IX.
Quella mattina egli era partito pel podere di Biavalle: doveva vedervi un semenzaio d'aranci, i cui arboscelli voleva comprare pel suo podere del Salice: era tardi, e s'era portato l'occorrente per far colazione sul posto.
Mario avrebbe voluto andar con l'amico; ma la via si doveva fare a cavallo, non c'erano altre bestie che il cavallo per Nino, un'asina per l'uomo ch'egli doveva condur seco: si poteva mandar a' Ficarazzi: però si sarebbe perduto troppo tempo. Convenne ch'egli restasse.
Si chiuse in camera, prese un libro e si mise a leggere.
Un picchio all'uscio gli fece alzar la testa: era la cameriera, la quale, tutta in contegno, con gli occhi bassi e una cera brusca che mostrava la stizza, veniva ad avvertirlo che la colazione era pronta. Però egli rispose che si sentiva indisposto, pregava la signora d'asciolvere senza di lui.
Ma partita la cameriera, cominciò a provare una smania sorda: aveva delle distrazioni, non comprendeva più quel che leggeva. Buttò il libro sul tavolino, s'alzò e si mise a passeggiare innanzi e indietro: poi si stese supino sul letto, dove restò a lungo con gli occhi aperti e immobili. Gli ronzavano le orecchie.
Un tossicchiare a sbalzi, misto a un fruscio di sottane, e a uno scricchiolìo di sabbia, sotto un passo leggiero, lo fecero rimescolare. Si rizzò sur un gomito, e stette ad ascoltare, con un gran batticuore, l'allontanarsi rapido di quel passo.
Era lei…. Mario l'aveva conosciuta alla camminatura. Ricadde sul letto.
Era lei…. E gli rientrò addosso l'agitazione della febbre, il respiro gli si fece affannoso, la gola secca. Poi vide delle larve di donna, nude, lascive; si contorcevano in mille modi sotto a' veli del cortinaggio, l'invitavano con le braccia aperte, con gli sguardi procaci….
Era lei…. Allora col cervello in fiamme, e le passioni in tumulto, cominciò a ribattere a uno a uno tutti gli argomenti che da più giorni il suo onore agonizzante metteva in campo per impedir la caduta; scacciò con un'ostinazione feroce il fantasma importuno dell'amico, il fantasma importuno della fanciulla di cui aveva incoraggito l'amore fino all'esaltazione, mostrando di dividerlo. Non una corda vibrava più nell'anima sua all'idea di spezzare que' due cuori…. Lo confessava finalmente non sentiva che per Serafina, non respirava che per Serafina…. n'aveva pieno l'essere! La rivedeva come l'aveva veduta quella tal mattina, correre per il viale, con il vestito a righe bianche e celesti, che l'aria rotta modellava attorno alla sua bella persona, con il petto tremolante sotto a' leggieri veli del fisciù; la rivedeva accoccalata in mezzo ai fiori…. trasaliva nel riprovare le sensazioni del tocco tiepido della sua mano tra 'l fresco degli steli, del solletico irritante de' loro capelli che si sfioravano…. Essa lo schermiva con quel suo sguardo beffardo, sentiva la scala del suo riso argentino… Soffocava.
S'alzò barcollando, prese il cappello, e uscì.
Il tempo si cambiava, vagavano per il cielo delle larghe nuvole grigie: qualcuna passava sotto al sole, e l'oscurava. Egli si spinse per i viali dando delle occhiate acute in qua e in là.
Ma il moto, l'aria aperta, la freschezza dell'ombra; calmarono il suo sangue agitato: portò una mano alla fronte. Manco male, quella terribile crisi era passata; era rientrato in sè stesso, si sentiva saldo di nuovo; provava anzi una vera pena, una certa vergogna d'essersi lasciato vincere. Poche ore ancora e l'amico sarebbe tornato…. Ma alla villa senza di lui non bisognava restarci più: alle strette andrebbe a chieder da pranzo alle Ascenti; si stupiva come mai non ci avesse pensato quel giorno stesso. E vide Rosalia triste, seduta alla finestra, a spiar la strada che serpeggiava fra gli ulivi, con la solita angelica rassegnazione….
—Povera fanciulla! esclamò con un sospiro, poi chinò la testa mestamente.
Una folata di vento squassò le cime degli alberi, sollevò a spire la polvere e le pagliuzze del viale; caddero de' goccioloni che batterono con rumore sulle foglie. Mario si scosse, e guardò in aria: da ponente veniva un tempaccio nero, brontolò un tuono. Egli era vicino al chioschetto e v'entrò per ripararvisi. Sulla soglia si voltò, poi si fece alla scala a chiocciola, salì e venne nell'unica stanzetta del piano superiore. Era ammobiliata con un divano addossato alla parete principale, un tavolino carico d'album e di libri, delle sedie di Genova sottilissime.
Si levò il cappello, e lo posò sul tavolino, sedette, prese un album, e l'aprì a caso. S'era abbattuto in un'incisione che rappresentava una donna a cavallo, ferma in mezzo alla radura d'un bosco: appoggiava il gomito sul ginocchio, posava la guancia sulla palma della mano, fissava gli occhi pensosi nel vuoto, come assorta in un profondo dolore. C'era scritto sotto: Le dernier rendez-vous.
Senza sapersene spiegare la causa, egli provava una dolce commozione nel contemplare quella figura di donna afflitta: l'atteggiamento gli pareva indovinato; vi si leggeva un romanzo. Lei era stata una giovinetta bella ed elegante, che il caso, l'inconsideratezza, o la ferrea volontà de' suoi, aveva legato a un uomo ricco, ma d'indole, di principi, di sentimenti affatto opposti, e perciò non atto a comprenderla. S'era imbattuta nell'anima sorella, nell'uomo che sapeva apprezzare al loro giusto valore i tesori d'affetti che racchiudeva il suo cuore ancor vergine, e lo aveva amato. Ma il marito era venuto a interrompere i loro sogni di paradiso, s'era gettato brutalmente in mezzo alla loro felicità…. Forse aveva avuto de' sospetti…. la menava via. Ecco perchè aspettava l'amante con quell'aria così desolata. Povera colomba!…
Uno scoppiettìo sul tetto di legno venne a distoglierlo da que' pensieri: chiuse l'album, s'alzò mettendo un sospiro, venne alla finestra, e guardò di dietro a' vetri…. Trasalì! Cadeva una grandine minuta, sotto a quella, Serafina correva verso il chioschetto, rialzandosi le gonnelle a due mani. I nastri neri del suo capellino di paglia a larghe tese, svolazzavano al vento; il grembiule di seta nera, le cui cocche erano infilate dentro la cintura, era pieno di fiori; ne uscivano dai due lati, e cadevano per terra. Il giovane stette un istante a divorare con gli occhi quella figura seducente, poi a un tratto, senza considerar bene quel che facesse, come seguendo l'impulso d'un istinto, corse a serrar l'uscio, e vi restò vicino, appoggiato alla parete: ascoltava con un dito tra le labbra, rattenendo il respiro. Pareva che il cuore gli volesse saltar fuori dal petto.
Sentì i passi di lei nel piano di sotto, li sentì per la scala a chiocciola…. Si scosse l'uscio due volte, a brevi intervalli.
—Curiosa! esclamò Serafina. E dopo un poco: Bravo! bravo! vedo il vostro cappello sul tavolino. Cavaliere, aprite; lo scherzo questa volta non è riuscito.
Guardava certo per il buco della chiave. Non c'era che fare.
Il giovane andò ad aprire: era turbatissimo. Serafina entrò frettolosa, tutta gaia, ridendo. Non era stato scaltro abbastanza…. se voleva farle uno scherzo….
Ma lui protestò balbettando. No, davvero…. non voleva farle uno scherzo… l'acqua l'aveva colto mentre passeggiava, s'era riparato nel chioschetto, nelle cui vicinanze si trovava: aveva chiuso per distrazione…. poi s'era messo a sedere, aspettando che cessasse di piovere. Assorto in pensieri, non aveva sentito il rumor de' passi….
Lei seguitava a ridere, lo guardava con una certa incredulità. Anch'essa era scesa in giardino; voleva cogliere de' fiori per metterne un mazzo a tavola: la grandine l'aveva colta, era tutta bagnata.
In questo mentre s'era slogato il grembiule, e aveva buttato i fiori sul divano: s'esalò un odore acutissimo, un misto di vaniglia, di garofani, di gelsomino, di malva d'Egitto. Si levò il cappellino, e lo posò su una sedia; poi arcuate le braccia, si mise a ravversarsi i capelli, messi un po' in disordine dalla corsa. Parlava sempre, interrompendosi con un certo riso, come se le facessero il solletico. Certo dei granelli di grandine erano entrati nella goletta del suo vestito; vi si liquefacevano, sentiva qualcosa scorrerle giù per la pelle…. brr, che freddo.
E introdusse delicatamente il fazzoletto nell'imbusto, e se lo passò a più riprese sul petto. Dunque, voleva farle uno scherzo; lo negava inutilmente, era uno scherzo che voleva farle. Non bisognava lasciare il cappello sul tavolino allora…. che bamboccione.
Egli la guardava muto, con uno strano sguardo.
—Che avete?… Il poverino è diventato di sasso! Via, asciugatemi le spalle piuttosto…. da me non ci riesco.
E cavato fuori il fazzoletto dal petto glielo porse. Il giovine lo prese, e cominciò a passarlo sul vestito, premendovelo con la mano tremante.
—Qui, diceva lei accennando. E lui ubbidiva.
—Qui. E lui ubbidiva.
La mussolina era trasparente; lasciava intravvedere le spalle, e il petto d'una bianchezza marmorea, le braccia con una leggiera peluria bionda. Un profumo inebbriante s'esalava dal suo corpo giovine; quel fazzoletto tiepido, uscito allora allora dal suo petto, scottava le mani di Mario…. Si sentì stringere la gola…. la sua ragione s'offuscò…. Corse all'uscio e mise il paletto.
Serafina si voltò bruscamente.
—Perchè serrate? domandò spaventata.
Ma il giovine non rispose: s'avanzava verso di lei, pallido, risoluto.