VII.

Avevano cenato sole, in silenzio, alla scarsa luce della lucernetta, inghiottendo i bocconi lentamente, poi la vecchia aveva alzato la testa, aveva fissato la nuora con tenerezza pietosa, e le aveva detto:

—Non farne delle solite, Serena, vai a letto, egli non verrà manco stasera.

—Sì, mamma, aveva risposto la poveretta con un groppo alla gola, e s'era alzata, e s'era messa a sparecchiare. La vecchia seguitava a guardarla con la sua aria intenerita. Finalmente s'appoggiò al desco con tutt'e due le mani, s'alzò, le si avvicinò, e:

—Sarà appostato per sorprender qualche bestia ne' seminati, le disse a mo' di consolazione. L'attirò a sè, la baciò in fronte, come soleva tutte le sere, prese un lumino, l'accostò alla lucerna, con mano tremante, l'accese, e gettato un altro sguardo alla nuora s'allontanò strascicando le ciabatte.

Serena finì di sparecchiare, s'aggirò ancora un pezzo per la camera, mettendo in assetto le sedie, tirando fuori il lucignolo della lucerna, fermandosi ad ascoltare ogni piccolo rumore che venisse dalla strada: poi prese i piatti accastellati, e andò in cucina a risciacquarli.

Tornò con la granata, spazzò la camera, e aperto uno sportellino della finestra senza cristalli, guardò fuori. Il paese dormiva nell'oscurità, sotto al cielo scintillante di stelle; di tempo in tempo risonava sul selciato, allontanandosi, un passo affrettato, si sentiva il grugnito d'un maiale che grufolava nelle immondizie, il chicchiriare dei galli che si rispondevano di porta in porta.

Era mezzanotte.

Serena stette così lungamente, bevendo l'aria fredda della notte, col cuore stretto da un'angoscia indefinita.

Un soffio gelato la tolse da quel torpore: il vento s'era messo a spirare da tramontana. Chiuse lo sportellino, spense il lume, il cui lucignolo faceva il fungo tristamente, ed entrò nella sua camera. S'udiva il russare sonoro della vecchia.

Era stanca, rifinita, e tremava dal freddo: s'avvolse in un vecchio scialle, sedè al capezzale del letto, dove con le manine in croce, con le guancette accese, con il respiro dolce tra le labbruzza semiaperte, dormiva il suo figlioletto, e si mise a piangere in silenzio.

L'indomani tutte le autorità del paese erano in moto: un contadino era venuto a dire che sotto alla Rupe Rossa c'era il cadavere d'un uomo. In piazza si formavano de' capannelli: tra un bisbigliare confuso, tra un sospettoso luccicar d'occhi dentro al cappuccio degli scappolari, si parlava dell'accaduto.

Era corsa voce che si trattasse d'una disgrazia, ma non ci credeva nessuno: conoscevano il luogo, ed era assai difficile che uno vi potesse precipitare a caso; compare Peppe non era uomo da buttarvisi apposta: non c'è alcun perchè del resto. Dunque l'avevano ammazzato, e poi l'avevano buttato di sotto: doveva essere un furbo matricolato quello che aveva fatto il colpo! Forse era stato un carbonaio a cui aveva dato delle nerbate; o Vito, a cui aveva fatto pagar le spese del danno fatto dal mulo nel campo di don Ciccio; o Brasi col quale s'eran barattate quattro parole un po' vive la domenica avanti. Insomma conchiudevan tutti che qualche cosa sotto ci doveva essere: non s'ammazza un uomo per niente. Lasciava in mezzo d'una strada un figlio, la moglie, la madre vecchia; quello era il vero guaio! in quanto a lui, se l'avevano ammazzato gli stava bene…. doveva avere qualche peso sulla coscienza…. vanno a finir sempre così gl'infami!

Nel Casino, i galantuomini parlavano pure della cosa, con certi visi contenti, come se avessero preso un terno.

Un malfattore di meno, susurravano sommessamente, per paura che non li avessero a sentire gli scappolari che passeggiavano in piazza, tutti birboni que' Sala!… Il padre era morto sul patibolo, e il fratello maggiore era in galera; gli altri due li aspettava la forca.

E facevano voti che si scoprisse il reo, e lo si mandasse in gattabuia, a vedere il sole a scacchi per sempre. Uno al giorno ne doveva succedere di quei casi! i lupi così si sarebbero divorati presto tra di loro, e il paese sarebbe finalmente purgato dalle cattive erbacce.

Intanto, con gran rumore di daghe e di giberne ballonzolanti, venivano al passo di corsa quattro carabinieri e il brigadiere, un omaccione baffuto, che pareva si volesse mangiare i cristiani, con gli occhi. Cessò il brusìo, i capannelli si sciolsero; quella gente si voltava a guardarli di traverso, sputando loro dietro, a voce sommessa, ogni sorta di parolaccie.

Anche nel Casino dei galantuomini si dicevano corna di que' poveri diavoli, sempre in moto, in fin de' conti, per tutelare le vite e gli averi dei cittadini, a rischio di prendersi una schioppettata! Guarda gli sbirri! correvano ora che c'era il morto: dovevano trovarsi là a impedire il fatto piuttosto! ma amavano starsene colle mani sulla pancia, tutto il santo giorno, aspettando la sera, per andare a dormire in casa delle baldracche. Così si mangiavano a ufo il denaro del governo, il quale, poi, era il sangue che cavavano a tutti. Era per mantenere que' fannulloni che quei del parlamento ammontavano dazi sopra dazi, sicchè a' contribuenti non restava altro da fare che dar la loro roba al governo, riserbandosi un tanto al giorno per vivere. Ci voleva una rivoluzione, ci voleva, per fare una bella ripulita!

In quel mentre il brigadiere era andato a prendere il delegato, e il pretore, e s'erano avviati alla montagna, sotto alla Rupe Rossa. Trovarono Peppe giacente sconciamente tra sassi, tutto rotto ed insanguinato. Il povero Bellomo aveva la bocca storta, gli occhi appannati; pareva che guardasse di sottecchi con un sogghigno sinistro.

Oh! se l'avessero visto quelle ragazze che se lo mangiavano con gli occhi la domenica in chiesa, quando, sotto all'organo, si faceva vento col fazzoletto di seta rossa!

L'adagiarono sur una scala a pioli, che avevano portato apposta, e il triste gruppo si mise in cammino lentamente.

Fuori del paese aspettavano molti curiosi, imbaccucati ne' loro scappolari di bordiglione, che parevano tanti fantasmi neri. Anche lì era un brusìo, un ondulare di cappucci, un domandare, un rispondere, un allargare i commenti della mattina, un ricambiarsi l'istesse notizie, con un po' di frangia però, per il tempo che c'era passato sopra; mentre alcuni monelli si cacciavano tra' diversi gruppi, chiamandosi per nome, vociando e ridendo, come se si trattasse d'assistere a qualche spettacolo di fiera.

Un po' in disparte dagli altri, c'era un gruppo di facce patibolari: gran barba, coloriti smorti, o abbronzati, occhi irrequieti, che non si fermavano più d'un secondo in un viso, come se temessero che per quella via si leggesse loro nell'anima. Erano i pezzi grossi della mafia. Susurravano tra di loro, a frasi smozzicate, con certe mosse di bestie male addomesticate, con certi sorrisi, pallidi, guardando i curiosi che gli si avvicinavano troppo, di sbieco in modo da far paura. Tenevano il manico del mestolo della pentolaccia dei delitti del paese, e la sapevano lunga, benchè non ne facessero le viste.

—Oh, oh!… guarda compare Carluccio, esclamò un di loro, e gli altri si voltarono lentamente. Quello lì ne ha del fegato!

E si ricambiarono uno sguardo d'intelligenza.

Carluccio, chiuso nel suo scappolaro che non lasciava veder altro che gli stivaloni di vacchetta, la punta del naso, e il lampo de' suoi occhi grigi, s'avanzava mogio mogio, come se non fosse fatto suo.

—Salutiamo il su Carluccio, dissero a coro quei mafiosi.

—Salutiamo.

—Povero compare Peppe, eh!

Ma lui non ne voleva sentire a parlare, santo diavolo! non poteva ancora darsene pace; non comprendeva come mai potessero succedere certe cose! l'aveva visto nel bosco sull'imbrunire, sano e pieno di vita….—Dove si va, compare Peppe?—Alla montagna, su Carluccio.

—C'è cosa?—Niente. Devo andare a parlare a un carbonaio…. Non ci voleva credere la mattina, quando gli avevano detto la cosa.

Intanto i carabinieri e i soldati, seguiti dal delegato e dal pretore, venivan su per l'erta: fra le divise si vedeva la scala con sopra la massa inerte del morto. S'affollarono tutti, rizzandosi sulla punta dei piedi, per veder meglio.

In quel mentre s'udirono delle strida che fecero voltare i curiosi, e poco dopo, da una via, sboccarono la moglie e la vecchia madre di Peppe, e parenti e vicini, i quali cercavano di calmarle.

Serena, senza scialle, con i capelli stracciati, con il volto chiazzato di lividure, per i pugni che vi si era dato, e vi si dava di continuo, con la disperazione negli occhi impietrati, veniva avanti, esclamando a scatti, con voce che non aveva più nulla dell'umano:

—Figlio!… figlio!…—Poi urlava come una fiera.—Dov'èee!…
Dov'èee!… lasciatemi passare!

—Figlio mio Peppe…. figlio mio Peppe…. veniva piangendo dietro la povera vecchia, con una nenia straziante. Era anch'essa in capelli, pallida, e di tratto in tratto batteva le mani aggrinzate palma a palma.

E quella gente, che aspettava il morto, con una curiosità priva di commozione affatto, a quella vista non resse. Furono attorno alle due donne, cercarono di calmarle, di farle tornare indietro: qualcuno piangeva.

—Lasciatemi andare!… urlava la povera Serena, lasciatemi andare!…

E aveva un piglio terribile.

Risonò uno strido straziante, uno di quegli stridi che sogliono cacciare le anime veramente disperate. Allo svolto della via, l'infelice aveva visto in confuso tra le divise, la scala con sopra la massa inerte del cadavere del marito.

—Peppe!… oh, Peppe!… urlò strappandosi i capelli: e con quella forza sovrumana che da il dolore, rovesciando quelli che cercavano di tenerla, corse a buttarsi sul morto.

La povera vecchia, sostenuta da due donne, guardava quello spettacolo, tremante, con gli occhi invetrati, mettendo di tratto in tratto dei rantoli che stringevano il cuore.