CAPITOLO LXVI.
Sollecitazioni degl'Imperatori d'Oriente appo i Pontefici. Viaggi di Giovanni Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca e latina proposta nel Concilio di Basilea, ed eseguita a Ferrara e a Firenze. Stato della letteratura a Costantinopoli. Suo rinascimento in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono. Curiosità ed emulazione de' Latini.
A. D. 1339
Durante i quattro ultimi secoli dell'Impero, i contrassegni or di considerazione, or di nimistà che verso il Pontefice i greci Principi manifestarono, potrebbero riguardarsi come il termometro delle loro angustie, o della loro prosperità, dell'innalzamento, o della caduta delle barbare dinastie. Allorchè i Turchi Selgiucidi, invadendo l'Asia, minacciarono Costantinopoli, abbiamo veduto gli Ambasciatori d'Alessio implorare al Concilio di Piacenza la protezione del Padre comune de' Cristiani. Non appena i pellegrini francesi ebbero respinto ad Iconium il Sultano di Nicea, gl'Imperatori di Bisanzo riassunsero, o dal dissimularlo si stettero, il loro astio e connaturale disprezzo verso gli scismatici dell'Occidente: imprudenza che la caduta del loro Impero affrettò. Il tuono mansueto ed affettuoso di Vatace contrassegna l'epoca dell'invasione de' Mongulli. Dopo la presa di Costantinopoli, e fazioni, ed estranei nemici crollarono il trono del primo Paleologo. Finchè la spada di Carlo gli stette sospesa sul capo, corteggiò abbiettamente il Pontefice, sacrificando al pericolo del momento la sua fede, la virtù e l'affetto de' sudditi. Dopo la morte di Michele, il Principe e il popolo sostennero l'independenza della loro Chiesa e la purezza del greco simbolo. Andronico il Vecchio nè temeva, nè amava i Latini: nell'ultime sue sventure, l'orgoglio francheggiò le sue superstizioni, perchè non potea decentemente ritrattare, sul finir di sua vita, le opinioni che avea con fermezza negli anni della gioventù sostenute. Andronico il Giovane, invilito e dallo stato in cui si trovava, e per indole propria, al primo vedere la Bitinia invasa dai Turchi, sollecitò una Lega spirituale e temporale co' Principi dell'Occidente. Dopo cinquant'anni di separazione e silenzio, il frate Barlamo venne segretamente deputato al Papa Benedetto XII con insidiose istruzioni, che scritte pareano dall'abile mano del Gran Domestico[485]. «Santissimo Padre, il monaco gli dicea, l'Imperatore non desidera meno di voi l'unione delle due Chiese: ma in un'impresa sì delicata si vede costretto a rispettare la propria dignità e i pregiudizj de' sudditi. Due temperamenti sonovi da adoprarsi, la forza, o la persuasione. L'insufficienza del primo è già dimostrata abbastanza dalla esperienza, perchè i Latini hanno soggiogato l'Impero senza poter cambiare l'opinione degli abitanti. La persuasione, più lenta, offre ad un tempo una via più salda e sicura. Trenta, o quaranta de' nostri dottori deputati appo voi, si accorderebbero forse con quelli del Vaticano nell'amore della verità e nell'unità del Simbolo. Ma di ritorno alla patria, qual sarebbe il frutto, o il guiderdone delle loro pratiche? Lo sprezzo de' confratelli, e i rimproveri di una cieca ed ostinata nazione. Cionnullameno i Greci han per costume di rispettare i Concilj generali, da cui determinati vennero gli articoli di nostra Fede; e se i decreti di Lione ricusano[486], ne è stata cagione il non volere nè ascoltare, nè ammettere i rappresentanti della Chiesa orientale in quest'arbitraria adunata. A compiere una così pia impresa, gioverà e farà anzi mestieri che un Legato intelligente, trasferendosi in Grecia, colà raccolga i Patriarchi di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, e si concerti con essi per convocare un Sinodo libero e universale. Ma in tale momento, aggiugnea lo scaltrito messo de' Greci, l'Impero può tutto temere dall'invasione de' Turchi, già impadronitisi di quattro principali città della Natolia. Quegli abitanti manifestano ardentissimi voti per tornare sotto l'obbedienza del loro Monarca e in seno alla religione dei lor padri; però non bastando a renderli paghi in ciò le forze e le rendite dell'Imperatore, sarebbe da desiderarsi che il Legato appostolico venisse scortato e preceduto da un esercito di Franchi, a fine di scacciar gl'Infedeli e riaprire la via del Santo Sepolcro». Prevedendo il caso che i sospettosi Latini pretendessero anticipatamente qualche mallevadore, o pegno della fedeltà de' Greci, Barlamo avea preparata una ragionevole e convincente risposta. «1. L'unione delle due Chiese potendo solamente avverarsi colla convocazione di un Sinodo generale, si rende questa impossibile prima di aver liberato dal giogo de' Maomettani i tre Patriarchi dell'Oriente e un gran numero d'altri Prelati. 2. L'inasprimento degli animi de' Greci derivando da antiche ingiurie e da una lunga tirannide, a cattivarli di nuovo fa d'uopo di qualche fratellevole atto, di qualche efficace soccorso che invigorisca l'autorità e gli argomenti dell'Imperatore e de' partigiani della unione proposta. 3. Quand'anche rimanesse qualche differenza, o intorno a minori punti di fede, o alle cerimonie, non quindi i Greci dovrebbero men riguardarsi i discepoli di Gesù Cristo, mentre i Turchi sono i comuni nemici di chiunque porti il titolo di Cristiano. E l'Armenia e l'isola di Cipro sono egualmente assalite; che sarebbe la pietà de' Principi franchi, se non si armassero tutti alla difesa generale della comune religione? 4. Supponendo perfino che eglino considerassero i sudditi di Andronico come i più odievoli fra gli scismatici, fra gli eretici, fra gli stessi Pagani, non è interesse de' Principi dell'Occidente l'acquistarsi un utile confederato, il proteggere un Impero vacillante, in cui stassi il baloardo delle frontiere d'Europa, l'unirsi ai Greci contro i Turchi, nè aspettare che questi ultimi, conquistata la Grecia, le forze e i tesori della medesima adoperino per portare le armi lor vincitrici in seno dell'Europa?». I Latini con fredda e disdegnosa indifferenza pararono le offerte, gli argomenti e le domande di Andronico. I Re di Francia e di Napoli rifiutarono i pericoli e la gloria di una Crociata. Il Papa negò questa necessità di convocare un nuovo Concilio per regolare articoli di fede già stabiliti; ed anzi per rispetto alle antiche pretensioni dell'Imperator d'Occidente e del Clero latino, nel rispondere all'Imperator greco usò di un soprascritto irritante: «Al Moderator[487] (che equivaleva a governatore) de' Greci, e ai sedicenti Patriarchi della Chiesa d'Oriente». Per una tale ambasceria i Greci non potevano scontrarsi in una circostanza e in un'indole d'uomo men favorevole. Benedetto XII[488] era uno screanzato villano, sempre pieno di scrupoli, e fatto più stupido dal vino e dalla pigrizia. Sia pure riuscito colla sua vanità ad arricchire di una terza corona la tiara; ma era egualmente inabile a governare il regno e la Chiesa.
A. D. 1348
Dopo la morte di Andronico, i Greci, in preda alle guerre civili, non ebbero il tempo di pensare all'unione generale de' Cristiani. Ma poichè Cantacuzeno ebbe vinti e graziati i suoi nemici, si accinse a giustificare, o almeno ad attenuare la colpa di avere introdotti i Turchi in Europa, e maritata la propria figlia ad un Principe musulmano. Due imperiali ministri, accompagnati da un interprete latino, per ordine di lui trasferironsi alla Corte del Pontefice romano, trapiantata nella città d'Avignone in riva al Rodano, ove per settant'anni rimase. Dopo essersi adoperati a dimostrare la crudele necessità che avea costretto il loro Monarca a mettersi in lega cogl'Infedeli, fecero, a norma delle ricevute istruzioni, sonare all'orecchio del Pontefice le speciose ed edificanti parole di Crociata e di Unione. Il Pontefice Clemente VI[489], successore di Benedetto XII, gli accolse con affabilità e onorevolmente, mostrandosi commosso dalle sventure, convinto del merito, persuaso dell'innocenza di Cantacuzeno; ed ottimamente istrutto dello stato e delle vicissitudini del greco Impero, che gli erano state descritte minutamente da una matrona savoiarda del seguito dell'Imperatrice Anna[490]. Se mancavano a Clemente le virtù di un sacerdote, possedeva almeno l'elevatezza o la magnificenza di un Principe, distribuendo colla stessa facilità i benefizj e i reami. Regnando esso, Avignone fu la residenza del fasto e dei piaceri. Giovine, avea superato in licenziosità di costumi qualunque Barone: Pontefice, il suo palagio e la sua stanza da letto vedeansi continuamente abbelliti, o disonorati[491] dalla presenza di favorite. Le guerre tra l'Inghilterra e la Francia non permetteano si pensasse a Crociate; pur questo luminoso disegno lusingò la vanità di Clemente che deputò due Prelati latini per accompagnare gli Ambasciadori di Cantacuzeno in Grecia. Giunti a Costantinopoli, l'Imperatore e i Nunzj si fecero scambievoli complimenti sulla comune eloquenza e pietà; sicchè i continui lor parlamenti si aggirarono in lodi e promesse con cui si piaggiavano mutuamente senza fidarsene nè l'un, nè gli altri. «Non capisco in me per la gioia, il divoto Cantacuzeno lor diceva, in pensando alla nostra guerra santa; essa farà la mia gloria personale ad un tempo, e il bene di tutt'i Cristiani. I miei Stati offriranno agli eserciti francesi un libero e sicuro passaggio; i miei soldati, le mie galee, i miei tesori consagrati alla causa comune; e, oh come sarebbe invidiabile il mio destino, se giungessi a meritarmi ed ottenere la corona di martire! Mi mancano i termini per dipingervi con quanto ardore io desideri questa unione de' membri sparsi della Chiesa di Gesù Cristo. Se potesse a ciò contribuir la mia morte, offrirei con giubilo il mio capo e la spada mia per ferirlo; e se questa spirituale fenice dovesse nascere dalle mie ceneri, m'innalzerei la mia pira io medesimo e le metterei fuoco colle mie proprie mani». In mezzo a questi discorsi però l'Imperator greco si prese la libertà di notare che l'orgoglio e l'inconsideratezza de' Latini aveva inseriti quegli articoli di Fede, per cui le due Chiese divise trovavansi; biasimò la condotta servile e tirannica del primo Paleologo, protestando che non sommetterebbe mai la propria coscienza se non se ai liberi decreti di un Sinodo generale. «Le circostanze, egli continuava, son tali da non permettere nè al Papa, nè a me, di unirci o a Costantinopoli, o a Roma; ma ben può scegliersi una città marittima sui confini d'entrambi gl'Imperi per adunare i Vescovi e istruire i Fedeli dell'Oriente, e dell'Occidente». Contenti a tali proposizioni si mostrarono i Nunzj; e Cantacuzeno ostentò il massimo dolore nel vedere le sue speranze distrutte per la morte di Clemente, e pel diverso animo del successor di Clemente. Cantacuzeno visse ancor lungo tempo, ma rinchiuso in un chiostro, d'onde l'umile monaco non potea, che con preghiere a Dio, adoperare influenza sulla condotta del suo pupillo e sui destini dell'Impero[492].
A. D. 1355
Ciò nulla meno di tutti i Principi di Bisanzo, niuno fuvvene più del pupillo Giovanni Paleologo proclive a ritornare all'obbedienza del romano Pontefice. La madre di lui, Anna di Savoia, era stata battezzata nel grembo della Chiesa latina, e se le nozze contratte con Andronico l'aveano costretta a cambiar nome, forme d'abito e culto, il cuor della medesima al suo paese e alla sua religione si manteneva fedele. Incaricatasi ella stessa di educare il proprio figlio, quando questi divenne adulto, almen di statura, se non di mente, continuò a lasciarsi governar dalla madre. Allorchè, per la rinunzia di Cantacuzeno, ei si trovò solo padrone della Monarchia greca, i Turchi comandavano sull'Ellesponto. Il figlio di Cantacuzeno adunava ribelli ad Andrinopoli, e questo Imperatore non potea fidarsi nè del suo popolo, nè di sè stesso. Così consigliato dalla madre, e colla speranza d'uno straniero soccorso, sagrificò i diritti della Chiesa e dello Stato; e s'incaricò un Italiano di portar segretamente al Pontefice l'atto di schiavitù[493] che l'Imperatore avea sottoscritto con inchiostro purpureo, e suggellato con bolla d'oro. Il primo articolo del Trattato stavasi in un giuramento di fedeltà e d'obbedienza ad Innocenzo VI e a' suoi successori Pontefici supremi della Chiesa cattolica e romana. Promettea l'Imperatore di porgere ai Nunzj, o Legati pontifizj, ogni sorte d'onori legittimamente ad essi dovuti, di far allestire un palagio per riceverli, una chiesa per le loro cerimonie; per ultimo di consegnare il suo secondogenito Manuele, come ostaggio e mallevadore di fedeltà. In contraccambio di tali concedimenti, chiedeva un pronto soccorso di quindici galee, di cinquecento armigeri, di mille arcieri che contro i suoi nemici Cristiani e Musulmani lo difendessero. Promise inoltre di far sottomessi i suoi popoli e il suo Clero all'autorità spirituale del romano Pontefice; e per vincere la resistenza ch'ei prevedeva per parte de' Greci, propose i due efficaci espedienti della educazione e della seduzione. Il Legato ottenea facoltà di distribuire i benefizi vacanti a quegli ecclesiastici che avrebbero sottoscritto il simbolo del Vaticano. Instituite tre scuole per insegnare alla gioventù di Costantinopoli la lingua e la dottrina dei Latini; il nome di Andronico, figlio dell'Imperatore ed erede dell'Impero, sarebbe comparso il primo nella lista degli studenti. In conclusione Paleologo, protestava che se tutte le sue sollecitudini fossero divenute superflue, se la forza e la persuasione non avessero bastato, egli si sarebbe reputato immeritevole della corona, trasferendo in tal caso ad Innocenzo tutta la sua autorità imperiale e paterna, e ampio potere di regolare la famiglia cesarea e l'Impero, e di prescrivere quelle nozze che ei giudicasse meglio ad Andronico, successore della greca Corona. Ma un tale Trattato non fu mai nè pubblicato, nè eseguito; e il soccorso de' Romani e la sommessione de' Greci non si stettero che nell'immaginazione di un imbelle Sovrano, salvato, pel solo segreto con cui si passarono le cose, dal pubblico disdoro di una inutile umiliazione.
A. D. 1369
Non andò guari ch'egli si vide cinto per ogni banda dall'esercito vittorioso de' Turchi, e perduta Andrinopoli e la Romania, ridotto alla sola Capitale, dovette prostrarsi vassallo dell'orgoglioso Amurat colla meschina speranza di essere l'ultima fra le prede di questo Selvaggio. In tale stato d'invilimento, si abbandonò alla risoluzione di veleggiare a Venezia, d'onde corse a gettarsi a' piedi del Santo Padre. Fu egli il primo Sovrano greco di Bisanzo che avesse ancora visitate le regioni incognite dell'Occidente; ma come sperar altrove consolazioni e soccorsi? E per altra parte, ei trovava minore umiliazione alla sua dignità il presentarsi dinanzi al Sacro Collegio, che alla Porta Ottomana. Dopo esserne stati per lungo tempo lontani, i Pontefici ritornavano allora dalle rive del Rodano a quelle del Tevere. Urbano V[494], Pontefice di un'indole mansueta e virtuosa, avendo incoraggiata, o permessa la peregrinazione dal Principe greco, il palagio del Vaticano ricevette nel medesimo anno due fantasmi d'Imperatori che rappresentavano, l'uno la maestà di Costantino, l'altro quella di Carlomagno. In tal supplichevole visita, il Sovrano di Costantinopoli, in cui ogni sentimento di vanità cancellato aveano le sciagure, portò la sommessione dei detti e delle forme oltre a quanto non potesse immaginare. Obbligato primieramente a sottoporsi ad un esame, riconobbe da buon cattolico, alla presenza di quattro Cardinali, la supremazia del Pontefice e la doppia successione dello Spirito Santo. Dopo questa purificazione, introdotto ad una udienza pubblica nella chiesa di S. Pietro; ove Urbano sedeasi in trono, circondato da un corteggio di Cardinali, il Principe greco, dopo tre genuflessioni, baciò devotamente il piede, indi la mano e finalmente la guancia del Santo Padre che celebrò alla presenza di lui una Messa solenne, gli permise tener la briglia della sua mula, e lo convitò a lauto banchetto nel Vaticano. A malgrado di questo amichevole a decoroso ricevimento, Urbano concedè qualche preferenza all'Imperator d'occidente[495], nè Paleologo ottenne il raro privilegio di cantar, come diacono, l'Evangelio[496]. Non si stette Urbano dall'eccitare lo zelo del Re di Francia e degli altri Sovrani d'Europa a favore del suo proselito: ma in troppe faccende li teneano i loro particolari litigi perchè alla causa generale volgessero la mente. Quindi l'Imperator greco si vide costretto a fondare le ultime sue speranze sopra un mercenario inglese Giovanni Hawkwood[497], o Acuto, che seguito da una banda di venturieri, intitolata la Confraternita Bianca, avea devastata tutta l'Italia dalle Alpi sino alla Calabria, vendeva i proprj servigi a chi pagar li voleva, ed era incorso in una giusta scomunica per avere assalita la residenza del Papa. A mal grado di ciò, fu autenticata dal consenso di Urbano tal negoziazione col masnadiero; ma trovatesi inferiori all'impresa le forze o il coraggio di Hawkwood, fu probabilmente ventura per Paleologo il rimanere privo di un soccorso, giusta ogni apparenza dispendioso, del certo insufficiente e forse pericoloso[498]. L'infelice Greco accingevasi ad abbandonare l'Italia[499], quando un umiliante ostacolo vel rattenne. Nel passar da Venezia, egli avea prese somme ragguardevoli ad esorbitante interesse; e il suo vôto erario non somministrandogli i modi di restituirle, gl'inquieti creditori lo arrestarono per sicurezza del lor pagamento. Invano l'Imperatore scriveva al suo primogenito reggente del Regno, di prevalersi d'ogni via, e di spogliare, se facea d'uopo, gli altari per sottrar suo padre ad una ignominiosa schiavitù. Non curante del paterno obbrobrio, lo snaturato figlio in suo cuor ne rideva. Lo Stato era povero, ostinato il Clero, qualche scrupolo religioso veniva a proposito per servir di pretesto ad una colpevole indifferenza. Manuele, fratello minore, dopo avere acremente rampognato il fratel primogenito di una negligenza così contraria alla natura e a tutti i doveri, vendè, o impegnò ogni suo possedimento, e imbarcatosi per Venezia, liberò il padre suo, offerendo la sua persona medesima per guarentigia delle somme da questo dovute (A. D. 1370). Di ritorno a Costantinopoli, e come Imperatore, e come padre, Paleologo usò con entrambi i figli a norma di quanto aveano meritato. Ma il pellegrinaggio di Roma, non avendo cambiati in alcuna guisa nè la Fede, nè i costumi di questo indolente Monarca, la sua apostasia, o conversione inefficace, quanto poco sincera, fu dai Greci e dai Latini dimenticata egualmente[500].
Trent'anni dopo il ritorno di Paleologo, gli stessi motivi fecero imprendere un viaggio in Occidente, ma più rilevante al Principe che gli succedè. Ho raccontato nel precedente capitolo il Trattato ch'ei fece con Baiazetto, la violazione di questo Trattato, l'assedio o blocco di Costantinopoli, e i soccorsi che gli spedirono i Francesi sotto i comandi del valoroso Boucicault[501]. Benchè Manuele avesse per via d'Ambasciatori implorato il soccorso de' Principi latini, fu creduto che la presenza di un Monarca infelice, moverebbe alle lagrime i più duri cuori[502] e ne otterrebbe soccorsi; nella quale speranza il Maresciallo, che insinuava questo viaggio all'Imperatore, lo precedè per disporre gli animi a ben accoglierlo. Comunque le comunicazioni di terra fossero interrotte dai Turchi, la navigazione di Venezia era aperta e sicura. Ricevuto in Italia, siccome primo, o almen secondo fra i Principi cristiani, eccitò la compassione che un Confessore e campion della fede si meritava, e tanto era il decoro di sua condotta, che una tal compassione in disprezzo non tralignò. Dopo Venezia, cercò Padova e Pavia, d'onde il Duca di Milano, benchè segretamente collegato con Baiazetto, lo fece accompagnare onorevolmente (A. D. 1400) sino alle frontiere de' suoi Stati[503]. Entrato nelle terre di Francia[504], gli ufiziali del Re s'incaricarono di scortarlo e di pensare a tutte le spese del suo viaggio. Una cavalcata di duemila de' più spettabili cittadini di Parigi, essendogli venuta incontro sino a Charenton, trovò a complimentarlo alle porte di Parigi il Cancelliere e il Parlamento, e Carlo VI, in mezzo ai Principi e a' suoi Nobili, abbracciò cordialmente il fratello. Il successore di Costantino fu vestito di un abito di seta bianca, e presentato di un sontuoso bianco palafreno, cerimoniale non indifferente presso i Francesi, che riguardano il color bianco come simbolo della Sovranità. Di fatto, l'Imperator d'Alemagna che nella sua ultima visita a quella Corte, avea chiesto con alterigia il medesimo onore, provò un rifiuto, e fu costretto a contentarsi di cavalcare un cavallo nero. Alloggiato al Louvre, Manuele godè di danze e di feste che l'una all'altra si succedevano, e dei piaceri della caccia e della tavola; perchè studiosissimi si mostrarono i Francesi di sfoggiare agli occhi del Principe straniero d'ogni magnificenza che potesse alcun poco divagarlo da' suoi dolorosi pensieri. Gli fu conceduto l'uso particolare di una cappella, onde molto maravigliarono, e si scandalezzarono forse i dottori della Sorbona, in udendo gli accenti, in vedendo le cerimonie e le vesti del Clero greco. A malgrado di ciò, ei potè fin dal primo istante accorgersi che ei non avea soccorsi a sperare dalla Francia. L'infelice Carlo VI non godea che di alcuni momenti di lucido intervallo, ricadendo subito nello stato di frenesia, o di stupidezza. Il Duca d'Orleans, fratello del Re, e il Duca di Borgogna, suo zio, s'impadronivano a vicenda delle, redini del governo, fatal concorrenza, da cui nacque ben presto la guerra civile. Il primo di questi due Principi, giovine e d'indole ardente, si abbandonava con impeto alla sua passione che il traeva alle donne e ai piaceri. Avrebbe potuto più giovare a Manuele il secondo; del quale era figlio Giovanni, conte di Nevers, liberato di recente dalla sua cattività presso i Turchi, e giovine intrepido che avrebbe di buon grado affrontati nuovi pericoli per cancellar questa taccia; ma più prudente il padre si era prefisso di starsene alle spese e ai pericoli della prima esperienza. Soddisfatta che ebbe Manuele la sua curiosità, e stancata fors'anche la pazienza dei Francesi, risolvè d'andarsene in Inghilterra. Nel trasferirsi da Douvres a Londra, ebbe onorevole accoglimento del Priore e dei monaci di S. Agostino di Cantorbery. A Blackheath, trovò il Re Enrico IV, che accompagnato da tutta la sua Corte, si portò a salutare il greco Eroe, così dice il nostro vecchio Storico, del quale trascrivo esattamente le espressioni, e per più giorni ricevè a Londra tale trattamento, quale all'Imperator d'Oriente addiceasi[505]. Ma l'Inghilterra era anche men della Francia in istato d'imprendere una Crociata, la questo medesimo anno, il Sovrano legittimo era stato privato del trono e messo a morte. L'ambizioso usurpatore, Enrico di Lancastre, divorato dall'inquietudine e da' rimorsi, non osava allontanar le sue truppe da un trono ognor vacillante per sommosse e cospirazioni; compianse, lodò, accarezzò l'Imperatore di Costantinopoli: ma se fece voto di prender la croce, fu senza dubbio per calmare il suo popolo, e fors'anche la sua coscienza, col darsi merito di questo pietoso disegno[506]. Colmato però di donativi e d'onori, il Principe greco vide una seconda volta Parigi, e dopo avere trascorsi due anni nelle Corti d'Occidente, e attraversata l'Alemagna e l'Italia, s'imbarcò a Venezia, aspettando pazientemente nella Morea l'istante della sua liberazione, o della sua rovina. Uno scisma intanto straziava la Chiesa latina. Due Papi, l'uno a Roma e l'altro ad Avignone, si disputavano l'obbedienza dei Re, delle nazioni, e delle corporazioni dell'Europa. L'Imperatore greco sollecito di non inimicarsi veruna fazione, si astenne da ogni corrispondenza con questi due rivali, immeritevoli entrambi e poco favoriti dalla pubblica opinione. Partì in tempo di Giubbileo, nè pensò attraversando l'Italia a chiedere, o a meritarsi l'Indulgenza plenaria, che cancella, senza obbligarli a penitenza, i peccati de' Fedeli. Offeso di questa trascuratezza il Papa di Roma, accusò Manuele di poco rispetto all'immagine di Gesù Cristo, esortando i Principi italiani ad abbandonare un pertinace scismatico[507].
A. D. 1402
In tempo delle Crociate i Greci aveano considerato con terrore e sorpresa eguali il corso delle migrazioni che continue erano dai paesi per loro incogniti dell'Occidente. Le peregrinazioni degli ultimi Imperatori, avendo squarciato questo velo di separazione, impararono a conoscere meglio le poderose nazioni dell'Europa, nè più osarono insultarle colla denominazione di barbare. Uno Storico greco di quel secolo[508] ha conservate le considerazioni fatte dal Principe Manuele, e dai più curiosi osservatori che lo accompagnarono. Ho raccolte queste sparse idee per offrirle in compendio ai miei leggitori, ai quali forse non dispiacerà il vedere questo grossolano abbozzo di pittura dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, lo stato antico e moderno de' quali paesi è a noi così noto. «1. L'Alemagna, dice Calcocondila, è un vasto paese, che si estende da Vienna fino all'Oceano, da Praga in Boemia sino al fiume Tartesso e ai Pirenei[509]. (Non dubito che questa geografia ne parrà alquanto strana). Il suolo è assai fertile, benchè non produca nè fichi, nè olive: sano l'aere, gli uomini ben complessi e di vigorosa salute. Rare volte si provano in queste settentrionali contrade i flagelli della peste e del tremuoto. Dopo gli Sciti, o i Tartari, gli Alemanni, o Germani possono venir riguardati come le più numerose delle nazioni. Valorosi e pazienti, se tutte le loro forze obbedissero ad un solo Capo, non vi sarebbe popolo che ai medesimi potesse resistere. Hanno ottenuto dal Papa il privilegio di eleggere l'Imperator de' Romani[510]; e il Patriarca latino, non ha sudditi più zelanti o sottomessi degli Alemanni. La maggior parte di questi paesi è divisa fra Principi e Prelati. Ma Strasburgo, Colonia, Amburgo, e più di dugento città libere, formano altrettante Repubbliche confederate, rette da leggi giuste e sagge, e conformi all'interesse e alla volontà generale. I duelli, o singolari certami a piedi, vi sono in grande uso così in tempo di pace come di guerra. Eccellenti in tutte l'arti meccaniche i Germani, dobbiamo alla loro industria il trovato della polvere e de' cannoni, conosciuti oggidì dalla maggior parte de' popoli. 2. Il regno di Francia si estende all'incirca quindici, o venti giorni di cammino dall'Alemagna alla Spagna, e dalle Alpi sino al mare che separa la Francia dall'Inghilterra. Vi si trova grande copia di fiorenti città. Parigi, residenza dei Re, supera tutte le altre città in lusso e ricchezze. Molta mano di Principi e Signori si conducono alternativamente al palagio del Monarca, e lo riconoscono per loro Sovrano. I più potenti sono i Duchi di Brettagna e di Borgogna; il secondo di questi possede le ricche province della Fiandra, i cui porti veggonsi frequentati dai nostri trafficanti e da quelli de' più remoti paesi. La Nazione francese è antica ed opulenta; la sua lingua e le sue costumanze, benchè con qualche differenza, non si allontanano del tutto da quelle degl'Italiani. La dignità imperiale di Carlomagno, le vittorie riportate dai Francesi sui Saracini, le imprese de' loro eroi Olivieri ed Orlando[511] li fanno tanto superbi, che si credono il primo popolo dell'Occidente, ma tale insensata vanità è stata di recente umiliata dal sinistro esito della loro guerra contro gli Inglesi, abitatori dell'isola della Brettagna. 3. La Brettagna di rincontro alle coste di Fiandra, in mezzo all'Oceano, può considerarsi come una o tre isole congiunte per uniformità di costumi e di lingua sotto uno stesso Governo. La sua circonferenza è di cinquemila stadj; coperto il paese di un gran numero di città e di villaggi, produce poche frutta, e privo di viti, abbonda di orzo, di frumento, di mele e di lana. Vi si fabbricano da quegli abitanti molti tessuti di panni e di drappi. Londra[512] capitale, per lusso, ricchezza e popolazioni, vince tutte le altre città di Occidente. È situata sul Tamigi, fiume largo e rapido, che dopo trenta miglia sbocca nel mar della Gallia. Il flusso e il riflusso offrono ogni dì ai navigli di commercio la facilità di entrare in quel porto, e di uscirne senza pericolo. Il Re è Capo di una possente e torbida aristocrazia. I primarj vassalli possedono i loro feudi come franchi allodj ereditarj; le leggi determinano per essi i limiti dell'autorità e della obbedienza. Cotesto reame fu spesse volte lacerato dalle fazioni e conquistato dagli stranieri; pur gli abitanti ne sono coraggiosi, robusti, famosi in armi e vittoriosi alla guerra. I loro scudi somigliano a quelli degl'Italiani; le loro spade alle greche; il nerbo delle forze è posto nella molta abilità degli arcieri. Il loro linguaggio non ha veruna affinità cogli altri del Continente; ma nelle consuetudini del vivere, poco dai Francesi diversano. La principale singolarità delle lor costumanze, è il disprezzo della castità delle donne e dell'onor coniugale. Nelle visite scambievoli che si fanno, il primo atto di ospitalità è permettere agli ospiti gli amplessi delle mogli e delle figlie. Fra amici, si veggono chieste e date ad imprestito senza vergogna, e senza che siavi chi si formalizzi di questo stravagante commercio, e delle conseguenze inevitabili che ne derivano[513]». Istrutti siccome lo siamo noi degli usi dell'antica Inghilterra e certi della virtù delle nostre matrone, non possiamo starci dal sorridere sulla credulità, o dallo sdegnarci dell'ingiustizia dello Storico greco, che ha confuso, non v'ha dubbio, un decente amplesso di cerimonia[514] colle colpevoli dimestichezze, ma questa medesima ingiustizia, o credulità possono esserne utili coll'insegnarci ad aver per dubbie le descrizioni che, sui paesi stranieri e lontani da lor visitati, i viaggiatori ne offrono, e a non credere sì di leggieri que' fatti che ripugnano all'indole dell'uomo e ai sentimenti della natura[515].
A. D. 1402-1417
Dopo la vittoria riportata da Timur, Manuele, tornato in Bisanzo, vi regnò diversi anni felicemente ed in pace; e finchè i figli di Baiazetto lo cercarono in amicizia e ne rispettarono i piccioli Stati, si tenne alla vecchia religione de' Greci, componendo ne' suoi ozj venti dialoghi teologici in difesa del suo passato contegno. Ma miglioratosi lo stato de' suoi vicini, gli Ambasciatori greci portarono al Concilio di Costanza[516] la contemporanea notizia del risorgimento della Potenza ottomana e della Chiesa latina in Costantinopoli. Le conquiste di Amurat e di Maometto aveano tornato ad avvicinare l'Imperatore al Vaticano; l'assedio di Costantinopoli lo fe' quasi convenire sulla duplice processione dello Spirito Santo; talchè appena Martino V spacciatosi da' suoi rivali, occupò solo la Cattedra Pontificia, tornò ad esservi fra l'Oriente e l'Occidente un'amichevole corrispondenza di lettere e di ambascerie (A. D. 1417-1425). L'ambizione da una banda, la sfortuna dall'altra, dettavano accenti di pace e di carità. Manuele ostentando la brama di maritare i sei Principi suoi figli con altrettante Principesse italiane, il Pontefice, non meno accorto di lui, s'adoprò tanto di far giungere a Costantinopoli la figlia del marchese di Monferrato, seguìta da un seducente corteggio di donzelle d'alto legnaggio, i cui vezzi pareano fatti per vincere la scismatica ostinatezza; sotto apparenze esterne di zelo era però facile accorgersi che non regnava se non se la falsità e alla Corte e presso la Chiesa di Costantinopoli. Secondo che più, o meno premeva il pericolo, l'Imperatore affrettava, o prolungava le sue negoziazioni; allargava, o restrigneva la facoltà dei suoi Ministri; si sottraeva da' Latini, se gli sembravano troppo incalzanti, coll'allegare il bisogno di consultare i Patriarchi e i Prelati, e l'impossibilità di adunarli in tempo che i Turchi teneano stretta la Capitale. Dall'esame degli atti pubblici, apparisce che i Greci insistessero su questi tre punti successivi, un soccorso, un Concilio, poi l'unione delle due Chiese; e che i Latini intanto, scansando il secondo, non volessero obbligarsi al primo, limitandosi a riguardarlo come conseguenza, e premio volontario del terzo; ma la relazione di un intertenimento privato di Manuele, ne spiegherà con maggior chiarezza l'enigma della condotta da esso tenuta, e le sue vere intenzioni. Verso il finir de' suoi giorni, l'Imperatore avea vestito della porpora Giovanni Paleologo II, figlio suo primogenito, nel quale fidavasi per la maggior parte delle cose spettanti al Governo. Trovandosi a colloquio col figlio collega (era sol presente lo storico Franza, ciamberlano favorito di Manuele[517]), lo stesso Manuele dilucidò al successore i veri motivi delle negoziazioni intavolate col Pontefice di Roma[518]. «Non ci rimane, egli dicea, altro salvamento contra i Turchi, fuor del timore che essi hanno di vederci uniti coi Latini, con quelle bellicose nazioni dell'Occidente, che al credere de' Maomettani, potrebbero collegarsi per la nostra liberazione. Tutte le volte, pertanto, che vi vedrete posto alle strette dagl'Infedeli, mostrate loro lo spauracchio di questa unione, proponete un Concilio, entrate in negoziazioni col Papa di Roma, ma traetele sempre in lungo, e tenete lontana la convocazione di quest'Assemblea, che non vi porterebbe alcuno vantaggio nè spirituale, nè temporale. Già nessuna delle due fazioni vorrebbe rimoversi addietro d'un passo, o ritrattarsi; superbi i Latini, ed ostinati i Greci. Volendo voi avverare l'unione delle due Chiese, non fareste che confermare lo scisma, inimicarle, ed esporci, senza rimedio, o speranza, alla discrezione de' Barbari». Poco soddisfatto di questa lezione, in cui però molto avvedimento scorgeasi, il giovine Principe si alzò, e, senza profferir parola, partì. — Il prudente Monarca, continua il Franza, si pose a guardarmi, ripigliando indi così il suo discorso: — «Mio figlio si crede una grande cosa, ed ha le idee vestite all'eroica; e, meschino! non sa che in questo sfortunato secolo niuna cosa offre campo nè all'eroismo, nè alla grandezza. Il suo animo audace potea giovare ne' tempi migliori de' nostri antenati. Lo stato presente ha men bisogno di un Imperatore, che d'un massaio ben attento a tener conto degli avanzi di questo nostro povero patrimonio. Non ho già dimenticate le vaste speranze ch'egli fondava sulla lega con Mustafà, e temo che l'imprudente ardimento di questo giovine, e, per dir tutto, anche la pietosa sua buona fede, affrettino il precipizio della nostra Casa e della nostra Monarchia». Intanto l'esperienza e l'autorità di Manuele valsero a scansare il Concilio, e a conservar la pace fino al settantottesimo anno della sua età, nel quale anno ci morì vestito d'abito monastico, dopo avere distribuite le sue preziose suppellettili ai figli, ai poveri, ai suoi medici e servi più favoriti. Andronico[519], secondogenito di Manuele, che aveva avuto per sua parte il principato di Tessalonica, morì di lebbra, poco dopo aver venduta questa città ai Veneziani, che ne furono con altrettanta prestezza spogliati dai Turchi. Per alcuni buoni successi de' Greci, accaduti ne' giorni più felici di Manuele, essendo tornato all'Impero il Peloponneso, ossia la Morea, quell'Imperatore avea fortificato l'Istmo per una estensione di sei miglia[520], circondandolo di una salda muraglia, fiancheggiata da cencinquantatre torri, che all'atto della prima invasione ottomana disparve. La fertile penisola avrebbe potuto bastare ai quattro giovani principi, Teodoro, Costantino, Demetrio e Tommaso; ma avendo questi estenuati gli avanzi delle loro forze in guerre civili, i vinti si rifuggirono nel palagio di Costantinopoli, ove vissero sotto la protezione e la dependenza del loro fratello Giovanni Paleologo II.
A. D. 1425-1437
Questo Principe, primogenito de' figli di Manuele, riconosciuto dopo la morte del padre solo Imperatore de' Greci, pensò per prima cosa a ripudiare la moglie, e a contrar nuove nozze colla Principessa di Trebisonda. La bellezza, agli occhi di questo Principe, era la più essenziale prerogativa che ornar dovesse una Imperatrice. Per ottenere il consenso del suo Clero, lo minacciò, se gli veniva negato il divorzio, di ritirarsi in un chiostro, e di rassegnare il trono al fratello suo Costantino. La prima, o per meglio dire la sola vittoria riportata da Paleologo, fu sopra un Ebreo[521], cui dopo una lunga e dotta disputa, convertì alla fede cristiana; rilevante conquista che venne accuratamente registrata nella Storia di que' tempi; ma tornò ben tosto nel disegno di unire le due Chiese, e senza riguardo ai suggerimenti lasciatigli dal padre, porse orecchio, a quanto apparve, di buona fede, alla proposta di venire a parlamento col Pontefice in un Concilio generale, da tenersi al di là del mare Adriatico. Martino V incoraggiava questo pericoloso divisamento; Eugenio, successor di Martino, diede freddamente opera a tale bisogna, sintanto che dopo una languida negoziazione, l'Imperatore ricevè una intimazione per parte di un'Assemblea che assumeva diverso carattere, l'Assemblea de' Prelati independenti di Basilea[522], intitolatisi i giudici e i rappresentanti della Chiesa cattolica.
Il Pontefice romano avea difesa e guadagnata la causa della ecclesiastica libertà; ma il Clero vittorioso, si trovò ben tosto esposto alla tirannide del suo liberatore, che dalla dignità del suo carattere era posto in sicurezza contro quell'armi che sì efficacemente adoperava a danno delle civili magistrature. Le appellazioni annichilavano la Grande Carta, ossia il diritto di elezione del Pontefice; diritto cui le commende, e le sopravvivenze, toglievano forza; onde il clero si trovava obbligato a cedere a clausole arbitrarie[523] le proprie prerogative. La Corte di Roma instituì una vendita pubblica, intesa ad arricchire i Cardinali e i favoriti del Pontefice delle spoglie di tutte le nazioni, che vedeano i principali benefizj de' lor territorj accumularsi su persone straniere e lontane. Intantochè dimorarono ad Avignone, l'ambizione de' Papi in avarizia e dissolutezza si trasformò[524]. Rigidi nell'imporre sul Clero il tributo delle decime e de' primi frutti, tolleravano poi apertamente l'impunità dei vizj, dei disordini, della corruttela; i quali scandali, il grande scisma di Occidente (A. D. 1377-1429), durante oltre un mezzo secolo, moltiplicò. Ne' violenti loro litigi, i Pontefici di Roma e di Avignone pubblicavano scambievolmente i vizj del loro rivale, e intantochè il precario stato loro inviliva l'autorità, allentava il freno della disciplina, i lor bisogni e le loro vessazioni aumentava. A guarire i mali della Chiesa e a rialzarne la dignità, vennero tenuti successivamente i Sinodi di Pisa e di Costanza[525], le quali grandi Assemblee (A. D. 1414-1418), sentendo la propria forza, deliberarono restituire alla cristiana Aristocrazia i suoi privilegi. Laonde i Padri di Costanza, pronunciata una personale sentenza contra due Pontefici cui non vollero riconoscere, rimossero, con una nuova sentenza, quel medesimo, che aveano chiarito loro Sovrano. Proceduti indi a limitare l'autorità del Pontefice, non si separarono prima di aver sottomesso il Capo della Chiesa alla supremazia di un Concilio generale. Venne sancito che a fine di riformare e mantenere la Chiesa, si convocherebbero regolarmente queste Assemblee ad un tempo prefisso, e che ciascun Sinodo prima di sciogliersi, additerebbe il tempo e il luogo dell'adunata futura. Non riuscì difficile alla Corte romana lo scansarsi dal convocare il Concilio di Siena, ma la vigorosa fermezza (A. D. 1431-1443) del Concilio di Basilea[526], non fu per poco fatale ad Eugenio IV, Pontefice regnante. I Padri che i disegni di lui aveano presentiti, si affrettarono a pubblicare con un primo decreto, che i rappresentanti della Chiesa militante, aveano giurisdizione spirituale, o divina su tutti i Cristiani, non eccettuato da questi il Pontefice, chiarendo inoltre non potersi sciogliere, protrarre, o trasferire da un luogo ad un altro un Concilio, se non se dopo una discussione libera e il consenso degli adunati. Non essendosi perciò Papa Eugenio ristato dal fulminare la sua Bolla di scioglimento, osarono indirigere intimazioni, rimproveri e minacce al ribelle successor di S. Pietro[527]; e poichè gli ebbero dato con lunghe dilazioni il tempo a pentirsi, gli notificarono che se prima di un termine perentorio di sessanta giorni non si sommettea, intendeano interrotta ogni autorità temporale ed ecclesiastica del medesimo; e affinchè la loro giurisdizione comprendesse il Sovrano ed il Sacerdote, impadronitisi del governo di Avignone, promulgarono invalida l'alienazione del patrimonio sacro, e proibirono il farsi in Roma qualunque riscossione d'imposte a nome del Papa; ardimento che ebbe per se non solo l'opinione generale del Clero, ma l'approvazione e la protezione de' primarj fra i Monarchi della Cristianità. L'Imperatore Sigismondo si professò servo e difensore del Sinodo; l'esempio di lui l'Alemagna e la Francia seguirono; il Duca di Milano era personale nemico di Eugenio; una sommossa del popolo di Roma costrinse il Pontefice a fuggire dal Vaticano. Ributtato ad un tempo da' suoi sudditi spirituali e temporali, nè rimastogli altro partito, fuor quello della sommessione, si ritrattò mercè d'una umiliante Bolla, che confermava tutti gli atti del Concilio, incorporava a questa Assemblea venerabile i Cardinali e Legati pontifizj, e pareva annunziasse la rassegnazione del Papa ai decreti di una suprema legislatura. La rinomanza di cotali fatti si diffuse per l'Oriente; e come altrimenti sarebbe accaduto? Alla presenza dei Padri del Concilio, Sigismondo ricevè gli Ambasciatori ottomani[528], che posarono a' pie del medesimo il donativo di dodici grandi casse piene di drappi di seta e di piastre d'oro. Aspirando i Padri di Basilea alla gloria di ricondurre nel grembo della Chiesa i Greci e i Boemi, sollecitarono per via di deputati (A. D. 1434-1437) l'Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli, a congiungersi ad un'Assemblea onorata dalla confidenza delle nazioni dell'Occidente; proposta, dall'accettar la quale lontano non mostravasi Paleologo, i cui Ambasciatori vennero onorevolmente accolti dal Senato cattolico. Sol la scelta del luogo sembrò ostacolo insuperabile per ostinazione de' Greci, i quali ricusando di attraversare le Alpi, o il mar di Sicilia, fermi mostravansi nel pretendere che il Concilio si adunasse in qualche città dell'Italia, o posta nelle vicinanze del Danubio. Minori difficoltà s'incontravano su gli altri punti di una tale negoziazione: già erasi d'accordo su quello di pagare le spese del viaggio all'Imperatore greco, che sarebbesi trasferito, accompagnato da settecento persone[529], al luogo del Concilio, di sborsargli, all'atto dell'arrivo, una somma di ottomila ducati[530] da poter egli impiegare in soccorso del suo Clero, e di concedergli in oltre, intantochè si allontanava dalla sua Capitale, un sussidio di diecimila ducati, di trecento arcieri e di alcune galee per difenderla dal nemico. Sborsate avendo le prime somme la città di Avignone, fu allestito, benchè non senza qualche lentezza e difficoltà, il navilo a Marsiglia.
A. D. 1437
In mezzo alle angustie che lo incalzavano, Paleologo aveva almeno la soddisfazione di vedere le potenze alleate dell'Occidente gareggianti nel chiederlo in amicizia. Ma l'artificiosa solerzia d'un Sovrano prevalse sopra la lentezza e la inflessibilità che per solito dagli atti delle repubbliche non si dipartono. I decreti di Basilea, intendendo continuamente a limitare il dispotismo del Papa e ad innalzare in guisa stabile un tribunale supremo ed ecclesiastico, Eugenio portava il giogo con impazienza, intanto che l'unione de' Greci gli somministrava un decoroso pretesto per trasportare un Sinodo fazioso ed indocile dalle rive del Reno a quelle del Po. Al di là dell'Alpi, i Padri non isperavano più di conservare la loro independenza. La Savoia, o Avignone, cui accettarono con ripugnanza per sede dell'adunata, venivano riguardate a Costantinopoli come luoghi posti oltre le colonne d'Ercole[531]. L'Imperator greco e il suo Clero paventavano i pericoli di una lunga navigazione, e soprappiù gli offendeva l'orgoglio manifestato dal Concilio, annunziando che dopo avere annichilata la nuova eresia de' Boemi, non tarderebbe a sradicare l'antica de' Greci[532]. Eugenio intanto non respirava che mansuetudine, compiacenza e rispetto. Le sue sollecitazioni erano allettamenti al Sovrano di Costantinopoli, affinchè la sua presenza imponesse termine allo scisma de' Latini come a quello de' Greci. Gli proponea per luogo di amichevole parlamento Ferrara, situata sulle sponde dell'Adriatico, nel qual tempo, fosse per sorpresa od altro artifizio, si procurò un falso decreto del Concilio[533] che condiscendea trasferirsi in codesta città dell'Italia. A tal fine furono allestite nuove galee in Venezia e nell'isola di Candia, le quali misero in mare prima del navilio di Basilea. L'Ammiraglio del Pontefice ricevè il comando di mandarlo a fondo, arderlo, distruggerlo[534], e poco mancò che queste ecclesiastiche squadre non s'incontrassero in quelle medesime acque, ove sulla gloria della lor preminenza Atene e Sparta contesero. Sollecitato alternativamente dalle due fazioni, che sembravano prontissime a venire alle mani per contendersi fra loro il possedimento della imperiale persona, Paleologo tornò a meditare ancora, se fosse un buon espediente l'abbandonare il palagio e la patria per avventurarsi ad una così pericolosa spedizione. Tornandogli allora a mente i paterni consigli, anche ogni ragione dettata dal senno dovea mostrargli che i Latini divisi fra loro, non si accorderebbero per virtù di una estranea causa. Aggiungasi che lo dissuase dall'imprendere un tale viaggio Sigismondo, in cui non poteano supporsi motivi di parzialità, perchè il Concilio era di suo consenso; e un suggerimento di questo Imperatore, veniva tanto più valutato dai Greci, per aver questi adottata la stravagante opinione che Sigismondo si cercherebbe fra essi un successore all'Impero[535]. Veniva in campo un altro consigliere, comunque non troppo, per vero dire, meritevole della confidenza de' Greci, che Paleologo temea d'irritare, il Sultano de' Turchi; non che Amurat intendesse nulla sulle contestazioni che teneano in discordia i Cristiani; ma ad ogni modo non gli piaceva vederli uniti; onde offeriva di aprire il suo erario ai bisogni di Paleologo, assicurando ciò nullameno con un'apparenza di generosità, che Costantinopoli sarebbe stata inviolabilmente rispettata, ancorchè se ne fosse allontanato il Sovrano[536]. Ma chi gli fece più ricchi donativi, e diede più belle parole, vinse l'animo del Principe greco, che provava anche desiderio di allontanarsi per qualche tempo da un teatro di disgrazie e pericoli. Dopo essersi spacciato con un'equivoca risposta dai deputati del Concilio, fe' nota la sua deliberazione d'imbarcarsi sulle galee pontifizie. Era vecchio assai il Patriarca Giuseppe, onde più fatto alle impressioni del timore che a quelle della speranza, e atterrito da' pericoli che gli sovrastavano sull'Oceano, rimostrò come in un estraneo paese, la sua debole voce e quella di una trentina de' suoi Prelati, correvano rischio di trovarsi affogate in mezzo alle più numerose e potenti de' Vescovi, di cui il Sinodo latino andava composto. Nondimeno cedè ai voleri di Paleologo, alla lusinga datagli che sarebbe ascoltato come l'Oracolo delle nazioni, e alla segreta brama d'imparare dal suo fratello d'Occidente il modo di rendere affatto independente dai Sovrani la Chiesa[537]. Entrarono nel suo corteggio i cinque Crociferi, ossia dignitarj di S. Sofia, e un d'essi, il grande Ecclesiarca, o predicatore Silvestre Siropolo[538], ha composta[539] una Storia dilettevole e sincera della Falsa Unione[540]. Il Clero obbedì, suo malgrado, agli ordini dell'Imperatore e del Patriarca; ma la sommessione era il suo primo dovere, la pazienza la più utile delle sue virtù. Trovansi in una scelta di venti Prelati, i nomi de' metropolitani d'Eraclea, Cizico, Nicea, Nicomedia, Efeso e Trebisonda, e due nuovi Vescovi, Marco e Bessarione, innalzati a tale dignità per la fiducia che il loro sapere e la loro eloquenza inspiravano. Vennero parimente nominati a questa spedizione alcuni monaci e filosofi, perchè accrescessero splendore alla dottrina e alla santità della greca Chiesa, e molti cantori e musici al servizio della Cappella imperiale. I Patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, spedirono deputati, o si suppone almeno che gli avessero spediti; il Primate di Russia rappresentava una Chiesa nazionale, perchè quanto ad estensione di potere spirituale, i Greci poteano stare a petto de' Latini. I preziosi vasi di S. Sofia furono commessi ai rischi del mare, affinchè il Patriarca potesse coll'ordinaria sua pompa uffiziare; e l'Imperatore adoperò quant'oro gli fu dato raccogliere per fregiare d'ornamenti massicci il suo carro e il suo letto[541]. Ma mentre i Greci metteano tanto studio a sostenere le esterne apparenze dell'antica grandezza, contendean fra loro pel riparto di quindicimila ducati, che, a titolo di anticipata elemosina, aveva ad essi somministrato il Pontefice. Appena tutti gli apparecchi furon compiuti, Paleologo, seguìto da numeroso corteggio, accompagnato dal suo fratello Demetrio e dai primi personaggi dello Stato e della Chiesa, s'imbarcò sopra otto navigli instrutti di vele e remi, che governarono verso lo stretto di Gallipoli nell'Arcipelago, passando poscia nel golfo Adriatico[542].
A. D. 1438
Dopo una lunga e molesta navigazione di settantasette giorni, questa religiosa squadra avendo gettata l'áncora innanzi Venezia, trovò tale accoglienza, che la gioia e lo splendore di questa repubblica fe' manifesti. Sovrano del Mondo, il modesto Augusto non avea mai richiesti ai suoi sudditi gli onori di cui gl'independenti Veneti largheggiarono a questo debole successore d'Augusto. Dall'alto di un trono collocato sulla poppa della sua nave, Paleologo ricevè la visita, o per parlare alla greca, le adorazioni del Doge e de' Senatori[543], che vennero entro il Bucintoro, seguìto da dodici ben fornite galee. Vedeasi coperto il mare d'innumerabili gondole, quali d'esse per servire alla pompa dello spettacolo, quali al piacere de' circostanti; di musicali suoni, e dello strepito delle acclamazioni l'aere rintronava: splendeano di seta e d'oro le vesti de' marinai e gli stessi navigli; ogni emblema, mostrava le Aquile romane ai lioni di S. Marco accoppiate; insigne corteggio, che mosse dal principio del Canal Grande, e sotto il ponte di Rialto passò. Gli Orientali contemplavano ammirati i palagi, i tempj e l'immensa popolazione di una città, che galleggiar sembrava sull'onde[544]; ma sospirarono alla vista delle spoglie e de' trofei dal saccheggio di Costantinopoli riportati. Dopo una dimora di quindici giorni a Venezia, Paleologo continuò il suo cammino or per terra, or per acqua sino a Ferrara. In tal momento, la politica del Vaticano avendone vinto l'orgoglio, il Principe greco ricevè tutti gli antichi onori sòliti a concedersi all'Imperatore di Oriente. Entrò in Ferrara cavalcando un cavallo nero, intanto che veniva condotto dinanzi a lui un bel palafreno bianco, i cui bardamenti vedeansi fregiati di aquile ricamate in oro. Camminava sotto di un baldachino che sosteneano i Principi della Casa d'Este, figli o parenti di Nicolò, Marchese della città, e sovrano più potente che Paleologo nol fosse[545]. Il Principe greco non ismontò da cavallo che giunto a piedi dello scalone; venutogli incontro sino alle porte del proprio appartamento il Pontefice, rialzò il Principe, che fece l'atto di prostrarsegli innanzi, e dopo averlo paternamente abbracciato, gli additò una sedia posta alla sua sinistra. Il Patriarca greco ricusò di scendere dalla sua galea sintanto che non si fosse d'accordo sui modi del cerimoniale, regolati finalmente sì che fosse mantenuta un'apparente eguaglianza fra il Vescovo di Roma e quello di Costantinopoli. Questi ricevè un fraterno amplesso dal primo, e tutti gli ecclesiastici greci rifiutarono di baciare il piede al romano Pontefice. All'aprirsi del Sinodo, i Capi ecclesiastici e temporali si disputarono il centro, ossia il posto d'onore; ma Eugenio trovò un pretesto per non seguire l'antico cerimoniale di Costantino e di Marciano, allegando che i suoi predecessori non si erano trovati in persona nè a Nicea, nè a Calcedonia. Dopo lunghe discussioni, fu risoluto, che le due nazioni occuperebbero a destra e a sinistra i due lati della Chiesa; che la Cattedra di S. Pietro terrebbe il primo posto nella fila de' Latini; e che il trono dell'Imperator greco, a capo del suo Clero, si troverebbe alla medesima altezza di rincontro al secondo posto, sede vacante dell'Imperator d'Occidente[546].
Ma non appena le allegrezze e le formalità fecero luogo alle gravi discussioni, malcontenti del Papa e di sè medesimi, i Greci, ebbero a pentirsi dell'imprudente lor viaggio. Gli Ambasciatori d'Eugenio a Costantinopoli lo aveano dipinto come uomo giunto all'apice della prosperità, Capo de' Principi e de' Prelati europei, tutti pronti ad un suo accento a prestargli fede, e impugnar l'armi; inganno che la poco numerosa Assemblea del Concilio di Ferrara in un subito dissipò. I Latini apersero l'adunata con cinque Arcivescovi, diciotto Vescovi e dieci Abati, la maggior parte de' quali sudditi, o concittadini dell'italiano Pontefice. Eccetto il Duca di Borgogna, niun Sovrano dell'Occidente si degnò comparire, o inviare ambasciatori; nè modo eravi di abolire gli atti giudiziarj di Basilea contro la persona e la dignità d'Eugenio, atti che dalla elezione di un nuovo Pontefice venner conchiusi. In tal frangente, Paleologo chiese ed ottenne una dilazione per procacciarsi dai Latini alcuni vantaggi temporali, qual prezzo di un'unione che i suoi sudditi riprovavano; dopo la prima adunanza, le discussioni pubbliche furono differite di lì a sei mesi. L'Imperatore, accompagnato da una truppa di favoriti e di giannizzeri, trascorse la state in un vasto monastero, situato gradevolmente sei miglia fuor di Ferrara; e dimenticando fra i piaceri della caccia le dispute della Chiesa e la calamità dello Stato, non pensò che a distruggere il salvaggiume, senza darsi per inteso delle giuste querele del Marchese e de' coltivatori della campagna[547]. Intanto i suoi miseri Greci soffrivano tutte le molestie dell'esilio e della povertà; erano stati assegnati per la sua spesa a ciascuno straniero tre, o quattro fiorini d'oro al mese, e benchè l'intera somma arrivasse a più di settecento fiorini, l'indigenza, o la politica del Vaticano, facea sempre rimanere addietro buona parte di tale assegnamento[548]. Sospiravano essi di vedersi liberati da quel confino, ma un triplice ostacolo impediva loro il fuggirne. Non poteano uscire di Ferrara, senza un passaporto de' lor superiori; i Veneziani aveano promesso di arrestare e rimandare i fuggitivi: giungendo anche a Costantinopoli, non avrebbero potuto sottrarsi alla scomunica, alle ammende, ad una sentenza che condannava persino gli ecclesiastici ad essere posti ignudi e pubblicamente flagellati[549]. La sola fame potè far risolvere i Greci ad aprire il primo parlamento; ma con estrema ripugnanza acconsentirono a seguire a Firenze il Sinodo fuggitivo; espediente però inevitabile, perchè e la peste dominava in Ferrara, e la fedeltà del Marchese era divenuta sospetta, e le truppe del Duca di Milano si avvicinavano alla città. Che anzi tenendo queste la Romagna, sol con molta fatica e pericoli, il Papa, l'Imperatore e i Prelati si apersero un varco per mezzo ai men frequentati sentieri dell'Apennino[550].
A. D. 1438-1439
Ma la politica e il tempo avendo superati tutti gli ostacoli, la violenza stessa de' Padri di Basilea giovò ai buoni successi di Eugenio. Le nazioni dell'Europa essendo venute a detestare lo scisma, rifiutarono l'elezione di Felice V, successivamente Duca di Savoia, eremita, e Papa. I più poderosi Principi si avvicinarono al rivale dell'escluso Pontefice, passando a grado dalla neutralità ad una sincera affezione. I Legati, seguìti da alcuni spettabili membri, si volsero ai Padri romani, che vedeano tuttodì crescere il proprio numero, e l'opinione del Pubblico in loro favore. Il Concilio di Basilea trovavasi ridotto a trentanove Vescovi e trecento membri del clero inferiore[551], intanto che i Latini di Firenze univano alla persona del Pontefice otto Cardinali, due Patriarchi, otto Arcivescovi, cinquantadue Vescovi, e quarantacinque Abati, o Capi d'Ordini religiosi. Il lavoro di nove mesi e le discussioni di venticinque adunanze, operarono finalmente l'unione de' Greci. Quattro quistioni principali eransi agitate dalle due Chiese, e riguardavano I. L'uso del pane azzimo nella Comunione. II. La natura del Purgatorio. III. La supremazia del Papa. IV. La processione, semplice o duplice, dello Spirito Santo. La causa di entrambe le nazioni da dieci abili Teologhi venne discussa. Il Cardinale Giuliano adoperò l'ineffabile sua eloquenza a favor de' Latini; i Greci ebbero Marco d'Efeso e Bessarione di Nicea per lor primarj campioni. Non ometteremo a tale proposito una osservazione che onora i progressi della ragione umana. La prima di tali quistioni fu discussa siccome punto poco rilevante, che potea variare, senza portar seco gravi conseguenze, giusta l'opinione de' tempi e delle nazioni; quanto alla seconda le due parti convennero dovervi essere uno stato intermedio di purificazione per li peccati veniali. Se poi una siffatta purificazione venisse operata dal fuoco elementare, era un tale articolo, che per avere maggiore agio di definirlo in quel medesimo luogo, i disputanti si presero il tempo d'alcuni anni. La supremazia del Papa parea un punto più importante e più litigioso: cionnullameno gli Orientali che aveano sempre riconosciuto il Vescovo di Roma pel primo fra i cinque Patriarchi, non fecero difficoltà ad ammettere che egli usasse della sua giurisdizione in conformità de' santi canoni, condiscendenza vaga che poteva essere determinata, o priva d'effetto secondo le circostanze. La processione dello Spirito Santo, o dal solo Padre, o dal Padre e dal Figlio era articolo di Fede più profondamente radicato nell'opinione degli uomini. Nell'Assemblea di Ferrara e di Firenze, l'addizione Latina del Filioque diede motivo a due quistioni, l'una che riguardava la legalità, l'altra l'ortodossia. Gli è inutile che sopra un tale argomento io mi diffonda in proteste d'imparziale indifferenza per parte mia; pur sembrami che i Greci avessero per sè un vittorioso argomento nella decisione del Concilio di Calcedonia, col quale si proibiva l'aggiungere alcun articolo, qualunque fosse, al Simbolo di Nicea, o piuttosto di Costantinopoli[552]. Negli affari di questo Mondo non è sì facile il comprendere come un'Assemblea di legislatori, possa impor vincoli ai suoi successori, forniti della medesima autorità; ma una decisione dettata dall'inspirazione divina, debbe essere vera ed immutabile. L'avviso di un Vescovo o di un Sinodo di provincia non può prevalere contra il giudizio universale della Chiesa cattolica. Quanto al dottrinale, gli argomenti erano eguali da tutte due le bande, e questa disputa parea volgere all'infinito, perchè la processione di un Dio è cosa che confonde l'umana intelligenza. L'Evangelio collocato sull'altare, nulla offeriva che potesse risolvere la quistione. I testi de' santi Padri potevano essere stati sagrificati dalla soperchieria, o da capziose argomentazioni oscurati: i Greci non conoscevano nè gli scritti de' Santi latini, nè i loro caratteri[553]. Noi possiamo per lo meno essere sicuri che gli argomenti di ciascuna fazione parvero impotenti contro quelli dell'altra. La ragione può rischiarare gli errori di una mente pregiudicata; una continua attenzione corregger le sviste, se l'oggetto può essere presentato ai nostri sensi: ma i Vescovi e i frati aveano imparato sin dall'infanzia a ripetere una formola di misteriose parole; alla ripetizione di queste parole medesime aveano congiunto il loro onore nazionale e personale, e l'acredine di una disputa pubblica li rendè del tutto intrattabili.
Intanto che questi si perdevano in un labirinto d'argomenti oscuri, il Papa e l'Imperatore bramavano un'apparenza di unione, che sola potea raggiugnere lo scopo del loro abboccamento; laonde l'ostinazione non resistè all'influsso di personali e segrete negoziazioni. Il Patriarca Giuseppe era soggiaciuto al peso degli anni e dell'infermità, e le parole ch'ei pronunziò spirando, furono di pace e d'unione. La speranza di ottenerne la carica, tentava l'ambizione del Clero greco; e la pronta sommessione di Bessarione e d'Isidoro, Arcivescovi, un di Nicea, l'altro di Russia, fu comperata e guiderdonata col promoverli immantinente alla dignità cardinalizia. Nelle prime discussioni, Bessarione erasi mostrato il più fermo ed eloquente campione della Chiesa greca; e se la patria lo ributtò come apostata e figlio spurio[554], egli diè a divedere, se prestiamo fede alla storia ecclesiastica, il raro esempio di un cittadino che sa rendersi commendabile alla Corte con una resistenza segnalata, e con una rassegnazione adoperata a proposito. Soccorso da' suoi due Coadjutori spirituali, l'Imperatore usò, rispetto a ciascuno de' due Vescovi, gli argomenti più confacevoli allo stato loro in generale e alla loro indole in particolare; sicchè tutti a mano a mano cedettero all'esempio, o all'autorità. Prigionieri presso i Latini, spogliati delle loro rendite dai Turchi, tre vesti e quaranta ducati, faceano tutto il loro tesoro, che ben presto si trovò rifinito[555]. Per poter tornare alla lor patria, doveano raccomandarsi alle navi di Venezia e alla generosità del Pontefice; in somma vedeansi ridotti a tale indigenza che bastò per guadagnarli offrir loro il pagamento degli assegnamenti arretrati, ai quali avevano diritto[556]. I soccorsi de' quali abbisognava la pericolante Costantinopoli poteano scusare una prudente e pia dissimulazione: ma a questi riguardi si aggiunsero forti inquietudini sulla personale loro sicurezza, perchè fu fatto ad essi comprendere che sarebbero abbandonati in Italia alla giustizia, o alla vendetta del romano Pontefice[557]. Nell'Assemblea particolare dei Greci, ventiquattro membri di questa Chiesa approvarono la formula d'unione, sol dodici recalcitrarono. Ma i cinque Crociferi di S. Sofia che aspiravano alla vacante carica del Patriarca, furono respinti per essersi tenuti alle regole dell'antica disciplina, e videro il lor diritto di suffragio trasmesso a Monaci, a Gramatici, a Laici, dai quali si aspettava una maggior compiacenza: sicchè la volontà del Monarca produsse finalmente una fallace e codarda unanimità. Sol due uomini zelanti d'amor di patria osarono far palesi pubblicamente i loro sentimenti e quelli della nazione; Demetrio fratello dell'Imperatore ritiratosi a Venezia per non essere spettatore di questa unione, e Marco d'Efeso, che credendo forse stimolo di coscienza il suo orgoglio, gridò eretici tutti i Latini, rifiutò la loro comunione, e si chiarì solennemente il difensore della Chiesa greca e ortodossa[558]. Fu fatta prova di mettere in iscritto il Trattato di unione con que' termini che potessero soddisfare i Latini, nè soverchiamente umiliare i Greci; ma comunque si pesassero le parole e le sillabe, la bilancia inclinò qualche poco in favore del Vaticano. Si stabilì (e qui domando attenzione dal leggitore) che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, come da un stesso principio o da una stessa sostanza; che procede dal Figlio essendo della stessa natura e della stessa sostanza, e che procede dal Padre e dal Figlio per una spirazione e per una produzione. Gli articoli de' preliminari di questo Trattato saranno stati intesi più facilmente. Eugenio si obbligava coi Greci a pagare tutte le spese del loro ritorno, a mantenere sempre due galee e trecento soldati in difesa di Costantinopoli, a mandar loro dieci galee per un anno o venti per sei mesi, qualunque volta ne venisse richiesto, a sollecitare in un momento di grave pericolo i soccorsi de' Principi dell'Europa, e a mandare all'áncora nel porto di Bisanzo tutt'i vascelli che trasporterebbero pellegrini a Gerusalemme.
A. D. 1438
Nello stesso anno, e quasi nel medesimo giorno, a Basilea[560] si toglieva il Pontificato ad Eugenio che stava a Firenze terminando l'unione de' Greci coi Latini. Il Sinodo di Basilea, che per vero dire il Pontefice romano chiamava un'Assemblea di demonj, lo pronunziò colpevole di simonia, di spergiuro, di tirannide, d'eresia e di scisma[561]; incorreggibile ne' suoi vizj, e indegno di sostenere verun uffizio ecclesiastico. Il Sinodo di Firenze intanto (A. D. 1438) lo riveriva come Vicario legittimo e sacro di Gesù Cristo, come l'uomo di cui la pietà e la virtù, dopo una separazione di sei secoli, aveano riuniti i Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente in un sol gregge, e sotto un solo Pastore. L'atto di Unione venne sottoscritto dal Papa, dall'Imperatore e dai primarj membri delle due Chiese, non eccetto que' medesimi, i quali, come Siropolo, erano stati privi del diritto di dar voto[562]. Sembrava che due copie di simile atto, una per l'Oriente, l'altra per l'Occidente bastassero. Ma Eugenio ne fece copiare e sottoscrivere quattro, onde moltiplicare i monumenti della riportata vittoria[563]. Ai sei di luglio, giornata memorabile, i successori di S. Pietro e di Costantino salirono sui loro troni alla presenza di due nazioni adunate nella Cattedrale di Firenze. I rappresentanti di queste nazioni, il Cardinale Giuliano e Bessarione, Arcivescovo di Nicea, si mostrarono sulla cattedra, ove dopo aver letto ad alta voce, ciascuno in sua lingua, l'Atto di unione, si diedero pubblicamente il bacio di pace e di riconciliazione, a nome dei loro compatriotti, e fra gli applausi di quelli d'essi che erano presenti. Il Papa e il suo Clero uffiziarono secondo i riti della romana Liturgia, e venne cantato il simbolo coll'aggiunta del Filioque. I Greci che diedero in ordine a ciò la loro approvazione, si scusarono assai goffamente, adducendo a motivo del proprio contegno, l'ignoranza del significato di queste parole, che furono mal articolate, e che per altro erano assai armoniose[564]. Più scrupolosi i Latini, ricusarono fermamente di ammettere veruna cerimonia della Chiesa d'Oriente. Cionnullameno l'Imperatore e il suo Clero non dimenticarono l'onore della propria nazione, e ratificando volontariamente il Trattato, sottintesero la clausola tacita che non si farebbe veruna innovazione nel loro Simbolo, o nelle loro cerimonie. Risparmiarono e rispettarono la generosa fermezza di Mario d'Efeso, nè vollero dopo la morte di Giuseppe, procedere all'elezione di un nuovo Patriarca, in tutt'altro luogo fuorchè nella Cattedrale di Santa Sofia. Eugenio superò le sue promesse e le loro speranze nelle liberalità usate, in generale e in particolare, verso de' Greci. Con minor pompa e più umili se ne tornarono questi per la via di Ferrara e Venezia. Nel successivo capitolo sapranno i miei leggitori quale accoglienza trovarono a Costantinopoli[565] (A. D. 1440). Il buon successo di questa prima impresa incoraggiò Eugenio a rinovare una scena così edificante; i deputati degli Armeni e de' Maroniti, i Giacobiti dell'Egitto e della Sorìa, i Nestoriani e gli Etiopi, ammessi successivamente a baciare il piede del Santo Padre, annunziarono l'obbedienza e l'ortodossia dell'Oriente. Questi Ambasciatori, sconosciuti presso alle nazioni che si arrogavano di rappresentare[566], giovarono a divulgare per l'Occidente la fama della pietà di Eugenio; e gridori ad arte sparsi, accusarono gli scismatici della Svizzera e della Savoia, siccome i soli che si opponessero alla perfetta unione del Mondo cristiano. Alla vigorosa loro resistenza, succeduta finalmente la stanchezza d'un inutile sforzo, e sciogliendosi per insensibili gradi il Concilio di Basilea, Felice giudicò opportuna cosa rassegnare la tiara, e tornarsene al suo devoto o delizioso romitaggio di Ripaglia[567] (A. D. 1449). Scambievoli atti di dimenticanza del passato e compensi confermarono la pace generale; si lasciò che i disegni di riforma andassero a vôto; i Papi si mantennero nella loro supremazia spirituale e continuarono ad abusarne[568]: nessun litigio in appresso turbò le elezioni di Roma[569].
A. D. 1300-1453
I successivi viaggi de' tre Imperatori non partorirono ad essi grandi vantaggi in questo Mondo, nè probabilmente nell'altro; pur felici ne furono lo conseguenze, perchè portarono l'erudizione greca in Italia, d'onde si diffuse presso tutte le nazioni dell'Occidente e del Settentrione. In mezzo al servaggio abbietto cui ridotti erano i sudditi di Paleologo, possedeano tuttavia la preziosa chiave dei tesori dell'Antichità, quella lingua armoniosa e feconda che infonde un'anima agli oggetti sensibili, e veste di corpo le astrazioni della filosofia. Dopo che i Barbari, avendo oltrepassati i confini della Monarchia, si erano mescolati fino cogli abitanti della Capitale, certamente aveano corrotta la purezza del dialetto; onde fu d'uopo d'abbondanti Glossarj per interpretare molti vocaboli tolti dalla lingua araba, turca, schiavona, latina e francese[570]. Nondimeno questa purezza mantenevasi ancora alla Corte, e veniva insegnata tuttavia ne' collegi. Un dotto Italiano[571] che, per lungo domicilio e onorevole parentado contratto[572], avea ottenuto luogo fra i nativi di Costantinopoli, circa trent'anni prima della conquista de' Turchi, ci ha lasciato intorno ai Greci alcuni particolari, che però la sua parzialità avrà forse abbelliti. «La volgar lingua, dice Filelfo[573], è stata alterata dal popolo e corrotta dai molti mercatanti, o stranieri che giungono tuttodì a Costantinopoli, e si mescolano cogli abitanti. Dai discepoli di questa scuola i Latini hanno ricevute le traduzioni goffe ed oscure di Platone e di Aristotele. Ma il discorso nostro cade unicamente su que' Greci che meritano essere imitati, perchè alla contagione generale sfuggirono. Troviamo ne' loro famigliari intertenimenti la lingua di Aristofane e di Euripide, de' Filosofi e degli Storici d'Atene, e più accurato e più corretto è anche lo stile de' loro scritti. Le persone più vicine alla Corte a motivo delle loro cariche, o della nascita, son pur quelle che conservano meglio, e scevre da ogni miscuglio l'eleganza e la purezza degli antichi; tutte le grazie naturali della lingua greca osserviamo mantenersi dalle nobili matrone che non hanno comunicazione alcuna cogli stranieri. Che dico io cogli stranieri? Vivono ritirate e lontane dagli sguardi de' medesimi loro concittadini. Rare volte si fanno vedere sulle strade; nè escono di casa, se non la sera, per trasferirsi alla Chiesa, e visitare i più prossimi parenti. In tali occasioni, vanno a cavallo, coperte di un velo, accompagnate dai loro mariti, circondate dai congiunti, o dai servi[574]».
Presso i Greci un Clero ricco e copioso si consagrava al servigio degli altari. Que' Monaci e Vescovi essendosi distinti sempre per austerità di costumi non si abbandonavano siccome gli ecclesiastici latini agl'interessi e ai diletti della vita secolare, nè della militare tampoco. Dopo avere perduta una gran parte del loro tempo in atti di divozione e nelle oziose discordie della Chiesa, o del Chiostro, quelli che d'animo più solerte e curioso erano forniti, si dedicavano ardentemente allo studio dell'erudizione greca, sacra e profana. Presedevano inoltre alla educazione della gioventù, onde le scuole di eloquenza e di filosofia durarono fino alla caduta dell'Impero; e può affermarsi che il recinto di Costantinopoli contenea più scritti scientifici e libri di quanti ne fossero diffusi nelle vaste contrade dell'Occidente[575]. Ma di già osservammo che i Greci aveano fatta pausa, o anzi arretravano, intanto che i Latini faceano rapidi progressi; progressi animati dallo spirito di emulazione e d'independenza; onde il picciolo Mondo racchiuso entro i limiti dell'Italia contenea più popolazione e parti d'industria che non l'Impero spirante di Costantinopoli. In Europa, le ultime classi della società si erano affrancate dalla feudale servitù, e la libertà traeva con sè il desiderio d'istruirsi e il lume delle cognizioni che ne viene per conseguenza. La superstizione avea conservato l'uso della lingua latina, che parlavasi, per vero dire, in rozza e corrotta guisa, ma migliaia di studenti frequentavano le Università moltiplicatesi da Bologna d'Italia fino ad Oxford[576], e comunque mal regolato fosse il loro ardore agli studj, poteano finalmente volgerlo a più nobili e liberali ricerche. In questo risorgimento delle scienze l'Italia fu la prima che fece sventolare la propria bandiera, e il Petrarca colle sue lezioni e col suo esempio ha meritato che gli si attribuisca il vanto di primo nell'accendere la fiaccola del sapere. Lo studio e l'imitazione degli scrittori dell'antica Roma, diedero maggiore purezza allo stile, più giustezza ai ragionamenti, più nobiltà ai pensieri. I discepoli di Virgilio e di Cicerone si avvicinarono con rispettoso fervore ai Greci stati maestri di questi sommi scrittori. Vero è che nel saccheggio di Costantinopoli, i Franchi, e i medesimi Veneziani aveano sprezzate e distrutte le opere di Lisippo e di Omero; ma non accade de' capolavori degli Scrittori, come di quelli dell'arti, cui basta un barbaro cenno ad annichilare per sempre; la penna rinova e moltiplica le copie de' primi, e l'ambizione dal Petrarca e de' suoi amici, fu possedere di queste copie e intenderne il significato. La conquista de' Turchi accelerò, non v'ha dubbio, la peregrinazione delle Muse, nè possiamo difenderci da un tal qual moto di terrore, in pensando come le Scuole e le Biblioteche della Grecia avrebbero potuto essere distrutte, prima che l'Europa escisse della sua barbarie; la qual cosa, se fosse accaduta, i germi delle scienze si sarebbero dispersi prima che il suolo dell'Italia fosse preparato a riceverli e coltivarli.
I più dotti fra gli Italiani del secolo decimoquinto, confessano ed esaltano il rinascimento della erudizione greca[577], sepolta da molti secoli nell'obblio. Nondimeno in questa contrada e al di là dell'Alpi, si citano alcuni uomini dotti, che ne' secoli dell'ignoranza si distinsero onorevolmente nella cognizione della lingua greca; e la vanità di nazione non ha trascurate le lodi dovute a questi esempj di straordinaria erudizione. Senza esaminare troppo scrupolosamente il merito personale di cotesti uomini, non pensiamo però starci dall'osservare che la loro scienza era priva di scopo come di utilità; che era cosa facile ad essi l'appagare sè medesimi, e una turba di contemporanei anche più ignoranti di loro, i quali possedeano pochissimi manoscritti composti nella lingua da essi come per prodigio appresa, e che in nessuna Università dell'Occidente veniva insegnata. Rimaneano alcuni vestigi di questa lingua in un angolo dell'Italia, ove riguardavasi come lingua volgare, o almeno come lingua ecclesiastica[578]. L'antico influsso delle colonie doriche e ionie, non era affatto distrutto. Le Chiese della Calabria essendo state per lungo tempo unite al trono di Costantinopoli, i Monaci di S. Basilio, faceano tuttavia i loro studj sul monte Atos (A. D. 1339) e nelle Scuole dell'Oriente. Il frate Barlamo, che già vedemmo in figura di settario e di Ambasciatore, era calabrese di nascita, e per opera di lui risorsero oltre l'Alpi la memoria e gli scritti di Omero[579]. Il Petrarca e il Boccaccio[580] nel dipingono uomo di piccola statura, sorprendente per erudizione ed ingegno, fornito di giusto e rapido discernimento, ma di una elocuzione lenta e difficile. La Grecia al dir loro non avea nel corso di molti secoli prodotto chi il pareggiasse per nozioni di Storia, di Gramatica e di Filosofia. I Principi e i dottori di Costantinopoli, riconobbero il merito sublime di cotest'uomo con attestazioni; delle quali una tuttavia ci rimane. L'Imperatore Cantacuzeno, comunque proteggesse gli avversarj di Barlamo, confessa che questo profondo e sottile logico[581] era versatissimo nella lettura di Euclide, di Aristotele e di Platone. Alla Corte di Avignone, Barlamo si unì in lega intrinseca col Petrarca[582], il più dotto fra i Latini, essendo stato fomite della letteraria loro corrispondenza il desiderio reciproco d'instruirsi. Datosi con ardore allo studio della lingua greca il Toscano, dopo avere laboriosamente lottato contro l'aridezza e la difficoltà delle prime regole, pervenne a sentire le bellezze di que' Poeti e Filosofi, di cui possedeva l'ingegno, ma non potè vantaggiare a lungo della compagnia e delle lezioni del nuovo amico. Abbandonatasi da Barlamo una inutile Legazione, tornò questi in Grecia, ma suscitò imprudentemente il fanatismo de' frati coll'adoperarsi a sostituire la luce della ragione a quella del loro ombelico. Dopo una separazione di tre anni, i due amici s'incontrarono alla Corte di Napoli; ma il generoso discepolo rinunziando a quella occasione di farsi più perfetto nel greco idioma, cercò con forti raccomandazioni ed ottenne a Barlamo un piccolo Vescovado[583] nella Calabria, patria dello stesso Barlamo. Le diverse occupazioni del Petrarca, l'amore, l'amicizia, le corrispondenze, i viaggi, la sua coronazione d'alloro a Roma, la cura data alle sue composizioni in versi e in prosa, in latino e in italiano, il distolsero dallo studio di un idioma straniero. Egli avea all'incirca cinquant'anni, allorchè uno de' suoi amici, Ambasciatore di Bisanzo, parimente versato in entrambe le lingue gli fe' dono di una copia d'Omero. La risposta ad esso fatto da Petrarca, attesta ad un tempo la gratitudine, i delicati crucci dell'animo, l'eloquenza di questo grand'uomo: «Il dono del testo originale di questo divino Poeta sorgente d'ogni invenzione è degno di voi e di me: voi avete adempiuta la vostra promessa, e appagati i miei voti. Ma imperfetta è la vostra generosità: dandomi Omero, dovevate darmi voi stesso, divenir mia guida in questo campo di luce, e scoprire ai miei occhi attoniti le seducenti maraviglie dell'Iliade e dell'Odissea. Ma, oh dio! Omero è muto per me, ovvero io sono sordo per lui, e non è in mia facoltà il godere delle bellezze che esso presenta. Ho collocato il Principe de' Poeti a fianco di Platone, il Principe de' filosofi, e divengo superbo di contemplarli. Io possedea già tutta quella parte de' loro scritti immortali che è stata tradotta in latino; ma ora comunque io non possa trarne profitto, mi è però un conforto il vedere questi rispettabili Greci vestiti coll'abito di lor nazione. La presenza di Omero mi rapisce: e allorquando tengo questo tacito volume fra le mie mani, esclamo sospirando: illustre Poeta, con qual giubilo ascolterei i tuoi canti, se la morte di un amico e la cordogliosa lontananza di un altro non togliessero ogni forza di sentire al mio udito! Ma l'esempio di Catone, mi fa coraggioso, nè dispero ancora in pensando che sol sul compiersi dei suoi giorni questo Romano alla conoscenza delle lettere greche pervenne»[584].
A. D. 1360
La scienza cui sforzavasi invano di aggiugnere il Petrarca, fu più accessibile agli studj dell'amico di lui il Boccaccio, padre della prosa toscana[585]. Questo Scrittore popolare, che dee la propria celebrità al Decamerone, vale a dire ad un centinaio di Novelle amorose e piacevoli, può giustamente essere considerato come colui che ridestò in Italia lo spento amore dell'idioma greco. Pervenuto nel 1360, e colle persuasioni e cogli atti di ospitalità a trattenere presso di sè Leone, o Leonzio Pilato, che indirigevasi ad Avignone, lo alloggiò nella propria casa, ed ottenutagli una pensione dalla Repubblica fiorentina, consagrò tutte le ore di ozio al primo professore greco che insegnasse questa lingua nelle contrade occidentali dell'Europa. L'esterno di Leone avrebbe allontanato da tale studio un discepolo che ne fosse stato amante men del Boccaccio. Avvolto questo maestro in mantello di filosofo, o di cencioso, avea contegno ributtante, capelli neri che disordinatamente gli venivan sul fronte, barba lunga, nè troppo monda, di carattere volubile e cupo, e nè meno compensava questi difetti sgradevoli colle grazie e colla chiarezza del discorso quando parlava latino. Pur l'ingegno di costui racchiudeva un tesoro di greca erudizione; egualmente versato nella favola, nella storia, nella gramatica e nella filosofia, spiegò nelle scuole di Firenze i poemi d'Omero. Col soccorso delle istruzioni del medesimo, il Boccaccio compose, per far cosa grata all'amico Petrarca, una traduzione letterale in prosa dell'Iliade e dell'Odissea, della quale è probabile che si valesse in segreto Lorenzo Valla per comporre nel successivo secolo la sua versione latina. Il Boccaccio inoltre da' suoi intertenimenti con Leone raccolse i materiali per l'Opera intorno agli Dei del Paganesimo, riguardata in quel secolo come un prodigio di erudizione, e che l'autore giuncò di caratteri e passi greci per eccitare la sorpresa e l'ammirazione de' suoi ignoranti contemporanei[586]. I primi passi nella instruzione sono lenti e penosi; ond'è che tutta l'Italia non somministrò in principio che dieci discepoli d'Omero, numero al quale nè Roma, nè Venezia, nè Napoli aggiunse un solo nome di più. Nondimeno gli studenti si sarebbero moltiplicati, e questo studio avrebbe fatto più rapidi progressi, se l'incostante Leone, in capo a tre anni, non avesse abbandonato uno stato onorevole e vantaggioso. Passando da Padova si fermò alcuni giorni in casa del Petrarca, cui tanto spiacque il carattere cupo e insocievole di quest'uomo, quanto l'erudizione lo soddisfece; malcontento degli altri e di sè medesimo, disdegnando la felicità di cui potea godere, Leone non si traeva mai volentieri coll'immaginazione che su gli uomini e gli oggetti lontani. Tessalo in Italia, Calabrese in Grecia, disprezzava alla presenza de' Latini i loro costumi, la loro religione, la loro lingua, e arrivato appena a Costantinopoli sospirò la ricchezza de' Veneziani e l'eleganza de' Fiorentini. Voltosi nuovamente agli amici d'Italia, li trovò sordi alle sue importunità; nondimeno molto ripromettendosi dalla loro indulgenza e curiosità, si avventurò ad un secondo viaggio; ma all'ingresso del golfo Adriatico il vascello, entro cui stavasi, essendo stato assalito da una tempesta, l'infelice Professore, raccomandatosi come Ulisse all'albero della nave, morì percosso dal fulmine. L'affettuoso Petrarca versò qualche lagrima sulla morte di questo infelice; ma soprattutto cercò accuratamente di sapere, se qualche copia di Sofocle, o d'Euripide fosse caduta fra le mani de' marinai[587].
A. D. 1390-1415
I deboli germi raccolti dal Petrarca e trapiantati dal Boccaccio, inaridirono ben tosto. La successiva generazione, limitatasi a perfezionare la latina eloquenza, abbandonò l'erudizione greca, e solamente verso la fine del secolo XIII quest'altro studio si rinovò in guisa durevole nell'Italia[588]. Prima d'imprendere il suo viaggio, Manuele avea deputati oratori ai Sovrani d'Occidente per eccitare la loro compassione. Il più ragguardevole di questi per dignità e per sapere fu Manuele Crisoloras[589], di nascita sì nobile, a quanto credeasi, che i maggiori di lui aveano abbandonata Roma per seguire il Gran Costantino. Dopo avere visitate le Corti di Francia, e d'Inghilterra, ove ottenne alcuni soccorsi e molte promesse, venne sollecitato a sostenere pubblicamente gli uffizj di Professore, secondo invito fatto a un Greco, di cui parimente Firenze ebbe il merito. Crisoloras, versato del pari nelle lingue greca e latina, meritò i riguardi per lui avutisi dalla Repubblica, e le speranze ne oltrepassò. Discepoli d'ogni età e di ogni condizione alla sua scuola accorrevano, e uno fra questi compose una Storia generale, in cui rendea conto de' motivi degli studj impresi e degli ottenuti successi. «In quel tempo, dice Leonardo Aretino[590], io studiava la Giurisprudenza, ma ardendo l'animo mio per l'amor delle Lettere, io dava alcune ore allo studio della Logica e della Rettorica. All'arrivo di Manuele stetti perplesso, se avrei abbandonato lo studio delle leggi, o se avrei lasciata sfuggire la preziosa occasione che mi si offeriva, instituendo nel bollore dalla mia giovinezza questi ragionamenti fra me medesimo: Così dunque tradiresti la fortuna che ti sorride? Ricuseresti un modo per potere conversare famigliarmente con Omero, con Demostene e con Platone, con que' Poeti, con que' Filosofi, con quegli Oratori, di cui tanto grandi maraviglie si narrano, e che tutte le generazioni hanno riconosciuti quali maestri sovrani di tutte le scienze? Si troverà sempre nelle nostre Università un numero bastante di Professori di diritto civile; ma un maestro di lingua greca, e un maestro simile a questo, lasciandolo sfuggire una volta, come trovarlo di nuovo? Convinto da questo ragionamento, mi dedicai per intero a Crisoloras, e con tanta ardenza, che le lezioni da me studiate il giorno, divenivano costantemente il soggetto de' sogni miei nella notte[591].» Nel medesimo tempo Giovanni da Ravenna, educato nella casa del Petrarca[592], interpretava gli autori latini a Firenze; duplice scuola in cui furono allevati quegli Italiani che illustrarono il secolo e la patria loro, e per tal modo quella chiara città dell'Italia, divenne l'utile vivaio dell'erudizione de' Greci e dei Romani[593]. L'arrivo dell'Imperatore richiamò Crisoloras dalla cattedra alla Corte, ma insegnò in appresso a Pavia e a Roma colla medesima fortuna e coronato sempre d'eguali applausi. Ripartendo i quindici ultimi anni della sua vita, fra l'Italia e Costantinopoli, ora Inviato imperiale, or Professore, l'onorevole ministero di rischiarare col proprio ingegno una straniera nazione, nol fece dimentico mai di quanto al suo Principe e alla sua patria dovea. Manuele Crisoloras, morì a Costanza, ove lo avea spedito in delegazione presso al Concilio l'Imperatore.
A. D. 1400-1500
Allettata da sì fatto esempio, una folla di Greci indigenti, e istrutti almeno nella loro lingua, si diffusero per l'Italia, accelerando così il progresso delle lettere greche. Gli abitanti di Tessalonica e di Costantinopoli fuggirono lungi dalla tirannide de' Turchi, in seno ad un paese ricco, libero e curiosissimo. Il Concilio introdusse in Firenze le dottrine della Chiesa greca, e gli oracoli della filosofia di Platone: e que' fuggiaschi che acconsentirono alla unione delle due Chiese, ebbero nella nuova patria il doppio merito di abbandonare l'antica, non solamente per la causa del Cristianesimo, ma per quella più particolare del Cattolicismo. Un cittadino che sagrifica la sua fazione e la propria coscienza agli adescamenti del favore, può nondimeno non essere sfornito delle sociali virtù di un privato. Lungi dal suo paese, egli è meno esposto agli umilianti nomi di schiavo e di apostata, e la considerazione che si guadagna presso i nuovi associati, può a grado a grado ricondurlo a ben pensare di sè medesimo. Bessarione, che in premio della sua docilità aveva ottenuta la porpora ecclesiastica, pose dimora in Italia; e il Cardinale greco, patriarca titolare di Costantinopoli, fu riguardato a Roma come il Capo e protettore della sua nazione[594]. Fece valere il suo ingegno nelle Legazioni di Bologna, di Venezia, della Francia e dell'Alemagna, e in un Conclave fu per alcuni momenti disegnato a salire la cattedra di S. Pietro[595]. Gli onori ecclesiastici avendo giovato a farne spiccare di più il merito e l'ingegno letterario, il suo palagio videsi trasformato in una scuola, nè accadea che il Cardinale si trasferisse al Vaticano senza che lo seguisse un numeroso stuolo di discepoli dell'una e dell'altra nazione[596], e di dotti, i quali col gloriarsi di un tale maestro, vie meglio meritavano dal pubblico, divenuti eglino pure autori di scritti che, oggidì coperti di polvere, grande spaccio ebbero in quella età con molto vantaggio de' contemporanei. Non mi assumo io qui di noverare tutti coloro che nel secolo XV contribuirono a restaurare la greca letteratura. Mi basta il citare con gratitudine i nomi di Teodoro Gaza, di Giorgio da Trebisonda, di Giovanni Argiropolo, e di Demetrio Calcocondila, che insegnarono la propria nativa lingua nelle scuole di Firenze e di Roma. Le loro fatiche pareggiarono quelle di Bessarione, del quale rispettavano la dignità, invidiandone in segreto la sorte; ma umile ed oscura si fu la vita di questi gramatici, che, toltisi dal lucroso arringo ecclesiastico, viveano segregati dalle più ragguardevoli compagnie, e per le proprie consuetudini, e per lo stesso vestire; laonde non avendo essi ambito altro merito, fuor quello dell'erudizione, doveano contentarsi di quel solo compenso che a questa si tributava. Da tal classe vuol essere eccettuato Giovanni Lascaris[597]. I modi affabili, l'eloquenza, l'illustre nascita che lo adornavano, raccomandarono in lui un discendente d'Imperatori ai Reali di Francia, i quali lo inviavano in diverse città, ove adempieva a vicenda gli uffizj di negoziatore e di Professore. Per dovere e per interesse, i mentovati dotti coltivarono lo studio della lingua latina, alcuni di loro essendo pervenuti a scrivere e a parlare con eleganza e facilità questo idioma ad essi peregrino. Non quindi spogliatisi mai della nazionale vanità, le loro lodi, o almeno l'ammirazione riserbavano come in privilegio agli scrittori del loro paese, all'ingegno de' quali la fama ed il vitto doveano; e la loro parzialità alcune volte svelavano con isconvenevoli critiche, o piuttosto satire contro i poemi di Virgilio, e le arringhe di Cicerone[598]. Non dee però tacersi che molta parte del merito per cui primeggiavano questi maestri del greco, diveniva loro dalla consuetudine di parlare in tale idioma, consuetudine che va per necessità unita alle lingue viventi: ma i loro primi discepoli non poterono discernere quanto avessero tralignato dalla scienza ed anche dalla pratica dei loro maggiori; e fu opera del senno della successiva generazione, il bandir dalle scuole la pronunzia viziosa[599] che quelli vi aveano introdotta. Ignari essendo del valore degli accenti greci, quelle note musicali, che pronunziate da una lingua attica e da orecchio attico udite, racchiudevano il segreto dell'armonia, non erano per essi, come per noi, che contrassegni muti e privi di significato, inutili nella prosa, incomodi nella poesia. Possedeano essi i veri principj della gramatica; onde rifusero nelle loro lezioni i preziosi fragmenti di Apollonio e di Erodiano; e i lor Trattati della sintassi e della etimologia, benchè sforniti di spirito filosofico, sono anche ai dì nostri di un grande soccorso agli studiosi. Nel tempo che le Biblioteche di Bisanzo si distruggevano, ciascun fuggitivo s'impadronì d'un fragmento del tesoro pericolante, di una copia di qualche autore, che senza di ciò sarebbe andata perduta. Queste copie vennero moltiplicate da diverse penne laboriose, e talvolta ingegnose, che ammendavano, ove era d'uopo, il testo, e aggiugnevano le loro interpretazioni, o quelle di antichi scoliasti. I Latini conobbero se non lo spirito, almeno il significato letterale degli Autori classici della Grecia. Le bellezze di stile sparivano in una traduzione; ma Teodoro Gaza ebbe l'intendimento di scegliere opere rilevanti per sè stesse siccome quelle di Teofrasto e d'Aristotele; e le Storie delle piante e degli animali da questi Greci composte, apersero un vasto campo alla parte teorica e sperimentale delle scienze naturali.
Venne ciò nulla ostante data la preferenza alle incerte nubi della metafisica. Un venerabile Greco fece risorgere in Italia il genio di Platone, condannato da lungo tempo all'obblio, e nel palagio de' Medici lo insegnò[600]; elegante filosofia che poteva essere di qualche vantaggio, in quel tempo che il Concilio di Firenze a dispute teologiche solo attendeva. Lo stile di Platone è un prezioso modello della purezza del dialetto attico: e adatta sovente i suoi più sublimi pensamenti al tuono famigliare della conversazione, arricchendoli talvolta di tutta l'arte dell'eloquenza e della poesia. I dialoghi di questo grand'uomo offrono un quadro drammatico della vita e della morte d'un saggio: e allorchè si degna discendere dai cieli, il suo Sistema morale imprime nell'animo l'amore della verità, della patria e della umanità. Socrate, co' precetti e coll'esempio, avea raccomandato un modesto dubitare e un libero ricercare: l'entusiasmo de' Platonici, che adoravano ciecamente le visioni e gli errori del lor divino maestro, potea giovare a correggere il metodo arido e dogmatico della Scuola peripatetica. Aristotele e Platone offrono meriti eguali, e nullameno sì diversi fra loro, che ponendoli in bilancia, darebbero luogo ad una interminabile controversia; pur qualche scintilla di libertà può uscire dall'urto di due opposte servitù. Queste due Sette divisero fra loro i Greci moderni, i quali sotto lo stendardo degli antichi maestri, con più di furore che d'intelligenza, si fecero guerra. I fuggiaschi di Costantinopoli scelsero Roma per nuovo lor campo di battaglia; ma non andò guari che i gramatici fecero entrare in questa filosofica lotta l'odio e le ingiurie personali: laonde Bessarione, comunque partigiano zelantissimo di Platone egli fosse, sostenne l'onore della patria, frammettendo i consigli e l'autorità d'un mediatore. La dottrina dell'Accademia, ne' giardini de' Medici, formava le delizie degli uomini colti e gentili; ma distrutta ben tosto questa filosofica società, il Saggio d'Atene non venne più consultato che negli scientifici gabinetti, intanto che il possente emulo del medesimo, rimase solo oracolo della scuola e della Chiesa[601].
A. D. 1447-1455
Ho descritto con imparzialità il merito letterario de' Greci, ma gli è d'uopo confessare che la buona voglia de' Latini li secondò, e fors'anche li superò. Sendo allora l'Italia divisa in un grande numero di piccioli Stati independenti, i Principi e le Repubbliche si disputavano l'onore d'incoraggiare e ricompensare le belle lettere. Nicolò V[602], il cui merito fu infinitamente superiore alla sua fama, per sapere e virtù si tolse dalla oscurità, ove la nascita lo avea posto, l'indole dell'uomo superando in lui mai sempre l'interesse del Pontefice, Nicolò arrotò di propria mano le armi, di cui fu fatto uso in appresso per offendere la Chiesa romana[603]. Dopo essere stato l'amico de' principali dotti del suo secolo, ne divenne il protettore, e tal si era la rara semplicità de' suoi costumi, che nè egli, nè essi quasi si accorsero d'un cambiamento di condizione. S'ei sollecitava qualcuno ad accettare un donativo, non l'offeriva come misura di merito, ma come prova di affetto, e scontrandosi in chi per modestia esitasse, soggiugnea compreso dal sentimento di quel che valeva egli stesso: «Accettate, non avrete sempre un Nicolò in mezzo a voi». Diffondendosi via maggiormente per tutta la Cristianità l'influsso della Santa Sede, il virtuoso Pontefice se ne valse per acquistar più libri che benefizj. Mandò a cercare, fra le rovine delle Biblioteche di Costantinopoli e in tutti i monasteri dell'Alemagna e della Gran Brettagna, i polverosi manoscritti dell'Antichità, procacciandosi le copie esatte di quelli de' quali non gli si volevano vendere gli originali. Il Vaticano, antico[605] ricettacolo delle Bolle, delle Leggende, de' monumenti della superstizione e della frode, ringorgò di suppellettili più rilevanti, e tanto s'adoperò Nicolò, che negli otto anni del suo regno, pervenne ad unire una Biblioteca di cinquemila volumi. Alla munificenza di questo Pontefice, il Mondo latino fu debitore delle traduzioni di Senofonte, Diodoro, Polibio, Tucidide. Erodoto ed Appiano; della geografia di Strabone, dell'Iliade, delle più preziose Opere di Platone, di Aristotele, di Tolomeo, di Teofrasto e de' Padri della Chiesa greca. Un mercatante di Firenze, che senza titoli di nascita e senza il soccorso dell'armi, governava Firenze, imitò l'esempio del romano Pontefice. Il nome e il secolo di Cosimo de' Medici[606] ceppo di una sequela di Principi, sono intrinsecamente collegati coll'idea del risorgimento delle scienze. La sua possanza gli venne dalla fama che si meritò consagrando le proprie ricchezze al vantaggio dell'uman genere. Le corrispondenze di lui si estendeano dal Cairo a Londra, e spesse volte la medesima nave gli riportava libri greci e droghe dell'India. L'ingegno del suo nipote Lorenzo, e l'educazione che il bisavolo gli procurò, ne fecero non solamente un proteggitore della letteratura, ma un giudice della medesima e un letterato. La sciagura trovava nel suo palagio un soccorso, il merito un guiderdone; l'Accademia platonica rallegravane gli ozj; incoraggiò le nobili gare di Demetrio Calcocondila e di Angelo Poliziano; Giovanni Lascaris, zelante missionario di Lorenzo, gli riportò dall'Oriente dugento manoscritti, ottanta de' quali erano sconosciuti in que' tempi alle Biblioteche d'Europa[607]. Animata da un medesimo spirito tutta l'Italia, i progressi delle nazioni retribuirono ai Principi il compenso delle loro liberalità. Riserbatisi i Latini il privilegiato possedimento della loro propria letteratura, questi discepoli de' Greci divennero ben presto capaci di trasmettere e perfezionare le lezioni che aveano ricevute. Dopo un breve succedersi di maestri stranieri, la migrazione cessò; ma già essendosi diffuso l'idioma dei Greci al di là dell'Alpi, la gioventù della Francia, dell'Alemagna e dell'Inghilterra,[608] propagò nella sua patria il sacro fuoco che avea ricevuto nelle scuole di Roma e di Firenze[609]. Nei parti dello spirito, come nella produzioni della terra, l'arte e l'industria superano i doni della natura; gli Autori greci, dimenticati alle rive dell'Ilisso, comparvero splendenti su quelle dell'Elba e del Tamigi; Bessarione e Gaza avrebbero potuto invidiare l'esattezza di Budeo, il buon gusto d'Erasmo, la facondia di Stefano, l'erudizione di Scaligero, e il discernimento di Reiske, o di Bentley. Il caso arricchì i Latini di un novello vantaggio colla scoperta della stampa; ma Aldo Manuzio e i suoi innumerabili successori adoperarono quest'arte preziosa a moltiplicare e perpetuare le Opere dell'Antichità[610]. Un solo manoscritto portato dalla Grecia, moltiplicavasi in diecimila copie tutte più belle che l'originale. Sotto questa forma Omero e Platone leggerebbero più volentieri le proprie Opere, e i loro scoliasti debbono cedere la palma ai nostri editori occidentali.
Prima che la letteratura classica risorgesse in Europa, gli abitatori di essa avvolgeansi fra le tenebre di una barbara ignoranza, e la povertà stessa degli idiomi annunziava la rozzezza de' loro costumi. Coloro che studiarono i più perfetti idiomi di Roma e della Grecia, si trovarono trapiantati in un nuovo Mondo di scienza e di luce, ammessi nel consorzio delle nazioni libere e ingentilite dell'Antichità, e in famigliare conversazione con quegl'immortali, che aveano parlato il sublime linguaggio dell'eloquenza e della ragione. Corrispondenze di tal natura doveano necessariamente innalzar l'anima e migliorare il gusto de' moderni; potremmo credere nullameno, ragionando sulle prime Opere di questi, che lo studio degli Antichi avesse somministrate catene, anzichè ali, all'umano ingegno. Lo spirito d'imitazione, comunque lodevole sia il modello, tiene sempre alla schiavitù; onde i primi discepoli dei Greci e de' Romani, pareano una colonia di stranieri in mezzo al loro paese e al lor secolo. Tante minute cure adoprate ad introdursi ne' penetrali dell'Antichità più rimota, poteano impiegarsi più utilmente nel render perfetto lo stato attuale della società: i Critici e i Metafisici, seguivano servilmente l'autorità di Aristotele. I Poeti, gli Storici, gli Oratori, ripeteano, con fastosa ostentazione, i pensieri e le espressioni del secolo d'Augusto; se contemplavano le opere della natura, cogli occhi di Plinio e di Teofrasto il faceano; e alcuni d'essi, Pagani devotissimi, rendeano perfino segreto omaggio agli Dei di Omero e di Platone[611]. Gli Italiani, nel secolo successivo alla morte del Petrarca e del Boccaccio, si trovarono oppressi dal numero e della possanza de' loro antichi ausiliarj. Comparve una folla d'imitatori latini, che adesso lasciamo, senza inconveniente, riposare negli scaffali delle nostre biblioteche. Ma difficilmente potremmo citare in quell'epoca di erudizione, la scoperta di una scienza, un'opera originale, o eloquente, scritta in idioma nativo[612]. Ciò nullameno, quando il suolo fu bastantemente imbevuto di questa celeste rugiada, la vegetazione e la vita comparvero d'ogni banda; i moderni idiomi vennero a perfezione; gli Autori classici di Roma e di Atene inspirarono purezza di gusto e nobile emulazione. Nell'Italia, siccome dappoi nella Francia e nell'Inghilterra, al regno seducente della poesia e delle finzioni, succedettero i lumi della filosofia speculativa e sperimentale. Può talvolta il genio emergere più presto della espettazione; ma all'educazione di un popolo, siccome a quella di un individuo, è necessario ne sia esercitata la memoria, prima di mettere in atto le molle della ragione, o della imitazione. Sol dopo averli imitati per lungo tempo, perviene l'artista a pareggiare, e talvolta a superare, i proprj modelli.
FINE DEL VOLUME DUODECIMO
[INDICE]
DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE
CHE SI CONTENGONO
NEL DUODECIMO VOLUME
| CAPITOLO LX. Scisma de' Greci e de' Latini. Stato di Costantinopoli. Ribellione de' Bulgari. Isacco l'Angelo scacciato dal trono per opera del suo fratello Alessio. Origine della quarta Crociata. I Francesi e i Veneziani collegati col figlio d'Isacco. Spedizione navale a Costantinopoli. I due assedj, e resa della città caduta in mano de' Latini. | ||
| A. D. | ||
|---|---|---|
| Scisma de' Greci | [pag. 5] | |
| Loro avversione ai Latini | [6] | |
| Processione dello Spirito Santo | [7] | |
| Variazioni nella disciplina ecclesiastica | [10] | |
| 857-887 | Dispute mosse da ambizione tra Fozio Patriarca di Costantinopoli e i Pontefici | [12] |
| 1054 | Il Patriarca di Costantinopoli e i Greci scomunicati dai Papi | [15] |
| 1100-1200 | Nimistà fra i Greci e i Latini | [16] |
| I Latini a Costantinopoli | [18] | |
| 1185-1195 | Regno e indole d'Isacco l'Angelo | [21] |
| 1187 | Ribellione de' Bulgari | [23] |
| 1195-1203 | Usurpazione e indole di Alessio l'Angelo | [25] |
| 1198 | Quarta Crociata | [27] |
| Crociata de' Baroni francesi | [29] | |
| 697-1200 | Stato de' Veneziani | [32] |
| Lega de' Francesi co' Veneziani | [36] | |
| 1202 | Unione della Crociata e partenza da Venezia | [39] |
| Assedio di Zara | [42] | |
| Lega de' Crociati col giovine Alessio | [44] | |
| 1203 | I Crociati partono da Zara per Costantinopoli | [47] |
| Arrivo | [50] | |
| Inutili tentativi dell'Imperatore per negoziare | [51] | |
| Passaggio del Bosforo | [53] | |
| Costantinopoli presa e assediata la prima volta dai Latini | [57] | |
| Isacco l'Angelo e Alessio figlio del medesimo rimessi in trono | [61] | |
| Dispareri fra i Greci e i Latini | [65] | |
| 1204 | Rincomincia la guerra | [69] |
| Morzullo scaccia dal trono i due Angeli padre e figlio | [70] | |
| Secondo assedio di Costantinopoli | [70] | |
| Saccheggio di Costantinopoli | [76] | |
| Parteggiamento del bottino | [78] | |
| Miseria dei Greci | [80] | |
| Sacrilegj e scherni | [82] | |
| Distruzione delle statue | [83] | |
| CAPITOLO LXI. I Francesi e i Veneziani si dividono fra loro l'Impero. Cinque Imperatori latini delle Case di Fiandra e di Courtenai. Loro guerre contro i Bulgari e i Greci. Debolezza e povertà dell'Impero latino. Costantinopoli ripresa dai Greci. Conseguenza generale delle Crociate. | ||
| 1204 | Baldovino I eletto Imperatore | [105] |
| Parteggiamento dell'Impero greco | [110] | |
| 1204 | ec. Ribellione de' Greci | [115] |
| 1204-1122 | Teodoro Lascaris Imperatore di Nicea | [116] |
| 1205 | Guerra de' Bulgari | [121] |
| Sconfitta e cattività di Baldovino | [124] | |
| 1206-1216 | Regno e indole di Enrico | [127] |
| 1217 | Pietro di Courtenai Imperatore d'Oriente | [132] |
| 1217-1219 | Prigionia e morte di Pietro di Courtenai | [134] |
| 1221-1228 | Roberto Imperatore di Costantinopoli | [135] |
| 1228-1237 | Baldovino II e Giovanni di Brienne Imperatori di Costantinopoli | [137] |
| 1237-1261 | Santa Corona di spine | [144] |
| Buoni successi de' Greci | [148] | |
| 1261 | Costantinopoli ripresa dai Greci | [151] |
| Conseguenze generali delle Crociate | [155] | |
| 1020 | Origine della famiglia di Courtenai | [162] |
| 1101-1152 | I. I Conti di Edessa | [164] |
| II. I Courtenai di Francia | [166] | |
| 1150 | Loro unione colla famiglia reale di Francia | [167] |
| III. I Courtenai d'Inghilterra | [171] | |
| I Conti di Devon | [172] | |
| CAPITOLO LXII. Gl'Imperatori greci di Nicea e di Costantinopoli. Innalzamento e regno di Michele Paleologo. Finta riconciliazione del medesimo col Papa e colla Chiesa latina. Divisamenti ostili del Duca d'Angiò. Ribellioni della Sicilia. Guerra dei Catalani nell'Asia e nella Grecia. Sommossa di Atene, e stato presente di questa città. | ||
| Restaurazione dell'Impero greco | [177] | |
| 1204-1222 | Teodoro Lascaris | [178] |
| 1222-1225 | Giovanni Duca Vatace | [178] |
| 1255-1259 | Teodoro Lascaris II | [181] |
| Famiglia e carattere di Michele Paleologo | [185] | |
| Suo innalzamento al trono | [189] | |
| 1260 | Michele Paleologo Imperatore | [193] |
| 1261 | Conquista di Costantinopoli | [193] |
| Ritorno dell'Imperator greco | [195] | |
| Paleologo manda in bando il giovine Imperatore dopo avergli fatto cavar gli occhi | [197] | |
| 1262-1268 | Scomunicato dal Patriarca Arsenio | [198] |
| 1296-1319 | Scisma degli Arseniani | [200] |
| 1259-1282 | Regno di Michele Paleologo | [202] |
| 1273-1332 | Regno di Andronico il Vecchio | [202] |
| 1274-1277 | Sua unione colla Chiesa latina | [203] |
| 1272-1282 | Perseguita i Greci | [207] |
| 1283 | Unione delle due Chiese disciolta | [210] |
| 1266 | Carlo d'Angiò s'impadronisce di Napoli e della Sicilia | [210] |
| 1270 | Minaccia l'Impero greco | [213] |
| 1280 | Paleologo sollecita i Siciliani a ribellarsi | [214] |
| 1303-1307 | Servigio e guerra de' Catalani nell'Impero greco | [220] |
| 1204-1456 | Mutamenti politici accaduti in Atene | [226] |
| Presente stato di Atene | [229] | |
| CAPITOLO LXIII. Guerre civili e rovine dell'Impero greco. Regni di Andronico il Vecchio, di Andronico il Giovane, e di Giovanni Paleologo. Reggenza, sommossa, regno e rinunzia di Giovanni Cantacuzeno. Fondazione di una Colonia genovese a Pera e a Galata. Guerre de' Coloni contro l'Impero e la città di Costantinopoli. | ||
| 1282-1320 | Superstizione di Andronico e del suo secolo | [233] |
| 1325 | Coronazione di Andronico il Giovane | [241] |
| 1328 | Andronico il Vecchio rassegna l'Impero | [243] |
| 1332 | Morte di questo | [245] |
| 1328-1341 | Regno di Andronico il Giovane | [245] |
| Due mogli avute dal medesimo | [246] | |
| 1341-1391 | Regno di Giovanni Paleologo | [249] |
| Buona sorte di Giovanni Cantacuzeno | [249] | |
| Nominato alla Reggenza dell'Impero | [251] | |
| 1341 | Contrastatagli | [251] |
| Da Apocauco | [251] | |
| Dall'Imperatrice Anna di Savoia | [252] | |
| Dal Patriarca | [252] | |
| Assume la porpora | [254] | |
| 1341-1347 | Guerra civile | [256] |
| Vittoria di Cantacuzeno | [257] | |
| Reingresso in Costantinopoli | [259] | |
| 1347-1355 | Regno di Cantacuzeno | [261] |
| 1353 | Giovanni Paleologo move le armi contro Cantacuzeno | [264] |
| 1355 | Cantacuzeno nel mese di gennaio rassegna il trono | [265] |
| 1341-1351 | Disputa intorno la luce del Monte Tabor | [265] |
| 1291-1347 | I Genovesi mettono domicilio a Pera o Galata | [269] |
| Commercio e tracotanza de' Genovesi | [272] | |
| 1348 | Guerra de' Genovesi contra l'Imperatore Cantacuzeno | [274] |
| Sconfitta della flotta di Cantacuzeno | [275] | |
| 1352 | Vittoria riportata dai Genovesi su i Greci e sui Veneziani | [276] |
| CAPITOLO LXIV. Conquiste di Gengis-kan e de' Mongulli dalla Cina sino alla Polonia. Pericolo in cui si trovano i Greci a Costantinopoli. Origine de' Turchi Ottomani in Bitinia. Regni e vittorie di Otmano, Orcano, Amurat I e Baiazetto I. Fondazione e progressi della Monarchia de' Turchi in Asia e in Europa. Situazione critica di Costantinopoli e del greco Impero. | ||
| 1206-1227 | Zingis-kan, o Gengis-kan, primo Imperatore de' Mongulli e de' Tartari | [282] |
| Leggi di Gengis-kan | [285] | |
| 1214 | Invade la Cina | [289] |
| 1218-1224 | Carizme, la Transossiana e la Persia | [291] |
| 1227 | Morte di Gengis-kan | [294] |
| 1227-1296 | Conquiste de' Mongulli sotto i successori di Gengis | [294] |
| 1234 | Dell'Impero settentrionale della Cina | [295] |
| 1279 | Della Cina meridionale | [297] |
| 1258 | Della Persia e dell'Impero de' Califfi | [298] |
| 1242-1272 | Della Natolia | [300] |
| 1235-1245 | Del Kipsak, della Russia, della Polonia e dell'Ungheria | [301] |
| 1242 | Della Siberia | [305] |
| 1227-1259 | I successori di Gengis | [306] |
| 1259-1368 | Adottano i costumi della Cina | [308] |
| 1259-1300 | Divisione dell'Impero de' Mongulli | [310] |
| 1240-1304 | Pericoli che minacciano Costantinopoli e l'Impero greco | [310] |
| 1304 | Invilimento in cui cadono gl'Imperatori, o Kan Mongulli della Persia | [313] |
| 1240 | ec. Origine degli Ottomani | [314] |
| 1299-1326 | Regno di Otmano | [315] |
| 1326-1360 | Regno di Orcano | [317] |
| 1316-1339 | Conquista della Bitinia | [318] |
| 1300 | Anatolia divisa fra gli Emiri turchi | [319] |
| 1312 | ec. Province asiatiche perdute dai Greci | [319] |
| 1310-1523 | Cavalieri di Rodi | [321] |
| 1341-1347 | Primo passaggio de' Turchi in Europa | [321] |
| 1346 | Nozze di Orcano con una Principessa greca | [324] |
| 1353 | Ottomani in Europa | [326] |
| Morte di Orcano e di Solimano figlio di Orcano | [328] | |
| 1360-1389 | Regno di Amurat I, e sue conquiste in Europa | [328] |
| Giannizzeri | [330] | |
| 1389-1403 | Regno di Baiazetto o Ilderim | [331] |
| Conquiste del medesimo dall'Eufrate al Danubio | [332] | |
| 1396 | Battaglia di Nicopoli | [334] |
| 1396-1398 | Crociata e prigionia de' Principi francesi | [335] |
| 1355-1391 | L'Imperator Giovanni Paleologo | [340] |
| Discordia de' Greci | [340] | |
| 1391-1425 | L'Imperatore Manuele | [342] |
| 1395-1402 | Angustia di Costantinopoli | [342] |
| CAPITOLO LXV. Innalzamento di Timur, o Tamerlano al trono di Samarcanda. Sue conquiste nella Persia, nella Georgia, nella Tartaria, nella Russia, nell'India, nella Sorìa e nella Natolia. Sue guerre contro i Turchi. Sconfitta e cattività di Baiazetto. Morte di Timur. Guerra civile de' figli di Baiazetto. Restaurazione della Monarchia de' Turchi sotto Maometto I. Costantinopoli assediata da Amurat II. | ||
| Storia di Timur, o Tamerlano | [346] | |
| 1361-1370 | Sue prime imprese | [350] |
| 1370 | Innalzato al trono del Zagatai | [352] |
| 1370-1400 | Conquiste | [353] |
| 1388-1393 | Della Persia | [353] |
| 1370-1383 | Del Turkestan | [355] |
| 1390-1396 | Del Kipsak, della Russia ec. | [356] |
| 1398-1399 | Dell'Indostan | [359] |
| 1400 | Guerra di Timur contra il Sultano Baiazetto | [362] |
| La Sorìa invasa da Timur | [366] | |
| Saccheggio di Aleppo | [368] | |
| 1401 | Di Damasco | [370] |
| Di Bagdad | [371] | |
| 1402 | Ingresso di Timur nella Natolia | [372] |
| Giornata d'Angora | [373] | |
| Sconfitta e prigionia di Baiazetto | [376] | |
| Storia della gabbia di ferro | [377] | |
| Contraria al racconto dello Storico persiano di Timur | [377] | |
| Attestata dai Francesi | [380] | |
| —— Dagli Italiani | [380] | |
| —— Dagli Arabi | [381] | |
| —— Dai Greci | [382] | |
| —— Dai Turchi | [383] | |
| Probabile conghiettura | [383] | |
| 1403 | Termine delle conquiste di Timur | [384] |
| 1405 | Trionfo a Samarcanda | [388] |
| Morte nella spedizione della Cina | [390] | |
| Indole e pregi di Timur | [391] | |
| 1403-1421 | Guerre civili de' figli di Baiazetto | [396] |
| I. Mustafà | [396] | |
| II. Isa | [397] | |
| 1403-1410 | III. Solimano | [398] |
| 1410 | IV. Musa | [398] |
| 1413-1421 | V. Maometto | [399] |
| 1421-1451 | Regno dell'Imperatore Amurat II | [400] |
| 1421 | Restaurazione dell'Impero degli Ottomani | [400] |
| 1421-1425 | Stato dell'Impero greco | [402] |
| 1422 | Costantinopoli assediata da Amurat II | [406] |
| 1425-1448 | Giovanni Paleologo II Imperatore | [407] |
| Successione ereditaria e meriti de' Principi ottomani | [407] | |
| Educazione e disciplina de' Turchi | [409] | |
| Invenzione e uso della polvere | [412] | |
| CAPITOLO LXVI. Sollecitazioni degl'Imperatori d'Oriente appo i Pontefici. Viaggi di Giovanni Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca e latina proposta nel Concilio di Basilea ed eseguita a Ferrara e a Firenze. Stato della letteratura a Costantinopoli. Suo rinascimento in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono. Curiosità ed emulazione de' Latini. | ||
| 1339 | Ambasceria dell'Imperatore Andronico il Giovane al Papa Benedetto XII | [416] |
| 1345 | Negoziazione di Cantacuzeno con Clemente VI | [421] |
| 1355 | Trattato di Giovanni Paleologo I con Innocenzo VI | [423] |
| 1369 | Giovanni Paleologo visita a Roma Urbano V | [425] |
| 1370 | Torna a Costantinopoli | [429] |
| Viaggi di Manuele in Occidente | [429] | |
| 1400 | Alla Corte di Francia | [430] |
| —— d'Inghilterra | [432] | |
| Stato del sapere in Grecia | [434] | |
| —— In Francia | [436] | |
| —— In Inghilterra | [437] | |
| 1402-1417 | Animo indifferente di Manuele rispetto ai Latini | [439] |
| 1417-1425 | Negoziazioni | [440] |
| Ragguaglio d'un intertenimento famigliare dell'Imperator Manuele | [441] | |
| Morte | [442] | |
| 1425 | Zelo di Giovanni Paleologo II | [443] |
| Corruttela che regnava nella Chiesa latina | [444] | |
| 1377-1429 | Scisma | [446] |
| 1409 | Concilio di Pisa | [446] |
| 1414-1418 | —— Di Costanza | [446] |
| 1439-1443 | —— Di Basilea | [446] |
| Chiaritosi contra Eugenio IV | [447] | |
| 1434-1437 | Negoziazioni co' Greci | [448] |
| 1437 | Giovanni Paleologo s'imbarca sulle galee del Pontefice | [450] |
| 1438 | Accolto trionfalmente in Venezia | [456] |
| —— In Ferrara | [457] | |
| Concilio de' Greci e de' Latini in Ferrara | [458] | |
| 1439 | —— In Firenze | [461] |
| Negoziazioni coi Greci | [464] | |
| 1438 | Decreto del Concilio di Basilea che toglie il Pontificato ad Eugenio | [467] |
| Unione de' Greci coi Latini | [469] | |
| 1440 | Ritorno de' Greci a Costantinopoli | [471] |
| 1449 | Pace definitiva della Chiesa | [472] |
| 1300-1453 | Stato della lingua greca a Costantinopoli | [472] |
| Parallelo fra i Greci e i Latini | [475] | |
| Risorgimento dell'erudizione greca in Italia | [477] | |
| 1334 | Lezioni di Barlamo | [478] |
| 1339-1374 | Studj del Petrarca | [479] |
| 1360 | —— Del Boccaccio | [481] |
| 1360-1363 | Leonzio Pilato, primo Professore di lingua greca a Firenze e nell'Occidente | [482] |
| 1390-1415 | La lingua greca si ferma in Italia per opera di Manuele Crisoloras | [484] |
| 1420-1503 | I Greci in Italia | [487] |
| Il Cardinale Bessarione ec. | [488] | |
| Pregi e difetti de' Greci | [489] | |
| Filosofia Platonica | [492] | |
| Emulazione e progresso de' Latini | [493] | |
| 1447-1455 | Nicolò V | [493] |
| Cosimo e Lorenzo de' Medici | [496] | |
| Uso e abuso dell'antica erudizione | [498] | |
FINE DELL'INDICE