NOTE:

[1.] Il Mosheim narra la storia dello scisma de' Greci incominciando dal nono secolo e venendo sino al decimo ottavo, con erudizione, chiarezza ed imparzialità. V. intorno al filioque (Inst., Hist. eccl., p. 277), Leone III (pag. 303), Fozio (p. 307, 308), Michele Cerulario (p. 370, 371).

[2.] È vero, che i primi sei o sette Concilj generali sono stati adunati in Asia minore, o a Costantinopoli nell'Impero greco, e che la massima parte de' Vescovi erano Greci, ovvero delle province d'Asia, e d'Egitto, ma v'erano anche alcuni Vescovi Latini, cioè Occidentali, ad il Pontefice romano vi fu rappresentato da' suoi due procuratori. (Nota di N. N.)

[3.] Se Fozio Patriarca di Costantinopoli e della Chiesa Orientale, così diceva della Chiesa Occidentale, è altresì vero, che questa riteneva le stesse interpretazioni, e decisioni de' primi sei o sette Concilj generali intorno la Divinità, la persona, la natura, la volontà di Gesù Cristo, tenuta pura dalla Chiesa Orientale. I Greci, ed in generale i Cristiani Orientali, furono i primi ad avere erronee opinioni cioè eresie; ma oltre a' Priscillianisti, che sorsero in Ispagna intorno al principio del quarto secolo, si manifestarono anche nella Chiesa Occidentale, nel decimo secolo, altri errori, che sebbene repressi dalla forza dei Cattolici ricomparvero, e crebbero grandemente per opera de' Protestanti, che li ridussero a sistema, e ad insegnamento metodico, e ne persuasero, malgrado le persecuzioni de' Cattolici, prestamente intere nazioni d'Europa, siccome sappiamo. (Nota di N. N.)

[4.] Ανδρες δυσσεβεις και αποτροποι, ανδρεε επ σκοτους, αναδυντες, της γαρ ’Εσπεριου μοιρας ύπηρχον γεννηματα, uomini empj ed abbominevoli, uomini emersi dalle tenebre, poichè sono razza delle regioni esperie, (Fozio Epistola, p. 47, edizione di Montacut). Il patriarca d'Oriente continua ad adoperare le immagini del tuono, de' tremuoti, della grandine, precursori dell'Anticristo ec.

[5.] Vedi la [Nota di N. N.] alla fine del presente Capitolo.

[6.] Il Gesuita Petavio discute sul soggetto misterioso della processione del Santo Spirito e sul significato che esso presenta alla Storia, alla Teologia, alla controversia (Dogmata theologica, tom. II, lib. VII, p. 362-440).

[7.] Rifletta il lettore a ciò che diciamo nella nota posta alla fine del Capitolo. È vero poi che la Chiesa Greca Orientale non volle mai aggiungere, siccome fece l'occidentale Latina, la parola filioque, ritenendo, che lo Spirito Santo proceda da Dio Padre soltanto, e non anche dal figlio, siccome noi crediamo. (Nota di N. N.)

[8.] Leone III pose sulla cattedra di s. Pietro due scudi di fino argento pesanti ciascuno novantaquattro libbre e mezzo, su i quali inscrisse il testo dei due Simboli (utroque symbolo) pro amore et cautela orthodoxae fidei (Anastas., in Leon. III, nel Muratori, t. III, part. I, p. 208). Il linguaggio[*] tenuto da esso prova evidentemente che nè il filioque, nè il Simbolo di Atanasio, erano riconosciuti a Roma verso l'anno 830.

* È certo, che il Simbolo, ossia professione di Fede d'Atanasio, era riconosciuto a Roma, ed approvato, perchè egli già comprende gli stessi sentimenti, più sviluppati, che sono nel Credo ec. del Concilio di Nicea, dei quali il Papa Silvestro, ch'ebbe i suoi procuratori a quel Concilio, ed i di lui successori, furono sempre sostenitori contro gli Ariani, e contro i Semiariani. Sappiamo per altro da tutti gli Storici ecclesiastici, che alcuni anni dopo, il Papa legittimo Liberio, stanco dell'esilio e dolente della perdita della luminosa Sede Romana, cui l'aveva condannato l'Imperatore Costanzo figlio di Costantino, sostenitore degli Ariani contro gli Atanasiani, ossia Cattolici, sottoscrisse una formula di Fede Ariana, contraria a quella del Concilio di Nicea, non ammettendo il consubstantialem, scritto nel Credimus ec., di Nicea, e che il frutto ne fu il ricuperare il ricchissimo, e potente Vescovato di Roma: ma sappiamo altresì, che poscia fu egli dolente del suo fallo nella materia dogmatica, e ritornò a credere la divinità di Gesù Cristo, ammettendo la parola consubstantialem; siccome era stata dichiarata dal Concilio di Nicea nel Credimus ec. coll'espressione Jesum Christum Filium ejus consubstantialem Patri. Il fumoso Osio Vescovo di Cordova presidente del Concilio di Nicea, principale sostenitore della divinità di Gesù Cristo, e dell'espressione, consubstantialem Patri che la significava, e confidente di Costantino che fu con pompa imperiale, e con soldatesche al Concilio stesso, sottoscrisse pure la formula Ariana, negante la divinità di Cristo, sotto lo stesso Imperatore Costanzo, per evitare l'esilio, e per conservare l'immense ricchezze procacciatesi col favore dell'antecessore Imperator Costantino. Liberio cedette alle insinuazioni, e agli argomenti di due Vescovi Ariani, Arsacio e Valente: abbiamo già le lettere e le risposte. Vedi Lebbe, Collectio Conciliorum. (Nota di N. N.).

[9.] I Missi di Carlomagno sollecitarono vivamente il Pontefice, affinchè chiarisse dannati senza remissione tutti coloro che rifiutavano il filioque, o almeno la sua dottrina. Tutti, rispose il Papa, non hanno la capacità di raggiugnere colla mente altiora mysteria; qui potuerit et non voluerit, salvus esse non potest (Collect., Concil. t. IX, pag. 277-286). Il potuerit lasciava grandi aiuti alla salute delle anime.

[10.] Non può dirsi che Leone III, che viveva nel principio del secolo nono, volesse precisamente cancellare il filioque ammesso dai Concilj provinciali di Spagna, e da Leone I Vescovo di Roma; egli solamente non voleva, che si aggiugnesse il filioque al Credimus ec. di Costantinopoli, e che si cantasse nelle chiese. In conclusione, comunque egli abbia creduto la procedenza dello Spirito Santo dal Padre ed anche dal figlio, fu ammessa, creduta dalla Chiesa, Latina, ed integrata al popolo, fino dal quinto secolo, ed il Concilio generale di Lione l'anno 1274 finalmente aggiunse il filioque al Credimus ec., del Concilio generale di Costantinopoli, e perciò ogni buon credente della Chiesa Latina, crede anche nella ultima aggiunta del filioque. (Nota di N. N.)

[11.] La disciplina ecclesiastica può dirsi oggidì ben rilassata in Francia, confrontandola colla rigorosissima severità di alcuni regolamenti. Già il latte, il burro, il formaggio son divenuti nudrimento ordinario della Quaresima, e in questo tempo è permesso l'uso delle uova mediante un concedimento annuale, che tien vece di un'indulgenza perpetua (Vie privée des Français, t. II, p. 27, 38).

[12.] I documenti originali dello scisma, e le accuse mosse dai Greci contra i Latini trovansi nelle Lettere di Fozio (Epist. Encyclica, II, pag. 47-61) e di Michele Cerulario (Canisii antiq. Lectiones, t. III, part. I, pag. 281-324, ediz. Basnage colla prolissa risposta del Cardinale Umberto).

[13.] L'opera i Concilj (ediz. di Venezia) contiene tutti gli atti de' Sinodi e la storia di Fozio. I compendj del Dupin e del Fleury lasciano leggermente conoscere, ove stesse la ragione, ove il torto.

[14.] Il Sinodo tenutosi a Costantinopoli nell'anno 869, ottavo fra i Concilj generali, è l'ultima Assemblea dell'Oriente che dalla Chiesa romana siasi riconosciuta. Questa non ammette i Sinodi di Costantinopoli degli anni 867 e 879 non men copiosi e romorosi degli altri, ma che si mostrarono favorevoli a Fozio.

[15.] V. questo anatema nell'opera I Concilj (tom. XI, p. 1457-1460).

[16.] Lo scisma s'accrebbe non solamente per le ardite intraprese dei Papi, ma anche per quelle de' Patriarchi Greci; la passione irritava, e trasportava tanto una parte, che l'altra. (Nota di N. N.)

[17.] Anna Comnena (Alexiad., l. I, p. 31-33) dipinge l'orrore che concetto aveano, non solamente la Chiesa greca, ma anche la Corte, contro Gregorio VII, i Papi, e la Comunione Romana. Più veemente ancor lo stile di Cinnamo o di Niceta dimostrasi. Ciò nullameno quanto comparisse mansueta e moderata a petto di quella de' Teologi, la voce degli Storici!

[18.] Lo Storico anonimo di Barbarossa (De expedit. Asiat. Fred. I, in Canisii Lection. antiq. t. III. part. II, p. 511, ediz. di Basnage) cita i Sermoni del Patriarca greco: Quomodo Graecis injunxerat in remissionem peccatorum Peregrinos occidere et delere de terra. Taginone osserva (in Scriptores Freher, t. I, pag. 409, ediz. di Struv.) Graeci haereticos nos appellant: clerici et monachi dictis et factis persequuntur. Noi possiamo aggiugnere la dichiarazione dell'Imperatore Baldovino quindici anni dopo: Haec est (gens) quae Latinos omnes non hominum nomine, sed canum dignabatur, quorum sanguinem effundere pene inter merita reputabant. (Gesta Innocent. III. cap. 92, in Muratori, Script. rerum Italicar. t. III: part. I, p. 536). Può esservi in tutto ciò qualche esagerazione; ma non quindi contribuì con minore efficacia alla azione e alla reazione dell'odio che era reale.

[19.] V. Anna Comnena (Alex. l. VI, pag. 161-162) e un passo singolare di Niceta sopra Manuele, l. V, cap. IX, che intorno ai Veneziani osserva che κατα σμηνη και φρατριας την Κωνσταντινου πολιν της οικειας ηλλαξαντο ec., a sciami e per famiglie abbandonarono la patria per Costantinopoli.

[20.] Ducange, Fam. Byzant. p. 186, 187.

[21.] Nicetas, in Manuele l. VII, cap. 2, Regnante enim (Manuele) .... apud eum tantum Latinus populus repererat gratiam, ut neglectis Graeculis suis tanquam viris mollibus, effoeminatis.... solis Latinis grandia committeret negotia..... erga eos profusa liberalitate abundabat..... ex omni orbe ad eum tanquam ad benefactorem nobiles et ignobiles concurrebant (Guglielmo di Tiro XXII, c. 10).

[22.] Ben si sarebbero confermati ne' loro sospetti i Greci, se avessero vedute le lettere politiche che Manuele scriveva al papa Alessandro III, nemico del suo nemico Federico I, manifestandogli desiderio di unire i Greci e i Latini in un sol gregge sotto i pastori medesimi (V. Fleury, Hist. ecclés. t. XV, p. 187, 213-243).

[23.] V. le relazioni de' Greci e de' Latini in Niceta (Alessio Comneno c. 10) e in Guglielmo di Tiro (l. XXII; c. 10, 11, 12, 13); moderata e concisa la prima, verbosa, veemente e tragica la seconda.

[24.] Il senatore Niceta ha composta in tre libri la storia del regno d'Isacco l'Angelo, p. 228-290, e pensando che ei fu Logoteto ossia primo Segretario e Giudice del Velo, o del palagio, grande imparzialità non ci possiamo aspettare da lui. Gli è però vero che sol dopo la caduta e la morte del suo benefattore, questa storia avea scritta.

[25.] V. Boadino (Vit. Saladin, pag. 129-131-226, traduzione dello Sculthens). L'ambasciadore d'Isacco parlava indifferentemente il francese, il greco e l'arabo, cosa che in quel secolo può riguardarsi come un fenomeno. Il messaggio del Greco trovò alla Corte del Sultano accoglienza onorevole, ma il molto scandalo che produsse nell'Occidente ne fu il solo effetto.

[26.] Ducange, Fam. Dalmat. p. 318, 319, 320. La corrispondenza tra il Pontefice romano e il Re de' Bulgari, leggesi nell'Opera Gesta Innocentii III, c. 66-82, p. 513-525.

[27.] Il Papa riconobbe questa origine italiana di Giovannizio. A nobili urbis Romae prosapia genitores tui originem traxerunt. Il d'Anville (Etats de l'Europe, p. 258-262) spiega questa tradizione, e la grande somiglianza che si ravvisa fra la lingua latina e l'idioma de' Valacchi. Il torrente delle migrazioni avea trasportate dalle rive del Danubio a quelle del Volga le colonie poste da Traiano nella Dacia; e una seconda ondata dal Volga al Danubio, giusta il d'Anville, le avea ricondotte. La cosa è possibile, ma si toglie molto dall'ordinario.

[28.] Questa parabola non disdice, per vero dire, allo stil di un Selvaggio; ma piaciuto sarebbemi che il Valacco non vi avesse frammessi il nome classico de' Misj, le esperienze della calamita, e la citazione di un antico poeta comico (Niceta, in Alex. Com. l. 1, p. 299-300).

[29.] I Latini aggravano l'ingratitudine di Alessio supponendo che Isacco lo avesse liberato dalla schiavitù in cui lo tenevano i Turchi. So che questo patetico racconto è stato spacciato a Venezia ed a Zara, e non ne trovo orma in alcuno degli Storici greci.

[30.] V. il regno d'Alessio l'Angelo o Comneno ne' tre libri di Niceta, p. 291-352.

[31.] V. Fleury, Hist. eccles. t. XVI, p. 26 ec., e Villehardouin n. 1, colle osservazioni del Ducange, non mai disgiunte dal testo originale di cui mi valgo.

[32.] La vita contemporanea del Papa Innocenzo III, pubblicata dal Ballazio e dal Muratori, (Script. rer. Ital. t. III, part. I, p. 486-568) è preziosa per l'importanza delle istruzioni inserite nel testo: ivi si può leggere ancora la Bolla della Crociata, c. 84-85.

[33.] Porce cil pardon fut issi gran, se s'en esmeurent mult li cuers des genz, et mult s'en croisièrent, porce que li pardons ere si gran. Villehardouin n. 1. I nostri filosofi possono sottilizzare a lor grado sulle cagioni delle crociate, ma tali erano i veraci sentimenti di un cavaliere francese.

[34.] Questo numero di feudi, mille e ottocento de' quali, doveano ligio omaggio, trovavasi registrato nella Chiesa di S. Stefano di Troyes, e venne attestato nel 1213 dal maresciallo della Sciampagna (Ducange, Observ. p. 254).

[35.] Campania.... militiae privilegio singularis excellit.... in tyrociniis... prolusione armorum, etc. (Ducange, p. 249), tratto dall'antica Cronaca di Gerusalemme A. D. 1177-1199.

[36.] Il nome di Villehardouin trae la sua origine da un villaggio o castello della diocesi di Troyes fra Bar e Arcy. Nobile ed antica era questa famiglia; il cui ramo primogenito durò sino al 1400: il ramo secondogenito divenuto possessore del principato d'Acaia, andò a terminarsi nella Casa di Savoia (Ducange, p. 235-245).

[37.] Il padre di questo Goffredo e i suoi discendenti possedettero tale carica; ma il Ducange non ha seguito il corso delle cose colla sua diligenza ordinaria. Trovo che nel 1356 la stessa carica passò nella Casa di Conflans. Questi marescialli di provincia sono, è lungo tempo, ecclissati dai marescialli di Francia.

[38.] Questo idioma del quale presenterò alcuni saggi, è stato spiegato dal Vigenere e dal Ducange in una Versione e in un Glossario. Il presidente Brosses (Mechanisme des langues, t. II, p. 83) lo vuole un modello di una lingua che ha perduta l'essenza di lingua francese, e che i soli grammatici possono intendere.

[39.] L'età in cui visse e l'espressione, moi qui ceste oeuvre dicta (n. 62, ec.) possono far nascere un sospetto, più fondato di quello del Wood intorno ad Omero, che il predetto maresciallo non sapesse nè leggere, nè scrivere. Nondimeno la Sciampagna può gloriarsi di avere prodotti i due primi Storici, i nobili padri della prosa francese, Villehardouin e Joinville.

[40.] La Crociata, i regni del Conte di Fiandra, di Baldovino e di Enrico suo fratello, formano il particolare argomento di una storia composta dal Doutremens, gesuita (Constantinopolis belgica, Tournai, 1638, in 4); Opera che io conosco solamente da quanto ne ha detto il Ducange.

[41.] T. VI di questa storia.

[42.] Il Pagi (Critica, t. III, A. D. 810, n. 4 ec.) tratta sulla fondazione e l'independenza di Venezia e sull'invasione di Pipino (V. la diss. del Beretti, Cron. It. medii aevi, in Muratori, Script. t. X, p. 153). I due critici mostrano qualche parzialità. Il Francese contro la Repubblica, l'Italiano in favore di essa.

[43.] Allorchè il figlio di Carlomagno armò i suoi diritti dì sovranità, i fedeli Veneziani gli risposero: οτι ημεις διπλος θελσμεν ειναι του Ρομαιων βασιλεως, perchè noi vogliamo essere secondi sudditi del Re dei Romani (Costantino Porfirogeneta, De admin. imper. part. II, c. 28, p. 85); tradizione del nono secolo che rende ragione de' fatti del decimo, confermati dall'ambasceria di Liutprando di Cremona. Il tributo annuale che l'Imperatore permise si pagasse al Re d'Italia dai Veneziani, raddoppia la servitù di questi sotto aspetto di alleggerirla; ma l'odioso διουλοι vuol essere tradotto come nel chirografo dell'anno 827 (Laugier, Hist. de Venise, t. I, p. 67 ec.) co' più miti vocaboli subditi o fideles.

[44.] V. la venticinquesima e trentesima dissertazione delle Antichità del Medio Evo del Muratori. La Storia del commercio composta da Anderson non fa incominciare il traffico de' Veneziani coll'Inghilterra che nell'anno 1323. L'Abate Dubos (Hist. da la ligue de Cambrai, t. II, p. 443-480) offre una allettevole descrizione del fiorente stato del loro commercio e delle loro ricchezze nel principio del secolo XV.

[45.] I Veneziani tardarono assai nel pubblicare e scrivere la loro storia. I più antichi loro monumenti sono: I. l'arida Cronaca composta, come sembra, da Giovanni Sagornino (Venezia 1765 in 8), ove si dimostrano lo stato e i costumi di Venezia nell'anno 1028; II. la storia più voluminosa del Doge Andrea Dandolo 1342-1354, pubblicata per la prima volta nel duodecimo tomo del Muratori, A. D. 1728. La Storia di Venezia scritta dall'Abate Laugier (Parigi 1728) è un'Opera non priva di merito, e della quale io mi sono principalmente giovato per la parte che alla costituzione della Repubblica si riferisce.

[46.] Enrico Dandolo compiea gli ottantaquattro anni quando fu eletto Doge, A. D. 1192, e ne avea novantasette all'atto della sua morte, A. D. 1205. V. le osservazioni del Ducange sopra Villehardouin, n. 204. Ma gli storici originali non mettono attenzione a questa straordinaria lunghezza di vita. È questo, cred'io, il primo esempio d'un eroe pervenuto quasi ai cento anni. Teofrasto potrebbe somministrar l'esempio di uno scrittore quasi nonagenario: ma invece di εννενκοντα novanta (Prooem. ad Character.) sarei piuttosto inclinato a leggere επδομεκοντα settanta come hanno pensato l'ultimo editore di Teofrasto, il Fischer, ed anche il Casaubono. Egli è quasi impossibile che in tanto avanzata età il corpo e l'immaginazione conservino il loro vigore.

[47.] I moderni Veneziani (Laugier, t. II, p. 219) accusano della cecità del Dandolo l'Imperator Manuele, calunnia confutata dal Villehardouin e dagli antichi storici, secondo i quali il veneto Doge per conseguenza d'una ferita, perdè la vista (n. 34 e Ducange).

[48.] V. il Trattato originale nella Cronaca di Andrea Dandolo p. 323-326.

[49.] Leggendo il Villehardouin non possiamo far di meno di osservare che questo Maresciallo e i cavalieri suoi confratelli piangevano molto spesso. «Sachiez que la ot mainte lerme plorée de pitié (n. 17): mult plorant (ibid.); mainte lerme plorée (n. 34) si orent mult pitié et plorérent mult durement (n. 60); i ot maint lerme plorée de pitié (n. 202)». In somma piangevano in tutte le occasioni, ora per afflizione, ora per gioia, e se non altro per divozione.

[50.] Questo Marchese di Monferrato, segnalato erasi per una vittoria contro gli Astigiani (A. D. 1191), per una crociata in Palestina, per una legazione pontificia presso gli alemanni principi sostenuta (Muratori, Annali d'Italia, t. X, p. 163-202).

[51.] V. la Crociata degli Alemanni nella Historia C. P. di Gunther (Can. Antiq. lect. t. IV, p. V-VIII) che celebra il pellegrinaggio di Martino, uno fra i predicatori rivali di Folco di Neuilly. Apparteneva all'Ordine di Citeaux, e il suo monastero era situato nella diocesi di Basilea.

[52.] Indera, oggidì Zara, colonia romana che riconosce Augusto per suo fondatore, ai dì nostri ha un circuito di due miglia, e contiene fra i cinque e i seimila abitanti; ottimamente fortificata, un ponte la congiunge alla terra ferma (V. i viaggi di Spon e di Wheeler, viaggi di Dalmazia, di Grecia, ec. t. I, p. 64-70; viaggio in Grecia p. 8-14). L'ultimo di questi viaggiatori, confondendo Sestertia e Sestertii, valuta dodici lire sterline un arco di trionfo decorato di colonne e di statue. Se a que' giorni non v'erano alberi nei dintorni di Zara, convien dire che quegli abitanti non avessero ancora pensato a piantare i ciliegi, dai quali oggidì si ritrae il famoso maraschino di Zara.

[53.] Il Katona (Hist. crit. reg. Hungar. Stirpis Arpad. t. IV, p. 536-558) unisce fatti e testimonianze, oltre ogni dire, sfavorevoli ai conquistatori di Zara.

[54.] V. tutta la transazione e i sentimenti del Papa nelle Epistole di Innocenzo III, Gesta, c. 86, 87, 88.

[55.] Un leggitore moderno farà le maraviglie nel veder dato il nome di valletto di Costantinopoli al giovine Alessio. Questo titolo degli eredi del trono corrispondeva all'Infante degli Spagnuoli, al nobilissimus puer de' Romani. I paggi o valletti de' Cavalieri non erano men nobili de' loro padroni (Villehar. e Duc. n. 36).

[56.] Il Villehardouin (n. 38) chiama l'Imperatore Isacco Sarsach forse dalla voce francese Sire, o dalla greca Κυρ, κυριος, Sire, Signore, formata colla terminazione del nome proprio: le denominazioni corrotte di Tursac e di Conserac che troveremo in appresso, ne forniranno un'idea della libertà che in ordine a ciò si prendeano le antiche dinastie della Sorìa e dell'Egitto.

[57.] Ranieri e Corrado: l'uno sposò Maria, figlia dell'Imperatore Manuele Comneno, l'altro Teodora Angela sorella degli Imperatori Isacco ed Alessio. Corrado abbandonò la Corte di Bisanzo e la moglie per accorrere in difesa di Tiro minacciata da Saladino (Ducange, Fam. Byzant., p. 187-203).

[58.] Niceta in Alex. Comn., (l. III, c. IX), accusa il Doge e i Veneziani, come autori della guerra mossa a Costantinopoli, e riguarda come κυμα υπερ κυματι, procella sopra procella, l'arrivo e le ignominiose offerte del Principe esigliato.

[59.] Il Villehardouin e il Gunther spiegano i sentimenti dell'una e dell'altra fazione. L'Abate Martino, che abbandonando l'esercito a Zara si trasferì in Palestina, venne inviato come ambasciatore a Costantinopoli, trovatosi a proprio dispetto spettatore del secondo assedio.

[60.] La nascita e le dignità che si univano in Andrea Dandolo gli somministravano e modi e motivi di cercare negli archivj di Venezia la storia del suo illustre antenato. Il laconismo ch'ei serba ne' proprj racconti rende alquanto sospette le moderne e verbose relazioni di Sanuto (Muratori script. rer. it. t. XXII), del Sabellico e del Ramnusio.

[61.] V. Villehardouin, n. 62. In cotest'uomo, originali appaiono i sentimenti quanto il modo di esprimerli. Proclive alle lagrime, non quindi meno allegrasi della gloria e del pericolo delle pugne con tale entusiasmo, che ad uno scrittore sedentario non può appartenere.

[62.] In questo viaggio, quasi tutti i nomi geografici trovansi svisati dai Latini: il nome moderno di Calcide, e di tutta l'Eubea deriva dall'Euripus d'onde Evripo, Negripo, Negroponte, che alle nostre carte geografiche fanno disdoro. (D'Anville, Geogr. anc. t. I, p. 263).

[63.] Et Sachiez que il ne ot si hardi cui le cuer ne fremist (c. 67) ... Chascuns regardoit ses armes... que par tems en arunt mestier (c. 68). Tale è l'ingenuità caratteristica del vero coraggio.

[64.] «Eandem urbem plus in solis navibus piscatorum abundare, quam illos in toto navigio. Habebat enim mille et sexcentas piscatorias naves.... Bellicas autem sive mercatorias habebat infinitae multitudinis et portum tutissimum». Gunther, Hist C. P., c. 8, p. 10.

[65.] Καθαπερ ιεερω, ειπειν δε και θεοψυτευτων παραδεισων εφειδοντο τουτωνι, come ad un sacro bosco parlavano, e risparmiavanlo quasi un giardino piantato da Dio. Niceta, in Alex. Comn., l. III, c. 9, p. 348.

[66.] Seguendo la traduzione del Vigenere, mi valgo del sonoro vocabolo di palandra, usato credo tuttavia lungo il littorale del mediterraneo. Se però scrivessi in Francese, adoprerei la parola originaria ed espressiva di vessiery o huissiers, tolta da huis, voce vieta che significava una porta atta a sbassarsi a guisa de' ponti levatoi, ma che per gli usi di mare collo stesso meccanismo si alzava nella parte interna del navilio. (Ducange, Villehardouin, n. 14, e Joinville, p. 27-28, ediz. del Louvre).

[67.] Per evitare l'espressione vaga di seguito o seguaci ec., ho adoperata, seguendo il Villehardouin la voce sergente, per indicare tutti gli uomini a cavallo che non erano cavalieri. Vi erano sergenti d'armi e sergenti di toga. Assistendo alla parata e alle adunate di Westminster può vedersi la bizzarra conseguenza di una tal distinzione (Ducange, Gloss. lat. Servientes etc. t. VI, p. 226-231).

[68.] È inutile l'annotare che intorno a Galata, alla catena del porto ec., il racconto del Ducange è compiuto e minutamente esatto. V. anche i capitoli particolari dell'opera C. P. Christiana dello stesso autore. L'ignoranza o la vanità degli abitanti di Galata era sì grande, che appropiavano a sè medesimi l'Epistola di S. Paolo ai Galati.

[69.] La galea che ruppe la catena chiamavasi l'Aquila (Dandolo, Chron., p. 322), che il Biondi (de Gestis Venet.) ha trasformata in Aquilo, vento boreale. Il Ducange (n. 83) ammette la seconda sposizione; ma egli non conosceva il testo autentico del Dandolo, e trascurò inoltre di esaminare la topografia del porto. Avrebbe veduto allora che il vento di scilocco era infinitamente più favorevole del vento di tramontana a questa spedizione dei Crociati.

[70.] Quatre cent mille hommes ou plus (Villehardouin, n. 134) vuole intendersi d'uomini in istato di portar l'armi. Il Le Beau (Hist. du Bas-Empire, t. XX, p. 417), concede a Costantinopoli un milione d'abitanti, sessantamila uomini di cavalleria e una moltitudine innumerabile di soldati. Nel suo stato d'invilimento la capitale dell'Impero ottomano contiene oggidì quattrocentomila abitanti. (Voyages de Bell, vol. II, p. 401-402). Ma non tenendo i Turchi alcun registro nè de' morti, nè delle nascite, ed essendo intorno a ciò sospette tutte le relazioni che abbiamo, egli è impossibile il verificare la vera loro popolazione (Niebuhr, Voyag. en Arab., t. I, p. 18, 19).

[71.] Regolandomi colle piante più esatte di Costantinopoli, non posso ammettere un'estensione maggiore di quattromila passi; nondimeno il Villehardouin (n. 86) la fa di tre leghe. Se i suoi occhi non lo hanno ingannato, è duopo credere che ei contasse a leghe degli antichi Galli, di mille cinquecento passi l'una, colle quali forse anche oggidì si regolano le misure de' terreni nella Sciampagna.

[72.] Il Villehardouin (n. 89-95) indica le guardie imperiali o i Varangi coi nomi di Anglais et Danois avec leurs haches. Qualunque si fosse la loro origine, un pellegrino francese non potea fare sbaglio sulla qualità delle nazioni che formavano questa guardia.

[73.] Intorno al primo assedio e alla conquista di Costantinopoli giova consultare la lettera originale de' Crociati ad Innocenzo III, Villehardouin (n. 75-99), Niceta (in Alex. Com. l. III c. X, p. 349-352), Dandolo (Chron., p. 322). Gunther e l'Abate Martino non erano anche tornati dal lor primo pellegrinaggio a Gerusalemme o a S. Giovanni d'Acri, ove ostinatamente fermaronsi, benchè la maggior parte de' loro compagni vi fosse morta di peste.

[74.] Il Villehardouin colla sua grossolana eloquenza, n. 66-100, ne fa comprendere, quale impressione provassero i Crociati al vedere Costantinopoli e i suoi dintorni: cette ville, dic'egli, que de toutes les autres ere Souveraine. V. i tratti di questa descrizione in Foulcher di Chartres (Hist. Hieros., t. I, c. 4), e in Guglielmo di Tiro (II, 5, XX, 26).

[75.] Giocando ai dadi, i Latini gli tolsero il suo diadema, mettendogli in capo un berrettone di lana o di pelo. Το μεγαλοπρεπες κς παγκλειστον κατερρυπινεν ονομα, infamavano un nome dignitoso e gloriosissimo (Nicetas, p. 358). Se un tale scherzo gli fu fatto dai Veneziani, vi si vedeva la conseguenza dell'audacia naturale ai repubblicani e ai trafficanti.

[76.] V. Villehardouin, n. 181; Dandolo, p. 322. Il Doge afferma che i Veneziani furono pagati più lentamente de' Francesi, osservando però che la storia delle due nazioni in ordine a ciò non si trova d'accordo. Aveva egli letti gli scritti del Villehardouin? I Greci si lamentarono quod totius Graeciae opes transtulisset (Gunther, Hist., C. P. c. 13). V. le querimonie e le invettive di Niceta (p. 355).

[77.] Il regno di Alessio Comneno occupa tre interi libri di Niceta, che impiega solo cinque capitoli a narrare la corta restaurazione d'Isacco e del giovine Alessio (p. 352-362).

[78.] Mentre Niceta rimprovera ad Alessio l'empia lega che questi avea co' Latini contratta, insulta con termini ingiuriosi la religione del romano Pontefice, μειζον και ατοσοπτόν.... παρεκτροπμν σιρτεως.... των του παπα προνομιων καινιεμον.... γεταθεειο τε και μεταποιμεν των πσλαιων φωμαιοις εθων, deviò grandemente e in modo indegno dalla fede.... la novità delle massime del Papa.... mandava ai Romani cangiate e trasfigurate le massime antiche, (p. 348). Così tutti i Greci si espressero fino al punto della compiuta sovversione di questo impero.

[79.] Niceta (pag. 355) non esita nell'accusare particolarmente i Fiaminghi (φλαμιονες) Flamiones; ma a torto riguarda siccome antico il lor nome. Il Villehardouin (n. 107) difende i Baroni, e ignora o mostra ignorare i nomi de' colpevoli.

[80.] Si paragonino le lamentele e i sospetti di Niceta (p. 359-362) colle accuse positive di Baldovino di Fiandra. (Gesta Innocentii III, cap. 92, p. 534) cum pathriarca et mole nobilium, nobis promissis perjurus et mendax.

[81.] Nicolao Canabo era questo fantasma. Niceta ne fa encomj; Murzuflo alla propria vendetta lo sagrificò p. 362.

[82.] Il Villehardouin (n. 116) parla di questo Murzuflo come di un favorito, e sembra ignorare che egli fosse principe del sangue imperiale, e pertenente alla casa di Duca. Il Ducange celebre nel razzolare ogni genere di erudizione, crede che questo Alessio fosse figlio d'Isacco Duca Sebastocrator, e cugino germano del giovine imperatore Alessio.

[83.] Niceta accerta il fatto di una tale negoziazione che sembra per altra parte molto probabile (p. 365): ma il Villehardouin e il Dandolo la riguardano come obbrobriosa, e non ne fanno parola.

[84.] Baldovino commemora questi due tentativi contro la flotta (Gesta, c. 92, p. 534-535): il Villehardouin (n. 113-115) non accenna che il primo. È cosa degna d'osservazione che nessuno di questi guerrieri si ferma a descrivere qualche particolare proprietà del fuoco greco.

[85.] Il Ducange (n. 119) ne inonda di un torrente di erudizione intorno al gonfalone imperiale. Ella è cosa singolare che questa bandiera della Madonna è parimente un trofeo e una reliquia che fanno vedere i Veneziani. Se essi possedono la vera, convien dire che il pietoso Dandolo abbia ingannati i monaci di Citeaux.

[86.] Il Villehardouin (n. 126) confessa che mult ere grant péril: e il Gunther (Hist. C. P. cap. 13) afferma che nulla spes victoriae arridere poterat. Però e il Cavaliere parla con disprezzo di coloro che pensavano alla ritirata, e il monaco loda que' suoi compatriotti che erano risoluti di morire coll'armi alla mano.

[87.] Baldovino e tutti gli Storici cristiani onorano il nome di quelle due galee coll'aggiunto felici auspicio.

[88.] Facendo allusione ad Omero, Niceta lo chiama εννεα οργυιας, alto nove orgie, ossia diciotto verghe inglesi, circa cinquanta piedi. Una tale statura difatti sarebbe stata una scusa molto legittima al terrore de' Greci. In questa occasione l'autore si mostra più dominato dalla passione di contar maraviglie che dall'interesse del suo paese, o dall'amore della storica verità. Baldovino sclama colla parole del Salmista, Persequitur unus ex nobis centum alienos.

[89.] Il Villehardouin (n. 130) ignora ancora gli autori di un tale incendio men condannevole del primo, e del quale secondo il Gunther è reo, quidam comes Theutonicus (cap. 14). Sembra che gl'incendiarj arrossiscano di confessarlo.

[90.] Intorno al secondo assedio, o alla conquista di Costantinopoli V. Villehardouin (n. 113-132), la seconda lettera di Baldovino ad Innocenzo III (Gesta, cap. 92, p. 534-537), e l'intero regno di Murzuflo in Niceta (p. 363-375). Possono ancora consultarsi alcuni passi del Dandolo (Chron. venet., p. 323-330) e Gunther, Hist. (C. P. cap. 14-18), i quali aggiungono ai loro racconti il maraviglioso delle visioni e delle profezie. Il primo di essi cita un oracolo della Sibilla Eritrea, che annunzia un grande armamento sull'Adriatico, condotto da un generale greco, spedito contro Bisanzo ec., maravigliosissima predizione, se non fosse posteriore all'avvenimento.

[91.] Ceciderunt tamen eo die civium quasi duo millia. Gunther (c. 18). L'aritmetica è una pietra di paragone per valutare le passioni e l'ampollosità delle figure rettoriche.

[92.] Quidam (dice Innocenzo III, Gesta, c. 94, p. 538) nec religioni, nec aetati, nec sexui pepercerunt, sed fornicationes, adulteria, et incestus in oculis omnium exercentes, non solum maritatas et viduas, sed et matronas et virgines deoque dicatas exposuerunt spurcitiis garcionum. Il Villehardouin non fa parola di questi fatti troppo soliti ad accadere nelle guerre.

[93.] Niceta salvò, indi sposò una nobile vergine, che un soldato, επι μαρτυτι πολλοις ονηδον επιβρωμωμενος, lascivamente smanioso in faccia a molti testimonj, quasi violò senza riguardo a εντολαι, ενταλματα ευ γεγονοτων, alle massime od ai precetti delle persone ben nate.

[94.] Intorno al valor generale di tutto lo spoglio il Gunther lo riguarda tale, ut de pauperibus et advenis cives ditissimi redderentur (Hist. C. P. c. 18); il Villehardouin (n. 132) osserva che dopo la creazione del mondo ne fu tant gaignié dans une ville, e Baldovino (Gesta, c. 92) ut tantum tota non videatur possidere Latinitas.

[95.] V. Villehardouin (n. 133-135). Evvi una variante nel testo, per cui può leggersi e cinquecentomila e quattrocentomila. I Veneziani aveano fatta la profferta di prendersi per sè tutto lo spoglio, indi sborsare quattrocento marchi a cadaun cavaliere, dugento a cadaun sergente, cento a cadaun soldato; contratto che non sarebbe stato vantaggioso per la Repubblica (Le Beau, Hist. du bas-Empire, l. XX, p. 506, non so poi su qual fondamento).

[96.] Nel Concilio di Lione (A. D. 1295) gli ambasciatori d'Inghilterra valutarono la rendita della Corona, inferiore a quella del clero straniero, che ascendeva a sessantamila marchi annuali (Mattia Paris, p. 451; Hume Storia d'Inghilterra, vol. II).

[97.] Niceta descrive in patetica guisa il saccheggio di Costantinopoli e le sciagure che personalmente il percossero (p. 367-369, e Status urbis C. P., p. 375-384). Innocenzo III, Gesta, c. 92 conferma perfino la realtà de' sacrilegj deplorati da Niceta: ma Villehardouin non lascia scorgere nè pietà, nè rimorsi.

[98.] Se ho ben inteso il testo greco di Niceta, le loro vivande predilette eran cosce di manzo a lesso, maiale salato condito coi ceci, zuppa con aglio ed erbe forti, o acide (p. 582).

[99.] Niceta si vale di espressioni durissime αγραμματοις βαρβαροις, και τελεον αναλφαβητοις Barbari illetterati, e totalmente ignari dell'abbicì. (Fragm. apud Fabricium, Bibl. Graec., t. VI, p. 414). Vero è che questo rimprovero si riferisce principalmente alla loro ignoranza della lingua greca e delle sublimi opere di Omero. I Latini del dodicesimo e tredicesimo secolo non mancavano di opere di letteratura nella propria lingua. V. le Ricerche filologiche di Harris, p. 3, c. IX, X, XI.

[100.] Niceta, nativo di Cona in Frigia (antico Colosso di S. Paolo) era pervenuto al grado di Senatore, di Giudice del Velo e di gran Logoteta. Dopo la rovina dell'Impero, di cui fu vittima e testimonio, si ritrasse a Nicea, ove compose una compiuta e accurata storia che procede dalla morte di Alessio Comneno insino al regno di Enrico.

[101.] Un manoscritto di Niceta (nella biblioteca Bodleana) contiene questo singolare frammento che riguarda lo stato di Costantinopoli, e che o ad arte, o per vergogna, o piuttosto per trascuratezza è stato ommesso nelle precedenti edizioni. Lo ha pubblicato il Fabrizio (Bibl. graec., t. VI, p. 405-416), e l'ingegnoso Harris di Salisbury non ha limiti nel lodarlo (Ricerche filologiche part. III, cap. V).

[102.] Per darne un'idea della statua di Ercole il sig. Harris ha citato un epigramma, e presentata la figura scolpita in una bella pietra; ma questa non offre l'atteggiamento di un Ercole, senza clava, col braccio e la gamba stesa siccome di questa statua vien detto.

[103.] Ho trascritte letteralmente le proporzioni indicate da Niceta, le quali mi sembrano oltre modo ridicole, e forse ne condurranno a giudicare che il preteso buon gusto di questo senatore ad ostentazione e vanità riducensi.

[104.] V. Niceta, ove parla d'Isacco l'Angelo e di Alessio (cap. 3, p. 339). L'Editore latino osserva con molta ragionevolezza che lo Storico greco coll'enfasi del suo stile suol fare ex pulice elephantem.

[105.] Niceta in due passi (edizione di Parigi, p. 360, Fabrizio p. 408) rampogna aspramente i Latini οιτου καλου ανεραστοι Βαρβαροι, Barbari nemici del bello, e indica in precisi termini quanto fossero avidi del bronzo. Non può però negarsi ai Veneziani il merito di avere trasportati quattro cavalli di bronzo da Costantinopoli alla piazza di S. Marco (Sanuto, Vite dei Dogi, Muratori, Script. rer. ital. t. XX, pag. 534).

[106.] Winkelmann, Storia dell'arti, t. III, p. 269-270.

[107.] V. nel Gunther (Hist. C. P. c. 19-23, 24) il pietoso furto dell'abate Martino, che trasportò un ricco fardello di questi tesori religiosi nel suo convento. Nondimeno il Santo non andò immune dalla scomunica, e forse dalla taccia di avere violato un giuramento.

[108.] Fleury, Hist. eccles. t. XVI, p. 139-145.

[109.] Conchiuderò questo capitolo con alcuni cenni sopra una Storia moderna che descrive colle sue particolarità la presa di Costantinopoli per opera dei Latini; ma venutami fra le mani alquanto tardi. Paolo Ramusio figlio del Compilatore de' Viaggi, ebbe dal Senato di Venezia la commissione di scrivere questa Storia: ma ricevè un tal ordine in gioventù e lo eseguì solamente anni dopo, pubblicando un'opera ingegnosamente scritta che ha per titolo, De bello Constantinopolitano et imperatoribus Comnenis per Gallos et Venetos restitutis (Venezia 1635 in folio). Il Ramusio o Ramnusio, trascrive e traduce, seguitur ad unguem, un manoscritto che ei possedeva del Villehardouin; ma ha inoltre arricchito il suo racconto di materiali greci e latini, e gli andiamo pur debitori della descrizione esatta della flotta, dei nomi di cinquanta nobili Veneziani che comandavano le galee della Repubblica, e per lui sappiamo le circostanze delle opposizioni che, spinto da amore di patria, mosse Pantaleone Barbi contro la scelta del Doge a Imperatore di Costantinopoli.

[110.] V. l'originale del Trattato di parteggiamento nella Cronaca di Andrea Dandolo, p. 328-330, e la elezione che ne conseguì, nel Villehardouin (n. 136-140), le Osservazioni del Ducange e il primo libro della Storia di Costantinopoli sotto l'impero de' Francesi.

[111.] Dopo aver parlato di un Elettore francese che avea dato il suo voto al Doge, Andrea Dandolo parente dello stesso Doge ne trova ragionevole l'esclusione. Quidam venetorum, fidelis et nobilis senex usus oratione satis probabili, etc., Orazione che gli scrittori moderni dal Biondi al Le Beau hanno accomodata ciascuno a lor fantasia.

[112.] Niceta, p. 384, vano e ignorante, quanto un Greco di que' tempi doveva esserlo, indica il Marchese di Monferrato come Capo di una potenza maritima λαμπαρδιαν δε οικεισθαι παραλιον, abitava (o governava) la Lombardia marittima. Forse lo ha indotto in errore il tema bisantino della Lombardia situata sulle coste della Calabria.

[113.] I Veneziani pretesero che il Morosini si obbligasse con giuramento a non ammettere nel capitolo di S. Sofia, cui spettava il diritto delle elezioni, altri individui fuor de' Veneziani, e di quelli inoltre che avessero abitato dieci anni in Venezia. Ma ingelosito il Clero della prerogativa che questi arrogavansi, il Papa non la confermò, onde fra sei patriarchi Latini che ebbe Costantinopoli, solamente il primo e l'ultimo furono Veneziani.

[114.] Niceta p. 383.

[115.] Le lettere d'Innocenzo III somministrano ricchi materiali alla Storia delle istituzioni civili ecclesiastiche dell'impero Latino di Costantinopoli. La più importante di tali lettere (delle quali Stefano Baluzio ha pubblicata la raccolta in due volumi in folio) trovasi nell'opera, Gesta script. rer. ital., Muratori, t. III, part. I, c. 94-105.

[116.] Nel Trattato di parteggiamento hanno alterati quasi tutti i nomi proprj. Non sarebbero difficili le correzioni, e una buona Carta corrispondente all'ultimo secolo dell'Impero di Bisanzo sarebbe di grande soccorso alla geografia; ma sfortunatamente d'Anville più non vive.

[117.] Il loro stile d'intitolarsi era Dominus quartae partis et dimidiae imperii romani, e così continuarono fino all'anno 1356, in cui Giovanni Dolfino fu eletto Doge (Sanut., p. 430-641). Quanto al governo di Costantinopoli, V. Ducange, Hist. C. P. 1-37.

[118.] Il Ducange (Hist. C. P. 11, 6) ha enumerate le conquiste fatte dalla Repubblica o dai Nobili veneziani, le isole di Candia, di Corfù, Cefalonia, Zante, Nasso, Paro, Melos, Andros, Micone, Siro, Ceos e Lemno.

[119.] Bonifazio vendè l'isola di Candia ai 12 agosto dell'anno 1204. V. la transazione in Sanuto p. 533; ma non so comprendere come quest'Isola fosse il patrimonio della madre di Bonifazio, o come questa madre esser potesse la figlia d'un Imperatore di nome Alessio.

[120.] Nel 1212, il Doge Pietro Zani inviò nell'isola di Candia una colonia tolta dai differenti rioni di Venezia: ma i nativi Candiotti, per la salvatichezza de' lor costumi, e per le frequenti ribellioni, poteano essere paragonati ai Corsi sotto il dominio de' Genovesi; e allorchè io metto in paragone i racconti del Belon, e quelli del Tournefort, non ravviso molte differenze tra la Candia de' Veneziani, e la Candia de' Turchi.

[121.] Il Villehardouin (n. 159, 160, 173-177) e Niceta (p. 387-394) raccontano la spedizione del Marchese Bonifazio in Grecia. Il secondo ha potuto essere informato di queste particolarità dal suo fratello Michele, arcivescovo di Atene, che ei ne dipinge siccome un eloquente oratore, un uomo di Stato abilissimo, e soprattutto siccome un santo. Dai manoscritti di Niceta, che trovansi nella biblioteca bodleana, avrebbero potuto ritrarsi l'elogio che egli fa di Atene, e la descrizione di Tempe (Fabricius, Bibl. graec., t. VI, p. 405), cose che sarebbero state degne delle indagini del sig. Harris.

[122.] Napoli di Romania, o Nauplia, l'antico porto di Argo è tuttavia una Fortezza assai rilevante; giace sopra una penisola circondata di scogli, e gode di un ottimo porto. V. i viaggi di Chandler nella Grecia, p. 227.

[123.] Ho mitigata l'espressione di Niceta che si studia di ampliare colle sue tinte la presunzione de' Franchi (V. de rebus post. C. P. expugnatam 375-384).

[124.] Questa città, bagnata dall'Ebro, distante sei miglia da Andrinopoli, a motivo del suo doppio muro ottenne da' Greci il nome di Didymoteicos, cambiato a poco a poco in quelli di Dimot o Demotica. Ho preferito il nome moderno di Demotica. Fu l'ultima città abitata da Carlo XII soggiornando in Turchia.

[125.] Il Villehardouin con tuono di franchezza e di libertà ne dà conto de' litigi di questi due Principi (n. 146-158). Lo Storico greco (p. 387) non defrauda di lodi il merito e la fama del Maresciallo μεγα παρα Λατινον δυναμενου στρατευμσσι, molto potente fra gli eserciti latini: in ciò dissimile da certi moderni eroi, le imprese de' quali, sol pe' loro comentarj son conosciute.

[126.] V. la morte di Murzuflo in Niceta (pag. 393), Villehardouin (n. 141-145-163) e Gunther (cap 20, 21). Nè il Maresciallo, nè il frate mostrano la menoma compassione sulla sorte di questo usurpatore o ribelle, benchè condannato ad un supplizio di un genere più nuovo ancora de' suoi delitti.

[127.] La colonna d'Arcadio, che ne' bassi rilievi raffigura la vittoria di lui, o quella del padre del medesimo Teodosio, vedesi tuttavia a Costantinopoli. Viene descritta, colle sue proporzioni, nelle opere del Gillio (Topograph. IV, 7), dal Banduri (l. I, antiquit. C. P. p. 507 ec.), e dal Tournefort (Viaggio in Levante t. II, lett. 12, p. 231).

[128.] La ridicola novella del Gunther intorno la columna fatidica non merita che le si porga attenzione. Ella è però straordinaria cosa, che cinquant'anni prima della conquista de' Latini, il poeta Tzetze (Chiliad., IX, 277) abbia raccontato il sogno di una matrona, la quale avea veduto un esercito nel Foro, e un uom seduto sulla cima della colonna che battea le mani una contro l'altra e metteva un forte grido.

[129.] Il Ducange (Fam. byzant.) ha esaminate, e con accuratezza descritte le dinastie di Nicea, di Trebisonda e d'Epiro, delle quali Niceta vide i primordj, senza però concepirne grandi speranze.

[130.] Eccetto alcuni fatti contenuti in Pachimero e Niceforo Gregoras, che noi citeremo in appresso, gli Storici bisantini, non si degnano far parola dell'impero di Trebisonda, o del principato de' Lazi. Nè manco i Latini ne parlano, se non se ne' romanzi de' secoli XIV, XV. Nondimeno l'instancabile Ducange ha scoperto a tale proposito (Fam. byzant. p. 192) due passi autentici negli scritti di Vincenzo di Beauvais (l. XXXI, c. 144) e del protonotario Ogier. (V. Wadding, A. D. 1279 n. 4).

[131.] Niceta fa un ritratto de' Francesi-Latini, ove scorgesi per ogni dove l'impronta dell'astio e del pregiudizio ουδεν των αλλων εθνων εις Αρεος εργα παρασυμβεβλησθαι ηνειχοντο αλλ’ουδε τις των χαριτων η των μουσων παρα τοις βαρβαροις τουτοις επεξενιζετο, και παρα τουτο οιμαι την φυσιν ησαν ανημεροι, και τον χολον ειχον του λογου προτρεχοντα. Non tolleravano che alcun'altra nazione concorresse con essi alle imprese marziali; ma niuna della Grazie o delle Muse aveva ospizio da quei Barbari, ed inoltre erano, io credo, crudeli per natura, e aveano una bile che preveniva il discorso.

[132.] Qui incomincio a valermi con fiducia e libertà degli otto libri della Hist. C. P. (sotto l'Impero de' Francesi) composti dal Ducange come supplimento alla storia del Villehardouin, i quali comunque scritti in barbaro stile, hanno tutto il merito che all'opere classiche e originali appartiene.

[133.] Nella risposta che Giovannizio fece al Pontefice, possono vedersi le rimostranze e le querele di questo principe (Gesta In. III, c. 108-109). I Romani amavano Giovannizio, e come il figliuol prodigo lo riguardavano.

[134.] I Comani erano un'orda di Tartari o Turcomanni che, nel duodecimo o nel tredicesimo secolo, accampavano sulle frontiere della Moldavia. Trovavansi fra essi un grande numero di Pagani ed alcuni Maomettani. Luigi, Re d'Ungheria, nel 1370, convertì l'intera tribù al Cristianesimo.

[135.] Niceta, sia per odio, sia per ignoranza, accagiona di questa rotta la viltà del Doge (p. 383); ma il Villehardouin chiama a parte della propria gloria il suo venerabile amico, qui viels home ère et gote ne vecit, mais mult ere sages et preus et vigueros (n. 193).

[136.] La Geografia esatta e il testo originale del Villehardouin (n. 194), mettono Rodosto lontano tre giornate (Trois journées) da Andrinopoli. Ma il Vigenere, nella sua versione, ha sostituito goffamente tre ore; abbaglio che il Ducange non ha corretto ed ha tratti in grossolani equivoci molti moderni, i nomi de' quali mi piace il tacere.

[137.] Il Villehardouin e Niceta (p. 386-416) raccontano il regno e la morte di Baldovino; il Ducange supplisce alle loro ommissioni nelle Osservazioni, e sul finire del suo primo libro.

[138.] Dopo avere allontanate tutte le circostanze sospette e improbabili possiamo trar prove pella morte di Baldovino, I. Dall'opinione de' Baroni che non ne dubitavano (Villehardouin n. 230). II. Dall'affermazione di Giovannizio o Calo-Giovanni che si scusa sul non avere posto in libertà l'imperatore, quia debitum carnis exsolverat cum carcere teneretur (Gesta Innocentii III, c. 109).

[139.] Vedasi come raccontino la storia di questo impostore gli scrittori francesi e fiamminghi, nel Ducange (Hist. C. P. III, 9), e le ridicole favole avutesi per vere dai monaci di S. Albano, in Mattia Paris (His. maj., p. 271-272).

[140.] Villehardouin (n. 257). Trista conclusione che a me pur duole il citare. Noi perdiamo ad un tempo l'originale della storia di Villehardouin, e i preziosi comentarj del Ducange. Le due lettere di Enrico al Papa Innocenzo III portano qualche schiarimento alle ultime pagine del nostro Autore (Gesta, c. 106, 107).

[141.] Il Maresciallo viveva ancora nel 1212; ma è probabile che ei sia morto poco dopo, nè mai tornato in Francia (Ducange, Osservazioni sopra Villehardouin p. 238). Il feudo di Messinopoli, conferitogli da Bonifazio, era l'antica Maximianopolis, fiorente fra le città della Tracia ai giorni di Amiano Marcellino (n. 141).

[142.] Il servigio della Chiesa di questo S. Avvocato di Tessalonica era fatto dai Canonici del santo Sepolcro. Essa era famosa per un olio santo che continuamente vi distillava e operava portenti (Ducange, Hist. de Const. II, 4).

[143.] Acropolita, c. 17, racconta la persecuzione del Legato, e la tolleranza usata da Enrico (come egli la chiama) κλυδωνα κατεστορεσε, sedò la procella.

[144.] V. il regno di Enrico in Ducange (Hist. di C. P. l. I, c. 35-41, l. XI, c. 1-12) che sapeva dalle lettere dei Papi trar grande profitto per la sua Storia. Le Beau (Hist. du Bas-Empire, t. 21, p. 120-122), ha trovate, forse nel Doutremens, alcune leggi di Enrico sul servigio de' feudi e sulle prerogative imperiali.

[145.] Acropolita (cap. 14) afferma che Pietro Courtenai morì di ferro (εργον μαχαιραε γενεσθαι) stravagante frase che corrisponde all'italiana, divenne fattura della spada; ma le oscure espressioni di questo scrittore danno a credere che prima di una tal morte ei fosse stato prigioniero, ως παντας αρδκν δεσματας ποιησαι συν πασι σαευεσι furon fatti tutti prigionieri con tutte le navi. La Cronaca di Auxerre, paese posto ne' dintorni di Courtenai, assegna per epoca a questa morte l'anno 1219.

[146.] V. quanto si riferisce al regno e alla morte di Pietro di Courtenai nel Ducange (Hist. di C. P. l. II, c. 22-28 ), che fa deboli sforzi per iscusare Onorio III circa l'indifferenza mostrata sull'infelice destino dell'Imperatore.

[147.] Marino Sanuto (Secreta fidelium crucis, l. II, part. IV, c. 18, p. 73) trova sì ammirabile questa scena d'orrore, che la trascrive in margine, siccome bonum exemplum. Nondimeno egli riconosce la donzella per moglie legittima di Roberto.

[148.] V. il regno di Roberto nel Ducange (Hist. di Costantinopoli l. III, c. 1-12).

[149.] Rex igitur Franciae, deliberatione habita respondit nuntiis, se daturum hominem Syriae partibus aptum; in armis probum (prode), in bellis securum, in agendis providum. Johannem comitem Brennensem (Sanut., Secret. fidel., l. III, part. XI, c. 4, p. 205, Mattia Paris, p. 159).

[150.] Il Giannone (Istoria civile, t. II, l. XVI, p. 380-385) parla lungamente intorno al maritaggio di Federico II colla figlia di Giovanni di Brienne, e la doppia unione delle corone di Napoli o di Gerusalemme.

[151.] V. Acropolita, c. 27. Lo storico, allor fanciullo, ebbe in Costantinopoli la sua educazione. Aveva undici anni, quando il padre del medesimo per sottrarsi al giogo dei Latini abbandonò ricchi possedimenti, riparando alla Corte di Nicea, ove il figlio di lui ai primi onori venne innalzato.

[152.] Filippo Mousches vescovo di Tournai (A. D. 1274-1282) ha composto una spezie di poema, in antico dialetto fiammingo, o piuttosto una cronaca in versi degl'Imperatori di Costantinopoli; e il Ducange in fine alla storia di Villehardouin, (V. p. 224), le imprese di Giovanni di Brienne.

N'Aie, Ector, Roll'ne Ogiers

Ne Judas Machabeus li fiers

Tant ne fit d'armes en estors

Com fist li rois Jehans cel jors

Et il defors et il dedans

La paru sa force et ses sens

Et li hardiment qu'il avait.

[153.] V. il regno di Giovanni di Brienne nel Ducange, Hist. di C. P. l. III, c. 13-26.

[154.] V. il regno di Baldovino II fino al momento in cui fu scacciato da Costantinopoli, nel Ducange (Hist. C. P. l. IV, c. 1-34; l. V, c. 1-33).

[155.] Mattia Paris racconta le due visite fatte da Baldovino II alla Corte d'Inghilterra (p. 396-637), il ritorno in Grecia armata manu (p. 407), le lettere dello stesso Baldovino e il nomen formidabile, ec. (p. 481); espressione cui non ha posto mente il Ducange (V. l'espulsione di Baldovino p. 850).

[156.] Chiamano i teologi soddisfazione le opere penose, fatte con umiltà da' peccatori, ed imposte dalla Chiesa, in riguardo al fervore de' penitenti, o ad altre buone opere, ch'ella loro prescrive; queste indulgenze poi sono principalmente date dal Papa anche per eccitare i credenti a certe azioni, od intraprese. Se poi alcune volte si ha fatto uso non conveniente delle indulgenze, sarà cosa da disapprovarsi. (Nota di N. N.)

[157.] Luigi IX si oppose, disapprovandola, alla vendita di Courtenai (Ducange l. IV, c. 23). Questa Signoria fa oggidì parte de' dominj della Corona; ma è stata ipotecata per un certo tempo alla famiglia di Boulainvilliers. Courtenai, giurisdizione di Nemours nell'isola di Francia, è una città che contiene in circa novecento abitanti: vi si vedono tuttavia gli avanzi d'un castello (Mélanges tirés d'une grande Bibliothèque, t. X, l. V, p. 74-77).

[158.] Un principe Comano, morto senza battesimo, fu sepolto innanzi alle porte di Costantinopoli, e in compagnia di lui un certo numero di Schiavi e di cavalli vivi.

[159.] Sanut., Secret. fidel. crucis, l. IV, c. 18, p. 73.

[160.] Non era immaginario quel valore pei credenti. (Nota di N. N.)

[161.] È vero che le mummie erano pure un pegno di grande importanza pegli Egizj, ma non doveva farsi questo paragone. (Nota di N. N.)

[162.] Il Ducange interpreta col vocabolo vago monetae genus le parole perparus, perpera, hyperperum. Dopo avere consultato un passo del Gunther (Hist. C. P. c. 8, p. 10) mi do a credere che il perpera sia il nummus aureus o la quarta parte d'un marco di argento, circa dieci scellini sterlini; se si fosse inteso di marco di piombo troppo tenue sarebbe stata la somma.

[163.] Intorno al trasporto della Santa Corona da Costantinopoli a Parigi, V. Ducange (Hist. C. P., l. IV, c. 11-14, 24-35) e Fleury (Hist. eccl. t. XVII, p. 201-204).

[164.] Mélanges tirés d'une grande bibliothèque, t. XLIII, p. 201-205. Il Lutrin di Boileau mostra l'interno, gli uffizj, le consuetudini de' ministri della Santa Cappella; i comentatori Brossette e Saint-Marc hanno uniti e spiegati molti fatti che alla istituzione della medesima si riferiscono.

[165.] Questa cura venne operata ai 24 di Marzo dell'anno 1656 sopra la nipote del celebre Pascal. Quest'uomo di altissimo ingegno, Arnaud e Nicole erano presenti per vedere ed attestare un miracolo che confuse i Gesuiti e salvò Portoreale, (Oeuvres de Racine, t. VI, p. 176-187, nell'eloquente storia di Portoreale).

[166.] Se per antidoto s'intende una ragionevole critica intorno ai fatti di questa specie, particolarmente quando non sono stati assoggettati al processo solito a farsi, non sarebbe da condannarsi, bisognava spiegarsi meglio. (Nota di N. N.)

[167.] Il Voltaire (Siècle de Louis XIV, c. 37, Oeuvres, t. IX, p. 178, 179) mette il suo studio a distruggere la verità de' fatti: ma l'Hume (Saggi, vol. II) con maggiore abilità e buon successo impadronendosi della batteria volta il cannone contra i nemici.

[168.] Possono vedersi ne' libri 3, 4, 5 della compilazione del Ducange, le perdite successivamente sofferte dai Latini; ma questo storico si è lasciato sfuggire molte circostanze che si riferiscono alle conquiste de' Greci, e che giova il rintracciare nella più compiuta storia di Giorgio Acropolita, e ne' tre primi libri di Niceforo Gregoras, due scrittori della storia bisantina, ai quali è toccata la buona sorte di avere per editori Leone Allazio a Roma, e Giovanni Boivin Membro della Accademia delle iscrizioni a Parigi.

[169.] V. Giorgio Acropolita, c. 78, p. 89, 90, edizione di Parigi.

[170.] I Greci, vergognando di avere avuto ricorso agli stranieri, dissimularono la Lega coi Genovesi e gli aiuti che ne ricevettero; ma il fatto è provato dalle testimonianze di Giovanni Villani (Cron. l. VI, c. 71), del Muratori (Script. rer. ital. t. XIII, p. 202, 203) e di Guglielmo di Nangis (Annali di S. Luigi, p. 248, nel Joinville del Louvre); tanto Nangis quanto Joinville, stranieri alla disputa, poteano parlare con imparzialità. Urbano IV minacciò i Genovesi di privarli del loro arcivescovo.

[171.] Fa d'uopo di non poca diligenza a conciliare le sproporzioni di numero; gli ottocento soldati di Niceta, i venticinquemila di Spandugino (Duc. l. V, c. 24), gli Sciti e i Greci di Acropolita, il numeroso esercito di Michele, quale apparirebbe dalle lettere di Papa Urbano IV (1-129).

[172.] Θεληματαριοι, Volontarj. Pachimero ne gl'indica e descrive nel medesimo tempo (l. II, c. 14).

[173.] A che ricercare questi Comani ne' deserti della Tartaria, o anche nella Moldavia? una parte di essa tribù si era sottomessa a Giovanni Vatace, e probabilmente avea posto un vivaio di soldati in qualche deserto della Tracia (Cantacuzeno, l. I, c. 2).

[174.] I Latini raccontano brevemente la perdita di Costantinopoli la cui conquista è stata in modo più soddisfacente descritta dai Greci, vale a dire da Acropolita (c. 85), da Pachimero (l. II, c. 26-27), da Niceforo Gregoras (lib. IV, c. 1, 2). V. Ducange, Hist. C. P., l. V, c. 19-27.

[175.] V. i tre ultimi libri (l. V-VIII) e le tavole genealogiche del Ducange. Nell'anno 1382, l'Imperatore titolare di Costantinopoli era Giacomo di Bangs Duca di Andria, nel regno di Napoli, figlio di Margherita, figlia di Catterina di Valois, figlia questa di un'altra Catterina, che avea per padre Filippo figlio di Baldovino II (Ducange, l. VIII, c. 37,38). Ignorasi se egli abbia lasciato posterità.

[176.] Abulfeda che vide l'ultimo periodo delle Crociate, parla del regno de' Franchi e di quello de' Negri, come di cose sconosciute egualmente (Proleg. ad geogr.). Se questo principe della Sorìa non avesse disdegnata la lingua latina, sarebbesi procurati facilmente libri ed interpreti.

[177.] I Maomettani così chiamarono, e chiamano i Cristiani cattolici a cagione del culto che prestano alle Immagini, perchè non sanno, che quelli non prestano culto alle Immagini, che riferendosi agli esemplari di esse. (Nota di N. N.)

[178.] L'Uezio nell'opera De interpretatione et de claris interpretibus (p. 131-135) dà una contezza succinta e superficiale di queste traduzioni dal latino in greco. Massimo Planude, frate di Costantinopoli (A. D. 1327-1353), ha tradotti i Comentarj di Cesare, il Sogno di Scipione, le Metamorfosi e le Eroidi d'Ovidio (Fabricius, Bibl. graec., t. X, pag. 533).

[179.] I mulini a vento, che furono la prima volta inventati nell'Asia Minore, contrada di acqua scarsissima, vennero posti in uso nella Normandia l'anno 1105 (Vie privée des Français, l. I, pag. 42, 43; Ducange. Gloss. lat., l. IV, pag. 474). V. L'Inghilterra, antica traduzione del Boulard, pag. 282.

[180.] V. le lamentanze di Ruggero Bacone (Biograph. Britannica, vol. I, pag. 418, edizione di Kippis). Se Bacone, o Gerberto, intendevano alcuni autori greci, potevano riguardarsi come prodigi del loro secolo, nè certamente doveano questo merito proprio al commercio dell'Oriente.

[181.] Tal si era l'opinione del grande Leibnitz (Oeuvres de Fontenelle, t. V, p. 458) uno fra i sommi maestri della storia del medio evo. Non citerò che la genealogia da' Carmelitani, e il miracolo della casa di Loreto, cose che vennero entrambe dalla Palestina.

[182.] La credenza de' Cattolici, contenuta ne' libri del Nuovo Testamento, e nelle spiegazioni e decisioni intorno ai dogmi, fatte successivamente dai Concilj generali, soltanto fu alcune volte con nuovi vocaboli sviluppata, e meglio determinata: è poi vero che sono venute al tempo delle Crociata dall'Oriente nuove leggende, vite de' Santi, e si sono introdotte nuove pratiche, e cerimonie; ma ciò nulla ha a fare co' dogmi già stabiliti molto prima. (Nota di N. N.)

[183.] Si è già veduto in più di una nota la sinistra applicazione che de' vocaboli Idolatra, Idolatria fa il nostro Autore. (Nota di N. N.)

[184.] Non però intorno ai dogmi fondamentali contenuti nel Vangelo, e svolti dai Concilj. La buona critica, pur troppo poco più recente di un secolo ci ha mostrati gl'inganni corsi in alcune leggende. (Nota di N. N.)

[185.] Se fra le nazioni barbare annovero i Saraceni, gli è in rispetto alle loro guerre, o piuttosto correrie nell'Italia e nella Francia, il solo scopo delle quali erano il saccheggio e la devastazione.

[186.] Un luminoso raggio di filosofica luce uscito ai dì nostri dal fondo della Scozia, ha arrichita la letteratura di nuove nozioni sull'importante argomento de' progressi della società in Europa. Procuro un piacere a uno stesso, e adempio un debito di giustizia nel citare i rispettabili nomi di Hume, Robertson e Adamo Smith. V. le due opere di G. Stuart tradotte da B.

[187.] Mi sono prevalso senza però limitarmi a questa opera sola della Storia genealogica della nobile ed illustre Casa di Courtenai, composta da Ezra Cleaveland, tutore del Cavaliere Guglielmo di Courtenai, e rettore di Honiton, Oxford, 1735, in folio. La prima parte è tolta da Guglielmo di Tiro, la seconda dalla Storia di Francia del Bouchet; la terza da diverse memorie pubbliche e particolari dei Courtenai della Contea di Devon. Il Rettore di Honiton, si mostra più condotto da gratitudine che da secondi fini, e più da secondi fini che da discernimento.

[188.] I primi schiarimenti intorno a questa famiglia è un passo del continuatore di Aimoin, frate di Fleury, scrittore del dodicesimo secolo. V. la sua Cronaca negli storici di Francia, t. XI, p. 276.

[189.] Il d'Anville colloca Turbessel, o come viene nominata oggi giorno Telbesher, ad una distanza di ventiquattro miglia dal grande tragetto dell'Eufrate a Zeugma.

[190.] Nelle Assise di Gerusalemme (c. 326), i possedimenti di Josselin III, trovansi registrati fra le pertenenze della Corona, compilazione che debb'essere stata eseguita tra gli anni 1153, 1187. La genealogia del medesimo può vedersi nei Lignages d'Outre-mer, c. 16.

[191.] L'abate Suger ministro di Stato, racconta in assurdo modo la rapina e la riparazione, nelle sue lettere (144-116), che sono ciò nullameno i migliori Annali del dodicesimo secolo (Duchesne, Scriptor. Hist. Fr. t. IV, p. 530).

[192.] Di tante istanze, apologie etc., pubblicate dai Principi di Courtenai, ho veduto soltanto le tre seguenti tutte in 8. De Stirpe et Origine Domus di Courtenai: addita sunt responsa celeberrimorum Europae jurisconsultorum, Parigi, 1607. 2. Représentation du procédé tenu à l'instance faite devant le roi par M. de Courtenai, pour la conservation de l'honneur et dignité de leur maison, branche de la royale maison de France, Parigi 1613. 3. Représentation du subject qui a porté messieurs de Salle et de Franville, de la maison de Courtenai, à se retirer hors du royaume, 1614. Il soggetto di questa era un omicidio, per cui i Courtenai chiedevano, o processo, o grazia; ma che si tenesse verso di loro lo stile che coi Principi del Sangue si praticava.

[193.] Il De Thou esprime in questa guisa l'opinione de' Parlamenti: Principis nomen nusquam in Gallia tributum nisi iis qui per mares e regibus nostris originem repetunt: qui nunc tantum a Ludovico Nono beatae memoriae numerantur: nam Cortinaei et Drocenses, a Ludovico Crasso genus ducentes, hodie inter eos minime recensentur. Distinzione che era un temperamento, anzichè un atto di giustizia. La santità di Luigi IX non potea conferirgli alcuna prerogativa particolare, che lo distinguesse dagli altri discendenti di Ugo Capeto nel patto primitivo che gli univa alla nazione francese.

[194.] L'ultimo maschio della Casa di Courtenai, fu Carlo Ruggero, morto senza figli nell'anno 1730; l'ultima femmina, Elena di Courtenai, che sposò Luigi di Baufremont. Il titolo di Principessa del Sangue reale di Francia, le fu tolto con decreto 7 febbraio 1737 del Parlamento di Parigi.

[195.] Il fatto singolare quivi accennato trovasi nell'opera Recueil des Pièces interessantes et peu connues (Maestricht 1786, in quattro volumi in 12); e l'editore ignoto cita chi lo narrò avendolo inteso dal labbro medesimo di Elena di Courtenai, marchesa di Beaufremont.

[196.] Dugdale (Monasticon anglicanum, vol. 1, pag. 786). Cotesta favola però dovrebbe essere stata architettata prima di Odoardo III. I pietosi scialacquamenti fattisi dalle tre prime generazioni dei Courtenai a favore dell'abbazia di Ford, vennero seguìte da tirannide per una parte, da ingratitudine per l'altra; quando si fu alla sesta generazione i monaci non tennero più registro nè delle nascite, nè degli atti, nè delle morti de' lor protettori.

[197.] Nella Britannia del Cambden ove trovasi l'albero genealogico dei Conti di Devon, leggasi però una espressione che mette in dubbio l'origine regia, e regio sanguine ortos credunt.

[198.] Il Dugdale nel suo Baronnage (part. I, p. 634), rimette i leggitori al suo Monasticon. Non avrebbe egli dovuto correggere i registri dell'abbazia di Ford, e togliere di mezzo questo fantasma del principe Floro, distrutto dall'autorità saldissima degli Storici francesi?

[199.] Oltre al terzo, che è anche il migliore libro, della storia di Cleaveland, ho consultato il Dugdale, padre della nostra scienza genealogica (Baronnage, part. 1. p. 634-643).

[200.] Questa grande famiglia de Ripuariis, Redvers o Rivers finì sotto il regno di Eduardo I in Isabella De Fortibus, famosa erede di un ricco dominio, la quale sopravvisse lungo tempo al fratello e al marito (Dugdale, Baronnage, part. 1, p. 254-257).

[201.] V. Cleaveland, p. 142. Alcuni attribuiscono tale epitafio ad un Rivers, conte di Devon; ma questo stile inglese sembra appartenere piuttosto al quindicesimo che al tredicesimo secolo.

[202.] Ubi Lapsus! quid feci? Impresa che fu, non v'ha dubbio, adottata dal ramo di Powderham dopo la perdita di Devon. Lo stemma dei Courtenai era da prima uno scudo d'oro con tre cialde vermiglie che sembrano indicare una parentela con Goffredo di Buglione e cogli antichi Conti di Bologna marittima.

[203.] Non abbiamo per descrivere i regni degl'Imperatori di Nicea, e principalmente di Vatace e del figlio di lui, altro Scrittore contemporaneo che Giorgio Acropolita, ministro d'entrambi i nominati Principi; però Giorgio Pachimero era tornato insieme co' Greci a Costantinopoli in età di diciannove anni (Hankius, De Script. byzant., c. 33, 34, p. 564-578; Fabricius, Bibl. graec., t. VI, pag. 448-460). Oltrechè, la Storia di Niceforo Gregoras, benchè scritta nel quattordicesimo secolo, è un'eccellente relazione di tutti gli avvenimenti accaduti incominciando dall'epoca di Costantinopoli presa dai Latini.

[204.] Niceforo Gregoras (l. II, cap. 1) fa distinzione tra la οξεια ορμη impetuosità di Lascaris, e la ευσταθεια fermezza di Vatace. Entrambi i ritratti sono effigiati a dovere.

[205.] V. Pachim. (l. I, cap. 23, 24); Nicef. Greg. (l. II, c. 6). Leggendo gli Storici di Bisanzo, ciascun potrà accorgersi, quanto sia raro il trovare in essi così preziose particolarità, come in questo periodo.

[206.] Μονοι γαρ απαντων ανθρωπων ονομασοτατοι βασιλευς και φιλοσοφος i soli nomi più insigni fra tutti gli uomini sono re e filosofo (Greg. Acropol., c. 32). Ne' suoi famigliari intertenimenti, l'Imperatore esaminava e ad un tempo incoraggiava gli studj del futuro suo Logoteto.

[207.] Si paragonino i due primi libri di Niceforo Gregoras con Acropolita (c. 18-52).

[208.] Correa un proverbio persiano: Ciro padre, Dario padrone; il qual proverbio venne applicato a Vatace e al figlio di Vatace; ma Pachimero ha confuso Dario, umano principe, con Cambise, despota e tiranno del popolo. Furono le gravose tasse imposte da Dario, che gli procacciarono il nome meno odioso e più spregevole di Καπελος, merciaiuolo o sensale (Erodoto, III, 89).

[209.] Direbbesi che Acropolita mena vanto della sua paziente fermezza nel ricevere le percosse, e della rassegnazione con cui si allontanò dal Consiglio fino al momento di venire richiesto di nuovo. Continua indi dal cap. 53 fino al 74 della sua Storia, narrando le geste di Teodoro e i successivi servigi che gli prestò. V. il terzo libro di Niceforo Gregoras.

[210.] Pachimero (l. I, c. 21) nomina e distingue quindici, o venti famiglie greche; και οσοι αλλοι, οις η μεγαλογενης σειρα και κρυση σογκεκροτητο e quanti altri al collo de' quali sonava una magnifica catena d'oro. Tal decorazione era ella, secondo lo Storico, una catena metaforica, o realmente una materiale catena d'oro? Forse entrambe le cose.

[211.] Gli antichi Geografi, nel qual novero è il Cellario, d'Anville e i nostri viaggiatori, massimamente Pocock e Chandler, ne insegnano a distinguere le due Magnesie dell'Asia Minore; l'una del Meandro, l'altra del monte Sipilo. La seconda, qui menzionata, se si consideri che appartiene ai Turchi, può dirsi tuttavia una fiorente città. Posta a greco di Smirne ne è lontana otto ore di cammino, ossia otto leghe (Tournefort, Viaggi del Levante, t. III, lett. XXII, Viaggi di Chandler nell'Asia Minore).

[212.] V. Acropolita (cap. 75, 76, ec.) che vivea in questi tempi, Pachimero (lib. I, cap. 13-25), Gregoras (lib. III, c. 3, 4, 5).

[213.] Il Ducange (Fam. byzant. p. 230, ec.) dà schiarimenti intorno alla genealogia di Paleologo. I fatti della vita privata di cotest'uomo leggonsi in Pachimero (l. I. c. 7-12) e in Gregoras (l. II, 8, l. III, 2-4, l. IV, 1) favorevole in aperto modo al fondatore della dinastia regnante.

[214.] Acropolita (c. 50) racconta le circostanze di questo fatto singolare, sfuggito, a quanto sembra, agli Storici più moderni.

[215.] Il Pachimero (l. I, c. 12) commemorando una sì barbara prova col disprezzo del quale è degna, afferma di avere vedute in sua gioventù persone che senza soffrirne alcun danno la superarono. Egli era Greco, e la credulità è retaggio dei Greci; ma può anche darsi che l'accorgimento connaturale di questa nazione avesse suggerito ai pazienti qualche rimedio, o qualche gherminella da opporre alla superstizione dei loro concittadini, o alle voglie crudeli de' loro tiranni.

[216.] Senza paragonare Pachimero a Tacito, o a Tucidide, mi è forza commendarne l'eloquenza, la chiarezza, ed anche, fino ad un certo punto la franchezza, adoperata allorchè racconta l'innalzamento di Paleologo (l. I, c. 13-32, l. II, c. 1-9). Più circospetto Acropolita, meno esteso Gregoras si dimostra.

[217.] S. Luigi abolì i combattimenti giudiziarj ne' suoi dominj; indi il suo esempio coll'andar del tempo prevalse in tutta la Francia (Esprit des lois, l. XXVIII, c. 29).

[218.] Nelle cause civili, Enrico II lasciava l'elezione al difensore. Glanville preferisce le prove testimoniali; il combattimento giudiziario è condannato nel Fleta: ma la legge inglese non ha mai abolita cotesta prova, e sull'incominciare del trascorso secolo vi fu il caso in cui venne ordinata dai giudici.

[219.] Cionnullameno, un amico mio, uomo d'ingegno mi ha addotte molte ragioni in difesa di una tal costumanza. 1. Essa conveniva forse a popoli che di recente toglieansi dalla barbarie; 2. moderava la licenza delle guerre fra' particolari e i furori delle arbitrarie vendette; 3. era meno assurda delle prove del fuoco, dell'acqua bollente o della croce, l'abolizione delle quali ad essa in parte è dovuta; e somministra per lo meno una prova di valore, pregio che rade volte all'abbiezione dei sentimenti va unito; si aggiugne che il timore della disfida potea divenire un freno alle persecuzioni della malevoglienza, e un ostacolo all'ingiustizia dal poter sostenuta. Il prode, quanto infelice Conte di Surrey avrebbe forse sfuggito un immeritato destino, se fosse stato accolto il partito del combattimento giudiziario ch'egli propose.

[220.] Le antiche e moderne geografie non accennano con precisione il luogo, ove era posta Ninfea; ma dai racconti che si riferiscono agli ultimi tempi dalla vita di Vatace, apparisce chiaramente che i palagi e i giardini preferiti da cotesto principe per abitarvi, erano in vicinanza di Smirne (Acropolita, cap. 52): nè dovremmo a un dipresso ingannarci collocando Ninfea nella Lidia (l. VI, 6).

[221.] Cotesto scettro, emblema della giustizia e della possanza, era un lungo bastone, siccome quello che usavano gli eroi di Omero. I Greci moderni lo chiamarono dicanice; ma il bastone ad uso di scettro imperiale distingueasi, non meno degli altri fregi del trono, dal suo colore di porpora.

[222.] Acropolita afferma (c. 87) che questo berrettone era foggiato alla francese; però il Ducange (Hist. C. P., l. V, c. 28, 29) a motivo del nastro che vi sovrastava, lo giudica un cappello all'usanza di quelli che i Greci portavano. Ma come supporre che, in ordine a ciò, Acropolita avesse preso un equivoco?

[223.] V. Pachimero (l. II, 28-33), Acropolita (c. 88), Niceforo Gregoras (l. IV, 7), e quanto al trattamento usato verso i sudditi latini, il Ducange (l. V, c. 30, 31).

[224.] Questo modo men barbaro di privar gli uomini della vista vuolsi trovato da Democrito, che stanco di vedere il Mondo, ne abbia fatta l'esperienza sopra sè stesso; ma è una favola. Il vocabolo abbacinare, latino e italiano, ha offerta occasione al Ducange (Gloss. latin.) di passare in rassegna i diversi modi adoperati per accecare. I più violenti erano, arderli con un ferro rosso o con aceto bollente, ovvero stringer la testa del paziente con una corda sin tanto che gli occhi ne uscissero. Come è ingegnosa la tirannide!

[225.] V. la prima ritirata e il ritorno di Arsenio, in Pachimero (lib. II, c. 15, l. III, c. 1-2 ), e in Niceforo Gregoras (l. III, c. 1, l. IV, c. 1). La posterità biasima giustamente in Arsenio αφελεια e ραθυμια la frugalità e l'umiltà, virtù in un eremita, vizj in un ministro (l. XII, c. 2).

[226.] Il delitto e la scomunica di Michele vengono raccontati con imparzialità da Pachimero (l. III, c. 10, 14, 19 ec.) e da Gregoras (l. IV, cap. 4). Essi dovettero la libertà alla confessione e alla penitenza del principe.

[227.] Pachimero da cui si ha il racconto dell'esilio di Arsenio (l. IV, c. 1-16) fu uno de' commissarj che lo visitarono nell'isola deserta ove fu confinato. Rimane tuttavia l'ultimo testamento dell'inflessibile Patriarca (Dupin, Bibl. ecclés., t. X, p. 95).

[228.] Pachimero (l. VII, c. 22) serba contegno di filosofo nel raccontare questa prova miracolosa, e cita com eguale disprezzo una trama degli Arseniani, che si adoprarono a nascondere una rivelazione entro il sepolcro di qualche antico Santo (l. VII, c. 13); ma fa poi ammenda di tale sua incredulità co' successivi racconti di una Immagine che piange, di un'altra che manda sangue (l. VII, c. 30), e della cura miracolosa di un uomo sordo e muto dalla nascita (lib. XI, cap. 32).

[229.] Pachimero ha sparsa per tutti i suoi tredici libri la storia degli Arseniani; ma ha lasciata la cura di narrare la loro riunione e il loro trionfo a Niceforo (l. VII, 9), che non sentiva pur essi nè amore, nè stima.

[230.] I sei primi de' tredici libri di Pachimero, e il quarto e quinto di Niceforo Gregoras, contengono il regno di Michele Paleologo, il quale morì quando Pachimero avea quarant'anni. In vece di dividere la Storia scritta dal medesimo in due parti, come ha fatto l'editore di essa, il padre Poussin, mi è piaciuto seguire il Ducange e il Cousin, che ridussero i tredici libri in una sola serie.

[231.] V. Ducange (Hist. C. P., l. V, c. 33, tolta dalle lettere di Urbano IV).

[232.] Attese le corrispondenze mercantili che passavano fra i Genovesi ed i Veneziani, i Greci chiamavano con insulto i Latini καπηλοι, βανανυσοι merciaiuoli e meccanici (Pachimero, l. V, c. 10). Gli uni sono eretici di nome, gli altri di fatto, come i Latini, dice il dotto Vecco (l. V, c. 12) che si convertì poco dopo (c. 15, 16), e fu fatto Patriarca (c. 24).

[233.] Abbiamo già detto di questa aggiunta. (Nota di N. N.)

[234.] In questo novero è da porsi lo stesso Pachimero il cui racconto compiuto ed imparziale occupa il quinto e sesto libro della sua Storia. Ciò non di meno egli non fa menzione del lionese Concilio, mostrandosi anzi persuaso che i Papi risedessero sempre a Roma, o nell'Italia.

[235.] V. gli Atti del Concilio di Lione dell'anno 1274, Fleury (Hist. eccles., t. XVIII, p. 181-199); Dupin (Biblioth. eccl. t. X, p. 135).

[236.] Queste singolari istruzioni che il Wading e Leone Allazio hanno tolte, qual con maggiore, qual con minore esattezza, dagli archivj dei Vaticano, trovansi o compilate, o tradotte nel Fleury (t. XVIII, p. 252-258).

[237.] Questa confessione sincera ed autentica della estremità cui si vedea ridotto Michele, è stata scritta in un latino barbaro da Ogier, che s'intitola protonotario degl'interpreti; indi il Wading l'ha copiata dai manoscritti del Vaticano, A. D. 1278. n. 3. Dello stesso scrittore ho trovati a caso gli Annali dell'ordine Franciscano, Fratres Minores, in 17 volumi in folio, a Roma nell'anno 1741, in mezzo agli scartafacci d'un libraio.

[238.] V. il sesto libro di Pachimero, e soprattutto i capitoli 1, 11, 16, 18, 24, 27; tanto più meritevoli di fiducia, perchè, parlando di questa persecuzione, manifesta piuttosto il dolore che l'astio.

[239.] V. Pachimero (l. VII, c. 1-11-17). Il discorso tenuto da Andronico il Vecchio (l. XII, c. 2), è un monumento degno di curiosità, servendo a provare che se i Greci erano schiavi dell'Imperatore, questi non soggiacea meno alla superstizione e alla tirannide del Clero.

[240.] Le più esatte narrazioni della conquista di Napoli fatta da Carlo d'Angiò, le più contemporanee all'impresa, e ad un tempo compiute e dilettevoli, si trovano nelle Cronache fiorentine di Ricordano Malaspina (175-193), e di Giovanni Villani (l. VII, c. 1-10, 25, 30) pubblicate dal Muratori nell'ottavo e tredicesimo volume degli Storici dell'Italia; questo medesimo Scrittore ha compilati ne' suoi Annali (t. XI, p. 56-72) questi grandi avvenimenti raccontati ancora nella Istoria civile del Giannone (t. II, l. XIX, t. III, lib. XX).

[241.] V. Ducange, Hist. C. P., l. V, c. 49-56; l. VI, c. 1-13, Pachimero, l. IV, c. 29; l. V, c. 7-10-25; l. VI, c. 30-32-33, e Niceforo Gregoras, l. IV. 5, l. V, 1, 6.

[242.] I lettori di Erodoto si ricorderanno, in qual modo miracoloso l'esercito assiro, condotto da Sennacherib, fu disarmato e distrutto (l. II, c. 141).

[243.] Giusta il dire di un Guelfo zelante, Saba Malaspina (Storia di Sicilia, l. III, c. 16) Muratori (t. VIII, p. 832), i sudditi di Carlo che avevano perseguito Manfredi, siccome un lupo, lo sospiravano come un agnello; lo stesso Scrittore giustifica il pubblico scontento descrivendo la tirannide del governo francese (l. VI, c. 2-7). V. il manifesto Siciliano in Nicola Speciale (l. I, c. 11, Muratori, t. X, p. 930).

[244.] V. il carattere e i pensamenti di Pietro Re d'Aragona nel Mariana (Storia di Spagna, l. XIV, c. VI, t. II). Il lettore perdonerà i difetti del Gesuita in grazia dello stile, e spesse volte in grazia del discernimento dello Storico.

[245.] Nicola Speciale dopo avere enumerati gli aggravj che i suoi compatriotti patirono, aggiunge ritraendo la vera indole della gelosia italiana: Quae omnia et graviora quidem, ut arbitror, patienti animo Siculi tolerassent, nisi quod primum cunctis dominantibus cavendum est, alienas faeminas invasissent (l. 1, c. 2, p. 924).

[246.] Fu ricordata per lungo tempo ai Francesi questa terribil lezione. «Se mi fanno montare la stizza, dicea Enrico IV, andrò a far colezione a Milano e a desinare a Napoli» — «Vostra maestà, rispondea l'Ambasciatore spagnuolo, potrebbe arrivare in Sicilia all'ora del Vespero».

[247.] Due Scrittori del paese raccontano le particolarità di questa sommossa e della vittoria che ne venne in appresso, Bartolommeo di Neocastro (nel Muratori, t. XIII), e Nicola Speciale (nel Muratori, t. X) l'uno contemporaneo, l'altro vissuto nel secolo successivo. Lo Speciale animato da patriottici sentimenti si sdegna del vocabolo ribelle, e nega esservi stata una precedente corrispondenza con Pietro d'Aragona (nullo communicato consilio), il quale si trovò a caso con una flotta e con un esercito alla costa dell'Affrica (lib. 1, c. 4-9).

[248.] Niceforo Gregoras (l. V, c. VI) ammira la saggezza della Providenza in questo mutuo equilibrio degli Stati e dei Principi. Per l'onore di Paleologo gli augurerei che tale osservazione fosse stata fatta da un Italiano.

[249.] V. la Cronaca del Villani, il volume undecimo degli Annali d'Italia del Muratori, e i lib. XX, XXI della Istoria civile del Giannone.

[250.] I più valorosi di questa truppa di Catalani e Spagnuoli erano conosciuti dai Greci sotto il nome di Almugavares, nome che si davano da sè medesimi. Il Moncada li fa discender dai Goti, Pachimero (l. XI, c. 22) dagli Arabi. A malgrado di vanità nazionale e religiosa, credo che il secondo abbia ragione.

[251.] Per formarsi meglio un'idea sulla popolazione di queste città, si osservi che Tralle riedificata sotto il precedente regno, poi devastata dai Turchi, contenea trentaseimila abitanti. Pachimero (l. VI, c. 20, 21).

[252.] Ho raccolte queste particolarità da Pachimero (l. XI, c. 21, l. XII, c. 4, 5-8-14-19), il quale ne dà a conoscere le alterazioni che a mano a mano la moneta d'oro sofferse. Anche nei dì più felici del regno di Giovanni Duca Vatace, i bisantini conteneano una meta d'oro, e l'altra metà di lega. Michele Paleologo, costretto dalla povertà, fabbricò nuove monete, nelle quali entravano nove parti o caratti d'oro e quindici di rame. Dopo la morte di questo, il titolo si alzò a dieci caratti, fintantochè, cresciute oltre modo le pubbliche sciagure, venne ridotto a metà. Il principe ne ebbe un istantaneo sollievo, ma passeggiero sollievo che irreparabilmente distrusse il commercio e il credito della nazione. In Francia il titolo è di ventidue caratti, e di una dodicesima parte di lega; più alto ancora è il titolo d'Inghilterra, e d'Olanda.

[253.] Pachimero, ne' suoi libri XI, XII, XIII, fa un minutissimo racconto della guerra de' Catalani insino all'anno 1308; Niceforo, diffondendosi meno, la descrive più compiutamente (l. VII, 3-6). Il Ducange che riguarda questi venturieri come francesi, ne ha seguiti i passi colla esattezza ad esso connaturale (Hist. C. P. l. VI, c. 22-46): cita una Storia d'Aragona che ho letta con piacere, e che gli Spagnuoli esaltano siccome un modello di componimento e di stile (Expedicion de los Catalanos y Aragones contra los Turcos y Griegos; Barcellona 1623 in 4; Madrid 1777, in 8.). Don Francisco de Moncada, conte di Ossona, avrà imitato Cesare o Sallustio, avrà tradotti i contemporanei greci, o italiani; ma egli non addita mai le sue autorità, nè trovo veruna testimonianza nazionale che confermi le imprese de' suoi compatriotti.

[254.] V. la Storia del laborioso Ducange, e l'accurata tabella delle dinastie francesi; ove trovansi raccolti i trentacinque passi della stessa Storia che citano i Duchi d'Atene.

[255.] Il Villehardouin in due luoghi, fa menzione onorevole di Ottone De la Roche (n. 151-235), e nel primo d'essi il Ducange aggiugne tutto quanto si è potuto sapere intorno alla persona e alla famiglia di questo Duca d'Atene.

[256.] Da questi Principi latini del secolo XIV il Boccaccio, il Chaucer, il Shakespeare, hanno tolto il loro Teseo, Duca di Atene. Un secolo ignorante attribuisce ai tempi i più remoti la propria lingua e i proprj costumi.

[257.] Non in diversa guisa Costantino ha dato un Re alla Sicilia, alla Russia un magnus dapifer dell'Impero, a Tebe il primicerius. Il Ducange (ad Niceph. Gregor., l. VII, c. 5) parla di queste assurde favole col disprezzo che ad esse è dovuto. I Latini chiamavano per corruzione il signor di Tebe Megas Kurios, o Gran Sire.

[258.] Quodam miraculo, dice Alberico. Fu forse per merito di Michele il Coniate, Arcivescovo, che avea difesa Atene contro il tiranno Leone Sguro (Niceta, in Balduino). Michele era fratello dello storico Niceta, e il suo elogio di Atene conservasi ancor manoscritto nella Biblioteca Bodleana (Fabr., Bibl. graec. t. VI, p. 405).

[259.] Questi cenni intorno alla moderna Atene sono tolti dallo Spon (Viaggio in Grecia, t. II, p. 79-190), dal Wheeler (Viaggio in Grecia, p. 337-414), dallo Stuart (Antichità d'Atene, passim), dal Chandler (Viaggio in Grecia, p. 23-172). Il primo di questi viaggiatori visitò la Grecia nell'anno 1676, il secondo nel 1765; e il volgere di più d'un secolo non avea su questo tranquillo teatro operato alcun cambiamento.

[260.] Gli Antichi, o almeno gli Ateniesi credevano che tutte le Api del Mondo venissero dal monte Imeto, e che il mangiar mele e il fregarsi d'olio erano cose bastanti a conservar la salute e a prolungare la vita (Geoponica, l. XV, c. 7, p. 1089-1094, edizione di Niclas).

[261.] Il Ducange (Gloss. graec. praef. pag. VIII) cita per suo testo Teodosio Zigomalas, moderno gramatico. Nondimeno lo Spon (t. II, p. 194) e il Wheeler (p. 355), che possono aversi per giudici competenti, portano sul dialetto dell'Attica un'opinione più favorevole.

[262.] Non possiamo per altro tacciarli di avere corrotto il nome di Atene, che chiamano anche Atini. Dalle voci εις της Αθηνην, noi abbiamo formata la barbara denominazione Setine.

[263.] Andronico che ha pronunziate tante invettive contro la parzialità degli Storici (Niceforo Gregoras, l. 1, c. 1), preparò egli medesimo le nostre scuse se or ci prendiamo qualche libertà nel parlare di lui: gli è però vero che le censure del greco Principe andavano a ferire la calunnia, anzichè l'adulazione.

[264.] Il timore dell'inferno, vale a dire di un luogo di castigo per le colpe, deve essere in ognuno, ed era anche in Andronico. (Nota di N. N.)

[265.] Circa l'anatema trovato nel nido de' colombi V. Pachimero (l. IX, cap. 24). Questo scrittore racconta tutta la storia di Atanasio (l. VIII, c. 13-16-20-24; l. X, c. 27-29-31-36; l. XI, c. 1-3-5, 6; l. XIII; c. 8-10-20-35), e ove Pachimero finisce, continua Niceforo Gregoras (l. VI, 5-7; l. VII, c. 1-9), che comprende nel suo racconto la seconda ritirata di questo nuovo Grisostomo.

[266.] Pachimero in sette libri di trecento settantasette pagine in folio, narra la Storia de' trentasei primi anni del regno di Andronico il Vecchio, e ne dà cognizione delle date col non omettere le novellette o le menzogne correnti alla giornata (A. D. 1308). La morte o le afflizioni gli impedirono di continuare.

[267.] Dopo un intervallo di due anni, contati dall'istante ove l'opera di Pachimero finisce, Cantacuzeno prende la penna, e il suo primo libro (c. 6-59, p. 9-150) contiene il racconto delle guerre civili, e degli otto ultimi anni del regno di Andronico il Vecchio. Il presidente Cousin, che ha tradotta questa Storia è pur l'autore della leggiadra comparazione tra Cantacuzeno, Mosè e Cesare.

[268.] Niceforo Gregoras racconta in compendio il regno e tutta la vita di Andronico il Vecchio (l. VI, cap. 1; l. X, c. 1, p. 96-291). Di tal parte di Storia si duol Cantacuzeno, il quale vi trova una falsa e maligna interpretazione della propria condotta.

[269.] Fu coronato nel giorno 21 maggio 1295; morì ai 12 ottobre 1320 (Ducange, Fam. byzant. p. 239). Il fratello di lui Teodoro, erede, per un secondo maritaggio, del marchesato di Monferrato, abbracciò la religione e i costumi de' Latini (ότι και γνωμη και πιστει και σχηματι, και γενειων κουρα και πασιν αθεσιν Λατινος ην ακραιφνης, era Latino puro, e nelle massime, e nella fede, e nell'abito, e nell'uso di sbarbarsi le guancie, Niceforo Gregoras, l. IX, c. 1), e fondò una dinastia di Principi italiani che si estinse nel 1353 (Ducange, Fam. byzant., p. 249-253).

[270.] Noi sappiamo da Niceforo Gregoras (lib. VIII, c. 1) questo tragico avvenimento. Cantacuzeno nasconde con molto riguardo i vizj del giovine Andronico, de' quali fu testimonio, e probabilmente anche complice (l. I, c. 1 ec.).

[271.] Andronico voleva eleggersi in successore Michele Cattaro, figlio non legittimo di Costantino suo secondogenito. Niceforo Gregoras (l. VIII, c. 3) e Cantacuzeno (l. I, c. 1 e 2) narrano entrambi il divisamento di escludere dal trono il giovane Andronico.

[272.] V. Niceforo Gregoras (l. VIII, cap. 6). Andronico il Giovane si lamentava perchè gli era dovuta, da quattro anni e quattro mesi, una somma di trecencinquantamila bisantini d'oro per le spese della sua casa (Cantacuzeno, l. I, c. 48). Nondimeno sarebbe stato pronto a rimettere questo debito, semprechè gli fosse stato permesso di mettere a contribuzione gli appaltatori delle pubbliche rendite.

[273.] Mi sono attenuto alla Cronologia di Niceforo perchè esattissima. È cosa provata che Cantacuzeno ha commessi sbagli nelle date, fin delle cose operate da lui, ovvero che il suo testo è stato alterato dall'ignoranza de' copisti.

[274.] Ho cercato di conciliare le ventiquattromila piastre di Cantacuzeno (l. II, c. 1) colle diecimila di Niceforo Gregoras (l. IX, c. 2). Il primo voleva nascondere, l'altro procurava di esagerare le calamità del vecchio Imperatore.

[275.] V. Niceforo Gregoras (lib. IX, 6, 7; 8-10-14; l. X, c. 1). Questo Storico partecipò alla prosperità del suo benefattore, lo seguì nel ritiro. «Un uomo che segue il suo padrone fino al talamo ferale, o nel monastero, non dovrebbe essere con leggerezza qualificato, siccome uom mercenario, e prostitutore d'elogi».

[276.] Cantacuzeno (l. II, c. 1-40, p. 191-339) e Niceforo Gregoras (l. IX, c. 7; l. XI, c. 11, pag. 262-371) hanno scritta la Storia del regno d'Andronico il Giovane incominciando dalla rinunzia dell'avo.

[277.] Agnese, o Irene era figlia del Duca Enrico il Maraviglioso, Capo della Casa di Brunswick, e quanto discendente del famoso Enrico il Lione, duca di Sassonia e di Baviera, e vincitore degli Slavi della costa del Baltico. Erale fratello quell'Enrico che due viaggi in Oriente fecero soprannomare il Greco; ma questi due viaggi essendo accaduti dopo il matrimonio della sorella, io non so, nè come Andronico pensasse a cercarsi una moglie in questo angolo dell'Alemagna, nè quai ragioni ei s'abbia avute per formare un tal parentado (Rimius, Mémoires de la maison de Brunswick, p. 126-137).

[278.] Enrico il Maraviglioso fu ceppo del ramo di Grubenhagen, estinto nell'anno 1596 (Rimius, p. 287). Egli abitava il castello di Wolfenbuttel, possessore solamente di un sesto degli allodj di Brunswick e di Luneburgo che la famiglia de' Guelfi avea salvati dalla confiscazione de' grandi feudi. Gli spessi parteggiamenti tra fratelli aveano pressochè annichilate le Case de' Principi di Alemagna, quando finalmente i diritti di primogenitura vennero a gradi a gradi a toglier di mezzo la legge delle divisioni, giusta, ma perniciosa. Il principato di Grubenhagen, uno degli ultimi avanzi della foresta Ercinia, è un paese sterile, pieno di boschi e di montagne (Geografia di Busching, vol. 6).

[279.] Il regale Autore delle Memorie di Brandeburgo ne fa conoscere, quanto il Nort dell'Alemagna, anche ne' tempi più moderni, meritasse l'epiteto di povero e di barbaro (Saggio sui costumi ec.). Nell'anno 1306 alcune bande di schiatta veneda che abitavano la foresta di Luneburgo avevano la costumanza di seppellir vivi i vecchi e gli infermi (Rimius, pag. 137).

[280.] Sol con qualche restrizione, anche riferendosi al suo secolo, può ammettersi l'asserzione di Tacito che vuole l'Alemagna affatto priva di preziosi metalli (Germania, c. 5; Annal. 11, 20). Seconda lo Spener (Hist. Germaniae pragmatica, t. I, p. 351), Argentifodinae in Hercyniis montibus imperante Othone magno (A. D. 968) primum apertae, largam etiam opes augendi dederunt copiam. Ma Rimio (p. 258, 259) porta solamente all'anno 1016 la scoperta delle mine d'argento di Grubenhagen o dello Hartz Superiore, che vennero scavate nel secolo XIV, e che rendono tuttavia considerabili somme alla Casa di Brunswick.

[281.] Cantacuzeno le rendè una onorevolissima testimonianza ην δ’εκ Τερμανων αυτη θυγατηρ δουκος ντι μπρουζουικ, era di Germania questa moglie del Duca di Brunzuic. (I Greci moderni si valgono del ντ invece del δ e del μπ invece del β, e il tutto farà in italiano di Brunzuic), του παρ’ αντοις επιφανεστατου, και λαμπροτητι παντας τους όμοφυλους ύπερβαλλοντος του γενους, gloriosissimo fra loro, e che per merito superava tutti i suoi nazionali. Encomio giusto e lusinghiero per un Inglese.

[282.] Anna o Giovanna, era una delle quattro figlie del grande Amedeo, venutagli da un secondo maritaggio, e zia paterna del principe che gli succedè, Odoardo Conte di Savoja (Tavole di Anderson, p. 650. V. Cantacuzeno, l. 1, c. 40-42).

[283.] Questo Re, sempre che il fatto sia vero, debbe essere stato Carlo il Bello, che nello spazio di cinque anni prese tre mogli (1321-1326; Anderson pag. 628). Anna di Savoia fu ricevuta in Costantinopoli nel mese di febbraio dell'anno 1326.

[284.] La nobile stirpe dei Cantacuzeni, illustre fin dopo l'undecimo secolo negli annali di Bisanzo, traeva origine dai Paladini di Francia, gli eroi di que' romanzi che vennero tradotti e letti dai Greci nel secolo decimoterzo (Ducange, Fam. byzant. p. 258).

[285.] V. Cantacuzeno, l. III, c. 24-30-36.

[286.] Saserno nelle Gallie, e Columella nell'Italia, o nella Spagna calcolano due paia di buoi, due conduttori, e sei giornalieri per ogni dugento iugeri (125 acri inglesi) di terra da lavoro, e aggiungono tre uomini di più, se il terreno è coperto di macchie (Columella, De re rustica, l. II, cap. 13, p. 441, ediz. di Gessner).

[287.] Nel tradurre questa specifica, il presidente Cousin ha commessi tre errori palpabili ed essenziali. 1. Omesso mille paia di buoi da lavoro, 2. traduce πεντακοσι αι προς δισχιλιαις, cinquantaduemila, mille e cinquecento. 3. Confonde miriadi con chiliadi, in guisa che i porci di Cantacuzeno non sarebbero stati più di cinquemila. Fidatevi alle traduzioni!

[288.] V. la Reggenza e il regno di Giovanni Cantacuzeno, e la guerra civile cui diede origine, nella Storia scritta da lui medesimo (l. III, c. 1-100, p. 348-700), e parimente nella Storia di Niceforo Gregoras (lib. XII, c. 1, l. XV, c. 9, p. 353-482).

[289.] Calzò scarpe, ossia coturni rossi, coprì il capo di una mitra d'oro e di seta, sottoscrisse le sue lettere con inchiostro verde, chiese per la nuova Roma tutti i privilegi che Costantino avea conceduti all'antica (Cantacuzeno, lib. III, c. 36, Nicef. Greg. l. XIV, c. 3).

[290.] Niceforo Gregoras (l. XII, c. 5) attesta l'innocenza e le virtù di Cantacuzeno, gli obbrobriosi vizj e il delitto di Apocauco; nè dissimula i motivi d'inimicizia personale e religiosa verso del primo: νον δε δια κακιαν αλλων, αιτιος ό πραοτατος της των αλων οδοξον ειναι ωθορας, ora per la malvagità degli altri quest'uomo mansuetissimo parve colpevole della strage di tutti.

[291.] I principi della Servia, Ducange, Fam. Dalmat. etc., c. 2, 3, 4-9, venivano nomati despoti in lingua greca, Cral nell'idioma serviano nativo (Ducange gloss. graec., p. 751). Questo titolo, equivalente a quello di Re, trae a quanto sembra l'origine dalla Schiavonia; d'onde passò fra gli Ungaresi, fra i Greci, ed anche fra i Turchi, che serbano il nome di Padisà all'Imperatore (Leunclavius, Pandect. turc. p. 422). Ottenere il titolo di Cral invece di quello di Padisà, è l'ambizione de' Francesi a Costantinopoli (Avvertimento intorno alla Storia di Timur-Bec, p. 39).

[292.] Niceforo Gregoras, l. XII, c. 14. È cosa sorprendente che Cantacuzeno non abbia inserito ne' suoi scritti questa giusta ed ingegnosa comparazione.

[293.] Intorno alla morte di Apocauco, V. Cantacuzeno (l. III, c. 86) e Niceforo Gregoras (l. XIV, c. 10).

[294.] Cantacuzeno dà tutte le colpe al Patriarca, risparmiando l'Imperatrice madre del suo Sovrano (l. III, 33, 34), contro della quale Niceforo mostra una singolare avversione (l. XIV; 10, 11; XV, 5); però questi due autori alludono a tempi diversi.

[295.] Niceforo Gregoras svela il tradimento e il nome del traditore (l. XV, c. 8); ma Cantacuzeno (l. III, c. 99) ha la circospezione di tacere il nome di un uomo che egli aveva onorato dell'incarico di suo complice.

[296.] Niceforo Gregoras (l. XV, 11) dice che vi erano però rimaste alcune perle fine, ma radamente sparse; quanto al rimanente delle gemme παντοδαπην χρσιαν προς το διαυγες, un vario colore di trasparenza.

[297.] Cantacuzeno continua la Storia di sè e dell'Impero, incominciando dal suo ritorno a Costantinopoli fino all'anno successivo alla rinunzia di Mattia, figlio dello stesso Cantacuzeno (A. D. 1357, l. IV, c. 1-50, p. 705-911). Niceforo Gregoras termina la sua Storia al Sinodo di Costantinopoli nell'anno 1351 (l. XXII, c. 3, p. 660), perchè il rimanente sino alla fine del libro vigesimoquarto, p. 617, non tratta che di controversie. Gli ultimi quattordici libri di Niceforo si trovano tuttavia in manoscritto, nella Biblioteca nazionale di Francia a Parigi.

[298.] L'imperatore Cantacuzeno (lib. IV, c. 1) parla delle proprie virtù, e Niceforo Gregoras delle lagnanze di que' partigiani che le virtù del lor Capo riducevano alla miseria. Ho attribuito a questi infelici le espressioni, che dopo la restaurazione si adoperavano dai nostri poveri cavalieri, o partigiani di Carlo.

[299.] Può rimediarsi alla manifesta confusione con cui Cantacuzeno nella sua ridicola Apologia racconta la propria disgrazia (l. IV, c. 39-42), col leggere la relazione men compiuta, ma più sincera di Mattia Villani (lib. IV, cap. 46 in Script. rer. ital., tom. XIV, pag. 268) e quella di Duca (c. 10, 11).

[300.] Cantacuzeno ricevè nell'anno 1375 una lettera del Papa (Fleury, Hist. eccles. t. XX, p. 250), e varie autorità rispettabili mettono la sua morte ai 20 novembre 1419 (Duc., Fam. byzant. pag. 260). Ma se fu coetaneo di Andronico il Giovane, statogli compagno nella giovinezza e ne' diporti, converrebbe attribuirgli una vita di cento sedici anni, longevità, che trattandosi di un personaggio tanto famoso, non avrebbe sfuggito alle osservazioni generali, se fosse stata vera.

[301.] I quattro discorsi di Cantacuzeno vennero pubblicati colle stampe a Basilea nel 1543 (Fabricius, Bibl. graec. t. VI, p. 473). Li compose a quiete di un proselito che i suoi amici tribolavano coll'importunità di continue lettere. Egli avea letto il Corano; ma mi accorgo, leggendo il Maracci, che egli ammettea tutte le favole spacciate contra Maometto e l'Islamismo.

[302.] V. i viaggi di Bernier t. I, p. 127.

[303.] V. Mosheim (Istit. eccles., p. 522, 523), e Fleury, (Ist. eccl. t. XX, p. 22-24-107-114 ec.). Il primo esamina filosoficamente le cause, il secondo trascrive e traduce[304] dominato dai pregiudizj di un prete cattolico.

[304.] Gli articoli di credenza non possono essere dichiarati che da un Concilio generale, e questo fu particolare. Del resto è molto tempo che la ricerca intorno alla luce del monte Tabor non occupa neppur i teologi, fatti più ragionevoli: era un soggetto da Greci del secolo decimoquarto, in cui menti oziose, e ad entusiasmo composte, prendendo le forme de' lor sillogismi per principj sodi, e per argomenti sicuri, studiavansi, facendo distinzioni arbitrarie e ricerche vane affatto, a farsi più ignoranti di prima, con una ridicola apparente vernice di dottrina, o ad incamminarsi verso la pazzia. (Nota di N. N.)

[305.] Il Basnage (Canizii, antiq. lect. t. IV, pag. 363-368) ha esaminato la storia e il carattere di Barlamo. La contraddizione delle opinioni in più circostanze osservata ha dato motivi a dubbj sull'identità della persona. V. anche Fabrizio, Bibl. graec., t. X, p. 427-432.

[306.] Era meglio dire che Fleury riguardava queste cose nel modo teologico e ascetico, e non nel filosofico e fisico. Del resto i Quietisti, Setta cristiana, il cui Capo fu il prete spagnuolo Molinos, furono condannati. Bisogna poi considerare che certe contemplazioni fatte da menti ad entusiasmo composte, danno alle menti stesse illusioni bene spesso vivissime; fanno traviare la ragione, perchè infiammano l'immaginazione, portandola a idee vane, ma ardenti, e ne vengono spesso anche visioni. (Nota di N. N.)

[307.] V. Cantacuzeno (l. II, c. 39, 40, l. IV, c. 3-23, 24, 25) e Niceforo Gregoras (lib. XI, c. 10, l. XV, 3-7), gli ultimi libri del quale, dal diciannovesimo al ventiquattresimo, non riguardano che questo argomento sì rilevante. Boivin (Vit. Nicef. Greg.), seguendo i libri che sono stati pubblicati, e Fabrizio (Biblioth. graec. t. X, pag. 462-473), o piuttosto il Montfaucon, giovandosi de' manoscritti della Biblioteca di Coislin, hanno aggiunti alcuni fatti e documenti.

[308.] Pachimero (l. V, cap. 10) traduce ottimamente γιξιους (ligios) per ιδιους proprj o dependenti. Il Ducange spiega diffusamente l'uso di queste parole in greco e in latino sotto il regno feudale (Graec., p. 811-812; Latin., t. IV, p. 109-111).

[309.] Il Ducange descrive la fondazione e i progressi della colonia genovese a Pera o Galata (C. P. Cristiana, lib. I, pag. 68, 69), seguendo gli Storici di Bisanzo, Pachimero (l. II, c. 35, l. V, 10-30, l. IX, 15, l. XII, 6-9), Niceforo Gregoras (l. V, c. 4, l. VI, c. 11; l. IX, c. 5; l. XI, cap. 1; l. XV, c. 1-6) e Cantacuzeno (l. I, c. 12; l. II, c. 29 ec.).

[310.] Pachimero (lib. III, c. 3, 4, 5) e Niceforo Gregoras sentono e deplorano entrambi gli effetti d'una sì perniziosa condiscendenza. Bibaras, Sultano d'Egitto, e Tartaro di nazione, ma zelante Musulmano, ottenne dai figli di Zingis la permissione di fabbricare una moschea nella capitele della Crimea (De Guignes, Ist. degli Unni t. III, p. 343).

[311.] Chardin a Caffa (Viaggi in Persia, t. I, p. 48) fu assicurato che questi pesci, lunghi talvolta sin ventisei piedi, pesavano ottocento e novecento libbre, e produceano tre o quattro quintali di caviale o d'uova. Ai tempi di Demostene, il Bosforo mantenea di grani la città di Atene.

[312.] V. De Guignes (Storia degli Unni, t. III, p. 343, 344; Viaggi di Ramusio, t. I, fog. 400). Ma questa condotta per terra, o per mare non potè eseguirsi che quando le bande de' Tartari furono unite sotto il governo di un Principe saggio e potente.

[313.] Niceforo Gregoras (l. XIII, cap. 12) mostra discernimento e cognizioni ad un tempo nel descrivere il commercio e le colonie del mar Nero. Chardin descrive le rovine di Caffa, ove in quaranta giorni vide più de quattrocento vele impiegate al commercio di pesce e di grano. (Viaggio di Persia, t. I, p. 46-48).

[314.] V. Niceforo Gregoras, t. XVII, c. 1.

[315.] Cantacuzeno, l. IV, c. 11, racconta gli avvenimenti di questa guerra; oscura però e confusa è la sua narrazione; chiara e fedele quella di Niceforo Gregoras (l. XVII, c. 1, 7); ma il prete non dovea, come il Principe, render conto de' suoi abbagli e della perdita di una flotta.

[316.] Cantacuzeno non mostra maggior chiarezza nel racconto della seconda guerra (l. IV, c. 18, pag. 24, 25-28-32), e traveste i fatti che non osa negare. Mi auguro quella parte di Niceforo Gregoras che rimane tuttavia manoscritta a Parigi.

[317.] Il Muratori (Annali d'Italia, t. XII, p. 144) ne rimette alle antiche Cronache di Venezia (Caresino, continuatore di Andrea Dandolo, t. XII, p. 421, 422), e di Genova (Giorgio Stella, Annales Genuenses, t. XVII, pag. 1091, 1092). Ho consultate accuratamente l'una e l'altra di queste cronache nella grande Raccolta degli storici dell'Italia dello stesso Muratori.

[318.] V. la Cronaca di Matteo Villani di Firenze (lib. II, c. 59, 60, p. 145-147; c. 74-75, p. 156, 157, nella Raccolta del Muratori t. XIV).

[319.] L'abate di Sade (Mémoires sur la vie de Petrarque, t. III, p. 257-263) ha tradotta questa lettera che egli avea copiata in un manoscritto della Biblioteca del Re di Francia. Benchè affezionato al Duca di Milano, il Petrarca non nasconde nè la sua maraviglia, nè la sua afflizione sulla sconfitta successiva de' Genovesi, e sullo stato lagrimevole in cui si trovarono nel seguente anno (p. 223-332).

[320.] Prego il leggitore a riandare que' capitoli della presente Storia ove sono descritti i costumi delle nazioni pastorali e le conquiste di Attila e degli Unni, e da me composti in un tempo in cui io desiderava, più di quanto sperassi, di condurre a termine questo lavoro.

[321.] I Kan dei Keraiti molto probabilmente non sarebbero stati capaci di leggere le eloquenti epistole composte a loro nome dai missionarj nestoriani, che presentavano il loro regno di tutte le favolose maraviglie attribuite alle indiane Monarchie. Può darsi che questi Tartari (da essi nominati Pretejanni) si fossero sottomessi al Battesimo e agli Ordini sacri (V. Assem., Bibl. Orient., t. III, part. II, p. 487-503).

[322.] Dopo che il Voltaire ha pubblicate la sua Storia e la sua Tragedia, il nome di Gengis, almeno in francese, sembra essere stato generalmente ricevuto. Nondimeno Abulgazi-Kan dovea sapere il vero nome del suo antenato, e sembra giusta l'etimologia ch'egli ha offerta; Zim, in lingua dei Mongulli, significa grande, e Gis è la desinenza del superlativo (Hist. généalog. des Tartares, part. III, p. 194, 195). Non abbandonando quindi il significato di grandezza, fu da quei popoli chiamato Zingis l'Oceano.

[323.] Il nome di Mongul, prevalso fra gli Orientali, è divenuto il titolo del sovrano dell'Indostan, del Gran Mogol.

[324.] I Tartari, o propriamente i Tatar, discendenti di Tatar-kan, fratello di Mougul-kan (V. Abulgazi, prima e seconda parte) si collegarono in un'orda di settantamila famiglie sulle rive del Kitay (p. 103-112), nella grande invasione d'Europa (A. D. 1238); sembra che marciassero all'antiguardo, e la somiglianza del loro nome colla parola Tartarei, rendè più famigliare ai Latini la denominazione di Tartari (Paris, p. 398).

[325.] Scorgesi una singolare somiglianza tra il codice religioso di Gengis-kan e quello del Locke. (V. le Costituzioni della Carolina, nelle sue Opere, vol. IV, p. 535, edizione in 4., 1777).

[326.] Raccolta eseguita nell'anno 1294, per ordine di Chasan, Kan di Persia, e quarto discendente di Gengis. Sul fondamento di queste tradizioni, Fadlallà, Visir del ridetto Kan, compose la Storia dei Mongulli in lingua persiana; della quale si è valso Petis de la Croix, nella sua Storia di Gengis-kan. La Storia genealogica de' Tartari, pubblicata a Leida nel 1726 in due volumi in 12, è una traduzione che gli Svedesi, andati prigionieri in Siberia, fecero sul manoscritto Mongul di Abulgazj-Bahadar-kan, discendente di Gengis, che regnava sugli Usbek di Carasme, o Carizme, tra gli anni 1644-1663; opera assai preziosa per l'esattezza dei nomi delle genealogie e dei descritti costumi della nazione. Essa è divisa in nove parti: la prima delle quali contiene un intervallo che da Adamo giunge sino a Mongul-kan; la seconda da Mongul fino a Gengis; la terza è la vita di Gengis; la quarta, quinta, sesta e settima narra la storia generale de' quattro figli di Gengis e della loro posterità, l'ottava e la nona, la storia particolare de' discendenti di Scibani-kan, che regnò ne' paesi di Morenahar e di Carizme.

[327.] Storia di Gengis-kan, e di tutta la dinastia de' Mongulli suoi successori, conquistatori della Cina, tolta dalla Storia Cinese, opera del R. P. Gaubil Gesuita missionario a Pechino; Parigi 1739 in 4. Questa traduzione porta l'impronta cinese, cioè la scrupolosa esattezza nel raccontare i fatti domestici, e l'assoluta ignoranza in tutto quanto agli estranei si riferisce.

[328.] Histoire du grand Gengis-khan premier empereur des Mongouls et des Tartares, par M. Petis de la Croix, à Paris, 1710, in 12. Tale Opera costò all'Autore dieci anni di fatica, ed è tolta in gran parte dagli Scrittori persiani, fra gli altri da Nisavi, segretario del Sultano Gelaleddin che ha i pregi e i pregiudizj di un contemporaneo. O il compilatore, o gli originali hanno dato luogo alla censura di scrivere in istile alquanto romanzesco. V. anche gli articoli di Gengis-kan, Mohammed, Gelaleddin ec., nella Biblioteca orientale del d'Herbelot.

[329.] Aitono, principe armeno, indi Fra Premonstrato (Fabricius, Bibl. lat. med. aevi, t. I, pag. 34), dettò in francese la storia de' Tartari suoi antichi commilitoni; la quale venne immediatamente tradotta in latino, ed è l'opera De Tartaris, inserita nel Novus Orbis di Simone Grineo (Basilea, 1555 in foglio).

[330.] Gengis-kan e i primi suoi successori tengono verso il fine la nona dinastia di Abulfaragio (Vers. Pococke, Oxford, 1663, in 4); la decima dinastia è quella dei Mongulli di Persia. L'Assemani, Bibl. orient., t. II, ha tolti alcuni fatti dai suoi scritti siriaci e dalla vita de' Mafriani, giacobiti o primati dell'Oriente.

[331.] Fra gli Arabi, tali di lingua e di religione, merita di essere distinto Abulfeda, Sultano di Hamà nella Sorìa, che combattè in persona contro i Mongulli, seguendo le bandiere dei Mammalucchi.

[332.] Niceforo Gregoras (l. II, c. 5, 6) intendendo la necessità di collegare la storia degli Sciti con quella di Bisanzo, ha descritto con eleganza ed esattezza i costumi de' Mongulli dal momento che si stanziarono nella Persia, ma non si mostra istrutto della loro origine, e altera i nomi di Gengis e de' suoi figli.

[333.] Il Signor Levesque (Hist. de Russie, t. II) ha narrata la conquista della Russia operata dai Tartari, sulle tracce del patriarca Nicone e delle Cronache antiche.

[334.] Quanto alla Polonia, mi basta la Sarmatia Asiatica et Europaea, di Mattia di Micou, o Michovia, medico e canonico di Cracovia (A. D. 1506), inserita nel Novus Orbis di Grineo (Fabricius, Bibl. lat. mediae et infimae aetatis, t. V, p. 56).

[335.] Citerei Turoczio, il più antico scrittore di questa Storia generale (parte 2, c. 74, p. 150) nel primo volume dei Scriptor. rerum hungaricarum, se questo stesso volume non contenesse l'originale racconto di un contemporaneo che fu testimonio e vittima dell'invasione de' Tartari (M. Rogerii Hungari, varidiensis capituli canonici, carmen miserabile, seu Historia super destructionem regni Hungariae, temporibus Belae IV regis per Tartaros facta, pag. 292-321); pittura eccellente, fra quante io ne conosca, delle circostanze che alla invasione de' Barbari vanno congiunte.

[336.] Mattia Paris, fondandosi sopra autentici documenti, ha narrati i terrori e i pericoli dell'Europa. V. il suo voluminoso indice alla parola Tartari. Due frati, Giovanni de Plano Carpini e Guglielmo Rubruquis, e il Nobile veneto Marco Polo, mossi da zelo, ovvero da curiosità, visitarono nel secolo decimoterzo la Corte del Gran Kan. Le relazioni latine de' due primi leggonsi inserite nel primo volume di Hackluyt; l'originale italiano, o la traduzione della terza si trova nel secondo tomo del Ramusio (Fabricius, Bibl. lat. medii aevi, t. II, p. 198, t. V, p. 25).

[337.] Il Signor De Guignes nella sua grande Storia degli Unni ha ragionato fondatamente sopra Gengis-kan e i suoi successori (V. t. III, l. XV-XIX, e negli articoli de' Selgiucidi di Rum, t. IV, l. XI, de' Carizmj, l. XIV, e de' Mammalucchi, t. IV, l. XXI, e anche le Tavole del primo volume). Comunque l'Autore dia saggio ivi di molta istruzione ed esattezza, non ne ho tolto che alcune osservazioni generali, e alcuni passi di Abulfeda, il testo de' quali non è ancora stato tradotto dall'arabo.

[338.] O più giustamente Yen-king, antica città, le cui rovine vedonsi tuttavia in qualche distanza a scilocco della moderna città di Pechino, fabbricata da Cublai-kan (Gaubil, pag. 146). Nan-king e Pé-king, sono nomi vaghi indicanti la corte d'ostro e la corte di tramontana. Nella geografia cinese troviamo continui impacci or dalla somiglianza, or dalla alterazione de' nomi.

[339.] Voltaire, (Essai sur l'Histoire génerale, tom. III, c. 60, p. 8). Nella parte che si riferisce alla Storia di Gengis e dei Mongulli, trovansi, come in tutte le opere di questo scrittore, molte considerazioni giudiziose e verità generali mescolate con alcuni particolari errori.

[340.] Zagatai diede il proprio nome ai suoi Stati di Maurenahar, o Transossiana, e i Persiani chiamano Zagatai i Tartari che migrarono da quel paese. Tale autentica etimologia e l'esempio degli Usbek, de' Nogai ec., debbono farci istrutti a non negare affermativamente che alcune nazioni abbiano assunti nomi proprj di persone.

[341.] Marco Polo, e i Geografi orientali distinguono gl'Imperi del Nort e del Mezzogiorno co' nomi di Catai e di Mangi; così la Cina rimase divisa fra il Gran-Kan e i Cinesi dall'A. di G. C. 1234 al 1279. Dopo scoperta la Cina la ricerca del Catai sviò i nostri navigatori del secolo XVI, voltisi a scoprire un passaggio a greco.

[342.] Mi fido nell'erudizione e nell'esattezza del padre Gaubil, il quale traduce il testo cinese degli Annali mongulli, o di Yuen (p. 71-93-153); ma ignoro in qual tempo questi Annali fossero composti e pubblicati. I due zii di Marco Polo, che militarono come ingegneri all'assedio di Siengiangfu (l. II, c. 61, in Ramusio, t. II; V. Gaubil, p. 155, 157), dovrebbero aver conosciuto e raccontati gli effetti di cotesta polvere struggitrice, e il loro silenzio è una obbiezione che sembra pressochè decisiva. Io sospetto che la recente scoperta della polvere, nata invece in Europa, sia stata trasportata alla Cina dalle carovane del secolo XV, e falsamente adottata dai Cinesi come antica loro scoperta, precedente all'arrivo de' Portuguesi e de' Gesuiti. Pure il padre Gaubil afferma che l'uso della polvere da sedici secoli era noto in quelle contrade.

[343.] Tutto quanto possiamo sapere intorno agli Assassini della Persia e della Sorìa, lo dobbiamo al sig. Falconet. V. le due Memorie copiosissime di squisita erudizione dal medesimo lotto all'Accademia delle Iscrizioni (t. XVII, p. 127-170).

[344.] Gl'Ismaeliti della Sorìa o Assassini in numero di quarantamila, aveano acquistate, o fabbricate dieci Fortezze nelle montagne sopra Tortosa, e vennero sterminati dai Mammalucchi verso l'anno 1280.

[345.] Alcuni storici Cinesi estendono le conquiste fatte da Gengis sino a Medina, patria di Maometto (Gaubil, p. 42); asserzione atta quanto mai a provare l'ignoranza di quei popoli su tutto ciò che alla storia del loro paese non si riferisce.

[346.] Il Dastè-Kipsak, ossia la pianura di Kipsak, tiene sulle due rive del Volga uno spazio immenso che si estende verso i fiumi Iaik e Boristene, e credesi terra natale de' Cosacchi, che dal paese abbiano preso il lor nome.

[347.] Nell'anno 1238 gli abitanti della Gotia, oggidì Svezia, e della Frisia, per timore de' Tartari, non osarono spedire le loro navi nelle acque inglesi alla pesca delle arringhe, che non venendo in quell'anno asportate fuori dell'Inghilterra si vendeano uno scellino per ogni quaranta o cinquanta (Mattia Paris, p. 396). Ella è cosa assai singolare che gli ordini di un Kan de' Mongulli, il cui regno era ai confini della Cina, abbiano fatto abassare il prezzo delle arringhe ne' mercati dell'Inghilterra.

[348.] Trascrivo gli epiteti caratteristici o lusinghieri, co' quali questo ecclesiastico addita le diverse nazioni europee. Furens ac fervens ad arma Germania, strenuae militiae genitrix et alumna Francia, bellicosa et audax Hispania, virtuosa viris et classe munita fertilis Anglia, impetuosis bellatoribus referta Alemannia, navalis Dacia, indomita Italia, pacis ignara Burgundia, inquieta Apulia, cum maris Graeci, Adriatici, et Thirrheni insulis piraticis et invictis Creta, Cypro, Sicilia, cum Oceano conterminis insulis et regionibus, cruenta Hibernia, cum agili Wallia, palustris Scotia, glacialis Norwegia, suam electam militiam sub vexillo crucis destinabant, etc. (Mattia Paris, p. 498).

[349.] V. in Ackluyt la relazione di Carpino, vol. I, p. 30. Abulgazi ne offre la genealogia dei Kan della Siberia (part. 8, p. 485-495). Gli stessi Russi non hanno trovata una qualche Cronaca tartara a Tobolsk?

[350.] La Carta del Danville e gl'Itinerarj cinesi del De Guignes (t. I, part. II, p. 57) pongono, a quanto sembra, il sito di Holin, o Caracora circa seicento miglia a maestro di Pechino. La distanza fra Selinginsky e Pechino è di duemila verste russe, ossia mille trecento, o mille quattrocento miglia inglesi (Viaggi di Bell., vol. 2, p. 67).

[351.] Rubruquis incontrò a Caracora il suo concittadino Guglielmo Boucher, orefice di Parigi, che avea fabbricato pel Gran Kan un albero d'argento, sostenuto da quattro lioni che gettavano quattro liquori diversi. Abulgazi (parte IV, p. 367) cita i pittori del Kitay e della Cina.

[352.] L'affezione dei Kan verso i Bonzi e i Lama della Cina, tanto odiati dai Mandarini (Dubalde, Hist. de la Chine, tom. I, pag. 502, 503), parrebbe una prova che i ridetti Bonzi e Lama fossero sacerdoti del Fò, divinità dell'India, il culto della quale prevalse appo le Sette dell'Indostan, di Siam, del Tibet, della Cina e del Giappone. Ma questo misterioso argomento è avvolto fra nubi, che forse le sole ricerche della nostra società asiatica potranno giungere a dileguare.

[353.] Alcuni disastri che i Mongulli soffersero nell'Ungheria (Mattia Paris, pag. 545-546) hanno potuto dare origine alla voce di una unione de' Re franchi, e d'una vittoria dai medesimi riportata sui confini della Bulgaria. Non è difficile che Abulfaragio (Dynast. p. 310) quaranta anni dopo, e standosi di là dal Tigri sia stato indotto in errore.

[354.] V. Pachimero (l. III, c. 25, e l. X, c. 26, 27) e il timor panico de' Niceni (lib. III, c. 27); Niceforo Gregoras (l. IV, c. 6).

[355.] V. G. Acropolita, pag. 36, 37, e Niceforo Gregoras, l. II, c. 6; l. IV, c. 5.

[356.] Abulfaragio, che scriveva nel 1284, afferma che dopo la favolosa sconfitta di Batù, i Mongulli non aveano assaliti nè i Greci, nè i Franchi, e in questo luogo può essere riguardato come testimonio maggiore d'ogni eccezione. Hayton, principe armeno, si gloria parimente dell'amicizia che a lui, e alla sua nazione mostrarono i Tartari.

[357.] Pachimero tratteggia con colori favorevolissimi Kasan-kan, facendolo rivale di Alessandro e di Ciro (l. II, c. 1); e nella conclusione della sua Storia (lib. XIII, c. 36) manifesta la speranza di veder giungere trentamila Toccari o Tartari che respingano i Turchi dalla Bitinia.

[358.] L'origine della dinastia Ottomana viene dottamente rischiarata dagli eruditissimi De Guignes (Histoire des Huns, t. IV, p. 329-337) e d'Anville (Empire turc, p. 14-22), due abitanti di Parigi, da cui gli Orientali potrebbero imparare la Storia e la geografia del loro proprio paese.

[359.] V. Pachimero (l. X, c. 25, 26; l. XIII, c. 33, 34-36), e intorno alle montagne lasciate indifese (l. I, c. 3-6), Niceforo Gregoras (l. VII, c. 1), e il primo libro di Laonico Calcocondila l'Ateniese.

[360.] Ignoro se i Turchi abbiano Storici che si portino a' tempi anteriori a Maometto II, nè ho potuto su quei tempi far le mie indagini che valendomi di una meschinissima Cronaca (Annales Turcici ad annum 1550), tradotta da Giovanni Gaudier e pubblicata dal Leunclavio (ad calcem Laonic. Calcocondyles, p. 311, 350) con copiosi comentari. La Storia dei progressi e della declinazione dell'Impero ottomano (A. D. 1300-1683) è stata tradotta in inglese dal manoscritto di Demetrio Cantemiro principe di Moldavia (Londra 1734, in folio). L'autore va soggetto a grandi abbagli intorno alla Storia orientale, ma sembra istrutto dell'idioma, degli annali e delle istituzioni de' Turchi. Egli trae una parte de' suoi materiali dalla Synopsis di Saadi, Effendi di Larissa, dedicata nel 1696 al Sultano Mustafà, compilazione preziosa di opere di scrittori originali. Il dottor Johnson loda Knolles (Storia generale dei Turchi fino al presente anno, Londra 1603) come il primo fra gli Storici, notando però che sfortunatamente ha scelto uno sgradevol soggetto. Ma io non so persuadermi che una compilazione voluminosa degli Scrittori latini, ove trovansi mille trecento pagine in folio di aringhe e battaglie, possa istruire, allettare la posterità che pretende da uno Storico qualche poco di sana critica e di filosofia.

[361.] Benchè Cantacuzeno racconti le battaglie e l'eroica fuga di Andronico il Giovane (lib. II, c. 6, 7, 8), dissimula la presa di Prusa, di Nicea e di Nicomedia, perdite che Niceforo Gregoras in chiare note confessa (l. VIII, 15; IX, 9, 13; XI, 6). Dagli scritti di questo Storico apparirebbe che Nicea avesse ceduto ad Orcano nel 1330, Nicomedia nel 1339, date che però non si accordano al giusto con quelle de' Turchi.

[362.] La divisione degli Emiri turchi è tolta da due contemporanei, il greco Niceforo Gregoras (l. VII, 1) e l'arabo Marakeschi (De Guignes, t. II, parte II, pag. 76, 77). V. anche il primo libro di Laonico Calcocondila.

[363.] V. Pachimero, l. XIII, c. 13.

[364.] L'Autore allude qui all'Apocalisse, cioè rivelazioni di S. Giovanni, diretta alle sette società cristiane della Grecia, cioè d'Efeso, di Smirne, di Pergamo, di Filadelfia, di Tiasira, di Laodicea e di Sardi; ma bisognava scrivere, siccome pure nella Nota che segue, in modo più riguardoso. La religione di Gengis è il Deismo, religione naturale e semplice di molti filosofi antichi, e di alcuni moderni, e contro la quale molto scrissero i nostri teologi, sostenendo la rivelazione contenuta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. (Nota di N. N.)

[365.] V. i viaggi del Wheeler e dello Spon, del Pococke e del Chandler, e principalmente le Ricerche dello Smith intorno alle Sette Chiese dell'Asia. I più devoti antiquarj si studiano di conciliare le promesse e le minacce del primo autore delle rivelazioni collo stato attuale delle Sette Città. Sarebbe cosa più savia il limitare le proprie predizioni agli avvenimenti del secolo in cui si vive.

[366.] L'Autore disegna qui colla parola figli Gesù Cristo, che noi crediamo appunto figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, e colla parola rivali il Demonio; ma è una maniera impropria il chiamare il Demonio rivale di Dio, benchè si creda che sia sua cura il condurre al male gli uomini colle seduzioni. Si sa poi che il dogma, insegnato da Maometto contro l'idolatria dell'Arabia, era il Deismo, cioè l'unità, e non la trinità dell'Esser Supremo, nè ammetteva per conseguenza che Gesù Cristo fosse figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, nè che fosse una delle persone della nostra Trinità perchè non vi credeva; si sa pure che nemmeno ammetteva un cattivo essere, seduttore occulto, origine del male, cioè il Demonio. (Nota di N. N.)

[367.] Si consulti il quarto libro della Storia di Malta dell'Abate di Vertot. Questo leggiadro scrittore dà a divedere alquanta ignoranza, supponendo che Otmano, un partigiano dei colli della Bitinia, abbia potuto assediar Rodi per terra e per mare.

[368.] Niceforo Gregoras si è diffuso volentieri nel descrivere l'amabilità dell'indole di Amiro (l. XII, 7; l. XIII, 4-10; XIV, 1-9; XVI, 6). Cantacuzeno parla con onore del suo confederato (l. III, c. 56, 57-63, 64-66, 67, 68-86, 89-96); ma protesta contro l'accusa datagli di propensione verso i Turchi negando in tal qual modo la possibilità di una così poco naturale amicizia (l. IX, c. 40).

[369.] Dopo che i Latini ebbero conquistata Smirne, il Papa assegnò l'incarico di difenderla ai Cavalieri di Rodi (V. Vertot, l. V).

[370.] V. Cantacuzeno (l. III c. 95). Niceforo Gregoras che, ove parlasi della luce del Tabor, largheggia all'Imperatore degli ingiuriosi nomi di Tiranno e di Erode, sembra però propenso a scusar queste nozze, anzichè a biasimarle, allegando la passione e la possanza di Orcano, εγγυτατος και τη δυναμει τους κατ’αυτον ηδη Περσικους (Turos) υπεραιρων Σατραπας, avvicinando e per potenza superando i Satrapi persi (Turchi) (l. XV, 5). Esalta in appresso il governo civile e militare di Orcano. V. il regno di questo Principe in Cantemiro, p. 24-30.

[371.] Può leggersi in Duca (c. 8) una pittura animata e concisa di questo fatto che, colla confusione di un colpevole, Cantacuzeno attesta.

[372.] Cantemiro, e in questo luogo, e quando parlasi delle prime conquiste dell'Europa, ne dà assai cattiva opinione dei suoi testi turchi, nè io ho molto maggiore fiducia in Calcocondila (l. I, p. 12). E l'uno e l'altro hanno dimenticato di consultare il quarto libro di Cantacuzeno che in ordine a ciò può riguardarsi come un monumento autentico più di tutti. Duolmi sempre degli ultimi libri di Niceforo Gregoras, non ancor pubblicati, benchè siavi il lor manoscritto.

[373.] Incominciando dall'epoca ove Gregoras e Cantacuzeno finiscono la loro Storia, s'incontra una lacuna di più di un secolo. Giorgio Franza, Michele Duca e Laonico Calcocondila, non iscrissero che dopo la presa di Costantinopoli.

[374.] V. Cantemiro p. 37-41 e le rilevanti sue note.

[375.] Volto bianco e volto nero sono, in lingua turca, espressioni, di lode l'una, e di rimprovero l'altra. Hic niger est, hunc tu Romane caveto, era anche un apoftegma de' latini.

[376.] V. la vita e la morte di Morad o Amurat I in Cantemiro (pag. 33-45), nel primo libro di Calcocondila e negli Annali turchi di Leunclavio. Un'altra Storia racconta che il Sultano fu trafitto nella sua tenda da un Croatto; il quale avvenimento venne citato all'ambasciatore Busbek (ep. 1, p. 98) come una scusa della cautela insultante che usavasi verso gli ambasciatori delle Corti straniere, non ammessi alla presenza del Sovrano, se non se in mezzo a due guardie turche che gli tenevano le braccia.

[377.] La Storia del regno di Baiazetto I, o Ilderim Bayazid trovasi in Cantemiro (p. 46), nel secondo libro di Calcocondila e negli Annali turchi. Il soprannome di Ilderim, o lampo, sembra una prova che i conquistatori e i poeti hanno mai sempre sentita la verità di questa massima, starsi nel terrore il principio del sublime.

[378.] Cantemiro che esalta le vittorie riportate sopra i Turchi da Stefano il Grande (pag. 47) ha composta una descrizione del Principato antico e moderno della Moldavia, opera la cui pubblicazione è stata promessa da lungo tempo e ancor non si vede.

[379.] Leunclavio, Annal. Turcici, p. 318, 319. La venalità dei Cadì è da lungo tempo un argomento di querele e di scandali. E se non vogliamo prestar fede ai nostri viaggiatori, possiamo crederlo ai medesimi Turchi (d'Herbelot, Bibliot. orient., p. 216, 217-229-230).

[380.] Un tal fatto attestato nella Storia araba di Ben-Sciunà, nativo di Sorìa, e contemporaneo di Baiazetto (de Guignes, Hist. des Huns, t. IV, pag. 336), annulla la testimonianza di Saad Effendi, e di Cantemiro (pag. 14, 15), i quali pretendono che Otmano fosse stato innalzato alla dignità di Sultano.

[381.] V. le Decades rerum hungaricarum (Dec. III, l. II, p. 379) del Bonfini, Italiano, che nel secolo XV fu chiamato in Ungheria per comporre ivi la sua eloquente Storia di quel reame. Le preferirei per altro una rozza cronica del paese scritta in que' tempi, se sapessi che vi fosse, e come procacciarmela.

[382.] Non dovrei molto dolermi delle molestie e delle cure che mi costa quest'opera, se potessi trarre tutti i miei materiali da libri simili alla Cronaca del dabbenuomo Froissard (vol, IV, c. 67-69-72-74-79-83-85-87-89), che leggea poco, facea molte interrogazioni, e tutto credeva. Le memorie del maresciallo di Boucicault (parte 1, c. 22-28) aggiungono alcuni fatti, ma sembrano aridi e non compiuti a petto della ingenua loquacità del Froissard.

[383.] Il Barone di Zurlauben (Hist. de l'Acad. des inscript., t. XXV) ne ha offerte le Memorie compiute della vita di Engherando VII, Sere di Couci, chiaro per distinto grado e per ragguardevoli possedimenti che ebbe così in Francia come in Inghilterra. Nel 1375, egli condusse nella Svizzera un corpo di venturieri per ricuperare un vasto patrimonio che ei pretendeva appartenergli, come erede della sua bisavola, figlia dell'Imperatore Alberto I di Austria (Sinner, Viaggio nella Svizzera occidentale, t. I, p. 118-124).

[384.] La carica militare di Maresciallo, tanto rispettabile anche ai dì nostri, lo era maggiormente quando due soli personaggi la sosteneano (Daniel, Histoire de la Milice française, t. II, pag. 5). Uno di questi due, il famoso Boucicault, era Maresciallo della Crociata. Difese indi Costantinopoli, governò la repubblica di Genova, s'impadronì di tutta la costa dell'Asia, fu ucciso alla battaglia di Azincourt.

[385.] Al proposito di questo odioso racconto, l'abate di Vertot cita la Storia anonima di S. Dionigi, l. XVI, c. 10-11; Ordre de Malte, t. II, p. 310.

[386.] Serefeddin-Alì (Storia di Timur-Bec, l. V, c. 13) fa sommare fino a dodicimila gli ufiziali e i servi spettanti al treno di caccia di Baiazetto. Timur in una sua caccia, sfoggiò con una parte delle spoglie dei Principe turco; 1. diversi cani da corsa colle copertine di raso; 2. più leopardi coi collari tempestati di gemme; 3. cani levrieri della Grecia; 4. mastini d'Europa, che pareggiavano in forza i leoni dell'Affrica (idem, l. VI, c. 15). Baiazetto si dilettava principalmente di dar coi falchi la caccia alle grue (Calcocondila, l. II, pag. 35).

[387.] Intorno ai regni di Giovanni Paleologo e del figlio di lui Manuele dal 1354 al 1402, si consultino Duca (c. 9-15), Franza (l. I, c. 16-21) e il primo e secondo libro di Calcocondila, che in mezzo ad una moltitudine di episodj annegò il suo principale argomento.

[388.] V. Cantemiro, p. 50-53. Duca (c. 13-15) è il solo che confessi l'istituzione di un Cadì a Costantinopoli e dissimula anche l'affare della Moschea.

[389.] Mémoires du bon messire Jean-le-Maingre, dit Boucicault, maréchal de France, parte prima, c. 30-35.

[390.] Questi Giornali vennero comunicati a Serefeddino, o Scerefeddin-Alì, che compose in lingua persiana la Storia di Timur-Bek, tradotta in francese dal sig. Petis de la Croix, Parigi 1722, in quattro volumi in 12; autore che ho preso per mia guida, seguendolo fedelmente. Si mostra esattissimo nella geografia e nella cronologia, e merita confidenza ne' raccontati fatti, benchè talvolta con un linguaggio da schiavo encomj la fortuna e le virtù del suo eroe. Può scorgersi dalle Instituzioni di Timur, quanto questo Principe fosse sollecito di procurarsi cognizioni e nel proprio paese, e dagli stranieri (Instit. de Timur, p. 215-217, 349, 351).

[391.] Questi Comentarj non sono ancor conosciuti in Europa, ma il signor White ne fa sperare la traduzione per cura del suo amico, Maggiore Davy, che ha letto in Asia questo racconto fedele e minuto delle cose attenenti ad un'epoca rilevante e feconda d'avvenimenti.

[392.] Non so se l'originale di queste Instituzioni, scritte in lingua turca o mongulla, rimanga tuttavia. Il Maggiore Davy, col soccorso del signor White professore di lingua araba, ha pubblicata in Oxfort nel 1783 in 4, la traduzione persiana, unendovi una traduzione inglese, e un prezioso indice. Quest'opera è stata da poco in qua tradotta in francese (Parigi 1787) dal signor Langlès, versatissimo nelle antichità dell'Oriente, che vi ha aggiunta una vita di Timur e varie note di molto pregio.

[393.] Shaw Allum, il presente Mogol, legge, apprezza, ma non può imitare le Instituzioni del suo illustre antenato: il traduttore inglese crede giustificata l'autenticità delle medesime dalle prove inserite nell'opera; ma per chi formasse alcuni sospetti di frode o finzione, la lettera del Maggiore Davy non sarebbe atta a distruggerli. Gli Orientali non hanno mai coltivata l'arte della critica. La protezione di un Principe non è men lucrosa di quella di un libraio, nè può riguardarsi come cosa incredibile che un Persiano fosse stato il vero autore dell'Opera, e avesse rinunziato all'onore di comparir tale per aumentare il prezzo e il valore della medesima.

[394.] Trovasi l'originale delle favole raccontate intorno a Timur nella seguente opera assai apprezzata per pomposa eleganza di stile: Ahmedis Arabsiadae (Ahmed-Ebn-Arabshà) vitae et rerum gestarum Timuri, arabice et latine. Edidit Samuel Henricus Manger. Franequerae, 1768, 2 t. in 4. In questo autore nativo della Sorìa si ravvisa un nemico sempre malevolo, e spesse volte ignorante: i titoli stessi de' suoi capitoli portano l'impronta dell'astio; tai sono i seguenti. In qual modo il malvagio; in qual modo l'empio; in qual modo la vipera ec. Il copioso articolo Timur, inserito nella Biblioteca Orientale, offre un miscuglio di opinioni, perchè il d'Herbelot ha tolti indifferentemente i suoi materiali (p. 887-888) da Kondemir, da Eb-Sciunà, e da Lebtarik.

[395.] Demir o Timur, significa in lingua turca ferro; e Beg è la denominazione di un gran signore, o di un principe. Il cambiamento di una lettera o di un accento produce il vocabolo leng o zoppo, e gli Europei, per corruzione, hanno confuso i due vocaboli nell'unico Tamerlano.

[396.] Dopo avere raccontate alcune ridicole favole, Arabshà è costretto a riconoscere Timur-Lenc, siccome un discendente di Gengis per mulieres, aggiugnendo con mal umore laqueos Satanae (part. I, c. 1, p. 25). La testimonianza di Abulgazi-kan (part. 2, c. 5; part. 5, c. 4) è chiara, irrefragabile e decisiva.

[397.] Giusta una genealogia, il quarto antenato in linea ascendente di Gengis e il nono di Timur erano due fratelli; i quali convennero che la posterità del primogenito succederebbe alla dignità di Kan, e che i discendenti del più giovine sosterrebbero le cariche di ministri e di generali; tradizione che servì almeno a giustificare le prime imprese dell'ambizioso Timur (Instituzioni, p. 24-25, compilate dai fragmenti manoscritti della Storia di Timur).

[398.] V. la Prefazione di Serefeddino e la Geografia di Abulfeda (Chorasmiae ec., Descriptio, pag. 60, 61) nel secondo volume di Hudson.

[399.] V. al proposito della nascita di Timur e dell'avviso che intorno ad essi portarono gli Astrologi, il Dottor Hyde (Synt. Dissert., t. II, pag. 466). Nacque l'anno di Grazia 1336, 9 aprile, 11°, 57', P. M. lat. 36. Non so se abbiano avverata al giusto la grande congiunzion de' pianeti, da cui Timur, come altri conquistatori, hanno tratto il soprannome di Shach-Keran, o Padrone delle Congiunzioni (Bibl. orient. pag. 878).

[400.] Le Instituzioni di Timur danno assai impropriamente ai sudditi del Kan di Kasgar il nome di Uzbeg, o Uzbek; nome che perteneva ad un'altra popolazione di Tartari dimorante in una diversa contrada (Abulgazi, part. V, cap. 5, part. VII, c. 5). Se fossi ben sicuro che questo equivoco di nome si trovasse anche nell'originale turco, non esiterei da inferirne che le Instituzioni furono composte un secolo dopo la morte di Timur, e successivamente alla migrazione degli Uzbek nella Transossiana.

[401.] Il primo libro di Serefeddino è consacrato alla vita privata del suo eroe; e lo stesso Timur, ovvero il suo segretario, si diffonde con compiacenza (Instit., p. 3-77) sulle tredici spedizioni che fanno maggiore onore al merito personale di questo Principe, merito personale che traluce anche in mezzo ai racconti di Arabshà (part. 1, c. 1-12).

[402.] Il secondo e il terzo Libro di Serefeddino narrano le conquiste della Persia, della Tartaria, e dell'India; parimente Arabshà (c. 13-35). V. anche il prezioso Indice delle Instituzioni.

[403.] Abulgazi-kan commemora la venerazione che hanno i Tartari pel misterioso numero 9, e divide per questa sola ragione in nove parti la sua Storia Genealogica.

[404.] Arabshà (parte I, c. 28, pag. 183) racconta che il codardo Timur fuggì nella sua tenda; che per non essere inseguito da Mansur si travestì da donna. Chi sa che per un vizio contrario, Serefeddino non abbia esagerato il valor del suo eroe. (V. l. III, c. 25).

[405.] L'Istoria di Ormuz somiglia assai a quella di Tiro. La vecchia città situata sul Continente, fu distrutta dai Tartari e venne fabbricata la nuova in un'isola sterile e priva di acqua dolce. I Re di Ormuz arricchiti dal commercio dell'India e dalla pesca delle perle, possedevano vasto territorio in Persia e in Arabia; tributarj indi de' Sultani di Kerman, e oppressi sotto la tirannide de' lor Visiri, ne furono nell'anno 1505 liberati, per cadere sotto nuova tirannide, dai Portoghesi. V. Marco Polo (l. I, c. 15-16, fol. 7, 8), Abulfeda (Geogr., Tab. XI, p. 261, 262), una Cronaca originale di Ormuz nella Storia della Persia di Stephen (p. 376-416) ovvero in Texeira; e gl'Itinerarj inseriti nel primo volume di Ramusio, o Lodovico Bartema (1503, fol. 167), di Andrea Corsali (1517, fol. 202, 203) e di Odoardo Barbessa (1516, fol. 315-318).

[406.] Arabshà avea viaggiato nel Kipsak e acquistate grandi conoscenze della geografia e delle vicissitudini di quel paese settentrionale (parte I, c. 45-49).

[407.] Instit. di Timur, pag. 123-125. Il White, l'editore, si lagna del racconto sterile e superficiale di Serefeddino (l. III, c. 12, 13, 14), che ignorava i disegni di Timur e i veri motivi che lo guidavano nelle sue azioni.

[408.] È cosa più facile il persuadersi delle pellicce di Russia, che delle verghe d'oro e d'argento; ma inoltre, Antiochia non è mai stata famosa per le sue tele, e in quel tempo era già rovinata. Penso piuttosto che queste tele di manifattura europea, vi fossero state portate per la strada di Novogorod, e forse da alcuni mercanti delle città anseatiche.

[409.] Il signor Levesque (Hist. de Russie, l. II, pag. 247; Vie de Timur, p. 64-67, pubblicata prima della traduzione francese delle Instituzioni) ha corretti gli errori di Serefeddino e contrassegnati i veri limiti delle conquiste di Timur, o Tamerlano. Sono superflui i suoi argomenti; e gli Annali di Russia bastano per provare che Mosca stata presa sei anni prima di quest'epoca da Toctamis, si sottrasse all'armi d'un più formidabile conquistatore.

[410.] Il viaggio di Barbaro a Tana seguito nel 1436, dopo che la città era stata rifabbricata, cita un Console egiziano del Gran Cairo (Ramusio, t. II, folio 92).

[411.] Trovasi la relazione del saccheggio di Azoph in Serefeddino (l. III, c. 55), e più minutamente ancor lo descrive l'autore di una Cronaca italiana (Andrea de Redusiis de Quero, in Chron. Tarvisiano, in Muratori, Script. rer. italic., t. XIV, pag. 802-805). Egli avea conversato co' Miani, due fratelli veneziani, uno de' quali era stato delegato al campo di Timur, e l'altro avea perduti ad Azoph i suoi tre figli e dodicimila ducati.

[412.] Serefeddino dice semplicemente (l. III, cap. 13) che poteva appena discernersi un intervallo fra la sera e il mattino. Può facilmente risolversi questo problema, nella latitudine di Mosca posta al 56.°, col soccorso di un'aurora boreale e di un lungo crepuscolo: ma una giornata solare di quaranta giorni (Kondemiro, presso d'Herbelot, p. 880) ci restringerebbe a tutto rigore nel Cerchio polare.

[413.] Circa la guerra dell'India, V. le (Instit. p. 129-139), il quarto libro di Serefeddino, e la Storia di Ferista in Dow, (vol. II, pag. 1-20) che offre idee generali sugli affari dell'Indostan.

[414.] L'impareggiabile Carta dell'Indostan delineata dal Maggior Rennel, ha per la prima volta stabilito, con verità ed esattezza, la situazione e il corso del Pungiab, ossia de' cinque rami orientali dell'Indo; e la Memoria Critica dello stesso geografo spiega con discernimento e chiarezza la spedizione di Alessandro, e l'altra di Timur.

[415.] I due grandi fiumi, il Gange e il Burampooter, traggono la loro sorgente nel Tibet dai fianchi opposti della catena delle stesse montagne, alla distanza di milledugento miglia l'uno dall'altro, e dopo un corso tortuoso di duemila miglia si congiungono presso al golfo del Bengala. Tale però si è il capriccio della fama, che il Burampooter sol di recente è stato scoperto, e il Gange, da un gran numero di secoli è famoso nella Storia antica e moderna. Cupela, ove Timur riportò l'ultima sua vittoria, debb'essere situata presso Loldong lontano mille cento miglia da Calcuta. Gl'Inglesi vi accamparono nel 1774 (Memoria di Rennel, pag. 7-59-90, 91-99).

[416.] V. le Instituzioni (p. 141) sino alla fine del primo libro, e Serefeddino (l. V, c. 1-16) fino all'arrivo di Timur nella Sorìa.

[417.] Noi abbiamo tre diverse copie di queste lettere minacciose, nelle Instituzioni (p. 147), in Serefeddino (l. V, c. 14) e in Arabzà (t. II, c. 19, p. 183-201), le quali s'accordano più nella sostanza che nello stile. Vi è apparenza che sieno state tradotte, con più o meno libertà, dal turco in lingua araba e in lingua persiana.

[418.] L'Emiro Mongul dà a sè medesimo e a' suoi compatriotti il nome di Turchi, e avvilisce Baiazetto e la sua nazione valendosi del nome meno onorevole di Turcomani. Però io non comprendo in qual maniera gli Ottomani potessero trarre origine da un piloto turcomano. Questi pastori si trovavano, avuta considerazione al loro soggiorno, ben lungi dal mare e da ogni affare marittimo.

[419.] Giusta il Corano (c. 2, pag. 27, e i Discorsi di Sale, p. 134) un Musulmano che avesse ripudiato tre volte la moglie, cioè ripetuta per tre volte la formola del divorzio, non poteva ripigliarla se prima un altro non la sposava e ripudiava nuovamente. Una tal cerimonia è assai umiliante di per sè stessa, senza il bisogno di aggiugnere che il primo marito dovea per obbligo star presente allorchè il secondo godea della moglie ripudiata dall'altro (Stato dell'Impero Ottomano, Richauld, l. II, c. 21).

[420.] Arabshà attribuisce particolarmente ai Turchi il dilicato riguardo, comune a tutti gli Orientali, di non parlare mai in pubblico delle lor donne; ed è quasi da maravigliarsi che Calcocondila abbia avuta qualche conoscenza e sul pregiudizio de' Turchi, e sulla natura dell'insulto.

[421.] Circa allo stile de' Mongulli, V. le Instituzioni (p. 131-147), quanto ai Persiani, si consulti la Biblioteca orientale (p. 882); non trovo per altro nè che gli Ottomani abbiano assunto il titolo di Cesari, nè che gli Arabi lo abbiano mai dato ai medesimi.

[422.] V. i regni di Barkok e di Faragio nel De Guignes (t. IV, l. 22), che ha tolto dai testi di Abul-Mahasen, di Ebn-Sciunà e di Aintabi, alcuni fatti da noi aggiunti ai nostri materiali.

[423.] Intorno a questi fatti recenti ed interni, possiamo fidarci ad Arabshà, benchè in altre occasioni si mostri molto parziale (t. I, cap. 64-68; t. II, c. 1-14). Timur dovea certamente comparire odioso ad un uomo nato in Sorìa; ma la notorietà de' fatti era tale, che avrebbe obbligato questo scrittore a rispettare se non il suo nemico, la verità. Le invettive ch'ei move contro Timur servono a temperare la ributtante adulazione di Serefeddino.

[424.] Sembra che Arabshà abbia copiate queste curiose conversazioni (t. I, c. 68, p. 625-645) dal Cadì o storico Ebn-Sunà, uno de' principali attori; ma come potea questi viver settantacinque anni dopo le narrate cose? (d'Herbelot p. 772)

[425.] Serefeddino (l. V, c. 29-43) e Arabshà (t. II, c. 15-18) narrano le spedizioni e le conquiste di Timur nell'intervallo tra la guerra di Sorìa e l'ottomana.

[426.] Questo numero di ottocentomila è tolto da Arabshà, o piuttosto da Ebn-Sunà (ex rationario Timuri) che fonda i suoi racconti sulla testimonianza di un ufiziale carizmio (t. I, cap. 68, p. 617); ed è cosa meritevole di osservazione che Franza, Storico greco, non aggiugne a questo computo più di ventimila uomini. Il Poggio ne conta un milione; un altro contemporaneo latino (Chron. Tarvisianum, V. Muratori, t. IX, p. 800) ne conta un milione centomila; e un soldato alemanno che trovavasi alla battaglia di Angora, attesta il prodigioso numero di un milione seicentomila (Leunclavius, ad Calcocond., l. III, p. 82). Timur, nelle sue Instituzioni, non si è degnato calcolare nè le sue truppe, nè i suoi sudditi, nè le sue rendite.

[427.] Il Gran Mogol per vanità, e a profitto de' suoi ufiziali, lasciava immensi vôti negli specchi de' suoi eserciti. Il Sere di Bernier, Penge-Hazari, era comandante di cinquemila cavalli che si riducevano a cinquecento (Voyages, tom. I, p. 288, 289).

[428.] Lo stesso Timur fa ascendere a quattrocentomila uomini il numero degli Ottomani (Istit., p. 153 ). Franza lo riduce a cencinquantamila (lib. I, c. 29), il Soldato alemanno lo vuole di un milione e quattrocentomila. Sembra evidente che l'esercito de' Mongulli fosse più numeroso.

[429.] Non è inutile il calcolare la distanza fra Angora e le città vicine colle giornate di carovana, ciascuna delle quali è di venticinque miglia. Da Angora a Smirne venti, a Kiotaia dieci, a Bursa dieci, a Cesarea otto, a Sinope dieci, a Nicomedia nove, a Costantinopoli dodici o tredici (V. i Viaggi di Tournefort al Levante, t. II, let. XXI).

[430.] V. I Sistemi di Tattica nelle Instituzioni; gli editori inglesi (p. 373-407) vi hanno aggiunte accuratissime Tavole per agevolarne l'intelligenza.

[431.] «Il Sultano medesimo, dice Timur, dee mettere coraggiosamente il suo piede nella staffa della pazienza»: Metafora tartara che è stata omessa nella traduzione inglese e conservata dal traduttor francese delle Instituzioni (p. 156, 157).

[432.] Serefeddino afferma che Timur si valse del fuoco greco (l. V, cap. 47); ma l'universale silenzio de' contemporanei combatte lo stravagante sospetto venuto al Voltaire, il quale suppone che Timur mandasse a Dely diversi cannoni su di cui si trovassero scolpiti ignoti caratteri.

[433.] Timur ha dissimulata questa sì rilevante negoziazione co' Tartari; ma la confermano evidentemente le testimonianze degli Annali arabi (t. I, c. 47, p. 391), degli Annali turchi (Leunclav. p. 321) e degli Storici persiani (Kondemir, presso il d'Herbelot, p. 882).

[434.] Nella guerra di Rum, o della Natolia, ho aggiunti alcuni fatti, tolti dalle Instituzioni, al racconto di Serefeddino (l. V, c. 44-65) e di Arabshà (tom. XI, c. 20-35). Sol in quanto si riferisce a questa parte della storia di Timur, si possono citare gli Storici turchi (Cantemiro, p. 53-55, Annali di Leunclavio, pag. 320-322) e i Greci (Franza, l. I, c. 29; Duca, c. 15-17; Calcocondila, l. III).

[435.] Il Voltaire che nella sua opera Essai sur l'Histoire générale (c. 88) ricusa questa favola popolare, dà una prova del suo scetticismo ordinario, per cui soprattutto è poco proclive a credere quanto è eccesso così nei vizj come nelle virtù; incredulità spesse volte fondata sulla ragione.

[436.] V. La Storia di Serefeddino (l. V, c. 49-52, 53-59, 60), Opera terminata a Siraz nell'anno 1424, e dedicata a Ibraim, figlio di Sarok, figlio di Timur, che, vivendo tuttavia il padre, regnava sul Farsistan.

[437.] Dopo aver letto Kondemir, Ebn-Sunà ec., il dotto d'Herbelot (Bibl. orient., p. 882) può ben affermare a suo grado non trovarsi questa favola in nessuna autentica Storia; ma col negare che Arabshà l'abbia in modo aperto adottata, rendè assai dubbiosa la sua critica precisione.

[438.] «Et fui lui-même (Baiazetto) pris et mené en prison, en laquelle mourut de dure mort» (Mém. de Boucicault, parte I, c. 37). Queste Memorie vennero composte in tempo che il Maresciallo era tuttavia governatore di Genova, d'onde venne scacciato nel 1409 in conseguenza di una sedizione o sommossa del popolo (Muratori, Ann. d'Ital., t. XII, p. 473, 474).

[439.] Il leggitore troverà un soddisfacente racconto della vita e delle opere del Poggi nella Poggiana, Opera aggradevole del signor Lenfant, e nella Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis di Fabrizio (t. V, pag. 305-308). Il Poggi nato nel 1380, morì nel 1459.

[440.] Il dialogo De varietate fortunae, del quale nel 1723 è stata pubblicata a Parigi una compiuta ed elegante edizione in 4., fu composta poco prima della morte di Papa Martino V (p. 5), e quindi verso l'anno 1430.

[441.] Vedi elogio luminoso ed eloquente di Timur! (p. 36-39) Ipse enim novi, dice il Poggi, qui fuere in ejus castris.... Regem vivum cepit, caveaque in modum ferae inclusum per omnem Asiam circumtulit egregium admirandumque spectaculum fortunae.

[442.] Chronicon Tarvisianum (in Muratori, Script. rerum ital., t. XIX, pag. 800) e gli Annales Estenses (t. XVIII, p. 974). I due autori, Andrea De Redusii da Quero e Giacomo di Delaito, erano contemporanei, ed entrambi Cancellieri, l'uno di Treviso e l'altro di Ferrara. La testimonianza del primo è più asseverante.

[443.] V. Arabshà, t. II, c. 28-34, che viaggiò in regiones Rumaeas, A. H. 839; A. D. 1435, 27 Luglio (t. II, c. 2, pag. 13).

[444.] Busbequius, in legatione turcica, epist. 1, p. 52. Questa rispettabile autorità viene un poco indebolita dalle susseguenti nozze di Amurat II con una Serviana, e di Maometto II, con una Principessa dell'Asia (Cant., p. 83-93).

[445.] V. Giorgio Franza (l. 1, c. 29) e la sua vita in Hank (De scriptor. byzant. pag. 1, c. 40). Calcocondila e Duca parlano vagamente delle catene di Baiazetto.

[446.] Annales Leunclav., pag. 321. Pococke, Prolegom. ad Abulphar. Dynast.; Cantemir, p. 55.

[447.] Un Sapore, Re di Persia, essendo stato fatto prigioniero Massimiano o Galerio Cesare, lo rinchiuse entro una vacca artificiale, coperta della pelle di uno di questi animali. Tale è almeno la favola raccontata da Eutichio (Annal., tom. 1, p. 431, vers. Pococke). Il racconto della vera Storia (V. il secondo volume della presente Opera) ne insegnerà ad apprezzare l'erudizione orientale di tutt'i secoli che precedettero l'Egira.

[448.] Arabshà (t. II, c. 25) descrive come può farlo un viaggiatore curioso e giudizioso ad un tempo, gli stretti di Gallipoli e di Costantinopoli. Per procacciarmi una giusta idea di cotesti avvenimenti ho confrontato i racconti de' pregiudizi dei Mongulli, de' Turchi, de' Greci e degli Arabi. L'ambasciatore di Spagna parla dell'unione de' Cristiani cogli Ottomani per la difesa comune (Vita di Timur, p. 96).

[449.] Quando il titolo di Cesare passò nel Sultano di Rum, i Principi greci di Costantinopoli (Serefeddino, l. V, cap. 54), vennero confusi co' piccioli Sovrani cristiani di Gallipoli e di Tessalonica col titolo di Tekkur, per corruzione da του κυριου, signore (Cantemiro, p. 51).

[450.] V. Serefeddino (l. V, c. 4) che descrive in un esatto Itinerario la strada della Cina, sol vagamente, e con frasi di retore, indicata da Arabshà (t. II, c. 33).

[451.] V. Synopsis Hist. Sinicae, pag. 74-76. Nella quarta parte delle relazioni del Thevenot, Du Halde (Hist. de la Chine, t. I, p. 507, 508, ediz. in-fol.); e per la cronologia degl'Imperatori cinesi, il De Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 71, 72).

[452.] Circa al ritorno, al trionfo e alla morte di Timur, V. Serefeddino (l. VI, c. 1-30) e Arabshà (t. II, c. 35-47).

[453.] Serefeddino (l. VI, c. 24) accenna gli Ambasciatori di uno de' più possenti Sovrani dell'Europa, che noi sappiamo essere stato Enrico III, Re di Castiglia. La relazione delle due ambascerie di questo Monarca, non priva di vaghezza, trovasi in Mariana (Hist. Hispan., l. XIX, c. 11, p. 329, 330; Osservazioni sulla Storia di Timur-Bek, pag. 28-33). Sembra ancora esservi stata qualche corrispondenza fra l'Imperatore Mongul e la Corte di Carlo VII Re di Francia (Hist. de France par Velli e Villaret, t. XII, p. 336).

[454.] V. la traduzione della relazione persiana di questa ambasceria nella quarta parte delle relazioni del Thevenot. Gli Ambasciatori portarono in dono all'Imperatore della Cina un vecchio cavallo che Timur avea cavalcato. Partirono dalla Corte di Herat nel 1419, e vi ritornarono da Pechino nel 1422.

[455.] V. Arabshà (t. II, c. 96). I colori più splendenti o più miti son tolti da Serefeddino, dal d'Herbelot e dalle Instituzioni.

[456.] Da trentadue pezzi e sessantaquattro case, egli portò il suo nuovo giuoco a cinquantasei pezzi e centodieci o centotrenta case; ma, eccetto la Corte di Timur, l'antico giuoco degli scacchi parve già composto abbastanza. L'Imperatore Mongul mostravasi piuttosto contento che corrucciato quando perdea con un de' suoi sudditi, e un giuocatore di scacchi può apprezzare tutto il valore di questo elogio.

[457.] È vero che uomo ortodosso altro non vuol dire, che uomo di retta opinione; ma, i Cristiani cattolici non applicano l'aggettivo greco ortodosso, che ad un Cristiano cattolico, per qualificarlo di retta opinione, o credenza, e per distinguerlo da eretico, che vuol dire il contrario; questi vocaboli ebbero, ed hanno il potere di determinare l'opinione generale senza esame, e ciò è cosa comodissima. (Nota di N. N.)

[458.] V. Serefeddino (l. V, c. 13-25). Arabshà (t. II, c. 96, p. 801-803) accusa d'empietà l'Imperatore e i Mongulli che preferiscono l'Yacsa, o la legge di Gengis (cui Deus maledicat) allo stesso Corano; nè vuol credere che l'autorità e l'uso di questo codice Pagano sieno stati da Sarok aboliti.

[459.] Oltre ai passi di questo sanguinoso racconto, il leggitore può ricordarsi la nota 2, pag. 382 del sesto volume di questa Storia, ove ho parlato di Timur, e vi troverà un calcolo di circa trecentomila teste che servirono di monumento alla sua crudeltà. Fuorchè nella tragedia di Rowe del 5 novembre, io non mi sarei mai aspettato udir gli encomj dell'amabile moderazione di Timur (Prefaz. di White, p. 7). Però si può perdonare un impeto di generoso entusiasmo in chi legge, e molto più in chi pubblica le Instituzioni.

[460.] Vedansi gli ultimi Capitoli di Serefeddino, Arabshà e De Guignes (Hist. des Huns, t. IV, l. XX; Storia di Nadir-Sà di Fraser, p. 1-62). La Storia dei discendenti di Timur vi è superficialmente narrata, e mancano la seconda e terza parte di Serefeddino.

[461.] Sà-Allum, attuale Mogol, è il decimoquarto discendente di Timur, venuto da Miran-Sà, terzo figlio di questo conquistatore. V. Dow nel secondo volume della Storia dell'Indostano.

[462.] Il racconto delle guerre civili dalla morte di Baiazetto fino a quella di Mustafà, trovasi in Demetrio Cantemiro (p. 58-82) presso i Turchi; presso i Greci, in Calcocondila (l. IV e V); in Franza (l. I, c. 30-32) e in Duca (c. 18-27). Quest'ultimo Storico si mostra meglio istrutto e racconta maggiori particolarità.

[463.] V. Arabshà (t. II, c. 26), la cui testimonianza in questo luogo non ammette eccezione. Anche Serefeddino attesta l'esistenza di Isa, del quale i Turchi non fanno parola.

[464.] Arabshà, loc. cit.; Abulfeda, Geog. Tab. XVII, p. 302, Busbequius, epist. 1, pag. 96, 97, in Itinere C. P. et Amasiano.

[465.] Duca, Greco contemporaneo, loda le virtù d'Ibraimo (c. 25). I suoi discendenti sono i soli Nobili della Turchia, contenti di amministrare le pie fondazioni dei loro antenati ed esenti da qualsivoglia pubblico uffizio. Il Sultano va a visitarli due volte l'anno (Cantemiro, p. 77).

[466.] V. Pachimero (l. V, 29), Niceforo Gregoras (l. II, c. 1), Serefeddino (l. V, c. 57) e Duca (c. 25). L'ultimo di questi Scrittori, osservatore esatto ed attento, merita fede soprattutto in quanto all'Ionia e alle sue isole si riferisce. Fra le nazioni che abitavano la novella Focide, nomina gli Inglesi (Ιγγληνοι, Ingleni). Citazione che attesta l'antichità del commercio del Mediterraneo.

[467.] Sul sistema di navigazione e sulla libertà dell'antica Focide, o piuttosto de' Focei, si consultino il primo libro di Erodoto e l'Indice geografico dell'ultimo e dotto traduttore francese di questo illustre Greco, il sig. Larcher (t. VII, p. 299).

[468.] Plinio (Hist. natur., XXXV, 52) non comprende la Focide fra i paesi che producono l'allume. Egli nomina primieramente l'Egitto, indi l'isola di Melos, le cui miniere di allume sono state descritte dal Tournefort (t. I, let. IV), uomo del pari commendevole e come viaggiatore, e come naturalista. Dopo avere perduta la Focide, i Genovesi scopersero nel 1459 questo prezioso minerale nell'isola d'Ischia (Ismaël Bouillaud, ad Ducam, c. 25).

[469.] Fra tutti gli Scrittori che hanno vantata la favolosa generosità di Timur, quegli che ha maggiormente abusato di una tale supposizione, è senza dubbio l'ingegnoso Ser Guglielmo Temple, ammiratore per massima d'ogni virtù posta fuori del suo paese. Dopo avere conquistata la Russia, e passato il Danubio, a udir lui, l'Eroe tartaro libera, visita, ammira e ricusa la Capitale di Costantino. Qual disgrazia che il seducente pennello di questo Scrittore si scosti ad ogni linea dalla storica verità! pur le sue ingegnose finzioni si possono ancora perdonar meglio de' grossolani errori del Principe Cantemiro (V. le sue Opere, vol. III, pag. 349, 350, edizione in 8.).

[470.] Intorno i regni di Manuele e di Giovanni, di Maometto I e di Amurat II, V. la Storia ottomana di Cantemiro (p. 70-95), e i tre scrittori greci Calcocondila, Franza e Duca, da preferirsi sempre quest'ultimo ai suoi rivali.

[471.] L'aspro de' Turchi derivato dalla parola greca (ασπρος) è, o era una piastra di metallo bianco, o d'argento, il cui prezzo è assai invilito ai dì nostri; ma che allora valeva almeno la cinquantaquattresima parte di un ducato, o zecchino di Venezia, e i trecentomila aspri, si riguardino come pensione, o come tributo, equivalgono in circa a duemila cinquecento lire sterline (Leunclavius, Pandect. turc. p. 407, 408).

[472.] Intorno all'assedio di Costantinopoli del 1422, V. la relazione distinta e contemporanea di Giovanni Canano, pubblicata da Leone Allazio in fine della sua ediz. di Acropolita (p. 188, 189).

[473.] Cantemiro (pag. 80). Canano che indica Seid-Besciar senza dirne il nome, suppone che l'amico di Maometto si prendesse qualche libertà erotica sullo stile del suo maestro, e che al Santo e ai suoi discepoli fossero state promesse le più avvenenti monache di Costantinopoli.

[474.] Il traviamento del Dervis è l'effetto o d'una immaginazione riscaldata e ingannata dalla propria credulità, o un'impostura artificiosa; ma la Madonna, che noi crediamo aver fatto molti miracoli, poteva fare anche l'indicato, e non v'era bisogno di scherzi. (Nota di N. N.)

[475.] Per farne credere questa miracolosa apparizione, Canano si riporta alla testimonianza medesima del Santo dei Turchi; ma chi si farà mallevadore a noi per questo Santo?

[476.] V. Rychauld (l. I, c. 13). I Sultani turchi si danno il titolo di Kan. Non pare per altro che Abulgazi riconosca gli Ottomani per suoi cugini.

[477.] Il terzo fra i Visiri, Kiuperli, ucciso alla battaglia di Salankanen nel 1691 (Cantemiro, p. 382), osò dire che tutti i successori di Solimano erano stati imbecilli, o tiranni, e venuto il tempo di spegnerne la discendenza (Marsigli, Stato militare, pag. 28). Questo eretico in politica era uno zelante repubblicano, che sostenea la causa della Rivoluzione inglese contro l'Ambasciatore di Francia (Mignot, Hist. des Ottomans, t. III, pag. 434); osava ancora mettere in ridicolo il singolare privilegio che rende le cariche e le dignità ereditarie nelle famiglie.

[478.] Calcocondila (l. V) e Duca (cap. 23) ne offrono un grossolano abbozzo della politica ottomana, dandone ad un tempo a conoscere la metamorfosi de' fanciulli cristiani in soldati turchi.

[479.] Questo saggio della disciplina e della educazione dei Turchi è tolto principalmente dall'Etat de l'Empire ottoman di Richaut, dallo Stato militare dell'Impero ottomano del Conte Marsigli, (ediz. dall'Aia, 1732 in folio) e da una Description du Sérail, approvata dallo stesso sig. Greaves, attento viaggiatore, e pubblicata nel secondo volume della sua Opera.

[480.] Osservando la Nota dei centoquindici Visiri stati fino al momento dell'assedio di Vienna (Marsigli, pag. 13), la loro carica può riguardarsi come un contratto per tre anni e mezzo.

[481.] V. le giudiziose e dilettevoli lettere del Busbek.

[482.] Il primo e secondo volume de' Saggi chimici del Dottore Watson contengono due preziosi discorsi intorno alla scoperta e alla composizione della polvere.

[483.] Intorno a ciò non possiamo gran che fidarci sull'autorità de' moderni. È vero che il Ducange ha raccolti i passi originali (Gloss. lat., t. I, pag. 675, Bombarda); ma in mezzo alla luce dubbiosa che da questi primi Scrittori ne vien tramandata, osserviamo che le denominazioni, i contrassegni dello strepito, del fuoco, e d'altri effetti che sembrano indicare la nostra artiglieria, potrebbero ancora convenire alle macchine degli Antichi e al fuoco greco. Quanto al cannone, di cui gli Inglesi, dicesi, fecero uso alla battaglia di Crécy, l'autorità di Giovanni Villani (Cron., l. XII, c. 65) parmi contrabbilanciata dal silenzio del Froissard. Nondimeno il Muratori (Antiq. Italiae medii aevi, t. II, Dissert. 26, p. 514, 515) ne offre un passo decisivo del Petrarca (De remediis utriusque Fortunae dialog.), il quale nell'anno 1344 malediceva questa folgore artifiziale, nuper rara, nunc communis.

[484.] Il cannone de' Turchi che Duca fa comparire (c. 30) per la prima volta dinanzi a Belgrado nel 1436, giusta Calcocondila (l. V, p. 123), servì nel 1422 all'assedio di Costantinopoli.

[485.] Questa singolare istruzione è stata tolta, cred'io, dagli archivj del Vaticano, per cura di Odorico Raynald, e inserita nella sua continuazione degli Annali del Baronio (Roma, 1646-1677, in dieci volumi in folio). Io non mi sono prevalso che dell'Abate Fleury (Hist. eccles., t. XX, p. 1-8), le compilazioni del quale Scrittore ho sempre trovate chiare, esatte ed imparziali.

[486.] Si vegga la nostra Nota (pag. 89) che tratta del Concilio di Lione. (Nota di N. N.)

[487.] L'ambiguità di questo titolo è felice, o ingegnosa; e Moderator come sinonimo di rector, gubernator, è un termine di latinità classica ed anche ciceroniana, che si troverà non nel Glossario del Ducange, ma nel Thesaurus di Roberto Stefano.

[488.] La prima epistola (sine titulo) del Petrarca, rappresenta il pericolo della barca e l'incapacità del piloto. Haec inter, vina madidus, aevo gravis ac soporifero rore perfusus, jam jam nutitat, dormitat, jam somno praeceps atque (utinam solus) ruit..... heu quanto felicius patrio terram sulcasset aratro, quam scalmum piscatorium ascendisset. Una tale satira impone al biografo di questo Pontefice l'obbligo di pesarne le virtù e i vizj, che sono stati esagerati dai Guelfi e dai Ghibellini, dai Cattolici e dai Protestanti (V. le Memorie sulla vita del Petrarca, t. I, p. 259; II, n. 15, p. 13-16). Fu Papa Benedetto XII che diede occasione al proverbio bibamus papaliter.

[489.] V. le Vite originali di Clemente VI nel Muratori (Script. rer. ital., t. III. parte 2, pag. 550-589), in Mattia Villani (Cron., l. III, c. 43, in Muratori, t. XIV, p. 186), che lo chiama molto cavalleresco, poco religioso; in Fleury (Hist. eccles., tom. XX, p. 127) e nella Vita del Petrarca (t. II, p. 42-45). L'Abate di Sade gli si mostra assai più indulgente; ma è da notarsi che questo Scrittore era prete e gentiluomo ad un tempo.

[490.] Questa matrona è conosciuta sotto il nome, probabilmente sformato, di Zampea, ed aveva accompagnata la sua padrona a Costantinopoli, ove rimase sola con essa. Gli stessi Greci non le poterono negar lode di donna prudente, erudita e cortese. Cantacuzeno (l. I, c. 42).

[491.] Era opportuno il provare l'asserzione con una particolare citazione. (Nota di N. N.)

[492.] V. tutta questa negoziazione in Cantacuzeno (lib. IV, c. 9), che in mezzo agli encomj di cui largheggia alla propria virtù, svela le inquietudini di una coscienza colpevole.

[493.] V. un così ignominioso Trattato in Fleury (Hist. eccles., p. 151-154), che lo ha tolto da Raynald, e questi forse dagli archivj del Vaticano. Esso non meritava il fastidio di adulterarlo.

[494.] V. le due Vite originali di Urbano V nel Muratori (Script. rer. ital., t. III, parte 2, p. 623-635) e gli Annali ecclesiastici di Spondano (t. I, p. 573, A. D. 1369, n. 7) e Raynald (Fleury, Hist. eccles., t. XX, p. 223, 224). Credo che gli Storici pontifizj, se hanno esagerato, abbiano esagerato di poco le genuflessioni di Paleologo.

[495.] Paulo minus quam si fuisset Imperator Romanorum. Nondimeno il suo titolo d'Imperatore de' Greci non gli venia disputato (Vit. Urbani V, p. 623).

[496.] Privilegio riserbato ai soli successori di Carlomagno, i quali anche non poteano goderne che il giorno di Natale: in tutte le altre feste, questi diaconi coronati, si contentavano di presentare al Papa il messale e il corporale, quando diceva la messa. Nondimeno l'Abate di Sade ha la generosità di credere cosa possibile, che siasi derogato alla regola per un riguardo ai meriti di Carlo IV, ma non in quello stesso giorno, che era il primo novembre 1368. Sembra che l'Abate apprezzi al giusto e l'uomo, e il privilegio (Vie de Pétrarque, t. III, p. 735).

[497.] A malgrado della denominazione italiana corrotta (Mattia Villani, l. XI, c. 79, in Muratori, t. XV, pag. 746), l'etimologia di Falcone in bosco ci dà la parola inglese Hawkwood, vero nome del nostro audace concittadino (Tommaso Walsingham, Hist. anglican., inter scriptores Cambdeni, p. 184). Dopo ventidue vittorie e una sola sconfitta, morto nel 1394 Generale de' Fiorentini, questa repubblica lo fece seppellire con onori che non avea conceduti nè a Dante, nè al Petrarca (Muratori, Annali d'Ital., t. XII, p. 212-271).

[498.] Questo torrente d'Inglesi, o il fossero per nascita, o per la causa che difendevano, calò di Francia in Italia dopo la pace di Bretignì, nel 1360. Il Muratori (Ann., tom. XII, p. 197) esclama con più di verità che di cortesia: «Ci mancava ancor questo, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri Tedeschi ed Ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla.»

[499.] Calcocondila, (l. I, p. 25-26) pretende che Paleologo si trasferisse a visitare la Corte di Francia: ma il silenzio degli Storici nazionali confuta abbastanza quest'asserzione. Non sono nè manco molto inclinato a credere che egli abbandonasse l'Italia, valde bene consolatus et contentus, come ne vien detto nella Vita di Urbano V, p. 623.

[500.] Il ritorno di Paleologo a Costantinopoli, accaduto nell'anno 1370, e la coronazione di Manuele nel 25 settembre 1373 (Ducange, Famil. byzant., p. 241), lascia un intervallo per la cospirazione e pel gastigo d'Andronico.

[501.] Mém. de Boucicault, p. 1, c. 35, 36.

[502.] Calcocondila (l. II, c. 44-50) e Duca (c. 14) parlano leggermente, e a quanto sembra, con ripugnanza del viaggio di Manuele nell'Occidente.

[503.] V. Muratori, Annali d'Italia, t. XII, pag. 407. Giovanni Galeazzo fu il primo e il più potente dei Duchi di Milano. La sua corrispondenza con Baiazetto è attestata dal Froissard; contribuì a salvare, o liberare i prigionieri francesi di Nicopoli.

[504.] Intorno al ricevimento di Manuele a Parigi, V. Spondano (Annal. eccles., t. I, p. 676, 677, A. D. 1400, n. 5), il quale cita Giovenale degli Orsini e i monaci di S. Dionigi, e Villaret (Hist. de France, t. XII, p. 331-334), che non cita nessuno, conforme la nuova usanza degli Scrittori francesi.

[505.] Il dottore Hody ha tolto da un manoscritto di Lambeth (De Graecis illustribus) una nota che si riferisce al soggiorno di Manuele nell'Inghilterra. Imperator, diu variisque et horrendis paganorum insultibus coarctatus, ut pro eisdem resistentiam triumphalem perquireret, Anglorum regem visitare decrevit etc. Rex (dice il Walsingham p. 364) nobili apparatu.... suscepit (ut decuit) tantum Heroa; duxitque Londonias, et per multos dies exhibuit gloriose, pro expensis hospitii sui solvens, et eum respiciens tanto fastigio donativis. Egli ripete la medesima cosa nel suo Upodigma Neustriae (p. 556).

[506.] Shakespear comincia e termina la tragedia di Enrico IV col voto fatto da questo Principe di prender la croce, e col presentimento che egli avea di morire a Gerusalemme.

[507.] Questo fatto viene raccontato nella Historia politica (A. D. 1391-1478), pubblicata da Martino Crusio (Turco-Graecia, p. 1-43). L'immagine di Cristo, alla quale l'Imperator greco ricusò omaggio, era forse un lavoro di scoltura.

[508.] Leonico Calcocondila termina col cominciar del verno del 1463 la Storia de' Greci e degli Ottomani; e l'affrettata conclusione della medesima ne dà a supporre che in quello stesso anno lo Storico tralasciasse di scrivere. Sappiamo che egli era di Atene, e che alcuni contemporanei dello stesso cognome assai giovarono al rinascimento dell'idioma greco in Italia. Ma questo Scrittore, nelle lunghe sue digressioni, ha avuta mai sempre la modestia di non parlar di sè stesso. Leunclavio, editore, e Fabrizio (Bibl. graec., tom. VI, p. 474), sembrano ignorare del tutto lo stato di lui e la Storia della sua vita. Quanto alle sue descrizioni dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, V. l. II, p. 36, 37, 44-50.

[509.] Non mi starò qui a notare gli errori geografici di Calcocondila. Egli ha forse nella sua descrizione seguito e male inteso il testo di Erodoto (l. II, cap. 33), soggetto a varia interpretazione (Erodoto di Larcher, t. II, p. 219, 220). Ma questi moderni Greci non aveano dunque mai letto Strabone, nè alcuno de' loro geografi?

[510.] Un cittadino della nuova Roma, finchè questa nuova Roma durò, non si sarebbe degnato di onorare il Ρεξ, Re alemanno del titolo di Βασιλευς, o Αυτοκρατωρ Ρομαιων, Monarca, o Autocratore Romano; ma Calcocondila avea spogliato ogni spezie di vanità, accennando il Principe di Bisanzio e i suoi sudditi colle esatte ed umili denominazioni di Ελληνες e Βασιλευς Ελληνων, Greci e Re de' Greci.

[511.] Nel secolo decimoquarto veniva tradotta in prosa francese la maggior parte de' vecchi romanzi che divennero la lettura favorita de' cavalieri e delle dame della Corte di Carlo VI; e si può meglio perdonare ad un Greco l'aver credute vere, se credè vere, le imprese di Olivieri e di Orlando, che ai Frati di S. Dionigi, i quali inserirono nelle loro Cronache di Francia le favole dell'Arcivescovo Turpino.

[512.] Δονδινη.... δε τε πτολιε δυναμει τε προεχουσα των εν τη νητω ταυτη πολεων, ογβω τε και τη αλλη ευδαιμονια των προς εσπεραν λειπομενη, Londra.... città che per potenza avanza tutte le altre città dell'isola, e in ricchezza e in ogni genere di prosperità si lascia indietro quante ve n'ha in Occidente. Ne' tempi di Fitz-Stephen, ossia nel secolo dodicesimo, sembra che Londra per ricchezza e grandezza abbia goduto di una tal primazia; primazia ch'ella ha conservata di poi col crescere in estensione progressivamente, e proporzionatamente agli aumenti per cui le altre capitali dell'Europa abbellivansi.

[513.] Ammettendo anche che il doppio significato del verbo Κυω (osculor e in utero gero) desse luogo ad equivoco, non può dubitarsi di ciò che Calcocondila intendeva dire, e dell'abbaglio da lui preso, ponendo mente all'orror pio che il comprende nell'annunciare questo barbaro uso (p. 49).

[514.] Erasmo (epist. Fausto Andrelino) parla in modo scherzevole dell'usanza che hanno gl'Inglesi di baciare gli stranieri, senza badare al sesso, all'atto del loro arrivo, ma non ne deduce quindi sinistre supposizioni.

[515.] Noi potremo forse applicare questa osservazione alla comunanza delle donne che Cesare e Dione Cassio hanno supposta in vigore fra gli antichi Brettoni (l. LXII, t. II, p. 1007), e V. Dione colle giudiziose note del Reimar. Gli Arreoy di Taiti, corporazione la cui infamia ne sembrava da prima evidentissima, ci appaiono men colpevoli col nostro aumentar di nozioni sulle costumanze di questo popolo buono e pacifico.

[516.] V. Lenfant (Hist. du Concile de Constance, tom. II, p. 576), e quanto alla Storia ecclesiastica di que' tempi, gli Annales dello Spondano, la Biblioteca del Dupin (t. XII) e i tomi XXI, XXII della Storia, o piuttosto della continuazione di Fleury.

[517.] Fin dalla prima giovinezza, Giorgio Franza, o Phranzès fu impiegato al servigio dello Stato e del palagio; e l'Hank (De script. byzant., parte I, c. 40) ne ha raccolta da' suoi scritti la vita. Avea ottantaquattro anni, quando Manuele morendo, lo raccomandò caldamente al suo successore. Imprimis vero hunc Phranzen tibi commendo, qui ministravit mihi fideliter et diligenter (Franza, l. II. c. 1). L'Imperatore Giovanni nondimeno si comportò freddamente verso di lui, ai servigi del medesimo preferendo quelli dei despoti del Peloponneso.

[518.] V. Franza, lib. II, c. 13. Poichè vi sono tanti manoscritti greci nelle biblioteche di Roma, di Milano e dell'Escuriale, è un obbrobrio che noi siamo ridotti a valerci delle traduzioni latine e delle compilazioni di Giacomo Pontano (ad calcem Teophlact. Simocattae, Ingolstadt, 1604), che mancano ad un tempo di eleganza e di esattezza (Fabricius, Bibl. graec., t. VI, p. 615-620).

[519.] V. Ducange, Fam. byzant., p. 243-248.

[520.] L'estensione esatta dell'Essamilione posto fra i due mari, era di tremila ottocento orgigie, o tese di sei piedi greci (Franza, l. I, c. 38), lunghezza equivalente ad un miglio greco, più corto di quello di seicentosessanta tese francesi che il d'Anville pretende adoperarsi in Turchia. La larghezza dell'Istmo viene comunemente riguardata di cinque miglia (V. i Viaggi di Spon, Wheeler e Chandler).

[521.] La prima obbiezione degli Ebrei cade sulla morte di Gesù Cristo; se era stata volontaria, egli era dunque colpevole di suicidio, al che l'Imperatore rispose allegando un mistero. Si fanno indi a disputare sulla Concezione di Maria Vergine, sul significato delle profezie (Franza, l. II, c. 12, fino alla fine del capitolo).

[522.] Ciò si riferisce a poco dopo l'anno 1420 in cui era guerra grandissima, fra il Concilio generale di Basilea, ed il Papa Eugenio IV. Vegga il Lettore la nostra Nota (p. 468); gl'illustri Storici Fleury e Lenfant ci diedero dottamente la Storia dei Concilj di Costanza e di Basilea. (Nota di N. N.)

[523.] Nel Trattato delle materie benefiziarie di Fra Paolo (vol. IV dell'ultima e migliore edizione delle sue Opere), questo autore dilucida con eguale franchezza e dottrina tutto il sistema politico de' Pontefici. Quand'anche rimanessero annichilate Roma e la sua religione, lor sopravviverebbe questo prezioso volume come un'eccellente Storia filosofica, e come un salutare avvertimento.

[524.] Il Papa Giovanni XXII nel 1334 lasciò morendo in Avignone diciotto milioni di fiorini d'oro, e un valore di altri sette milioni in argenterie e suppellettili. V. la Cronaca di Giovanni Villani (l. XI, c. 20, nella Raccolta del Muratori, t. XIII, pag. 765) il cui fratello avea saputi questi particolari dai tesorieri del Papa. Un tesoro di sei, o otto milioni nel secolo decimoquarto sembra sterminato, e quasi incredibile.

[525.] Il sig. Lenfant, protestante dotto e giudizioso, ne ha offerta una Storia de' Concilj di Pisa, Costanza e Basilea, in sei volumi in 4.; ma l'ultima parte, composta in fretta, non descrive compiutamente che le turbolenze della Boemia.

[526.] Gli atti originali, ossia le minute del Concilio di Basilea, formano dodici volumi in folio, che tuttavia si conservano in quella pubblica Biblioteca. Basilea era una città libera, vantaggiosamente situata sul Reno, e difesa dalla Confederazione degli Svizzeri suoi vicini. Il Papa Pio II, che portando il nome di Enea Silvio, era stato segretario del Concilio, vi fondò nel 1459 una Università. Ma che cosa sono un Concilio, o una Università, a petto de' torchi di Froben, o dei lavori di Erasmo?

[527.] Questa espressione è troppo forte anche ammettendo, che l'autorità d'un Concilio generale sia superiore a quella del Papa. Chi poi volesse avere notizia di tutte le cose seguìte, durante i grandi contrasti scandalosi fra i Papi, ed i Concilj generali di Pisa, di Costanza e di Basilea, che noi qui per brevità non possiamo dare, legga lo Storico fedele ed imparziale di Fleury, e meglio ancora il dottissimo Moseim ne' Secoli decimoquarto e decimoquinto. L'Autore qui non ne dà che un esatto, ma brevissimo sospetto. (Nota di N. N.)

[528.] L'annalista Spondano (A. D. 1433, n. 25, t. I, p. 824) non mette molta asseveranza nel raccontare questa ottomana ambasceria attestata solo da Crantz.

[529.] Syropulus, p. 19. Da questo computo sembra essersi esagerato dai Greci il numero de' laici e degli ecclesiastici che seguirono di fatto l'Imperatore e il Patriarca; ma il grande Ecclesiarca non ne offre un conto esatto. I settantacinquemila fiorini che in questa negoziazione i Greci chiedevano al Papa (p. 9), erano una somma superiore ai loro bisogni e che sperar non potevano di ottenere.

[530.] Mi valgo indifferentemente delle voci ducati, o fiorini; i primi ricevono la loro denominazione dai Duchi di Milano, i secondi dalla repubblica di Firenze. Queste monete, le prime d'oro che si coniassero in Italia, e forse nel Mondo latino, possono, rispetto al peso e al valore, venir paragonate ad un terzo di ghinea d'Inghilterra.

[531.] Dopo la traduzione latina di Franza, trovasi una lunga epistola greca, o declamazione di Giorgio di Trebisonda che consiglia a Paleologo il dar preferenza ad Eugenio e all'Italia; e parla con disprezzo dell'Assemblea scismatica di Basilea, de' Barbari della Gallia e dell'Alemagna, collegatisi per trasportare la cattedra di S. Pietro di là dall'Alpi: οι αθλιοι (egli dice) σε και την μετα σου συνοδον εξα των Ηρακλειων στηλων και περα Γαδηρων εξαξουσι, que' miserabili ancora secondo te trasportano il Concilio fuori delle colonne d'Ercole, al di là di Cadice. Ma che? Non vi erano carte geografiche a Costantinopoli?

[532.] Siropolo (p. 26-31) esprime la propria indignazione e quella de' suoi compatriotti. Ben cercarono scuse alla commessa imprudenza i deputati di Basilea, ma non poteano o negare, o cambiare l'atto del Concilio.

[533.] Bisognava provare con una citazione, onde appagare il Lettore, che Eugenio IV si procacciò cotale decreto del Concilio generale di Basilea. (Nota di N. N.)

[534.] Condolmieri, nipote e Ammiraglio del Papa, dichiara espressamente, οτι οριουμονεχει παρα του Παπα ινα πολεμηση οπου αν ευρη τα κατεργα της συνοδου, και ει δυνηθη καταδυση και αφανιση, che ebbe comando dal Papa di combattere ovunque trovasse le squadre del Concilio, e potendo, le calasse a fondo e perdesse. I Padri del Sinodo diedero ordini men perentorj ai loro marinai, e fino al momento in cui le due squadre incontraronsi, le due fazioni cercarono di nascondere ai Greci lo scambievole animo ostile.

[535.] Siropolo narra le speranze di Paleologo (p. 36) e l'ultimo consiglio datogli da Sigismondo (p. 57). L'Imperatore seppe a Corfù la morte dell'amico, e se ne fosse stato avvertito più presto, sarebbe ritornato a Costantinopoli (p. 79).

[536.] Lo stesso Franza, benchè per diversi motivi, era del parere di Amurat (l. II, c. 13). Utinam ne synodus ista unquam fuisset, si tantas offensiones et detrimenta paritura erat. Siropolo parla anche dell'ambasceria ottomana. Amurat mantenne la sua promessa; e forse minacciò (pag. 125-219), ma non assalì la città.

[537.] Il lettore sorriderà sul modo ingenuo con cui il Patriarca fece note le concette speranze ai suoi favoriti: τοιαυτην πληροφοριαν σχησειν ηλπιξ, και δια του Παπα εθαρρει ελευθερωσαι την εκκλησιαν απο της αποτεθεισης αυτου δουλειας παρα του βασιλεως, sperava avere siffatto assenso, e temeva non fosse dal Papa liberata la Chiesa per la dependenza mostrata dal Re (p. 92), nondimeno gli sarebbe stato difficile di mettere in pratica le lezioni di Gregorio VII.

[538.] Il nome cristiano di Silvestre è tolto dal Calendario latino. Nel greco moderno la voce πουλος, piccolo, si aggiunge alla fine di una parola per esprimere un diminutivo; ma non v'è alcun argomento che dia diritto all'editore Creyghton a sostituire Sguropulus (Sguros, fuscus) al Syropulus del manoscritto di questo Storico, che ha posta la propria firma negli atti del Concilio di Firenze. Perchè l'autore non potrebbe egli essere di origine siriaca?

[539.] Dalla conclusione di questa Storia, ne deduco la data del 1444, quattro anni dopo il Sinodo. Allorchè il grande Ecclesiarca rassegnò la sua carica (Sect. XII, p. 330-350), il tempo e il ritiro aveano sedate le sue passioni; e Siropolo, benchè spesse volte parziale, non è mai caduto negli eccessi.

[540.] (Vera historia unionis non verae inter Graecos et Latino, Hagae Comitis 1660, in folio). Roberto Creyghton, cappellano di Carlo II, durante l'esilio di questo Principe, la pubblicò il primo con una traduzione pomposa e poco fedele. Il titolo polemico è sicuramente d'invenzione dell'editore perchè il principio dell'opera manca. Quanto al merito della narrazione e anche dello stile, Siropolo può essere collocato fra i migliori scrittori di Bisanzo: ma la sua Opera è esclusa dalla raccolte ortodosse dei Concilj.

[541.] Siropolo alla pagina 63 esprime francamente la sua intenzione ιν ουτω πομπαων εν Ιταλοις μεγας βασιλευς παρ εκεινων νομιξοιτο, affinchè dalla pompa giudicassero quelli quanto fosse grande quel Re in Italia. La traduzione latina di questo passo, eseguita dal Creyghton può somministrare un'idea delle sue vistose parafrasi. Ut pompa circumductus noster Imperator Italiae, populis aliquis deauratus Jupiter crederetur, aut Croesus ex opulenta Lydia.

[542.] Senza obbligarmi a citare Siropolo ad ogni fatto particolare, osserverò che la navigazione de' Greci da Costantinopoli sino a Venezia e Ferrara, trovasi nella sua quarta Sezione (p. 67-100), e che questo Istorico possede il raro merito di mettere ciascuna scena innanzi gli occhi de' suoi leggitori.

[543.] Nel tempo del Sinodo, Franza si trovava nel Peloponneso; ma il despota Demetrio gli fece un esatto racconto del modo onorevole con cui l'Imperatore ed il Patriarca vennero accolti a Venezia e a Ferrara (Dux..... sedentem Imperatorem adorat). I Latini ne parlano dando minore importanza alle cose.

[544.] La sorpresa che sentirono il Principe greco e un ambasciatore di Francia al primo veder Venezia (Mém. de Philippe de Comines, l. VII, c. 18), è incontrastabile prova che questa città nel secolo decimoquarto era la prima e la più bella di tutte l'altre del Mondo cristiano. Quanto alle spoglie di Costantinopoli che vi scorsero i Greci, V. Siropolo (p. 87).

[545.] Nicolò III d'Este, regnò quarant'otto anni (A. D. 1343-1441), possedendo Ferrara, Modena, Reggio, Parma, Rovigo e Comacchio. V. la Vita nel Muratori (Antichità Estensi, t. II, p. 159-201).

[546.] Le popolazioni delle città latine risero assai del vestire de' Greci, delle lunghe tonache, delle larghe maniche e della barba. L'Imperatore non si distingueva dagli altri che pel colore porporino dell'abito e pel diadema, o tiara, la cui punta andava fregiata di un magnifico diamante (Hody, De Graecis illustribus, p. 31). Un altro spettatore però afferma l'usanza del vestir greco, essere più grave e più degna che non l'italiana (Vespasiano, in vit. Eugen. IV. Muratori, t. XXXV, p. 261).

[547.] Intorno alle cacce dell'Imperatore, V. Siropolo (p. 143, 144-191). Il Papa gli avea spediti undici cattivi falconi, ma egli ne comprò uno addestrato a maraviglia e condottogli dalla Russia. Qualche leggitore maraviglierà forse di trovar qui la denominazione di Giannizzeri, ma i Greci tolsero questa voce agli Ottomani senza imitarne l'instituzione; e la vediamo spesso volte usata nell'ultimo secolo del greco Impero.

[548.] Non senza vincere molte difficoltà, i Greci avevano ottenuto, che invece de' viveri in natura venisse loro fatta una distribuzione in danaro. Furono quindi assegnati quattro fiorini al mese alle persone di onorevole grado, e tre a ciascun servo. L'Imperatore ne ebbe trentaquattro, il Patriarca ventinove, e il Principe Demetrio ventiquattro. La paga intiera del primo mese, non andò che a seicento novantun fiorini, la qual somma dimostra che il numero de' Greci non oltrepassava i dugento (Syropulus, p. 104, 105). Nel mese di ottobre 1438, erano dovute le somme di quattro mesi addietro, e tre mesi ancora in aprile del 1439, e cinque e mezzo in luglio, epoca della unione (p. 172-225-271).

[549.] Siropolo (p. 141, 142-204-221) deplora la prigionia de' Greci che venivano ritenuti quasi per forza in Italia, dolendosi intorno a ciò della tirannide dell'Imperatore e del Patriarca.

[550.] Trovasi una relazione chiara ed esatta delle guerre d'Italia nel quarto volume degli Annali del Muratori. Sembra che lo scismatico Siropolo (p. 145) abbia esagerato il temere e il correre a precipizio del Papa, allorchè si ritirò da Ferrara a Firenze. Gli atti provano che fu assai tranquilla, e convenevolmente eseguita una tale ritirata.

[551.] Siropolo novera fino a settecento Prelati nel Concilio di Basilea; ma l'errore è palpabile e fors'anche volontario. Nè gli ecclesiastici di tutte le classi che furono presenti al Concilio, nè tutti i Prelati lontani che esplicitamente o implicitamente ne riconosceano i decreti, avrebbero bastato a formar questo numero.

[552.] I Greci opposti all'unione non voleano di qui decampare (Syropulus, p. 178-193-195-202). I Latini non vergognarono di tirar fuori un vecchio manoscritto del secondo Concilio di Nicea, ove era stata aggiunta al Simbolo la parola Filioque, alterazione evidente.

[553.] Un Greco celebre dice: Ως εγω οσαν εις ναον εισελθω Λατινων ου προσκυνω τινα των εκεισε αγιων, επει ουδε γνωγιξω τινα, quando entro in una chiesa de' Latini non adoro nessuno de' Santi che colà sono, perchè non li conosco (Syropulus, pag. 109). Vedasi in quale impaccio si trovarono i Greci, alle p. 217, 218, 252, 253, 273.

[554.] V. la disputa urbana di Marco d'Efeso e di Bessarione in Siropolo (pag. 257), che non cerca mai di palliare i vizj de' suoi compatriotti, e rende imparziale omaggio alle virtù de' Latini.

[555.] Quanto all'indigenza de' Vescovi greci, V. un passo di Duca (pag. 31). Uno di questi prelati possedea per tutta sostanza tre vecchi abiti, ec. Bessarione avea guadagnato quaranta fiorini d'oro, facendo scuola vent'un anni in un monastero, ma ne avea spesi ventotto nel suo viaggio del Peloponneso, e a Costantinopoli il resto (Syropulus, p. 127).

[556.] Siropolo pretende che i Greci non abbiano ricevuto danaro prima di sottoscrivere l'atto di unione (p. 283); racconta nondimeno alcune circostanze sospette, e lo Storico Duca afferma che si lasciarono corrompere dai donativi.

[557.] I Greci esprimono in tuon doloroso i loro timori d'un esilio, o d'una schiavitù perpetua (pag. 197), e l'impressione che fecero sovr'essi le minacce dell'Imperatore (p. 260).

[558.] Io mi dimenticava d'un altro dissenziente[559] d'un grado meno sublime ma ortodosso oltre ogni dire, il cane favorito di Paleologo, che solito a star sempre tranquillo sui gradini del trono abbaiò furiosamente, sinchè durò la lettura del Trattato d'unione, e vano fu l'accarezzarlo e il flagellarlo per ridarlo al silenzio (Syropulus, p. 265-267).

[559.] Un accidente non doveva porgere soggetto di spargere il ridicolo sulla lettura del Decretum unionis etc. del Concilio generale di Firenze: se poi l'unione dei Vescovi greci coi latini non fu sincera, com'è vero, e come risulta della Storia, per cui lo scisma continuò, e continua ancora, ciò non ha relazione al ridicolo. (Nota di N. N.)

[560.] Bisogna osservare a questo passo dell'Autore, che è massima de' Decretalisti e de' Curiali della Corte di Roma, ed anche di molti Teologi, specialmente Italiani, che devonsi considerare soltanto autorevoli quegli atti e decreti del Concilio generale di Basilea, dati prima che nascesse la dissensione, e la guerra fra il Concilio stesso, ed il Papa Eugenio IV, e finchè questi approvò il Concilio, e che quelli fatti dopo il decreto di scioglimento del Concilio stesso, scritto da Eugenio, in un col di lui trasferimento, e nuova convocazione a Ferrara, e indi a Firenze, non sono da valutarsi, perchè il Papa presiedette quello di Ferrara, e indi quello di Firenze. Per altro il Concilio generale di Pisa, dal quale fu eletto il Papa Alessandro V, erasi adunato, ed aveva decretato, non molto tempo prima, senza l'intervento di Papa, e tuttavia è riputato legittimo, ed autorevole da tutt'i Teologi, ed anzi lodato per l'elezione canonica d'Alessandro in quel tempo di gravi turbolenze. Questa contraddittoria diversità d'opinione de' Teologi, favoritori della Corte di Roma, deriva dall'aver voluto il Concilio di Basilea, seguendo l'esempio del Concilio di Costanza, ristabilire l'aristocrazia de' Vescovi nel governo della Chiesa, specialmente dopo il decreto d'Eugenio dello scioglimento, lo che il Concilio non venne a capo di fare, per l'avveduta politica di quel Papa. Del resto lo scioglimento della questione intorno i decreti autorevoli e non autorevoli del Concilio di Basilea (che noi ora lasciamo volentieri a' controversisti, perchè esigerebbe una dissertazione, che paragonasse lo stato ed i fatti de' primi cinque secoli de' Cristiani antichi con quello de' moderni), dipende dalla soluzione di un'altra, cioè se l'autorità di un Concilio generale sia superiore, o no, a quella del Papa. (Nota di N. N.)

[561.] Le Vite de' Papi raccolte dal Muratori (t. III, part. II, t. XXV) ne rappresentano Eugenio IV, come un Pontefice di costumi illibati ed anche esemplari. Se osserveremo però in quale arduo stato egli si trovasse, avendo vôlti in se gli sguardi di tutto il Mondo e di tanti nemici, vedremo in ciò un motivo, che lo costringeva ad essere molto circospetto.

[562.] Siropolo credè minore obbrobrio l'assistere alla cerimonia dell'Unione che sottoscriverne l'atto; ma poi fu obbligato a far l'uno e l'altro, e adduce cattive scuse per difendere la sua obbedienza ai comandi dell'Imperatore, p. 290-292.

[563.] Non v'è più oggi giorno alcuno di questi atti originali dell'Unione. Di dieci manoscritti, cinque de' quali si conservano a Roma, gli altri a Firenze, Bologna, Venezia, Parigi e Londra, nove sono stati assoggettati all'esame di un Critico abile, il sig. Bréquigny, che li ricusa a motivo della differenza delle sottoscrizioni greche e degli abbagli nella scrittura. Alcuni però di questi possono essere riguardati come copie autentiche, sottoscritte a Firenze prima del 26 agosto, nel qual tempo il Pontefice e gl'Imperatori si separarono (Mém. de l'Académie des Inscript., t. XLIII, p. 287-311).

[564.] Ημιν δε ως εδοκουν φωνας, mi pareano voci senza significato (Syropulus, p. 297).

[565.] Tornando a Costantinopoli, i Greci s'intertennero a Bologna d'Italia cogli Ambasciatori d'Inghilterra, i quali dopo alcune interrogazioni e risposte su tale argomento, risero della pretesa unione di Firenze (Syropulus, p. 307).

[566.] Le unioni de' Nestoriani e de' Giacobiti ec., sono sì inconcludenti, o favolose, che invano ho scartabellata, per trovarne qualche vestigio, la Biblioteca Orientale dell'Assemani, schiavo fedelissimo del Vaticano.

[567.] Ripaglia, situata presso Thonon nella Savoia, ad ostro del lago di Ginevra, oggidì è una Certosa. Il sig. Addisson (Viaggio d'Italia, vol. II, pag. 147, 148, ediz. delle sue Opere per cura di Baskerville) ha celebrato il luogo e il fondatore. Enea Silvio, e i Padri di Basilea non si stancano di lodare l'austero vivere del Duca eremita; ma sfortunatamente, il proverbio francese faire ripaille, fa fede dell'opinione generalmente diffusa sulla vita molle di questo ex-Pontefice.

[568.] Anche i Papi erano uomini, e di che mai gli uomini non abusano? Ma dagli abusi particolari che si fossero verificati rispetto ad alcuni Pontefici, era egli lecito il dedurne la conseguenza generale per tutti: Continuarono ad abusarne? (Nota di N. N.)

[569.] Intorno ai Concilj di Basilea, Ferrara e Firenze ho consultati gli Atti originali che formano i volumi XVII, XVIII dell'edizione di Venezia, terminati dalla Storia chiara, ma parziale, di Agostino Patrizio, Italiano, del secolo XV. Essendo stati i compilatori de' medesimi il Dupin (Bibl. eccles., t. XII) e il continuatore di Fleury (t. XXII), il rispetto che la Chiesa gallicana serba ad entrambe le parti gli ha tenuti in una circospezione quasi ridicola.

[570.] Il Meursio, nel suo primo Saggio, cita tremila seicento vocaboli greco-barbari; e ne aggiunse mille ottocento in una seconda edizione, lasciando cionnullameno molto lavoro da farsi al Porzio, al Ducange, al Fabrotti, ai Bollandisti, ec. (Fabr., Bibl. graec., t. X, pag. 101, ec.). Trovansi parole persiane in Senofonte, e latine in Plutarco; tale è l'inevitabile effetto del commercio e della guerra; ma questa lega non corruppe in sostanza l'idioma.

[571.] Francesco Filelfo era un sofista, o filosofo vanaglorioso, avido e turbolento. La vita di lui è stata accuratamente composta dal Lancelot (Mém. de l'Acad. des Inscr., tom. X, p. 691-751), e dal Tiraboschi (Storia della Letteratura italiana, t. VII, p. 282-294), in gran parte seguendo le tracce delle lettere dello stesso Filelfo. Le Opere di questo e de' suoi contemporanei, scritte con troppa ricercatezza, sono poste in dimenticanza; ma le loro lettere famigliari dipingono gli uomini e i tempi.

[572.] Sposò, e forse aveva sedotta, la nipote di Manuele Crisoloras, donzella ricca, avvenente, e di nobile famiglia, congiunta di sangue coi Doria di Genova e cogli Imperatori di Costantinopoli.

[573.] Groeci quibus lingua depravata non sit... ita loquuntur vulgo hac etiam tempestate ut Aristophanes comicus, aut Euripides tragicus, ut Oratores omnes, ut historiographi, ut philosophi.... litterati autem homines et doctius et emendatius.... Nam viri aulici veterem sermonis dignitatem atque elegantiam retinebant, inprimisque ipsae nobiles mulieres; quibus cum nullum esset omnino cum viris peregrinis commercium, merus ille ac purus Groecorum sermo servabatur intactus (Philelp., epist. ad ann. 1451, ap. Hodium, p. 188, 189). Osserva in un altro luogo, uxor illa mea Theodora locutione erat admodum moderata et suavi et maxime attica.

[574.] Filelfo cerca ridicolosamente l'origine della gelosia greca, o orientale ne' costumi dell'antica Roma.

[575.] V. lo stato della letteratura de' secoli XIII e XIV nelle Opere del dotto e giudizioso Mosheim (Instit. Hist. eccles., p. 434-440, 490-494.)

[576.] Sul finire del secolo XV, trovavansi in Europa circa cinquanta Università, molte delle quali fondate prima dell'anno 1300. Bologna noverava diecimila studenti, una gran parte di giurisprudenza; le ridette Università vedeansi tanto più popolate di scolari quanto era minore il numero delle medesime. Nell'anno 1357 gli studenti d'Oxford da trentamila divennero seimila (Hist. de la Grande-Bretagne, par Henri, vol. IV, p. 478). Nondimeno questo numero ridotto superava ancora il numero degli studenti da cui questa Università oggi giorno è composta.

[577.] Gli Scrittori che hanno trattato più fondatamente il soggetto della restaurazione della lingua greca in Italia, sono il dottore Humph. Hody (De Graecis illustribus, linguae graecae litterarumque humaniorum instauratoribus, Londra, 1742, in 8. grande) e il Tiraboschi (Istoria della Letteratura italiana, t. V, p. 364, 377; t. VII, p. 112-143). Il Professore di Oxford è un dotto laborioso; ma il Bibliotecario di Modena ha il vantaggio di essere storico nazionale e moderno.

[578.] In Calabria quae olim magna Graecia dicebatur, coloniis graeci repleta, remansit quaedam linguae veteris cognitio (Dottore Hody, p. 2). Se i Romani la fecero sparire, fu restaurata dai Monaci di S. Basilio, che nella sola città di Rossano possedeano sette conventi (Giannone, Istoria di Napoli, t. I, p. 520).

[579.] Li barbari, dice il Petrarca parlando degli Alemanni e dei Francesi, vix, non dicam libros sed nomen Homeri audierunt. Forse in ordine a ciò il secolo XIII era men felice di quello di Carlomagno.

[580.] V. il carattere di Barlamo nel Boccaccio (De geneal. Deorum, l. XV, c. VI).

[581.] Cantacuzeno, l. II, c. 36.

[582.] Intorno l'amicizia del Petrarca con Barlamo, e i due abboccamenti che ebbero nel 1339 ad Avignone, e nel 1342 a Napoli, V. le eccellenti Mémoires sur la vie de Petrarque (t. I, p. 406-410; t. II, p. 75-77).

[583.] Il Vescovado ove si ritirò Barlamo era la Locride degli Antichi, Seta Cyriaca nel Medio Evo, e corrottamente Hieracium, Geracia (Dissert. chorograph. Italiae medii aevi, p. 312). La dives opum del tempo de' Normanni fu ben tosto ridotta all'indigenza, poichè la stessa sua Chiesa era povera; nondimeno la città contiene ancora tremila abitanti (Swinburne, p. 340).

[584.] Trascriverò un passo di questa lettera del Petrarca (Famil. X, 2): Donasti Homerum non in alienum sermonem violento alveo derivatum, sed ex ipsis Graeci eloquii scatebris, et qualis divino illi profluxit ingenio.... Sine tua voce Homerus tuus apud me mutus, immo vero ego apud illum surdus sum. Gaudeo tamen vel adspectu solo, ac saepe illum amplexus atque suspirans dico: O magne vir, etc.

[585.] Intorno alla vita e agli scritti del Boccaccio, nato nel 1313 e morto nel 1375, il lettore può consultare Fabrizio (Bibl. lat. medii aevi, t. I, p. 248, ec.) e Tiraboschi (t. V, p. 83-439-451). Le edizioni, le traduzioni e le imitazioni delle sue Novelle, o Favole sono innumerevoli. Egli avea nondimeno rossore di comunicare quest'opera frivola e forse scandalosa al suo rispettabile amico Petrarca, nelle Lettere e Memorie del quale comparisce in modo onorevole.

[586.] Il Boccaccio si permette una onesta vanità: Ostentationis causa graeca carmina adscripsi..... jure utor meo; meum est hoc decus, mea gloria scilicet inter Etruscos graecis uti carminibus. Nonne ego fui qui Leontium Pilatum, etc. (De genealog. Deorum, l. XV, c. 7). Quest'Opera, dimenticata oggi giorno, ebbe tredici, o quattordici edizioni.

[587.] Leone, o Leonzio Pilato, è abbastanza conosciuto, da quanto ne dicono il Dottore Hody (p. 2-11) e l'Abate di Sades (Vie de Petrarque, t. III, pag. 625-634-670-673). L'Abate di Sades con molta abilità imita lo stile drammatico e animato del suo originale.

[588.] Il Dottore Hody (p. 54) biasima acremente Leonardo Aretino, il Guerini, Paolo Giovio, ed altri, per avere affermato che le lettere greche erano state restaurate in Italia, post septingentos annos, come se, dic'egli, fossero state in fiore fino alla fine del settimo secolo. Forse cotesti Scrittori appoggiavano i loro computi alla fine dell'Esarcato, perchè la presenza de' militari e de' magistrati greci in Ravenna dovea in qualche modo avervi conservato l'uso della lingua che si parlava in Bisanzo.

[589.] V. l'articolo di Manuele, o Emmanuele Crisoloras, in Hody (p. 12-54) e Tiraboschi (t. VII, pag. 113-118). La vera data dell'arrivo di questo dotto in Italia, si contiene fra il 1390 e il 1400, nè ha d'altra epoca sicura che il regno di Bonifazio IX.

[590.] Cinque o sei cittadini nativi di Arezzo, hanno preso successivamente il nome di Aretino; il più celebre e il men degno di esserlo, visse nel secolo XVI. Leonardo Bruni l'Aretino, discepolo di Crisoloras, fu dotto nelle lingue, oratore, storico, segretario di quattro Pontefici e cancelliere della Repubblica di Firenze, ove morì nel 1444, in età di settantacinque anni (Fabr., Bibl. medii aevi, t. I, pag. 190 ec.; Tiraboschi, t. VII, p. 33-38).

[591.] V. questo passo nell'Aretino. In Commentario rerum suo tempore in Italia gestarum, apud Hodium, p. 28-30.

[592.] Il Petrarca, che amava questo giovinetto, si dolea sovente di scorgere nel suo discepolo una impaziente curiosità, una indocile irrequietezza, e un'inclinazione all'orgoglio, che però ne annunciavano il genio e i futuri pregi (Mém. sur le Pétrarque, t. III, p. 700-709).

[593.] Hinc graecae latinaeque scholae exortae sunt, Guarino Philelpho, Leonardo Aretino, Caroloque, ac plerisque aliis tamquam ex equo Trojano prodeuntibus, quorum emulatione multa ingenia deinceps ad laudem excitata sunt (Platina in Bonifacio IX). Un altro Autore italiano aggiunge i nomi di Paulus Petrus Vergerius, Omnibonus Vincentius, Poggius, Franciscus Barbarus, etc. Ma dubito se un'esatta cronologia concederebbe a Crisoloras l'onore di avere formati tutti questi dotti discepoli (Hody, p. 25-27, ec.).

[594.] V. in Hody l'articolo di Bessarione (pag. 136-177), Teodoro Gaza, Giorgio da Trebisonda, e gli altri Maestri greci da me nominati, od omessi, si vedono citati ne' diversi capitoli di questo dotto Scrittore. V. anche Tiraboschi nella I e II parte del suo sesto tomo.

[595.] I Cardinali picchiarono alla porta di Bessarione, ma il suo conclavista ricusò di aprire per non distoglierlo da' suoi studj. «Ah! Nicolò, diss'egli, poichè lo seppe, il tuo rispetto mi ha fatto perdere la tiara, e a te un cappello di Cardinale».

[596.] Eran fra questi Giorgio da Trebisonda, Teodoro Gaza, Argiropolo e Andronico da Tessalonica, Filelfo, Poggio, Biondi, Nicolai, Perotti, Valla, Campano, Platina ec. Viri (dice Hody, collo zelo di uno scolaro) nullo oevo perituri (p. 137).

[597.] Giovanni Lascaris era nato prima della presa di Costantinopoli, e continuò i suoi studj fino al 1535. I più chiari protettori di lui furono Leone X e Francesco I, sotto gli auspizj de' quali fondò i Collegi greci di Roma e di Parigi (Hody, p. 247-275). Egli lasciò figli in Francia; ma i Conti di Ventimiglia, e le numerose famiglie che ne derivano, non hanno altro diritto a questo cognome, fuor d'un dubbioso contratto di nozze colla figlia dell'Imperatore greco nel secolo decimoterzo (Ducange, Fam. byzant., p. 224-230).

[598.] Francesco Florido ha conservati e confutati due epigrammi contro Virgilio, e tre contro Cicerone, chiamando l'autor di essi Graeculus ineptus et impudens (Hody, p. 274). Abbiamo avuto ai nostri giorni un Critico inglese, Geremia Markland, che ha trovata nell'Eneide multa languida, nugatoria, spiritu et majestate carminis heroici defecta, e molti versi ch'egli avrebbe arrossito di confessare per suoi (Praefat. ad Statii Sylvas, p. 21, 22).

[599.] Emmanuele Crisoloras e i suoi colleghi sono stati accusati d'ignoranza, d'invidia e d'avarizia (Sylloge, ec., t. II, p. 235). I Greci moderni pronunciano il β come il v consonante, e confondono le tre vocali η ι υ e molti dittonghi. Tale era la pronunzia comune, che il severo Gardiner, mettendo leggi penali, mantenne nell'Università di Cambridge; ma il monosillabo βη, ad orecchio attico, ricordava il belar di un agnello, e un agnello sarebbe stato senza dubbio miglior personaggio di riscontro che un Vescovo o un Cancelliere. I Trattati dei dotti che corressero la pronunzia, e particolarmente di Erasmo, si troveranno nella Sylloge di Havercamp (due volumi in 8., Lugd. Bat., 1736-1740). Ma è cosa difficile additar suoni per via di parole, e la pratica delle lingue viventi ci fa conoscere che la pronunzia delle lingue non può essere data ad intendere che col fatto e dai nativi che parlano bene le medesime. Osserverò qui che Erasmo ha approvata la nostra pronuncia del θ, th (Erasmo, t. II, p. 130).

[600.] Giorgio Gemisto Pleto, autore di voluminose opere sopra diversi argomenti, fu maestro di Bessarione e di tutti i Platonici del suo secolo. Invecchiando, visitò l'Italia, ma tornò presto a terminare il corso di sua vita nel Peloponneso. V. una singolare diatriba di Leone Allazio de Georgiis, in Fabrizio (Bibl. graec., t. X, p. 739-756).

[601.] Il Boivin (Mém. de l'Acad. des Inscript., tom. II, p. 715-729) e il Tiraboschi (t. VI, part. I, p. 259, 288) hanno descritto con chiarezza lo stato della filosofia platonica nell'Italia.

[602.] V. la vita di Nicolò V composta da due autori contemporanei, Gianotto Manetto (t. III, parte II, pag. 905-962) e Vespasiano da Firenze (t. XXV, p. 267-290), nella Raccolta del Muratori. Si consulti anche il Tiraboschi (t. VI, p. 1-46, 52-109) e Hody agli articoli, Teodoro Gaza, Giorgio da Trebisonda ec.

[603.] Il lord Bolingbroke osserva con eguale spirito e aggiustatezza che i Pontefici in ordine a ciò mostrarono minore politica del Muftì, rompendo eglino stessi il talismano che tenea da sì lungo tempo soggetto il Mondo (Lettere sullo studio della Storia, l. VI, p. 165, 166, ediz. in 8., 1779)[604].

[604.] V. la Nota di N. N. nella seguente pagina.

[605.] Fu grande, a dir vero, il merito di Nicolò V; e le Opere de' classici Greci, ch'egli procacciò con tante spese, e con tante cure alle nazioni, allora ignorantissime d'Europa, furono per il fatto il fondamento, ed il motivo dei progressi delle nostre cognizioni nella Storia antica; ed erano esse grandemente da preferirsi ai settantaquattro canoni detti Arabici, scritti e falsamente attribuiti, quasi ducento anni dopo, al Concilio generale di Nicea, onde renderli autorevoli; agli otto libri delle Costituzioni, e dei canoni falsamente attribuiti agli Appostoli per la medesima ragione; alle false decretali del Vescovo Isidoro, delle quali detto abbiamo in altra nota nel Tomo IX, p. 307, ed a varie altre leggende di simil conio, spacciate col favore della generale e profonda ignoranza, ed estrema credulità, e che conservavansi manoscritte, prima che vi fosse l'arte della stampa, negli Archivj della Chiesa romana con grande gelosia, e che oggidì sono inserite e stampate anche nel Labbe, Collectio Magna Conciliorum, con le dovute annotazioni d'uomini dottissimi e cattolici, dimostranti la nessuna loro autenticità, siccome fece pure il Fleury nella sua Storia ecclesiastica, ed altri uomini sapienti e cattolici. Per altro se conservavansi nel Vaticano questi scritti, che la buona critica che dopo venne discoprì apocrifi, ve ne erano altresì un grande numero d'autentici pure, intorno le materie della religione. (Nota di N. N.)

[606.] V. la Storia letteraria di Cosimo e di Lorenzo de' Medici in Tiraboschi (t. VI, p. 1, l. 1, c. 2), che non lascia privi di giusti encomj Adolfo d'Aragona, Re di Napoli, i Duchi di Milano, di Ferrara, d'Urbino ec. La repubblica di Venezia è quella che ha men diritto alla riconoscenza dei dotti.

[607.] V. Tiraboschi (t. VI, parte I, p. 104), e la compilazione della prefazione di Giovanni Lascaris alla Antologia greca, stampata a Firenze nel 1494. Latebant (dice Aldo nella sua Prefazione agli Oratori greci, presso Hody, p. 249) in Athos Thraciae monte; eas Lascaris.... in Italiam reportavit. Miserat enim ipsum Laurentius ille Medices in Graeciam ad inquirendos simul et quantovis emendos pretio bonos libros. È cosa meritevole di osservazione che questa indagine fu agevolata da Baiazetto II.

[608.] Negli ultimi anni del secolo decimoquinto, Grossino, Linacero e Latimero, che aveano studiato a Firenze sotto Demetrio Calcocondila, introdussero la lingua greca nell'Università di Oxford. V. la Vita di Erasmo, non priva di singolarità, che ha composta il dottore Knight; benchè zelante campione della sua Accademia, questo Biografo è costretto a confessare che Erasmo, maestro di lingua greca a Cambridge, l'aveva imparata ad Oxford.

[609.] I gelosi Italiani bramavano riserbarsi il monopolio della cattedra di lingua greca. Quando Aldo si trovò in procinto di pubblicare i suoi Comentarj intorno Sofocle ed Euripide, Cave, gli dissero, cave hoc facias, ne Barbari istis adjuti, domi maneant; et pauciores in Italiam ventitent (V. il dottore Knight, nella sua Vita di Erasmo, pag. 365, tolta da Beato Renano).

[610.] La Tipografia di Aldo Manuzio, Romano, fu posta a Venezia verso l'anno 1494. Egli stampò oltre a sessanta voluminose Opere di greca letteratura, la maggior parte delle quali erano tuttavia manoscritte e conteneano Trattati di diversi autori; di alcuni di questi egli compose due, tre e sino a quattro edizioni (Fabrizio, Bibl. graec., t. XIII, p. 605 ec.). Questo merito di Aldo non ci dee far dimentichi nullameno che il primo libro greco, la Gramatica di Costantino Lascaris, fu stampata a Milano nel 1476, e che l'Omero, stampato a Firenze nel 1488, è adorno d'ogni fregio dell'arte della Tipografia. V. gli Annali tipografici del Mattaire e la Bibliografia istruttiva del Debure, Stampatore-libraio di Parigi, distintosi per le sue cognizioni.

[611.] Sceglierò tre singolari esempli di questo classico entusiasmo, 1. Nel tempo del Sinodo di Firenze, Gemisto Peto, standosi ad intertenimento famigliare con Giorgio da Trebisonda, gli pronosticò che ben presto tutte le nazioni, rinunciando all'Evangelio e al Corano, abbraccierebbero un culto simile a quello dei Gentili (Leo Allatius, apud Fabricium, t. X, p. 751). 2. Paolo II perseguitò l'Accademia romana fondata da Pomponio Leto, i cui primarj individui erano stati accusati di eresia, di empietà e di paganesimo. (Tiraboschi, t. VI, parte I, p. 81, 82). 3. Nel successivo secolo alcuni studenti e poeti celebrarono in Francia la festa di Bacco, e immolarono, dicesi, un capro per festeggiare il buon successo ottenuto dal Jodelle nella rappresentazione della sua tragedia, la Cleopatra (Dictionnaire de Bayle, art. Jodelle; Fontenelle, t. III, p. 56-61). Per vero dire la mal intesa divozione spesse volte ha creduto scoprire una seria empietà in quanto era solamente giuoco della immaginazione e del sapere.

[612.] Il Boccaccio non morì che nell'anno 1375, nè possiamo assegnare un'epoca anteriore del 1480 al Morgante Maggiore di Luigi Pulci, e all'Orlando Innamorato del Boiardo (Tiraboschi, t. VI, parte II, p. 174-177).

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (seguite/seguìte, ancore/áncore e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.

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