[244.] Eo redegit angustiarum eumdem regem exulem, ut Turcici regis et Sogdiani, et Sinensis auxilia missis litteris imploraret (Abulfeda, Annal., p. 74). Il Freret (Mémoires de l'Acad. des inscript., t. XVI, p. 245-255) e il de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 54-59) hanno sparsa molta luce sull'istoria di Persia, e quella della Cina. Il Signor de Guignes presenta molte particolarità geografiche sulle frontiere de' due paesi (t. I, p. 1-43).

[245.] Hist. Sinica, p. 41-46, nella terza parte delle Relazioni curiose del Thevenot.

[246.] Mi sono ingegnato di porre d'accordo i racconti di Elmacin (Hist. Saracen., pag. 37), d'Abulfaragio (Dynast., p. 116), d'Abulfeda (Annal., pag. 74-79) e del d'Herbelot (p. 485). La fine di Yezdegerd non solo fu lagrimevole ma oscura.

[247.] Yezdegerd lasciò due figlie: l'una sposò Hassan figlio di Alì, l'altra Mohammed figlio di Abubeker; ebbe Hassan una posterità numerosa. La figlia di Firuz si maritò al Califfo Valid: Yezid loro figlio vantava un'origine, o vera o favolosa, dai Cosroe della Persia, dai Cesari di Roma, e dai Chagan dei Turchi o degli Avari (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 96-487).

[248.] Questo coturno, valutato duemila pezze d'oro, fu raccolto da Obeidollah figlio di Ziyad, che divenne poi nome abbominevole per l'assassinio che commise di Hosein. (Ockley, History of the Saracens, vol. II, p. 142, 143). Salem suo fratello avea seco la sua sposa, ed è questa la prima moglie araba che passasse l'Oxo (A. D. 680), la quale prese in prestito, od anzi rubò la corona e le gemme della regina dei Sogdiani. (p. 231-232).

[249.] Il signor Greaves ha tradotto parte della geografia d'Abulfeda, e l'ha inserita nella raccolta dei Geographi minores di Hudson (t. III), col titolo di Descriptio Chorasmiae et Mawaralnahrae, id est, regionum extra fluvium Oxum, p. 80. Petis de la Croix (Hist. de Gengis-kan, etc.) e alcuni autori moderni, di quelli che scrissero sulle contrade dell'oriente, impiegano a ragione la parola Transoxiana più grata all'orecchio, e che significa lo stesso; ma s'ingannano quando l'attribuiscono agli Scrittori della antichità.

[250.] Elmacino (Hist. Saracen., p. 84), d'Herbelot (Bibl. orient., Catibah, Samarcanda, Valid) e il de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 58-59) accennano succintamente le conquiste di Catibah.

[251.] Si è inserita nella Bibliotheca arabico-hispana, una curiosa descrizione di Samarcanda (t. I, p. 208 ec.). Il bibliotecario Casiri, seguendo un testimonio degno di fede, (t. II, 9) narra che la carta fu portata per la prima volta dalla Cina a Samarcanda (A. E. 30), e che fu inventata o piuttosto introdotta alla Mecca (A. E. 88). La Biblioteca dell'Escuriale possede un manoscritto in carta che appartiene al quarto o quinto secolo dell'Egira.

[252.] Al-Wakidi, Cadì di Bagdad, che nacque A. D. 748, che morì A. D. 822, ha composto una storia particolare del conquisto della Sorìa; ha pure scritta la storia del conquisto dell'Egitto, del Diarbekir ec. Al-Wakidi, migliore dei Cronichisti sterili e recenti degli Arabi, ha il doppio merito d'essere antico, e molto minuto nel raccontare; le novelle, e le tradizioni che riferisce dipingono senza arte la natura umana e il suo secolo: per altro la sua narrazione è troppo spesso difettosa, piena di particolarità meschine e inverosimili. Sinchè non si scoprano opere migliori sarà preziosa la versione datane dal dotto e franco Ockley, e questo autore non merita le critiche virulente che Reiske si permise (Prodidagmata ad Hadji califae Tabulas, p. 236). Mi duole il cuore a pensare che Ockley terminò il suo lavoro in prigione (V. la Prefazione del primo volume, A. D. 1708, e la Prefazione del secondo, 1718, colla lista degli autori che sta in fine).

[253.] Al-Wakidi ed Ockley (t. I; p. 22-27 ec.) riferiscono le istruzioni ec., sulla guerra di Sorìa. È d'uopo restringere in poco le notizie che danno, ed è inutile citarle di continuo; mi credo obbligato a indicare gli altri Scrittori.

[254.] Non ostante questo precetto, il Signor de Paw (Recherches sur les Egyptiens, t. II, p. 192 ediz. di Losanna) rappresenta i Bedoini come nemici implacabili dei monaci cristiani. Per me credo che si possa spiegare questa contraddizione da una parte colla avidità degli Arabi, dall'altra coi pregiudizi del filosofo Tedesco.

[255.] Anche nel settimo secolo i monaci in generale erano laici con capellatura lunga e sparsa, che poi tagliavano quando erano ammessi al sacerdozio. La tonsura circolare era emblematica, e mistica; figurava la Corona di Spine che fu messa in capo a Gesù Cristo; ma indicava altresì il diadema reale, ed ogni sacerdote era un re ec. (Thomassin, Discipline de l'Eglise t. I, p. 721-758, e specialmente, p. 737-738).

[256.] Hinc Arabia est conserta, ex alio latere Nabathaeis contigua; opima varietate commerciorum, castrisque oppleta validis et castellis, quae ad repellendos gentium vicinarum excursus, sollicitudo perviget veterum per opportunos saltus erexit et cautos. (Amm. Marcell., XIV, 8; Reland, Palest., t. I, p. 85, 86).

[257.] Ammiano loda le fortificazioni di Gerasa, di Filadelfia, e di Bosra, firmitate cautissimas. Meritavano gli stessi elogi al tempo di Abulfeda (Tab. Syr. p. 99), il quale descrive questa città, metropoli di Hawran (Auranitis), lontana quattro giornate da Damasco. Il Reland ne spiega la etimologia ebraica (Palest. t. II, p. 666).

[258.] Maometto che predicava la sua religione in un deserto, ed a guerrieri, dovè permettere che in mancanza di acqua si facessero le abluzioni colla sabbia (Koran. c. 3, p. 66: c. 5, p. 83); ma i casisti Arabi e Persiani hanno imbrogliato questa permission pura e semplice in un ammasso di delicatezze, e di distinzioni (Reland, De relig. Moham. l. I, p. 82, 83; Chardin, Voyages en Perse, t. IV).

[259.] Sonarono le campane (Ockley t. I, p. 38). Ma dubito forte che il testo di Al-Wakidi, o l'uso del tempo, non possano giustificare questa espressione. Ad Graecos, dice il dotto Ducange (Gloss. med. et infim. Graecit., t. I, p. 774) campanarum usus, serius transit et etiamnum rarissimus est. L'epoca più antica in cui dagli scrittori di Bisanzio si faccia menzione delle campane è riportata all'anno 1040. Ma pretendono i Veneziani d'avere introdotte le campane a Costantinopoli sin dal nono secolo.

[260.] Si trova una minuta descrizion di Damasco presso il Sceriffo Al-Edrisi (Geogr. nubien, pag. 116, 117) e Sionita suo traduttore (Appendix, c. 4) Abulfeda (Tabul. Siriae, p. 100), Schultens (Index Geogr. ad vit. Saladin), d'Herbelot (Bibl. orient. pag. 291), Thevenot (Voyages du Levant, part. I, pag. 688-698), Maundrell (Voyage d'Alep à Jerusalem, p. 122-130) e Pocock (Descript. de l'Orient, vol. II, p. 117-127).

[261.] Nobilissima civitas, dice Giustino. Secondo le tradizioni orientali era anteriore ad Abramo o a Semiramide. (Giuseppe, Antiq. jud. l. I, c. 6, 7, p. 24-29 edit. Havercamp. Justin. XXXVI, 2).

[262.] Εδει γαρ οιμαι την Διος πολιν αληθως και κης Εωας απασης οφθαλμον, την ιεραν και μεγισην Δαμασκον λεγω, τοις τε αλλοις συμπασιν, οιον ιερων καλλει, και νεων μηγεθει. Και ωρων ευκαιρια και πηγων αγλαια και ωοταμων πληθει, και γης ευφορια νικωσαν, etc. Imperocchè io reputo doversi veramente considerarla per città di Giove, e per occhio di tutto l'Oriente, Damasco io dico, quella santa città è la maggiore fra tutte l'altre anche per la sola magnificenza dei luoghi sacri, e per la grandezza dei templi. Superiore a tutt'altra e per la temperie delle stagioni, e per la vaghezza delle fontane, e per la fertilità del terreno ec. (Giuliano epist. 24, p. 392). Questi begli epiteti son dati all'occasione dei fichi di Damasco di cui ne manda l'autore un centinaio al suo amico Serapione; e Petavio, Spanheim ec. (p. 390-396) inseriscono questo tema d'un retore fra le epistole autentiche di Giuliano. Come mai non s'avvidero che l'autore di questa lettera (il quale ripete tre volte che questo fico particolare non cresce che παρα ημιν nel nostro paese) era un abitante di Damasco, città ove Giuliano non entrò mai, nè mai vi si accostò?

[263.] Voltaire che dà un'occhiata vivace e penetrante alla superficie dell'istoria, è stato sorpreso dalla somiglianza che trovasi fra i primi Musulmani e gli eroi dell'Iliade, tra l'assedio di Troia e quello di Damasco (Hist. générale, t. I, pag. 348).

[264.] È un passo del Corano, c. IX, 32: LVI, 8. I Musulmani, come i fanatici Inglesi dell'ultimo secolo, citavano ad ogni occasione le loro scritture sia nelle conversazioni familiari, sia nei casi di qualche momento; per altro queste citazioni non erano tanto bizzarre quanto le frasi ebraiche trapiantate nel clima e nel dialetto della Gran Brettagna.

[265.] Il nome di Werdan non era noto a Teofane, e comunque abbia potuto appartenere a un capitano Armeno, nella terminazione e nella pronunzia non manifesta origine greca. Se gli storici Bizantini sfigurano i nomi orientali, gli Arabi rendettero ad essi una pariglia, come prova questo caso speciale; trasponendo le lettere greche da destra a sinistra si scontra nel nome assai comune di Andrew l'anagramma di Werdan, e in questa guisa è accaduto forse lo sbaglio di nome.

[266.] La vanità persuase agli Arabi che Tommaso fosse genero di Eraclio. Si sanno i figliuoli che ebbe Eraclio da due mogli, e sicuramente la sua augusta figlia non s'era maritata per vivere in esigilo a Damasco. (V. Ducange Fam. byzant. p. 118-119). Se Eraclio fosse stato men pio, crederei quasi che si trattasse d'una figlia naturale.

[267.] Al-Wakidi (Ockley p. 101) scrive che Tommaso scagliava dardi avvelenati; ma questa invenzione dei Selvaggi è tanto contraria all'uso dei Greci e de' Romani, ch'io diffido molto in questo caso della credulità malevola de' Saraceni.

[268.] Abulfeda non conta che settanta giorni spesi nell'assedio di Damasco (Annal. Moslem. p. 67, vers. Reiske); ma Elmacin, che riferisce questa opinione, prolunga a sei mesi la durata dell'assedio, e dice che i Saraceni fecero uso di baliste (Hist. Saracen. p. 25-32). Nemmeno quest'ultimo conto basta a riempiere lo spazio che si trova fra la battaglia di Aiznadin (luglio A. D. 633) e l'esaltamento di Omar (24 luglio A. D. 634), sotto il regno del quale tutti gli autori d'accordo pongono la presa di Damasco (Al-Wakidi presso Ockley vol. I, p. 115, Abulfaragio, Dynast. pag. 112, vers. Pocock). Forse, come alla guerra di Troia, furono interrotte le operazioni dell'assedio da scorrerie sino agli ultimi settanta giorni dell'assedio.

[269.] Secondo Abulfeda (p. 125) ed Elmacin (p. 32) pare, che i sovrani Maomettani lungo tempo distinguessero queste due parti della città di Damasco, quantunque non rispettassero sempre la capitolazione (V. pure. Eutichio Annal., t. II, p. 379, 380-383).

[270.] La sorte di questi due amanti ha somministrato al signor Hughes, che li chiama Focio ed Eudossia, l'argomento di una delle tragedie inglesi, la più applaudita generalmente, la quale ha il raro pregio di rappresentare i sentimenti della natura ed i fatti storici, i costumi di quel secolo e i moti del cuore umano. Dalla sciocca delicatezza degli attori fu l'autore obbligato a mitigare il delitto dell'eroe, e la disperazione dell'eroina. Focio non è un vile rinnegato, ma serve gli Arabi per dovere d'alleanza: in vece di spignere Caled a inseguire i cristiani, corre in aiuto dei suoi concittadini; dopo aver ucciso Caled e Derar è ferito mortalmente, e spira agli occhi d'Eudossia, che dichiara l'intenzione di prendere il velo monastico a Costantinopoli. Scioglimento totalmente inetto.

[271.] Le città di Gabala e di Laodicea, trascorse dagli Arabi, si vedono tuttavia, ma mezzo rovinate (Maundrell p. 11, 12; Pocock, vol. II, p. 13). Se Caled non gli raggiungeva, i Cristiani avrebbero attraversato l'Oronte sopra un ponte, che avrebbero sicuramente trovato nello spazio delle sedici miglia fra Antiochia e il mare, e potuto avrebbero in Alessandria trovare di nuovo la strada maestra di Costantinopoli. Gli itinerari accennano la direzione della strada, e le distanze (p. 146-148, 581-582 ediz. di Wesseling).

[272.] Dair Abil Kodos. Togliendo l'ultima parola che è un epiteto, e significa santo, rinvengo l'Abila di Lisania posta fra Damasco ed Eliopoli. Questo nome (Abil vuol dire una vigna) concorre, colla situazione, a giustificar la mia congettura (Reland, Palest., t. I, p. 317; t. II, p. 525-527).

[273.] Io sono più ardito d'Ockley (vol. I, p. 164) che non osa inserire nel testo questa comparazione, sebbene in una nota osservò che l'utile cammello entra sovente nelle similitudini degli Arabi. È da credersi che non sia men celebre il renne nelle poesie de' Lapponi.

[274.] «Udimmo il tecbir, così chiamano gli Arabi il grido di guerra, quando, nel punto di combattere, con forte voce si appellano al cielo, e sembra che pretendano la vittoria». Questo vocabolo, sì terribile nelle lor guerre sacre, è un verbo attivo (dice Ockley nel suo indice) della seconda conjugazione, da kabbara, che significa lo stesso che Alla acbar, Dio è onnipotente.

[275.] La descrizion della Sorìa è la parte più bella, e più autentica della geografia d'Abulfeda, Siro di nascita. È stata pubblicata in arabo e in latino (Lipsia, 17666 in 4), con note erudite del Kochler e del Reiske, e con parecchi estratti di geografia, e di storia naturale cavati da Ibn-l-Wardii. Fra tutti i viaggi moderni quello di Pocock intitolato, Descrizione dell'oriente (della Sorìa, e della Mesopotamia vol. II, p. 88-209), presenta più notizie, e pregi maggiori; ma troppo spesso l'autore confonde le cose che ha vedute con quelle che ha lette.

[276.] L'elogio della Sorìa fatto da Dionigi, è giusto e vivace Και την μεν (la Sorìa) πολλοι του και ολβιοι ανδρες εχουσιν πολυπτολιν αιαν, ed è abitata da molta e felice popolazione (in Perieges., v. 902, in t. IV, Geograph. minor. Hudson). In un altro passo chiama questo paese πολυπτολιν αιαν terra popolata di città (v. 898); poi continua:

Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη

Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν.

v. 921, 922.

Tutta la provincia è amena e fertile per pascer gregge, e per arricchire di frutta le piante (v. 921, 922).

Questo poeta geografo visse nel secol d'Augusto, e la sua descrizione del Mondo è stata illustrata dal commentario greco di Eustazio, che mostrò ugual rispetto per Omero, e per Dionigi (Fabricio, Biblioth. graec. l. IV, c. 2, t. III p. 21 ec.)

[277.] Il dotto e giudizioso Reland (Palest., t. I, p. 311-326) ha descritto eccellentemente la topografia del Libano, e dell'anti-Libano.

[278.]

— Emesae fastigia celsa renident

Nam diffusa solo latus explicat: ac subit auras

Turribus in coelum nitentibus: incola claris,

Cor studiis acuit.....

Denique flammicomo devoti pectora soli

Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget,

Et tamen his certant celsi fastigia templi.

Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo con Fabricio (Bibl. latin., t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro l'avviso del Salmasio (ad Vopiscum, p. 366, 367, in Hist. August.), attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui attinse.

[279.] Son molto più contento del piccolo viaggio in 8. del Maundrell (Journey pag. 134-139) che del pomposo in folio del dottor Pocock (Description de l'orient, vol. II; p. 106-113); ma la magnifica descrizione e le belle incisioni dei sig. Dawkins, et Wood, che trasportarono in Inghilterra le rovine di Palmira e di Baalbek, fanno sparire tutte le descrizioni anteriori.

[280.] Dagli Orientali si spiega questo fatto miracoloso con un espediente di cui non mancano mai; dicono che gli edifici di Baalbek furono opere delle fate o dei genii (Hist. de Timur-Bec, t. III, l. V, c. 23, p. 311, 312; Voyage d'Otter, t. I, p. 83). Abulfeda e Ibn-Chaukel aderiscono ad una opinione che non è meno assurda, e che suppone la stessa ignoranza attribuendoli ai Sabei o Aaditi. Non sunt in omni Syria aedificia magnificentiora his (Tabula Syriae, p. 103).

[281.] Ho letto in Tacito, o veramente in Grozio, questo passo: Subjectos habent tanquam suos, viles tanquam alienos. Alcuni ufficiali Greci rapirono la moglie e trucidarono il figlio di un Siro che li alloggiava; e allorchè questi osò farne doglianza, altro non fece Manuele che sorridere.

[282.] V. Reland (Palestine, t. I, p. 272-283; t. II, p. 773-775). Questo dotto professore avea bene il modo di descriver la Terra Santa, poichè era conoscitore ad un tempo della letteratura greca e latina, dell'ebraica ed araba. Il Cellario (Geogr. antiq., t. II, p. 392) e il d'Anville (Geogr. anc. t. II, p. 185) parlano dell'Yermuk o del Hieromax. Pare che gli Arabi, e Abulfeda stesso non ravvisino il teatro della loro vittoria.

[283.] Queste donne erano della tribù degli Hamyariti, discendenti degli Amalaciti antichi. Le loro spose erano abituate a cavalcare e a combattere come le Amazzoni dell'antichità (Ockley, vol. I, p. 67).

[284.] Noi ne abbiamo ucciso centocinquantamila e fatto prigionieri quarantamila, diceva Abu-Obeidah al Califfo (Ockley, vol. 1, p. 241). Non potendo dubitare della sua veracità, nè prestar fede al suo computo, mi do a credere che gli storici Arabi abbiano composto le arringhe e le lettere, che prestano ai loro eroi, come usavano tanti altri storici.

[285.] Teofane, dopo avere deplorato i peccati de' Cristiani, soggiunge: (Cronogr. pag. 276): ανεση ὀ ερημικος Αμαληκ τυπτωκ ημας τον λαον του Χριςου, και γινεται πρωτη φοραπτωσις του Ρωμαικου σρατου η κατα το Ταβιθαν λεγω. Και Ιερμουκαν και την αθεσμον αιματοχυσιαν venne a zuffa Amalek del deserto battendo noi che siamo il popolo di Cristo, e questa prima battaglia fu la rotta dell'esercito romano seguìta presso Tabita (vuol forse parlare di Aiznadin?), e l'altra presso Yermuk con enorme strage. — La sua narrazione è breve ed oscura; ma attribuisse la vittoria dei Musulmani alla superiorità del numero, al vento contrario, e ai nembi di polvere: μη δυνηθεντς αντηπροσωπησαι εχθροις δια τον κονιορτον ηττωνται και εαυτους βαλλοντες εις τας στενοδους Ιερμσχθου ποταμου εκει απωλοντο αρδην, e non potendo (i Romani) star a fronte de' nemici a cagion della polvere, erano debellati, e cacciando sè stessi nei guadi angusti del fiume dell'Yermuk, quivi annegati perivano.

[286.] V. Abulfeda (Annal. Moslem., p. 70, 71) il quale riferisce le lamentazioni poetiche di Jabalah medesimo, e gli elogi d'un poeta Arabo, a cui, per mezzo d'un ambasciatore d'Omar, furon mandate dal Capo della tribù di Gassan cinquecento pezze d'oro.

[287.] La Terra Santa, ovvero la Palestina, devesi considerare consacrata per le rivelazioni di Mosè, e perchè vi condusse la vita Gesù Cristo, e perchè in essa s'operò il mistero della Redenzione de' fedeli, ma non già per alcuna relazione a Maometto; nè Gesù Cristo ha bisogno di quella riverente stima, che Maometto gli professò, e molto meno importa a' fedeli Cristiani, che i Musulmani avessero divozione per Gerusalemme. (Nota di N. N.)

[288.] L'uso de' profani avea prevalso nel nome della città: era conosciuta dai devoti cristiani per quello di Gerusalemme (Euseb. De martyr. Palest., c. II); ma la denominazione legale e popolare di Aelia (la colonia d'Elio Adriano) era dai Romani passata agli Arabi (Reland Palest., t. I, p. 209, t. II, p. 835; di Herbelot Bibl. orient., articolo Cods, p. 269; Ilia, p. 420). L'epiteto Al-Cods, la santa, è il nome che gli Arabi propriamente danno a Gerusalemme.

[289.] Non devesi nè paragonare, nè confondere il fanatismo de' Musulmani, che li rese vittoriosi e propagatori della lor religione, collo zelo di cui erano animati i Cristiani per difendere il Santo Sepolcro. (Nota di N. N.)

[290.] Ockley (vol. I, p. 250) e Murtadi (Merveilles de l'Egypte, p. 200-202) ci descrivono questo viaggio singolare, e il treno di Omar.

[291.] Citano gli Arabi con fasto un'antica profezia conservata a Gerusalemme, la quale indicava Omar per nome, per la religione e colla descrizione della persona, come eletto a conquistare quella città. È fama che usassero i Giudei un pari artificio per solleticare l'orgoglio di Ciro e di Alessandro che andavano a soggiogarli. (Giuseppe, Antiq. jud., l. XI, c. 1-8, p. 547, 579-582).

[292.] Το βδελυγμα την ερημοσεως το ρηθεν δια Δανιηλ του προφωητου, εστως εν τοπω αγιω il lezzo della desolazione, indicato da Daniele profeta, entrato nel Luogo Santo. (Theoph. Chronogr., p. 281). Sofronio, un de' teologi che comparvero più profondi nella controversia de' Monoteliti, fece servire alla circostanza presente questa predizione che ad Antioco ed ai Romani era già stata applicata.

[293.] Stando ai calcoli esatti del d'Anville (Dissert. sur l'ancienne Jérusalem, pag. 42-54), la moschea d'Omar, che fu ampliata ed abbellita dai Califfi suoi successori, ingombrava, sul terreno dell'antico tempio di Salomone (παλαιον του μεγαλου ναου δαπεδον l'antico pavimento del gran tempio, dice Foca) uno spazio lungo duecento quindici, e largo centosettantadue tese. Il geografo di Nubia asserisce che questo magnifico edifizio per estensione e bellezza non era vinto che dalla gran moschea di Cordova (p. 113), dal signor Swinburne rappresentata con tanta eleganza qual è presentemente (Travels into Spain, p. 296-302).

[294.] Ockley ha trovato nei manoscritti di Pocock, che si conservano in Oxford (vol. I, pag. 257), una delle tante tarikhs arabe o cronache di Gerusalemme (d'Herbelot, p. 867), delle quali ha fatto uso per supplire al difettoso racconto di Al-Wakidi.

[295.] La storia persiana di Timur (tom. III, l. V, cap. 21, p. 300) descrive il castello d'Aleppo come un Forte costrutto sopra una roccia alta cento cubiti, prova, dice il traduttor francese, che non era stata veduto dall'autore. Oggi è in mezzo alla città; non è munito, non ha che una porta, la sua circonferenza è di cinque o seicento passi, e la fossa è piena per metà d'acque stagnanti (Voyages de Tavernier, t. I, p. 149; Pocock, vol. II, part. I, p. 150). Le Fortezze dell'oriente son pur poca cosa per un Europeo.

[296.] È assai importante la data della conquista d'Antiochia sotto gli Arabi; confrontando le epoche della Cronologia di Teofane cogli anni dell'Egira, portati dalla storia d'Elmacin, apparirà che quella piazza fu presa tra il ventitre gennaio, e il primo settembre 638 dell'Era cristiana (Pagi, Critica, in Baron., Annal., t. II, pag. 812, 813). Al-Wakidi (Ockley, v. I, p. 314) pone questo fatto nel martedì 21 agosto, data impossibile, poichè essendo in quell'anno caduta la Pasqua nel cinque aprile, deve il 21 agosto essere stato un venerdì. (V. le Tavole dell'arte di verificare le date).

[297.] L'editto favorevole di Cesare, per cui la città riconoscente contava la sua epoca dalla vittoria di Farsaglia, fu segnato εν Αντιοχεια τη μητροπολει, ιερακαι ασυλω, και αυτονομω και αρχουση και προκαθημενη της ανατολης in Antiochia capitale santa ed inviolata, e libera, e dominante, e preside dell'Oriente. (Giovanni Malala in Chron., p. 91, ediz. di Venezia). Convien distinguere ne' suoi scritti i fatti relativi al suo paese da lui ben conosciuto, da quelli dell'istoria generale dei quali è un solenne ignorante.

[298.] Qui l'Autore intende parlare del Monotelismo, ossia di quell'eresia, od opinione erronea, che sosteneva esservi in Gesù Cristo una sola volontà. Ecco lo stato della controversia, e come fu decisa dal Concilio ecumenico, ossia generale VI, l'anno 680.

Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, per non confondere in Gesù Cristo la natura divina e l'umana, aveva, duecento e cinquanta anni prima, sostenuto che fossero totalmente distinte, e che formassero due persone. Al contrario Eutiche, Abate di un monastero, affine di difendere l'unità della persona in Gesù Cristo contro Nestorio, aveva talmente unito la natura divina e l'umana, che le aveva confuse. Il Concilio ecumenico III d'Efeso, l'anno 431, aveva decretato contro Nestorio esservi una sola persona in Gesù Cristo, e quello pure ecumenico IV di Calcedonia, l'anno 451, aveva decretato contro Eutiche, che vi sono due nature in Gesù Cristo. Tuttavia gli Eutichiani pretendevano, che non si potesse condannare Eutiche senza rinnovare il Nestorianismo, ed ammettere due persone in Gesù Cristo, ed i Nestoriani, dalla lor parte, sostenevano non potersi condannare Nestorio senza confondere, come Eutiche, la natura divina a l'umana, e senza farne una sola, e quindi senza cadere nel Sabellianismo, altra eresia ch'era stata prima già condannata.

Si cercarono mezzi per ispiegare come le due nature componessero una sola persona, quantunque sieno distintissime. Si credette risolvere questa difficoltà col supporre, che la natura umana sia realmente distinta dalla divina, ma che vi sia talmente unita, che non abbia azione propria; e che il Verbo sia il solo principio attivo in Gesù Cristo: questo è il Monotelismo, ed i vescovi e preti, che n'erano persuasi, lo sostenevano con questo discorso metafisico.

Non vi può essere in una sola persona che un solo principio, che vuole e si determina, poichè la persona è un individuo ch'esiste per sè stesso, che contiene un principio d'azione, che ha una volontà ed una intelligenza distinta dalla volontà, e dalla intelligenza di qualunque altro principio; dunque non si possono ammettere molte intelligenze, e volontà distinte senza supporre più persone: ora la Chiesa ha definito nel Concilio d'Efeso, l'anno 431, contro Nestorio, che non vi fu in Gesù Cristo che una sola persona, dunque non vi è in Gesù Cristo che un solo principio d'azione, una sola volontà, ed una sola intelligenza; dunque la natura divina, e la natura umana sono talmente unite in Gesù Cristo, che non vi possono essere due azioni, due volontà, poichè in tal caso vi sarebbero due principj agenti, e due persone. (Vedi le lettere de' vescovi Monoteliti Ciro, Sergio, ec. negli atti del VI Concilio generale, Azione 12 e 13). I Cattolici risposero ai Monoteliti, che queste cose sostenevano:

I. Che v'erano in Dio tre persone, ed una sola volontà, perchè non ha che una sola natura, e per conseguenza dall'unità della natura doversi dedurre l'unità della volontà, e non dell'unità della persona. Che se l'unità della persona traesse seco la conseguenza dell'unità della volontà, la moltiplicità delle persone trarrebbe seco la conseguenza della moltiplicità delle volontà, e si dovrebbe riconoscere in Dio tre volontà, il che è falso.

II. Egli è essenziale alla natura umana l'essere capace di volere, di sentire, di agire, di conoscere, di aver sentimento della sua esistenza; se non vi fosse in Gesù Cristo che un solo principio, che sentisse, che conoscesse, che volesse, e che avesse sentimento della sua esistenza, e delle sue azioni, l'anima umana sarebbe in lui annichilata, e confusa colla natura divina, con cui non farebbe che una sostanza, o converrebbe che la natura umana fosse sola, e per conseguenza che il Verbo non si fosse incarnato. Il Monotelismo che suppone una sola volontà in Gesù Cristo, o ricade nell'Eutichianismo, o nega l'Incarnazione (Atti del Concilio VI). Per lo che quantunque non vi sia in Gesù Cristo, che una sola persona che agisce, vi sono tuttavia più operazioni, a le due nature, che compongono la sua persona, e concorrono ad una azione, hanno le loro operazioni proprie di ciascheduna, e perciò si dicono Teandriche, ossia divinamente umane. Le azioni Teandriche non racchiudono dunque una sola operazione, ma due, una divina, e l'altra umana, le quali concorrono ad un medesimo effetto, e perciò quando Gesù Cristo faceva miracoli col suo tatto, l'umanità toccava i corpi, e la divinità li guariva. Se l'umanità di Gesù Cristo voleva qualche cosa, il Verbo voleva che volesse, e la spingeva a volere, secondo il decreto della sua sapienza.

I Monoteliti difesero la loro erronea opinione fortemente, e furono vivamente confutati. Macario, Vescovo d'Antiochia, difese il Monotelismo con tutto lo sforzo dello spirito, e dell'erudizione; protestò, che si lascierebbe piuttosto fare a pezzi, che riconoscere due volontà, e due operazioni in Gesù Cristo: sostenne la sua opinione con moltissimi passi d'antichi scrittori ecclesiastici, ma erano troncati, ed alterati. Finalmente il Concilio, che fu il VI generale, esaminati gli argomenti del questionatori, definì che riconosceva, e confermava le decisioni dei cinque anteriori Concilj generali, e dichiarò inoltre, che vi sono in Gesù Cristo due volontà, e due operazioni, e che queste due volontà si trovano in una sola persona senza divisione, senza mescolamento, e senza mutazione, e che queste due volontà non sono in verun modo contrarie, ma che la volontà umana segue la divina, e le è interamente soggetta; vietò d'insegnare il contrario sotto pena di deposizione per i Vescovi e per i chierici, e di scomunica per i laici. Furono condannati i vescovi Pirro, Sergio, Paolo, ed il Papa Onorio, come Monoteliti. Intorno alla condanna di quest'ultimo furono fatte moltissime discussioni, specialmente da' difensori dell'infallibilità de' Papi: Vedi Natale Alessandro. Dissert. II in saec. 7, Combesis, Hist. Monot. Du Pin, Bibl. T. 5, l. 1, c. 19. Petavio, Dogm. Teol., T. 5, l. 1. I protestanti hanno scritto pure intorno a ciò: vedi lo Spanheim, introd. ad Hist. Sacram. T. 2. Basnage, Histoire de l'Eglise. Martino Cheldenio, De Monotelismo Honorii Papae etc. Appena terminato il Concilio l'Imperatore di Costantinopoli, Costantino Pogonato, fulminò con un decreto i Monoteliti. (Nota di N. N.).

[299.] V. Ockley (vol. I, p. 308-312), che pone in ridicolo la credulità del suo autore. Quando Eraclio fece questo addio alla Sorìa, Vale, Syria, et ultimum vale, profetizzò che i Romani non rimetterebbero il piede in quella provincia che dopo la nascita di un funesto rampollo, che sarebbe il flagello dell'Impero (Abulfeda, p. 68). Io non conosco nè poco nè punto il senso mistico di questa predizione, che forse non ne aveva di sorta alcuna.

[300.] Nel buio dell'oscura ed inesatta cronologia di questi tempi ho per guida un monumento autentico (che sta nel libro delle cerimonie di Costantino Porfirogenito) il quale attesta, che il 4 giugno, A. D. 638, l'imperatore coronò nel palagio di Costantinopoli Eraclio suo figlio cadetto alla presenza di Costantino suo figlio primogenito, e che il 1 gennaio, A. D. 639, i tre principi andarono alla gran chiesa, e il 4 all'Ippodromo.

[301.] Sessantacinque anni prima di Cristo, SYRIA Pontusque monumenta sunt Cn. Pompeii virtutis (Vell. Paterculus, II, 38), o piuttosto della sua fortuna e potenza: dichiarò provincia romana la Sorìa: e gli ultimi dei principi Seleucidi furono inetti ad armare un sol braccio in difesa del lor patrimonio (V. i testi originali raccolti dall'Usserio. Annal., p. 420).

[302.] Abulfeda, Annal. Moslem. p. 73. Poteva Maometto aver la scaltrezza di variare gli elogi pe' suoi discepoli. Era solito dire d'Omar, che se potesse esservi dopo lui un Profeta Omar lo sarebbe, e che sarebbe risparmiato dalla giustizia divina in una disgrazia generale (Ockl. vol. I, p. 221).

[303.] Al-Wakidi pure avea scritto l'istoria della conquista del Diarbekir ossia della Mesopotamia (Ockley, sul fine del secondo volume) non veduta, per quanto pare, dai nostri interpreti. La cronaca di Dionigi di Telmar, patriarca giacobita, racconta la presa di Edessa, A. D. 637, e di Dara, A. D. 641 (Assemani Bibl. ortent. t. II, pag. 103); e i lettori attenti ponno attignere alcuni particolari incerti dalla Cronografia di Teofane (p. 280-287). La maggior parte delle città della Mesopotamia si arresero spontanee (Abulfaragio, p. 112).

[304.] Sanno i dotti che cotale lettera è apocrifa. (Nota di N. N.)

[305.] Sognò di essere in Tessalonica, sogno del tutto innocente e insignificante; ma il suo indovino, o la sua vigliaccheria gli fecero un presagio certo di sconfitta racchiuso in quella funesta parola βες αλλω νικην, dà la vittoria a un altro (Teoph. p. 286: Zonara t. II, l. XIV, p. 88).

[306.] Tutti i passi e tutti i fatti relativi all'isola, alla città e al colosso di Rodi furon raccolti nel laborioso Trattato di Meursio, che fece le stesse ricerche sulle isole di Creta e di Cipro (V. nel terzo volume delle sue opere il Trattato denominato Rhodus l. I, c. 15; p. 715-719). L'ignoranza di Teofane e di Costantino, scrittori dell'istoria Bizantina, fa ascendere a mille trecento sessant'anni lo spazio di tempo trascorso fra la caduta del colosso di Rodi e la vendita de' suoi frantumi fatta da' Saraceni, e scioccamente assicurano che quei rottami fecero il carico di trentamila cammelli.

[307.] Centum colossi alium nobilitaturi locum, scrive Plinio col suo spirito solito (Hist. natur., XXXIV, 18).

[308.] Sappiam questo fatto dall'ardire d'una vecchia che gliene fece rimbrotto in faccia al Califfo, e ad un suo amico. La quale fu mossa a ciò dal silenzio d'Amrou e dalle liberalità di Moawiyah (Abulfeda, Annal. Moslem., p. 111).

[309.] Gagnier (Vie de Mahomet, t. II, pag. 46 ec.) cita l'istoria o il romanzo abissinio di Abdel-Balcides. Questi ragguagli per altro sulla ambasceria e sull'ambasciatore non sono inverisimili.

[310.] Questa risposta ci fu conservata dal Pocock (Not. ad Carmen Tograi, p. 284), e il signor Harris (Philosophical Arrangements, p. 350) giustamente la loda.

[311.] V., sulla vita e il carattere d'Amrou, Ockley (Hist. of the Saracens, vol. I, p. 28, 63, 94, 328, 342, 344, e alla fin del volume; vol. II, p. 51, 55, 57, 74, 110, 112, 162) e Otter (Mém. de l'Acad. des inscr. t. XXI, p. 131-132). I lettori di Tacito raffronteranno sicuramente Vespasiano e Muziano con Moawiyah e Amrou. L'analogia per altro sta più nella situazione che nel carattere di questi personaggi.

[312.] Anche Al-Wakidi ha composto un'istoria particolare della conquista d'Egitto, ma Ockley non potè procacciarsela; e le indagini di quest'ultimo (vol. I, p. 344-362) pochissimo aggiunsero al testo originale d'Eutichio (Annal. t. II, p. 296-323, vers. Pocock), Patriarca melchita d'Alessandria che visse tre secoli dopo quella rivoluzione.

[313.] Strabone, testimonio esatto ed osservatore, parlando d'Eliopoli, nota che νυνι μεν ουν εκι πανερημος η πολις ora è quella città al tutto deserta (Geographia l. XVII, p. 1158); ma parlando di Menfi dice, πολις δ’εσι μεγαλη τε κα: ευανδρος δευτερα μετ’ Αλεξανδρειαν città grande e popolosa, seconda dopo Alessandria (p. 1161). Accenna tuttavia la mescolanza d'abitatori, e la rovina dei palazzi. Ammiano ragionando dell'Egitto, propriamente detto, pone Menfi fra le quattro città, maximis urbibus quibus provincia nitet,(XXII 16), e il nome di Menfi appare illustre nell'itinerario romano, e nella lista dei vescovadi.

[314.] Non si trovano che in Niebuhr, e nel geografo di Nubia (p. 98) questi ragguagli curiosi su la larghezza (duemila novecento quarantasei piedi) e sui ponti del Nilo.

[315.] Comincia il Nilo ad ingrossare a poco a poco dopo il mese di Aprile: l'elevazione si fa più sensibile nel tempo della luna che viene dopo il solstizio d'estate (Plinio, Hist. nat., v. 10), e si pubblica per lo più al Cairo nel giorno di S. Pietro (29 giugno). Da un registro di trent'anni viene indicata la maggior altezza delle acque fra il 25 luglio e il 18 agosto (Maillet, Descript. de l'Egypte lettera XI, p. 67, ec. Pocock, Description de l'Orient, vol. I, p. 200; Shaw's Travels, p. 383).

[316.] Murtadi, Merveilles de l'Egypte, p. 243-259. Si dilunga egli su questo argomento con lo zelo, e collo spirito minuzioso d'un cittadino e d'un devoto, e le sue tradizioni locali hanno gran sembianza di verità ed esattezza.

[317.] D'Herbelot, Bibl. orient. p. 233.

[318.] È benissimo conosciuta e fu descritta la situazione del vecchio e nuovo Cairo. Due scrittori, che aveano perfetta cognizione dell'antico e del moderno Egitto, fissarono dopo dotte indagini il sito di Menfi a Gizeh rimpetto al vecchio Cairo (Sicard, Nouveaux Mémoires des Missions du Levant, t. VI, p. 5, 6; Observat. et Voyages de Shaw, p. 296-304). Dobbiam per altro rispettare non poco l'autorità e gli argomenti del Pocock (vol. I, p. 25-41), del Niebuhr (Voyage, t. I, p. 77-106), e particolarmente del d'Anville (Description de l'Egypte, p. 111, 112, 130-149), i quali collocan Menfi appresso il villaggio di Mohannah alcune miglia più abbasso verso mezzogiorno. Questi scrittori, nel fervor della disputa, dimenticarono che il vasto terreno d'una metropoli cuopre, ed annulla la più gran parte dello spazio che forma il subbietto di questa discussione.

[319.] V. Erodoto, l. III, c. 27, 28, 29: Eliano, Hist. Var. l. IV, c. 8: Suida in Ωχος, t. II, p. 794; Diodoro di Sicilia t. II, lib. XVII p. 197, ediz. di Wesseling. Των Περσων ησεβηκοτων εις τα ιερα, dei Persiani violatori dei templi, dice l'ultimo di questi Storici.

[320.] Quei cristiani Egiziani, che non vollero ricevere la decisione del Concilio ecumenico di Calcedonia, che aveva decretato contro Eutiche, Abate di un monastero, esservi in Gesù Cristo due nature, sono nominati Cofti, o Copti, o Giacobiti, ed a cagione della loro erronea opinione, d'esservi in Gesù Cristo una sola natura, sono detti con greco vocabolo Monofisiti. Al tempo del Concilio di Calcedonia ed anche poco dopo erano intorno a seicentomila; oggidì sono ridotti a circa quindicimila per le persecuzioni, e gli atroci massacri che ne fecero i Cattolici sostenitori del Concilio di Calcedonia. Il Capo della Chiesa Copta fu ed è il Patriarca d'Alessandria, successore di S. Marco evangelista.

Il Concilio di Calcedonia colla sua decisione, e colla deposizione di Dioscoro, Patriarca d'Alessandria, aveva irritato tutti gli spiriti de' Cristiani d'Egitto, ed accesosi contro un grande fanatismo in quella vasta provincia. La severità delle leggi degli imperatori di Costantinopoli a sostenimento de' decreti del Concilio, ed i mezzi adoperati dal partito perseguitato, posero a grandi turbolenze l'Egitto. La forza imperiale fece prevalere ed eseguire le decisioni del Concilio, ed i cristiani Cofti d'Egitto dai Cattolici vincitori furono esclusi da tutte le dignità civili, militari, ed ecclesiastiche, e furono da Costantinopoli spediti nuovi governatori, nuovi magistrati, nuovi vescovi. Malgrado la persecuzione, ed il massacro di centomila Cofti in diverse occasioni, essi non furono estinti dai sostenitori del Concilio di Calcedonia: una parte di loro, abbandonata la patria ed usciti dal dominio imperiale, trovarono pace presso gli Arabi, che tolleravano tutte le religioni, ed in alcune altre province dell'Affrica; quelli che rimasero in Egitto ebbero sempre a soffrire, finchè vi durò il dominio degli imperatori Greci, ogni specie di persecuzioni, e d'oltraggi. I governatori Greci facevano sostenere la tavola (Hist. Patriar. Alexand. pag. 164) del loro pranzo da alcuni Cofti, e si nettavano le mani nelle loro barbe, affronto il più grande che loro far si potesse, e che, unito a tutti gli altri mali che soffrivano, pose negli animi loro un odio implacabile contro gli imperatori Greci di Costantinopoli, e contro i decreti del Concilio di Calcedonia, ed un desiderio di vendetta cui soddisfecero, allorchè, passati i sentimenti di generazione in generazione, il generale Arabo, il maomettano Amrou, s'avvicinò all'Egitto duecento anni dopo. I pochi superstiti Cofti hanno anche oggidì presente alla memoria l'orribile massacro di centomila de' loro antenati, affinchè accettassero i decreti del Concilio di Calcedonia. I Cofti rigettando quel Concilio, e la lettera del Papa Leone I, nè volendo convenire, siccome fu loro inculcato dai loro Vescovi, che vi sieno due nature in Gesù Cristo, dicono poi coi Cattolici, che la divinità, e l'umanità di lui non sono in verun modo confuse nella sua persona; e quando si eccettui il loro monofisismo, che consiste appunto nel negare le due nature, non hanno alcun'altra torta credenza particolare. La Chiesa Cofta dall'epoca del Concilio di Calcedonia è stata sempre separata dalla Chiesa Cattolica romana. (Nota di N. N.).

[321.] Mokawkas mandò al Profeta due vergini Cofte colle loro fantesche, ed un eunuco; un vaso d'alabastro, una verga d'oro puro, dell'olio, del mele, e le più belle tele dell'Egitto; un cavallo, un mulo, e un asino, tutti e tre insigni per qualità particolari. L'ambasceria di Maometto partì da Medina il settimo anno dell'Egira (A. D. 628) V. Gagnier (Vie de Mahomet, t. II, p. 255, 256, 303) che copia Al-Jannabi.

[322.] Eraclio aveva commessa al patriarca Ciro la prefettura dell'Egitto, e la direzione della guerra (Theoph. p. 280, 281). «Non consultate voi in Ispagna i vostri preti? diceva Giacomo II. — Sì, gli rispose l'ambasciator del re Cattolico, e i nostri affari van di conseguenza». Non oso davvero riferire i disegni di Ciro, che volea pagare il tributo ai Musulmani senza scemar le rendite dell'imperatore, e convertire Omar dandogli in isposa la figlia d'Eraclio. (Nicephor., Breviar. p. 17, 18).

[323.] V. la vita di Beniamino in Renaudot (Hist. patr. Alexand., pag. 155-172) il quale ha corredata l'istoria del conquisto dell'Egitto con alcuni fatti tolti dal testo arabo di Severo, isterico Giacobita.

[324.] Il primario tra i Geografi, il d'Anville (Mémoires sur l'Egypte, p. 52, 63), ci ha data la descrizion locale d'Alessandria; ma ne dobbiam cercar alcune particolarità ulteriori ne' viaggiatori moderni: non citerò che Thevenot (Voyage au Levant, part. I, p. 381-395); Pocock (vol. I, p. 2-13); Niebuhr (Voyage en Arabie, t. I, p. 34-43); due viaggi più recenti ed emuli, quelli del Savary e del Volney, potranno il primo dilettare, l'altro istruire.

[325.] Eutichio (Annal. t. II, p. 319), ed Elmacin (Hist. Saracen., p. 28) son d'accordo nel fissar la presa d'Alessandria nel venerdì della nuova luna di Moharram, nel ventesimo anno dell'Egira (22 dicembre A. D. 640). Contando i quattordici mesi passati davanti ad Alessandria, i sette mesi davanti Babilonia ec., parrebbe che Amrou cominciasse l'invasion dell'Egitto sulla fine dell'anno 638; ma si sa per cosa certa che entrò in quel paese il dodici di bayni (sei giugno). (Murtadi, Merveilles de L'Egypte, p. 164; Severo, apud Renaudot p. 162). Il general Saraceno, e poi Luigi IX re di Francia si fermarono a Pelusio, o Damiata, durante l'inondazion del Nilo.

[326.] Eutichio, Annal., t. II, p. 316-319.

[327.] Non ostante qualche contraddizione fra Teofane e Cedreno, l'esatto Pagi (Critica, t. II, pag. 824) ha ricavata da Niceforo e dalla cronaca orientale la vera data della morte d'Eraclio. Finì egli i suoi giorni l'11 febbraio, A. D. 641, 60 giorni dopo perduta Alessandria. Una lettera in dodici giorni arrivava da Alessandria a Costantinopoli.

[328.] Ci restano molti Trattati di questo amante della fatica (φιλοπονος): ma si leggono quelli che sono stampati come quelli che non furono pubblicati mai; Mosè ed Aristotele sono i subbietti principali di que' verbosi commentari, uno de' quali porta la data del 10 maggio, A. D. 617 (Fabricio, Bibl. graec. t. IX, p. 458-468). Un moderno (Giovanni-le-Clerc), che qualche volta s'appropriava quel nome, era tanto laborioso quanto il Filopono d'Amrou, ma superiore a lui in buon senso, e in vero sapere.

[329.] Abulfaragio, Dynast., p. 114. vers. Pocock. Audi quid factum sit et mirare. Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo scetticismo ragionevole di Renaudot (Hist. Alex. patriar., p. 170; Historia..... habet aliquid απιστον (incredibile) ut Arabibus familiare est).

[330.] Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani.

[331.] È vero che ortodosso, in sostanza, non vuol dir altro che uomo di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro; ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo ortodosso può soltanto adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai Maomettani. (Nota di N. N.)

[332.] V. Reland, De Jure militari Mohammedanorum nel terzo volume delle Dissertazioni p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de' Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al nome di Dio.

[333.] Si consultino le Raccolte del Freinsheim (Supplément de Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (Annal. pag. 469). Scrive Tito Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: Elegantiae regum curaeque egregium opus, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente criticato dal rigido stoicismo di Seneca (De tranquillitate Animi, c. 9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare.

[334.] V. il capitolo XXVIII di quest'opera.

[335.] Aulo Gellio (Nuits attiques VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII, 16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole d'Ammiano son da notarsi: fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et loquitur monumentorum veterum concinens fides, etc.

[336.] Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia, degli Esapli, delle Catenae patrum, de' commentari ec. (p. 170). Il nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, Prolegomen., ad N. T., p. 8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme.

[337.] Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano (Instit. Orat. X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini.

[338.] Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton (Reflexions on ancient and modern learning, p. 85-95) oppone su questa materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione sia stata una gran perdita per la filosofia.

[339.] Il signor Ockley e i compilatori della storia universale moderna, tanto contenti della lor fatica, non hanno scoperto queste particolarità curiose ed autentiche riferite dal Murtadi (p. 284-289).

[340.] Eutichio, Annal. tom. II, p. 320; Elmacin, Hist. Saracen., p. 35.

[341.] È molto oscuro ciò che si riferisce a quei canali. Tocca al lettore di fissar la sua opinione colla lettura di d'Anville (Mém. sur L'Egypte, p. 108-110-124, 132), e di una dotta tesi sostenuta e stampata a Strasburgo nel 1770 (Jungendorum marium fluviorumque molimina, pag. 39-47, 68-70). I Turchi stessi, comecchè negligentissimi, hanno discusso L'antico disegno di congiungere i due mari (Mémoires du baron de Tott, t. IV).

[342.] Pietro Vatier diede alla luce nel 1666, in Parigi, un volumetto delle Meraviglie dell'Egitto composto nel tredicesimo secolo da Murtadi, abitante del Cairo, e tradotto sopra un manoscritto arabo che fu del cardinal Mazarino. Ciò che dice l'autore delle Antichità Egiziane è assurdo e stravagante: ma i suoi racconti minuti sulla conquista e sulla geografia della sua patria son degni di fiducia e di stima (V. la Corrispondenza d'Amrou e d'Omar p. 279-289).

[343.] Maillet, che fu vent'anni Console al Cairo, aveva avuto mille occasioni diverse d'esaminare questo variato spettacolo. Parla del Nilo (Lettera II, e in particolare p. 70-75) e della fertilità del suolo (Lettera IX). Gray, che viveva in un collegio di Cambridge, ha dato su quella contrada un'occhiata più acuta:

«In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le circondano!» (Works and Memoirs of Gray edizione di Mason p. 199, 200).

[344.] Murtadi, p. 164-167. Non crederà di leggieri il lettore ai sagrifizi umani sotto imperatori cristiani, nè ad un miracolo fatto dai successori di Maometto.

[345.] Maillet, Description de l'Egypte, p. 22. Segna egli questo numero come opinione comune, e soggiunge che generalmente quei villaggi contengono due o tremila persone, e che in parecchi vive più gente che nelle nostre grandi città.

[346.] Eutichio, Annal., t. II, p. 308-311. I venti milioni furono calcolati dalle massime seguenti: un duodecimo della popolazione per l'età superiore ai sessant'anni, un terzo per quella che non passa i sedici; e la proporzion dagli uomini alle donne di diciassette a sedici. (Recherches sur la population de la France, pag. 71, 73). Il signor Goguet (Orig. des arts, etc. t. III, p. 26 ec.) suppone che l'antico Egitto contenesse ventisette milioni d'abitanti, perchè i millesettecento compagni di Sesostri erano nati lo stesso giorno.

[347.] Elmacin (Hist. Saracen. p. 218); d'Herbelot senza scrupolo ammette questo enorme computo (Bibl. orient., p. 1031); Arbuthnot (Tables of ancient coins, p. 262) e il de Guignes (Hist. des Huns, t. III, p. 135) avrebbero potuto ammettere la non meno strana generosità d'Appiano, che dona ai Tolomei (in Praefat.) un'entrata annua di settantaquattro miriadi, settecentoquarantamila Talenti, cioè cento ottantacinque, o circa duecento milioni di lire sterline, se si fa il conto sul valore del Talento di Egitto o di quello d'Alessandria (Bernard, De Ponderibus antiquis, p. 186).

[348.] V. i calcoli del d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 23 ec.). Il signor di Paw, dopo qualche disputa da uomo di mal umore, non può valutare più di duemila dugento cinquanta leghe quadrate (Recherches sur les Egyptiens, t. I, p. 118-121).

[349.] Renaudot (Hist. patriarch. Alexandr. p. 334) il quale tratta la lezion comune, o la version d'Elmacin, da' error librarii. I 4,300,000 pezze che egli sostituisce pel nono secolo sono un termine medio assai probabile, oltre i 3,000,000 che acquistarono gli Arabi colla signoria dell'Egitto (idem, p. 168) e i 2,400,000 che il sultano di Costantinopoli riscosse nell'ultimo secolo (Pietro della Valle, t. I, pag. 352; Thevenot, part. I, p. 824). Il Paw (Recherches, t. II, p. 365-373) cresce a poco a poco la rendita dei Faraoni, dei Tolomei, e dei Cesari, da sei a quindici milioni di scudi di Germania.

[350.] La lista di Schultens (Index geograph. ad calcem vit. Saladin., p. 5) contiene duemila trecento novantasei città o villaggi: quella del d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 29), a seconda dei dati fornitigli dal divano del Cairo, ne numera duemila secento novantasei.

[351.] V. Maillet (Description de l'Egypte, p. 28): i suoi argomenti sono giudiziosi e sembrano procedenti da un uomo leale. Son più contento delle osservazioni fatte da questo autore, che della sua erudizione: egli non conosceva nè le lettere greche, nè le latine, ed è troppo incantato dalle finzioni degli Arabi. Abulfeda (Descript, Aegypt. arab. et latin., Joh. David Michaelis, Gottingue, in 4. 1776) ha raccolto quanto essi dissero di più ragionevole. Per riguardo ai due viaggiatori moderni, Savary e Volney, il primo diletta, come già notai; ma il secondo è tanto istruttivo che io vorrei che potesse girare tutto il globo.

[352.] La mia narrazione della conquista dell'Affrica è cavata da due Francesi che scrissero sulla letteratura degli Arabi. Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes, t. I, p. 8-55) e Otter (Hist. de l'Acad. des inscriptions, t. XXI, p. 111-125, 136); essi hanno attinto i fatti in gran parte da Novairi, che compose (A. D. 1331) un'Enciclopedia in più di venti volumi. Questa Enciclopedia ha cinque parti generali; ella tratta, 1. della medicina, 2. dell'uomo, 3. degli animali, 4. delle piante, e 5. dell'istoria. Gli affari dell'Affrica sono discussi nel sesto capitolo della quinta sezione di quest'ultima parte (Reiske, Prodidogmata ad Hadii chalifae tabulas, p. 232-234). Fra gli storici antichi citati da Novairi, è da osservarsi la narrazione originale d'un soldato che conduceva la vanguardia dei Musulmani.

[353.] V. l'istoria d'Abdallah in Abulfeda (vit. Mohammed p. 109), e Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 45-48).

[354.] Leone l'Affricano (in Navigazione e Viaggi di Ramusio, t. I, Venezia, 1550, fol. 76, retro) e Marmol (Description de l'Afrique, t. II, p. 562) hanno descritta la provincia e la città di Tripoli. Era il primo un Moro erudito che avea viaggiato; compose o tradusse la geografia dell'Affrica a Roma, dove si trovava prigioniero, e avea preso il nome e la religione di Papa Leon decimo. Lo spagnuolo Marmol, soldato di Carlo V, era prigioniero dei Mori quando compilò la sua descrizione dell'Affrica; tradotta in francese dal d'Ablancourt (Parigi, 1667, 3 vol. in 4). Marmol avea letto ed osservato; ma non ha quell'occhio curioso e quelle vedute estese che si trovano nello scritto di Leone l'Affricano.

[355.] V. Teofane, che fa menzione della sconfitta piuttosto che della morte di Gregorio. Egli dà al Prefetto il nome ingiurioso di Τυραννος Tiranno; è verosimile che Gregorio avesse presa la porpora (Chronograph., p. 285).

[356.] V. in Ockley (Hist. of the Saracens, vol. II, p. 45) la morte di Zobeir, che fu onorato dalle lagrime di Alì contro cui si era egli ribellato. Eutichio (Annal., t. II, p. 308) parla del suo valore all'assedio di Babilonia, se pure non si tratta d'altra persona collo stesso nome.

[357.] Shaw's Travels, p. 118, 119.

[358.] Mimica empito, dice Abulfeda, erat haec, et mira donatio; quandoquidem Othman, ejus nomine nummos ex aerario prius ablatos aerario praestabat (Ann. mosl. p. 78). Elmacino (nella sua oscura versione pag. 39) riporta, per quel che pare, questo medesimo raggiro. Quando gli Arabi assediarono il palazzo di Othmano, fu questa una delle principali incolpazioni allegate.

[359.] Επεστρατευσαν Σαρακηνοι την Αφρικην, και συμβαλοντες τω τυραννω Γρηγοριω τουτον τρεπουσι και τους συν αυτω κτεινουσι και στοικησαντες φορους μετα των Αφρων υπεστρεφαν. Guerreggiarono i Saraceni in Affrica, e venuti a conflitto col tiranno Gregorio lo batterono, e con lui uccisero i suoi compagni, e dopo avere segnato il tributo sugli Affricani si ritirarono. (Teofane, Chronograph., p. 285, ediz. di Parigi). La sua cronologia è incerta ed inesatta.

[360.] Teofane (in Chronogr., p. 293) riferisce le voci vaghe che andavano arrivando a Costantinopoli sulle conquiste degli Arabi all'occidente; e Paolo Warnefrido, diacono d'Aquileia (De gest. Langobard., l. V, c. 13), ci avvisa che a quei giorni mandarono un'armata navale da Alessandria nei mari di Sicilia e dell'Affrica.

[361.] V. Novairi (apud Otter, p. 118), Leone l'Affricano (fol. 81 retro), che conta solo cinque città ed infiniti casali; Marmol (Descript. de l'Afrique, t. III, pag. 33) e Shaw (Voyages, p. 57-65-68).

[362.] Leone l'Affricano, fol. 58; Marmol t. II, p. 415; Shaw pag. 43.

[363.] Leone l'Affricano, fol. 52; Marmol t. II, p. 228.

[364.] Regio ignobilis, et vix quicquam illustre sortita, parvis oppidis habitatur, parva flumina emittit, solo quam viris melior et segnitie gentis obscura. (Pomponio Mela, I, 5, III, 10.). Mela è tanto più degno di credenza in quanto che i suoi Maggiori, oriundi della Fenicia, aveano lasciata la Tingitania per traslocarsi in Ispagna. (V. in II, 6, un passo di questo geografo, messo a crudel tortura dal Salmasio, da Isacco Vossio, e da Giacomo Gronovio, il più violento dei critici). Viveva egli nel tempo che questo paese fu interamente soggiogato dall'imperatore Claudio; eppure, trent'anni dopo, Plinio (Hist. nat., V, 1) si lagna di quegli autori troppo indolenti per indagare quella provincia selvaggia e rimota, e troppo orgogliosi nel confessare la loro ignoranza.

[365.] Aveano gli uomini a Roma la smania del legname di cederno, come le donne quella delle perle. Una tavola rotonda di quattro o cinque piedi di diametro, si vendeva al prezzo d'un ricco podere (Latefundii taxatione), cioè per otto, dieci o dodicimila lire sterline. (Plinio Hist. nat., XIII, 29). So bene che non va confuso il citrus coll'albero che dà il frutto dagli antichi appellato citrum; ma non sono abbastanza dotto in botanica per caratterizzare il primo, che somiglia al cipresso dei boschi, col nome volgare o con quello che gli assegna Linneo, e non deciderò nemmeno se il citrum sia l'arancio o il limone. Pare che il Salmasio abbia esausta questa materia; ma troppo spesso si intrica nelle file confuse d'una mal ordinata erudizione (Plinian. Exercit., t. II, p. 666 ec.).

[366.] Leone l'Affricano fol. 16 retro; Marmol, (t. II, p. 28). Trattasi spesso di questa provincia, che fu il primo teatro delle glorie e della grandezza dei Sceriffi, nella curiosa storia di questa dinastia registrata in fine del terzo volume della descrizione dell'Affrica del Marmol. Il terzo volume delle Ricerche storiche sui Mori, pubblicata recentemente a Parigi, spande molta luce sulla storia e la geografia dei regni di Fez, e di Marocco.

[367.] Otter (pag. 119) ha messa tutta l'enfasi del fanatismo a questa esclamazione che il Cardonne (p. 37) ha mitigata, e che sotto la sua penna non indica il pio pensiero di predicare il Corano. Eppure aveano l'uno e l'altro davanti il testo di Novairi.

[368.] Ockley (Hist. of the Saracens, vol. II, p. 129, 130) parla della fondazione di Cairoan, e Leone l'Affricano (fol. 75), Marmol (t. II, p. 532) e Shaw (p. 115) parlano della situazione della moschea ec.

[369.] Bene spesso gli autori han commesso un enorme sbaglio per una piccola somiglianza di nome, confondendo la Cirene dei Greci col Cairoan degli Arabi, due città lontane mille miglia l'una dell'altra. Non evitò quest'errore il grande de Thou, errore tanto meno scusabile in quanto si trova in una descrizion dell'Affrica accuratamente da lui elaborata (Hist. l. VII, c. 2, in t. I, p. 240 ediz. di Buckley).

[370.] Oltre le cronache arabe d'Abulfeda, d'Elmacin, e d'Abulfaragio pel settantesimoterzo anno dell'Egira, si possono consultare d'Herbelot (Bibl. orient. p. 7) ed Ockley (Hist. of the Saracens, vol. II, p. 339-349). Ockley riferisce in modo patetico l'ultimo colloquio d'Abdallah e di sua madre, ma dimenticò un effetto fisico del dolore da lei provato alla morte del figlio: il ritorno cioè, e le funeste conseguenze dei suoi mestrui in età di novant'anni.

[371.] Λεοντιος.... απαντα τα Ρωμαικα εξωπλισς πλοιμα ςτρατηγον τε επ’αυτοις Ιωαννην τον Πατρικιον εμπειρον των πολεμιων προχετρισαμενος προς Καρχηδονα κατα των Σαρακηνων εξεπεμψεν Leonzio.... imbarcò tutte le forze romane, ed eletto per capitano di quelle il patrizio Giovanni pratico di guerra lo spedì a Cartagine contro de' Saraceni (Niceforo, Constantinop. Breviar. p. 28). Il patriarca di Costantinopoli e Teofane (Chronogr. p. 309) hanno in poche parole rammentato quest'ultimo tentativo per soccorrer l'Affrica. Il Pagi (Critica t. III, p. 129-141) ha stabilita la Cronologia, confrontando esattamente gli storici Arabi e Bizantini che sovente si contraddicono per le epoche e pei fatti. V. pure una nota d'Ockley (p. 121).

[372.] Dove s'erano ridotti i nobili Romani e i Goti: e di poi, i Romani fuggirono e i Goti lasciarono Cartagine (Leone l'Affricano, fol. 72). Non so da quale scrittore Arabo abbia tolto questo fatto relativo ai Goti: ma questo nuovo ragguaglio è tanto importante e verosimile che mi basta la più piccola autorità per ammetterlo.

[373.] Questo Commendatore è chiamato da Niceforo βασιλεως Σαρακηνων re dei Saraceni definizione un po' vaga, ma esatta abbastanza, delle incombenze del Califfo. Teofane usa la strana denominazione di Προτοσυμβολος Protosimbolo, che Goar, suo interprete, applica al Vizir Azem. Forse attribuivano giustamente al ministro piuttosto che al principe l'uficio attivo; ma dimenticarono che i califfi Ommiadi non aveano che un Cateb, o segretario; e che non fu rimessa o istituita la dignità di Visir, se non che l'anno 132 dell'Egira (d'Herbelot p. 912).

[374.] Solino (l. XXVII, p. 36 ediz. Salmasio) dice che la Cartagine di Didone ha sussistito seicento settantasette, o settecento trentasette anni. Queste due versioni dipendono dalla differenza dei manoscritti e delle edizioni (Salmas. Plinian., exercit., t. I, pag. 228). Il primo di questi computi, che ne porta la fondazione a ottocentoventitre anni avanti Gesù Cristo, s'accorda meglio colla testimonianza ben pesata di Velleio Patercolo; ma i nostri cronologisti (Marsham, Canon. chron., p. 398) preferiscono l'ultimo conto, che par loro più conforme agli annali degli Ebrei e de' Tiri.

[375.] Leone l'Affricano, fol. 71; Marmol. t. II, p. 415-447: Shaw, p. 80.

[376.] Si ponno distinguere quattro epoche nella Storia del nome di Barbaro: 1. al tempo di Omero, quando i Greci o gli abitanti della costa asiatica usavano forse un idioma comune, il suono imitativo di barbar divenne un nome che si dava alle tribù più rozze, che aveano più ingrata pronunzia e più difettosa grammatica. Καρες βαρβαροφωνοι I Carii di barbaro accento (Iliade 2, 567, con lo Scoliaste d'Oxford, con le note di Clarke e col Tesoro greco di Enrico Stefano t. I, pag. 720). 2. Sin dai tempi d'Erodoto almeno, fu applicato a tutte le nazioni straniere alla lingua e al nome dei Greci. 3. Nel secolo di Plauto i Romani si sottomisero a questo insulto (Pompeo Festo l. II, pag. 48 ediz. del Dacier), e si davano da sè il nome di Barbari. Vennero a poco a poco nella pretensione che non convenisse questo titolo all'Italia, e alle province che aveano assoggettate; e infine non lo diedero che ai popoli selvaggi, od ai nemici che stavano fuori del precinto dell'impero. 4. Conveniva ai Mori in tutti i sensi. I conquistatori Arabi presero questa parola dalla lingua dei Romani stanziati nelle province, ed è poi divenuto un nome locale pei popoli che vivono lungo la costa settentrionale dell'Affrica nomata Barbaria.

[377.] Il primo libro di Leone Affricano, e le Osservazioni del dottor Shaw (p. 220, 223, 227, 247 ec.) schiarirono assai le tribù erranti della Barbaria che dagli Arabi o dai Mori discendono. Ma lo Shaw s'era tenuto a una rispettosa distanza da quei Selvaggi, e pare che Leone, prigioniero a Roma, dimenticasse in Italia quel che sapeva della letteratura Araba, mentre acquistava qualche cognizione di quella dei Greci e dei Romani. Ha commesso gran numero d'errori grossolani nella prima parte dell'istoria Maomettana.

[378.] In una conferenza disse Amrou, ad un principe Greco, che la lor religione era differente, e che questo dava giusto motivo alle liti tra fratelli (Ockley, Hist. of the Saracens, vol. I, p. 328).

[379.] Abulfeda, Annal. moslem., p. 78, vers. Reiske.

[380.] Il nome d'Andalusia vien dato dagli Arabi non solo alla provincia che ha questo nome al presente, ma a tutta la penisola di Spagna. (Geograph. nub., pag. 151; d'Herbelot, Bibl. orient., pag. 114, 115). Sembra che questo nome non derivi da Vandalusia, paese dei Vandali, come han detto alcuni autori (d'Anville, Etats de l'Europe, p. 146, 147 ec.). La vera etimologia par quella di Casiri che osserva che Handalusia significa in arabo la region dell'occidente, e così equivale all'Hesperia dei Greci (Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 327, ec.).

[381.] Descrive il Mariana la caduta e il risorgimento della monarchia dei Goti (t. I, p. 238-260, l. VI, c. 19-26, l. VII, c. 1, 2). Lo stile di questo storico nella suo nobile opera (Historia de rebus Hispani, libri XXX, Aia 1733, 4 volumi in folio colla continuazione del Miniana) ha quasi il pregio e l'energia degli autori Romani classici, e dal duodecimo secolo in poi si può riposare sulle dottrine e sul giudizio che egli palesa. Ma questo Gesuita non era scevro dai pregiudizi del suo Ordine; come il suo rivale Buchanan, egli ammette e abbellisce le leggende nazionali più assurde. Trascura troppo la critica e la cronologia, e colla sua vivace immaginazione supplisce alle lacune dei monumenti storici. Queste lacune sono considerabili e frequentissime. Rodrigo di Toledo, primo storico Spagnuolo, viveva cinque secoli dopo la conquista degli Arabi: e quanto si sa dei tempi anteriori è ristretto in poche linee aridissime degli oscuri annali, o cronache, d'Isidoro di Badajoz e di Alfonso III re di Leone, da me trovati solamente negli annali del Pagi.

[382.] Lo stupro, dice Voltaire, è difficile a fare, come a provare. Si sarebbero mai collegati i vescovi per una fanciulla? (Hist. gener., c. 26). Questo argomento non è concludente in buona logica.

[383.] Sembra che nella storia di Cava, il Mariana (l. VI, c. 21, pag. 241, 242) voglia gareggiare col racconto che fa T. Livio nella storia di Lucrezia. Ad esempio degli antichi, cita rare volte gli autori, e la testimonianza più antica indicata dal Baronio (Annal. eccles., A. D. 715, n. 19) quella è di Luca Tudense, diacono di Galizia, del secolo tredicesimo il quale dice solamente Cava quam pro concubina utebatur.

[384.] Gli orientali Elmacin, Abulfaragio ed Abulfeda trapassano in silenzio la conquista della Spagna, o appena appena ne fan motto. Il testo di Novairi e degli altri scrittori Arabi si trova, con qualche mistura, nella storia dell'Affrica e della Spagna sotto la dominazion degli Arabi (Parigi 1765, 3 vol. in 12, t. I, p. 55-114), scritta dal signor de Cardonne, e in modo più conciso nella storia degli Unni (t. I, p. 347-350) del signor de Guignes. Il bibliotecario dell'Escurial non ha risposto alla mia aspettazione, eppure sembra che abbia attentamente rifrustati i materiali confusi che sono sotto la sua custodia. Alcuni frammenti preziosi del genuino Razis (che scrisse in Cordova l'anno dell'Egira 300), di Ben-Hazil, etc. dan lume alla storia della conquista di Spagna (V. Bibl. Arabico-Hispana, t. II, p. 32-105, 106-182, 252-319, 332). Il dotto Pagi ha fatto suo pro delle cognizioni che aveva il suo amico abate di Longuerne sulla letteratura degli Arabi, e molto mi giovarono le lor fatiche.

[385.] Uno sbaglio di Rodrigo di Toledo, nel paragone che ha fatto degli anni lunari dell'Egira cogli anni giuliani dell'Era di Cesare, condusse il Baronio, il Mariana e la turba degli storici Spagnuoli a porre la prima invasion degli Arabi nell'anno 713, e la battaglia di Cheres nel novembre 714. Questo anacronismo di tre anni fu scoperto dai cronologi moderni, e soprattutto dal Pagi (Critica, t. III, p. 169-171, 174), che hanno indicato la vera data della rivoluzione. Il sig. Cardonne, versato nella letteratura degli Arabi e che per altro ammise l'antico errore, ha palesato in questo proposito una ignoranza o una negligenza inescusabile.

[386.] Il primo anno dell'Era di Cesare, seguìta dalla legge e dal popolo di Spagna sino al secolo decimoquarto, è di trent'otto anni anteriore alla nascita di Gesù Cristo. Parmi che si riporti alla pace generale per mare e per terra che rassodò il potere e la divisione dei Triumviri (Dione-Cassio, l. XLVIII, p. 547, 553; Appiano De bell. civ., l. I, p. 1054 ediz. in folio). La Spagna era una delle province sottomesse a Cesare Ottaviano, e Tarragona, che innalzò il primo tempio in onore d'Augusto (Tacito, Annal., 1, 78), potè apprendere dagli orientali questa specie d'adulazione.

[387.] Il padre Labat (Voyages en Espagne et en Italie, t. I, pag. 207-217) parla col suo brio ordinario della strada del Cantone e del vecchio castello del conte Giuliano, come pure dei tesori nascosti ec., a cui prestan fede i superstiziosi Spagnuoli.

[388.] Il geografo di Nubia (p. 154) descrive i siti che furono il teatro della guerra; ma difficilmente si crede che il Luogo-tenente di Musa siasi appigliato ad un espediente tanto disperato ed inutile quanto quello d'incendiare i propri vascelli.

[389.] Xeres (la colonia romana d'Asta Regia) non è lontana da Cadice che due leghe; nel sedicesimo secolo era un granaio del paese, ed oggi è noto il vino Xeres a tutte le nazioni Europee (Lud. Nonii Hispania: c. 13, p. 54-56, opera esattissima e concisa). D'Anville (Etats de l'Europe, etc. p. 154).

[390.] Id sane infortunii regibus pedem ex acie referentibus saepe contingit. (Ben-Hazil di Granata, in Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 323). Alcuni Spagnuoli creduli pensano che Rodrigo riposasse in una cella d'un Eremita; altri dicono che fu chiuso vivo in una botte piena di serpenti, e che esclamò con grido lamentevole: «Sono straziato nella parte ove tanto peccai!» (Don Chisciotte, part. II, l. III, c. I).

[391.] Il sig. Swinburne ha speso settantadue ore e mezzo per andare sopra le mule da Cordova a Toledo per la via più breve. Debbe abbisognare più tempo alle mosse lente e deviate d'un esercito. Attraversarono gli Arabi la provincia della Mancia, divenuta pei lettori di tutte le nazioni una terra classica sotto la penna di Cervantes.

[392.] Nonio (Hispania, c. 59, p. 181-186) descrive in pochi tratti le antichità di Toledo, la quale nel tempo delle guerre puniche era urbs parva, ed urbs regia nel sedicesimo secolo. Egli prende in prestito da Rodrigo il fatale palatium dei ritratti moreschi; ma modestamente accenna che altro non era che un Anfiteatro romano.

[393.] Rodrigo di Toledo (Hist. Arab., c. 9, p. 17, ad calcem Elmacin) descrive questa tavola di smeraldo, e si fonda sull'autorità di Medinat-Almeyda, del quale ci dà il nome in lettere arabiche. Par che conosca gli autori Musulmani; ma non posso convenire col sig. di Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 350) che abbia letto e copiato Novairi, perchè morì un secolo prima che Novairi componesse la sua storia. Questo sbaglio nasce da un errore anche più goffo: il sig. di Guignes confonde lo storico Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo nel secolo tredicesimo, col cardinale Ximenes che governò la Spagna nel principio del secolo sedicesimo, e che ha esercitato i pennelli della storia, ma non li ha maneggiati giammai.

[394.] Avrebbe potuto Tarik incidere su l'ultima rocca quel verso vanaglorioso di Regnard e dei suoi compagni nell'estremità della Lapponia: Hic tandem stetimus, nobis ubi defuit orbis.

[395.] Questo fu l'argomento del traditore Oppas; e i Capi a cui si diresse non risposero già collo spirito di Pelagio: Omnis Hispania dudum sub uno regimine Gothorum, omnis exercitus Hispaniae in uno congregatus Ismaelitarum non valuit sustinere impetum. (Chron. Alphonsi regis, apud Pagi, t. III, p. 177).

[396.] D'Anville (Etats de l'Europe, p. 159) in poche parole, ma chiare, riferisce il risorgimento dei Goti nelle Asturie.

[397.] I legionari superstiti dopo la guerra de' Cantabri (Dione-Cassio, t. LIII, p. 720) furono collocati in questa metropoli della Lusitania, e forse della Spagna (submittit cui tota suos Hispania fasces). Nonio (Hispania, c. 31, p. 106-110) fa l'enumerazione degli antichi edifizii, ma la termina con queste parole: Urbs haec olim nobilissima ad magnam incolarum infrequentiam delapsa est et praeter priscae claritatis ruinas nihil ostendit.

[398.] I due interpreti di Novairi, il de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 349) ed il Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne, t. I, pag. 93, 94, 104, 105) fanno entrare Musa nella Gallia narbonese; ma io non trovo che Rodrigo di Toledo, od i manoscritti dell'Escuriale faccian menzione di questa impresa; ed una Cronaca francese rimanda l'invasione dei Saraceni al nono anno dopo la conquista della Spagna, A. D. 721 (Pagi, Critica, t. III, pag. 177, 195: Historiens de France, t. III). Ho gran dubbio che Musa non abbia passato i Pirenei.

[399.] Quattro secoli dopo Teodemiro, i suoi demanii di Murcia e di Cartagena ritengono il nome di Tadmir nel geografo di Nubia (Edrisi, p. 154-161); V. pure il d'Anville (Etats de l'Europe, p. 156; Pagi, t. III, p. 164). Nonostante la miseria in cui vedesi oggi l'agricoltura della Spagna, il sig. Swinburne (Travels in Spain, p. 119) vide con piacere la deliziosa vallata che da Murcia si stende ad Orihuela, e che, in uno spazio di quattro leghe e mezzo, presenta una quantità considerabile di belle biade, di legumi, di trifoglio, di Aranci, ec.

[400.] V. questo trattato, in arabo e in latino, nella Bibliotheca arabico-hispana, tom. II, pag. 105, 106. Ha la data del 4 del mese Regeb, A. II. 94, cioè 5 aprile A. D. 713, il che sembra che prolunghi la resistenza di Teodemiro e il governo di Musa.

[401.] Il Fleury (Hist. eccles., t. IX, p. 261) ha dato, seguendo l'istoria di Sandoval (p. 87), l'estratto d'altra convenzione segnata A. AE. c. 115 A. D. 734, tra un Capo Arabo ed i Goti e Romani del territorio di Coimbra nel Portogallo. Quivi si fissa la contribuzione delle chiese a venticinque libbre d'oro, quella dei monasteri a cinquanta, delle cattedrali a cento; si dichiara che i cristiani saran giudicati dal loro conte, ma che, negli affari capitali, questi dovrà consultare l'Alcade; che le porte della chiesa saranno chiuse, e i cristiani rispetteranno il nome di Maometto. Non ho sott'occhio l'originale per decidere se sia fondato o no il sospetto che questo scritto sia stato inventato per introdurre le immunità d'un convento del paese.

[402.] Può paragonarsi questo gran disegno, attestato da vari scrittori Arabi (Cardonne, t. I, p. 95, 96), a quello di Mitridate, di marciare dalla Crimea a Roma, o all'altro di Cesare di conquistare l'oriente, e di tornare dal settentrione in Italia; ma l'impresa eseguita da Annibale supera per avventura quei tre vasti divisamenti.

[403.] Mi duole assai che siano smarrite due Opere arabe dell'ottavo secolo, una vita di Musa e una poesia sulle vittorie di Tarik, delle quali, se non son perdute, non ho avuto almeno alcuna notizia. La prima di queste, autentiche amendue, era stata composta da un nipote di Musa, sfuggito alla strage della famiglia; e la seconda dal Visir del primo Abdalrahman, Califfo di Spagna, che aveva potuto conversare con qualche veterano di quel conquistatore (Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 36-139).

[404.] Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 32-252. La prima di queste citazioni è tratta da una Biographia hispanica, scritta da un Arabo di Valenza (V. i lunghi estratti che ne dà Casiri, t. II, p. 30-121); e l'ultima da una cronologia generale dei Califfi e delle dinastie Affricane e Spagnuole, con una storia particolare di Granata, tradotta quasi tutta da Casiri (Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 177-319). L'autore Ebn-Khateb, nativo di Granata, e contemporaneo di Novairi e di Abulfeda (nacque A. D. 1313, e morì A. D. 1374) era storico, geografo, medico e poeta (t. II, p. 71, 72).

[405.] Cardonne, Histoire de l'Afrique et de l'Espagne, t. I, p. 116, 119.

[406.] Si vede nella biblioteca dell'Escuriale un lungo trattato d'agricoltura composto da un Arabo di Siviglia nel dodicesimo secolo, e Casiri aveva l'intenzione di tradurlo. Reca una lista degli autori Arabi, Greci, Latini, ec. che vi sono citati; ma è molto senz'altro se lo scrittore di Andalusia abbia conosciuto gli ultimi per l'opera del suo concittadino Columella (Casiri, Bibl. arabico-hispana, t. I, p. 323-338).

[407.] Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 104. Casiri traduce la testimonianza originale dello storico Rasis, tal quale si trova nella Biographia hispanica araba, part. 9; ma stupisco altamente vedendola diretta Principibus coeterisque christianis Hispanis suis Castellae. Questo nome Castellae era ignoto all'ottavo secolo, non avendo cominciato il regno di Castiglia che nel 1022, un secolo dopo Rasis (Bibl. t. II, p. 530); e quel nome indicava non una provincia tributaria, ma una serie di castella non soggette a' Mori (d'Anville, Etats de l'Europe, pag. 166-170). Se Casiri fosse stato buon critico, avrebbe forse schiarito una difficoltà a cui ha dato egli per avventura occasione.

[408.] Cardonne, t. I, p. 337, 338. Egli valuta questa entrata a centotrenta milioni di franchi. Da questa pittura della pace e prosperità dell'impero de' Mori resta amenizzato il sanguinoso ed uniforme quadro della loro storia.

[409.] Posseggo per avventura una magnifica ed interessantissima opera non mai posta in vendita, ma dispensata in dono dalla Corte di Madrid, la Bibliotheca arabico-hispana escurialensis, opera ed studio Michaelis Casiri, Syro Maronitae. Matriti, in folio, tomus prior, 1760, tomus posterior, 1770. Questa edizione onora veramente i torchi di Spagna: l'editore indica mille ottocento cinquant'un manoscritto giudiziosamente classificati; e co' suoi lunghi estratti illustra la letteratura musulmana e la storia di Spagna. Non rimane più timore di perdere que' monumenti; ma fu veramente imperdonabile la negligenza di chi non fece questo lavoro avanti l'anno 1671, tempo funesto per l'incendio che divorò la maggior parte della Biblioteca dell'Escuriale, allora doviziosa delle spoglie di Granata e di Marocco.

[410.] Gli Harbii, che così son detti, qui tolerari nequeunt, furono, 1. quelli che non solo adorano Dio, ma ben anche il sole, la luna, o gl'idoli; 2. gli atei utrique, quamdiu princeps aliquis inter Mohammedanos superest, oppugnari debent donec religionem amplectantur, nec requies iis concedenda est, nec pretium acceptandum pro obtinenda conscientiae libertate (Reland, Dissert. 10, De jure militari Mahommedan., t. III, p. 14). Che teorica austera!

[411.] Si suppone che l'Autore ciò dica siccome asserito dai seguaci della religion Maomettana, che avevano ed hanno una prevenzione in favore di lei; poichè ogni buon credente sa che le rivelazioni di Mosè, e gli Evangelj hanno i caratteri, ed i segni che mostrano la loro origine divina; nè questi segni e questi caratteri si osservano nella pretesa rivelazione di Maometto. (Nota di N. N.).

[412.] In una conversazione del Califfo Al-Mamoun cogl'idolatri, o Sabei di Charra, sta chiaramente indicata la distinzione che facevasi tra una Setta proscritta e una tollerata, tra gli Harbii, e il popolo del libro, ossia i credenti d'una rivelazione divina (Hottinger, Hist. orient., p. 107, 108).

[413.] Vorrà dire l'Autore, che la legge di Maometto fu più generale di quella di Mosè, alludendo alla permessa poligamia: ma risguardando la legge di Mosè, anche come quella soltanto d'un legislatore civile, è certamente più saggia, e più conforme al buon ordine sociale di quella di Maometto; nè vale il porre in campo il clima caldo degli Arabi, perchè anche gli Ebrei abitavano i paesi ad essi vicini. La pretesa folla de' misterj de' Cristiani, erano stati determinati dai Concilj generali, secondo rettissime spiegazioni dell'Evangelio, al sorger che facevano le erronee opinioni particolari, ossia eresie, perciò quei misterj erano già negli evangelj. (Nota di N. N.)

[414.] Il Zend o Pazend, che è la Bibbia de' Guebri, è da questi, o almeno da' Musulmani annoverata fra' dieci libri che Abramo ricevette dal cielo[*], e la loro religione ha il nome onorevole di religione d'Abramo (d'Herbelot Bibl. orient., p. 701; Hyde, De religione veterum Persarum, c. 13, p. 27, 28, ec.). Temo assai che ci manchi una esposizione pura e libera del sistema di Zoroastro. Il dottore Prideaux (Connection, vol. I, p. 300, in 8) aderisce all'opinione che crede che Zoroastro, durante la cattività di Babilonia, fosse schiavo e discepolo d'un profeta Giudeo. I Persiani che furono i padroni de' Giudei rivendicheranno forse l'onore, miserabile onore, d'essere pure stati loro precettori per le opinioni religiose.

* Fu una tradizione delle teste calde d'alcuni abitanti della Caldea, della Palestina, e dell'Arabia, e d'alcun paese della Persia, che Abramo avesse scritto libri, o li avesse ricevuti dal cielo; lo si fece anche scrittore d'astronomia. Il Calmet ha mostrato che Abramo non iscrisse libri, e non ne ricevè dal cielo; ed il Calmet è un cattolico commentatore della sacra Scrittura: Mosè, i Profeti, gli scrittori Ebrei se ne sarebbero gloriati. Il dotto Autore poi dice benissimo, non aver noi un'esatta esposizione del sistema religioso di Zoroastro, che fu un grand'uomo; e siccome sappiamo, che alcune opinioni filosofiche, o religiose si sono unite insieme, e ne venne che alcuna di loro prese altro nome, così potè avvenire, che i Maomettani abbiano accozzato colle cose dei pretesi libri d'Abramo, da essi riverito, la religione persiana de' Magi, e così questa, ch'era già stata data loro da Zoroastro, sotto la rinomanza d'Abramo, sia stata tollerata da' Maomettani potenti. I Guebri per altro, ed alcun'altra popolazione della Persia, conservano anche oggidì l'antica religione di Zoroastro: è estremamente difficile distruggere una religione che abbia poste estese e ferme radici in uno Stato: è questa l'opera del tempo. (Nota di N. N.).

[415.] Le mille ed una Notte Araba, dipintura fedele de' costumi orientali, rappresentano sotto i più odiosi colori i Magi, o adoratori del fuoco a cui rinfacciano il sagrifizio annuo di un Musulmano. Non sussiste la menoma affinità tra le religioni di Zoroastro e quella degli Indi; ma non di rado i Musulmani le confondono, e questo sbaglio è stato una delle cagioni della crudeltà di Timur (Hist. de Timur-Bec, di Cerefedin-Alì-Yezdi, l. V).

[416.] Vie de Mahomet di Gagnier, t. III, p. 114, 115.

[417.] Hae tres sectae, judaei, christiani, et qui inter Persas magorum institutis addicti sunt κατ’ εξοχην (per eccellenza) POPULI LIBERI dicuntur (Reland, Dissert., t. III, p. 15). Il Califfo Mamoun confermò questa onorevole distinzione che separava le tre Sette dalla religione indeterminata ed equivoca de' Sabei, sotto lo scudo della quale permettevasi agli amichi politeisti di Charrae il loro culto idolatra (Hottinger Hist. orient., p. 167, 168).

[418.] Questa curiosa storia è narrata dal d'Herbelot (Bibl. orient., p. 440, 449) su la testimonianza di Condemiro, ed anche dello stesso Mirchond (Hist. priorum regum persarum, etc. p. 9-18, not. p. 88, 89).

[419.] Mirchond (Mohammed emir Khoondah Shah), nativo di Herat, compose in lingua persiana una storia generale dell'oriente, dalla creazione del Mondo sino all'anno ottocento settantacinque dell'Egira (A. D. 1471). Nell'anno 904 (A. D. 1498), fu fatto bibliotecario del principe, e con questo soccorso pubblicò in sette o dodici parti un'opera che fu commentata, e poi fu ridotta in tre volumi dal suo figlio Condemiro (A. E. 927, A. D. 1520). Petit de la Croix (Hist. de Gengis-Khan, pag. 537, 538, 544, 545) accuratamente ha distinto questi due scrittori confusi dal d'Herbelot (pag. 358, 410, 994, 995). I molti estratti da quest'ultimo pubblicati sotto il nome di Condemiro appartengono al padre piuttosto che al figlio. Lo storico di Gengis-Khan rimanda il lettore ad un manoscritto di Mirchond datogli dal suo amico d'Herbelot. Ultimamente fu stampato in Vienna, 1782, in quarto, cum notis di Bernardo di Jenisch, un curioso frammento in persiano ed in latino (le dinastie Taheriana e Soffariana), e l'editore dà speranza di continuare l'opera di Mirchond.

[420.] Quo testimonio boni se quidpiam praestitisse opinabantur. Mirchond per altro avrà condannato questo zelo, giacchè approvava la tolleranza legale dei Magi, cui (il tempio del Fuoco) peracto singulis annis censu, uti sacra Mohammedis lege cautum, ab omnibus molestiis ac oneribus libero esse licuit.

[421.] L'ultimo Mago, che abbia avuto un nome e qualche autorità, sembra essere Mardavige-il-Dilemita, che nel decimo secolo regnava nelle province settentrionali della Persia situate presso il mar Caspio (d'Herbelot, Biblioth. orient., p. 355); ma i Bovidi, suoi soldati e successori, professarono l'Islamismo, oppure l'abbracciarono, ed io porrei la caduta della religione di Zoroastro al tempo della loro dinastia (A. D. 933-1020).

[422.] Quanto ho esposto dello stato presente de' Guebri nella Persia è tratto dal Chardin, il quale, benchè non sia nè il più dotto, nè il più giudizioso de' viaggiatori moderni, è però quegli che ha posto maggior diligenza nelle ricerche (Voyages en Perse, t. II, p. 109, 179, 187, in 4). Pietro della Valle, Oleario, Thevenot, Tavernier, ec., che indarno ho consultati, non aveano occhi abbastanza esercitati con acutezza sufficiente d'ingegno per ben esaminare questo popolo sì osservabile.

[423.] La lettera d'Abdoulrahman, governatore o tiranno dell'Affrica, al Califfo Aboul-Abbas, primo degli Abbassidi, ha la data dell'A. E. 132 (Cardonne, Hist. de l'Afrique et de l'Espagne, t. I, p. 168).

[424.] Bibl. orient., p. 66; Renaudot, Hist. patriar. Alex., p. 287, 288.

[425.] V. le lettere de' papi Leone IX (epist. 3), Gregorio VII (l. I, epist. 22, 23; l. III, epist. 19, 20, 21), e le annotazioni del Pagi (t. IV, A. D. 1053, n. 14; A. D. 1073, n. 13), il quale ha cercato il nome e il casato del principe Moro, con cui carteggiava sì urbanamente il più superbo de' Papi.

[426.] Mozarabes o Mostarabes, adscititii, secondo la traduzione di quella parola in latino (Pocock, Specim. Hist. Arabum, p. 39, 40; Bibl. arabico-hispana, t. II, pag. 18). La liturgia mosarabica, tenuta un tempo dalla chiesa di Toledo, è stata dai Papi disapprovata ed esposta alle incerte prove del ferro e del fuoco (Marian., Hist. Hispan., t. I, l. IX, c. 18, p. 378): è scritta in lingua latina, ma nell'undecimo secolo si credè necessario (A. D. 1039) fare una versione in arabo dei canoni dei Concilii di Spagna (Bibl. arabico-hispana, t. I, pag. 547), ad uso dei vescovi e del clero de' paesi soggetti ai Mori.

[427.] Circa la metà del decimo secolo l'intrepido inviato dell'imperadore Ottone primo rinfacciò al clero di Cordova questa colpevole condiscendenza (Vit. Johann. Gorz, in sec. Benedict. V, n. 115, apud Fleury, Hist. eccles., t. XII, pag. 91).

[428.] Pagi, Critica, t. IV, A. D. 1149 n. 8, 9. Egli osserva giustamente che quando Siviglia fu ripresa da Ferdinando di Castiglia non vi si trovarono altri cristiani fuorchè i prigionieri, e che la descrizione delle chiese mozarabiche dell'Affrica e della Spagna, datane da Giacomo di Vitry, A. D. 1218 (Hist. Hieros., c. 80, pag. 1095, in gestis Dei per Francos) fu tolta da un libro più antico, e soggiugne che la data dell'Egira 677 (A. D. 1278) debbe applicarsi alla copia, e non all'originale d'un Trattato di giurisprudenza in cui si espongono i dritti civili de' cristiani di Cordova (Bibl. arab.-hisp., t. I, pag. 47), e che i Giudei erano i soli dissidenti che da Abul-Waled, re di Granata (A. D. 1313), potessero essere perseguitati o tollerati (t. II, p. 288).

[429.] Renaudot, Hist. patriar. Alex., p. 288. Se avesse potuto Leone Affricano, prigioniero in Roma, scoprire il menomo avanzo di cristianesimo nell'Affrica, non avrebbe lasciato di dirlo per far la corte al Papa.

[430.] Absit (diceano i cattolici al Visir di Bagdad) ut pari loco habeas Nestorianos, quorum praeter Arabas nullus alius rex est, et Graecos quorum reges amovendo Arabibus bello non desistunt, etc. V. nelle Raccolte d'Assemani (Bibl. orient., t. IV, p. 94-101) lo stato dei Nestoriani sotto i Califfi. Nella dissertazione preliminare del secondo volume d'Assemani viene esposto più concisamente quello dei Giacobiti.

[431.] Eutych., Annal., t. II, pag. 384, 387, 388; Renaudot Hist. patr. Alex., p. 205, 206, 257, 332. Il primo di quei patriarchi Greci poteva essere men fedele agli imperatori e men sospetto agli Arabi, professando in qualche punto l'eresia dei Monoteliti.

[432.] Motadhed, che regnò dall'A. D. 892 sino al 902. Conservavano tuttavia i Magi il lor nome e il grado fra le religioni dell'impero (Assem., Bibl. orient. t. IV, p. 97).

[433.] Narra Reland le angarie messe dalla legge e dalla giurisprudenza musulmana sopra i cristiani (Dissert., tom. III, p. 16-29). Eutichio (Annal., t. II, p. 448) e il d'Herbelot (Bibl. orient., pag. 640) accennano gli ordini tirannici del Califfo Motawakkel (A. D. 847-861), i quali sono ancora in vigore. Il greco Teofane racconta, e probabilmente esagera, una persecuzione del Califfo Omar II (Chron., p. 334).

[434.] S. Eulogio, che fu pure una delle vittime, celebra e giustifica i martiri di Cordova (A. D. 850 ec.). Un sinodo convocato dal Califfo censurò in modo equivoco la lor temerità. Il saggio Fleury, usando la solita moderazione, non può accordare la lor condotta colla disciplina dell'antichità: «Pure l'autorità della chiesa ec.». (Fleury, Hist. eccles., t. X, p. 415-522, e particolarmente p. 451-508, 509). Gli atti autentici di questo sinodo spandono una viva luce, benchè passeggera, sullo stato della chiesa di Spagna nel nono secolo.

[435.] V. l'articolo Eslamiah (noi diciamo cristianità) nella Bibliothèque orientale (p. 325). Questa carta dei paesi soggetti alla religion musulmana è attribuita all'anno dell'Egira 885 (A. D. 995), ed è di Ebn-Alwardi. Le perdite sofferte dal Maomettismo in Ispagna da quel tempo in poi, si sono bilanciate coi conquisti nell'Indie, nella Tartaria e nella Turchia europea.

[436.] Nel collegio della Mecca s'insegna come lingua morta l'arabo del Corano. Il viaggiator Danese paragona questo antico idioma al latino; la lingua volgare dell'Hejaz e dell'Yemen all'italiano, e i dialetti arabi della Sorìa e dell'Egitto e dell'Affrica ec. al provenzale, allo spagnuolo, e al portoghese (Niebuhr, Descript. de l'Arabie, p. 74 ec.).

[437.] Teofane ascrive i sette anni dell'assedio di Costantinopoli all'anno 673 dell'Era cristiana (primo settembre 665 dell'Era Alessandrina), e la pace dei Saracini quattro anni dopo; contraddizione manifesta che il Petavio, il Goar e il Pagi (Critica, t. IV, p. 63, 64) si sono ingegnati di togliere. Fra gli Arabi, Elmacin registra l'assedio di Costantinopoli all'anno 52 dell'Egira (A. D. 672, 8 gennaio), e Abulfeda, i calcoli del quale sono a mio giudizio più esatti e più credibile l'asserzione, nell'anno 48 (A. D. 668, 20 febbraio).

[438.] V. sul primo assedio di Costantinopoli Niceforo (Breviar., p. 21, 22), Teofane (Chronograph., p. 294), Cedreno (Compend., p 437), Zonara (Hist., t. II, l. XII, p. 89), Elmacin (Hist. Saracen., pag. 56, 57), Abulfeda (Annal. Moslem., p. 107, 108, vers. Reiske), d'Herbelot (Biblioth. orient., Constantinah), Ockley (Hist. of the Saracens, v. II, p. 127, 128).

[439.] Si troverà lo stato e la difesa dei Dardanelli nelle Memorie del Barone di Tott (tom. III, pag 39-97), che era stato inviato per fortificarli contro i Russi. Mi sarei aspettato da un attore de' principali qualche più esatta particolarità: ma pare che egli scriva più per dilettare che per istruire i lettori. Forsechè quando s'accostarono gli Arabi, il ministro di Costantino, come quello di Mustafà, non fosse distratto a trovare due canarini che cantassero precisamente la stessa nota.

[440.] Demetrio Cantemiro, Hist. de l'empire ottom., p. 105, 106; Ricaut, Etat de l'empire ottom., p. 10, 11; Voyages de Thevenot, part. I, p. 189. I cristiani supponendo che dai Musulmani si confonda frequentemente il martire Abu-Ayub col patriarca Giob, invece di provare l'ignoranza de' Turchi danno a divedere la propria.

[441.] Teofane, quantunque Greco, è degno di fede per questi tributi (Chronogr., p, 295, 296, 300, 301) che sono, con qualche divario, raffermati dall'istoria araba di Abulfaragio (Dynast., p. 128, ver. del Pocock).

[442.] La critica di Teofane è giusta ed espressa energicamente, την Ρωμαικην δυναστειαν ακρωτηριασας.... πανδεινα κακα πεπονθεν η Ρωμανια υπο των Αραβων μεχρι του νυν, mutilando la dinastia ottomana.... la Romania ebbe a sostenere ogni sorta di mali sotto gli Arabi sino a questi giorni (Chronog. p. 302, 303). La serie di quegli avvenimenti si può raccogliere dagli annali di Teofane, e dal compendio del Patriarca Niceforo, p. 22, 24.

[443.] Queste rivoluzioni sono scritte in uno stile chiaro e schietto nel secondo volume dell'istoria dei Saracini composta da Ockley (p. 233-370). Non solo dagli autori stampati, ma dai manoscritti arabi d'Oxford ha tratto molti materiali; avrebbe potuto cercare là entro molto di più se fosse stato rinchiuso nella biblioteca Bodleiana, invece d'essere nella prigion della città, destino troppo indegno d'un tal uomo e del suo paese.

[444.] Elmacin, che pone il conio delle monete arabe (A. E. 76, A. D. 695) cinque o sei anni più tardi che gli storici greci, ha confrontato il peso del dinaro d'oro, del maggiore e del comune prezzo, colla dramma o dirhem d'Egitto (p. 77), equivalente a circa due pennies 48 grani del peso inglese (Hooper's Inquiry into ancient measures, p. 24-36), o a circa otto scellini. Si può conchiudere, attenendosi ad Elmacin e ai medici arabi, che v'erano dinari anche del valore di due dirhem, e altri che non valevano che un mezzo dirhem. La moneta d'argento era il dirhem in peso e in valore; ma una bellissima, ancorchè antica, coniata a Waset (A. E. 88), e conservata nella biblioteca Bodleiana, è di quattro grani inferiore al campione del Cairo (V. l'Histoire universelle moderne, t. I, p. 548 della traduzione francese).

[445.] Και εκωλυσε γραφεσθαι ελληνισι τους δημοσιους των λογοθεσιων κωδικας, αλλ’Αραβιοις αυτα παρασεμαινεσθαι χωρις των ψηφων, επνδη αδυνατον τη εκεινων γλωσση μοναδα, η δυαδα, η τριαδα η οκτω ημισυ η τρια γραφεσθαι, e proibì di scrivere in greco i registri pubblici dei conti, ma d'indicarli in lettere arabe separatamente, poichè era impossibile scrivere l'unità, la dualità, il terno, l'otto e mezzo, o il tre in quella lingua. (Teofane, Chronograph., p. 314). Questo difetto, se v'era realmente, avrà stimolato gli Arabi ad inventare, o a pigliare in prestito un altro metodo.

[446.] Secondo un nuovo sistema assai probabile, messo in campo dal signor di Villoison (Anecdota Graeca, t. II, p. 152-157), le nostre cifre non furono inventate nè dagli Indiani, nè dagli Arabi, ma erano usate dagli aritmetici greci e latini molto prima del secolo di Boezio. Quando sparvero le lettere dall'occidente, quelle cifre furono adoperate dagli Arabi che traduceano i manoscritti originali, e i Latini le usarono di nuovo verso l'undecimo secolo.

[447.] Secondo la divisione dei Themi o province descritte da Costantino Porfirogenito (De thematibus; t. I, pag. 9, 10), l'Obsequium, denominazion latina dell'esercito o del palagio, era nell'ordine pubblico il quarto. La metropoli era Nicea che stendea la sua giurisdizione dall'Ellesponto ai paesi addiacienti della Bitinia e della Frigia. (V. le carte che dal Delisle son poste avanti l'Imperium orientale del Banduri).

[448.] Il Califfo avea mangiato due pannieri d'ova e di fichi, cui divorava alternativamente, e avea finito il pasto con un composto di midolla, e di zuccaro. In una delle sue peregrinazioni alla Mecca mangiò Solimano in una volta diciassette melegranate, un capretto, sei polli, e gran quantità di uve di Tayef. Se la minuta del pranzo del sovrano dell'Asia è veramente esatta, bisogna ammirarne più l'appetito che il lusso (Abulfeda, Annal moslem. p. 128).

[449.] V. l'articolo di Omar Ben-Abdalaziz, nella Bibliothèque orientale (p. 689, 690); praeferens, dice Elmacin (p. 91), religionem suam rebus suis mundanis. Era tanto ansioso di andare al soggiorno della divinità che fu inteso una volta affermare, che non vorrebbe nemmeno incomodarsi a bagnar di olio l'orecchio per guarire dalla sua ultima malattia. Non avea che una camicia, e, in tempo che il lusso s'era introdotto fra gli Arabi, non ispendeva più di due dramme all'anno (Abulfaragio, p. 131); haud diu gavisus eo principe fuit orbis Moslemus (Abulf., p. 127).

[450.] Niceforo e Teofane convengono in dire che fu levato l'assedio di Costantinopoli il 15 agosto (A. D. 718). Ma assicurando il primo, che è il più degno di fede, aver durato 13 mesi, si sarà ingannato il secondo asserendo, che cominciò nell'anno precedente nello stesso giorno. Non vedo che il Pagi abbia notata questa contraddizione.

[451.] Sul secondo assedio di Costantinopoli ho seguito Niceforo (Brev. p. 33-36), Teofane (Chronogr. p. 324-334), Cedreno (Compend., p. 449-452), Zonara (t. II. p. 98-102) Elmacin (Hist. Sarac. p. 88), Abulfeda (Ann. moslem, p. 126), e Abulfaragio (Dynast. p. 130), autore arabo che appaga di più i lettori.

[452.] Carlo Dufrène Ducange, guida sicura ed istancabile pel medio evo e per la storia di Bisanzio, ha trattato del fuoco greco in molti luoghi de' suoi scritti, e non rimane speranza di spigolare molti fatti dopo di lui. V. in particolare Glossar. med. et infim. graecitat., page 1275, sub voce τνρ θαλασσιον υγρον fuoco marino liquido. Gloss. med. et infim. latin. ignis graecus; Observations sopra Villehardouin, p. 305, 307; Observations sopra Joinville, p. 71, 72.

[453.] Teofane lo chiama αρχιτεχτων architetto (p. 295); Cedreno (p. 437) fa venire quell'artista da Eliopoli (dalle rovine d'Eliopoli) in Egitto; e diffatti la chimica si studiava particolarmente dagli Egiziani.

[454.] Dietro una debole autorità, ma una verosimiglianza fortissima, si suppone che la nafta, l'oleum incendiarium della storia di Gerusalemme (Gest. Dei per francos, pag. 1167), la fonte orientale di Giovanni di Vitry (lib. III c. 84), entrasse nella composizione del fuoco greco. Cinnamo (l. VI, p. 165) chiama il fuoco greco πυρ Μηδικον fuoco Medo; e si sa esservi gran quantità di nafta tra il Tigri e il mar Caspio. Plinio (Hist. nat., II, 109) dice che la nafta servì alla vendetta di Medea, e secondo l'una o l'altra etimologia Ελαιον Μηδιας o Μηδειας olio di Media o di Medea (Procopio De bell. Gothic., l. IV, c. II) può significare questo bitume liquido.

[455.] V. sulle varie specie d'olio e di bitumi i Saggi chimici (v. V, saggio I) del dottor Watson (ora vescovo di Landaff). Questo libro classico è di tutti quelli che conosco il più atto a diffondere il gusto e le cognizioni della chimica. Le idee men perfette che ne avevano gli antichi si trovano in Strabone (Geograf. l. XVI, p. 1078), e in Plinio (Hist. nat., II p. 108, 109); huic (Naphtae) magna cognatio est ignium, transiliuntque protinus in eam undecunque visam. Otter (t. I, pag. 153-158), è quello tra i nostri viaggiatori che in questa materia mi soddisfa di più.

[456.] Anna Comnena ha squarciato in parte questo velo. Απο της πευκης, και αλλων τινων τοιουτων δενδρων αειθαλων συναγεται δακρυον ακαυστον. Τουτο μετα θειου τριβομενον εμβαλλετα, εις αυλισκους καλαμων και εμφυσαται παρα του παιξοντος λαβρω και συνεχει πνευματι. Dalla pece e da altri consimili alberi, sempre verdi, si raccoglie una stilla non ardente. Questa pestata col zolfo si lancia nei tubi delle canne, e si soffia colla bocca ed esce col fiato. (Alexiad. l. XIII, pag. 383). Altrove ella fa menzione della proprietà d'ardere κατα το πρανες και εφ’ εκατερα nel piano e dalle bande. Leone, al capo decimonono della sua Tattica (Opera Meursii, t. VI, p. 843, ediz. del Lami, Firenze 1745), parla della nuova invenzione del πυρ μετα βροντης και καπνου fuoco con fragore e con fumo. Queste sono testimonianze originali e di persone d'alto affare.

[457.] Costantino Porfirogenito, De administratione imperii, c. 13, p. 64, 65.

[458.] Histoire de saint Louis, p. 39, Parigi, 1688; p. 44, Parigi, dalla stamperia reale 1761. Per le osservazioni del Ducange è preziosa la prima di queste edizioni, e la seconda per la purezza del testo del Joinville. Il quale è l'unico autore che ne insegni come i Greci, coll'aiuto d'una macchina che operava come la fionda, lanciavano il fuoco greco dietro un dardo o una chiaverina.

[459.] Sia vanità sia smania di contendere l'altrui fama la più fondata, si sono indotti alcuni moderni a fissare prima del quattordicesimo secolo la scoperta della polvere da schioppo (V. sir William Temple, Dutens ec.), e quella del fuoco greco prima del settimo secolo. (V. il Sallustio del presidente de Brosses t. II, p. 381); ma le testimonianze da essi citate, anteriori all'epoca a cui si assegnano queste scoperte, sono di rado chiare e satisfacenti, e si può dubitare di frode, e di credulità negli scrittori successivi. Gli antichi negli assedii facevano uso di combustibili che contenevano olio e zolfo, e il fuoco greco per la qualità, e per gli effetti ha qualche somiglianza colla polvere da schioppo. Intanto la prova più difficile da eludere sull'antichità della prima scoperta sta in un passo di Procopio (De bell. goth. l. IV, c. 11); e su quella della seconda in alcuni fatti della storia di Spagna al tempo degli Arabi (A. D. 1249, 1312, 1332, Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 6, 7 e 8).

[460.] Il monaco Bacone, quell'uomo straordinario, rivela due delle sostanze che entrano nella polvere da schioppo il salnitro e il zolfo; e nasconde la terza sotto una frase di gergo misterioso, quasi temesse la conseguenza della sua scoperta (Biographia britannica, vol. I, p. 430, quarta edizione).

[461.] V. sull'invasion della Francia, e la sconfitta degli Arabi per opera di Carlo Martello, l'Historia Arabum (c. II, 12, 13, 14) di Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo, che avea sotto gli occhi la cronaca cristiana di Isidoro Pacense, e l'istoria dei Maomettani scritta dal Novairi. I Musulmani tacciono o in poche parole fan cenno della loro perdita: ma il signor Cardonne (t. I, pag. 129, 130, 131) ha fatto un racconto puro e genuino di quanto ha potuto attingere dalle opere di Ibn-Halikan, di Hidjazi, e d'un anonimo. I testi delle cronache di Francia e delle vite dei Santi stanno nella raccolta del Bouquet (t. III) e negli annali del Pagi (t. III), il quale ha riordinata la cronologia sulla quale gli annali del Baronio s'ingannano di sei anni. Si scorge più sagacità e spirito che verace erudizione negli articoli Abderamo e Manuza del dizionario del Bayle.

[462.] Eginhart, De vita Caroli magni, c. 2, pag. 13-18, edizione di Schmink, Utrecht, 1711. Qualche critico moderno accusa il ministro di Carlo Magno d'aver esagerata la debolezza dei Merovingi; ma le sue osservazioni generali sono esatte, e i lettori francesi godran sempre di ripetere i bei versi del Leggio di Boileau.

[463.] Mamaccae sulla Oisa, tra Compiègne e Noyon, chiamato da Eginhart perparvi redditus villam (vedi le Note della carta dell'antica Francia nella raccolta di Don Bouquet). Compendium, o Compiègne, era un palagio più maestoso (Adriano Valois, Notitia Galliarum, p. 159); e l'abate Galliani, quel sì gioviale filosofo, potè dire con verità (Dialogues sur le commerce des blés) che era la residenza dei re cristianissimi e capellutissimi.

[464.] Anche prima che fosse fondata questa colonia, A. U. C. 630 (Velleio Patercolo, I, 15) ai tempi di Polibio (Hist. t. III, pag. 263, ediz. di Gronov.). Era Narbona una città celtica di primo ordine, ed uno dei luoghi più settentrionali del Mondo allora conosciuto (d'Anville, Notice de l'ancienne Gaule, p. 473).

[465.] Non sempre i Santi fanno miracoli, e possono anche lasciare di farne in causa propria. (Nota di N. N.)

[466.] Rodrigo Ximenes rimprovera ai Saracini di avere violato il santuario di S. Martino di Tours. Turonis civitatem, ecclesiam et palatia vastatione et incendio simili diruit et consumpsit. Il continuator di Fredegario non rimprovera loro che l'intenzione: ad domum beatissimi Martini evertendam festinant; at Carolus, etc. L'annalista francese era più tenero dell'onore del Santo.

[467.] Non sembra potersi negare, che, se gli Arabi avessero continuato ed assodato le loro conquiste fatte in Francia nel principio dell'ottavo secolo, non s'insegnerebbe in Francia, in Germania, in Italia, ed in Oxford la religione di Maometto, giacchè avevano annientato la religione cristiana nelle conquistate province affricane, e volti i popoli con varj mezzi e coll'educazione a professare la religione de' vincitori, siccome han fatto i Cristiani conquistatori dell'Allemagna intorno al principio del secolo nono, e di molte province vaste d'America nel decimosesto; ma il buon credente deve pensare, che Gesù Cristo, che assiste sempre in un modo invisibile i suoi seguaci, avrebbe protetto la sua religione. I conquistatori nei tempi passati volevano, che i popoli vinti adottassero la lor religione, e la prosperità dell'armi seco traeva quella del culto dei vincitori; ma i progressi del sapere seco condusse la tolleranza reciproca delle opinioni religiose, ed un popolo vinto, o passato ad altro dominio, è sicuro di conservare il suo culto qualunque egli sia. Crediamo poi, che i mali della guerra recati all'Europa dagli Arabi sieno stati molto minori di quelli ch'ella ebbe a soffrire dopo quell'epoca fino alla fine del regno di Luigi XIV. D'altronde l'Europa ignorantissima ne' tempi della grande prosperità e potenza degli Arabi, fu da essi istruita specialmente nelle matematiche, nell'astronomia, e nella medicina; beneficio che compensò di gran lunga i mali della guerra. (Nota di N. N.)

[468.] Dubito per altro se le moschee d'Oxford avrebbero prodotto un'Opera tanto elegante e ingegnosa di controversia quanto lo sono le prediche ultimamente fatte (at Bampton's lectures) dal sig. White, professore di lingua araba. Le osservazioni che fa sull'indole e la religion di Maometto sono con bell'arte adattate al suo subbietto, e generalmente fondate sulla verità e sulla ragione. Egli fa la figura d'un avvocato pieno di spirito e d'eloquenza, ed ha talora i pregi d'uno storico e d'un filosofo.

[469.] Gens Austriae membrorum preeminentia valida, et gens Germana corde et corpore praestantissima, quasi in ictu oculi manu ferrea et pectore arduo Arabes extinxerunt. (Rodrigo di Toledo, c. 14).

[470.] Son questi i conti di Paolo Warnefrid, diacono d'Aquileia (De gestis Langobard., l. VI, p. 921, ediz. di Grozio) e d'Anastasio, bibliotecario della chiesa Romana (in vit. Gregorii II): parla quest'ultimo di tre spugne miracolose, che rendettero invulnerabili i soldati francesi che le aveano spartite fra loro. Sembrerebbe che nelle sue lettere al Papa si usurpasse Eude l'onore della vittoria; tale è il rimprovero che gli fanno gli annalisti francesi, i quali l'accusano falsamente ancor essi d'aver chiamato i Saracini.

[471.] Pipino, figlio di Carlo Martello, ripigliò Narbona e il resto della Settimania A. D. 755 (Pagi Crit., t. III, p. 300). Trentasette anni dopo, fecero gli Arabi una scorreria in questa parte della Francia, e impiegarono i prigionieri alla costruzione della moschea di Cordova (De Guignes, Hist. des Huns, t. I, P. 354).

[472.] Non è da meravigliarsi, che in quei tempi si scrivessero, e si spacciassero simili cose; la storia dei secoli di mezzo n'è piena; l'interesse od il fanatismo le dettava, e l'ignoranza e la stupidità le avvalorava, e le accettava. Ciò nulla ha a fare coll'intrinseco della religione cristiana tanto nella parte dogmatica, che nella parte morale. (Nota di N. N.)

[473.] Questa lettera pastorale diretta a Luigi il Germanico, nipote di Carlo Magno, è probabilmente composta dall'astuto Hincmar, ha la data dell'anno 858, ed è segnata dai vescovi delle province di Reims e di Rouen (Baronio, Annal. eccles., A. D. 741; Fleury Hist. eccles., t. X, p. 514, 516). Baronio stesso, per altro, e i critici francesi rigettano con disprezzo questa favola inventata dai vescovi.

[474.] I cavalli e le selle che avean portato le sue mogli furono uccisi ed arsi, per timore che non fossero montati poi da un uomo. Mille e dugento muli, o cammelli, erano destinati al servizio della cucina, ove si consumavano ogni giorno tremila pani, cento agnelli, senza parlare de' buoi, del pollame ec. Abulfaragio (Hist. dynast. p. 140).

[475.] Al-Hemar. Egli era stato governator della Mesopotamia, e in un proverbio arabo vien lodato il coraggio di quegli asini guerrieri, che mai non fuggono davanti al nemico. Questo soprannome di Merwan può giustificare la nota similitudine d'Omero (Iliade, A. 557, etc.), e il soprannome e la citazione Omerica devono impor silenzio ai moderni, che riguardan l'asino come una emblema di stupidità e di bassezza (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 558).

[476.] Quattro città d'Egitto portano il nome di Busir, o Busiride, sì famoso nelle favole greche. La prima, in cui fu morto Merwan, sta all'occidente del Nilo, nella provincia di Fium o d'Arsinoe, la seconda nel Delta, nel Nomo Sebennitico, la terza presso le Piramidi, e la quarta, che fu distrutta de Diocleziano (V. il Capitolo XIII di quest'opera), è nella Tebaide. Ecco una nota del dotto, ed ortodosso Michaelis: Videntur in pluribus Aegypti superioris urbibus Busiri Coptoque arma sumpsisse christiani, libertatemque de religione sentiendi defendisse, sed succubuisse, quo in bello Coptus et Busiris diruta, et circa Esnam magna strages edita. Bellum narrant, sed causam belli ignorant scriptores Byzantini, alioqui Coptum et Busirim non rebellasse dicturi, sed causam christianorum suscepturi (Nota 211 p. 100). V. sulla geografia delle quattro Busiridi, Abulfeda (Descript. Aegypt., p. 9, vers. Michaelis, Gottingue, 1776, in-4), Michaelis (Not. 122-127, p. 58-63) e d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 85-147-205).

[477.] V. Abulfeda (Annal. moslem. p. 136-145), Eutichio (Annal., t. II, p. 392, vers. Pocock), Elmacin (Hist. Saracen., pag. 109-121), Abulfaragio (Hist. dynast. p. 134-140), Rodrigo di Toledo (Historia Arabum, c. 18 p. 33), Teofane (Chronographie, p. 356, 357, che parla degli Abbassidi sotto il nome di Χωρασανιται Corasaniti e di Μαυροφοροι Maurofori) e la Biblioth. d'Herbelot, articoli Ommiades, Abbassides, Maerwan, Ibrahim, Saffah, Abou-Moslem.

[478.] Si consulti sulla rivoluzione di Spagna, Rodrigo di Toledo (c. 18, pag. 34, ec.), la Bibliotheca arabico-hispana (t. II, p. 30, 198) e Cardonne (Hist. de l'Afriq. et de l'Esp., t. I, p. 180-197, 205, 272, 323, ec.).

[479.] Io non confuterò gli errori bizzarri, nè le chimere di Sir William Temple (Oeuvres, v. III, p. 372-374, ediz. in 8), nè del Voltaire (Hist. générale, c. 28, tom. II, p. 124, 125, ediz. di Losanna) sulla division dell'impero de' Saracini. Gli errori del Voltaire provengono da difetto di notizie e di riflessione: ma sir William fu tratto in inganno da un impostore Spagnuolo, che ha inventato una storia apocrifa del conquisto della Spagna fatto dagli Arabi.

[480.] Il geografo d'Anville (l'Euphrate et le Tigre, p. 121-123) e il d'Herbelot (Biblioth. orient., p. 167, 168) bastano a dar a conoscere Bagdad. I nostri viaggiatori Pietro della Valle (t. I, p. 688-698), Tavernier (t. I, p. 230-238), Thevenot (part. II, p. 209-212), Otter (t. I, p. 162-168) e Niebuhr (Voyage en Arabie, t. II, p. 239-271) non la videro che decaduta; e per quanto io so, il geografo di Nubia (p. 204) e l'Ebreo Beniamino di Tudela (Itinerarium, p. 112-123, di Const. imperatore, apud Elzevir 1633), sono i soli scrittori che vedessero Bagdad sotto il regno degli Abbassidi.

[481.] Si posero le fondamenta di Bagdad, A. E. 145 (A. D. 762). Mostasem, ultimo degli Abbassidi, venne in balìa dei Tartari che lo mandarono a morte, A. E. 656 (A. D. 1258, 20 febbraio).

[482.] Medinat al Salem, Dar al Salam. Urbs pacis, o Ειρηνοπολις (Irenopoli), secondo la denominazione ancor più elegante che le han data i scrittori Bizantini. Non van d'accordo gli autori sull'etimologia di Bagdad; ma convengono che la prima sillaba in lingua persiana significa un giardino di Dad, eremita cristiano, la cella del quale era la sola abitazione che fosse nel sito ove si fabbricò la città.

[483.] Reliquit in aerario sexcenties millies mille stateres, et quater et vicies millies mille aureos aureos. (Elmacin, Hist. Saracen. p. 126). Ho valutato le pezze d'oro per otto scellini, ed ho supposto che la proporzione dell'oro all'argento fosse di dodici a uno: ma non mi fo mallevadore delle quantità numeriche di Erpenio; i Latini non vagliono più dei Selvaggi nei calcoli aritmetici.

[484.] D'Herbelot p. 638; Abulfeda (p. 154) nivem Meccam apportavit, rem ibi aut nunquam aut rarissime visam.

[485.] Descrive Abulfeda, (pag. 184-189) la magnificenza e la liberalità d'Almamon. Il Milton fece allusione a quest'uso orientale:

«Ovvero ai luoghi ove il pomposo oriente, colla opulenta sua mano, versa sopra i suoi re l'oro e le perle della Barbarìa».

Mi son valso dell'espression moderna di lotto per tradurre li missilia degli imperadori Romani, i quali davano un premio o un lotto a chi lo coglieva quando era gettato in mezzo alla folla.

[486.] Quando Bell d'Antermony (Travels, vol. I; pag. 99) accompagnò l'ambasciador Russo all'udienza dello sventurato Shah Hussein di Persia, furon condotti nella sala dell'assemblea due leoni, per far mostra del potere che aveva il monarca sugli animali più feroci.

[487.] Abulfeda, p. 237: d'Herbelot, p. 590. Quell'ambasciator Greco giunse a Bagdad A. D. 917. Nel passo d'Abulfeda mi son servito, con qualche cangiamento, della traduzione inglese del dotto ed amabile sig. Harris di Salisbury (Philological Enquiries, 364, 365).

[488.] Cardonne, Hist. de l'Afr. et de l'Esp., t. I, p. 330-336. La descrizione e le incisioni dell'Alhambra, che si trovano nei Voyages de Swinburne (p. 171-188, in ingl.), danno una vera idea del gusto e dell'architettura degli Arabi.

[489.] Cardonne, t. I, pag. 329, 330. I detrattori della vita umana citeranno in aria di trionfo questa confessione, i lamenti di Salomone sulle vanità del mondo (V. il poema verboso ma eloquente di Prior) e i dieci giorni felici dell'imperatore Seghed (Rambler, n. 204, 205); spesso sono smodati i loro disegni, e rare volte imparziale il lor modo di valutarli. Se mi è lecito parlar di me (il sol uomo di cui posso con certezza parlare), i miei giorni felici han superato di molto il piccol numero indicatoci dal Califfo di Spagna, a continuano tuttavia; nè temerò di aggiungere, che il piacere che io provo a comporre quest'Opera ha una gran parte nel conto de' miei giorni beati.

[490.] Il Gulistan (pag. 239) narra la conversazione di Maometto e d'un medico (Epistol. Renaudot, in Fabricio, Bibl. graec., t. I, p. 814). Il Profeta esso stesso era versato nell'arte della medicina, e il Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 394-405) ha fatto un estratto degli aforismi che sussistono sotto il suo nome.

[491.] V. le particolarità di questa curiosa architettura delle api in Réaumur (Hist. des Insectes, t. V., Memoria 8). Questi esagoni son terminati da una piramide. Un matematico ha cercato quali angoli dei tre lati d'una tal piramide adempirebbero al dato fine colla minor quantità di materie possibili, ed ha determinato il più grande in 109°, 26′, e il più piccolo in 70°, 34′. La misura che seguono le api è di 109°, 28′, e di 70°, 32′. Questa perfetta concordanza non fa onore per altro al lavoro se non a danno dell'artista, poichè le api non conoscono la geometria trascendente.

[492.] Saied-Ebn-Ahmed, Cadì di Toledo, che morì A. E. 462, A. D. 1069, ha somministrato ad Abulfaragio (Dynast. p. 160) questo passo singolare, come pure il testo dello Specimen Historiae Arabum del Pocock. Alcuni aneddoti letterari sui filosofi e i medici ec., vissuti sotto ogni Califfo, formano il primario pregio delle dinastie di Abulfaragio.

[493.] Questi aneddoti letterari sono tratti dalla Bibliotheca arabico-hispana (t. II, p. 38, 71, 201, 202), da Leone Affricano (De Arab. medicis et philosophis, in Fabrizio, Bibl. graec., t. XIII, p. 259-298, ed in particolare p. 274), da Renaudot (Hist. patriar. Alex. p. 274, 275, 536, 537), e dai Remarques chronologiques d'Abulfaragio.

[494.] Il Catalogo arabo dell'Escuriale darà un'idea giusta della proporzion delle classi. Nella biblioteca del Cairo, i manoscritti d'astronomia e di medicina eran da seimila e cinquecento, con due bei globi, uno di bronzo e l'altro d'argento (Bibl. arab.-hispana, t. I, p. 417).

[495.] Vi si è trovato, per esempio, il quinto, sesto e settimo libro (manca sempre l'ottavo) delle Sezioni coniche d'Apollonio Pergeo, stampati poi, nel 1661, secondo il manoscritto di Firenze (Fabr. Bibl. graec. t. II, p. 559). I dotti per altro possedevano già il quinto libro indovinato e rinnovato dal Viviani (V. il suo elogio nel Fontenelle, t. V, p. 59 ec.).

[496.] Il Renaudot (Fabricio, Bibl. graec. t. I, p. 812, 816) discute in un modo veramente filosofico il pregio di queste versioni arabe piamente difese dal Casiri (Bibliot. arab.-hisp. t. I, p. 238-240). La maggior parte delle traduzioni di Platone, d'Aristotile, d'Ippocrate, di Galeno ec., che viveva in Corte dei Califfi di Bagdad, e che morì A.D. 876. Era Capo d'una scuola o d'un'officina di traduttori, e van sotto il suo nome le Opere dei suoi discepoli. V. Abulfaragio (Dynast., p. 88, 113, 171-174, et apud Assemani, Bibl. orient., t. II, p. 438), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 456), Assemani (Bibl. orient., t. III, pag. 164) e Casiri (Bibl. arabico-hispana t. I, p. 238 ec., 251, 286-290; 302-304, ec.).

[497.] V. Il Moshemio, Instit. Hist. eccles., p. 181, 214, 236, 257, 315, 338, 396, 438 ec.

[498.] Il Commentario più elegante su le categorie o su i predicamenti d'Aristotile è quello che si trova nei Philosophical arrangements del signor Giacomo Harris (Londra 1775 in 8), il quale si ingegna di ravvivare lo studio delle lettere e della filosofia dei Greci.

[499.] Abulfaragio, Dynast., p. 81-222; Bibl. arab.-hispan., t. I, p. 370, 371. In quem (dice il Primate de' Giacobiti) si immiserit se lector, oceanum hoc in genere (algebrae) inveniet. Non si sa in qual tempo abbia vissuto Diofanto d'Alessandria. Ma sussistono ancora i suoi sei libri, e sono stati spiegati dal Greco Planude, e dal Francese Meziriac (Fabricio, Bibl. graec., t. IV, p. 12-15).

[500.] Abulfeda (Annal. moslem., p. 210, 211, vers. Reiske) descrive questa operazione dietro la scorta di Ibn-Challecan e de' migliori storici. Questo grado misurato esattamente era di dugentomila cubiti regi, ossia assemiti; misura che gli Arabi avean tolta dai libri divini, e dagli usi della Palestina e dell'Egitto; questo antico cubito si vede quattrocento volte sopra ogni lato della base della gran piramide, e indica, per quanto pare, le misure primitive e universali dell'oriente (V. la Metrologia del laborioso sig. Paucton, p. 101, 195).

[501.] V. le Tavole astronomiche d'Ulugh-Begh, colla Prefazione del dottor Hyde, nel primo volume del suo Syntagma dissertationum, Oxford, 1767.

[502.] Albumasar e i migliori astronomi arabi convenivano della verità dell'astrologia, e attigneano le loro predizioni più sicure, non già da Venere e Mercurio, ma da Giove e dal Sole. (Abulfaragio Dynast., p. 161-163). V. sullo stato e sui progressi dell'astronomia in Persia il Chardin (Voyages t. III, p. 162-283).

[503.] Bibl. arabico-hispana, t. I, pag. 438. L'autore originale narra un'istoria faceta d'un pratico ignorante, ma senza malizia.

[504.] Nel 956, Sancio il Grasso, re di Leone, fu guarito dai medici di Cordova. (Mariana, l. VIII, c. 7; t. I, p. 318).

[505.] Muratori discute, da quell'uomo dotto e giudizioso che egli era, (Antiquit. Ital. med. aevi, t. III, p. 932-940) ciò che si riferisce alle scuole di Salerno, e alla introduzione della dottrina degli Arabi in Italia (V. pure Giannone, Istoria civile di Napoli t. II, p. 119-127).

[506.] V. una bella descrizione dei progressi dell'anatomia, in Wotton, (Reflections on ancient and modern learning, p. 208-256). I begli ingegni hanno indegnamente assalita la sua riputazione nella controversia del Boyle e del Bentley.

[507.] Bibliot. arab.-hispan. t. I, p. 275. Al-Beithar di Malaga, il più grande dei lor botanici, avea viaggiato in Affrica, nella Persi e nell'India.

[508.] Il dottor Watson (Elements of chemistry, v. I, p. 17 ec.) consente che i progressi degli Arabi nella chimica erano veramente opera loro: egli cita non ostante la modesta confessione del celebre Geber, scrittore del nono secolo (d'Herbelot p. 387), il quale diceva d'aver ricavato dagli antichi Saggi la maggior parte delle sue cognizioni, forse sulla trasmutazione de' metalli. Qual che fosse l'origine o la vastità del loro sapere, sembra che le arti della chimica e dell'alchimia fossero diffuse nell'Egitto tre secoli almeno prima di Maometto (Wotton's Reflections, p. 121-133; Paw, Recherches sur les Egyptiens et sur les Chinois, t. I, p. 376-429).

[509.] Abulfaragio (Dynast., p. 26-148) cita una version siriaca dei due poemi d'Omero, fatta da Teofilo, Maronita cristiano del monte Libano, il quale professava l'astronomia in Roha o Edessa sulla fine dell'ottavo secolo: la sua Opera sarebbe una curiosità letteraria. Ho letto in qualche luogo, ma senza crederlo, che Maometto II traducesse in lingua turca le Vite di Plutarco.

[510.] Ho letto con gran piacere il commentario latino di Sir William Jones sulla poesia asiatica (Londra 1774 in 8), che quest'uomo maraviglioso, per la sua cognizione sulle lingue, pubblicò in gioventù. Oggi, che il suo gusto e il suo ingegno sono perfettamente maturi, scemerebbe per avventura un poco gli elogi così caldi ed anche esagerati, che egli dà alla letteratura degli orientali.

[511.] È stato accusato Averroe, un de' filosofi Arabi, d'avere sprezzate le religioni dei Giudei, dei Cristiani e dei Musulmani (V. il suo articolo nel Dizionario di Bayle): certamente ognuna di queste religioni direbbe che fu ragionevole il suo disprezzo, eccetto che nella parte che la concerne.

[512.] D'Herbelot, Bibl. orient., p. 546.

[513.] Θεοφιλος ατοπον κρινας ει την των οντων γνωσιν, δι ην το Ρωμαιων γενος θαυμαζεται εκδοτον ποιησει τοις εθνεσι, etc. Stimando Teofilo cosa inopportuna se comunicasse ai Gentili la cognizione degli Enti per cui sono ammirati i Romani, ec. Cedreno (p. 548) espone i vili motivi d'un imperatore, che nobilmente negò un matematico alle istanze ed alle offerte del Califfo Almamon. Questo sciocco scrupolo, quasi negli stessi termini, è riferito dal continuator di Teofane (Scriptores post Theophanem, p. 118).

[514.] V. il regno e il carattere di Haroun-al-Rashid nella Bibliothèque orientale, p. 431-433, all'articolo di quel Califfo, e negli altri a cui ci rimanda il d'Herbelot: questo dotto compilatore ha trascelto con molto gusto nelle cronache d'oriente gli aneddoti istruttivi e dilettevoli.

[515.] Quanto alla situazione di Racca, l'antico Niceforio, veggasi d'Anville (l'Euphrate et le Tigre, pag. 24-27). Nelle Notti Arabe si parla di Haroun-al-Rashid come se non uscisse mai di Bagdad. Egli rispettava la sede reale degli Abbassidi: ma i vizi degli abitanti l'aveano cacciato da quella città (Abulfeda, Annal. p. 167).

[516.] Il signor di Tournefort nel suo dispendioso viaggio da Costantinopoli a Trebisonda, passò una notte in Eraclea, ossia Eregri. Esaminò la città nel suo stato d'allora, e ne raccolse le anticaglie. (Voyage du Levant, tom. III, lettera 16, p. 23-35). Abbiamo una storia particolare d'Eraclea nei frammenti di Mennone, conservati da Fozio.

[517.] Teofane (p. 384, 385, 391, 396, 407, 408), Zonara (t. II, l. XV, p. 115-124) Cedreno, (p. 447, 478), Eutichio (Annal., t. II, p. 407 ), Elmacin (Hist. Saracen., p. 136, 151-152), Abulfaragio (Dynast. p. 147, 151) ed Abulfeda (156, 166-168) parlano delle guerre di Haroun-al-Rashid contro l'impero Romano.

[518.] Gli autori che mi hanno meglio istruito dello stato antico e moderno di Creta, sono Belon (Observ. ec. c. 3-20, Paris, 1555), Tournefort (Voyage du Levant, t. I, lettera II e III) e Meursio (Creta, nella raccolta delle sue Opere t. III, p. 343-544). Benchè Creta sia chiamata da Omero Πιειρα opulenta, e da Dionigi λιπαρη τε και ευβοτος splendida ed ubertosa, non so credere che quell'isola montuosa superasse e nemmeno pareggiar potesse la fertilità della maggior parte dei paesi di Spagna.

[519.] Le particolarità più autentiche e più minute si incontrano nei quattro libri della continuazion di Teofane, che Costantino Porfirogenito, fece da sè stesso, o che fu fatta per ordine suo, e pubblicata colla vita di suo padre Basilio il Macedone (Scriptores post Theophan., p. 1-162 da Francesco Combesis, Paris, 1685 ). Vi si narra la perdita di Creta e di Sicilia (l. II, p. 46-52 ). Vi si ponno aggiungere come testimonianze secondarie quelle di Giuseppe Genesio (l. II, pag. 21, Venezia, 1733), di Giorgio Cedrano (Compend., p. 506-508), e di Giovanni Scylitze Curopalata (apud Baronio, Annal. eccl., A. D. 827, n. 24 ec.). Ma i Greci moderni rubano sì palesemente, che fra loro si potrebbe citare una folla d'altri autori.

[520.] Renaudot (Hist. patriar. Alex., p. 251-256, 268, 270) ha descritto i guasti commessi in Egitto dagli Arabi dell'Andalusia; ma si dimenticò di congiungerli al conquisto di Creta.

[521.] Δηλοι (dice il continuator di Teofane, l. II, p. 51) δε ταυτα σαφεστατα και πλατικωτερον η τοτε γραφαισα Οεογνωστω και εις χειρας ελθουσα ημων, tai cose sono manifestissime e più divulgate di quelle scritte allora da Teognosto e venute nelle nostre mani. Questa storia della perdita della Sicilia non si ha più. Muratori (Ann. d'Ital. t. VII, p. 7-19-21 ec.) ha soggiunto alcune particolarità tratte dalle cronache d'Italia.

[522.] La pomposa e interessante tragedia del Tancredi converrebbe piuttosto a quest'epoca, che all'anno 1005 scelto dal Voltaire. Io farò un lieve rimprovero all'autore per avere dato a Greci, schiavi dell'imperator di Bisanzio, il coraggio della cavalleria moderna e delle antiche repubbliche.

[523.] Il Pagi ha riferito e rischiarato il racconto o le lamentazioni di Teodosio (Critica, t. III, p. 619 ec.). Costantino Porfirogenito (in vit. Basil., c. 69, 70, pag. 190-192) fa menzione della perdita di Siracusa e del trionfo dei demonii.

[524.] Si trovano parecchi estratti d'autori Arabi sulla conquista della Sicilia in Abulfeda (Annal. moslem., p. 271-273), e nel primo volume degli Script. rerum italic. del Muratori. Il signor de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 363, 364) aggiunge alcuni fatti rilevanti.

[525.] Uno dei più eminenti personaggi di Roma (Graziano, magister militum et romani palatii superista) fu accusato per aver detto: Quia Franci nihil nobis boni faciunt, neque adjutorium praebent, sed magis quae nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus Graecos et cum eis faedus pacis componentes Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione expellimus? (Anastasio in Leone IV, p. 199).

[526.] Il Voltaire (Hist. générale, t. II, c. 38, p. 124) pare molto colpito dal carattere di Leone IV. Ho usato le sue frasi generali, ma la veduta del Foro mi ha fornito un'immagine più esatta e più viva.

[527.] De Guignes (Hist. génér. des Huns, t. I, pag. 363, 364), Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne, sotto il dominio degli Arabi, t. II, pag. 24, 25). Questi scrittori non van d'accordo intorno alla successione degli Aglabiti, nè a me basta l'animo di conciliarli.

[528.] Beretti (Chronogr. Ital. med. aevi, p. 106-108) ci ha dato schiarimenti sulla città di Centumcellae, di Leopoli, della città Leonina e delle altre del ducato di Roma.

[529.] Gli Arabi e i Greci tacciono egualmente in proposito dell'invasion di Roma, fatta dagli Affricani. Le cronache latine non ci istruiscono abbastanza (V. gli Annali del Baronio e del Pagi). Anastasio, bibliotecario della chiesa Romana, istorico contemporaneo, è la guida autentica che abbiam seguìta per la storia de' Papi del nono secolo. La sua vita di Leon IV contiene ventiquattro pagine (p. 175-199 ediz. di Parigi): e se comprende in gran parte minuzie superstiziose, dobbiamo biasimare e lodare ad un tempo il suo eroe, perchè più spesso è stato in chiesa che al campo.

[530.] Questo numero d'otto fu applicato a diverse circostanze della vita di Motassem. Era egli l'ottavo degli Abbassidi, e regnò otto anni, otto mesi, e otto giorni; lasciò morendo otto figli, otto figlie, otto mila schiavi, e otto milioni d'oro.

[531.] Rare volte parlano i Geografi antichi di Amorio, e gli itinerari romani l'hanno dimenticato del tutto. Dopo il sesto secolo divenne sede episcopale, e poi metropoli della nuova Galazia (Carlo di Saint-Paul, Geograph. sacra, pag. 234). Questa città è risorta dalle sue rovine se si legge Amuria invece di Anguria, nel testo del geografo di Nubia (p. 236).

[532.] Era chiamato in Oriente Δυστυχης sciagurato (Continuator Theoph. l. III, p. 84). Ma tanta era l'ignoranza dei popoli d'occidente, che non vergognarono i loro ambasciadori di parlare in un'arringa pubblica de victoriis quas adversus exteras bellando gentes coelitus fuerat assecutus (Annal. Bertinian., apud Pagi, t. III, p. 720).

[533.] Abulfaragio (Dynast., p. 167, 168) riferisce uno di quei cambi singolari che si fece sul ponte del Lamo in Cilicia, confine dei due imperi, lontano una giornata all'occidente di Tarso ( d'Anville, Geogr. ancien., t. II, p. 91). Quattromila quattrocentosessanta Musulmani, ottocento donne e fanciulli, e cento alleati furono cambiati con egual numero di Greci. Passarono gli uni davanti agli altri a mezzo il ponte, e quando da ambe le parti furon giunti ai lor concittadini esclamarono Allah Acbar e Kyrie eleison! È probabile che allora si facesse il cambio del maggior numero de' prigionieri di Amorio; ma lo stesso anno (A. E. 231) i più illustri di loro, indicati colle denominazioni di quarantadue martiri, furon decapitati per ordine del Califfo.

[534.] Costantino Porfirogenita in vit. Basil. c. 61, pag. 186. È vero che que' Saracini, come corsari e rinnegati, furono puniti con un rigor particolare.

[535.] V. intorno a Teofilo, a Motassem, e alla guerra d'Amorio, il continuator di Teofane (l. III, p. 77-84), Genesio (l. III, pag. 24-34), Cedreno (pag. 528-532), Elmacin (Hist. Saracen., p. 180), Abulfaragio (Dyn., p. 165, 166), Abulfeda (Annal. mosl., p. 191), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 639, 640).

[536.] Il signor de Guignes, che talvolta trapassa la laguna che si trova tra l'istoria de' Cinesi e quella de' Musulmani, e che altrevolte vi cade entro, crede che quei Turchi siano gli Hoei-ke altramente detti i Kao-tche o i gran Carri; i quali erano disseminati dalla Cina e dalla Siberia sino ai dominii dei Califfi e dei Samanidi; e che formavano quindici orde o masnade ec. (Hist. des Huns, t. III, p. 1-33, 124-131).

[537.] Egli cangiò l'antico nome di Sumera o Sumara in quello di Ser-men-rai, città che piace a prima vista (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 808; d'Anville, l'Euphrate et le Tigre, p. 97, 98).

[538.] Per darne un esempio, ecco i particolari della morte del Califfo Motaz: Correptum pedibus pertrahunt, et sudibus probe perculeant, et spoliatum laceris vestibus in sole collocant, prae cujus acerrimo aestu pedes alternos attollebat et demittebat. Adstantium aliquis misero colaphos continuo ingerebat, quos ille objectis manibus avertere studebat.... quo facto traditus tortori fuit, totoque triduo cibo potuque prohibitus.... suffocatus, etc. (Abulfeda, p. 206). egli dice parlando del Califfo Mohtadi: Cervices ipsi perpetuis ictibus contundebant, testiculosque pedibus conculcabant (p. 208).

[539.] V. in quel che concerne ai regni di Motassem, Motewakkel, Mostanser, Mostain, Motaz, Mohtadi e Motamed, nella Biblioteca del d'Herbelot, e negli Annali di Elmacin, d'Abulfaragio, e di Abulfeda, che saran già divenuti famigliari al lettore.

[540.] Si consulti sulla Setta dei Carmatii, Elmacin (Hist. Saracen., p. 219, 224, 229, 231, 238, 241, 243), Abulfaragio (Dynast., p. 179-182), Abulfeda (Annal. moslem., p. 218, 219, ec. 245, 265, 274), e d'Herbelot (Bibl. orient. p. 256-258, 635). Nelle materie teologiche e cronologiche io vi trovo molta contraddizione che sarebbe difficile e poco importante lo schiarire.

[541.] Hyte, Syntagma Dissertat., t. II, p. 57, in Hist. Shahiludii.

[542.] Si ponno esaminare le dinastie dell'impero Arabo, cercando negli annali d'Elmacin, di Abulfaragio e di Abulfeda le date che rispondono agli avvenimenti, e nel dizionario del d'Herbelot i nomi sotto i quali son distribuiti i vari articoli. Le Tavole del Signor De-Guignes (Hist. des Huns, t. I), presentano una cronologia generale dell'oriente, mista di alcuni aneddoti istorici; ma dal patriottismo fu tratto a confonder l'epoca e i luoghi.

[543.] Gli Aglabiti e gli Edrisiti son l'argomento principale dell'opera del Signor di Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes, t. II, p. 1-63).

[544.] Per non essere accusato d'errori, debbo notare le inesattezze del Signor de-Guignes (t. I, pag. 359) sugli Edrisiti. I. Non potea esser l'anno dell'Egira 173 quello in cui si fondarono la dinastia e la città di Fez, perchè l'una e l'altra furono stabilite da un figlio postumo d'un discendente d'Alì, che fuggì dalla Mecca l'anno 168; II. questo fondatore Edris, figlio di Edris, invece d'esser vissuto sino a cento vent'anni, e sino all'anno trecentotredici dell'Egira, come si afferma contra ogni verosimiglianza, morì (A. E. 214) nel fior dell'età; III. la dinastia finì l'anno dell'Egira 307, 23 anni più presto del tempo assegnato dall'istorico degli Uni, (V. gli esatti Annali d'Abulfeda, p. 158, 159, 185, 238).

[545.] La storia originale e la version latina di Mirchond trattano della dinastia dei Thaeriti e dei Suffaridi, non che del principio di quella dei Samanidi; ma l'instancabile d'Herbelot ne avea già attinti i fatti più importanti.

[546.] Il signor de-Guignes (Hist. des Huns, t. III, p. 124-154) ha esausto quanto si riferisce ai Tulonidi ed agli Iksiditi dell'Egitto, ed ha sparsa gran luce sulle notizie degli Hamadaniti e dei Carmatii.

[547.] Hic est ultimus chalifah qui multum atque saepius pro concione perorarit.... fuit etiam ultimus qui otium cum eruditis et facetis hominibus fallere hilariterque agere soleret. Ultimus tandem chalifarum cui sumptus, stipendia, redditus, et thesauri, culinae, caeteraque omnis aulica pompa priorum chalifarum ad instar comparata fuerint. Videbimus enim paulo post quam indignis et servilibus ludibriis exagitati, quam ad humilem fortunam, ultimumque contemptum abjecti fuerint hi quondam potentissimi totius terrarum Orientalium orbis domini. (Abulfeda, Annal, moslem., p. 261.) Ho riferito questo passo per indicare la maniera e lo stile d'Abulfeda: ma le frasi latine son veramente del Reiske. Lo storico Arabo (p. 255, 257, 260, 261, 269. 283 ec.) mi ha somministrato i fatti più interessanti di questo paragrafo.

[548.] In pari occasione, aveva mostrato il lor maestro più moderazione e tolleranza. Ahmed-Ebn-Hanbal, Capo d'una delle quattro Sette ortodosse, nacque a Bagdad A. E. 164, e vi morì A. E. 241. Contrastò ed ebbe a soffrire assai nella disputa concernente la creazione del Corano.

[549.] All'impiego di Visir era stato sostituito quello di Emir-Al-Omra (imperator imperatorum), titolo dapprima istituito da Rhadi, che poi passò ai Bowidi ed ai Sel-jukidi, vectigalibus, et tributis et curiis per omnes regiones praefecit, jussitque in omnibus suggestis nominis ejus in concionibus mentionem fieri. (Abulfaragio Dynast., p. 199). Elmacin (p. 254, 255) ne fa pure menzione.

[550.] Luitprando, il cui carattere irascibile era inasprito dalle disgrazie del suo stato, accenna soprannomi di rimprovero e di disprezzo che, più dei titoli vani immaginati dai Greci, convengono a Niceforo: Ecce venit stella matutina, surgit Eous, reverberat obtutu solis radios, pallida Saracenorum mors, Nicephorus μεδων regnante.

[551.] Non ostante l'insinuazione di Zonara και ει μη se non ec. (t. II, l. XVI, p. 197), è cosa sicura che Niceforo Foca soggiogò totalmente e definitivamente Creta (Pagi critica, t. III, p. 873-875; Meursio, Creta, l. III, c. 7; t. III, p. 464, 465).

[552.] S'è scoperta nella Biblioteca degli Sforza una vita greca di S. Nicone Armeno, che il gesuita Sirmondo tradusse in latino per uso del cardinal Baronio. Questa leggenda contemporanea getta un po' di chiarore sullo stato di Creta, e del Peloponneso nel decimo secolo. S. Nicone trovò l'isola nuovamente congiunta all'impero dei Greci: faedis detestandae Agarenorum superstitionis vestigiis adhuc plenam ac refertam.... Ma il missionario vittorioso, forse con qualche soccorso terrestre, ad baptismum omnes veraeque fidei disciplinam pepulit. Ecclesiis per totam insulam aedificatis, ec. (Annal. eccles., A. D. 961).

[553.] Elmacin (Hist. Saracen., p. 278, 279). Luitprando era propenso a disprezzare la potenza de' Greci, ma confessa che Niceforo marciò contro gli Assiri con un esercito d'ottantamila uomini.

[554.] Ducenta fere millia hominum numerabat urbs (Abulfeda, Annal. moslem., p. 231) di Mopsuestia o Masifa, Mampsysta, Mansista, Mamista, come si chiama nella età di mezzo corrottamente, o forse più esattamente secondo Vesseling (Itiner. p. 580). Non posso credere a tanta popolazione di Mopsoesto pochi anni dopo la testimonianza dell'Imp. Leone ου γαρ πολυπληθια σρατου τοις Κιλιξι βαρβαροις εστιν poichè i Cilici barbari non hanno esercito numeroso (Tactica, c. 18, in Meursii Oper., t. VI, p. 817).

[555.] I nomi corrotti di Emeta e di Myctarsin accennano nel testo di Leone Diacono le città di Amida e di Martiropoli (Miafarekin, V. Abulfeda, Géograph. p. 245, vers. Reiske). Leone parlando della prima dice, urbs munita et illustris, e della seconda, clara atque conspicua opibusque et pecore, reliquis ejus, provinciis, urbibus, atque oppidis longe praestans.

[556.] Ut et Ecbatana pergeret Agarenorumque regiam everteret.... aiunt enim urbium quae usquam sunt ac toto orba existunt felicissimam esse auroque ditissimam. (Leone Diacono apud Pagi t. IV, p. 34). Questa magnifica descrizione non si confà che a Bagdad, e non è applicabile nè ad Hamadan (la vera Ecbatana, d'Anville, Géograph. ancienne, t. II, p. 237) nè a Tauris, che per lo più si confonde con questa città. Cicerone (pro lege Manilia, c. 4), dà il nome d'Ecbatana nello stesso senso indefinito alla residenza reale di Mitridate re di Ponto.

[557.] V. gli Annali d'Elmacin, Abulfaragio, e Abulfeda dopo l'A. E. 351, sino all'A. E. 361, e i regni di Niceforo Foca e di Giovanni Zimiscè, nelle cronache di Zonara (t. II, l. XVI pag. 199; l. XVII, pag. 215) e Cedreno (Compend. p. 649-684). Le tante ommissioni che si trovano in questi autori sono supplite in parte dalla storia manoscritta di Leone Diacono, che il Pagi ottenne dai Benedettini, e che inserì quasi intieramente in una versione latina (Critica, t. III, p. 873, l. IV, p. 37).

[558.] Claudiano spiega con eleganza il senso dell'epiteto Πορφυρογενητος, porfirogeneta, ossia nato nella porpora.

Ardua privatos nescit fortuna Penates;

Et regnum cum luce dedit. Cognata potestas

Excepit Tyrio venerabile pignus in ostro.

E il Ducange, nel suo Glossario greco e latino, riferisce molti passi che esprimono lo stesso pensiero.

[559.] Un superbo manoscritto di Costantino (De Caeremoniis aulae et ecclesiae Byzantinae), fu trasportato da Costantinopoli a Buda, a Francfort e a Lipsia, ove dal Leich, e dal Reiske ne fu fatta una magnifica edizione (A. D. 1751, in-folio), accompagnata da quegli elogi che non mancano mai gli editori di prodigalizzare al subbietto delle loro fatiche qualunque ne sia il merito.

[560.] V. nel primo volume dell'Imperium orientale del Banduri, Costantinus de Thematibus, p. 1-24; De administrando imperio p. 45-127, ediz. di Venezia. Il testo dell'antica edizion di Meursio vi è corretto sopra un manoscritto della biblioteca reale di Parigi di già conosciuto da Isacco Casaubono (Epist. ad Polybium 10), e spiegato da due carte di Guglielmo Delisle, il primo dei Geografi anteriori al d'Anville.

[561.] La tattica di Leone e di Costantino fu pubblicata coll'aiuto di qualche nuovo manoscritto nella grande edizione delle opere di Meursio fatta dal dotto Lami (t. VI, p. 531-920, 1211-1417: Fiorenza, 1745); ma il testo è ancora guasto e mutilato, e sempre oscura e piena di spropositi la versione. La biblioteca di Vienna fornirebbe qualche prezioso materiale ad un nuovo editore (Fabricio, Bibl. graec., t. VI, p. 369, 370).

[562.] Fabricio (Bibl. graec., t. XII, p. 425-514), Einec. (Hist. juris romani, p. 396-399), e Giannone (Istoria civile di Napoli, t. I, p. 450-458) possono utilmente consultarsi come storici di giurisprudenza intorno ai Basilici. Quarant'un libri di questo codice greco sono stati pubblicati con una version latina da Carlo Annibale Fabrotti, Parigi 1647, in sette volumi in folio. Si sono scoperti di poi quattro altri libri che furono inseriti nel Novus Thesaurus juris civil. et Canon., di Gerardo Meerman, t. V. Giovanni Leunclavio ha composto (a Basilea 1575) un'egloga o sinopsi dei sessanta libri che formano l'intera Opera. Si vedono nel Corpus juris civilis le centotredici Novelle o leggi nuove di Leone.

[563.] Mi son servito dell'ultima edizione de' Geoponici, che è la migliore (stampata da Nicolao Niclas, Lipsia 1781, due volumi in ottavo). Leggo nella prefazione, che lo stesso imperatore richiamò i sistemi di rettorica e di filosofia da lungo tempo dimenticati. I suoi due libri della Hippiatrica, ossia dell'arte di curare la malattia de' cavalli, furon pubblicati a Parigi, 1530 in folio (Fabr. Bibl. graec. t. VI, p. 493-500).

[564.] Di quei cinquantatre libri o titoli, due soli pervennero sino a noi e furono stampati: l'uno De legationibus da Fulvio Orsino, Anversa, 1582, e da Daniele Eschelio, August. Vindel. 1603; e l'altro De virtutibus et vitiis da Enrico di Valois, ediz. di Parigi, 1634.

[565.] Ankio (De scriptorib. Bizant. pag. 418-460), dà il sommario della vita e la lista delle opere di Metafraste. Questo Biografo dei Santi si compiaceva nel parafrasare i sensi o le assurdità degli Atti antichi; essendo stato una seconda volta parafrasato il suo stile di rettore nella version latina del Surio, appena oggi si può conoscere un filo del tessuto primitivo.

[566.] Giusta il primo libro della Ciropedia, la tattica, che non è che una piccola parte dell'arte della guerra, era già professata in Persia, il che deesi riferire alla Grecia. Una buona edizione di tutti gli autori che hanno scritto di tattica sarebbe impresa degna d'un erudito: egli potrebbe scoprire qualche nuovo manoscritto, e colle sue cognizioni schiarire l'istoria militare degli antichi: ma un tale erudito dovrebb'essere di più soldato, e sventuratamente non vive più un Quinto Icilio.

[567.] Dopo aver osservato che i Cappadoci son meno forniti di merito quanto sono più elevati per grado e per ricchezze, l'autore della descrizion delle province si compiace dell'epigramma attribuito a Demodoco:

Καππαδοκην ποτ’ εχιδνα δακεν, αλλα και αυτη

Κατθανε, γευσαμενη αιματος ιοβολου.

Una vipera infesta morse un Cappadoce, ma morì anch'essa succhiandone il sangue velenoso.

Il frizzo è precisamente eguale a quello d'un epigramma francese. «Un serpente morse Giovanni Freron. — E che? Il serpente ne morì». Ma poichè i belli ingegni di Parigi sono in generale poco versati nell'antologia, avrei vaghezza di sapere d'onde abbiano cavato questo epigramma (Costantino Porfirogeneta, De themat., c. 2; Brunk, Analect. graec., t. II, p. 56; Brodaei Anthologia, l. II, p. 244).

[568.] La Legatio Luitprandi episcopi Cremonensis ad Nicephorum Phocam, è stata inserita dal Muratori negli Scriptores rerum italicarum, t. II, parte prima.

[569.] V. Costantino (De thematibus, nel Banduri, t. I, p. 1-30), il quale s'accorda a dire che quella parola è ουκ παλαια non antica. Maurizio (Stratagema, l. II. c. 2) si serve della parola Θημα tema per indicare una lezione: fu poi applicata al posto o alla provincia che esso occupava. Ducange (Gloss. graec. t. I, p. 487, 488). Gli autori han tentato di dar l'etimologia dei temi opsico, optimazio e tracesio.

[570.] Αγιος Πελαγος Santo Pelago, come lo chiamano i Greci moderni; i geografi e i marinai ne han fatto l'Arcipelago e le Arches (d'Anville Géograph. ancienne, t. I, p. 281: Analyse de la Carte de la Grèce, p. 60). La moltitudine dei monaci, e di quelli specialmente di S. Basilio, che abitavano tutte l'isole e il monte Athos, o monte santo, che sta nei contorni (Observations di Belon, fol. 32), potea giustificare l'epiteto di santo dato a questa parte del Mediterraneo. Αγιος con piccolo cangiamento divien la parola primitiva Αιγαιος Egeo, immaginato dai Doriesi, che nel lor dialetto diedero il nome figurato di αιγες, ossia capre, ai flutti saltellanti (Vossio, ap. Cellarius, Geogr. antiq., t. I, p. 829).

[571.] Secondo il viaggiatore ebreo, che avea corsa l'Europa e l'Asia, non gareggiava in estensione con Costantinopoli, se non se Bagdad, la gran città degli Ismaeliti (Voyage di Beniamino di Tudela, pubblicato da Baratier, t. I, c. 5, p. 46).

[572.] Εσθλαβωθη δε πασα η χωρα και γεγονε βαρβαρος fu saccheggiata tutta la provincia e divenne Barbara, dice Costantino (Thematibus, l. II, c. 6, p. 25) in uno stile tanto barbaro, quanto il suo concetto, a cui aggiunge, secondo il suo costume, un ridicolo epigramma. Lo scrittore che ci ha dato alcune epitomi di Strabone, osserva pure Ηπειρον, και Ελλαδα σχεδον και Μακεδονιαν, ηαι Πελοποννησον Σκυθαι Σκλαβοι νεμονται gli Sciti schiavi anche ora spogliano quasi tutto l'Epiro e la Grecia e la Macedonia e il Peloponneso (l. VII, p. 98, ediz. di Hudson). Dodvell, in proposito di questo passo (Geogr. minor, t. II, Dissert. 6, p. 170-191), narra, in una guisa che stanca, le scorrerie degli Schiavoni, e pone nell'anno 980 l'epoca di questo commentator di Strabone.

[573.] Strabone, Geogr. l. VIII, p. 562; Pausania, Graec. Descriptio, l. III, c. 21, p, 264, 265; Plinio, Hist. natur., l. IV, c. 8.

[574.] Costantino, De administr. imperio, l. II, c. 50, 51, 52.

[575.] La roccia di Leucade era la punta meridionale della sua diocesi. Se egli avesse avuto il privilegio esclusivo del salto degli Amanti, tanto noto ai lettori d'Ovidio, epist. Sapho, sarebbe stato il più ricco prelato della chiesa greca.

[576.] Leucatensis mihi juravit episcopus, quotannis ecclesiam suam debere Nicephoro aureos centum persolvere, similiter et caeteras plus minuisve secundum vires suas (Luitprando, in Legat., p. 489).

[577.] V. Costantino (in vit. Basil., c. 74, 75, 76, p. 195-197, in Scriptor. post Theophanem) il quale impiega gran numero di parole tecniche o barbare. Barbare dic'egli, τη των πολλων αμαθια. καλον γαρ επι τουτοις κοινολεκτειν per l'imperizia di molti, essendo ben fatto famigliarizzarsi con esse. Il Ducange si studia di spiegarne alcune: ma gli mancava la scienza d'artefice.

[578.] Quanto scrive Ugo Falcando degli opificii di Palermo (Hist. sicula in Proem., in Muratori Scriptor rerum italic., t. V; p. 256), è tolto da quei della Grecia. Senza trascrivere le sue frasi declamatorie, che ho mitigate nel testo, osserverò che in quel passo, il Carisio, primo editore, ha ragionevolmente sostituita la parola exanthemata alla bizzarra di exarentasmata. Viveva Falcando verso l'anno 1190.

[579.] Inde ad interiora Graeciae progressi Corinthum, Thebas, Athenas antiqua nobilitate celebres expugnant; et maxima ibidem praeda direpta, opifices etiam qui Sericos pannos texere solent, ob ignominiam imperatoris illius, suique principis gloriam, captivos deducunt. Quos Rogerius, in Palermo Siciliae metropoli collocans, artem texendi suos edocere praecepit; et exhinc praedicta ars illa, prius a Graecis tantum inter christianos habita, Romanis patere coepit ingeniis. (Ottone di Frisinga, De Gestis Frederici I, l. I, c. 33; in Muratori, Scriptor. Ital., t. VI, pag. 668). Questa eccezione permette al vescovo di vantare Lisbona, e Almeria, in sericorum pannorum opificio praenobilissimae (in Chron., apud Muratori, Annal. d'Ital., t. IX, p. 415).

[580.] Niceta, in Manuel, l. II, c. 8, p. 65. Egli parla dei Greci come abili ευητριους οθονας σφαινειν, a tessere grandi tele, come ιστω προσανοεχοντας των εξαμιτων κιαι χρυσωπαστων στολων intesi a far tessuti di sciamiti e di stoffe con oro.

[581.] Ugo Falcando le chiama nobiles officinas. Gli Arabi piantarono canne e ne cavarono zucchero nella pianura di Palermo; ma non recarono colà la seta.

[582.] V. la vita di Castruccio Castracani, non quella pubblicata dal Machiavelli, ma da Nicola Tegrini, che è più autentica. Il Muratori che l'inserì nell'undecimo volume de' suoi Scriptores etc. cita questo passo curioso nelle sue Antichità d'Italia (t. I, Dissert. 25, p. 378).

[583.] V. l'estratto degli statuti manoscritti di Modena citati dal Muratori nelle Antichità d'Italia (t. II, Dissert. 30, p. 46-48).

[584.] I telai di stoffe di seta furono introdotti in Inghilterra l'anno 1620 (Andersons, Chronological Deduction, vol. II, p. 4). Ma alla rivocazione dell'Editto di Nantes è debitrice la Gran Brettagna della colonia di Spitalfields.

[585.] Voyage di Beniamino di Tudela, t. I, c. 5, p. 44-52. Il testo ebraico fu tradotto in francese da Baratier, quel giovanetto maraviglioso pel sapere, che però aggiunse alla versione un volume d'erudizione indigesta. Gli errori e le finzioni del Rabbino ebreo non bastano a ingerir dubbio sulla realtà de' suoi viaggi.

[586.] V. il continuator di Teofane (t. IV, p. 107), Cedreno (p. 544) e Zonara (t. II, l. XVI, p. 157).

[587.] Zonara (t. II, l. XVII, p. 225) invece di libbre, usa la denominazione più classica di talenti: stando al senso letterale di questo vocabolo, il tesoro di Basilio, con un calcolo esatto, sarebbe sessanta volte più considerevole.

[588.] Chi brama una minuta descrizione del palazzo imperiale, vegga la Constantinop. christiana (l. II, c. 4, p. 113-123) del Ducange ch'è il Tillemont del medio evo. La laboriosa Alemagna non ha prodotto due dotti più operosi e più esatti di questi due antiquari, impastati per altro del sangue spiritoso dei Francesi.

[589.] Se si crede ad un epigramma (Anthol. graec., l. IV, p. 488-489, Brodaci, ap. Wechel) attribuito a Giuliano, ex-prefetto dell'Egitto, il palazzo di Bisanzio vinceva il Campidoglio, il palazzo di Pergamo, il bosco Ruffiniano (φαιδρον αγαλμα bel simulacro), il tempio di Adriano, Cizico, le piramidi, il faro ec. Il Brunch ha raccolto (Analect. graec., t. II, p. 493-510) settant'uno epigrammi di questo Giuliano, alcuni de' quali sono frizzanti, ma questo non vi si trova.

[590.] Constantinopolitanum palatium non pulchritudine solum, verum etiam fortitudine omnibus quas unquam videram munitionibus praestat (Luitpr., Hist., l. V, c. 9, p. 465).

[591.] V. il continuatore anonimo di Teofane (p. 59-61-86), cui mi sono attenuto dietro l'estratto elegante e conciso del Le Beau (Hist. du Bas-Empire, t. XIV, p. 436-438).

[592.] In aureo triclinio quae praestantior est pars potentissimus (l'usurpatore Romano) degens caeteras partes (filiis) distribuerat (Luitprando, Hist., l. V, c. 9, p. 489). V. sul significativo di triclinio (aedificium tria vel plura κλινη (letti) scilicet σεγη (camere) complectens), il Ducange, (Gloss. graec. e Observations sul Joinville p. 240), e il Reiske (ad Constantinum de Ceremoniis, p. 7).

[593.] In equis vecti (dice Beniamino di Tudela), regum filiis videntur persimiles. Io preferisco la version latina dell'imperator Costantino (p. 46) alla francese del Baratier (t. I, p. 49).

[594.] V. i particolari del viaggio, della munificenza, e del testamento di essa nella vita di Basilio scritta da Costantino, nipote di questo imperatore (c. 74, 75, 76, p. 195-197).

[595.] Carsamatium (καρξιμαδες, Ducange, Gloss.) Graeci vocant, amputatis virilibus et virga, puerum eunuchum quos Verdunenses mercatores ob immensum lucrum facere solent et in Hispaniam ducere (Luitprando, l. VI, c. 3, p. 470); è questo l'ultimo abbominio dell'infame traffico di schiavi. Mi fa stupore peraltro che in Lorena, nel decimo secolo, si trovassero così attive speculazioni di commercio.

[596.] V. l'Alessiade (l. III, p. 78, 79) d'Anna Comnena, che può paragonarsi a Madamigella di Montpensier, trattane la pietà filiale. Col suo gran rispetto pe' titoli e per le formalità, ella dà a suo padre il nome di Επισημοναρχης, inventore di quest'arte regia, τεχνη τεχνων arte delle arti, e επισημων επισημη, scienza delle scienze.

[597.] Στεμμα, σεφανος, διαδημα; serto, corona, diadema (V. Reiske, ad Ceremoniale p. 14, 15). Il Ducange ha pubblicato una dotta dissertazione sulle corone di Costantinopoli, di Roma, e di Francia ec. (sopra Joinville, XXV, p. 289-303): ma nessuno dei trentaquattro modelli che egli ne dà s'accorda esattamente colla descrizione d'Anna Comnena.

[598.]

Par exstans curis, solo diademate dispar

Ordine pro rerum vocitatus Cura-Palati,

dice l'Affricano Corippo (De laudibus Justini, l. I, 136); e nello stesso secolo (il sesto) Cassiodoro dice parlando di quell'uffiziale, Virga aurea decoratus inter numerosa obsequia primus ante pedes regis incederet (Variar., VII, 5). In processo di tempo, cacciarono i Greci al quindicesimo grado questo grande ufficiale, e divenne quasi ignoto, ανεπιγνωστος, e non esercitava più alcun ufficio νυν δε ουδεμιαν (Codin, c. 5, p. 65).

[599.] Niceta (in Manuele, l. VII, c. I,) lo definisce così, ως η Λατινων φωνη καγκελαριον, ως δ’Ελληνες ειποιεν λογοθετην, quel che in lingua, latina è il cancelliere, i Greci chiamano Logoteta. Andronico vi aggiunse l'epiteto di μεγας grande (Ducange, t. I. p. 822, 823).

[600.] Dopo l'imperatore Leone I (A. D. 470), l'inchiostro imperiale, che tuttavia si vede in alcuni atti originali, fu una mescolanza di minio, di cinabro o di porpora. I tutori dell'imperatore, che avean facoltà di servirsene, scrivean sempre l'indizione e il mese con inchiostro verde. V. il Dictionnaire diplomatique (t. I, p. 511-513), compendio prezioso.

[601.] Il soldano mandò un Σιαους Siaus ad Alessio (Anna Comnena l. VI, p. 170: Ducange ad loc.); e Pachimaro parla spesso del μεγας τζαους, grande Tziaus (l. VII, c. I; l. XII, c. 30; l. XIII, c. 22). Lo Sciau bascià oggi comanda settecento ufficiali (Ricaud, Ottoman Empire p. 349, ediz. in-8.)

[602.] Tagesman è il nome arabo d'un interprete (d'Herbelot, p. 854, 855), πρφτος των ερμηνεων ους κοινως ονομαζουσι δραγομανους, il primo degli interpreti, che comunemente chiamano dragomani, dice Codino (c. 5, n. 70, p. 67). V. Villehardouin (n. 96), Busbek (epist. 4, p. 338) e Ducange (Observ. sopra Villehardouin, et Gloss. graec. et latin.)

[603.] Κονοσταυλος o κοντοσταυλος, conostaulo o controstaulo, parola corrotta dal latino comes stabuli o dal francese connétable. I Greci han dato a questo vocabolo un senso militare sin dall'undecimo secolo, cioè almeno tanto per tempo quanto i Francesi.

[604.] Questa parola dalla lingua dei Normanni passò direttamente ai Greci. Nel duodecimo secolo, Giannone annovera l'ammiraglio di Sicilia tra i grandi ufficiali.

[605.] Questo abbozzo degli onori e delle cariche dell'impero Greco è cavato da Giorgio Codino Curopalata, che viveva ancora dopo che Costantinopoli fu presa dai Turchi. La sua frivola Opera, ma scritta accuratamente (De officiis ecclesiae et aulae C. P.), è stata illustrata dalle note di Goar e dai tre libri del Gretsero, dotto Gesuita.

[606.] La maniera di salutare portando la mano alla bocca, ad os, è l'origine della parola latina adorare. V. l'erudito Selden (Titles of Honour vol. III, p. 143-145, 942). Pare, giusta il primo libro d'Erodoto, che quest'uso venga dalla Persia.

[607.] Luitprando descrive facetamente le sue due ambasciate che fece nella Corte di Costantinopoli, quello che vide e che ebbe a soffrire nella capitale dell'impero Greco (Hist. l. VI, c. 1-4, p. 469-471; Legatio ad Niceph. Phoc., p. 479-489).

[608.] Fra gli altri divertimenti di questa festa, un giovanetto tenne sulla fronte in equilibrio una picca, o pertica, lunga ventiquattro piedi, che portava un po' al di sotto della sua estremità superiore una spranga di due cubiti. Due altri ignudi, ma coperti alla cintura (campestrati), fecero ora insieme or separatamente diversi scherzi come d'arrampicarsi, di fermarsi, di giocare, di scendere ec. ita me stupidum reddidit, dice Luitprando, utrum mirabilius nescio (p. 470). A un altro pranzo si lesse un'omelia di S. Crisostomo sugli Atti degli appostoli, elata voce non latine (p. 483).

[609.] Con molta verosimiglianza si fa derivare la parola gala, da cala o caloat, che, in arabo, significa un abito d'onore (Reiske, Not. in cerem., p. 84).

[610.] Πολυχρονιζειν desiderar lunga vita, parola spiegata poi con quella di ευφημιζειν augurar bene (Codin, c. 7, Ducange, Gloss. Graec. t. I, p. 1199).

[611.] Κωνσερβετ Δεους εμπεριουμ βεστρουμ — βικτορ σις σεμπερ — βηβητε Δομινι Ημπερατορες ην μυλτος αννος Conservet Deus imperium vestrum — victor sis semper — Vivite Domini Imperatores in multos annos (Ceremon. c. 75, p. 215). I Greci non avendo il V latino furono obbligati ad usare il loro β. Queste frasi strane han potuto imbarazzare qualche professore, fintanto che avran poi scoperto il vero linguaggio.

[612.] Βαραγγοι κατα την πατριαν γλωσσαν ουτοι, ηγουν Ινκλινιστι πολυχρονιζουσι i Varangi (gli Inglesi) secondo la patria lingua ancor essi, cioè inchinati, auguran lunga vita (Codin, p. 90). Vorrei che avesse conservato, anche in parte corrotte, le parole della acclamazion degli Inglesi.

[613.] V. sopra questa cerimonia l'opera di Costantino Porfirogeneta colle note, anzi dissertazioni degli editori tedeschi Leich e Reiske, sul grado delle persone di Corte (pag. 80, not. 23-62), sull'adorazione che non si facea le domeniche (p. 95-240 not. 131), sulle uscite trionfali (p. 2, ec. not. p. 3 ec.), sulle acclamazioni (passim, not. 25 ec.), sulle fazioni e sull'Ippodromo (p. 177-214, not. 9-95 ec.), suoi giuochi dei Goti (pag. 221, not. 3), sulla vendemmie (pag. 217, not. 109): questo libro contiene molte altre particolarità.

[614.] Et privato Othoni et nuper eadem dicenti nota adulatio (Tacito, Hist. I, 85).

[615.] Le Familiae byzantinae del Ducange spiegano e rettificano il decimoterzo capitolo De administratione imperii.

[616.] Sequiturque nefas Aegyptia conjux (Virgilio, Aeneid, VIII, 688). Questa Egiziana per altro discendeva da gran numero di re. Quid te mutavit (dice Antonio ad Augusto in una lettera) an quod reginam ineo? Uxor mea est (Svetonio, in August., c. 69). Per altro non so, nè ho tempo di cercare, se il Triumviro osasse mai celebrare il suo matrimonio con Cleopatra secondo i riti romani o quei dell'Egitto.

[617.] Berenicem invitus invitam dimisit (Sveton. in Tito, c. 7). Non mi ricordo se io abbia altrove osservato che questa bella Giudea avea allora più di cinquant'anni. Il giudizioso Racine s'è ben guardato dal parlar della sua età e del suo paese.

[618.] Si suppone che Costantino avesse fatto elogio della ευγενεια nobiltà, e della περιφανεια fama dei Franchi, con cui avea contratto alleanze pubbliche e private. Gli autori francesi (Isacco Casaubono, in Dedicat. Polybii) si compiacciono di quei complimenti.

[619.] Costantino Porfirogeneta (De administ. imperii, c. 26) dà la genealogia e la vita dell'inclito re Ugone. περιβλπτου ρεγος Ουγονως. Se ne avranno idee più esatte nella critica del Pagi, negli annali del Muratori e nel compendio di Saint-Marc, A. D. 925-946.

[620.] Luitprando dopo avere parlato delle tre Dee, aggiugne et quoniam non rex solus iis abutebatur, earum nati ex incertis patribus originem ducunt (Hist., l. IV, c. 6). Vedi sul matrimonio della seconda Berta, Hist. l. V, c. V; sull'incontinenza della prima, Dulcis exercitio hymenaei, l. II, c. XV; su le virtù ed i vizi di Ugone, l. III, c. 5. Non conviene però dimenticare che il vescovo di Cremona è un poco inclinato per le cronache scandalose.

[621.] Licet illa imperatrix graeca sibi et aliis fuisset satis utilis et optima, etc. Tale è il preambolo d'un autore nemico (apud Pagi t. IV, A. D. 989, n. 3). Il Muratori, il Pagi, e il Saint-Marc alla data di ognuno di questi avvenimenti, parlano del suo matrimonio e delle principali azioni della sua vita.

[622.] Cedreno (t. II. p. 699), Zonara (t. II, p. 221), Elmacin (Hist. Saracen., l. III, c. 6), Nestore (apud Lévesque, t. II, p. 112), Pagi (Critica, A. D. 987, n. 6); combinazion singolare! Volodimiro ed Anna son nel numero dei Santi della chiesa russa, eppure noi conosciamo i vizi del primo e ignoriamo le virtù della seconda.

[623.] Henricus primus duxit uxorem scythicam, russam, filiam regis Jeroslai. Alcuni vescovi Greci furono spediti ambasciatori in Russia; e il padre gratanter filiam cum multis donis misit. Si fece questo matrimonio nel 1051. V. i passi delle cronache originali negli storici di Francia del Bouquet (t. XI, p. 29-159-161-319-384-481). Il Voltaire ha potuto maravigliarsi di questa alleanza; ma non avrebbe dovuto confessarsi ignaro del paese, della religione ec., di Jeroslao, nome notissimo negli Annali di Russia.

[624.] Una costituzion di Leone Filosofo (78), Ne Senatusconsulta amplius fiant, parla il linguaggio del più assoluto dispotismo: εξ ου το μοναρχων κρατος την τουτων ανηπται διοικησιν και ματαιον το αχρηστον μετα των χρειαν παρεχομενων συναπτεσθαι, da che la potenza dei monarchi regola la loro amministrazione, essere inopportuno e vano il congiungere a ciò che è inutile le cose che portano utilità.

[625.] Codino (De officiis, c. 17, p. 120, 121) ci dà a conoscere questo giuramento sì forte verso la chiesa πιστος και γνηστιος δουλος και υιος της αγιας εκκλησιας, fedele e legittimo servo, e figlio della santa chiesa, e poi sì debole quando si tratta degli interessi del popolo, και απεχεσθαι φονων και ακρωτηριασμων και αμοιων τουτοις κατα το δυνατον ed astenersi dal mandar a morte, dal mutilare, e da possibili condanne per quanto fosse possibile.

[626.] I saggi e buoni sovrani sanno por limiti al loro potere colla voce di una retta coscienza, condotta dall'equità, e dal bene generale dello Stato; conoscono i loro diritti, ed i loro doveri; sanno tener fermo il trono, sanno scegliere i ministri, che partecipano con essi delle gravi cure dello Stato. (Nota di N. N.)

[627.] Quelli che hanno la grave cura di governare, sanno prevenire gli effetti funesti de' capricci de' governati, e conservare l'ordine stabilito. (Nota di N. N.)

[628.] Deve intendersi che l'Autore riferisca il vocabolo despota al governo degli Arabi, ed anche di Costantinopoli nell'epoca di cui si tratta, ed anche a quello del Gran Signore d'oggidì. Sanno tutti che governo despotico è quello che non è regolato ordinatamente da un Codice scritto di leggi, e sotto il quale le proprietà non sono sicure, siccome non lo sono le vite. Le attuali monarchie d'Europa hanno un codice scritto, che guarentisce le proprietà, le vite, ed i diritti; nè queste cose si possono perdere che per la violazione delle leggi. (Nota di N. N.)

[629.] Ecco le minacce di Niceforo all'ambasciatore d'Ottone: Nec est in mari domino tuo classium numerus. Navigantium fortitudo mihi soli inest, qui cum classibus aggrediar, bello maritimas ejus civitales demoliar; et quae fluminibus sunt vicina redigam in favillam (Luitprando in legat. ad Nicephorum Phocam, in Muratori Scriptores rerum italicarum, t. II, part. I, p. 481). Egli dice in un altro sito: qui caeteris praestant Venetici sunt et Amalphitani.

[630.] Nec ipsa capiet eum (l'imperator Ottone) in qua ortus est pauper et pellicea Saxonia: pecunia qua pollemus omnes nationes super eum invitabimus; et quasi Keramicum confringemus (Luitprando, in Legat., p. 487). I due libri De administrando imperio, ripetono per tutto gli stessi principii politici.

[631.] Il decimonono capitolo della Tattica di Leone (Meurs. opera, t. VI, p. 825-848), pubblicata più correttamente sopra un manoscritto di Gudio dal laborioso Fabricio (Biblioth. graec., t. VI, p. 372-379), tratta della naumachia o guerra navale.

[632.] L'armata di Demetrio Poliorceta aveva pure navigli di quindici o sedici ordini di remi, de' quali non si faceva uso che nel combattimento. Quanto alla nave con quaranta ordini di remi di Tolomeo Filadelfo, era un piccolo palazzo ondeggiante, la cui portata, paragonandola a quella d'un vascello inglese di cento cannoni, era nella proporzione di quattro e mezzo ad uno, secondo il dottore Arbuthnot (Tables of ancient coins, etc., p. 231-236).

[633.] È tanto chiara l'asserzione degli autori che dicono avere avuto i Dromoni di Leone ec. due ordini di remi, che io debbo criticare la versione di Meursio e di Fabricio, i quali pervertono il senso per una cieca fedeltà alla denominazione classica di triremi. Gli storici bisantini commettono qualche volta la medesima inesattezza.

[634.] Costantino Porfirogeneta in vit. Basil., c. 61, p. 185: loda egli moderatamente questo stratagemma come βουλην συνστην και σοφην un'invenzione prudente e dotta; ma, offuscato dalla sua fantasia, presenta la navigazione intorno al Capo del Peloponneso come un tragitto di mille miglia.

[635.] Il continuator di Teofane (l. IV, p. 122, 123) nomina i luoghi di questi segnali che rispondono gli uni agli altri; il castello di Lulum presso Tarso, il monte Argeo, il monte Isamo, il monte Egilo, la collina di Mamasso, il Ciriso, il Mocilo, il colle d'Ausenzio, il quadrante del faro del gran palazzo. Dice che le notizie si trasmettevano εν ακαρει in un attimo: miserabile esagerazione, che nulla dice perchè dice troppo. Sarebbe stata cosa più istruttiva l'indicare un intervallo di tre, di sei o di dodici leghe.

[636.] V. il Cerimoniale di Costantino Porfirogeneta (l. II, c. 44, p. 176-192). Un lettore attento scorgerà qualche contraddizione in varie parti di questo calcolo; ma non sono già più oscure, o più inesplicabili, delle tabelle totali, e di quelle degli uomini effettivi, dei soldati presenti e degli altri atti al servigio, dei riscontri di riviste e dei congedi, cose che nei nostri eserciti odierni si vogliono coperte d'un velo misterioso, ma profittevole a taluno.

[637.] V. il quinto, sesto e settimo capitolo, περι οπλων, περι οπλισεως, e περι γυμνασιας delle armi, dell'armamento e dell'esercizio, nella Tattica di Leone, coi passi corrispondenti in quella di Costantino.

[638.] Osservano essi της γαρ τοξειας παντελως αμεληθεισης... εν τοις Ρωμαιοις τα πολλα νον αιωθε σφαλματα γινησθαι essendo onninamente negletta l'arte del balestriere... sogliono presentemente succedere fra i Romani molti errori (Leone, Tactique, p. 581; Costantino, p. 1216). Non era però massima de' Greci e de' Romani lo spregiare l'arte de' saettieri, perchè combattevano da lungi, e disordinatamente.

[639.] Si confrontino i passi della Tattica, p. 669, e 721, e il duodecimo col diciottesimo capitolo.

[640.] Nella prefazione alla sua Tattica, Leone deplora apertamente la mancanza di disciplina e le disgrazie di quel tempo. Ripete senza scrupolo (Proem. p. 537) i rimproveri di αμελεια, αταξια, αγυμνασια, δειλια, negligenza, confusione, mancanza d'esercizio, poltroneria ec.; e pare che sotto la generazion seguente meritassero la stessa censura gli alunni di Costantino.

[641.] V. nel Cerimoniale (l. II, c. 19, p. 363) la consuetudine tenuta quando l'imperatore calpestava i Saracini prigionieri, mentre cantavasi: «tu hai fatto scabello de' tuoi nemici», e il popolo ripeteva il Kyrie eleison quaranta volte seguitamente.

[642.] Osserva Leone (Tactique p. 668), che una battaglia ordinata contro qualunque nazione è επισφαλες e επικινδυνον incerta e pericolosa. Le parole sono energiche, e l'osservazione è giusta; ma se i primi Romani fossero stati di questo avviso, noti avrebbe mai dato leggi Leone alle rive del Bosforo Tracio.

[643.] Zonara (t. II, l. XVI, p. 202, 203) e Cedreno (Compend., p. 698) che parlano di questa idea di Niceforo, applicano molto male l'epiteto di γενναιον generosa all'opposizion del Patriarca.

[644.] Il decimo ottavo capitolo, che tratta della tattica delle varie nazioni, è il più storico ed il più utile di tutta l'Opera di Leone. Non avea che troppe occasioni l'imperator Romano di studiare i costumi e le armi de' Saracini (Tactique p. 809-817, e un frammento d'un manoscritto della biblioteca Medicea, che si trova nella prefazione del sesto volume del Meursio).

[645.] Παντος δε παι κακου εργου τον Θεον αιτιον υποτιθενται και πολεμοις χαιρειν λεγουσι τον Θεον τον διασκορπιζουντα εθνη τα τους πολεμους θελοντα. Suppongono che Iddio sia l'autore d'ogni azione, anche cattiva, e dicono che si compiace della guerra quel Dio che disperde le nazioni che voglion la guerra (Leone, Tactique p. 809).

[646.] Luitprando (p. 484, 486) riferisce e spiega gli oracoli de' Greci e de' Saracini, dove, secondo l'uso della profezia, il passato è chiaro ed istorico, e l'avvenire oscuro, enimmatico ed inesatto. Secondo questa linea di demarcazione tra la luce e l'ombra, si può per lo più determinar l'epoca di ognuno di quegli oracoli.

[647.] Si riscontra la sostanza di questa riflessione in Abulfaragio (Dynast., p. 2, 62, 101); ma non mi sovviene dove io l'abbia trovata nella forma di questa spiritosa sentenza.

[648.] Ex Francis, quo nomine tam Latinos quam Teutones comprehendit, ludum habuit (Luitprand., in Legat. ad imp. Nicephor., p. 483, 484). L'ampiezza data poi a questa denominazione è confermata da Costantino (De administr. imp., l. II, c. 27, 28), e da Eutichio (Annal., t. I, p. 55, 56) che vissero tutti e due prima delle Crociate. Le testimonianze d'Abulfaragio (Dyn., p. 69) e d'Abulfeda (Praefat. ad Geogr.) sono le più recenti.

[649.] Si può consultare utilmente su questo articolo di disciplina ecclesiastica e beneficiaria, il padre Tomassino (t. III, l. I, c. 40, 45, 46, 47). Una legge di Carlomagno esentava i vescovi dal servigio personale; ma l'uso contrario, che prevalse dal nono al decimoquinto secolo, è confermato dall'esempio o dal silenzio de' Santi e dei dottori... «Voi giustificate coi sacri canoni la vostra poltroneria, dice Ratario di Verona; ma i canoni vi proibiscono anche l'incontinenza, eppure......»

[650.] L'imperator Leone ha esposto imparzialmente, nel decimo ottavo capitolo della sua Tattica, i vizi e le qualità militari dei Franchi, (che Meursio traduce in modo ridicolo col vocabolo Galli), e dei Lombardi o Longobardi. V. pure la ventesimasesta dissertazione del Muratori, De antiquitatibus Italiae medii aevi.

[651.] Domini tui milites (diceva l'orgoglioso Niceforo) equitandi ignari, pedestris pugnae sunt inscii: scutorum magnitudo, ensium longitudo, galearumque pondus neutra parte pugnare eos sinit; ac subridens, impedit, inquit, et eos gastrimargia, hoc est ventris ingluvies, etc. (Luitprando, in Legat. p. 480, 481).

[652.] In Saxonia certe scio.... decentius ensibus pugnare quam calamis, et prius mortem obire quam hostibus terga dare (Luitprando, p. 482).

[653.] φθαγ οι τοιυν και Λογιβαθδοι λογον ελευθεριας περι πολλου ποιουνται, αλλ’ οι οι μεν Λογιβαθδοι το πλεον της τοιαυτης αθετης νυν απωλεσαν. I Franchi per altro, e i Longobardi sovente fan parola di libertà; ma i Longobardi ora hanno perduto il più di questa virtù. (Leone, Tactiq., c. 18, p. 805). L'imperatore Leone morì, A. D. 911. Un poema istorico che finisce nel 916, e che sembra composto nel 940 da un Veneziano, così parla dei costumi d'Italia e di Francia.

Quid inertia bello

Pectora (Ubertus ait) duris praetenditis armis,

O Itali? Potius vobis sacra pocula cordi;

Saepius et stomachum nitidis laxare saginis

Elatasque domos rutilo fulcire metallo.

Non eadem Gallos similis vel cura remordet;

Vicinas quibus est studium devincere terras

Depressumque larem spoliis hinc inde coactis

Sustentare.

(Anonym. carmen Panegyricum de Laudibus Berengarii Augusti, l. II, in Muratori, Script. rerum italic., t. II, pars. I, p. 393).

[654.] Giustiniano, dice lo storico Agatia (l. V, p. 157), πρωτος Ρωμαιων αυτοκρατωρ ονοματι και πραγματι, e di nome e di fatti primo imperator de' Romani. Gli imperatori di Bisanzio non presero per altro il titolo formale di imperatori dei Romani, se non dopo il tempo che vollero pretenderlo gli imperatori Francesi e Tedeschi dell'antica Roma.

[655.] Costantino Manasse ha scritto contro questo divisamento in versi barbari.

Την πολιν την βασιλειαν αποκοσμησαι θελων,

Και την αρχην χαθισασθαι τριπεμπελω Ρωμη,

Ως ειτις αθροστολιστον αποκοσμεσει νυμφην,

Και γραυν τινα τρικοθωνον ως κορην ωραισει.

volendo spogliare la città regina, e gratificare della primazia la decrepitissima Roma, come chi spogliasse una sfarzosissima sposa per ornare come una fanciulla una vecchiaccia dell'età di tre cornacchie. Ed è confermato da Teofane, Zonara, Cedreno, e dall'Historia Miscella: voluit in urbem Romani imperium transferre (l. XIX, p. 157), in t. I, part. I, degli Script. rerum ital. del Muratori.

[656.] Paolo Diacono, l. V, c. II, p. 480; Anastasio, in vitis Pontificum, nella raccolta del Muratori, t. III, part. I, pag. 141.

[657.] Si consultino la prefazione del Ducange (ad Gloss. graec. medii aevi) e le Novelle di Giustiniano (VII, LXVI). Dicea l'imperatore che la lingua greca era κοινος, comune, la latina πατριος, nativa, per lui, e finalmente che ella era κυριωτατος, imperialissima pel πολιτειας σχημα, sistema del governo.

[658.] Ου μεν αλλα και Λατινικη λεξις και φρασις εις επι τους νομους κρυπτουσα τους συνειναι ταυτην μη δυναμενους ισχυρους απετειχιξε Non certamente anche una frase e dizione latina ascondendo le leggi rendette bravi quelli che non potevano averla familiare (Matth. Blastares, Hist. jur., apud. Fabric., Bibl. graec., t. XII, p. 369). Il Codice e le Pandette furono tradotte ai tempi di Giustiniano (p. 358-366). Fu Taleleo che pubblicò la versione delle Pandette. Teofilo, uno de' tre primi giureconsulti a cui Giustiniano commise questo lavoro, ha lasciato una parafrasi elegante ma prolissa dell'Instituta. Giuliano per altro (A. D. 570) CXX Novellas graecas eleganti latinitate donavit (Eineccio, Hist. J. R., p. 396), per uso dell'Italia e dell'Affrica.

[659.] Abulfaragio dice che la settima dinastia fu quella dei Franchi o Romani, l'ottava quella dei Greci, la nona quella degli Arabi. A tempore Augusti Caesaris, donec imperaret Tiberius Caesar, spatio circiter annorum 600 fuerunt imperatores C. P. patricii, et praecipua pars exercitus romani: extra quod, consiliarii, scribae et populus, omnes Graeci fuerunt: deinde regnum etiam graecanicum factum est (p. 96, vers. Pocock). Abulfaragio avea studiata la religione cristiana e le materie ecclesiastiche, ed aveva qualche vantaggio sui più ignoranti Musulmani.

[660.] Primus ex Graecorum genere in imperio confirmatus est; o secondo un altro manoscritto di Paolo Diacono (l. III, c. 15, p. 443), in Graecorum imperio.

[661.] Qui linguam, mores, vestesque mutastis, putavit sanctissimus papa (ironia ben ardita), ita vos (vobis) displicere Romanorum nomen. His nuncios, forse i nuncii, rogabant Nicephorum imperatorem Graecorum, ut cum Othone imperatore Romanorum amicitiam faceret (Luitprando, in Legatione, p. 486).

[662.] Laonico Calcondila, che sopravisse all'ultimo assedio di Costantinopoli, racconta (l. I, p. 3) che Costantino trapiantò i Latini d'Italia in una città greca della Tracia; che questi pigliarono la lingua e i costumi del paese, e che si confusero gli oriundi del sito e i Latini di Bisanzio sotto il nome di Greci. I re di Costantinopoli, soggiunge lo storico, επι το οφας αυτους σεμνυνεσθαι Ρωμαιων βασιλεις τε και αυτοκρατορας αποκαλειν, Ελληνων δε βασιλεις ουκετι ουδαμη αξιουν per esaltare sè stessi s'intitolavano re dai Romani ed imperatori, e non degnavano punto nè poco quello di re de' Greci.

[663.] V. il Ducange (C. P. Christiana, l. II, p. 150, 151), che ha raccolte le testimonianze, non già di Teofane, ma di Zonara (t. II, l. XV, p. 104), Cedreno (p. 454), di Michele Glica (p. 281) e di Costantino Manasse (p. 87). Dopo avere confutata l'assurda accusa sparsa contro l'imperatore, lo Spanheim (Hist. imaginum, p. 99-111) parla da vero avvocato, e tenta di mettere in dubbio o di contestare l'esistenza del fuoco, e quasi della biblioteca.

[664.] Secondo Malco, questo manoscritto d'Omero fu consunto dalle fiamme ai tempi di Basilico. Può essere stato rinnovato: ma in un budello di serpente! questo pare strano ed incredibile.

[665.] L'αλογια irragionevolezza di Zonara, e la αγρια και αμαθια rusticità e ignoranza di Cedreno sono vocaboli energici, che forse conveniano molto bene a quelle due dinastie.

[666.] V. Zonara (l. XVI, p. 160 e 161) e Cedreno (p. 549, 550). Leone il filosofo, come il monaco Bacone, fu trattato da Mago nel suo secolo ignorante; fu però minore l'ingiustizia se egli è l'autor degli oracoli più comunemente attribuiti all'imperatore dello stesso nome. Le opere di Leone sulle scienze fisiche stanno manoscritte nella biblioteca di Vienna (Fabricio, Biblioth. graec., t. VI, p. 366: t. XII, p. 781). Quiescant!

[667.] Anckio (De Scriptorib. Byzant., p. 269-396) e Fabricio discutono alla distesa il carattere ecclesiastico e letterario di Fozio.

[668.] Εις ασσυριους agli Assirii, non può significare altro che Bagdad, residenza del Califfo. Sarebbe stata curiosa ed istruttiva la relazione della sua ambasceria. Ma come potè egli procacciarsi tutti quei libri? Non avrà trovato a Bagdad una Biblioteca sì numerosa, nè avrà potuto trasportarla colle sue robe, ed è impossibile che se la recasse in testa. Pure quest'ultima supposizione, per quanto sembri incredibile, pare assistita dalla testimonianza di Fozio istesso, οσας αυτων η μνημη διεσωζε, di quanti (di quei libri) fece conserva la mia memoria. Camusat (Hist. critiq. des Journaux, p. 87, 94) espone benissimo quanto concerne al myrio-biblion.

[669.] V. gli articoli particolari di quei Greci moderni nella biblioteca greca di Fabricio, Opera dotta ma suscettiva di miglior metodo e di molti miglioramenti. Fabricio parla d'Eustazio (t. I, p. 289-292, 306-329), di Pselli (Diatribe de Leon Allatius, ad calcem, t. 5), di Costantino Porfirogeneta (t. VI, p. 486-509), di Giovanni Stobeo (t. VIII, p. 665-728), di Suida (t. IX, p. 620-827), di Giovanni Tzetze (t. XII, p. 245-273). Il Signor Harris, nei suoi Philological Arrangements (Opus senile), ha dato un abbozzo di questa letteratura dei Greci di Bisanzio (p. 287-300).

[670.] Gerardo Vossio (De poetis graecis, c. 6) ed il le Clerc (Bibliothèque choisie, t. XIX, p. 285) fan cenno, dietro l'oscura testimonianza o le ciarle del volgo, d'un commentario di Michele Psello sulle ventiquattro commedie di Menandro, che sussistevano manoscritte in Costantinopoli. Questi lavori classici non paiono compatibili colla gravità d'un erudito paziente, che sveniva sulle categorie (De Psellis, p. 42), ed è probabile che siasi confuso Michele Psello con Omero Sellio, che avea scritto gli argomenti delle commedie di Menandro. Suida nel duodecimo secolo numerava cinquanta commedie di questo autore; ma trascrive spesso l'antico Scoliasta d'Aristotile.

[671.] Anna Comnena ha potuto insuperbirsi della purezza del suo grecizzare (το Ελληνιζειν ες ακρον εοπουδακυια, studiosissima a cogliere il fiore della lingua greca), e Zonara, contemporaneo ma non adulatore di lei, ha potuto aggiungere con verità γλωτταν ειχεν ακθιβως Αττικιζουσαν, possedette la lingua assolutamente attica. La principessa conoscea bene i Dialoghi dottissimi di Platone, il τετρακτυς o il quadrivio dell'astrologia, la geometria, l'aritmetica e la musica. V. la sua prefazione dell'Alessiade colle note del Ducange.

[672.] Il Ducange, per criticare il gusto degli autori bisantini (Praef. Gloss. graec., p. 17), accumula le autorità d'Aulio Gellio, di Girolamo Petronio, di Giorgio Amartolo, e di Longino, che davano ad un'ora il precetto e l'esempio.

[673.] I versus politici, quei prostituti, che, come dice Leone Allazio, per la loro facilità si danno in braccio a tutti, aveano per lo più quindici sillabe; furono usati da Costantino Manasse, da Giovanni Tzetze ec. (V. il Ducange, Gloss. latin., t. III, part. I, p. 345, 346, ediz. di Basilea, 1762).

[674.] S. Bernardo è l'ultimo Padre della chiesa Latina, e San Giovanni Damasceno, che fiorì nell'ottavo secolo, è venerato come l'ultimo della chiesa Greca.

[675.] Essais di Hume, vol. I, p. 125.

Nota del Trascrittore

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