CAPITOLO LXV.
Innalzamento di Timur, o Tamerlano al trono di Samarcanda. Sue conquiste nella Persia, nella Georgia, nella Tartaria, nella Russia, nell'India, nella Sorìa e nella Natolia. Sue guerre contra i Turchi. Sconfitta e cattività di Baiazetto. Morte di Timur. Guerra civile de' figli di Baiazetto. Restaurazione della Monarchia de' Turchi sotto Maometto I. Costantinopoli assediata da Amurat II.
Il primo voto dell'ambizioso Timur si fu quello di conquistare e domar l'Universo; l'altro, poichè aveva sortita un'anima generosa, di vivere nella ricordanza e nella stima de' posteri. I segretarj di questo Principe raccolsero accuratamente tutte le Transazioni civili e militari del suo regno[390]; racconto autentico che fu poi riveduto da uomini ottimamente istrutti di ciascuna particolarità. Si è creduto e si crede generalmente nella famiglia e nell'Impero di Timur che questo Monarca abbia composto egli stesso i Comentarj[391] della sua vita e le Instituzioni[392] del suo Governo[393]; ma non furono queste cure che contribuissero a tramandare sino a noi la rinomanza di Timur; perchè tai preziosi monumenti scritti in lingua mongulla o persiana, rimasero sconosciuti all'Universo, o almeno all'Europa. Ma le nazioni da lui soggiogate usarono contr'esso una impotente e spregevol vendetta, per cui l'ignoranza ha ripetute lungo tempo le invenzioni della calunnia[394] che ne adulterò i natali, il carattere, la persona, e fino il nome, trasformato in quello di Tamerlano[395]; benchè non sarebbe per esso che un diritto maggiore alla stima generale, se fosse in realtà passato dall'aratro al trono, e lo zoppicar di una gamba non avrebbe potuto apporsegli a taccia, a meno che non avesse avuta la debolezza di vergognarsi di una infermità naturale, o fors'anche onorevole.
I Mongulli religiosamente affezionati alla famiglia di Gengis, ravvisavano, senza dubbio, un suddito ribelle in Timur, benchè dalla nobile tribù di Berlass ei scendesse. Carasar Nevian, quinto nella linea ascendente di questo guerriero, era stato Visir nel nuovo regno della Transossiana acquistato da Zagatai, e risalendo per alcune altre generazioni il ramo di Timur, almeno per parte di donne[396], si congiunge al ceppo imperiale[397]. Egli ebbe vita nel villaggio di Sebsar, posto quaranta miglia ad ostro di Samarcanda, e parte del fertile territorio di Cas, antico dominio de' suoi maggiori; e comandava un Toman di diecimila uomini a cavallo[398]. Il caso lo fe' nascere[399] in uno di que' momenti di anarchia, che annunziano la caduta delle dinastie asiatiche, ed offrono novelli campi all'ardimentosa ambizione. Estinta essendo la famiglia de' Kan di Zagatai, gli Emiri aspiravano alla independenza, e le lor dissensioni vennero solamente sospese dalla conquista e dalla tirannide dei Kan di Kasgar, che, sostenuti da un esercito di Geti o di Calmucchi[400], avevano invasa la Transossiana. Toccava i dodici anni Timur quando incominciò la milizia (A. D. 1361-1370); di venticinque, imprese la liberazione della sua patria. Gli sguardi e i voti de' popoli si volsero verso un eroe che soffriva per la lor causa, e i primarj ufiziali civili e militari aveano giurato sulla salute delle loro anime, di sostenerlo a rischio delle proprie sostanze e vite; ma, giunto l'istante del pericolo, tremarono e si tennero silenziosi. Dopo averli aspettati invano per sette giorni sulle colline di Samarcanda, si ritrasse con sessanta uomini della sua cavalleria nel Deserto. Raggiunto nel fuggire da un corpo di mille Geti, si volse a respingerli, e fe' di essi inaudita strage, per cui dovettero esclamare: «Timur è un uomo maraviglioso; Dio e la fortuna sono con lui». Ma questa sanguinosa impresa ridusse il suo picciolo drappello a soli dieci uomini, sminuito ancora dalla fuga di tre Carizmj. Trascorse, con questi sette compagni, e soli quattro cavalli e colla moglie, il Deserto, indi, rinchiuso in tetro carcere, vi rimase sessantadue giorni, sintanto che il suo coraggio e i rimorsi del suo oppressore nel liberarono. Dopo avere attraversata a nuoto la larga e rapida corrente del Gihoon, o Osso, condusse per molti mesi, sulle frontiere dei vicini Stati, la vita errante di un esule e d'un proscritto; ma l'avversità gli contribuì al più grande splendore di fama; perchè egli apprese a discernere fra i compagni della sua fortuna coloro che per amore di lui gli erano affezionati, e a valersi dell'ingegno, o del carattere degli uomini in vantaggio loro e proprio soprattutto. Rientrato nella sua patria Timur, gli si unirono a mano a mano diverse fazioni di confederati che l'aveano cercato con ansietà nel Deserto. Non posso ristarmi dall'offerire in questo luogo, senza privarla della sua ingenua semplicità, la narrazione di uno di questi felici incontri, occorso a Timur, allorquando lo chiesero in loro Duce tre Capi seguìti da settanta uomini a cavallo. «Allorchè, egli dice, volsero gli occhi sopra di me, non potevano capire in sè medesimi dalla gioia, e scesero giù dai lor cavalli, e vennero e s'inginocchiarono dinanzi a me e baciarono le mie staffe. Smontai anch'io da cavallo e me li strinsi fra le braccia l'un dopo l'altro, e misi il mio turbante sulla testa del primo Capo, e passai attorno ai lombi del secondo un cinturino tempestato di gemme e lavorato in oro, e vestii del mio abito il terzo; ed essi piangevano e piangeva ancor io; e l'ora della preghiera era giunta, e pregammo insieme. E noi rimontammo sui nostri cavalli e venimmo alla mia abitazione; e adunai il mio popolo, e feci un convito». Le più valorose tribù non tardarono ad unirsi a queste fedeli bande, che Timur guidò contro un nemico superiore di numero. Varj furono gli avvenimenti di cotal guerra, ma finalmente dalla Transossiana respinti vennero i Geti. Molto già avea operato Timur per la sua gloria; ma molto ancora gli rimaneva a compire; di molta destrezza eragli d'uopo; molto sangue doveva esser versato prima ch'ei costringesse quei suoi eguali a considerarlo come padrone. Per riguardi alla nascita e al potere dell'emiro Hussein, della cui sorella inoltre era tenero consorte Timur, si vide questi costretto a riconoscerlo per collega, comunque fosse un uomo indegno e vizioso. Spesso turbata dalla gelosia questa Lega, ne' frequenti litigi che nacquero, Timur ebbe sempre l'accorgimento di far ricadere sul rivale i rimproveri di perfidia e di ingiustizia. Finalmente dopo una sconfitta, che fu l'ultima per Timur, alcuni amici del medesimo, la sagacità de' quali li trasse a disobbedire il lor Capo per non disobbedirlo più mai, uccisero Hussein. I suffragi unanimi di una Dieta (A. D. 1370), o Corultai, conferirono al vincitore, in età di trentaquattro anni[401], l'imperiale comando; ma ostentò rispetto verso la Casa di Gengis, e intanto che l'emiro Timur regnava sul Zagatai e l'Oriente, un Kan titolare serviva, come semplice ufiziale, negli eserciti del proprio servo. Un fertile reame, lungo e largo cinquecento miglia, avrebbe potuto soddisfare l'ambizione di un suddito: ma Timur aspirava al trono del Mondo, e prima della sua morte avea aggiunte ventisei corone a quella del Zagatai. Senza diffondermi sulle vittorie di trentacinque azioni campali, o seguitare Timur nelle sue continue corse sul continente dell'Asia, racconterò in succinto le sue conquiste. I, in Persia; II, in Tartaria; III, nell'India[402]; d'onde procederò al racconto più rilevante, della guerra che contro i Turchi sostenne.
I. La giurisprudenza de' conquistatori somministra abbondantemente motivi di sicurezza, d'indispensabil vendetta, di gloria, di zelo, di diritto e di convenienza a tutte le guerre che imprendono. Non appena Timur avea unito la Carizmia e il Candahar al suo patrimonio del Zagatai, volse i suoi pensieri ai regni dell'Yran, o della Persia. La vasta contrada che dall'Osso al Tigri si estende, non riconosceva più alcun Sovrano legittimo dopo la morte di Abusaid, ultimo discendente del grande Holagoù. Essendo da quarant'anni esuli da questo paese la giustizia e la pace, parea che Timur, coll'invaderlo, esaudisse i voti di un popolo oppresso. I piccioli tiranni che tribolavan la Persia, e che, collegati, avrebbero potuto difendersi, combattettero disgiuntamente, e soggiacquero tutti, senz'altra differenza ne' loro destini, fuor quella che potè derivare dalla prontezza loro nel sottomettersi, o dalla pertinacia nel resistere. Ibraim, Principe di Sirvan, o d'Albania, baciando i gradini del trono imperiale, offerse al Sovrano donativi di seta, di cavalli e di arredi, e secondo l'uso de' Tartari, erano nove capi di ciascun genere. Osservò uno spettatore non essere che otto gli schiavi. «Sono io il nono», rispose Ibraim che già erasi apparecchiato a siffatta censura; la quale adulazione Timur compensò d'un sorriso[403]. Sa-Mansur, Principe del Fars, o della Persia, così propriamente detta, il men potente fra i nemici di Timur, fu quegli che si mostrò il più formidabile, in una battaglia datasi sotto le mura di Siray; disordinò con tre o quattromila soldati il Cul, o corpo di battaglia, di trentamila uomini di cavalleria, in mezzo al quale Timur combatteva in persona. Ridotto Mansur a non avere attorno di sè che quattordici, o quindici guardie, rimanea fermo come scoglio, benchè ricevesse due colpi di scimitarra sull'elmo[404]. Riunitisi finalmente i Mongulli, fecero cadere ai lor piedi il capo del tremendo Mansur; e il vincitore die' a divedere quale spavento una popolazione sì intrepida gl'incutesse, col farne sterminar tutt'i maschi. Da Sirai innoltratesi fino al golfo Persico le truppe di Timur, la città di Ormuz[405] die' a divedere la sua opulenza e la sua debolezza ad un tempo, coll'obbligarsi a pagare un tributo annuale di seicentomila dinar d'oro. Bagdad non era più la città della pace e il soggiorno del Califfo; ma la più luminosa fra le conquiste operate da Holagoù, doveva eccitare l'ambizione del successore. Dalle foci dell'Eufrate e del Tigri fino alla loro sorgente, tutt'i paesi innaffiati da questi due fiumi si sottomisero al vincitore. Entrato in Edessa, punì i sacrileghi Turcomani per una pecora nera che alla carovana della Mecca avean tolta. I Cristiani dalla Georgia disfidavano ancora fra i lor dirupi le armi e la legge de' Maomettani. Ma ottenuto, con tre successive spedizioni, l'onor di Gazi, o Santo guerriero, si fece nel Principe di Teflis un amico e un proselito.
A. D. 1370-1383
II. L'invasione del Turkestan, o della Tartaria orientale potè riguardarsi come una vendetta legittima. L'impunità de' Geti trafiggea l'orgoglio di Timur, che varcato il Gihoon, soggiogò il regno di Kasgar e penetrò sette volte nel cuore del lor paese. Il campo più lontano di Timur, distò due mesi, ossia quattrocento ottanta leghe a greco da Samarcanda, e i suoi Emiri, dopo attraversato l'Irtis, scolpirono nelle foreste della Siberia un rozzo monumento delle loro imprese. La conquista del Kipsak[406], o della Tartaria occidentale, ebbe per duplice scopo il soccorso degli oppressi, e la punizione degl'ingrati. Toctamis, Principe esule dai suoi Stati, aveva ottenuto protezione e asilo nella Corte di Timur, il quale rimandò sdegnosamente gli Ambasciatori di Auruss-Kan, Principe nemico di Toctamis; e fattili inseguire in quel medesimo giorno dagli eserciti del Zagatai, e vittorioso, rimise il suo protetto nell'Impero settentrionale dei Mongulli; ma dopo dieci anni di regno, il nuovo Kan, dimentico dei servigi e della possanza del suo benefattore, non vide più in esso che l'usurpatore dei sacri diritti della Casa di Gengis. Penetrato in Persia per le gole di Derbent, e condottiero di novantamila uomini a cavallo e di tutte le forze del Kipzak, della Bulgaria, della Circassia o della Russia, passò il Gihoon, arse i palagi di Timur, e lo costrinse, in mezzo al verno, a difendere Samarcanda e sè stesso. Dopo alcuni mansueti rimproveri, cui venne appresso una luminosa vittoria, Timur si risolvè alla vendetta. Invase due volte il Kipzak a levante e a ponente del Caspio e del Volga, con forze sì sterminate, che il fronte del suo esercito occupava uno spazio di tredici miglia. Per cinque mesi di cammino, questo esercito trovò appena orme d'uomo lungo la strada, e dovette più volte dipendere dalle contingibilità della caccia per vivere. Finalmente questo, e l'esercito di Toctamis si scontrarono; il tradimento del portastendardi del Kipsak, che rovesciò la bandiera in mezzo all'azione, diede ai Zagatai la vittoria, e Toctamis (così si esprimono le Instituzioni) abbandonò la tribù di Tusi al vento della desolazione[407]. Rifuggitosi presso il Gran Duca di Lituania, ritornò ancora sulle rive del Volga, e dopo quindici battaglie date ad un rivale, che già la massima parte degli Stati aveagli presa, nei deserti della Siberia perì. Fin nelle province tributarie della Russia inseguillo Timur, e fece prigioniere un Duca della Casa regnante in mezzo alle rovine della sua Capitale; la vanità e l'ignoranza orientale possono aver di leggieri confusa Yeletz colla Capitale del russo Impero. L'avvicinar de' Tartari empiè di spavento la città di Mosca; nè questa avrebbe opposta vigorosa resistenza, poichè i Russi poneano tutte le loro speranze in una immagine miracolosa della Vergine, cui diedero merito della ritirata o volontaria, o accidentale del conquistatore. La prudenza e l'ambizione del pari lo richiamavano ad ostro; nulla eravi più che raccogliere in quello stremato paese, e già i soldati mongulli ivano carichi di preziose pellicce, di tele d'Antiochia[408], di verghe d'oro e d'argento[409]. Giunto allo rive del Don o Tanai, ricevè colà l'umile deputazione dei Consoli e dei mercatanti d'Egitto[410], di Venezia, di Genova, di Catalogna e di Biscaglia, che trafficavano con Tana, o Azoph, città situata alla foce del fiume; i quali gli offersero donativi, ne ammirarono la magnificenza, e nella parola di lui si affidarono. Ma un formidabile esercito venne dopo la pacifica visita di un Emiro, che aveva esaminato accuratamente la situazione e la ricchezza de' magazzini; indi i Tartari ridussero in cenere la città. Quanto ai Musulmani, si contentarono, dopo averli spogliati, di rimandarli; ma tutti que' Cristiani che nelle loro navi non si erano rifuggiti, vennero condannati a morte o schiavitù[411]. Un impeto di vendetta trasse Timur ad ardere la città di Astrakan e Siray, monumenti di una nascente civiltà. In questa spedizione si gloriò d'aver penetrato in un paese, ove regna il giorno perpetuo, straordinario fenomeno, in grazia del quale i dottori maomettani, crederono poterlo dispensare dalla preghiera vespertina[412].
A. D. 1398-1399
Allorchè Timur propose ai suoi Principi ed Emiri la conquista dell'India, o dell'Indostan[413], un bisbiglio di scontento si udì; «e i fiumi! sclamarono; e le montagne! e i deserti! e i soldati armati di tutto punto! e gli elefanti che distruggono gli uomini!». Ma la collera dell'Imperatore era cosa da temersi più di tutti questi pericoli; e la sua mente di una natura superiore gli facea comprendere la facilità di una spedizione che ad essi parea sì tremenda. I suoi messi segreti lo aveano ragguagliato della debolezza e dell'anarchia dell'Indostan, della ribellione dei Subà nelle province, e dell'infanzia perpetua del Sultano Mamud, da tutti sprezzato fin entro il suo Harem di Dely. L'esercito dei Mongulli marciò in tre ordini, al qual proposito Timur si compiace, osservando che i suoi novantadue squadroni, ciascun composto di mille uomini a cavallo, corrispondevano ai novantadue nomi, o attributi del Profeta Maometto. Fra il Gihoon e l'Indo, varcarono una di quelle catene di monti che i Geografi arabi chiamano le Cinture di pietra della Terra. I masnadieri che le abitavano furono vinti e sterminati, ma molto numero d'uomini e di cavalli perì in mezzo alle nevi; e l'Imperatore stesso dovè farsi calare in un precipizio sopra un sedile pensile, raccomandato a corde che aveano cento cinquanta cubiti di lunghezza, e prima ch'ei fosse al fondo, dovette per cinque volte ripetersi una così rischiosa fazione. Varcato l'Indo ad Attok, attraversò successivamente e seguendo l'orme di Alessandro il Pungiab, ossia le Cinque Riviere[414] che mettono foce nella primaria corrente. Da Attok a Dely non si contano che cinquecento miglia per la via ordinaria; ma i due conquistatori se ne distolsero verso scilocco, e Timur il fece per raggiugnere il suo pronipote che tornava dopo avere, per ordine di lui, conquistata Multan. L'Eroe macedone, arrestatosi sulla riva orientale dell'Ifasi all'ingresso del Deserto, versò qualche lagrima, ma il Mongul procedendo innanzi, ridusse la Fortezza di Batnir, e a capo del suo esercito si mostrò alle porte di Dely, città vasta e fiorente, e da re maomettani, volgean tre secoli, posseduta. L'assedio di questa e soprattutto della Rocca un lungo indugio avrebbe portato; ma Timur, nascondendo le sue forze, adescò a scendere nella pianura il sultano Mamud, cui seguivano il suo Visir, diecimila corazzieri, quarantamila guardie e centoventi elefanti, le cui difese erano, si dice, armate di lame taglienti e venefiche. Timur si abbassò a munirsi di alcune cautele contro cotesti mostri, o piuttosto contro il terrore che inspiravano alle sue truppe. Fatti accendere diversi fuochi e scavare una fossa, ordinò si ergesse una trincea di scudi e punte di ferro; ma l'evento dimostrò ai Mongulli quanto risibile fosse la loro tema; e appena questi mal destri animali furon fugati, la specie inferiore, gl'Indiani, sparve senza combattere. Timur fece il suo trionfale ingresso nella Capitale dell'Indostan, ove ammirata l'architettura della grande moschea, manifestò il disegno di fabbricarne una simile; ma l'ordine, o la permissione di un saccheggio e di una strage generale contaminò le feste della vittoria. Risolvè poscia di purificare i suoi soldati nel sangue degl'idolatri, o gentili, che superavano di numero i Musulmani nella proporzione di dieci a uno; e per mandare ad effetto questa pia brama, portatosi a greco di Dely, passò il Gange, diede molte battaglie per terra e per mare, innoltrandosi fino alla famosa roccia di Cupela, che sotto forma di giovenca, sembra vomitare quel fiume, la cui sorgente scaturisce dalle montagne del Tibet[415]. Indi tornò addietro costeggiando i monti a tramontana; la qual rapida corsa di un solo anno non potea giustificare la tema stravagante mostratasi dagli Emiri che i climi australi facessero tralignare i lor figli sino a divenire una schiatta d'Indù.
A. D. 1400
Standosi sulle rive del Gange, Timur seppe dai suoi celeri messaggeri le turbolenze insorte sui confini della Georgia e della Natolia, la ribellione dei Cristiani, gli ambiziosi disegni del Sultano Baiazetto. Nè una età di sessantatre anni, nè innumerabili fatiche, aveano alterato in esso il vigor del corpo, o dell'animo; tornato a Samarcanda, e goduti alcuni mesi di riposo nel suo palagio, annunziò una nuova spedizione di sette anni ne' paesi occidentali dell'Asia[416]. I soldati che fecero seco lui le guerre dell'India ebbero la scelta di rimanersi alle proprie case o di seguire il lor Principe. Ma tutte le truppe delle province e de' regni della Persia ricevettero l'ordine di unirsi ad Ispahan, e di aspettare ivi l'arrivo dell'Imperatore. Si fece primieramente ad assalire i Cristiani della Georgia, difesi dalle loro rupi, dalle loro Fortezze, e dal rigore del verno; ma la perseveranza di Timur superando tutti gli ostacoli, i ribelli si sottomisero al tributo, ovvero alle leggi del Corano. Entrambe le religioni poterono inorgoglirsi di proprj martiri; ma meglio s'addicea questo titolo ai prigionieri cristiani, perchè fra il morire e l'abbiurare avevano scelta. Scendendo dalle montagne, l'Imperatore diede udienza ai primi Ambasciadori di Baiazetto, e incominciò quella vicenda di rimproveri e minacce, che a mano a mano s'inasprì per due anni, sinchè in aperta guerra scoppiasse. Due confinanti ambiziosi e rivali mancano rade volte di pretesto per venire all'armi un contro l'altro. Le conquiste de' Mongulli e degli Ottomani, si toccano nelle vicinanze di Erzerum e dell'Eufrate; nè Trattati, nè un lungo possedimento aveano determinati quegli incerti confini. Ognuno de' due Sovrani potea rampognar l'altro, averne invaso il territorio, o minacciati i vassalli, o protetti i ribelli; e ribelli in loro sentenza erano tutti que' Principi fuggitivi, de' quali usurpavano i regni, perseguendone inoltre accanitamente la vita e la libertà. Però l'opposizione d'interessi fra questi due Principi era anche meno malaugurosa dell'eguaglianza delle loro indoli. Nel corso della vittoria, Timur non voleva soffrire eguali; Baiazetto non voleva riconoscere alcun superiore. La prima lettera scritta dall'Imperatore Mongul[417] al Sultano de' Turchi, tutt'altro che conciliatrice, dovea moverlo a furore, perchè ostentava in essa disprezzo e per la famiglia, e per la nazione di Baiazetto[418]. «Non sai tu che la maggior parte dell'Asia conquistata dalle nostre armi obbedisce alle nostre leggi? che si stendono da un mare all'altro le nostre invincibili forze? che i potentati della terra stanno rispettosamente schierati dinanzi alla nostra Porta, e che noi abbiamo costretta la stessa fortuna a vegliare alla prosperità del nostro Impero? Sopra di che fondi la tua insolenza e il tuo delirio? Tu hai vinte alcune battaglie nelle foreste della Natolia; meschini trofei! Hai riportata qualche vittoria sui Cristiani d'Europa, perchè la tua spada era benedetta dall'Appostolo di Dio; e ringrazia l'obbedienza che hai mostrata ai precetti del Corano guerreggiando gl'Infedeli, se non ci siamo portati a distruggere il tuo paese, frontiera e baloardo del Mondo musulmano. Fa senno fin che ne hai tempo; medita, pentiti, e allontana il fulmine della nostra vendetta che ti sta ancora sospeso sul capo. Non sei che una formica; perchè ti avvisi di provocar gli elefanti? Infelice! li schiacceranno sotto i lor piedi». La risposta di Baiazetto spirava l'indignazione d'un uomo profondamente trafitto da uno sprezzo al quale non poteva mai essere stato avvezzo. Dopo avere chiamato Timur masnadiero, ladrone del Deserto, viene recapitolando le vittorie di lui cotanto vantate nell'Iran, nel Turan, nell'Indie; poi s'adopera a provargli che solo per l'arti della perfidia, o per la dappocaggine de' suoi avversarj, ha trionfato. «I tuoi eserciti sono innumerabili; voglio crederlo; ma osi tu mettere a confronto le frecce de' tuoi Tartari che non sanno se non fuggire, colle sciabole de' miei intrepidi e non mai vinti giannizzeri? Sì, difenderò sempre i Principi che hanno implorata la mia protezione, vienli a cercare sotto le mie tende. Le città di Erzerum e di Arzingano mi appartengono; e se non mi pagano esattamente il tributo, verrò a farmi scontare il mio credito sotto le mura di Tauride e di Sultania». L'eccesso della collera trasportò Baiazetto a dettare un'ingiuria che feriva più di fronte Timur. «S'io fuggo dinanzi a te, possano le mie mogli venire allontanate dal mio letto con tre divorzj! Ma se tu non hai il coraggio di aspettarmi sullo spianato, che tu non riveda le tue mogli, se non se dopo che avranno per tre volte soddisfatte le brame di uno straniero»[419]. Presso i Turchi, una ingiuria di fatto, o di parole, diviene offesa imperdonabile, se ai misteri dello Harem si riferisce[420]; quindi il risentimento personale invelenì la querela politica dei due Monarchi. Ciò nullameno, la prima spedizione di Timur si limitò a distruggere la Fortezza di Sivas, o di Sebaste, situata sulla frontiera della Natolia; e quattromila Armeni sepolti vivi per avere adempiuto con valore e fedeltà il proprio dovere l'imprudenza del Principe ottomano espiarono. Sembrava che Timur, come buon Musulmano, usasse tuttavia un tal quale rispetto alla pia impresa di Baiazetto, il quale in allora interteneasi bloccando Costantinopoli: onde pago d'avergli dato un primo saggio, contro l'Egitto e la Sorìa volgea l'armi. Narrasi che gli Orientali e lo stesso Timur chiamassero Baiazetto Kaissar di Rum ossia Cesare dei Romani, titolo che si potea quasi legittimamente, o in via di breve anticipazione attribuire ad un Principe il quale possedea le province de' successori di Costantino e minacciava la lor Capitale[421].
La repubblica militare dei Mammalucchi regnava tuttavia nell'Egitto e nella Sorìa; ma la dinastia de' Turchi era stata scacciata dalla dinastia de' Circassi[422]; e Barkok lor favorito, passò una prima volta dalla schiavitù, una seconda volta dal carcere, al trono. In mezzo alla ribellione e alla discordia sfidò le minacce del Sovrano Mongul, mantenne una corrispondenza co' suoi nemici, e fece arrestarne gli ambasciatori. L'altro aspettò pazientemente la morte di Barkok, per vendicarsi poi sul debole Faragio che ne era figlio e successore. A respingere questa invasione si assembrarono in Aleppo gli Emiri della Sorìa[423], che ogni loro fiducia fondavano sulla disciplina e la rinomanza de' Mammalucchi, sulla buona tempera delle loro lancie e delle loro spade fabbricate coll'acciaio miglior di Damasco, sulla forza delle loro città cinte di muri, sulla popolazione composta di sessantamila villaggi. Anzichè sostenere un assedio, credettero miglior partito aprire le porte e distendersi sulla pianura. Ma la forza di queste genti non era corroborata dall'unione e dalle virtù, sicchè alcuni de' più potenti Emiri sedotti da Timur aveano abbandonati, o traditi i più fedeli de' lor compagni. Il fronte dell'esercito di Timur vedeasi munito da una linea di elefanti, che portavano torri piene d'arcieri e di fuoco greco. Le rapide fazioni della cavalleria di Timur avendo accresciuto oltre ogni dire lo scompiglio e il terrore de' suoi nemici, questi si addossavano gli uni agli altri, a talchè vennero affogati o trucidati a migliaia sull'ingresso della maggiore strada di Aleppo; ed i Mongulli entrando nella città mescolati coi fuggitivi, i vili, o corrotti difensori di quella insuperabile Rocca, la rendettero dopo avere opposta una debolissima resistenza. Fra i supplichevoli e i prigionieri, i Dottori della Legge ottennero un maggior riguardo da Timur che gli ammise al pericoloso onore di un parlamento[424]. Benchè zelante musulmano, il Principe de' Mongulli avea imparato nelle scuole della Persia a rispettare la memoria di Alì e di Hosein, e a riguardare i popoli della Sorìa, siccome nemici giurati del pronipote di Maometto. A questi Dottori egli fece una interrogazione capziosa, che i casisti di Bocara, di Samarcanda e di Herat non erano buoni a risolvere. Chi sono, lor chiese egli, i veri martiri? «I soldati uccisi dalla mia banda, o quelli che muoiono nelle file dei miei nemici?» Ma uno di que' Cadì seppe accortamente sciogliere la quistione, o per meglio dire chiuder la bocca all'interrogatore, col rispondere valendosi delle espressioni di Maometto medesimo: «essere l'intenzione che forma i martiri, e i Musulmani d'entrambe le parti potersi del pari meritar questo, se per la gloria di Dio hanno combattuto». La successione legittima del Califfo sembrava un punto più difficile da decidersi, e Timur irritato dalla franchezza di un dottore che, atteso il suo stato attuale, si mostrava troppo sincero, esclamò: «Tu non sei men falso di quelli di Damasco: Moavìa non era che un usurpatore, Yesid un tiranno; Alì solo è il vero successore di Maometto». Una prudente interpretazione, avendone calmato lo sdegno, passò ad argomenti di conversazione più famigliari: «Quanti anni avete voi?» diss'egli al Cadì — «Cinquant'anni.» — «Il mio primogenito sarebbe della vostra età. Voi mi vedete, continuò Timur; io non sono che un misero mortale, zoppo e decrepito; nondimeno ha piaciuto all'Altissimo di scegliermi per soggiogare i regni d'Iran, di Turan, e delle Indie. Non son già io un uomo feroce. Iddio m'è testimonio che nelle mie differenti guerre, io non sono mai stato l'aggressore; e che i miei nemici sono eglino stessi gli autori delle loro calamità». Ma durante questo tranquillo colloquio, il sangue scorreva a fiumi per le strade di Aleppo, e si udivano da ogni banda grida di madri, di fanciulli, e di vergini che veniano prostituite. Certamente il ricco bottino abbandonato ai soldati era un grande incentivo alla loro avidità; ma la crudeltà de' medesimi, avea un fondamento nel comando assoluto, che ricevettero dall'Imperatore, di presentargli un certo numero di teste, le quali, giusta il solito, fece accuratamente disporre in colonne e piramidi. I Mongulli trascorsero la notte celebrando con allegrezza la riportata vittoria, mentre que' Musulmani che rimaneano, la passarono nelle catene e fra i pianti. Io non seguirò ora il cammino del devastatore di Aleppo fino a Damasco, ove gli eserciti di Egitto vigorosamente lo assalirono, e pressochè affatto lo misero in rotta. L'atto ch'ei fece di ritirarsi, fu attribuito ad angustia estrema cui fosse pervenuto, e giudicato effetto della disperazione; già un nipote di Timur era passato nelle file nemiche; già i popoli della Sorìa si allegravano della vittoria, allorchè una ribellione de' Mammalucchi costrinse il Sultano di Damasco a rifuggirsi precipitosamente; e con obbrobrio, nel suo palagio del Cairo. Benchè abbandonati dal loro Sovrano, gli abitanti di Damasco sì valorosamente difesero le proprie mura, che Timur offeriva di liberare questa città dall'assedio, purchè i cittadini acconsentissero a pagare un riscatto con varj donativi, tutti regolati colla proporzione del numero nove che già si additò. Ma appena, sotto la fede di una tregua, gli fu permesso introdursi nella città, violò perfidamente il Trattato, esigendo una contribuzione di dieci milioni in oro, ed incoraggiando i suoi soldati a castigare i popoli della Sorìa come discendenti di coloro che aveano eseguita, o approvata la morte del pronipote del Profeta; nè eccettuò dall'eccidio generale fuorchè una famiglia che avea data onorevole sepoltura alla testa di Hosein, e una colonia di operai, o artigiani che trasportò a Samarcanda (A. D. 1279). Dopo un'esistenza di sette secoli, la città di Damasco fu ridotta in cenere per lo zelo religioso di un Tartaro che davasi vanto di vendicare il sangue di un Arabo. Le perdite e i disagi di questa guerra costrinsero Timur ad abbandonare l'idea di conquistare l'Egitto e la Palestina; ma rivolgendosi all'Eufrate, consegnò alle fiamme la città di Aleppo, e autenticò la pietà de' motivi che a tale atto il condussero col concedere libertà e ricompensa a duemila Alìdi che divisavano di visitare la tomba del figlio suo. Mi sono diffuso su queste particolarità che giovano a far conoscere il carattere personale di cotesto Eroe de' Mongulli; ma racconterò brevemente[425] che egli innalzò una piramide di novantamila teste sulle rovine di Bagdad, e che dopo avere devastata nuovamente la Georgia (A. D. 1401), sulle rive dell'Arasse accampò, facendo ivi nota la sua risoluzione di movere l'armi contra l'Imperatore ottomano. Conoscendo egli di quanto momento una tal guerra si fosse, radunò per essa le forze di tutte le sue province; onde ottocentomila uomini diedero ai registri militari il lor nome[426]; e l'ordine dato per cinque o diecimila cavalli, indica piuttosto il grado e gli attributi dei Capi che il numero effettivo de' soldati[427]. I Mongulli aveano acquistate immense ricchezze nel saccheggio della Sorìa, ma la distribuzione de' loro stipendj arretrati di sette anni, gli affezionò con più certezza ai loro stendardi.
A. D. 1402
Intanto che il Principe Mongul si era intertenuto nelle spedizioni dianzi descritte, Baiazetto aveva avuti due interi anni per raccogliere le sue forze che stavansi in quattrocentomila combattenti così di cavalleria come di fanteria[428]; ma tutti questi diversi corpi, per lor fedeltà e valore non meritavano la medesima confidenza. Ne conviene primieramente far menzione de' giannizzeri che furono successivamente portati al numero di quarantamila uomini; viene indi una cavalleria nazionale, conosciuta ne' moderni tempi col nome di spai; ventimila corazzieri europei, coperti di negre e impenetrabili armadure; le truppe della Natolia, i cui Principi nel campo di Timur si erano rifuggiti; e una colonia di Tartari che lo stesso Timur scacciò dal Kipzak, e ai quali Baiazetto avea conceduto, per abitarvi, un terreno nelle pianure di Andrinopoli. L'intrepido Sultano marciava all'incontro del suo rivale; dispiegò le sue tende presso le rovine della sfortunata città di Sivas, il qual campo pareva avesse scelto a bella posta a teatro di sua vendetta. In questo mezzo, Timur, varcato l'Arasse, attraversava tutta l'Armenia e la Natolia, non omettendo veruna delle cautele suggerite dalla prudenza. Rapida, quanto ordinata, e retta da un'esatta disciplina fu la sua corsa. Era antiguardo la cavalleria leggiera, che oltre all'additare il cammino, esplorava accuratamente le montagne, ogni foresta, ogni fiume. Deliberato di combattere gli Ottomani nel centro del loro Impero, il Principe de' Mongulli evitò destramente il lor campo, tenendosi alla sinistra; ed occupata Cesarea, e passato il deserto Salè, e il fiume Haly, la città di Angora strinse d'assedio. Intanto il Sultano, immobile nel suo campo, e ignaro di quanto accadeva, credea ragionar giusto nel paragonare il marciare, che è sì rapido, de' Tartari a quello delle lumache[429]. Ma l'indegnazione il fornì ben tosto di ali per correre in soccorso di Angora; essendo impazienti di combattere così l'uno come l'altro Generale, le pianure di que' dintorni divennero scena della memoranda battaglia che l'obbrobrio di Baiazetto e la gloria di Timur fece immortali.
L'Imperatore de' Mongulli dovette questa vittoria a sè medesimo, alla prontezza e alla sicurezza del suo vedere, a una pratica di trent'anni. Egli aveva ridotto a perfezione l'arte militare fra i suoi, senza andar contro alle antiche costumanze della nazione[430], le cui forze stavansi tuttavia nella destrezza degli arcieri, e nelle rapide fazioni di una numerosa cavalleria. O guidasse alla pugna una picciola truppa, o un copioso esercito, il modo dell'assalto era sempre il medesimo. La prima linea, facendo immantinente impeto, la sosteneano ordinatamente gli squadroni dell'antiguardo. Il Generale tenea d'occhio la mischia, e seguendone gli ordini, le due ale si avanzavano successivamente in più divisioni, collocandosi in linea diritta od obbliqua, secondo che l'Imperatore giudicava più, o meno necessario il lor soccorso. Incalzava così il nemico con diciotto, o venti assalti, ognun de' quali una speranza di vittoria offeriva; e ove tutti avessero mancato di buon successo, l'Imperatore credendo quell'opportunità degna di lui, metteva innanzi il suo stendardo e il corpo di battaglia, da lui condotto in persona[431]. Però nella giornata di Angora anche questo corpo di battaglia fu retto ai fianchi e alle spalle dalle migliori truppe di riserva, comandate dai figli e dai nipoti di Timur. Il distruttore dell'Indostan dispiegava in orgogliosa foggia una linea di elefanti, trofeo anzichè strumento delle sue vittorie. L'uso del fuoco greco ai Mongulli e agli Ottomani era comune. Ma se l'una delle due nazioni avesse adottata dagli Europei la recente invenzione della polvere e de' cannoni, questo fulmine artifiziale avrebbe forse accertata la vittoria a quella delle due parti che ne avesse fatto uso[432]. In quest'azione, Baiazetto, e come Generale e come soldato, si segnalò: ma alla prevalenza del rivale gli fu forza di cedere, soprattutto perchè la maggior parte delle sue truppe, cedendo a diversi motivi, in quel rilevante momento lo abbandonò. Per rigore ed avarizia egli avea eccitate sedizioni, in mezzo ai Turchi, e troppo presto ritirato erasi dal campo lo stesso figlio di Baiazetto, Solimano. Le milizie della Natolia, fedeli nel ribellarsi, sotto le bandiere de' lor Principi legittimi ritornarono. Que' Tartari che si erano collegati coi Turchi, si lasciarono sedurre dalle lettere e dai messi di Timur[433], il quale rimprocciando ad essi l'obbrobrio di servire sotto gli schiavi de' loro antenati, li confortava colla speranza o di liberare l'antica loro patria, o fors'anche di regnar nella nuova. All'ala destra di Baiazetto, i corazzieri europei, fedeli alle proprie bandiere, fecero valorosamente impeto sui Tartari; ma la simulata e rapida fuga di costoro mise in iscompiglio questi uomini gravati dalle loro armadure di ferro, che si diedero ad inseguirli imprudentemente, lasciando intanto i giannizzeri, soli, privi di cavalleria e di frecce, esposti ai dardi di uno sciame di cacciatori mongulli. Abbattuto finalmente il loro coraggio dalla sete, dal caldo, e dalla moltitudine de' nemici, il misero Baiazetto, al quale un assalto di gotta toglieva il libero uso delle mani e delle gambe, venne trasportato fuori del campo da uno de' suoi più rapidi corridori, ma il Kan titolare del Zagatai, corsogli dietro, il fermò. Disfatti i Turchi e prigioniero il Sultano, tutta la Natolia si sottomise al vincitore, che piantato il suo stendardo a Kiotaia, mandò per ogni banda i suoi ministri di rapina e di strage. Mirza, Mehemmed, Sultano primogenito, e il più favorito tra i nipoti di Timur, corse a Bursa seguìto da trentamila uomini a cavallo, e aggiugnendosi in lui l'ardore della giovinezza, in cinque giorni di cammino, sol però con quattromila di coloro che seco partirono, giunse alle porte dalla Capitale, distante dugentotrenta miglia dal campo di Angora; ma più rapide ancora sono le corse suggerite dallo spavento, onde Solimano figlio di Baiazetto, erasi già rifuggito in Europa col tesoro di suo padre. Ciò nullameno Mirza trovò immense spoglie nel palagio e nella città, che prima era rimasta vota d'abitanti. La maggior parte delle case, fabbricate di legno, vennero incenerite. Da Bursa, Mehemmed s'inoltrò fino a Nicea, città tuttavia ricca e fiorente, nè le truppe de' Mongulli arrestaronsi prima di essere in riva alla Propontide. Così agli Emiri, come a Mirza tutte queste scorrerie ben tornarono. La sola Smirne, difesa dallo zelo e dal valore de' cavalieri di Rodi, meritò la presenza degli Imperatori. Dopo avere ostinatissimamente resistito, i Mongulli la preser d'assalto passando a fil di spada indistintamente tutti gli abitanti, e valendosi delle macchine d'assedio per lanciar le teste degli eroi cristiani sopra due caracche europee che in quel porto aveano gettate le ancore. I Musulmani dell'Asia si allegrarono nel vedersi liberi da un pericoloso nemico domestico; nella quale occasione, instituendo parallelo fra i due rivali, osservato venne come Timur in quattordici giorni riducesse una Fortezza che avea sostenuto per sette anni l'assedio, o almeno il blocco degli eserciti di Baiazetto[434].
I moderni scrittori escludono, qual favola adottata dalla credulità[435], la storia, per sì lungo tempo ripetuta come una lezion di morale, la storia della gabbia di ferro, entro cui, diceasi, Tamerlano fece rinchiudere Baiazetto; e fondano con fiducia la loro opinione sulla Storia persiana di Serefeddino Alì, della quale abbiamo oggi giorno una traduzione francese, e da cui ho tolta e compilata la più verosimile relazione di questo memorabile avvenimento. Timur avvertito che il Sultano prigioniero stavasi all'ingresso della sua tenda, uscì per riceverlo, e fattolo sedere a sè vicino, nel volgergli giusti rimproveri, usò un tuono riguardoso, addicevole al grado e alla commiserazione che i disastri del vinto si meritavano: «Oimè! diceagli Timur; per colpa vostra i decreti del destino furono compiuti; è quella stessa rete che avete ordita; son le spine dell'albero che avete piantato. Io desiderava risparmiare, ed anche soccorrere il campione de' Musulmani; voi avete sfidate le nostre minacce, sdegnata la nostra amicizia, costretto noi ad entrare ne' vostri Stati a capo de' nostri invincibili eserciti. Consideratene le conseguenze. Non ignoro la sorte che avevate riserbata a me e a' miei soldati, se foste stato voi vincitore. Ma disdegno la vendetta; la vostra vita e il vostro onore sono sicuri; dimostrerò la mia gratitudine a Dio, usando clemenza all'uomo.» Il Sultano prigioniero manifestò alcuni segni di pentimento, si sommise all'umiliante dono d'una veste d'onore, e abbracciò colle lagrime agli occhi il figlio suo Musa che, cedendo alle preghiere di Baiazetto, Timur avea fatto ricercare; e trovato erasi sul campo di battaglia fra i prigionieri. I Principi ottomani vennero alloggiati in un magnifico padiglione, e il rispetto che lor tributavasi pareggiava la vigilanza con cui erano custoditi. Giunto lo harem di Bursa, Timur restituì al Monarca prigioniero la moglie Despina e la figlia; pretese però piamente che questa Principessa serviana, la quale fino allora avea professata la fede di Cristo, abbracciasse tosto la religione maomettana. In mezzo alle feste della vittoria, cui Baiazetto veniva invitato, l'Imperatore Mongul concedè al suo prigioniero i distintivi di uno scettro e di una corona, aggiugnendo la promessa di condurlo sul trono dei suoi antenati, più splendente di gloria che mai stato nol fosse; ma l'immatura morte di Baiazetto prevenne l'adempimento di tali promesse. Tornarono vane le cure de' più abili medici per riaverlo da un colpo di apoplesia per cui morì in Akser, l'Antiochia di Pisidia, nove anni circa dopo la sua sconfitta. Il vincitore versò alcune lagrime sulla tomba del vinto. Il corpo di Baiazetto venne pomposamente trasportato nel mausoleo ch'egli si era fatto innalzare a Bursa; e Musa, figlio di lui, oltre a molti preziosi donativi di ornamenti d'oro, d'armi e cavalli, ottenne, con patente scritta in rosso, dal vincitore la sovranità della Natolia.
Tal ritratto di un vincitor generoso, è stato tolto dalle sue stesse Memorie, che gli si fanno dedicare al figlio e al nipote diciannove anni dopo la sua morte[436]. In tale epoca, mentre migliaia di testimonj conoscevano perfettamente la verità, una manifesta menzogna sarebbe stata una satira della effettiva condotta dell'encomiato; laonde le prove dedotte da simile manoscritto, e da tutti gli Storici persiani adottate, parrebbero d'un gran peso[437]; ma vuolsi anche considerare che l'adulazione, massime fra gli Orientali, è vile ed impudente oltre ogni credere, e che in vece Baiazetto abbia sofferto un trattamento ignominioso e crudele, è cosa attestata da una lunga serie di testimonj, de' quali ne citeremo alcuni seguendo l'ordine de' tempi e de' paesi. I. Il leggitore non ha certamente dimenticata la guernigione di Francesi che il Maresciallo Boucicault lasciò in difesa di Costantinopoli quand'ei ne partì. Essi erano in istato di saper per li primi, e in modo esattissimo, la sorte del formidabile loro avversario, ed è assai probabile che alcuni di essi accompagnassero gli Ambasciatori greci al campo di Tamerlano. Si fonda pertanto sui racconti di questi Francesi l'uom del seguito del Maresciallo che ne ha scritta la Storia, e attesta i rigori della prigionia e l'aspro tenore della morte di Baiazetto, sette anni circa dopo i fatti accaduti[438]. II. Il nome dell'Italiano Poggi[439] viene giustamente collocato fra quelli de' restauratori dell'erudizione nel secolo decimoquinto. Egli compose il suo elegante dialogo sulle vicende della fortuna[440] in età di cinquant'anni, e vent'otto anni dopo la vittoria di Tamerlano[441], paragonato da questo scrittore ai più illustri Barbari dell'antichità; e molti testimonj di vista aveano istrutto il Poggi sulle imprese e il saper militare di questo guerriero. Ora ei non omette di citare in prova del suo assunto l'esempio dell'ottomano Monarca, che il Tartaro racchiuse in una gabbia di ferro a guisa di belva, offrendolo siccome spettacolo a tutta l'Asia. Potrei aggiungere l'autorità di due Cronache italiane, di data più moderna, ma atte forse a provare che cotesta Storia, o vera o falsa, si era diffusa per tutta l'Europa colla prima notizia del grande cambiamento politico avvenuto nell'Asia[442]. III. Intanto che il Poggi fioriva a Roma, Amed-Ebn Arabshà, componeva a Damasco la sua elegante e maligna Storia di Timur, i cui materiali avea raccolti ne' suoi viaggi in Turchia e in Tartaria[443]. Lo Scrittore latino e l'arabo, fra i quali sembra impossibile sia stata corrispondenza, concordano entrambi sul fatto della gabbia di ferro, il quale accordo mostra evidentemente la loro veracità. Arabshà racconta ancora che Baiazetto sofferse un oltraggio d'altra natura e moralmente più doloroso. Le espressioni incaute di una lettera di Baiazetto intorno alle mogli e ai divorzj, avendo grandemente offeso il geloso Tartaro, volle questi, dice lo Storico arabo, che in un banchetto, ove la sua vittoria si festeggiava, le donne mescessero ai convitati, e il Sultano ebbe il cordoglio di vedere e le sue concubine e le sue mogli legittime confuse fra le schiave, ed esposte senza velo alla licenza de' pubblici sguardi. Pretendesi che per evitare in avvenire un'umiliazione tanto crudele, i successori di Baiazetto, eccetto un solo, si siano astenuti dal matrimonio; e Busbek[444] nel secolo XVI Ambasciatore di Vienna alla Porta, e attentissimo osservatore, assicura, che una tale pratica ed opinione durava tuttavia presso gli Ottomani. IV. La differenza d'idioma rende la testimonianza d'un Greco independente al pari di quella di un Arabo e di un Latino. Volendosi anche rifiutare le testimonianze di Calcocondila e di Duca che viveano in tempi meno lontani da noi, e che con tuono meno affermativo raccontano un tale fatto, non vi sarebbe alcuna buona ragione per negare ogni fiducia allo Storico Giorgio Franza[445], Proto-vestiario degli ultimi Imperatori, e nato un anno prima della battaglia di Angora. Ventidue anni dopo di questa, venne spedito Ambasciatore alla Corte di Amurat II, ed ebbe campo di conversare con diversi giannizzeri che aveano partecipato alla schiavitù di Baiazetto e veduto il Sultano nella sua gabbia di ferro. V. L'ultima e migliore di tutte le autorità si è quella degli Annali turchi, consultati e copiati da Leunclavio, Pococke e Cantemiro[446]. Essi deplorano unanimemente la cattività della gabbia di ferro; e vuolsi in ordine a ciò concedere qualche fiducia a questi Storici nazionali, che non poteano incolpare il Tartaro senza scoprire ad un tempo l'obbrobrio del loro Principe e della loro patria.
Da queste discordanti premesse può trarsi una conclusione probabile, e che sta di mezzo fra l'una e l'altra opinione. Mi piace supporre che Serefeddino Alì abbia fedelmente raccontato il primo colloquio di formalità, durante il quale, il vincitore, cui i buoni successi suggerivano di assumere più nobil contegno, avrà ostentati sentimenti di generosità. Ma l'arroganza mostrata fuor di proposito da Baiazetto lo inacerbì; i Principi della Natolia detestavano questo Sultano, e giuste erano le loro lagnanze. Si seppe che Timur avea divisato di condursi dietro in trionfo il suo prigioniero in Samarcanda, intanto che una buca, scavata sotto la tenda di Baiazetto per agevolargli la fuga, mise in riguardo l'Imperatore, e a meglio cautelarsi il costrinse. La gabbia di ferro portata in quelle continue corse sopra di un carro, forse era fatta meno per insultar Baiazetto che per assicurarsene. Timur avea forse letto in qualche storia favolosa un simile trattamento usato contra un Re di Persia suo predecessore. Condannò Baiazetto a rappresentare comicamente la parte d'Imperatore romano e ad espiare in tal guisa gl'insulti che ne avea ricevuti[447]. Ma il coraggio e le forze del Sultano a così dura prova non resistettero, e si può senza ingiustizia attribuire alla severità di Timur la morte immatura di Baiazetto (A. D. 1403). Timur non faceva la guerra ai morti; e alcune lagrime e un sepolcro erano il meno ch'ei potesse concedere ad un prigioniere, sciolto per sempre dalla podestà del vincitore: e se Musa, figlio di Baiazetto, ottenne la permissione di regnare sulle rovine di Bursa, la maggior parte però della Natolia fu ai suoi Sovrani legittimi restituita.
Timur possedeva in Asia tutto il paese che dall'Irtis e dal Volga fino al golfo Persico, dal Gange fino all'Arcipelago e a Damasco si estende. Invincibile ne era l'esercito, illimitata l'ambizione. Il suo zelo lo faceva aspirare a render soggetti e convertire i regni cristiani dell'Oriente che il suo nome solo empiea di spavento. Ei già toccava i limiti del Continente; ma uno stretto braccio di mare, disgiungeva l'Asia dall'Europa[448], ostacolo per lui insuperabile, perchè il padrone di tanti toman, o miriadi di soldati a cavallo non possedeva una sola galea. I due passaggi del Bosforo e dell'Ellesponto, di Costantinopoli e di Gallipoli, stavano l'uno in poter dei Cristiani, l'altro in poter de' Turchi, che in sì imminente pericolo dimenticarono la differenza delle religioni per riunirsi di mutuo accordo, e con fermezza, in difesa della causa comune. E vascelli, e fortificazioni guernirono i due stretti; entrambi i popoli ricusarono a Timur i navigli che ad essi chiedè successivamente, col pretesto di valersene a far guerra ai loro nemici. Nel medesimo tempo l'orgoglio del Tartaro lusingavano, or per via di tributi, or per via di supplichevoli ambascerie, che gli concedeano anticipatamente il merito della vittoria, ma tutte intese con prudenza ad indurlo ad una ritirata. Solimano, figlio di Baiazetto, che implorò la clemenza del vincitore pel proprio padre e per sè medesimo, e mostrò opportunamente ardente desiderio di prostrarsi in persona ai piedi del Monarca dell'Universo, ne ottenne, con patente scritta in rosso, l'investitura del regno di Romania già da lui posseduto per diritto di conquista. Anche l'Imperatore greco, fosse Giovanni, o Manuele[449], si sottomise a pagargli il tributo precedentemente pattuito col Sultano de' Turchi; il qual Trattato confermò con giuramento d'obbedienza, da cui potè credersi sciolto, appena il Tartaro ebbe fatta sgombera la Natolia. Alterate da quel terrore che invase avea le nazioni le fantasie degli uomini, attribuirono all'ambizioso Timur il romanzesco disegno di conquistare l'Egitto e l'Affrica, dal Nilo all'Oceano Atlantico, poi di entrare in Europa per lo stretto di Gibilterra, tornando pei deserti della Russia e della Tartaria nei suoi Stati, dopo avere soggiogate tutte le potenze della Cristianità. La cura di ridurre in soggezione l'Egitto, distolse dall'Europa questo pericolo lontano, o immaginario fors'anche. Al Cairo, le commemorazioni nelle pubbliche preci e i conj delle monete attestarono la supremazia del Principe de' Mongulli: e Samarcanda pose il suggello alla sommessione dell'Affrica coll'assicurargli il tributo di nove struzzi e di una giraffa, o cammeleopardo, raro dono e prezioso. La nostra immaginazione non rimane meno sorpresa in pensando che un conquistatore mongul abbia potuto meditare ed eseguire, quasi senza moversi dal suo campo, dinanzi a Smirne, l'invasione dell'Impero cinese[450]. Lo zelo religioso e l'onore del nome maomettano lo allettavano a questa impresa; e pareagli non si potesse espiare il sangue versato di tanti Ottomani che con una proporzionata strage d'Infedeli: giunto alle soglie del paradiso, voleva assicurarsi un ingresso più trionfale coll'aver prima distrutti gl'idoli della Cina, fondate moschee in ogni città, e fatto sì che tutta quella vasta Monarchia credesse ad un solo Dio e al suo Profeta. Si arroge che il disastro dei discendenti di Gengis, scacciati di recente della Cina, offendeva l'orgoglio dei Mongulli, e che le turbolenze di quell'Impero, una opportunità offerivano alla vendetta. Quattro anni prima della battaglia di Angora, essendo morto l'illustre Hongvu, fondatore della dinastia dei Ming, il pronipote di lui, debole e misero giovinetto, fu bruciato nel suo palagio, dopo una guerra civile che avea costato la vita ad un milione di Cinesi[451]. Non aveva anche sgombrata la Natolia, quando Timur inviò oltre al Gihoon un esercito, o piuttosto una colonia de' suoi antichi e nuovi sudditi per agevolarsi l'ingresso nel paese de' Calmucchi, e de' Mongulli idolatri, ch'egli divisava soggiogare, e per fabbricare magazzini e città nel deserto; nè andò guari che per le cure del suo luogo-tenente ottenne una Carta e una descrizione esatta de' paesi sconosciuti che si estendono dalle sorgenti dell'Irtis fino al muraglione della Cina. Nel durare di tali apparecchi, l'Imperatore compiè la conquista della Georgia, passò il verno sulle rive dell'Arasse, sedò le turbolenze della Persia, e tornò lentamente nella sua Capitale dopo una guerra di quattro anni e nove mesi.
A. D. 1404-1405
In un breve intervallo di pace, Timur die' a divedere sul trono di Samarcanda[452] tutta la magnificenza e l'autorità di un ricco e poderoso Monarca. Ascoltò le istanze de' popoli, distribuì con giuste proporzioni i premj o i gastighi, innalzò templi e palagi, diede udienza agli Ambasciatori dell'Egitto, dell'Arabia, dell'India, della Tartaria, della Russia e della Spagna; presentato da quest'ultimo Ambasciatore di tappezzerie, che per disegno e colori superavano le più belle de' manifattori dell'Oriente. Celebrò le nozze di sei nipoti, la qual cosa venne riguardata, siccome atto di religione e tenerezza paterna ad un tempo. Queste feste, nelle quali si ammirò tutta la pompa di cui sfoggiarono gli antichi Califfi, accaddero nei giardini di Canigul, decorati d'un gran numero di tende e di padiglioni, ove si alternavano e gli arredi del lusso di una grande Capitale, e i trofei di un esercito vittorioso. Intere foreste furono atterrate per uso delle cucine; coperti vedeansi gli spianati di piramidi di vivande, e di vasi colmi di varj liquori; le persone venivano convitate a migliaia, e con cortesi modi, ai banchetti. Schierati vidersi intorno alla mensa reale i diversi Ordini dello Stato, i rappresentanti delle diverse nazioni del Globo, senza escluderne, osserva il superbissimo Storico persiano, gli Ambasciatori di Europa. «Nella stessa guisa, soggiunge costui, le casse, i più piccioli di tutti i pesci, trovano posto nel grande Oceano[453]». Il popolo manifestò il suo giubilo con illuminazioni e mascherate. Tutti gli operai di Samarcanda contribuirono col loro ingegno alle feste, nè vi fa maestranza che non procurasse di segnalarsi con qualche nuovo trovato, o singolare spettacolo suggerito dalla natura dell'arte professata. Poichè i Cadì ebbero ratificati i contratti delle nozze, i Principi si ritirarono colle loro spose nelle stanze nuziali, ove, giusta la costumanza degli Asiatici, cambiarono nove volte di vesti. Ad ogni nuovo abbigliamento, le perle e le gemme, di cui s'erano fregiata la testa, venivano disdegnosamente gettate alle persone del seguito. Fu pubblicato un editto di generale perdono, sospesa in quel tempo la forza delle leggi, permesso ogni genere di piaceri; il popolo si trovò libero, e in ozio il Sovrano; e sia pur lecito allo Storico di Timur l'aggiungere, che dopo aver questi consagrati cinquant'anni della sua vita ad ampliare i limiti dell'Impero, non conobbe vera felicità, fuorchè nei due mesi ne' quali interruppe l'uso del suo potere. La verità si è, che non tardò lungo tempo a riprenderlo, e a pensare agli apparecchi di una nuova guerra. L'imperiale stendardo fu dispiegato, e gridata la spedizione contro la Cina. Gli Emiri apersero i registri per mettere in campo un esercito di dugentomila uomini, tutti soldati scelti, e di quelli che aveano fatte le guerre di Iran e di Turan. Cinquecento capacissimi carriaggi, e un immenso traino di cavalli e di cammelli, vennero allestiti per trasportare i viveri e le bagaglie; le truppe comandate a questo tragetto, che le carovane più felici non compievano in men di sei mesi, a star lungo tempo lontane dalla patria si preparavano. Non rattenuto nè dagli anni, nè dal rigore del verno, Timur montò a cavallo (A. D. 1405), e attraversato il Gihoon sul diaccio, si era già scostato settanta parasanghe, ossia trecento miglia dalla Capitale, e avea posto campo nei dintorni di Otrar, ove lo aspettava l'Angelo della morte. Le fatiche, e l'imprudente uso dell'acqua gelata avendo accresciuta la febbre da cui era stato assalito, il conquistatore dell'Asia spirò nel settantesimo anno dell'età sua, trentacinque anni dopo essere stato innalzato al trono del Zagatai. Con esso i suoi disegni disparvero, i suoi eserciti si sbandarono, la Cina fu salva, e quattordici anni dopo, il più potente dei figli di Timur, sollecitò per via di Ambasciatori, un Trattato di commercio e di lega colla Corte di Pechino[454].
Per l'Oriente e per l'Occidente il nome di Timur risonò. I discendenti di lui portano tuttavia il nome d'Imperatori; e l'ammirazione de' suoi sudditi che quasi eguale a una divinità il riguardarono, è in qualche modo giustificata dalle lodi, o dalla confessione de' suoi più accaniti nemici[455]. Benchè difettoso ad una gamba e ad un braccio, nulla d'ignobile presentavano la sua statura e il suo portamento. La sobrietà e l'esercizio gli mantennero lungamente il vigore della salute, così necessaria a lui come alle sue soldatesche; grave e riservato nelle conversazioni famigliari, parlava con facilità ed eleganza gl'idiomi turchi e persiani; l'arabo non conosceva; assai lo dilettava l'intertenersi con uomini dotti sopra argomenti di scienza, o di storia, e dava molte ore di passatempo al giuoco degli scacchi, da lui perfezionato con un'aggiunta di pezzi, e per conseguenza di combinazioni[456]. Mostratosi zelante musulmano, benchè forse poco ortodosso[457], la profondità del suo ingegno ne dà diritto a credere, che la superstiziosa venerazione da lui prestata agli astrologi, ai Santi, e alle profezie della religione maomettana, fosse unicamente un giuoco di sua politica[458]. Governò solo e dispoticamente un Impero vastissimo. Finchè regnò, non si videro nè ribelli che contro l'autorità di lui attentassero, nè favoriti che seducessero gli affetti, nè Ministri che ne ingannassero la giustizia. Tenea per massima invariabile, che a qual si sia costo, un Principe nè dee ritrattare i comandi dati, nè permettere che altri sovr'essi discutano. Ma i nemici di lui osservavano venir più esattamente adempiuti gli ordini di distruzione da lui messi nell'impeto della collera, che non i comandi di beneficenza. I suoi figli e nipoti, che dopo la sua morte si trovavano in numero di trentasei, erano stati, finchè egli visse, i primi e i più subordinati suoi sudditi. Mancando questi al loro dovere, giusta le leggi di Gengis, venivano corretti con bastone, indi restituiti ai primi onori e al loro comando rimessi. Forse il cuore di Timur alle virtù sociali non era chiuso, forse non era incapace di amare i suoi amici, e di perdonare ai suoi nemici; ma le regole della morale sull'interesse pubblico sono fondate, e basterebbe forse all'encomio della saggezza di un Principe il poter dire di lui, che le liberalità non lo impoverirono, e la giustizia ne aumentò le ricchezze e il potere. Certamente è debito d'un Sovrano il mantenere l'accordo fra l'ubbidienza e l'autorità, il punire l'orgoglio, il soccorrere la debolezza, il dar premio al merito, il bandire l'ozio e il vizio da' suoi dominj, l'essere largo di protezione al viaggiatore e al mercatante, il frenare la licenza militare, favoreggiando le fatiche del coltivatore, l'incoraggiare le scienze e l'industria, e mercè una moderata ripartizione, aumentare le rendite senza crescere le tasse, i quali doveri ampio e pronto guiderdone retribuiscono al Principe che gli adempie; allorchè Timur ascese il trono, le fazioni, il ladroneccio e l'anarchia straziavano l'Asia. Sotto al governo di lui, un fanciullo avrebbe potuto, senza timore o pericolo, portare una borsa d'oro dall'oriente all'occidente del fortunato reame. Timur credeva che il merito di una tale riforma bastasse a giustificarne le conquiste e il diritto alla sovranità dell'Universo. Ma le quattro seguenti osservazioni ne gioveranno a calcolare quanto ei potesse pretendere la gratitudine de' popoli, e forse a concludere che l'Imperatore Mongul fu il flagello, anzichè il benefattore, del Genere umano, 1. Allorchè la spada di Timur correggeva alcuni abusi, o alcune particolari tirannidi distruggea, il rimedio era infinitamente più funesto del male. Certamente la discordia, l'avarizia e la crudeltà de' piccioli tiranni della Persia, opprimevano i loro sudditi; ma il riformatore schiacciò sotto i suoi passi intere nazioni. Per lui sparvero fiorenti città, e spesso il luogo ove furono, venne contrassegnato da colonne, o piramidi di umani cranj, trofei abominevoli della sua vittoria. Astrakan, Carizme, Dely, Ispahan, Bagdad, Aleppo, Damasco, Bursa, Smirne, e mille altre città vennero saccheggiate, o arse, o affatto distrutte, alla presenza di lui, dalle sue soldatesche. Il restauratore dell'ordine e della pace avrebbe forse fremuto, se un sacerdote o un filosofo avesse osato calcolare, dinanzi a lui, i milioni di vittime che a quest'uopo egli avea sagrificate[459]. 2. Le più sanguinose guerre di Timur, furono piuttosto scorrerie che conquiste. Dopo avere successivamente invaso il Turkestan, il Kipzak, la Russia, l'Indostan, la Sorìa, la Natolia, l'Armenia e la Georgia, senza avere la speranza, o il desiderio di conservare queste rimote province, ne usciva carico di spoglie, non lasciando dietro a sè nè soldati per tenere in freno i ribelli, nè magistrati per proteggere i sudditi sottomessi e fedeli. Rovesciava l'edifizio del loro antico governo, abbandonandoli poscia alle calamità o prodotte, o fatte più gravi dalla sua invasione, calamità non compensate da alcun vantaggio presente, o possibile. 3. Le sue cure principali intendeano alla prosperità e all'interno splendore de' regni della Transossiana e della Persia, da lui riguardati come gli Stati ereditarj di sua famiglia. Ma le sue frequenti e lunghe lontananze, interrompevano e spesse volte struggevano l'effetto dei lavori da esso operati in tempo di pace; e intanto che trionfava sulle rive del Volga, o del Gange, i suoi servi ed anche i suoi figli, il lor padrone e i proprj doveri dimenticavano. Il tardo rigore de' processi e delle punizioni, sol riparava imperfettamente i disordini particolari e pubblici; onde siam costretti a non ravvisare nelle Instituzioni di Timur, che il seducente disegno di una perfetta Monarchia. 4. Quali che possano essere state le beneficenze dell'amministrazione di Timur, colla morte del medesimo si dileguarono. I figli e nipoti di lui, più ambiziosi di regnare che di governare[460], furono nemici gli uni degli altri, e nemici del popolo. Sarok, il più giovine di questi, sostenne con qualche gloria un fragmento dell'Impero; ma dopo la morte di lui, il paese ove regnò, fattosi prima teatro di stragi, cadde indi nella oscurità e nell'avvilimento; nè vôlto era un secolo, che gli Usbek del Settentrione e i Turcomani dalla Pecora bianca, e i Turcomani dalla Pecora nera aveano invasa la Persia e la Transossiana. La stirpe di Timur più non sarebbe, se un eroe, discendente della medesima al quinto grado, scacciato dagli Usbek, non avesse intrapresa la conquista dell'Indostan[461]. I Gran Mogol, successori di questo, dilatarono il loro Impero dai monti di Casmir al capo Comorin, e dal Candahar fino al golfo del Bengala. Dopo il regno di Aurengzeb, scioltosi quest'Impero, uno scorridore persiano ha saccheggiato il territorio di Dely, e una compagnia di mercatanti cristiani, nati in un'isola dell'Oceano settentrionale, possede oggidì il più ricco fra i reami del Gran Mogol.
A. D. 1403-1421
Non così accadde all'Impero ottomano; simile ad albero vigoroso, curvato dalla tempesta, si rialzò al dissiparsi del nembo, e vigor nuovo e vegetazione riprese. Sgombrando la Natolia, Timur avea lasciate le città vôte di palagi, spogliate di ricchezze, prive del loro Sovrano; i pastori e i masnadieri tartari, o turcomani occuparono le campagne. Gli Emiri tornarono ne' lor Cantoni, di recente usurpati da Baiazetto, e un d'essi usò la vile vendetta di demolirne il sepolcro; le discordie de' cinque figli del Sultano, rapidamente spersero gli avanzi del loro patrimonio. Citerò i nomi di questi giusta l'ordine dell'età e delle cose da essi operate[462]. 1. È cosa incerta, se l'uomo, del quale in primo luogo accennerò rapidamente la storia, fosse il vero Mustafà, o un impostore che ne avesse assunto il nome. Il Mustafà, indubitatamente vero, combattè a fianco del padre alla battaglia di Angora; ma allorchè il Sultano prigioniero ottenne dal vincitore la permissione di mandare in traccia dei figli, il solo Musa fu ritrovato, e gli Storici turchi, schiavi della fazion trionfante, assicurano che il fratello di Musa fu rinvenuto tra i morti. Ammettendolo fuggito, sarebbe rimasto per dodici anni nascosto agli amici e ai nemici, perchè sol dopo questo tempo comparve in Tessaglia, ove una numerosa fazione riconobbe in lui il figlio e il successore di Baiazetto. Sofferse una sconfitta, per cui avrebbe terminati i suoi giorni, se non fosse stato salvato per opera de' Greci, che dopo la morte di Maometto, altro figlio di Baiazetto, gli restituirono la libertà e l'Impero. L'abbiezione de' costui sentimenti confermava l'opinione di chi un impostore il credeva. Dopo avere sul trono di Andrinopoli ricevuti gli onori di Sultano legittimo degli Ottomani, un'obbrobriosa fuga, e prigionia, e infame supplizio, allo sprezzo pubblico lo abbandonarono. Trenta successivi impostori sostennero la medesima parte, e fecero lo stesso fine; la quale ripetizione di avvenimenti potrebbe forse servir di prova che la morte del vero Mustafà non era bene avverata. 2. Isa[463], altro figlio di Baiazetto, allorchè questi cadea prigioniero, regnava in Sinope e sulle coste del mar Nero in vicinanza di Angora; e Timur ne accolse favorevolmente gli Ambasciatori, rimandandoli con molti donativi e lusinghevoli promesse: ma vittima della gelosia del fratello Sovrano di Amasia, Isa perdè le province e la vita. La conclusione della querela stata fra questi due fratelli, diede luogo ad osservare con pia allusione, che la legge di Mosè e di Gesù, Isa e Musa era stata abolita dall'autorità suprema di Maometto. 3. Solimano (altro fratello) non vien posto nel novero degl'Imperatori turchi (A. D. 1403-1410); cionnullameno arrestò i progressi de' Mongulli, e dopo la loro ritirata, unì per alcuni istanti i troni di Andrinopoli e di Bursa. Coraggioso, solerte e fortunato in guerra, univa la clemenza alla intrepidezza; ma lasciatosi dominare dalla presunzione, e corrompere dalla intemperanza e dall'ozio, allentò la disciplina in un governo, ove, se il suddito non trema, fa tremare il Sovrano. Si inimicò i Capi dell'esercito e della legge co' suoi sregolamenti, e soprattutto coll'ubbriachezza, divenutagli abituale; vizio turpe in ogni uomo, più in un Sovrano; doppiamente odievole in un discepolo di Maometto. Il fratello di lui Musa, sorprese Andrinopoli mentre il Principe avvinazzato stava immerso nel sonno; e datosi questo alla fuga, non fu difficile all'altro il raggiugnerlo sulla strada di Bisanzo, ove lo fece morire entro un bagno. Sette anni e dieci mesi durato erane il regno (A. D. 1410). 4. Ma Musa, possessore di una picciola parte della Natolia, vile apparve agli occhi de' sudditi sin d'allora che accettò dai Mongulli, l'investitura di questo regno; oltrechè le sue timide soldatesche e un erario estenuato, non gli bastavano a respingere i veterani cui comandava il Sovrano della Romania. Egli abbandonò, travestito, il palagio di Bursa, e attraversata la Propontide in uno schifo scoperto, pervenne con alcuni sforzi a salire sul trono di Andrinopoli, che avea recentemente lordato del sangue di suo fratello Solimano. Durante un regno di tre anni e mezzo, riportò alcune vittorie sui Cristiani dell'Ungheria e della Morea; ma la sua timidezza, e la clemenza usata fuor di proposito, lo perdettero. Dopo avere rinunziato alla Sovranità della Natolia, fu vittima della perfidia de' suoi Ministri, e della prevalenza che il fratello di lui Maometto si era acquistata. 5. Quest'ultimo dalla prudenza e dalla moderazione, una concludente vittoria si meritò (A. D. 1413-1421). Prima di rimaner prigioniero, Baiazetto gli avea confidato il governo di Amasia, propugnacolo de' Turchi contra i Cristiani di Trebisonda e della Georgia, e circa trenta giornate lontana da Costantinopoli. Questa città egualmente bipartita dal fiume Iride, sorge dai suoi due lati a guisa di anfiteatro[464], somministrando nella sua picciolezza un'idea di Bagdad, e difesa da una Rocca che aveasi per insuperabile dagli Asiatici. Parea che Timur, nel corso delle sue rapide spedizioni, avesse dimenticato quest'angolo oscuro e ribelle della Natolia. Maometto, ben astenendosi dal provocare il vincitore, conservò in silenzio la sua independenza, nè ebbe altra briga fuor quella di scacciare dalle sue province alcuni sbandati scorridori tartari che non avean seguito l'esercito di Timur. Scioltosi dall'incomoda vicinanza di Isa, gli altri fratelli di lui più potenti, rispettarono in mezzo alle loro contese la neutralità, ch'ei parimente serbò per riguardo loro fino al momento del trionfo di Musa; e allora si chiarì il vendicatore ed erede di Solimano. Acquistò, per via d'un Trattato, la Natolia, coll'armi la Romania. Guiderdonò, qual benefattore della corona e de' popoli, il soldato che gli presentò il reciso capo di Musa. Negli otto anni che regnò solo e pacifico, pensò a ristorare i danni derivati dalle civili discordie, e a dar più solida base alla ottomana Monarchia. Sul finir de' suoi giorni, scelse due Ministri fidati, che incaricò di soccorrere alla inesperienza del suo giovine figlio Amurat. Tal fu la prudenza e l'accordo de' due Visiri Ibraim e Baiazetto, che tennero nascosta per più di quaranta giorni la morte dell'Imperatore, fino all'arrivo del figlio di lui che accolsero entro al palagio di Bursa. Il Principe Mustafà, o un impostore che si era dato un tal nome, riaccese in Europa una nuova guerra, che costò la vita sul campo di battaglia al primo de' due Visiri. Fu più fortunato[465] Ibraim, e i Turchi riveriscono tuttavia il nome e la famiglia di quell'uomo che terminò le guerre civili colla morte dell'ultimo pretendente al trono di Baiazetto.
Durante le accennate discordie, i più saggi fra i Turchi, e in generale la nazione, desideravano con ardore veder congiunte le smembrate parti di quell'Impero. La Romania e la Natolia sì frequentemente dilacerate dall'ambizione de' privati, a questa unione grandemente agognavano, e gli sforzi che fecero a tal uopo, offerivano una lezione alle Potenze cristiane. Se le flotte di queste si fossero unite per occupare lo stretto di Gallipoli, ben presto gli Ottomani sarebbero stati annichilati, almeno in Europa; ma lo scisma dell'Occidente, le fazioni e le guerre della Francia e dell'Inghilterra, da sì generosa impresa stoglieano i Latini. Contenti di una passeggiera tranquillità, neghittosi sull'avvenire, l'interesse del momento li spinse più d'una volta a servire il nemico della lor religione. Una colonia di Genovesi[466] dimorante a Focea[467], sulla costa del mar Ionio, arricchendosi col commercio privilegiato dell'allume[468], pagava la sua tranquillità con un tributo annuale agli Ottomani. Nell'ultima guerra civile, il giovine e ambizioso Adorno, governatore de' Genovesi, avendo abbracciata la causa di Amurat, armò sette galee per trasportarlo d'Asia in Europa; onde il Sultano, accompagnato da cinquecento guardie, entrò a bordo della nave ammiraglia, guernita da ottocento valorosissimi Franchi, nelle cui mani era la vita e la libertà dell'Ottomano; nè senza ripugnanza facciamo plauso alla fedeltà di Adorno, che in mezzo al tragetto, gli si prostrò innanzi, manifestandogli gratitudine perchè un debito arretrato dei tributi perdonò ai Genovesi. Sbarcati tutti a veggente di Mustafà e di Gallipoli, duemila Italiani, armati di lancie e di azze da guerra, accompagnarono Amurat alla conquista di Andrinopoli, venale servigio, di cui fu ben tosto guiderdone la rovina del commercio e della colonia della Focide.
A. D. 1402-1425
Se la guerra che Timur fece a Baiazetto fosse stata mossa dalla generosa intenzione di soccorrere l'Imperator greco, ei si sarebbe meritata la gratitudine e gli encomj de' Cristiani[469]; ma un Musulmano che portava morte e distruzione nella Georgia, rispettando ad un tempo la santa guerra di Baiazetto, non poteva essere propenso a compiangere, o a proteggere gl'idolatri europei. Non ascoltando il Tartaro che le voci della propria ambizione, la liberazione di Costantinopoli fu sol conseguenza indiretta delle sue imprese. Allorchè Manuele rassegnò il governo, chiedea, senza sperarlo, al Cielo, fosse differita sin dopo il termine de' suoi miseri giorni la rovina della Chiesa e dell'Impero. Mentre di ritorno dall'Occidente, ei s'aspettava ogni dì la notizia di tale catastrofe, udì con sorpresa eguale alla gioia la partenza, la sconfitta e la cattività dell'Imperatore ottomano. Partitosi tosto da Modone nella Morea[470], rivide Costantinopoli, ove risalì il suo trono, assegnando al Principe di Selimbria un temperato esilio nell'isola di Lesbo. Vennero ammessi alla sua presenza gli ambasciatori del figlio di Baiazetto che assunsero modesto tuono, quale al fiaccato loro orgoglio addiceasi; oltrechè li tenea in giusto riguardo il timore che i Greci agevolassero ai Mongulli l'ingresso in Europa. Solimano salutò l'Imperatore col nome di Padre, e sollecitando da lui l'investitura del governo della Romania, promettea meritarsi un tale favore, con essergli inviolabilmente collegato, e col restituirgli Tessalonica, e le piazze più rilevanti situate sulle rive dello Strimone, della Propontide e del mar Nero: ma questa alleanza con Solimano, espose Manuele al risentimento e alla vendetta di Musa. Comparve alle porte di Costantinopoli un nuovo esercito di Turchi, che però vennero e per terra, e per mare respinti; e certamente, a meno che truppe straniere non difendessero la Capitale, i Greci dovettero maravigliare della riportata vittoria. Cionnullameno anzichè tenere in bilancio le discordie delle Potenze ottomane, Manuele credè secondar meglio o la sua politica, o le inclinazioni dell'animo suo, col mettersi dalla banda di quello tra i figli di Baiazetto che era il più formidabile. Conchiuse quindi un Trattato con Maometto, i cui progressi erano impacciati dall'antemurale insuperabile di Gallipoli. Navi greche trasportarono il Sultano e le sue truppe di qua dal Bosforo; ricevuto amichevolmente in Andrinopoli, la vittoria da lui riportata contro il rivale Musa, gli fu primo gradino a conquistare la Romania. Dopo la morte di Musa, la rovina di Costantinopoli venne ancor differita per la prudenza e la moderazione del vincitore. Fedele Maometto ai proprj obblighi e a quelli contratti da Solimano, rispettò la pace e le leggi della gratitudine; e all'atto della sua morte confidò la tutela di due de' suoi figli all'Imperatore greco, mosso da vana speranza di assicurare ad essi un protettore contro la crudeltà del lor fratello Amurat; ma l'esecuzione di un simile testamento avrebbe offeso l'onore e la religione de' Maomettani. Il Divano sentenziò unanimemente non potersi abbandonare la cura e l'educazione de' reali giovanetti ad un cane di Cristiano. Udito il rifiuto, Manuele adunò i suoi Consigli; divisi furono i pareri; ma la prudenza del vecchio Manuele dovette cedere alla presunzione di Giovanni figlio del medesimo, e adoperando un'arme pericolosissima alla vendetta, restituì la libertà al vero o falso Mustafà, ch'ei tenea da lungo tempo o ostaggio, o prigioniero, e per cui la Porta Ottomana gli pagava ogni anno trecentomila aspri[471]. Per uscir di schiavitù, Mustafà acconsentì a qualunque patto, e la restituzione delle Fortezze di Gallipoli, vale a dire delle chiavi d'Europa, fu il prezzo posto alla sua liberazione. Ma appena sedutosi sul trono della Romania, rimandò con disdegnoso sorriso gli Ambasciatori greci, piamente chiarendo loro, che preferiva la necessità di render conto d'un giuramento falso nel dì del giudizio, all'indegno atto di consegnare una città musulmana fra le mani degl'Infedeli. Così Manuele divenne il nemico d'entrambi gli emuli, all'un de' quali avea fatto ingiuria, dall'altro l'avea ricevuta. Vincitore Amurat, imprese nella seguente primavera l'assedio di Costantinopoli[472].
A. D. 1422
Il religioso disegno di sottomettere la città de' Cesari trasse dall'Asia una folla di volontarj che alla corona del martirio aspiravano, e il cui militare ardore non era meno infiammato dalla speranza di possedere ricca preda e belle schiave; oltrechè l'Imperatore ottomano vedea consagrati i suoi ambiziosi disegni dalle predizioni e dalla presenza di Seid-Besciar discendente del Profeta[473], che giunse al campo cavalcando una mula, e seguìto da una rispettabile comitiva di cinquecento discepoli; ma dovette arrossire, se d'arrossire è capace un fanatico, della mentita che l'esito diede alle sue profezie. La saldezza delle mura di Costantinopoli resistette ad un esercito di dugentomila Turchi; ed ogni assalto veniva rispinto da felici sortite de' Greci e de' mercenarj stranieri; alle nuove arti di guerreggiare le antiche di difendersi vennero opposte; e l'entusiasmo del Dervis[474], innalzato miracolosamente al Cielo per conversare con Maometto, fu contrabbilanciato dalla credulità de' Cristiani, che videro la Vergine Maria vestita di color paonazzo trascorrendo i baloardi e incoraggiando i suoi fedeli alla pugna[475]. Dopo due mesi d'assedio, una ribellione eccitata dai Greci, costrinse il Sultano a ritornare affrettatamente a Bursa, ove estinse la sommossa, versando il sangue di suo fratello che ne era colpevole. Intanto che Amurat conduceva i suoi giannizzeri a nuove conquiste (A. D. 1425-1448) nell'Europa e nell'Asia, Bisanzo godè per trent'anni il riposo precario della servitù. Dopo la morte di Manuele, Giovanni Paleologo ottenne la permissione di regnare, mediante un tributo di trecentomila aspri, e la cessione di quasi tutto il territorio che oltrepassava i sobborghi di Costantinopoli.
Chiunque considera che i principali avvenimenti della vita dipendono spesse volte dal carattere di un sol personaggio, vedesi costretto ad attribuire alle qualità personali de' Sultani il primo merito della fondazione e della restaurazione dell'Impero ottomano. Possono osservarsi fra essi diversi gradi di saggezza e virtù; ma dall'innalzamento di Otmano fino alla morte di Solimano, vale a dire in un periodo di nove regni e di dugento sessantacinque anni, il trono, fatta una sola eccezione, fu occupato da una sequela di Principi prodi e operosi, rispettati dai sudditi e temuti dagl'inimici. Invece di trascorrere la giovinezza in mezzo alla fastosa indolenza di un Serraglio, gli eredi dell'Impero, ne' campi e ne' consigli educavansi. Per tempo i lor padri fidavano ad essi il comando degli eserciti e delle province; nobile istituzione che, comunque stata origine d'infinite guerre civili, la disciplina e il vigore dell'Impero francò. Certamente gli Ottomani non possono, come gli antichi Califfi dell'Arabia, intitolarsi i discendenti, o i successori dell'Appostolo di Dio; e il parentado che reclamavano coi Principi tartari della Casa di Gengis, sembra fondato meno sulla verità che sull'adulazione[476]. Oscura è la loro origine; ma ben presto acquistarono nella opinione de' sudditi quel sacro e incontrastabile diritto, che il tempo non può cancellare, nè la violenza distruggere. Accade che un Sultano debole o vizioso venga rimosso o strozzato, ma il figlio di lui, sia pur fanciullo o imbecille, succede all'Impero, nè il più audace fra i ribelli ha per anco osato assidersi sul trono del suo Monarca[477]. Intanto che Visiri perfidi, o Generali vittoriosi atterravano le vacillanti dinastie dell'Asia, un possedimento di cinque secoli confermava la successione ottomana, e la stabilità in essa della corona entra ora fra i principj fondamentali cui l'esistenza della nazione turca va collegata.
Il vigore e la costituzione di questo popolo sono in gran parte dovuti ad una assai straordinaria cagione. I primi sudditi di Otmano stavansi in quelle quattrocento famiglie erranti di Turcomani che ne aveano seguiti gli antenati dall'Osso al Sangario; onde le pianure della Natolia vedonsi tuttavia coperte di loro compatriotti, che sotto tende, o bianche, o nere, ne' campi dimorano; ma il primo numero di que' pochi si mescolò ben presto colla popolazione de' popoli vinti, e assunto il nome di Turchi, coi comuni vincoli di costumanze, di lingua e di religione, e quelli e questi si collegarono. Perciò in tutte le città, da Erzerum fino a Belgrado, con tal denominazione si appellano tutti que' Musulmani che come primi e più spettabili fra i cittadini vengono considerati: ma hanno abbandonato, almeno nella Romania, i villaggi e la coltivazione dei terreni ai contadini cristiani. Che anzi nel vigor primo dell'Impero ottomano, i medesimi Turchi erano esclusi dagli onori militari e civili; e la disciplina della educazione avea creato da una classe di schiavi un popolo fattizio, atto ad obbedire, a combattere e a comandare[478]. Da Orcano fino al primo Amurat, i Sultani ebbero per massima che un governo militare debbe a ciascuna generazione rinnovellare i suoi soldati, nè far di mestieri il cercar questi fra gli effeminati abitatori dell'Asia, poichè le sole bellicose nazioni europee li potevano somministrare. Le province della Tracia, della Macedonia, dell'Albania, e della Servia divennero vivai degli eserciti ottomani; e allorchè le conquiste ebbero diminuito la quinta parte che apparteneva al Sultano sul numero de' prigionieri, i Cristiani vennero sottomessi ad una barbara tassa che si riscoteva ogni cinque anni, e li privava del quinto de' loro figli. Giunti all'età di dodici, o quattordici anni i giovinetti più vigorosi erano staccati dalle braccia paterne, ascritti ai registri militari, e da quell'istante vestiti, nudriti, educati a spese del Pubblico, cui doveano prestare servigio. Quelli di essi che davano di sè migliori speranze, venivano con adeguata proporzione scelti per le scuole reali di Bursa, di Pera e d'Andrinopoli, o affidati alla custodia dei Pascià; gli altri confusi nelle famiglie dei contadini della Natolia. I lor padroni aveano per prima cura l'ammaestrarli nel turco idioma, e l'addestrarne i corpi a tutte le fatiche che giovavano a renderli più robusti; alla lotta, al salto, alla corsa, al maneggio dell'arco e al tiro dell'archibuso; nelle quali cose doveano essere istrutti quando entravano nelle compagnie e nelle camerate de' giannizzeri, per fare ivi severo noviziato della vita monastica, o militare dell'Ordine. I più distinti per ingegno, per forme o per nascita passavano nella classe degli Agiamoglani, o venivano promossi al grado maggiore d'Iconoglani; i primi prestavano servigio nel palagio, i secondi immediatamente alla persona del Sovrano. Sotto la sferza degli eunuchi bianchi, si avvezzavano in quattro successive scuole a cavalcare e a lanciare il giavellotto. Quelli che si mostravano d'indole più propensa agli studj, doveano applicare la mente loro al Corano e alla lingua araba e persiana. A proporzione di merito e di età otteneano impieghi militari, civili, o ecclesiastici. Quanto più lunga la loro educazione, tanto era maggiore la speranza di un grado distinto. In età matura, vedeansi ammessi nel numero dei quaranta Agà che accompagnavano l'Imperatore; da quel grado promossi, secondo la scelta dell'Imperatore, al governo delle province e ai primi onori dello Stato[479]. Cotale instituzione ammirabilmente addiceasi alla forma e ai principj di una dispotica Monarchia. I Ministri e i Generali, schiavi a tutto rigor di termine del Monarca, riconosceano dalla bontà di lui la loro esistenza e istruzione. Giunti all'istante di abbandonare il Serraglio e di lasciarsi crescere la barba, come simbolo di affrancamento, si trovavano insigniti di una carica rilevante, scevri d'amor di parte e di vincoli d'amicizia, privi di parenti e d'eredi; soggetti in tutto e per tutto alla mano che gli avea tolti dalla polvere, e che potea, giusta il detto di un turco proverbio, infrangere queste statue di vetro a suo grado[480]. Durante il corso di una educazione lenta e penosa, non era difficile alla sagacità lo scorgere la loro indole; perchè vedeasi in ciascun d'essi l'uomo isolato, privo d'ogni proprietà, e ridotto al solo suo merito personale, e se il Principe avea l'accortezza necessaria a scegliere rettamente, niun riguardo gl'impacciava la libertà della scelta. Le privazioni preparavano i candidati all'amore della fatica, la consuetudine dell'obbedire al comando. D'onde addivenne che gli eserciti erano tutti animali da un medesimo spirito, e gli stessi Cristiani che fecero la guerra ai Turchi, non poterono defraudar di lodi la sobrietà, la pazienza, la silenziosa modestia de' giannizzeri[481]. La vittoria non doveva sembrare dubbiosa, ponendo in confronto la disciplina e l'educazione de' Turchi coll'indocilità de' cavalieri, coll'orgoglio inspirato lor dalla nascita, coll'ignoranza delle reclute, coll'indole sediziose de' veterani, colla intemperanza e co' disordini che hanno regnato per sì lungo tempo negli eserciti dell'Europa.
L'impero greco e i vicini non avrebbero potuto difendersi se non se col soccorso di qualche nuova arme, di qualche trovato nell'arte della guerra che desse loro una preminenza decisiva sui Turchi; e di quest'arme divennero possessori per una scoperta fattasi nel momento che dovea risolvere sul loro destino. I Chimici dell'Europa, o della Cina, fosse caso, o effetto d'indagini, si erano avveduti che una mescolanza di nitro, di zolfo e di carbone, coll'apprestarle una sola scintilla di fuoco, producea un formidabile scoppio. Nè tardarono indi ad accorgersi che questa forza espansiva compressa entro un tubo di salda materia, potea lanciare una palla di terra, o di ferro con violenza e rapidità impareggiabili. La vera epoca in cui venne adattata la polvere all'uso dell'armi[482], si è perduta in mezzo ad incerte tradizioni e ad equivoche dilucidazioni, ma sembra bastantemente provato che l'uso della medesima si conoscea verso la metà del secolo XIV, e che prima del finir del medesimo, l'artiglieria veniva continuamente adoperata nelle battaglie e negli assedj, per terra e per mare, dai popoli dell'Alemagna, dell'Italia, della Spagna, della Francia e dell'Inghilterra[483]. È cosa affatto indifferente qual di queste nazioni se ne giovasse la prima, perchè tutte ben presto possedettero tale vantaggio in comune, ed essendo stato ridotto ad una perfezione eguale pei diversi popoli, la bilancia del potere e della scienza militare rimase nello stato in cui era prima. Tale scoperta non poteva a lungo essere la privilegiata proprietà dei Cristiani; la perfidia degli apostati, e l'imprudente politica della rivalità, la portarono ben tosto fra i Turchi, i cui Sovrani ebbero bastante ingegno per adottarla, e bastanti ricchezze per prendere al loro servigio ingegneri cristiani. Grande taccia si meritarono i Genovesi, che, trasportando Amurat in Europa, gl'insegnarono questo segreto, ed avvi molta probabilità che essi fondassero e regolassero i cannoni di cui si valsero per assediare Costantinopoli[484]. Benchè mal tornasse ai Turchi tal prima impresa, nel progresso delle guerre di questo secolo, ebbero necessariamente il vantaggio, perchè furono sempre essi gli assalitori. Non appena il primo ardore dell'assalto e della difesa si rallentavano, le fulminanti batterie venivano appuntate contro torri e mura, non fabbricate che per resistere alle men possenti macchine da guerra, cui gli Antichi aveano inventate. I Veneziani insegnarono, nè può farsene ad essi un rimprovero, l'uso della polvere ai Sultani dell'Egitto, loro collegati contro la Potenza ottomana. Divenuto indi comune agli estremi abitatori dell'Asia questo formidabil soccorso, il vantaggio degli Europei si trovò ben tosto limitato a facili vittorie riportate sui Selvaggi del Nuovo Mondo. Paragonando i rapidi progressi di questa infausta scoperta co' lenti e penosi delle scienze, della ragione e dell'arti della pace, un filosofo non potrà starsi dal ridere, o dal piangere sulle follie del Genere umano.