PARTE PRIMA.

Greci e Arabi

CAPITOLO I.—Il Fidanzato di Elenka.

Era la sera del 4 Settembre 1883. Il sole equatoriale, rosso rosso, scendeva rapidamente verso le aride e dirupate montagne di Mantara, illuminando vagamente le grandi foreste di palme e di tamarindi e le coniche capanne di Machmudiech, povero villaggio sudanese, situato sulla riva destra del maestoso Bahr-el-Abiad o Nilo Bianco, a meno di quaranta miglia a sud di Chartum.

Da ogni parte dell'orizzonte accorrevano bande di superbe antilopi e di sciacalli che venivano a dissetarsi sulle poetiche sponde del fiume, e nell'aria svolazzavano arditamente schiere di fenicotteri dalle penne rosee e le estremità delle ali fiammeggianti, schiere di ibis sacre che calavan sulle foglie arrotondate e galleggianti del loto, e file di grossi pellicani che s'appiattavano fra i canneti, cacciando i pesci.

Sul molo e per le viuzze del villaggio, Negri, Arabi e Turchi, andavano e venivano rumorosamente, gli uni affacendati a scaricare cammelli e asini, altri a condurre mandrie di buoi tigrati e di cammelle ai pozzi, e altri ancora a tirar a secco le barche o a disarmarle. Per ogni dove si udivano monotone canzoni accompagnate dal suono del tamburello, che gli echi delle foreste ripercotevano: un salmodiare di versetti dell'Alcorano, un muggito di animali, uno sbattere di remi, un chiamarsi, un salutarsi e al disopra di tutti quei rumori la voce nasale del muezzin che dall'alto dell'esile minareto, colla faccia rivolta verso la Mecca, gridava:

La Allàh ila Allàh (Non è Dio fuor di Dio) Mahàmmed rosul Allàh (Maometto è l'apostolo di Dio).

La preghiera del muezzin era appena terminata, quando una barca partita dalla riva opposta, venne ad arenarsi dinanzi al Machmudiech. Un ufficiale egiziano che era a prua, scambiate alcune parole coi battellieri e gettati loro alcuni parà (centesimi) saltò lestamente a terra salendo la erta sponda.

Era questi un bel giovinotto sui venticinque o ventisei anni, alto di statura, di forme snelle, eleganti ed insieme vigorose. Il colorito della sua pelle era d'un bronzo alquanto carico con riflessi rossigni, la faccia piacevolissima, maschia, ardita, con due occhi che brillavano d'un fuoco selvaggio e d'indomita fierezza e lunghi baffi neri. Appena ch'ebbe posto piede sul molo, guardò a dritta e a manca come cercasse qualcuno, poi si avvicinò ad un soldato egiziano, che deposto il fucile contro un muricciuolo diroccato, filava del canape nè più nè meno di una donna:

—Hai veduto il luogotenente Notis Cayma? gli chiese con voce brusca.

—Mi sembra d'averlo scorto, rispose il soldato, pigliando rapidamente il fucile e salutando.

—Dov'è andato?

—L'ignoro.

L'ufficiale stette alcuni istanti silenzioso guardando la corrente del fiume e le barche che la solcavano, poi tornò a chiedere:

—Dove trovasi il tenente Oòseir?

—È seduto laggiù sotto quella rekuba (tettoia) che beve il narghiléh[1].

[1] Bere il narghiléh significa fumare col narghiléh, ossia colla pipa.

L'ufficiale girò sui talloni e si allontanò, camminando colla libera eleganza degli animali selvaggi e colla nobiltà che è tutta propria delle nazioni arabe. Attraversò con fatica le linee dei cammelli inginocchiati sulla via carichi di gomma, d'avorio e di maiz, e si arrestò dinanzi ad una rekuba sotto la quale fumava beatamente un basci-bozuk.

Es-selàm âlekom, Oòseir (la salute sia con te) disse l'ufficiale.

Il basci-bozuk, che volgevagli le spalle, si alzò prontamente, fissando su lui due occhi verdi come quelli d'una iena.

—Ah! sei tu Abd-el-Kerim! esclamò. Come mai ti trovi qui? Hai da raccontarmi qualche battaglia avvenuta con quei cani del Mahdi?

—Niente affatto, Oòseir, rispose Abd-el-Kerim. Cerco il greco Notis.

—Tuo cognato?

—Non corriamo tanto, amico mio, disse Abd-el-Kerim, sorridendo. Non lo è ancora.

—Ma lo diverrà.

—Se Allàh (Dio) e il Profeta lo vorranno… L'hai veduto tu, Notis?

—È arrivato dieci minuti or sono, e sorseggia il caffè laggiù in quel tugul.

—Andiamo da lui.

L'arabo e il basci-bozuk, l'uno a fianco dell'altro presero la via che conduceva al caffè del villaggio.

—Come sei con Elenka? chiese Oòseir.

—Sempre in buona relazione, rispose Abd-el Kerim, con tono alquanto freddo.

—Sei un uomo assai fortunato.

—Può essere.

—La sorella di Notis è una ragazza seducente, la più bella che si possa trovare in tutta la Nubia e in tutto il Sudan, tanto ammirabile che tenterebbe anche il Profeta se fosse ancora vivo.

—Sì, bella, superba, forse troppo superba e troppo terribile.

—E l'ami molto, tu?

—Come può amare un arabo.

—È troppo poco Abd-el-Kerim.

—A me sembra sufficiente, Oòseir.

—Mi sembri un po' freddo, oggi. Una volta parlavi con più fuoco. C'è pericolo che la lontananza e la vita del campo abbiano a spezzare il nodo?

—Non lo credo, rispose l'arabo quasi di cattivo umore. Elenka è sempre radicata nel mio cuore. Eppoi chi ardirebbe romperla con quella creatura? È una greca, ma una greca terribile.

—Deve esserti costato assai, conquistare il cuore di quella superba donna che disprezzò l'amore di pascià e di mudir (governatori)

—Per conquistarla mi fece soffrire due anni, e soffrire a segno che credetti d'impazzire. Mi disprezzò, mi derise atrocemente, mi dilaniò il cuore, poi ebbe pietà di me, si mostrò meno superba e meno feroce e finì per amarmi. Aveva vinto la greca, ma assai a caro prezzo.

L'arabo si passò la mano sulla fronte e sospirò.

—Ecco il caffè, disse Oòseir, arrestandosi.

Erano giunti dinanzi ad una grande capanna colle mura di mattoni cotti al sole, diroccate e col tetto acuminato coperto di ghérsc o paglia durissima.

Vi entrarono. Era occupato da una ventina di persone, parte Arabi, parte Nubiani e parte Sennaresi avvolti, nonostante il caldo, in candide farde o in grandi taub (mantelli) orlati di rosso. Alcuni erano sdraiati su tappeti scolorati e sfilacciati e fumavano silenziosamente nei loro scibouk di terra cotta e dorata; altri erano seduti su panche primitive o su vasi rovesciati e bevevano il merissak, specie di birra fatta con maiz fermentato, o centellinavano con voluttà sibaritica del vero moka fumante racchiuso in fiugiàn o vasetti senza manico.

In un canto, su di un angareb coperto di stuoie dipinte, stava sdraiato un greco di media statura dalla pelle chiara, occhi castani e grandi e una gran barba nera e ispida. Appena che scorse i due ufficiali scattò in piedi, movendo loro incontro.

—Olà! Abd-el-Kerim! gridò, gaiamente.

—Ah! sei tu, Notis! esclamò l'arabo stringendo vigorosamente la mano che l'altro gli tendeva.

—Avevo paura che tu non mi venissi incontro. Ira di Dio! Posso chiamarmi ancora fortunato.

—Avesti torto di supporre che non sarei venuto. Quanto tempo è che sei arrivato?

—Può essere una mezz'ora che ho lasciata la dahabiad (barca) di quel birbone d'Ibrahim. Ah! che viaggio noioso, amico mio! Sono arrostito nè più nè meno d'un montone. Come va, Oòseir?

—Come la può andare ad un uomo che fuma ed ozia tutto il giorno, rispose il basci-bozuk.

—Voi nei villaggi state sempre bene. Ehi! wadgi (caffettiere) portaci un vaso di merissak.

Il basci-bozuk e l'arabo si sedettero e tracannarono parecchie tazze di birra recate dal wadgi.

—Ebbene, Abd-el-Kerim, chiese Notis, come mai non mi chiedi nulla di mia sorella Elenka? Avresti, per caso, dimenticata la fidanzata?

L'arabo trasalì leggermente e sulla sua fronte si disegnò una ruga.

—Ah! perdona, Notis, rispose egli. La tua presenza, la gioia di rivederti, me l'avevano fatta dimenticare. Come sta la mia bella fidanzata?

—Ti porto, innanzi tutto, un monte di saluti e una botte di proteste amorose, disse Notis ridendo. La piccina sta sempre bene, ma smania dalla voglia di rivederti e ha sempre paura che tu la dimentichi o che una disgraziata palla ti colga.

—Ha torto di temere che io l'abbandoni. Dal primo dì che la vidi sempre l'amai e spero ritornare da lei fedele.

—Tu sai già come sono le donne che amano, e quando queste donne sono greche. Sono sempre gelose di tutti e di tutto, gelose persino del sole, dell'aria, della luce.

—Povera Elenka, mormorò l'arabo. Se il Profeta mi conserverà in vita, la farò… felice.

La sua fronte s'abbuiò e la fiamma vivace che brillavagli negli occhi si spense.

—Hai qualche funesto presentimento, Abd-el-Kerim? chiese il greco celiando.

—No, e spero di non averne mai. Sono fatalista come quelli della mia razza, e ciò basta per tranquillarmi anche nei più terribili momenti.

«Cambiando discorso, che si fa a Hossanieh?

—Si ozia sempre. Dhafar pascià senza i rinforzi che devono venire da Chartum non si metterà in campagna. Manchiamo totalmente di artiglierie e tu sai che senza queste non si possono affrontare i ribelli.

—Temo che i rinforzi arrivino molto tardi. La spedizione di Hicks pascià costò dodici milioni ed ora le casse sono vuote. E che nuove dal Sudan?

—Sempre tristi, Notis. Il Mahdi è più forte che mai e non so come lo vinceremo.

—Bah! fe' il greco, alzando le spalle. Non dò due mesi di vita a quel falso profeta. Aspetta che veniamo alle mani colle sue orde e tu le vedrai squagliarsi come neve al sole.

—Non illudiamoci, Notis, e non disprezziamo troppo quegli insorti che l'anno scorso hanno schiacciato completamente 8000 Egiziani di Yussif pascià e che hanno espugnato El-Obeid. Credi a me, abbiamo un osso duro da rodere.

—Ma coi cannoni e coi remingtons lo si roderà.

—Gli Egiziani hanno paura del Mahdi e dei suoi terribili guerrieri.

—Eh! via! Siamo in molti e bene armati.

—Ma disorganizzati. Allàh non voglia che noi abbiamo ad essere vinti: se veniamo rotti, neppure uno rientrerà in Chartum, te lo dico io, Notis. Non si darà quartiere a nessuno, nemmeno ai feriti.

—Abbiamo Hicks pascià che ci guida, Abd-el-Kerim.

—Peggio che peggio. Questi Inglesi non sono ben visti dagli Egiziani, la maggior parte dei quali ben si ricordano del bombardamento d'Alessandria e dell'eroico Arabi pascià. E poi, che conoscenza hanno del Sudan, gl'Inglesi?

—E Aladin pascià, non lo conti?

—Aladin è un comandante sottoposto agli ordini dell'inglese e dovrà curvare il capo per forza.

—A ogni modo si vedrà.

—E a Chartum che si dice della insurrezione? chiese Oòseir.

—Si ha paura che non la si possa domare, rispose Notis. Eppoi vi sono molti abitanti che parteggiano per il Mahdi, credendo realmente che egli sia l'inviato di Dio.

—Di già?

—Eh! fe' il greco, alzando una mano e facendo schioccar le dita. Vi sono in città dei partigiani del ribelle, i quali fanno proseliti su larga scala.

—Quel cane di Mohamed Ahmed è fortunato.

—E anche un grand'uomo, disse Abd-el-Kerim.

—Zitto, dissero improvvisamente alcuni arabi.

—Che c'è? chiese Notis, stizzito da quell'intimazione.

—Udite?…

Al di fuori si suonava un cembalo e tratto tratto s'udivano fragorosi battimani uniti alle grida di:

—Viva l'almea!

—Che succede? domando Oòseir, alzandosi.

—Pare che s'avvicini qualche almea, rispose Abd-el-Kerim. Stiamo qui che verrà a danzare.

—Se la popolazione applaude, deve essere una celebre almea, osservò
Notis.

—È Fathma, la più bella danzatrice del Sudan, disse un arabo.

Il suono del cembalo s'avvicinava e si arrestò dinanzi alla porta del caffè. S'udì un fruscio di vesti di seta e un istante dopo una donna entrava nella stanza. I tre ufficiali saltarono in piedi mandando un grido d'ammirazione e di sorpresa.

La donna che entrava era una creatura di bellezza straordinaria, irresistibile, una di quelle creature nelle quali sembra che Dio abbia voluto dare un saggio della forza di bellezza, di seduzione e di incanto a cui può arrivare una donna. Poteva avere appena vent'anni, alta, robusta, vivace, dalle forme voluttuosamente tondeggianti e stupendamente sviluppate.

Era di colorito bruno, ma di un bruno caldo, con una testa superba, con grandi occhi neri, tagliati a mandorla, vivi, scintillanti come neri diamanti, sormontati da folte sopracciglia arcuate, labbra coralline, carnose, procaci che lasciavan vedere i candidi denti, che parevan purissime perle. Dal rosso tarbusch scendevano fluttuanti e profumati capelli che ricadevano come vellutato mantello sulle robuste spalle, tutti cosparsi di monetucce d'oro.

Vestiva una leggera gonnella di seta azzurra, ornata di frange d'oro, stretta mollemente sotto il petto da una ricca cintura tempestata di stellette d'argento e scendente fino ai calzoncini bianchi che le coprivano le gambe; un giubbettino rosso le racchiudeva armonicamente il turgido seno, e nascondeva i nudi e piccoli piedi in babbuccie di marocchino giallo. Gran copia di aurei cerchietti d'oro le rifulgevan attorno alle ignude, bellissime e tondeggianti braccia.

—Ah! l'ammirabile almea! esclamò Notis.

Infatti quella stupenda donna era un'almea araba. Le almee, sono danzatrici e cantanti sparse per l'Egitto e pel Sudan, che per la loro coltura e studiata grazia si considerano come il fiore delle donne egiziane. Esse conoscono le regole della poesia e sanno improvvisare e comporre canzonette e balli a seconda delle circostanze e prendono parte a tutte le adunanze di giocondità e a tutti i festini in cui esse sono sempre il principale ornamento. Formano la delizia delle giovani donne degli harem, alle quali insegnano tutte le moal o elegie che sanno, raccontano storie galanti o danno lezioni di ballo; assistono alle pompe matrimoniali precedendo il corteggio della sposa e seguono persino i funerali cantando moal lamentevoli, piangendo e dimostrando un tal dolore che qualcuno potrebbe credere che facciano ciò da senno e di cuore anzichè indotte dal prezzo della mercede.

L'almea, entrata nel caffè, dopo di aver salutato gli astanti con un sorriso affascinante e d'aver dispensato baci colla punta delle sue manine, s'avvolse in un azzurro velo.

Quasi subito entrò un giovane schiavo munito di un cembalo. Egli si assise in un canto e, dopo di aver suonato per qualche minuto, gridò:

—Nahbè ia (ecco l'ape!).

L'almea che aveva di già cominciato a danzare con brevi passi e flessuosi molleggiamenti sui fianchi facendo ondeggiare graziosamente il velo e tintinnare i cerchietti d'oro delle braccia, a quel grido si era subitamente arrestata, guardandosi attorno con profondo terrore.

—Ah! esclamò Notis. Eseguisce la danza dell'ape. Sta attento,
Abd-el-Kerim, che merita di essere veduta.

L'arabo non lo udì nemmeno. Colla testa stretta fra le mani e i gomiti appoggiati sul tavolo, egli fissava l'almea con due occhi fiammeggianti. La sua faccia era visibilmente alterata, le sue labbra di quando in quando fremevano e grosse gocce di sudore scorrevangli sull'ampia fronte. Non respirava quasi più; lo si avrebbe detto pietrificato.

L'almea s'era messa allora ad agitare le braccia come cercasse di respingere l'ape che voleva punzecchiarla, atteggiando il suo superbo volto ad una grande angoscia, ed agitava il leggero velo azzurro con una varietà di movenze voluttuose. Talvolta si soffermava come spossata e i suoi occhi, che scintillavano d'un fuoco strano, selvaggio, si portavano su Abd-el-Kerim, il quale trasaliva come gli penetrassero in fondo all'anima.

La lotta contro la supposta ape durò per un buon quarto d'ora animata dall'incessante suono del cembalo, poi l'almea s'arrestò angosciata e smarrita, gettando un grido acuto di dolore. L'ape apparentemente le era penetrata fra le vesti e le faceva sentire l'acuto suo pungiglione.

Essa cercò di liberarsene, poi con movenze agili, vertiginose si mise a rigirare su sè stessa, abbandonandosi spossata fra le braccia dello schiavo.

Gli astanti scoppiarono in un grande applauso.

—Ira di Dio! esclamò il greco, battendo fortemente il pugno sul tavolo. Non ho mai visto una donna simile! È superba come un urì!

Abd-el-Kerim rialzò il capo, le sue mani si raggrinzarono rigando colle unghie la pelle dell'angareb e lanciò una torva occhiata sul greco.

—Lui! mormorò.

L'almea si era avvicinata a loro tendendo le mani. Abd-el-Kerim trasse una manata di piastre e gliele porse. Il sorriso che ne ebbe lo sconvolse.

Notis li guardò entrambi con sorpresa e sentì una ondata di sangue montargli alla testa nel sorprendere lo sguardo che si scambiarono e al sospetto che gli balenò in mente.

—Come ti chiami bell'almea? chiese egli sardonicamente.

—Fathma, rispose con nobile alterigia, la danzatrice.

—Tu sei bella! esclamò Oòseir, alzandosi. Tanto bella che io voglio posare le mie labbra sulle tue.

L'almea si trasse indietro. I suoi occhi s'infiammarono per l'ira e lo sdegno.

—Non toccarmi, diss'ella con tono di minaccia. Vi sono pugnali capaci di forare il petto anche a un basci-bozuk.

Volse bruscamente le spalle ed uscì dal caffè seguita dallo schiavo. Oòseir fe' atto di slanciarsi dietro a lei, ma due mani di ferro lo curvarono sull'angareb.

—Non muoverti, gli disse Abd-el-Kerim gravemente.

—Che ti salta in capo? chiese il basci-bozuk irritato.

—Non muoverti, ti ripeto.

—È forse la tua amante?

Il greco si levò coi capelli irti, guardando fissamente l'arabo.

—Tua amante! esclamò con voce strozzata. Ed Elenka? E mia sorella?

—Non aver paura, Notis, disse Abd-el-Kerim, pacatamente. È la prima volta che io vedo quella donna e sono incapace di tradire la mia fidanzata.

—Posso crederti?

—Lo devi credere.

—E allora, che importa a te se io voglio baciarla? chiese Oòseir.

L'arabo si tacque, non sapendo certamente che cosa rispondere.

—Hai forse paura che quell'almea mi pugnali.

—Ne sarebbe capace, disse un sennarese, che fumava lì vicino.

—La conosci tu? chiese Notis, con vivacità. Dove abita?

—Non so chi sia. È giunta a Machmudiech due giorni fa e si è subito fatta temere. Un barcaiuolo che voleva abbracciarla fu da essa pugnalato e precipitato nel Bahr-el-Abiad.

—È una jena quest'almea?

—Forse peggio, rispose il sennarese.

—E dove credi che sia andata ora? domandò Oòseir.

—Ho veduto di fuori il suo cammello. Deve essere partita in direzione di Hossanieh, giacchè parlava di volersi recare al campo egiziano.

Abd-el-Kerim che aveva prestato molta attenzione a quelle risposte, si levò in piedi come spinto da una molla.

—È notte diss'egli, con voce leggermente alterata.

—E che importa! esclamò Oòseir.

—Abbiamo da percorrere molta via prima di giungere a Hossanieh.

—Non avete dei mahari?

—I mahari non impediscono alle fiere di uscire dai loro covi.
Andiamo, Notis, andiamo.

—Hai ragione, Abd-el-Kerim, rispose il greco alzandosi.

Gettarono una manata di parà al wadgi, cinsero le scimitarre che avevano deposte in un angolo e strinsero la mano al basci-bozuk.

—Addio, Oòseir, disse l'arabo.

—Buona fortuna, amici miei, rispose il basci-bozuk. Che Allàh e il
Profeta tengano lontani i leoni e le iene.

Arabo e greco salutarono gli astanti e uscirono dal caffè.

CAPITOLO II.—L'almea.

Le tenebre allora erano calate. Al nord, sulla cima delle creste del monte Auli, appariva la luna la quale vedevasi spandere un incerto chiarore al di sopra delle oscure boscaglie del Gemanje, e in cielo salivano le stelle che riflettevansi vagamente sull'azzurra e placida corrente del Bahr-el-Abiad. Alcuni Sennaresi ed alcuni Arabi gironzavano ancora o sedevano in mezzo alle vie o a ridosso ai muricciuoli delle capanne, fumando nel scibouk o nei narghilèh.

I due ufficiali scesero verso la riva presso la quale galeggiava una dahabiad a sei remi montata da alcuni barcaiuoli. Vi entrarono e si fecero traghettare alla sponda opposta, sbarcando ai piedi delle foreste, i cui rami giganteschi e fronzuti si curvavano graziosamente sulle acque.

—Dove sono i cammelli? chiese Notis.

—A cinquecento passi da qui, rispose Abd-el-Kerim, distrattamente.

—Hai preso con te il mio schiavo Takir?

—No, l'ho lasciato al campo onde preparasse la tua tenda.

—Allora chi li guarda? Se tu gli hai lasciati soli non so se li troveremo ancora. Gli Arabi, amico mio, non sono fiori di galantuomini.

—Non aver timori, Notis. Gli ho affidati ad un sudanese di mia conoscenza.

S'arrampicarono sulla riva che veniva giù quasi a picco, tutta cosparsa di canneti e di enormi radici che s'intrecciavano confusamente le une colle altre e s'internarono sotto le oscure vôlte della foresta. Notis prese un sentieruzzo appena appena visibile, ed Abd-el-Kerim gli si mise dietro in silenzio e colla fronte aggrottata, come se un grave pensiero lo tormentasse.

Quanto il greco procedeva con passo spedito, altrettanto l'arabo camminava lento e come svogliato. Anzi quest'ultimo di tratto in tratto si fermava, voltavasi indietro e mirava con occhio triste e cupo le rive del fiume e i dintorni, tendendo attentamente l'orecchio.

Dopo una ventina di minuti, il greco scorse, semituffato fra le piante, una zeribak, specie di recinto formato da pali nei quali si radunano usualmente gli armenti per proteggerli contro gli assalti delle bestie feroci. Egli si arrestò, armando per precauzione il suo revolver.

—Olà, Abd-el-Kerim, dove siamo noi? chiese egli.

L'arabo che era lontano, non l'udì e per conseguenza non rispose. Notis si volse indietro e lo vide fermo in mezzo al sentiero che guardava fissamente le rive del Bahr-el-Abiad.

—Che può avere Abd-el-Kerim? mormorò egli. Poco fa, quando gli parlai di mia sorella era diventato gaio e pareva felice. Come ora è diventato triste? Si direbbe che ha lasciato qualche cosa a Machmudiech… si direbbe che s'allontana a malincuore.

Egli tornò indietro in punta di piedi e osservò minutamente il compagno. S'accorse che aveva gli occhi rivolti al villaggio e precisamente verso il caffè. Fece un gesto di sorpresa e fors'anco d'impazienza.

—Oh!… esclamò egli.

Uno strano lampo guizzò nei suoi neri occhi. Quasi nel medesimo istante Abd el-Kerim si volse. La sua faccia si alterò, atteggiandosi a meraviglia e a dispetto.

—Che vuoi, Notis? chiese egli colla maggior calma del mondo.

—Ho veduto una zeribak, rispose il greco con egual tranquillità.

—Non temere, che è quella del sudanese. Là vi sono i nostri mahari.

Notis non si mosse; aspettò che egli fosse vicino, poi gli chiese bruscamente.

—Che hai Abd-el-Kerim?

L'arabo lo guardò come cercasse leggergli negli occhi lo scopo di quella domanda.

—Tu guardavi fisso fisso Machmudiech, continuò Notis quasi distrattamente. Perchè?

—Bah! per curiosità.

—Ti dispiacerebbe per caso allontanarti da quel villaggio?

—Perchè, e l'arabo lo guardò ancor più attentamente e con sospetto.

—Non so, mi pareva…

—Non ho alcuna cosa che m'interessi a Machmudiech. Tiriamo innanzi,
Notis, che è tardi. Dobbiamo fare più di 40 miglia per giungere a
Hossanieh.

Essi si rimisero in cammino e giunsero vicini alla zeribak, in mezzo alla quale vedevansi sorgere due lunghe aste sostenenti uno stracciato vessillo egiziano.

Al primo fischio che mandò Abd-el-Kerim, un sudanese uscì, abbigliato con una semplice farda bianca gettata graziosamente su di una spalla e d'un tarabisc rosso sul capo.

—I mahari? chiese brevemente l'ufficiale.

—Sono pronti.

Entrarono nella zeribak, in mezzo alla quale stavano inginocchiati i due animali. Questi mahari o hadjin, meglio conosciuti per dromedari, sono cammelli riservati per le corse, docili come cani, più intelligenti dei cavalli, più sobri e più pazienti dei djemel o cammelli comuni, dal portamento nobile, altero, e che alla menoma pressione della guida legata all'anello incastrato nelle nari, vanno rapidi come il vento percorrendo persino settanta miglia al giorno. S'accontentano di un nulla, d'un pezzo di pane, d'un pugno d'orzo o di datteri o di un fastello d'erbe secche e spinose, e son felici quando l'arabo lascia a loro aspirare il fumo del scibouk prima che passi dalla cannuccia e doppiamente felici d'una parola affettuosa, d'una semplice carezza.

Il sudanese li aveva già insellati, accomodando sulla loro gobba una sella di pelle di montone cava nel mezzo e fornita dinanzi e di dietro di un pezzo di legno rotondo, posto orizzontalmente, che serve di appoggio al cavaliere, e appendendo ai loro fianchi i fucili remingtons, le borse di cuoio e le otri contenenti il cibo o l'acqua, viveri indispensabili in Africa, dove le città sono rarissime e i villaggi assai scarsi.

Nel mentre che il greco esaminava le cinghie della sua cavalcatura,
Abd-el-Kerim con un cenno impercettibile chiamava a sè il sudanese.

—Hai veduto passare alcuno? chiese rapidamente e sotto voce.

—Sì, disse il sudanese.

—Chi?

—Due persone su di un mahari dal mantello fosco.

—Erano?…

—L'ignoro, ma una pareami una donna.

Abd-el-Kerim sussultò. La sua faccia, che poco prima era tetra, s'illuminò di un raggio di gioia. Con un gesto congedò il sudanese.

—In sella Notis, diss'egli.

I due ufficiali fecero inginocchiare i mahari emettendo un semplice khh! khh! sospirato e s'arrampicarono sulle gobbe sedendosi colle gambe incrociate.

—Allàh vi guardi, disse il sudanese,

Ih! ih! gridò Notis.

I due mahari, obbedienti al segnale, uscirono dalla zeribak e partirono seguendo il sentiero che menava all'ovest, prendendo un lungo trotto, alzando e abbassando bruscamente la testa e la coda, andatura assai malagevole per chi non vi è abituato, il quale crede sempre di perdere l'equilibrio e per le continue e violenti scosse prova forti dolori al capo, dolori alle mani che si gonfiano e dolori alle reni che si pestano e pare che si spezzino.

L'oscurità allora erasi fatta assai più fitta, specialmente sotto la foresta, le cui grandi vôlte di verzura impedivano che trapelassero quasi i raggi lunari. Appena appena scorgevansi i colossali tronchi di tamarindi i cui rami flessibili sostenevano enormi quantità di frutta sei volte più lunghe che larghe e ripiene di una polpa molle e acida; le grandi camerope a ventaglio dal fusto cilindrico coperto di grosse squame regolari e coronate alla sommità da un magnifico ciuffo di trenta o quaranta foglie disposte a ventaglio; le acacie mimose alte come un olmo, sui cui tronchi risaltavano le grossissime bolle della preziosa gomma che trasuda; le palme deleb coi fusti rigonfi nel mezzo e tutti i centomila arrampicanti che s'attortigliavano come serpi attorno ai tronchi degli alberi e che s'arrampicavano sui rami formando spesso dei pergolati naturali veramente ammirabili.

I mahari eccitati dalla correggia dei cavalieri, che serve nel medesimo tempo di frusta, in meno di quindici minuti attraversarono la foresta, la quale stendesi in lunghezza, sì a destra che a sinistra del Bahr-el-Abiad, da Chartum fino ad Machadat Abu Zet, su due miglia o poco più di larghezza. Sbucati nelle grandi e aride pianure di Gemaije, animate solo da qualche gruppo di palme, da qualche acacia tisica e da miserabili tugul o capanne, allungarono il passo filando come giganteschi e silenziosi fantasmi verso gli ondulati terreni del sud, in direzione d'Hossanieh.

Notis che galoppava a pochi passi di distanza da Abd-el-Kerim, s'avvide subito che questi dava segni strani d'inquietudine della quale non sapeva ancora indovinare la cagione. Lo vedeva spesso rizzarsi in sella come volesse abbracciare maggiore orizzonte, spingere lo sguardo a destra, a manca e dinanzi, e talvolta fare un gesto quasi di scoraggiamento e di stizza. Più volte lo vide portare ambe le mani agli orecchi e piegarsi verso terra come uno che cerchi raccogliere qualche lontano rumore.

—Che mai può avere? andava chiedendosi il greco tormentando la correggia del mahari e figgendo sempre gli occhi addosso al compagno. Si vede che ha qualcosa che lo preoccupa ma cerca di nascondermelo. Quegli occhi fissi sul villaggio, anzi sul caffè, proprio in quel medesimo luogo ove danzò…. Potrebbe essere vero?…

Un terribile sospetto balenò nella mente di lui, sospetto che gli fe' gelare il sangue nelle vene e montare, nel medesimo tempo, una fiamma in viso. Un truce e sinistro lampo animò i suoi occhi che s'accesero come due carboni.

—Ah!… mormorò egli.

Trasse dalla sua borsa un pizzico di tabacco, lo arrotolò in un fogliolino di carta, ne formò una sigaretta che accese, malgrado la rapidità vertiginosa del mahari, mandò in aria tre o quattro boccate di fumo, e volgendosi verso Abd-el-Kerim:

—A che pensi cognato mio? gli chiese, affettando la massima noncuranza.

—A mille cose, rispose l'arabo.

—Tu pensi a mia sorella Elenka, Abd-el-Kerim, te lo dirò io.

L'arabo stette un momento muto, come non avesse capito.

—Non puoi ingannarti, rispose di poi. La fiamma che nasce nel cuore, non si spegne neanche in sogno.

—Ed io sai a chi penso?

—Leggere il pensiero dell'uomo non è dato che ad Allah e al suo profeta.

—Penso a quell'adorabile almea che vidi danzare a Machmudiech.

Sulla bruna pelle dell'arabo passò un fremito.

—A Fathma, articolò sordamente egli.

—Sì, a Fathma. Come la trovasti tu?

—Mi pareva avere dinanzi…

Voleva aggiungere una uri di Maometto, ma le parole gli morirono sulle labbra.

—Una bella donna, vuoi dire.

—Presso a poco. E come mai tu pensi a lei?

—Perchè?… Credo di non dir troppo, se ti confesso che i suoi occhi mi hanno affascinato e che la sua voce mi toccò il cuore.

Se fosse stato giorno Notis avrebbe potuto vedere le labbra dell'arabo contrarsi e la sua faccia diventare cinerea.

—Ah!… si sforzò di dire Abd-el-Kerim.

«Quella creatura ti ha morso il cuore?

—Di' invece che vi ha gettato una scintilla dentro.

—E questa scintilla sarebbe?

—D'amore.

L'arabo diede un sì violento strappo alla correggia che il mahari fu forzato ad alzare la testa. Notis se ne accorse.

—Che diavolo hai Abd-el-Kerim?

—Nulla, ho sostenuto il cammello che stava per inciampare contro un sasso.

—Uh! fe' il greco. Non so come un sasso possa trovarsi fra questi terreni.

La conversazione finì li. I due mahari che avevano per un istante rallentata la corsa, la ripresero più velocemente salendo e discendendo le colline cosparse d'erbe spinose chiamate dagli indigeni alfèh, arse dai cocenti raggi del sole equatoriale.

La pianura, rotta qua e là da radi ed intristiti palmizi e da qualche torrente pantanoso, andava allora allargandosi fiancheggiata all'est dalle selve che seguono il Bahr-el-Abiad nel tortuoso suo corso e all'ovest da piccole catene di montagne, dietro le quali giganteggiavano i monti Arab, Mussa, Scemela e Mantara.

A mezza notte avevano già percorso più di mezza via, e stavano per rallentare la corsa per dare un po' di riposo ai due animali, quando in lontananza scoppiò improvvisamente una detonazione.

Abd-el-Kerim a quello scoppio sussultò.

—Hai udito, Notis? chiese egli, staccando dalla sella il remington.

—Distintamente, amico mio, rispose il greco senza scomporsi.

—Può essere qualcuno che corre un pericolo.

—E può essere stato anche un cacciatore.

—È impossibile.

—E perchè di grazia? M'hanno detto che in queste contrade amano cacciare il leone e tu sai meglio di me che quest'animale non si caccia che di notte.

—Tuttavia…

—Aggiungi che siamo in un paese sollevato a rivolta e che le spie dei ribelli non di rado vengono a ronzare attorno agli accampamenti egiziani. Lascia Abd-el-Kerim, che colui che tirò la moschettata si appicchi.

L'arabo non rispose, però eccitò il mahari e si sollevò maggiormente guardando innanzi a sè. Fu appunto elevandosi che scorse un'ombra giallastra galoppare furiosamente per la pianura.

—Oh! oh! Sta in guardia, Notis, che abbiamo un leone vicino, diss'egli.

—Quando è così, credo che faremo bene ad armare i remingtons. Spero che il signore del deserto non ardirà d'assalirci. Eh!…

Una seconda detonazione risuonò in lontananza, poi una terza un momento dopo.

—Ah! Notis, non è un cacciatore! esclamò Abd-el-Kerim. Te lo dico io.

—Hai delle idee strane, quest'oggi. Ti commuovi per due o tre fucilate!

—Abbiamo dinanzi a noi un mahari, Notis.

—Ebbene, e che vuol dir questo?

—Non sai… lo monta una donna, un uri…

—Chi? Chi?…

—È Fathma!

—Il mio amore! Vola, Abd-el-Kerim! Accorriamo!

La faccia dell'arabo si sconvolse trucemente a quelle esclamazioni, però non disse parola alcuna, Montò il remington e sferzò il cammello curvandosi in sella.

I due mahari partirono come il vento e salirono una collina che impediva di scorgere la sottostante pianura. Un quarto colpo di fucile ruppe il silenzio della notte e così vicino, da credere che colui che l'aveva esploso fosse appena a un cinquecento metri dalle alture.

Quasi subito s'udì un terribile grido:

—Aiuto!… Aiuto!…

—Ah! qual voce! esclamò Abd-el-Kerim, Corri Notis, corri!

Giunsero sulla cima della collina, e di là videro rovesciati in mezzo alla pianura un cammello e un uomo che si dibattevano disperatamente fra le sabbie, e a pochi passi da loro una donna, la quale mirava un gigantesco leone che volteggiavale vertiginosamente attorno con salti mostruosi.

—Notis!… È Fathma! gridò Abd-el-Kerim.

Con un salto da tigre si precipitò di sella, s'inginocchiò e puntò il remington. Il colpo partì. Il leone ferito alla testa fece un balzo di quindici piedi, gettando uno spaventevole ruggito.

S'arrestò colla criniera irta che lo faceva parere due volte più grosso. Sfuggì alle moschettate di Notis e di Fathma e s'avventò contro l'arabo che aveva tratto l'jatagan.

L'urto fu terribile. Uomo e leone caddero al suolo, l'uno gettando urla selvaggie e l'altro ruggendo orrendamente.

Notis volò coraggiosamente in aiuto di Abd-el-Kerim, ma prima che potesse giungervi vicino, questi erasi già sollevato coll'jatagan lordo di sangue fino all'impugnatura, calmo, sorridente, e con un piede sul corpo del leone che era morto sul colpo.

—Sei ferito?… Tu mi fai paura!

—Non aver timore, Notis, disse Abd-el-Kerim. Il leone è morto senza che abbia avuto il tempo di toccarmi le carni.

—Tu sei stato pazzo assaltarlo coll'jatagan.

—In questa notte e in questo posto avrei lottato con dieci leoni.

Afferrò il suo mahari per la correggia e si diresse a rapidi passi verso Fathma che si era inginocchiata accanto all'uomo. Notis lo seguì.

Es-selàm-alekom (la salute sia con te) disse l'arabo all'almea.

Fathma alzò il capo, lo guardò per alcuni istanti con quei due occhi che fiammeggiavano, si rizzò in piedi e tendendo la sua piccola mano verso di lui.

—Sei un eroe! gli disse.

—Grazie, Fathma.

L'almea gli si avvicinò ancor più.

—Ah! tu sei quello che vidi a Machmudiech.

—Non t'inganni. Ecco qui il mio compagno.

—Allàh vi compensi del bene che mi avete fatto. Senza di voi sarei a quest'ora morta.

—E della tua morte non me ne sarei giammai consolato, adorabile creatura, disse galantemente Notis.

L'almea crollò il capo e un sorriso sfiorò le sue labbra, ma parve un sorriso amaro, forzato e forse anche ironico.

—Dove ti rechi? le chiese l'arabo.

—Al campo d'Hossanieh.

—Come noi. Mi pare che il tuo mahari e il tuo schiavo sieno morti,

—Il leone li ha uccisi.

—Vuoi salire sul mio mahari? È un animale forte e le mie braccia sono capaci di sostenere il leggero tuo corpo. Vi starai come in un angareb.

—E perchè no sul mio? domandò Notis.

—L'eroe è sempre più forte, disse l'almea.

Il greco aggrottò la fronte e strinse le pugna con dispetto.

—Ah! mormorò egli. Eroe!… Lo vedremo, Abd-el-Kerim!

L'arabo salì sul mahari, allungò le braccia all'almea e la trasse in groppa, facendola sedere sulle proprie ginocchia e circondandola delicatamente colle braccia. Notis da canto suo s'accomodò sulla sella del suo animale.

—Va, mio nobile amico, disse Abd-el-Kerim, prendendo la correggia a facendola fischiare nell'aria. Tu sei abbastanza forte per portarci entrambi.

I mahari ripigliarono la disordinata loro corsa in mezzo alla pianura, divorando la via con crescente rapidità.

Fathma, abbandonata fra le braccia dell'arabo che talvolta se l'accostava al petto in modo da sentire i battiti del suo picciol cuore, non diceva parola. Solo di tratto in tratto girava la testa verso colui che la reggeva, figgeva i suoi neri e grandi occhi sul di lui volto, e le sue labbra coralline aprivansi a un sorriso affascinante.

Abd-el-Kerim, nel sentirla appoggiata così mollemente sulle ginocchia, nel sentire la lunga e nera capigliatura sferzargli il volto, e talvolta circondare e arrestarsi intorno al suo collo, nel respirare l'ardente alito di lei, nel guardarla, provava delle emozioni così strane, così voluttuose, così dolci, che parevagli talvolta di sognare. Il sangue gli montava alla testa e gli circolava più rapido nelle vene, il cuore battevagli febbrilmente, i suoi occhi si fissarono involontariamente su lei, e, per quanto facesse, non riusciva a staccarneli.

In mezzo a quelle emozioni che a poco a poco facevansi più forti, l'immagine abbagliante della fiera Elenka s'oscurava, sfumava, scompariva. Persino l'immagine di Notis s'abbuiava e cancellavasi, e a segno che l'arabo credevasi di essere solo con Fathma a percorrere la pianura.

—Fathma, disse d'un tratto egli, con una voce nella quale suonava un accento infinitamente accarezzevole.

L'almea, nell'udirsi chiamare, si scosse e volse il capo verso di lui.

—Fathma, dove andrai quando saremo a Hossanieh?

—Perchè? chiese ella.

—Perchè?… Ma…

—Ti interesserebbe forse il saperlo?

L'arabo sussultò e ammutolì.

—Rimarrò in Hossanieh.

Abd-el-Kerim la trasse vivamente sul petto. Egli si chinò verso di lei, come volesse dirle qualche cosa, ma non ne ebbe il tempo.

—Abd-el-Kerim! gridò Notis in quell'istante.

L'arabo tremò e si volse indietro come se una vipera l'avesse morso.

—Siamo in vista del campo!

Un profondo sospiro uscì dalle sue labbra.

CAPITOLO III.—I due rivali.

Il campo egiziano era piantato in una pianura aridissima, solcata però qua e là da piccoli ruscelli e sparsa di antichi bir o pozzi, a pochi passi dalle ultime capanne o tugul del villaggio d'Hossanieh. Si componeva di un trecento tende, disposte su tre ordini, che si piegavano cingendo la gran tenda del pascià sulla quale sventolava la bandiera egiziana, e quelle inferiori ma non meno elevate, degli ufficiali.

Ottocento uomini, la maggior parte dei quali nubiani e sennaresi, con pochi pezzi d'artiglieria e una compagnia di basci-bozuk a cavallo, erano tutti quelli che occupavano il campo, sotto il comando di Dhafar pascia, uomo agguerrito ed intrepido che conosceva a menadito e l'Hossanieh e il Sudan, e che si era proposto di raggiungere, nonostante che il paese fosse battuto da numerose orde del Mahdi, l'esercito di Hicks e di Aladin pascià che operava verso El-Obeid, la capitale del Kordofan.

I due mahari, appena che ebbero fiutato la vicinanza dell'accampamento, s'affrettarono ad allungare il passo, sicché pochi minuti dopo arrivarono alle prime sentinelle, le quali conosciuto in coloro che li montavano due ufficiali, li lasciarono passare senza dare l'allerta né chiedere chi fossero.

Abd-el-Kerim s'arrestò dinanzi alle ultime capanne d'Hossanieh.

—Dove vai, Fathma? chiese egli all'almea.

—A quella casipola che vedi laggiù sull'orlo di quel campo di durah, rispose Fathma con voce dolce. Non occorre che tu mi accompagni, il leone che uccise il povero Daùd non mi minaccia più.

Notis era disceso da sella e si era avvicinato al mahari dell'arabo. Egli tese ambe le mani, sulle quali s'appoggiarono i piccoli piedi dell'almea, tanto piccoli da muovere ad invidia quelli delle chinesi, e la depose a terra.

—Ci rivedremo ancora, adorabile creatura? domandò il greco.

Un sorriso leggiadro sfiorò le labbra di Fathma.

—Se Allàh lo vorrà, rispose ella.

—Proverei gran dispiacere se tu avessi a scomparire per sempre.

—Ah!…

—Sei bella, Fathma.

—Non te lo domando.

—Sei più bella delle urì del paradiso. Ed io…

L'almea gli lanciò un'occhiata fulminea e aggrottò la fronte.

—Notis, disse l'arabo gravemente.

Il greco, che stava allungando le braccia verso l'araba, si arrestò.

Allàh ybàrek fik, (Iddio ti benedica) disse Fathma, alzando le mani verso Abd-el-Kerim.

Si gettò la carabina ad armacollo, s'avvolse nel suo bianco taub e s'allontanò con passo rapido, con andatura fiera e maestosa facendo tintinnare graziosamente le numerose anella che ornavano le sue braccia.

—Per Allàh! esclamò Notis quasi con collera. Non ho mai trovato in vita mia un'almea simile. Da quando una donna che va a danzare pegli accampamenti, torce il viso per una parola melata?

—Ti sorprende forse? chiese Abd-el-Kerim, con un tono di voce sotto il quale sentivasi una leggiera vibrazione ironica.

—E sfido io!

—Fathma, non è un'almea comune.

—E nondimeno s'abbandonò fra le tue braccia. Ah! Abd-el-Kerim tu sei fortunato.

—Perchè?

—Avrei pagato mille piastre per sentirmela pur io adagiata sulle mie ginocchia, colla sua testolina appoggiata sul mio petto.

—Sei pazzo, Notis. Saresti per caso innamorato morto di lei?

—Non ti pare che sia bella?

—Più bella di tutte le donne che vidi da venticinque anni a oggi.

—Anche più bella di mia sorella Elenka?…

L'arabo preso alla sprovveduta si turbò e non rispose.

—Ah! fe' il greco ironicamente. Elenka adunque la trovi inferiore a quell'almea, tu, l'innamorato, il fidanzato di mia sorella.

—Tu discorri senza riflettere, disse Abd-el-Kerim, rimettendosi prontamente, come vuoi che io, che adoro Elenka, trovi che un'altra donna, che non mi interessa nè punto nè poco, la sorpassi in bellezza! Hai torto di dubitare di me.

—Sono pazzo, amico mio, lo so, a dubitare di te. Orsù, riparliamo di
Fathma.

—Come vuoi Notis.

—Sai innanzi a tutto chi è e da dove venga?

—L'ignoro. So che chiamasi Fathma e nulla di più. E perchè queste domande.

—Perchè sono innamorato cotto di quella bella danzatrice.

—Di già? Corri come un mahari dei più rapidi, disse l'arabo sforzandosi a far parer calma la sua voce che invece tremavagli.

—Sento qui, nel cuore, una fiamma che comincia ad ardere. È fiamma d'amore, e temo che prenderà fra non molto proporzioni gigantesche.

L'arabo alzò Le spalle e cercò di sorridere, ma senza riuscirvi.

—Se non vi eri tu, ti giuro, Abd-el-Kerim, che avrei stampato sulle sue piccole labbra un gran bacio. Ma la ritroverò e sola.

Una fiamma balenò negli occhi di Abd-el-Kerim, ma una fiamma d'ira e di sdegno. La sua fronte s'increspò e le sue mani si posarono sui calci del revolver.

—Sta in guardia, Notis! diss'egli con accento cupo.

—Credi che io abbia paura di una donna?

—Chi sa! Potrebbe darsi che su quella donna brillasse una scimitarra!

Il greco rimase di stucco, guardandolo cogli occhi stravolti. Mai aveva udito parlare Abd-el-Kerim con quel tono cupo e minaccioso e in quel modo. Credette di aver compreso male.

—Una scimitarra, hai tu detto? chiese egli.

—Sì, e la scimitarra di un uomo che ha il braccio di ferro.

—Avrei forse un rivale? Abd-el-Kerim, tu sai qualche cosa e cerchi nascondermelo.

—Non so nulla.

—Tieni a mente che io amo di già Fathma come tu ami Elenka, e forse io l'amo più ancora di te.

—Zitto, Notis, non parliamone più. È tardi, e io ho sonno.

—Eh! per Allàh! Vorrai bene dirmi qualche cosa prima.

—Non mi caverai una parola di bocca nemmeno colle tenaglie. Buona notte, amico mio. Vado a dormire nella mia tenda e tu va nella tua che trovasi a pochi passi da quella del pascià.

L'arabo non aggiunse una sillaba di più e lasciò lì Notis, dileguandosi fra le tenebre col suo mahari.

—Un rivale! esclamò il greco con mal repressa ira. E chi potrebbe mai essere?

Rimase un istante lì, pensieroso, cupo, tormentando l'impugnatura della scimitarra, poi si cacciò in mezzo alle tende e ai fasci dei moschetti, traendosi dietro il suo animale. Dopo dieci minuti s'arrestava dinanzi alla sua tenda, sulla cui entrata russava un nubiano colossale del più bel nero.

Lo svegliò, gli affidò il mahari e si gettò sulla coperta, dopo aver acceso un sigaretto. Il suo pensiero volò subito dietro all'almea.

—Ho un bel dire che quell'adorabile creatura diverrà mia, mormorò egli, ma ho certi timori dei quali, mi pare che io dovrei tener conto. Non so, ma Abd-el-Kerim mi ha parlato in una certa maniera, con un tono così grave, così strano che mi dà da pensare seriamente. Se non fossi sicuro che egli ama alla pazzia Elenka, quasi, quasi, direi che egli parlava con rabbia, che parlava come fosse mio rivale.

«Come mai egli mi ha parlato di una scimitarra che brilla su Fathma? Ciò vuol dire che vi è qualcuno che veglia sull'almea, è chiaro, chiarissimo. E chi potrebbe mai essere quest'uomo? Che abbia egli spifferato questa minaccia per indurmi a starmene lontano da quella donna?

«Se è vero questo, hai sbagliato Abd-el-Kerim. Gli occhi di Fathma si sono impressi nel mio cuore in modo tale, che nessun altro amore sarebbe capace di velarli. Vi è una fiamma che arde nel mio petto, fiamma appena accesa e che è di già immane!…

Egli si levò a sedere e guardò attorno. Gli parve vedere ovunque degli occhi fiammeggianti che lo fissassero: gli occhi dell'almea. Scattò in piedi come spinto da una molla, staccando la sua carabina.

—Egli mi ha parlato di un rivale, diss'egli con ira. Andrò ad assicurarmene e guai a lui, se lo trovo ronzare nei dintorni della casupola!…

Saltò via il nubiano che era tornato ad addormentarsi, e uscì con passo silenzioso. Si guardò attorno sospettosamente, ma non vide che i soldati di guardia che vigilavano accanto ai fuochi. Tese gli orecchi, ma non udì che il fragoroso russar dei negri che dormivano sotto le tende e il sibilo del vento che agitava gli stendardi infioccati.

—Tutti dormono, mormorò egli. A noi due, o mio incognito rivale!

Attraversò il campo e s'arrestò alle prime capanne di Hossanieh. Si gettò a terra per non esser visto da alcuno, e si mise a strisciare lentamente, senza fare più rumore di un serpente, tenendosi nascosto dietro le macchie di mimose. Ben presto si trovò nei pressi della casupola di Fathma, un'abitazione col tetto di paglia e le pareti di legno fiancheggiata da una rekùba, sorta di tettoia sostenuta da pali, sotto la quale si riposano ordinariamente i cammelli ed i viaggiatori.

Si alzò e guardò attentamente dinanzi, di dietro, a dritta e a manca, ma non vide anima viva ronzare all'intorno. Alzò gli occhi verso le finestre, ma le vide oscure e socchiuse. Respirò.

—Che mi abbia ingannato? E con quale scopo? mormorò.

Fece il giro della casupola per due o tre volte, e stava per allontanarsi, quando vide un'ombra che moveva verso quella volta. Impallidì e afferrò rapidamente la carabina.

—Il rivale! esclamò egli con voce sorda.

Esitò, poi si cacciò sotto la rekùba e guadagnò, senz'essere stato scoperto, una macchia di leguminose arborescenti nascondendovisi nel mezzo.

—Chi sei? chi sei tu, che vieni a disputarmela? si chiese egli.

L'individuo che veniva innanzi in punta di piedi, e spesso girava la testa attorno come un uomo che teme di essere scoperto, era alto dal portamento svelto, vestito da ufficiale, ma con una bianca farda avvolta attorno il petto. Una carabina pendevagli da una spalla e portava in una mano un oggetto allungato, che Notis non giunse bene a distinguere.

Egli si fermò dinanzi la rekùba e stette lì immobile, guardando le finestre della casupola, poi girò e rigirò parecchie volte attorno, tornò a fermarsi, prese l'oggetto allungato che era una rabâda, sorta di chitarra e trasse alcuni suoni melanconici, flessibili.

—Ah! esclamò Notis, sardonicamente. Si vede che il mio rivale non manca di buon gusto. Per Allàh! Egli vuol fare una serenata sotto le finestre della bella con la chitarra. Guardati! Potrebbe darsi che io irrigidissi le tue dita con una palla del mio remington.

In quell'istante quell'uomo si pose a cantare. Alla prima sillaba
Notis fe' un balzo guardando trucemente il cantore.

—Sogno io forse? si chiese egli.

La canzone continuò, cadenzata, dolce. Notis tremò tutto e sentì i capelli rizzarglisi sulla fronte.

—Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim!…

La voce gli si soffocò. Una grossa nube gli passò dinanzi agli occhi.

—Ah! traditore!…

Alzò il remington, l'armò e mirò Abd-el-Kerim che continuava a cantare frammischiando alla sua canzone il nome di Fathma. Dopo qualche secondo l'abbassò.

—E mia sorella? E la povera Elenka? E la sua fidanzata?… Ah!
miserabile!… Eri tu quel rivale di cui mi parlavi! Ma da quando?…
Come?… Come è possibile che egli abbia obbliata mia sorella?…
Tuoni di Dio!…

Per la seconda volta alzò il remington e per la seconda volta l'abbassò.

Un freddo sudore scorrevagli abbondantemente per la fronte e un tremore fortissimo agitava le sue membra. Impeti di ira lo assalivano e sentivasi spinto da una pazza voglia di fare, con una palla di fucile, scoppiare la testa all'arabo. Tuttavia non si sentì capace di puntare per la terza volta il remington e d'assassinare il traditore.

Alzò la testa come se avesse preso una pronta risoluzione, e si mise a strisciare, a carpone, fino a che ebbe raggiunta una piantagione di durah. Di là camminò sempre senza produrre il menomo rumore, fino sulla via che menava agli avamposti del campo, imboscandosi dietro a una macchia d'alte erbe spinose.

—Passerai di qui, Abd-el-Kerim, disse con accento minaccioso. Ti affronterò.

L'arabo cantava sempre, con maggior dolcezza, con tono più malinconico, e ogni volta che pronunciava il nome dell'almea, il greco sentivasi il sangue accendere e il cuore battere più precipitosamente. Tutti i colori dell'arcobaleno passavano uno per uno sulla sua faccia tetra.

Cominciava all'oriente a biancheggiare, quando Abd-el-Kerim si tacque. Notis lo vide aggirarsi per qualche tratto attorno alla casupola, colla testa sempre alzata verso le finestre che si tenevano ostinatamente chiuse, poi raccogliere la carabina e prendere la via del campo. Un beffardo sogghigno sfiorò le sue labbra collericamente strette.

L'arabo s'avvicinava a rapidi passi e pareva pensieroso e scoraggiato. Quando fu a pochi metri di distanza, Notis balzò fuori e gli si presentò dinanzi come una spaventevole apparizione.

—Alto là, Abd-el-Kerim!… gl'intimò brutalmente.

L'arabo nel vederselo lì, colla testa alta, in una posa minacciosa, fece un salto indietro portando involontariamente la mano sull'impugnatura dell'jatagan. Impallidì orribilmente e fece un gesto di sorpresa e di spavento.

—Notis! esclamò egli, con un fil di voce.

—Sì, proprio Notis, il fratello di Elenka, della tua fidanzata, rispose il greco con ira mal repressa.

Essi stettero a guardarsi in silenzio, ma cogli sguardi provocanti.

—Che facevi, Abd-el-Kerim, sotto le finestre di quella casupola? chiese Notis, ironicamente.

—Avevo la febbre indosso e sono andato a passeggiare per le vie d'Hossanieh.

—Tu menti, Abd-el-Kerim!

L'arabo si turbò e tornò ad impallidire, ma più per la collera che per la paura.

—Te lo dirò io, giacchè tu nol sai, che facevi, disse Notis, alzando la voce. Tu suonavi la rabâda e cantavi una canzone d'amore.

—E che ci trovi di strano?

—Ma disgraziato, non sapevi adunque che tu cantavi sotto le finestre di Fathma?

—Ebbene?… chiese Abd-el-Kerim con calma.

—Ciò vuol dire che quel rivale di cui mi parlavi sei tu, tu,
Abd-el-Kerim!

—Follie.

—Tuoni di Dio, non mentire! Tu cantando pronunciavi il nome dell'almea!

—Ah! tu sai questo?…

—Abd-el-Kerim, rammentati di mia sorella Elenka. Ella è greca.

—Ma il Corano…

—Non parlare di Corano, nè di poligamia. Elenka non avrà che un marito o tu non avrai che una moglie. Il Profeta udì i tuoi giuramenti.

—Elenka!… Elenka!… balbettò l'arabo.

—Saresti capace tu di dimenticarla per Fathma?

—Non parlare d'Elenka, Notis, disse l'arabo sordamente.

Il greco fece tre passi indietro e alzò la mano verso di lui.

—Abd-el-Kerim! disse egli gravemente. Sta in guardia!…

—Notis!…

—Sta in guardia! È l'ultima mia parola!

Il fratello d'Elenka lo mirò per un minuto cogli occhi scintillanti, poi gli volse le spalle e s'internò in mezzo al campo di durah.

CAPITOLO IV.—Nel mezzo di un bosco.

Quando Abd-el-Kerim giunse agli avamposti il sole cominciava a far capolino fra le gigantesche foreste del Nilo e il campo a svegliarsi. Qua e là, dalle tende, uscivano soldati sbadigliando e stiracchiandosi le membra intorpidite; alcuni si affacendavano a pulire o a insellare i loro briosi cavalli che caracollavano nitrendo; altri alzavano i mahari o i cammelli conducendoli ai pozzi per abbeverarli, e altri ancora accendevano i fuochi pel rancio del mattino, o portavano legne, o portavano paglia, o facevano un po' di pulizia, o lucidavano i fucili, gli jatagan o le daghe, o i cannoni. Dappertutto vedevansi ufficiali andare e venire, scintillanti per gli ori, affannarsi a portare o a dare ordini, a cambiare le sentinelle, a radunare le compagnie per farle manovrare; dappertutto udivasi un cicaleggio allegro, canzoni monotone e cadenzate, voci che salmodiavano i versetti del Corano accompagnate dalla voce nasale dei muezzin d'Hossanieh che percorrevano il campo, e ragli d'asini, e nitriti di cavalli e muggiti di buoi.

Abd-el-Kerim, colla faccia aggrondata, pensieroso, taciturno, attraversò la triplice fila di tende e andò a sedersi vicino alla sua, su di un tronco di palmizio atterrato, prendendosi la testa fra le mani.

Il povero arabo sentivasi tutto scombussolato dagli avvenimenti della notte e come ammalato. Una terribile lotta fervevagli nel cuore, lotta gigantesca nella quale si cozzavano furiosamente due passioni egualmente grandi: l'amore per la bella Elenka alla quale gli aveva giurato fedeltà e l'amore per Fathma, l'incomparabile creatura dagli occhi di fuoco che l'aveva suo malgrado affascinato.

Egli trovavasi per così dire equilibrato fra due abissi in uno dei quali tendeva le braccia la greca e nell'altro l'araba, due abissi che sì l'uno che l'altro l'attiravano, due abissi che gli mettevano le vertigini entrambi.

Aveva un bel dire che a Elenka aveva promesso la sua mano, aveva un bel dire che Elenka aveva gli occhi neri e pieni di fuoco, che Elenka era bella, che Elenka era incomparabile, divina, ma non riusciva a scacciare nè a eclissare dalla sua mente le fiera figura dell'almea, nè sapeva cancellare, nè estirpare quegli occhi che in certo qual modo erano impressi vivamente nel suo cuore o che lo tormentavano come fossero due carboni accesi collocati sulle sue carni.

Invano cercava di frapporre fra sè e l'almea delle tenebre, invano ritorceva i suoi sguardi portandoli su Elenka, invano mormorava il caro nome della greca, invano sforzavasi di frenare i tumultuosi battiti del suo cuore, invano richiamava alla mente le sinistre e minacciose parole di Notis. Egli vedevasi sempre dinanzi la superba immagine dell'almea col fucile in mano, come l'aveva veduta in mezzo alla pianura puntare calma e terribile il leone che volteggiavale d'intorno; parevagli di sentirsela ancora fra le braccia col capo appoggiato dolcemente al suo petto, trasportato sul dorso del veloce mahari coi capelli neri e profumati attorcigliati al collo; parevagli di ascoltare il debole suo respiro, il battere del suo cuoricino, il fremito delle sue membra, e provava emozioni violente, sconosciute, ignote, voluttuose, e sentivasi il sangue turbinare più rapido nelle vene, un fuoco strano accendersegli nel petto, fuoco che mettevagli la febbre indosso, fuoco che prendeva proporzioni gigantesche, che divorava e la memoria di Elenka e quella di Notis.

—Fathma! Fathma! mormorò egli sospirando. Tu hai fatto nascere nel mio cuore una passione che cancellerà quella della povera Elenka! Una passione che mi mette paura, una passione che mi fa tremare!…

Si levò dal tronco d'albero girando uno sguardo indagatore sul campo come se cercasse di scoprire colei che avevagli acceso in petto una scintilla d'un amore sconfinato. I suoi occhi si fissarono su d'un uomo, un capitano dei basci-bozuk, che lo guardava sorridendo quasi beffardamente.

—Olà, che diamine te fai qui, solo soletto e pensieroso, gli chiese il capitano, incrociando le braccia sul petto con aria comica. È un bel pezzo che sono qui a guardarti, curioso di sapere come l'avresti finita.

—Ah! Sei tu, Hassarn? disse Abd-el-Kerim, ricomponendo la faccia tetra.

—In carne e in ossa, amico mio, rispose il capitano.

—Che vuoi da me?

—Che m'accompagni alle foreste del Bahr-el-Abiad per far ritornare quella compagnia di basci-bozuk, che abbiamo lasciato in un zeribak. Sono stati segnalati dei ribelli, e non vorrei che quei poveri diavoli venissero qualche notte massacrati.

—Ah!… Sono con te, Hassarn.

—Prendi la tua carabina e affrettiamoci a metterci in cammino.
Viaggiare di notte in simili tempi non è prudente.

Abd-el-Kerim esitò, poi raccolse la carabina che aveva posata sulla palma e seguì senza dir sillaba Hassarn, che si era già messo in cammino. Si fermò venti volte prima di uscire dal campo, ora guardando il villaggio d'Hossanieh e precisamente la casupola di Fathma e ora la tenda del greco ermeticamente chiusa.

Il capitano dei basci-bozuk prese un sentiero aperto in mezzo a un campo di dùrah che conduceva alle grandi foreste del Bahr-el Abiad; Abd-el-Kerim gli si mise dietro, ma senza quasi sapere ove andasse e col pensiero fisso a tutt'altra cosa che alla compagnia dei basci-bozuk.

—Ehi! Abd-el-Kerim, gli chiese Hassarn, dopo qualche tratto di cammino. Che diavolo hai che sei muto più d'un pesce?

—Nulla, rispose l'interpellato seccamente.

—Penseresti per caso, a quella bella ragazza che hai condotta questa notte nel campo?

Abd-el-Kerim trasalì e lo guardò sorpreso.

—Come sai tu questo?

—Bah! fe' Hassarn, alzando un braccio come uomo che la sa lunga. Credi tu che escano ed entrino nel campo persone senza che io lo sappia? Ti dirò che tu sei arrivato in compagnia di Notis e che la bella almea riposava fra le tue braccia. Dove sei andato a pescare quella urì?

—La trovai venendo da Machmudiech, nel momento che un leone stava per assalirla. Perdette lo schiavo e il cammello, perciò la feci salire sul mio.

—Sulle tue braccia, corresse maliziosamente Hassarn.

—Come vuoi.

—E tu uccidesti il leone?

—Puoi immaginartelo.

—Sfido io! Si trattava di far vedere la propria valentìa dinanzi a
Fathma.

—Fathma? La conosci forse tu?

—E da molto tempo, Abd-el-Kerim.

—Chi è? da dove viene? Dove va?

—Corri come i miracoli di Mohammed. Ti dirò innanzi a tutto che è un'almea dagli occhi che paiono diamanti neri, dai piedi lunghi come un petalo di rosa e che ha le mani più piccole di una urì del Profeta.

—Lo so, e poi?

—E poi non ne so di più. Ti interessa molto quell'adorabile creatura?

—Molto, rispose Abd-el-Kerim con slancio appassionato.

—Oh! esclamò Hassarn. Avresti per caso dimenticata la bella Elenka?

—Non parlarmi di lei, Hassarn.

—Bada, che Elenka è una iena.

—Ed io un leone! rispose fieramente l'arabo.

Il capitano gli si avvicinò e ponendogli amichevolmente una mano su di una spalla:

—Abd-el-Kerim, disse. Tu questa notte hai avuto di che dire con
Notis.

—Mi spiasti, Hassarn?

—Il campo ha orecchi e occhi. Se non vuoi dirmelo tu, ti dirò che ronzavate tutti e due attorno a una casupola e che questa casupola era l'abitazione di Fathma, poichè fu vista entrare. Sareste rivali?

Abd-el-Kerim non rispose. Egli era diventato improvvisamente cupo.

—Non rispondi, ma leggo nel tuo cuore come legge il Profeta e forse più, Abd-el-Kerim.

—E che leggi?

—Amore, amore e amore per…

—Per chi?

—Per Allah! Amore per Fathma!

—Zitto imprudente, mormorò l'arabo guardandosi sospettosamente attorno.

—Confessi adunque che io lessi giusto.

—Non posso negarlo. Amo Fathma.

—Ed Elenka? E Notis?…

—Cancello l'una e aborro il secondo che minaccia diventare mio rivale!

L'arabo fece un gesto di spavento. Avrebbe voluto riafferrare e ricacciare in gola quelle parole uscitegli imprudentemente dalle labbra. Sentì una fitta al cuore; chinò il capo sul petto e sospirò.

—Povero Abd-el-Kerim! esclamò Hassarn.

—Non compiangermi!… Ah!…. Se tu sapessi qual lotta ferve nel mio cuore! disse ferocemente l'arabo. Quale mai delle due?

—Tu pensi ancora ad Elenka, adunque?

—Forse. Non so, per quanto mi sforzi, non riesco a cancellarla totalmente. L'ho sempre dinanzi agli occhi, bella, divina…. Eppur non l'amo!

D'un tratto si arrestò, afferrando bruscamente la carabina. Erano allora arrivati sul limitare della grande foresta che si estendeva a perdita d'occhio dal sud al nord, seguendo il tortuoso corso del Bahr-el-Abiad.

—Che hai? gli chiese Hassarn, armando per ogni precauzione una pistola.

—Abd-el-Kerim si guardò d'attorno con circospezione, figgendo l'acuto suo sguardo sotto gli alberi che strettamente uniti toglievano quasi la vista.

—Mi sembrò d'aver udito un fruscio fra i cespugli, disse poi.

—Sarà stato qualche scimiotto. Tu sai che in queste foreste abbondano.

—Che ci sia qualche spia?

—Potrebbe darsi. Il Mahdi ha della gente coraggiosa, che non ha paura di avvicinarsi agli accampamenti egiziani.

L'arabo fece cenno al capitano di tirar innanzi, continuando a guardarsi d'attorno e aprendo con precauzione i cespugli. Dopo dieci minuti essi giunsero ad una specie di zeribak, nell'interno della quale stava accampata una compagnia di basci-bozuk a piedi.

Il sergente che la comandava si fece loro incontro.

—Che nuove? chiese Hassarn.

—Nessuna, rispose il sergente. I ribelli fino ad ora non si sono spinti fin qui ma…. non avete incontrato nessuno? Ho veduto….

—Chi? domandò Abd-el-Kerim.

—Una apparizione.

—Spiegati per Allàh! esclamò Hassarn, mosso in curiosità.

—Che so io? Ho veduto passare un fantasma, vestito stranamente, e che potrebbe darsi che fosse un ribelle. È passato or ora a cento passi da qui.

—Oh! oh! fe' Hassarn. Chi può essere mai? Abd-el-Kerim, sei in vena di accompagnarmi, intanto che i basci-bozuk fanno i bagagli?

—Ho la mia carabina e ciò basta. Ti seguirò fino al deserto di
Korosko, se tu lo vuoi.

—Basta così. Tu sergente fa levare il campo e se non ci vedi tornare, incamminati per Hossanieh. Potrebbe darsi che noi tardassimo assai e che prendessimo un'altra via.

Arabo e turco volsero le spalle alla zeribak, internandosi nella foresta, seguendo un sentieruzzo appena visibile pel quale era passato il fantasma. Avevano tutte e due le ali ai piedi come se si trattasse di inseguire qualche persona più che importante.

—Chi può essere mai questo fantasma, si chiedeva Hassarn. Che sia qualche capo di ribelli?

In quell'istante Abd-el-Kerim, che camminava innanzi, tornò ad arrestarsi, urtando bruscamente il turco che gli veniva dietro.

—Fermati, per mille demoni! esclamò egli con voce alterata.

—Che hai veduto? chiese Hassarn sorpreso.

—Zitto!…

In lontananza si udiva il suono del tamburello che l'eco delle foreste ripeteva distintamente. Abd-el-Kerim impallidì come un cadavere.

—Odi Hassarn? domandò egli con un filo di voce.

—Sì, che odo. Deve essere qualche arabo che suona il tamburello.

—No, non è un arabo! esclamò vivamente Abd-el-Kerim.

—Come lo sai tu?

—È una donna, io l'ho udito ancora questo tamburello, disse l'arabo con maggior animazione.

—Per Allàh! Andiamo a vedere, Abd-el-Kerim.

L'arabo lo afferrò vigorosamente per le braccia e lo tenne fermo.

—Tu non sai di quale donna io intenda parlare, gli disse.

—Parla di quella che vuoi, io vado innanzi.

—Quella che suona è Fathma!….

Il turco lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa.

—Hassarn, continuò Abd-el-Kerim, lasciami solo. Tu non puoi essere testimone a quello che io dirò all'almea.

—Tu sei pazzo. Io voglio vedere Fathma.

—Hassarn, tu non lo farai, disse recisamente l'arabo.

—Ma disgraziato, e non pensi che sei promesso a Elenka.

—Io spezzo il nodo e mi getto corpo e anima fra le braccia di Fathma.
Ho il sangue che mi brucia le vene e il cuore che batte per l'almea.
Lasciami solo.

Il turco lo guardò con compassione.

—Tu ti perdi, Abd-el-Kerim, gli disse con dolce rimprovero. Fa come vuoi; io ti aspetterò ai piedi delle colline sabbiose.

L'arabo chinò il capo sul petto; poi rialzandolo con gesto risoluto:

—Vo' gettar la mia vita ai piedi di Fathma, disse e si allontanò a rapidi passi, dirigendosi verso il luogo ove risuonava il tamburello.

Aveva la testa in fiamme e il cuore battevagli precipitosamente; parevagli di essere ubbriaco e camminava quasi senza volerlo, meccanicamente, attirato da quel suono come il serpente viene attirato dal flauto dell'incantatore.

In breve tempo giunse in una vasta radura contornata da maestosi tamarindi sulle cui cime strillavano numerosi scimmiotti. Egli si fermò frenando a grande stento un grido di gioia.

Là, sulle rive di un ampio stagno cosparso di grandi foglie di loto sacro, se ne stava ritta l'almea col tamburello in mano, i capelli neri sciolti sulle spalle e una bianca farda gettata pittorescamente su di un braccio. Vista così, sotto una pioggia di raggi solari che si riflettevano sui monili e sui braccialetti d'oro che le cingevano il collo e le nude braccia, la si sarebbe presa per una apparizione celeste, per una urì del paradiso di Mohammed il profeta.

Abd-el-Kerim sentì mancarsi le forze. Esitò, volle fuggire, ma gli fu impossibile e si spinse macchinalmente innanzi, senza fare il menomo rumore. S'arrestò a pochi passi dall'almea che continuava a sbattere il tamburello con un ritmo cadenzato e malinconico. Egli tese le braccia avanti.

—Fathma!… Fathma! mormorò con voce tremante.

L'almea si volse verso di lui.

CAPITOLO V.—Il Rapitore.

Nel vedersi dinanzi Abd-el-Kerim, immobile come una statua, coi lineamenti sconvolti e le mani tese con gesto supplichevole, Fathma non potè trattenere un movimento di sorpresa. Ella lo guardò fisso coi suoi grandi e neri occhioni, che magnetizzavano e che penetravano fino al fondo dei cuori, senza dir sillaba.

—Fathma, ripetè l'arabo, scuotendosi e dando alla sua voce un tono commosso.

L'almea gli si avvicinò, guardandolo come con curiosità.

—Che fai tu qui? diss'ella di poi,

—Mi riconosci bella fanciulla?

—Non dimentico mai chi mi salvò con pericolo della propria vita. Non sei tu quell'arabo che mi raccolse nella pianura dopo aver ucciso il leone che mi assaliva?

—Quello stesso, Fathma.

Fra loro due successe un breve silenzio, durante il quale si guardarono ancor più fissamente.

—Che vuoi da me? chiese alfin l'almea, rompendo quel silenzio che diventava imbarazzante.

—Sai dove ti trovi?

—Nelle foreste del Bahr-el-Abiad. E che vuol dir ciò?

—Sai che vi sono dei ribelli nascosti in questi dintorni?

Fathma sorrise sdegnosamente e mostrandogli un pugnaletto che teneva infisso nella sua râhad (cintura) dorata:

—Non ho paura, gli disse con fierezza.

—Ti potrebbero rapire.

—E che male ci sarebbe? Rapirebbero una povera almea.

—Ma io piangerei la tua perdita, disse l'arabo con iscoppio appassionato.

—I grandi occhi di Fathma si dilatarono e le sue labbra s'apersero ad un sorriso indefinibile. Ella si avvicinò vieppiù all'arabo, tanto che l'ardente suo alito gli sfiorò il volto. Abd-el-Kerim tese le braccia innanzi come per afferrarla, ma si frenò e senza volerlo fece un passo indietro.

—Ah! diss'ella, quasi ironicamente, ti dorrebbe il non vedermi più?

—Sì, Fathma, te lo giuro!…. Proverei del dolore e più di quello che tu credi!…

—E perchè? chiese l'almea freddamente.

—L'arabo ammutolì e la sua fronte s'abbuiò. Non seppe cosa rispondere.

—Che t'importa se io avessi a scomparire? continuò Fathma. E poi, credi tu che io rimanga sempre in Hossanieh? Mi libro come l'aquila e mi poso or qua or là a seconda che mi spinge o il capriccio o la follìa.

—Ma tu non puoi lasciare così Hossanieh, dopo esserti fatta vedere.

—E chi me lo impedirebbe?…

—Fathma!… Fathma! esclamò Abd-el-Kerim. Tu sei bella, più bella di
El….

L'imprudente rattenne a tempo il nome di Elenka che stava per uscirgli dalle labbra. L'almea aggrottò la fronte e le sue mani si contrassero, chiudendosi: un lampo cupo balenò nei suoi occhi, un vero lampo d'ira.

—Di chi?… chiese ella vivamente. Di chi?…

—Di tutte le donne che io vidi in vita mia, si affrettò a soggiungere l'arabo. Sì, tu sei bella Fathma, e tanto bella che mi riesce impossibile cancellarti dal mio cuore, tanto bella che ne sono affascinato.

—Follie, amico mio, follie.

—Fathma, ti giuro su Allàh che tu mi hai toccato il cuore, continuò Abd-el-Kerim con crescente passione. Io ti ho veduta e mi sono sentito scuotere tutte le fibre dell'anima; ti ho sostenuta fra le mie braccia, e ho sentito il sangue accendersi nelle mie vene. Ovunque volga lo sguardo non vedo che i tuoi occhi più fulgidi delle stelle e il tuo volto più bello delle urì del paradiso del Profeta; ovunque tenda l'orecchio non odo che la tua voce incantevole, quella che udii laggiù, a Machmudiech, la prima volta che ebbi la fortuna d'incontrarti! Fathma, tu sei bella, tu sei sublime e io ti amo!… ti amo!… sono tuo schiavo!…

Abd-el-Kerim era caduto in ginocchio e la guardava con due occhi che mandavano fiamme. Un urlo strozzato, furioso, partito fra gli alberi, lo fece saltar in piedi. Un freddo sudore gli bagnò la fronte.

—Chi è la? domandò egli con voce rotta. Fathma che aveva ascoltata la confessione dell'arabo senza battere ciglio, nell'udire quell'urlo erasi voltata come una iena, col pugnale in mano.

—Chi ci spia? chiese ella rivolgendosi all'arabo.

—L'ignoro, rispose Abd-el-Kerim, armando la carabina.

Fra i cespugli si operò un movimento brusco, un corpo nerastro si slanciò dai rami di un gran tamarindo e cadde in mezzo alle erbe allontanandosi con rapidità fulminea. Abd-el-Kerim fece fuoco.

Nessun grido tenne dietro alla rumorosa detonazione della carabina; l'arabo fece atto di slanciarsi dietro a colui che fuggiva, ma Fathma lo arrestò.

—Era una scimmia, diss'ella. Non ne vale la pena.

—Mi parve un uomo; una scimmia non avrebbe gettato quel grido.

—Tanto peggio per lui. Io l'ho veduto cadere e a quest'ora sarà morto o sul punto di morire, disse l'almea con voce calma.

—Posso andare ad assicurarmi.

—Farai meglio a continuare la tua via.

—Fathma!….

—Ti comprendo tu vorresti ripetermi quella parola che cento altri prima di te mi ripeterono. Quella parola per me è morta; non ci credo più.

—Oh! non dire questo, Fathma! Ti amo, ti amo, ti amo e per te darei tutto il mio sangue. Mettimi alla prova: vuoi tu che ti porti la pelle di cento leoni? Non avrai che a comandarmelo e io, Abd-el-Kerim, te le porterò!

L'almea lo guardò con più dolcezza; un sospiro sollevò il suo seno.

—Ah! diss'ella con voce cupa. Sarebbe vero che tu avessi proprio ad amarmi? Sarebbe vero che tu parlassi col cuore? Anche un altro uomo un giorno mi ripetè le tue parole e poi le disperse e infranse i centomila giuramenti pronunciati ai miei piedi! Non credo più.

—Chi? Chi?… domandò Abd-el-Kerim, che si sentì mordere il cuore della gelosia, Chi è quest'uomo? Parla, Fathma, parla!

L'almea chinò il capo sul petto, poi rialzandolo bruscamente e prendendo una mano dell'arabo:

—Sai tu, innanzi a tutto, chi io sia?

—Chi ha sollevato fino ad ora il velo che ti copre? Molti ti conobbero, ma nessuno sa chi tu sei, qual fu il tuo passato nè in qual paese tu sei nata. Vi sono delle tenebre attorno a te.

—E tenebre fitte, disse Fathma, sospirando. Sono araba, se tu nol sai, e un dì fui la favorita di un uomo che oggi è più possente del re che ci governa, di un uomo che ha seco migliaia d'armati, forti e coraggiosi, che nessuno sarà capace di vincerli; nè gli infedeli che bombardarono Alessandria e che vinsero Araby pascià, nè l'esercito che conducono Hicks e Aladin.

—Favorita!… Favorita!… urlò Abd-el-Kerim, dando indietro con ispavento.

Le labbra di Fathma s'incresparono ad un amaro sorriso.

—E chi credi tu che sia un'almea? chiese ella.

—Hai ragione, perdonami, balbettò l'arabo. E quest'uomo chi è?

—Contro chi, Dhafar pascià conduce i suoi uomini?

—Contro il ribelle Mohammed Ahmed.

Fathma tese il braccio verso occidente con gesto altero.

—Chi impera laggiù nel Kordofan?

—Il Mahdi. E che vuoi concludere?

Guardami in faccia! Io fui la favorita del Mahdi!….

Abd-el-Kerim si nascose la faccia fra le mani e cacciò fuori un urlo strozzato.

—Non è vero, non è vero! ripetè egli. Non è possibile!

—Perchè? Il Mahdi non può dunque amare come gli altri mortali?

—Io l'odio quest'uomo, lo esecro!

—Hai torto Abd-el-Kerim. Quest'uomo che tu esecri è il vendicatore degli Arabi che languono sotto il giogo e la sferza dei Turchi ed infedeli.

—Ma come tu l'hai abbandonato? Come tu sei qui? Qual capriccio ti spinse a lasciare El-Obeid per venire in queste terre?

—L'amore, rispose Fathma con aria tetra.

—Ah! tu hai amato un altra uomo adunque? chiese l'arabo.

—Sì, un uomo bello e prode come te, che mi giurò eterno amore e che mi trasse sulle rive del Bahr-el-Abiad per poi abbandonarmi.

—Ma io lo odio questo tuo secondo amante e più ancora del Mahdi. Io ho sete del mio sangue nè tornerò tranquillo fino a che non l'avrò ucciso. Voglio vendicarti!

—È inutile, mio eroico amico. Egli cadde morto l'anno scorso nella battaglia di Kadir, pugnando contro Yussif pascià. Il Profeta mi vendicò.

—Ed ora?… chiese Abd-el-Kerim con angoscia.

—Sono libera come l'aquila che vola negli spazi del cielo.

—Tu puoi adunque accogliere nel tuo cuore un nuovo amore, una passione grande, gigantesca, che non si spegnerà che colla morte. Ah! se tu lo volessi Fathma!

—Non tentarmi, vattene Abd-el-Kerim, non mi scorderò mai di te… basta!

Ella volse altrove la faccia e fece qualche passo. L'arabo l'afferrò per le mani e la rattenne violentemente.

—No, Fathma, no. Ti amo, sono tuo schiavo, fa di me quello che tu vuoi, ma non respingermi, non parlare così.

L'arabo cadde per la seconda alle sue ginocchia.

Una fiamma umida passò sugli occhi dell'almea,

—È proprio vero adunque che tu mi ami? chiese ella, quasi con ferocia.

—Sì, ti amo, ti adoro.

—Giuralo su Allàh!

—Lo giuro su Allàh, sul Profeta e sul Corano.

—Vattene ora, ma guardati bene da me, Abd-el-Kerim! Se venissi a sapere che tu ami un'altra donna, se avessi una rivale guai a te e guai a lei! Vi infrangerei entrambi come due lastre di vetro!

Raccolse i lembi della farda, s'avvolse il corpo e si allontanò lentamente con calma maestosa. L'arabo le si slanciò dietro per seguirla.

—Sola venni e sola ritorno, diss'ella arrestandolo con un gesto,
Vattene: io te lo comando, io lo voglio!

Abd-el-Kerim chinò il capo e si cacciò sotto gli alberi. Fathma rimase lì a guardare il luogo ove era scomparso, poi si ripose in cammino colle labbre strette ma la fronte spianata e gli occhi che brillavano d'un raggio di gioia.

—È bello, prode, ardente, mormorò ella. Il Mahdi non mi rivedrà più mai!

Costeggiò lo stagno e si inoltrò sotto le grandi vôlte verdi formate dalle palme deleb, dai tamarindi e dalle acacie gommifere, guardando a destra e a manca e con una mano sull'impugnatura del pugnale. Dieci minuti dopo, nel mentre che il sole si nascondeva dietro le foreste e che gli uccelli e le scimmie cominciavano a tacersi guadagnando i loro nidi o i loro covi, giunse su di un sentiero. Ella si fermò incerta nello scorgere un uomo appoggiato ad una carabina in attitudine sospetta. Impallidì leggermente nel riconoscere in quell'individuo il greco Notis.

Volle tornare indietro ma il greco che pareva si fosse appostato lì appositamente per aspettarla, non gliene lasciò il tempo. Egli si fece lentamente innanzi con un sorriso ironico sulle labbra e senza preamboli disse:

—A noi due Fathma!

—Che vuoi dire? chiese ella seccamente.

—Mi riconosci?

—Se non m'inganno tu sei quello che seguiva Abd-el-Kerim da
Machmudiech a Hossanieh.

—Sono il greco Notis.

—Tanto peggio per te, io odio gl'infedeli e più di tutto i Greci.

—Non monta, disse Notis freddamente. Che avete detto all'arabo poco fa, che scorsi inginocchiato dinanzi a voi?

—Ah! fe' Fathma con mal celata collera. Sei stato tu a gettare quel grido?

—Potrebbe darsi. E che, ti sorprende?

—Io disprezzo gli uomini che si nascondono per spiare.

—Ira di Dio!…. gridò il greco.

Si scambiarono uno sguardo provocante. Il greco cedette dinanzi agli occhi scintillanti dell'almea che schizzavano fuoco.

—Sai chi era quell'uomo che ti giurava eterno amore? chiese egli, affettando la massima calma.

—So che si chiama Abd-el-Kerim il prode, e ciò mi basta.

—Ti dirò allora che quell'uomo è promesso a una donna, che questa donna, che trovasi presentemente a Chartum, si chiama Elenka, e che Elenka è mia sorella!

—Tu menti! esclamò l'almea, saltando innanzi come una leonessa ferita.

—Te lo giuro, Fathma. Abd-el-Kerim, quando era di guarnigione a Chartum s'innamorò di mia sorella e chiese la sua mano. Appena finita la campagna contro il Mahdi egli la sposerà ed io diverrò suo cognato.

—Tu menti! Tu menti! ripetè l'almea con maggior forza. Quale scopo hai per inventare simili calunnie?

—Quello d'aprirti gli occhi, di conservare lo sposo a mia sorella e di offrirti la mia mano poichè ti amo Fathma, e immensamente.

L'almea fece un gesto di disprezzo, gli volse le spalle per allontanarsi, ma il greco non era un uomo da scoraggiarsi, nè da lasciarsi sfuggire così facilmente la preda che con tanta impazienza aveva atteso. Gli si mise dinanzi risoluto a impedirglielo, all'uopo di usare la forza.

—Odimi, Fathma, diss'egli. Ho giurato di farti mia, dovessi perdere ambe le braccia e anche le gambe, dovessi venire ucciso. Tu sei bella e mi hai affascinato; tu sei povera e io son ricco; tu sei maomettana e io sono greco ma mi farò, se vuoi, maomettano. Perchè non vuoi esser mia?

—Perchè amo di già un altro uomo.

—Ma tu non puoi prestar fede ad Abd-el-Kerim; ti tradirà, ti schianterà il cuore e più presto di quello che tu abbi a crederlo. Bada a me, che lo conosco a fondo quell'arabo; è un miserabile, è di più un vile!

Una fiamma di sdegno e di collera salì in volto all'almea; tese le mani chiuse verso il greco con gesto minaccioso.

—Taci! Taci, insensato! esclamò ella con violenza. Abd-el-Kerim è un eroe.

—Sì, eroe, perchè ebbe la fortuna di abbattere un povero leone, disse Notis con ironia. Bella prodezza in fede mia!…. Fathma, è ora di finirla. Abbiamo parlato anche troppo, senza nulla concludere.

—Ma che vuoi infine?

—Voglio portarti con me, lontano da questo campo e farti mia, lo capisci Fathma, farti mia a dispetto di Abd-el-Kerim. Verrai tu?

—Giammai! esclamo l'almea con forza.

—Ira di Dio! Dimmi il perchè? disse Notis furibondo.

—Perchè ti odio e ti disprezzo. Vattene!….

Il greco lanciò una bestemmia ed alzò le mani come per abbracciarla.
L'almea fece un salto indietro, ponendo la dritta sul pugnale.

—Non toccarmi, maledetto! gli disse con voce sibilante per l'ira.

—Guarda, Fathma, noi siamo soli, la foresta non ha abitante alcuno, e io sono risoluto a farti mia. Non opporre resistenza veruna, se vuoi che non diventi feroce come una iena.

Egli si slanciò addosso all'almea che tornò ad indietreggiare traendo il pugnale. I suoi occhi si ingrandirono stranamente e il volto prese una espressione di indomita fierezza.

—Non toccarmi! gli disse cupamente. Se tu muovi un passo verso di me, ti assassino!

Il greco si mise a sogghignare, ma non s'avanzò nè toccò le sue armi. Egli girò lo sguardo attorno, tese per alcuni istanti l'orecchio, poi accostò le mani alle labbra e mandò un acuto fischio. Un fischio eguale vi rispose quasi subito.

—A noi due, ora, Fathma, disse poi. Per quanto tu sii forte e per quanta resistenza opporrai, Takir ti porterà via.

—Vigliacco!

—Io ti amo e voglio farti mia,

—Miserabile, io ti abborro!

—E io ti amo. Avanti Takir!

L'almea faceva un salto da invidiare un leone e tentò fuggire, ma un negro di statura colossale, l'ordinanza di Notis, sbucando improvvisamente dai cespugli vicini, le sbarrò la via. Ella gettò un urlo di rabbia e indietreggiò fino al tronco di un palmizio col pugnale alzato.

—Addosso Takir, gridò il greco, facendosi innanzi colla scimitarra in mano.

Il nubiano s'aggrappò all'estremità d'un ramo di tamarindo, si sollevò in aria con una spinta e venne a cadere addosso a Fathma prima che questa avesse tempo di evitarlo. Egli l'afferrò fra le vigorose braccia alzandola da terra.

—Sta cheta, mugghiò egli stringendola così fortemente da farle crocchiar le ossa.

—Aiuto! a me Abd-el-Kerim! urlò la povera almea, dibattendosi disperatamente.

Ella cacciò il pugnale in un braccio del negro che si coprì tosto di sangue, ma Notis le afferrò i polsi e glieli torse tanto da farle abbandonar l'arma. I due uomini si misero a trascinarla verso il folto della foresta.

L'almea gettò un secondo grido, un grido di furore e di dolore.

—Lasciatemi maledetti! Aiuto! Aiuto!

Si udì un calpestio precipitato, un fragor di sciabole e uno scricchiolio di rami furiosamente schiantati. Abd-el-Kerim rosso d'ira, con una frusta nella dritta e una pistola nella sinistra, apparve, e dietro a lui Hassarn e l'intera compagnia dei basci-bozuk. Egli si scagliò in un lampo sui due assalitori.

—Miserabile! ruggì egli, sferrando Notis in faccia.

Il nubiano fu lesto a sparire sotto gli alberi, ma il greco si volse, caricando l'arabo colla scimitarra in pugno. Hassarn ebbe appena il tempo di arrestargli il braccio.

—Ah! esclamò Notis, con indefinibile accento d'odio. Sei qui traditore!

Cercò una seconda volta di gettarsi sul rivale, ma il turco lo disarmò e lo respinse violentemente, puntandogli una pistola sul petto.

—Se tu ti muovi, gli disse minacciosamente Hassarn, sei morto.

—Tutti contro di me, codardi! gridò Notis fuori di se.

—Basto io solo per punire un vigliacco tuo pari, disse l'arabo con disprezzo. Notis, qui uno dei due vi lascierà le ossa.

Fathma, che si era subito rizzata in piedi s'avvicinò ad Abd-el-Kerim.

—Grazie mio prode amico, le disse con voce commossa.

—Fathma, mormoro l'arabo non meno commosso, ringrazia Allàh che mi fece giungere in tempo per salvarti. Ma quell'uomo là, non ti oltraggierà più mai, poichè fra pochi minuti io l'ucciderò.

—Uccidi tuo cognato, disse Notis sogghignando.

—Taci!…

—Ed Elenka mi vendicherà, quando sarà diventata tua moglie.

—Non bestemmiare per Allàh! Se v'era un filo io l'ho spezzato e per sempre.

—Fathma, guardati da quest'uomo che tradì mia sorella.

L'arabo strinse i pugni. L'almea lo prese per le mani e volgendosi verso Hassarn e l'intera compagnia dei basci-bozuk.

—Io dò a quest'uomo la mia mano, il mio sangue e la mia vita! diss'ella.

Abd-el-Kerim la strinse fra le braccia e stettero così abbracciati per qualche minuto durante il quale Notis continuò a sogghignare, poi si separarono.

—Fathma, disse l'arabo. Va con questi soldati che ti accompagneranno alla tua dimora. Io e Hassarn qui restiamo a giuocare la nostra vita contro quella di quel vigliacco. Prega Allàh e il Profeta per noi.

L'almea non tremò nè diede alcun indizio che dimostrasse timore. S'avvolse nella sua farda con gesto maestoso e s'allontanò seguita dai basci-bozuk.

L'arabo la seguì cogli occhi, poi quando sparve in mezzo agli alberi si volse contro Notis, che digrignava i denti sotto la pistola d'Hassarn.

—E ora, diss'egli con calma forzata, sono con te Notis. L'uno o l'altro vi lascierà la vita. Tu più che mio nemico sei mio rivale e ciò basta.

Hai dimenticata Elenka adunque?

—L'ho dimenticata.

—E per Fathma, per una spregevole almea!

—Sì, per un'almea.

—A noi due, adunque. Bada, Abd-el-Kerim, che non ti risparmierò!

Hassarn a un cenno dell'arabo abbassò la pistola ed andò ad appostarsi a sei passi di distanza: i due rivali impugnarono la scimitarra.

CAPITOLO VI.—Il duello.

La notte era oscura, essendo la luna e le stelle nascoste da una nera fascia di densi nuvoloni, tuttavia vi si vedeva abbastanza per cacciarsi dieci pollici di lama attraverso il corpo. Notis, cui un'ira feroce animava in unione alla gelosia e ad una smania terribile di vendicarsi dell'affronto subito dinanzi agli occhi di Fathma, fu il primo a mettersi in guardia, dopo di aver provato l'elasticità della sua scimitarra. Abd-el-Kerim, quantunque gli ripugnasse il battersi col fratello di colei che aveva tanto amato prima di aver veduto l'almea, non tardò a mettersi di fronte a lui, colla calma propria degli orientali.

—Abd-el-Kerim, disse Notis, sforzandosi di parer tranquillo. Raccomanda la tua anima ad Allàh, poichè non uscirai vivo da questa foresta e manda un ultimo addio alla tua nuova amante, che non rivedrai mai più.

—Non annoiarmi inutilmente, disse l'arabo freddo freddo. Se ti ricordi qualche preghiera, spicciati a dirla, poichè io non ti risparmierò.

—Ho raccomandato l'anima al diavolo mio patrono e ciò basta. Orsù, guardati, che il fratello della tua Elenka incomincia.

L'arabo lo guardò cupamente.

—In guardia, Notis, diss'egli. Una donna non sta più fra noi!

Quasi nel medesimo istante le due scimitarre s'incrociarono con uno stridore rapido e duro. I due avversari, tasteggiatisi un po', dopo di avere tentato di far passare reciprocamente i loro ferri per arrivare alle carni, si ritrassero di qualche passo, riponendosi in guardia.

Hassarn incrociò le braccia sul petto e il duello cominciò furiosamente.

Notis, più impetuoso e meno padrone di sè, fu il primo ad attaccare, moltiplicando gli assalti, portandosi ora a dritta e ora a sinistra, turbinando come un lupo attorno alla preda, e avventando tremendi colpi sul capo dell'arabo che li parava senza muoversi di una linea. Per cinque minuti continuò ad assalire, tentando, ma invano, di far saltare di mano la scimitarra ad Abd-el-Kerim, poi, visto che non c'era mezzo di riuscirvi nè di far abbassare quell'arma che copriva l'avversario come uno scudo, tornò a sostare.

—Ah! esclamò egli sogghignando. Tu sei una rupe adunque, incrollabile anche fra i più impetuosi attacchi.

—Può darsi, rispose l'arabo che si teneva in guardia.

—Aspetta un po' che provi una botta che mi fu insegnata ad Atene. Se il fratello d'Elenka non ti spacca il cuore, proverò un colpo maestro che mi fu insegnato dal tuo compatriota Dhafar.

—Non nominarmi Elenka, disse Abd-el-Kerim con ira.

—Ah! fè' Notis, ridendo diabolicamente. T'inquieta tanto questo nome?

—A che nominarmela? Credi tu di turbarmi l'anima e d'approfittarne per cacciarmi il tuo ferro in mezzo al petto? Se è così, sei più vile e più miserabile di quello che ti credeva. Ti disprezzo.

Il greco impallidì e il suo volto si sconvolse ferocemente.

—Ira di Dio! esclamò egli, facendo un passo indietro e alzando la scimitarra. Vuoi proprio che ti strappi il cuore colle mani? Sta attento, Abd-el-Kerim!

S'abbassò bruscamente rimpicciolendosi, quasi aggomitolandosi su sè stesso e allungò il braccio presentando la scimitarra che lo minacciava una superficie stretta e corta riparata ancora dalla distanza. L'arabo, dinanzi a quella manovra per lui nuova, s'arrestò esitando.

Di repente il greco si raddrizzò assaltando furiosamente e spingendo violentemente la scimitarra di punta. Abd-el-Kerim cercò di parare la botta, ma non fu in tempo e riportò una scalfittura al braccio sinistro; la bianca manica che lo copriva si tinse di rosso. Notis emise un grande scroscio di risa.

—E una diss'egli. Fra dieci minuti l'amante di Fathma sarà senza braccia. Sta attento mio caro arabo, che ricomincio.

Abd-el-Kerim non diede segno alcuno di dolore nè di spavento. Egli s'avventò addosso al greco colla rapidità d'un lampo, incalzandolo vigorosamente, stringendolo tanto che l'avversario fu forzato a rompere e a fare un passo indietro.

Tre volte Notis cercò di abbassarsi per ricominciare il giuoco, ma l'arabo gli era sempre addosso, impedendoglielo. Al quarto tentativo fu ferito alla faccia.

—Ah! esclamò il greco tergendosi colla mano sinistra il sangue che colavagli abbondantemente. La è così? Aspetta un po' canaglia.

Spiccò un salto di dieci piedi o si riaggomitolò cercando di strisciare fra le gambe di Abd-el-Kerim che gli correva addosso, ma il colpo di punta fu deviato dalla scimitarra che l'avversario stringeva con polso di ferro. Tornò a indietreggiare dinanzi a quei crescenti attacchi, dirigendosi verso lo stagno.

—Indietro! indietro! gridava l'arabo, che s'infiammava. Giù nello stagno.

In capo a cinque minuti Notis erasi ridotto proprio sulla riva dell'acqua; non gli restavano che due risorse. O lasciarsi ammazzare o gettarsi a testa bassa contro l'arabo.

—Arrenditi, gli disse Abd-el-Kerim.

La faccia del greco s'alterò e il sorriso beffardo che incoronava le sue labbra disparve. Tentò con un colpo disperato di disarmare l'avversario avventandogli una gran botta a mezza scimitarra. Ebbe per risposta una nuova puntata che gli lacerò la manica sfiorandogli la pelle.

Non vi era più nulla da tentare. La sua mano era stanca, si difendeva più lentamente e per quanto studio vi mettesse per non lasciarsi sopraffare e disarmare, sentiva la scimitarra che talvolta minacciava sfuggirgli di mano. Emise un ruggito furioso.

—Ira di Dio! tuonò egli. Che non riesca ad attraversare il cuore di questo vigliacco?

Cercò di portarsi a dritta e poi a manca, ma si trovava dinanzi sempre alla scimitarra dell'arabo che miravalo al petto. Fece un ultimo passo indietro e sentì i capelli rizzarglisi sul capo nel trovarsi proprio sul margine dello stagno. Una nube di fuoco gli passò dinanzi agli occhi. Si vide perduto, ma non chiese grazia.

Si difese per altri cinque minuti, poi gettò un urlo terribile e portò le mani sul petto, abbandonando la scimitarra. Abd-el-Kerim avevalo colpito sul fianco sinistro, nella direzione del cuore.

Stralunò gli occhi, spiccò un salto gigantesco e piombò in mezzo alle larghe foglie di loto che galleggiavano sulle acque dello stagno. Fu visto dibattersi per alcuni istanti, poi scomparire.

Abd-el-Kerim si chinò sulla riva, ma l'oscurità era così profonda, accresciuta anche dagli alberi che stendevano i loro rami al disopra delle acque, che non vide più nulla. Hassarn fu lesto ad avvicinarglisi.

—Si vede? chiese questi.

—No, rispose con voce sorda l'arabo.

—L'hai ucciso sul colpo?

—L'ignoro. Mi parve che la scimitarra incontrasse qualche costola.

—Che il diavolo lo accolga nel suo inferno.

—Taci, Hassarn, disse Abd-el-Kerim con emozione. Mi pare di aver commesso un assassinio.

—Bah! fe' il turco alzando le spalle. Un rivale di meno.

—Era il fratello di Elenka.

—Che importa, dal momento che tu hai spezzato il nodo che ti univa ad Elenka? Ora sei libero di far tua Fathma senza che Notis abbia a disputartela e che abbia ad invocare l'amore che tu avevi per sua sorella. Buona notte ai morti e buona fortuna ai vivi.

—Scendiamo nello stagno, Hassarn. Forse non l'ho ucciso sul colpo e respira ancora.

—Se tu non gli hai attraversato il cuore, a questa ora si è annegato. Lasciamolo lì e ritorniamo all'accampamento dove Fathma li aspetta con viva impazienza. Allàh penserà al morto.

L'arabo approvò con un cenno del capo, ma non si mosse. Cercò di scendere nello stagno ma l'acqua pareva profonda e l'oscurità non permetteva di vedere dove si appoggiavano i piedi. Egli dovette in breve convincersi che era impossibile pescare il corpo di Notis, nascosto fra il loto e fra i canneti.

—Infine l'ha voluto, mormorò egli sospirando. Povera Elenka, che dirà mai quando gli si narrerà che suo fratello è stato ucciso e che l'uccisore fui io, il suo amante. Ah! sento come un rimorso!

—E Fathma? Hai dimenticato così presto quella adorabile creatura?

—Hai ragione, Hassarn. Ho giurato di dare la mia vita a Fathma e
Fathma l'avrà! Vieni, Hassarn questo bosco mi fa paura.

Il turco raccolse la carabina, passò un braccio sotto quello del compagno e tutti e due, a lenti passi s'allontanarono.

Erano appena scomparsi dietro gli alberi, che le grandi foglie di loto dello stagno si sollevarono silenziosamente e la faccia di Notis apparve. I suoi occhi, animati da una tremenda collera, si fissarono, sul luogo appena lasciato dall'arabo e dal turco, nè si staccarono per un bel pezzo.

Ah! tu mi credi morto, diss'egli, cacciando fuori le pugna con gesto minaccioso.

«Tu credevi che fosse così facile ammazzare un greco della mia tempra che s'era giurato d'infrangerti come una canna e che s'era giurato di conquistare il cuore d'una bella donna, qual'è Fathma. Ti mostrerò io ora, quanto sei imprudente a non cacciarmi due dita di ferro di più in petto. Uscirò vivo di qui e guarirò presto e allora a me la vendetta. Ho da vendicare Elenka e la frustata che tu mi hai dato in volto e di più ho da far mia quell'almea che tanto mi abborre. Ti schianterò il cuore in modo tale che non abbia a guarire mai più!…

Tese l'orecchio: non si udiva che il riso smodato delle iene che vagavano sulle rive del Nilo cercando cadaveri e il sibilo del vento che scuoteva i rami dei tamarindi e le foglie delle palme. Egli sorrise stranamente.

Si sbarazzò delle foglie di loto che lo circondavano lacerando i gambi che si appiccicavano al suo corpo e s'avanzò verso la riva tasteggiando prudentemente il fondo limaccioso dello stagno. In pochi minuti guadagnò il pendìo, e si issò, senza rumore, fino a che si trovò completamente fuori dell'acqua.

Un acuto dolore che provò al fianco sinistro l'arrestò. Si stracciò la casacca a mise allo scoperto la ferita infertagli da Abd-el-Kerim, esaminandola attentamente.

La scimitarra eragli penetrata sotto la quinta costola, dopo di aver urtata la quarta ed aveva lacerato le carni per una lunghezza di sette od otto centimetri, ma senza che avesse toccato alcuna parte delicata. Capì subito che la ferita era dolorosa ma niente affatto mortale e respirò.

—Credeva che m'avesse ferito più pericolosamente, mormorò egli. Tanto meglio per me e tanto peggio pel mio rivale. Sta cheto, Abd-el-Kerim, che questo duello ti costerà caro, oh sì, assai caro! E ora, fingiamo di essere morto per tutti eccettuati Elenka e il mio fedele Takir. A proposito dove si è cacciato il nubiano? Non è possibile supporre che egli si sia allontanato nel mentre che io mi battevo.

Accostò le mani alle labbra e imitò il riso sgangherato della iena, che ripetè per tre volte. Pochi minuti dopo udì l'urlo lamentevole del sciacallo che si ripetè pure tre volte.

—Bene, il nubiano è qui, disse Notis, sforzandosi a sorridere.
Aspettiamo.

I cespugli si mossero di lì a poco e la atletica figura di Takir si mostrò. Egli accorse subito accanto a Notis, gettando un vero grido di gioia.

—Ah! padrone, vi credeva morto con una scimitarra attraverso il petto, diss'egli. Per qual fortuna quel dannato d'Abd-el-Kerim vi risparmiò?

—Mi risparmiò! esclamò Notis con furore. Il maledetto non è così generoso da risparmiare un rivale par mio che è per di più il fratello di Elenka. Guarda qui che mi fece.

Egli s'apri la camicia e gli mostrò la ferita che sanguinava abbondantemente.

—Vi ha ferito mortalmente?

—No, per buona ventura, disse Notis. Ho qui poi in faccia il segno lasciatomi dalla sua frusta e una scalfittura al disotto dell'occhio che mi rammenteranno sempre del traditore Abd-el-Kerim.

—Ma come siete stato risparmiato adunque?

—Gettandomi nello stagno e fingendomi morto.

—Sicchè vi credono…

—All'inferno, interruppe, Notis ironicamente. Tanto meglio, se mi credono bello e morto. Avrò agio di vendicarmi più facilmente.

—Voi nutrite, adunque, la speranza di restituire quel colpo di scimitarra?

—Non solo, ma di far mia Fathma, disse con aria feroce il greco. Ora che lei mi aborre, sento d'amarla ancor più, e tanto che senza Fathma mi sarebbe impossibile il vivere. Mi comprendi tu, Takir?

—Perfettamente, padrone, rispose il nubiano, ed io vi aiuterò, poichè…

—Zitto Takir. Afferrami fra le tue braccia e portami.

—Dove? Al campo forse?

—I morti non ritornano più fra i vivi, è giusto adunque che io non ricomparisca al campo. Non conosci tu qualche luogo deserto dove possiamo ricoverarci senz'essere veduti?

—Sulla cima delle colline che si estendono al settentrione d'Ossanieh, mi ricordo di aver veduto una bella caverna che potrebbe servirci di abitazione, e che è abbastanza vicina al campo, disse il nubiano.

—Andremo ad abitarla, Takir, e poi penseremo alla vendetta. Orsù, prendimi fra le tue braccia e portami. Io sono debole per ora.

Il nubiano lo prese, se lo gettò in ispalla e partì correndo colla stessa facilità come se portasse un fanciullo. Attraversò come un'antilope la foresta e sbucò nella pianura senza rallentare un solo istante la corsa. Notis gli guizzò fra le braccia mandando una orribile bestemmia.

—Guarda laggiù, diss'egli, mugolando come una belva. Guarda, Takir, guarda.

Il nubiano vide due persone che salivano le colline sabbiose a meno di quattrocento passi di distanza. Riconobbe subito chi erano.

—Quello là col cofatan bianco è Hassarn, disse. L'altro col fez è l'arabo Abd-el-Kerim: io li conosco tutti e due.

—Sì, sono i due maledetti. Essi si dirigono al campo dove li aspetta
Fathma.

—Calma, padrone, che verrà il dì che l'almea aspetterà voi.

—Puoi star sicuro che verrà quel giorno e mi aspetterà allora in ginocchio. Se tu potessi ammazzarne almeno uno con un colpo di carabina!

—È pericoloso, padrone. Ho il braccio dritto ferito e mi trema, e di più la notte è troppo oscura per mandare una palla a buon segno. Pazientate, li piglieremo entrambi e fra non molto, ve lo giuro.

—Cammina, adunque, e più presto che puoi. Bisogna che tu ti rechi al campo e che mi porti tutto il denaro che trovasi nella mia tenda. Potrebbe darsi che mi occorresse per prezzolare qualche arabo poco scrupoloso.

Il nubiano riprese la corsa, tenendosi dietro le colline sabbiose per non essere scorto dall'arabo e dal turco. Era mezzanotte passata, quando giunse in vista dei primi tugul d'Hossanieh dinanzi ai quali bivaccavano, al chiaro di numerosi fuochi, alcune compagnie di basci-bozuk e di negri d'Etiopia.

Si riposò alcuni istanti, poi s'internò tra i campi di durah e giunse ai piedi di alcune colline aridissime: esitò un momento, poi s'arrampicò su pei dirupati fianchi di una delle più alte, aggrappandosi agli sterpi e ai crepacci e raggiunse quasi la vetta, dove s'arrestò dinanzi a una gran caverna.

—Ci siamo, diss'egli, deponendo il greco a terra.

—È qui che noi pianteremo il nostro nido?

—Sì, padrone, e da questa cima si domina Hossanieh e il campo. Ci sarà facile vedere chi entra e chi esce.

—Sta bene, accendi qualche pezzo di legno per vedere dove si va. Ho paura che abbiamo a incontrare parecchi serpenti.

Il nubiano accese un pezzo di torcia resinosa e tutti e due entrarono con precauzione. Ben presto si trovarono in un ampio stanzone, la cui vòlta era sostenuta da parecchie colonne trasparenti che riflettevano magnificamente la luce. Le pareti, scavate bizzarramente, erano umidiccie ma il terreno, eccettuato un angolo dove raccoglievansi gli scoli che formavano un fossatello, era asciutto e cosparso di una sabbia bianchiccia in mezzo alla quale brillavano pezzi di salgemma. Il nubiano, ammazzati tutti gli scorpioni grigi che l'abitavano, i cui morsi sono pericolosissimi, s'accinse a correre al campo, prima che la notizia della morte di Notis si spargesse e che il pascià Dhafar s'impadronisse di tuttociò che conteneva la tenda.

—Alto là, disse Notis, che seduto su di un macigno si fasciava la ferita. Se tu vai laggiù, non dimenticare d'informarti dove sia Fathma e come vadano le faccende.

Il nubiano sorrise mostrando i candidi denti e scese in fretta la collina correndo verso il campo. Notis, che aveva finito di fasciare la ferita, uscì e andò a sedersi sul limitare della caverna, guardando attentamente il villaggio d'Hossanieh e le tende del piccolo esercito egiziano.

—Essi sono là, dìss'egli con gioia feroce, tutti e due là, a portata della mia mano, a portata della mia vendetta. Parlatevi di felicità, di amori, di immense gioie, ma io schianterò il cuore di entrambi, e in modo che non abbiate a guarire più mai. Non si conosce fino a qual punto sappia odiare il greco Notis.

«Non ho forze ora, m'è impossibile assalirvi di fronte poichè io sono morto, ma troverò io i mezzi per colpirvi e farvi cadere l'uno nelle mani di Elenka e l'altra nelle mie. Io sarò il leone e mia sorella la iena! Oh! allora…

Egli interruppe bruscamente il monologo e si drizzò come spinto da una molla. Al chiaror di un raggio lunare che cadeva sul campo, aveva scorto un mahari dal mantello nero lasciare la tenda dell'arabo Abd-el-Kerim e dirigersi a rapidi passi verso gli avamposti.

Guardando con maggiore attenzione, vide sul dorso dell'animale un uomo avvolto in un gran taub bianco. Impallidì e le sue mani cercarono un'arma.

—Dio mi punisca, se quell'uomo là non è lo Amr, lo schiavo d'Hassarn.
Dove può mai recarsi, che lascia il campo a quest'ora?

Notis rimase un istante indeciso, poi si levò e ritornò in furia alla grotta, dalla quale uscì armato della carabina di Takir. Una cupa fiamma brillava nei suoi occhi e il suo volto tradiva un feroce proponimento.

Quantunque le ferite lo tormentassero crudelmente dopo mille sforzi che gli costarono cento bestemmie e cento lamenti dolorosi, scese la erta collina e guadagnò la pianura cosparsa qua e là di intristiti alfèh e di pochi tamarischi. Egli strisciò silenziosamente fino a raggiungere un misero tugul diroccato, una capannuccia di paglia di forma conica. Si nascose lì dietro colla carabina armata e gli occhi fissi sullo schiavo d'Hassarn che si avvicinava rapidamente, aizzando con un fischio, il mahari.

—Bisogna che sappia ciò che quell'uomo porta, mormorò Notis. Con un colpo di carabina gli farò scoppiare la testa come fosse una zucca.

Alcuni minuti dopo il mahari giungeva a centocinquanta passi dal tugul. Amr continuava a fischiare tranquillamente, senza darsi la pena di guardarsi d'attorno, più che sicuro che il luogo era deserto.

Notis credette giunto il momento opportuno per mandarlo nel paradiso di Maometto. Puntò la carabina, mirò per qualche tempo con mano ferma, poi premette il grilletto.

La detonazione non era ancor finita che Amr precipitava di sella, contorcendosi disperatamente fra le erbe.

—All'armi! s'udirono gridare le sentinelle dell'accampamento.

Notis non si sgomentò. Raggiunse l'agonizzante che emetteva rantoli strazianti, cercando di sollevarsi, e l'atterrò spezzandogli la testa col calcio della carabina.

—Sta cheto, disse l'assassino, sogghignando.

Si curvò sul poveretto che non dava più segno di vita, e lo frugò ben bene rovesciandogli tutte le saccoccie. Trovò una lettera accuratamente suggellata che s'affrettò a leggere, valendosi del chiaro di luna, Ecco il contenuto:

«Elenka,

«Non pensate più a me. Il nodo che univa i nostri cuori si è spezzato per sempre sotto il destino e i voleri del Profeta. Non indagate le cause che mi spinsero a lasciarvi, nè cercate di raggiungermi che ormai ogni altro nodo è impossibile. Che Allàh vi conservi e il Profeta vi protegga.

ABD-EL-KERIM

Il greco, nel leggerla, vacillò come fosse stato côlto da improvviso malore. Una bestemmia gli uscì dalle labbra contratte.

—Ira di Dio! tuonò egli, tenendo il pugno chiuso verso il campo d'Hossanieh. Che i fulmini del cielo m'inceneriscano, se io non vendicherò mia sorella e poi me. Sta bene, Abd-el-Kerim, a noi due ora!…

CAPITOLO VII.—Fit-Debbeud.

Spuntava l'alba quando il greco, dopo di aver nascosto fra le alte erbe il povero Amr e il mahari che aveva sventrato con una coltellata, giungeva alla grotta.

Una collera senza limiti alterava il suo volto già per sè stesso abbastanza truce e una smania terribile, una sete di vendetta ardevagli in petto. Egli comprendeva ormai che tutto era terminato e che le speranze che Abd-el-Kerim avesse finito per ravvedersi e ritornare ad Elenka, erano troncate, come pure comprendeva che Fathma per lui era definitivamente perduta a meno di un miracolo o di un tradimento.

—Ah! esclamò egli coi denti stretti, lasciandosi cadere su di un macigno e prendendosi la testa fra le mani, È proprio vero che quel traditore di Abd-el-Kerim l'ha definitivamente rotta con mia sorella Elenka? Eppure mi pareva innamorato alla follia; eppure aveva giurato di farla sua e giurato non su Allah, ma sul Corano. Traditore e spergiuro adunque, quest'arabo del demonio!… Maledetta Fathma, sei stata la causa di tutte le mie disgrazie!

«Ma Notis è forte e tremendo nelle sue ire e nelle sue vendette, e per quanto io ami quell'almea, mi vendicherò, ma ben terribilmente. Va, Fathma, abbandonati nelle braccia di quello spergiuro che ingannò mia sorella; disprezzami fin che vuoi, ma io ti schianterò il cuore, oh sì, te lo schianterò. Se non fosse un barlume di speranza che ancor mi trattiene, la speranza che Abd-el-Kerim abbia a tornare ai piedi di Elenka, lo assassinerei questo mio rivale!

Egli si assise dinanzi l'apertura della grotta spiando attentamente il campo egiziano per rendersi conto di quanto succedeva.

Di quando in quando uscivano lunghe file di egiziani carichi dei loro sansemieh di pelle di capra che andavano a empire ai pozzi d'Hossanieh e dietro a loro schiere di asini coi boricchieri che trottavano ai loro fianchi emettendo il lamentevole loro haaahh per animarli, squadroni di basci-bozuk che si esercitavano a manovrare sui terreni malagevoli e compagnie di soldati che marciavano in qua e in là formando di spesso i quadrati, come se si trattasse di sostenere una canea di arabi Abu-Rof.

Mille rumori venivano dal campo in mezzo ai quali risuonava la stridula voce degli acquaiuoli che gridavano incessantemente, moja! moja! (acqua! acqua!) e quella nasale dei muezzin.

D'improvviso Notis si levò in piedi come spinto da una molla, emettendo una bestemmia.

Aveva visto un ufficiale uscire dal campo e dirigersi verso Hossanieh e precisamente verso la casupola di Fathma.

—Ah! esclamò con indefinibile accento d'odio. Sei tu Abd-el-Kerim! Va a trovarla pure quell'altera almea, ma ti giuro che la vedrai per l'ultima volta. Cadrai nelle mie mani e quando ti avrò spezzato il cuore ti getterò in quelle dell'antica tua fidanzata, in quelle di mia sorella Elenka. Ira di Dio! Ti farà uscire il sangue a goccia a goccia, se tu non ti piegherai dinanzi a lei. So quanto sia vendicativa mia sorella che ha nelle vene puro sangue greco.

Egli si tacque nello scorgere il nubiano che montato su di un mahari carico d'oggetti, galoppava furiosamente verso la collina. Sorrise di gioia e si stropicciò le mani mormorando più volte:

—A me ora la vendetta.

Takir in pochissimo tempo giunse ai piedi della collina e salì subito alla grotta carico di viveri, di coperte e di talleri.

—Avete udito, poco fa, un colpo di fucile sparato qui vicino? chiese il nubiano, gettando a terra tutta quella roba.

—Non inquietarti Takir, disse Notis. L'ho sparato io contro uno schiavo di Hassarn.

—Avete ammazzato Amr? L'ho veduto un'ora fa uscire dalla tenda dell'arabo.

—Gli ho fatto scoppiare la testa e poi l'ho seppellito. Ma lasciamo lì i morti e parliamo dei vivi, ora. Che notizie rechi dal campo?

—Novità eccellenti, padrone.

—Fathma, trovasi ancora nella sua casupola?

—Trovasi sempre là.

—Come mai Abd-el-Kerim commette simili imprudenze?

—Non so di chi dovrebbe aver paura, ora che vi crede morto.

—Hai ragione, Takir, disse Notis sorridendo. Credo che questa mia morte abbia a giovarmi assai per condurre a buon fine i miei progetti. Tira innanzi, negro mio.

—Ho veduto l'arabo recarsi alla casupola ed entrare.

—L'ho scorto pure io. Parlami d'Hassarn, quel maledetto turco che odio quasi al pari di Abd-el-Kerim. Che fa egli?

—Per quanto lo cercassi non potei vederlo ma suppongo che si trovasse nella tenda di Dhafar pascià.

—Sia bene, ora faremo i nostri piani per colpirli proprio in mezzo al cuore tutti quanti.

Stette un momento silenzioso immergendosi in tristi pensieri, poi, fattosi versare un bicchiere di bilbel, specie di birra fatta con maiz e dòkòn, di sapore dolcigno, e tracannatala, s'alzò, piantandosi dinanzi al nubiano.

—Takir, disse con voce grave. Se tu fosti nei miei panni che faresti?

—Assassinerei tutti e tre quei miserabili, rispose il negro senza esitare.

—Sarebbe una vendetta troppo dolce, eppoi, bisogna che serbi Fathma per me ed Abd-el-Kerim per mia sorella.

—Allora che fare? È una gran disgrazia che vi siate innamorato di quell'altera almea.

—Taci, Takir; io l'amo alla follia, l'amo furiosamente. È tanto bella e tanto giovane che sarebbe un peccato farla morire. Ma non credere che l'ami solamente, no, ira di Dio! L'amo tremendamente, ma nel medesimo tempo l'odio ferocemente.

—E dunque che volete fare?

—Innanzi a tutto bisogna che abbia in mano uno dei due, meglio se avrò prima Abd-el-Kerim.

—Abd-el-Kerim! esclamò Takir sorpreso. E per che farne?

—Una volta in mia mano penseremo a strappargli quella passione che ha per Fathma e a gettarlo nelle braccia di mia sorella. Coi tormenti a tutto si riesce.

—Si capisce che volete tormentarlo per bene.

—Sì, e terribilmente. Odimi ora, Takir.

Tornò a sedersi, vuotò la fiaschetta del bilbel, e facendo cenno al nubiano di avvicinarglisi:

—Tu comprendi, che senza aiuti sarà difficilissimo se non impossibile, d'impadronirsi di Abd-el-Kerim. Conosci tu qualche hossanieh poco scrupoloso che si possa comperare con un bel pugno d'oro?

—So che alle ruine di El-Garch sta accampato lo sceicco Fit Debbeud con un seguito abbastanza numeroso. Questo beduino, che io conosco a fondo, per un bel gruzzolo d'oro potrebbe mettersi ai vostri servigi. È un uomo forte, coraggioso, capace di pugnalare cento uomini senza commuoversi.

È quello che io cercava, Takir. Tu ti recherai nelle foreste e gli parlerai, poi monterai sul tuo mahari e trotterai verso Chartum. Ho bisogno assoluto di mia sorella Elenka per vincere Abd-el-Kerim.

—Oh! fe' il nubiano, Elenka qui, al campo?

—Sicuro, la condurrai a Hossanieh ed ella non indugierà a venire quando tu le avrai raccontato come stanno qui le cose. Orsù, mettiti in cammino e recati a parlare con Fit Debbeud.

E voi?

—Io verrò con mio comodo, quando tu avrai spianata la via e messo al corrente di tutto lo sceicco.

Il nubiano riprese gli oggetti che aveva deposti a terra e tornò a partire. Notis, dopo d'averlo visto a correr come un'antilope, verso le foreste, esaminò la sua ferita, vi sovrappose un cataplasma di erbe medicinali e si sedette dinanzi a un vaso ripieno di ebrèk, cibo assai appetitoso e rinfrescante composto di durah ridotto in pasta sottile e un po' agro per meglio conservarsi.

Finito il pasto che inaffiò con un abbondante sorso di merissak, sorta di birra inebriante fatta con durah fermentato, e fumato un sigaretto, discese la collina e salì sul mahari di Takir, spingendolo a lento passo verso le foreste che chiudevano, all'est, l'orizzonte.

Alle tre dopo il mezzodì giunse ai primi alberi e incontrò il nubiano che veniva in cerca di lui, accompagnato da un beduino avvolto in un gran taub, armato d'una lunga harba (lancia) e munito di una daraga, grande scudo di legno coperto di pelle di elefante.

—Tutto va bene, gli disse Takir. Lo sceicco Fit Debbeud è a secco di talleri e purchè voi riempiate le sue tasche vi ammazzerà dieci volte Abd-el-Kerim. Siate prudente, col danaro, so non volete venire assassinato sulla porta della tenda.

—Non temere, Tahir; rispose Notis. So cosa è il beduino.

—Allora in marcia e che Allàh ci protegga.

S'internarono tutti e tre sotto la foresta seguendo un sentiero ombreggiato da magnifici tamarindi e giunsero, dopo una mezz'ora, dinanzi a una gran spianata cosparsa di colonne infrante, d'arcate cadenti ornate di mille ghirigori in mezzo ai quali spiccava l'ibis religiosa degli antichi nubiani e seminata da grandi sfingi, di statue colossali semi-coperte dalle piante arrampicanti e da ammassi di rottami.

—In mezzo a quelle ruine, chiamate d'El-Gareh, s'alzavano otto tende d'un color bruno sporco a striscie gialle, alte appena da potersi tenere in piedi, ma vastissime, sostenute da pali piantati irregolarmente, e gli orli rovesciati all'insù, di maniera che l'aria vi potesse circolare liberamente.

Dispersi qua e là, fra una mandria di mahari e di cammelle, alcuni seduti e altri sdraiati sui tappeti laceri, se ne stavano due dozzine di beduini avvolti nei loro mantelli bianchi forniti di cappuccio infioccato, occupati a fumare pacificamente nei loro scibouk o nei loro narghilek. Essi inviarono al greco un saluto e si recarono a baciargli la mano a lo condussero nella tenda del loro capo, che era più elevata e più vasta delle altre.

Nel mezzo di essa, Notis scorse, sdraiato indolentemente su di un mucchio di tappeti di kiki di tessuto di pelo di cammello, Fit Debbeud, il capo o meglio lo sceicco della piccola banda beduina.

Era questi un uomo sui trent'anni, di mezzana statura ma di forme vigorose ed elastiche. La sua pelle, di color pan bigio, portava numerose cicatrici bianche ricevute in diverse battaglie; aveva naso acquilino, labbra sottili, zigomi poco salienti, occhi neri, tetri, che brillavano stranamente e una barba arruffata, ancora più nera, che dava alla sua faccia un'aria cupa, selvaggia, poco rassicurante. Il suo costume componevasi di un paio di calzoncini corti fino al ginocchio, attillati in modo di mostrare il rilievo dei muscoli, di un taub, sorta di mantello orlato di rosso, d'una cintura di cuoio nella quale eranvi passate una lunga sciabola, specie di jatagan coll'elsa di ferro in forma di croce, alcuni pistoloni a pietra, un sacchetto di marocchino rosso pieno di preziosi amuleti e una corona di chicchi di vetro giallo de' Mussulmani. Sul capo portava una calotta rossa, una specie di fez turco.

Appena vide Notis, s'alzò, senza troppo scomporsi, e secondo l'usanza gli baciò la mano dicendogli colla più squisita cortesia:

Salem alek (la pace sia teco) frase sacramentale la cui abitudine risale a più secoli.

Allàh ybarèk fik: (Dio ti benedica) rispose Notis non meno cortesemente.

Sceicco e greco si guardarono per alcuni istanti in silenzio, con reciproca curiosità, poi il primo fece cenno al secondo di accomodarsi su di un tappeto, il migliore che si trovasse nella tenda.

Quasi subito entrò uno schiavo portando un vecchio vassoio di lamiera di ferro, su cui stavano numerose tazze coll'orlo rotto, fesse, abbominevoli, vecchie chi sa da quanti anni e comperate chi sa mai in quale bazar di Cairo, di Costantinopoli o forse anche di Bagdad. Ve n'erano di tutte le grandezze e di tutte le forme; di porcellana europea, di finta porcellana chinese, di ferro o di argilla, un campionario infine di quanto di triviale e orrendo, si fabbricano in tutto il mondo. Un bricco indescrivibile, di piombo, tutto sformato e coperto d'ammaccature, conteneva il caffè mescolato con un'abbondante porzione d'ambra grigia.

La bevanda confortante e veramente eccellente fu sorseggiata nel più profondo silenzio, dopo di che lo sceicco, acceso automaticamente il suo annerito scibouk e aspirate alcune boccate di fumo odoroso, si volse verso Notis dicendogli sempre colla più squisita cortesia:

—E ora, mio caro amico, sono a tua disposizione.

—Sai di che si tratta? chiese Notis.

—Takir tutto mi disse.

—Sei tanto coraggioso da imprendere questa guerra contro
Abd-el-Kerim.

—Odimi, amico, disse lo sceicco con orgoglio. Un giorno dodici Egiziani mi assalirono e io li ammazzai dal primo all'ultimo portando le loro teste al mio marabuto che le mostrò all'intera tribù; un altro giorno sorpresi una famiglia di Arabi miei nemici, addormentata nel deserto. Strappai a loro gli occhi, tagliai le orecchie, il naso, le gambe e le braccia e frastagliai minutamente, col mio jatagan, i corpi dei loro bambini. Sono coraggioso e feroce!

—Troppo feroce per ammazzare degli inoffensivi ragazzi.

—È il costume delle nostre tribù sì del Sahara che del Mar Rosso.

—Ti senti, adunque, capace di affrontare il mio rivale.

—Se tu vuoi che io cacci il mio jatagan fra le spalle di quell'arabo e tronchi d'un sol colpo la vita, io la troncherò. Vuoi che io lo passi da parte a parte colla mia hàrba? Io lo trapasserò e poi gli caverò gli occhi, gli taglierò il naso, le gambe e le braccia. Vuoi che io rapisca la tua bella che si mostra verso di te tanto ritrosa? Io la rapirò per quanti urli e per quanto mi maledica. Allàh, da qualche tempo non mi manda carovane da depredare ed io e la mia banda siamo a secco di talleri: paga come un sceicco che nuota nell'argento e io e i miei uomini siamo ai tuoi comandi.

Notis estrasse dalla saccoccia una grassa borsa di talleri di Maria
Teresa, e la gettò allo sceicco che la prese al volo.

—Questo per cominciare, disse.

—Ne hai molte con te di queste borse? chiese il beduino, i cui occhi s'accesero di cupidigia.

—No, disse il greco.

—Dove troverai gli altri talleri?

—Al campo egiziano.

—Sta bene, me li darai quando me li meriterò. Parla ora.

—Bisogna che noi ci impadroniamo del mio rivale.

—Dove trovasi quel cane d'arabo?

—In mezzo all'accampamento d'Hossanieh.

—Hum! fe' lo sceicco, crollando il capo. Sarà affar serio andarlo a prendere laggiù, ma Fit Debbeud ha nel suo sacco mille astuzie. Bisognerà con qualche pretesto farlo uscire dal campo e poi saltargli addosso.

—Lo so, ma non sarà tanto facile.

Il beduino s'accarezzò la barba con compiacenza.

—Bah! esclamò egli sorridendo. Dove trovasi, innanzi a tutto, la sua amante? Assieme a lui o separata?

—Lui trovasi al campo e lei in un tugul d'Hossanieh.

—All'ora l'arabo è nostro. Dal campo al villaggio vi corrono più di mille passi e sono bastanti per portar via il tuo rivale prima che gli Egiziani possano accorrere in suo aiuto e inseguirci.

—Ma come lo farai uscire dal campo? Senza un forte motivo non oltrepasserà di notte la linea degli avamposti. Tu sai che hanno paura dei ribelli che si crede che ronzino per la pianura.

—Sta a sentire, padron mio, disse lo sceicco riaccendendo il suo seibouk. Questa sera mando uno dei miei uomini alla tenda del tuo rivale, anzi ci andrò io in persona, e lo avviso che la sua amante lo desidera. L'innamorato, che m'immagino sarà cotto, mi crederà e uscirà senz'altro dal campo. Tu comprendi il resto; i miei beduini saranno imboscati dietro a qualche macchia, gli piomberanno addosso, lo atterreranno e lo porteranno via. Quando gli Egiziani accorreranno, noi saremo assai lontani.

Notis stese la mano al bandito che gliela strinse vigorosamente.

—Se tu riesci nell'impresa, disse, ti darò tanti talleri da comperare cento fucili e una mandria numerosissima di cammelle.

—Lascia fare a me.

—Takir, gridò il greco.

Il nubiano, che fumava sul limitare della tenda fu pronto ad accorrere alla chiamata del padrone.

—È ora che tu ti metti in viaggio per Chartum, disse Notis. Dirai a mia sorella Elenka come stanno qui le cose e la incaricherai d'ottenere dal governatore il mio congedo assoluto, poichè bisogna che io sia libero per lottare col mio rivale e vincerlo. Le dirai altresì che si faccia firmare, dallo stesso, una lettera che obblighi Dhafar pascià a condurre Abd-el-Kerim nel basso Sudan, dovesse trascinarvelo colla forza.

—Perchè? Non vi capisco.

—L'ignoro io pure, il perchè, ma potrebbe darsi che questa lettera mi tornasse utilissima. Va, Takir, e ritorna presto con Elenka. Mia sorella è abbastanza ricca e potente per ottenere dal governatore quello che vuole.

Il nubiano girò sui talloni e s'allontanò. Poco dopo si udì il sonaglio del suo mahari che indicava che erasi già messo in viaggio.

—E ora che facciamo? chiese Notis allo sceicco.

—Il sole è ancora alto per dirigerci al campo e io ho una fame da lupo. Pranzeremo allegramente.

Fece distendere dinanzi un tappeto nuovissimo e gettò un leggiero fischio. Un beduino entrò portando sulle spalle, appeso ad una pertica, un agnello intero arrostito e lo depose su di una specie di sporta piatta di foglie di palma.

—Bismillah! (in nome di Dio) disse Fit Debbeud, frase abituale che pronunziano sia per cominciare a mangiare, sia per scannare o torturare il loro nemico.

Lo sceicco divise l'agnello colle dita, essendo sconosciuta la forchetta presso i beduini, tagliò la pelle brunastra, lucida e croccante, in lunghe striscie e servì Notis, che le assalì vigorosamente inaffiandole con latte di cammella fermentato nella pelle di una capra, che sapeva orribilmente di muschio. Lo sceicco, ogni qualvolta che il greco accostava la tazza alle labbra non mancava mai di dire: saa (alla salute) alla quale frase rispondeva Notis: Allàh y selmek (Dio ti salvi).

Dopo la prima portata, un altro beduino recò un gran vaso di terra, una specie di garahs, vecchio di cent'anni, nel quale trovavasi un pasticcio di riso nuotante in una salsa giallognola, pepata in modo orribile, con un miscuglio di datteri secchi pestati e di albicocche. Seguì l'hamis, composto di pezzetti di carne di pollo e di montone fatti dapprima cuocere in istufato con burro e di poi bagnati con acqua calda e conditi con pepe in gran quantità, sale, datteri e cipolle fatte bollire fino a ridurle a completo discioglimento. Il pasto finì col kus-kussu, o cibo nazionale, preparato con pallottoline di farina piccole come pallini da caccia, condite con una salsa piccante e con una sorsata di bilbel.

In quel frattempo densi nuvoloni s'erano accavallati nella profondità del cielo e un vento caldissimo s'era messo a soffiare, scuotendo fortemente le cime degli alberi e piegando le tende. L'oscurità cominciava a farsi rapidamente e prometteva di essere tanto fitta da non poterci vedere a due passi di distanza.

Notis ne fece parola allo sceicco, che finito il pasto, s'era rovesciato sui tappeti, fumando flemmaticamente.

—Tanto meglio, rispose il beduino. L'uragano favorirà la spedizione, e le tenebre proteggeranno la nostra ritirata. Credo anzi che sarà ora di metterci in cammino, e di andar a raccontare all'arabo che la sua bella ha fatto un colpo.

—Non vi è pericolo che tu, recandoti al campo, abbia a venire scoperto?

—Nessuno mi conosce, eppoi, a uno sceicco è permesso di andare dove gli pare e piace senza render conto a chicchessia. Non aver timore che io possa venire preso da quella gente vigliacca. E avutolo in nostre mani, dove lo nasconderemo questo rivale?

—A pochi passi da qui vi è un corridoio che mette capo ad una spelonca orribile, umida quanto mai. Ve lo caccieremo dentro e ve lo rinchiuderemo per bene.

Lo sceicco s'alzò, si gettò a bandoliera il suo lungo moschetto a pietra, imbracciò il suo scudo di pelle di elefante e uscì assieme al greco. I beduini s'erano raccolti di già attorno ai mahari, in completo arnese di guerra; ad un suo cenno si posero in sella.

Una parola ancora, prima di separarci, disse lo sceicco. Se il tuo rivale mi chiedesse chi m'incaricò di rapirlo, che devo rispondergli?

—Rimarrai muto come una tomba. Le vendette circuite dal mistero sono le più spaventevoli.

—Sta bene, che Allàh ti guardi!

—Che Allàh t'aiuti, rispose Notis,

Lo sceicco salì sul mahari e diede il segnale della partenza. La banda partì alla carriera in direzione d'Hossanieh.

CAPITOLO VIII.—Il prigioniero.

Dal sud soffiava un vento impetuosissimo, caldo come se uscisse da un forno acceso, il quale curvava e scuoteva fortemente le palme isolate e le piantagioni di durah e sollevava colonne di fine sabbia che s'innalzavano roteando e correndo per la pianura fino a spezzarsi contro le colline o contro i tugul di Hossanieh. Tratto tratto un lampo abbagliante livido, tremulo, rompeva la fitta tenebrosità, seguito poco dopo da un lungo e lontano stridio, paragonabile al rumore che fa un carico di lamine di latta trascinato a corsa per le vie.

I beduini, col taub tirato in sulla bocca per non avere le fauci riempite dalla sabbia, e l'jatagan e le hàrbas (lancie) in mano, per essere pronti a diffendersi, caso mai venissero assaliti, marciando nel più profondo silenzio, in capo ad un'ora giunsero a un duecento passi d'Hossanieh, dove fecero alto fra due colline abbastanza elevate per nasconderli.

Fit Debbeud fece legare i mahari in cerchio obbligandoli a inginocchiarsi, pose due uomini di guardia accanto ad essi, e col rimanente della banda si spinse fino nei dintorni del campo egiziano e precisamente dietro ad un macchione d'acacie gommifere, dove potevansi imboscare e saltare addosso ad Abd-el-Kerim appena che fosse vicino.

—Silenzio, disse lo sceicco, chiamando attorno a sè i suoi uomini, e state ad ascoltare quanto vi dico. Io mi reco al campo egiziano, poichè occorre un uomo astuto e coraggioso per tentare l'impresa e saperla condurre a buon fine senza destare sospetti. Vado a prendere l'arabo, lo conduco fuori del campo e mi dirigo da questa parte; al primo fischio che io mando, tutti adosso e poi via di trotto verso i mahari, Ricordatevi che qui si giuoca la pelle.

—Sta bene, risposero in coro i banditi.

—E gli Egiziani? chiese uno di essi. Sono distanti appena ottocento passi.

Fit Debbeud alzò le spalle e un sorriso sprezzante sfiorò le sue labbra.

—Gli Egiziani non si muoveranno, ve lo dico io, diss'egli. Urleranno come cani, ma non ardiranno inseguire Fit Debbeud e i suoi beduini.

Si sbarazzò del coftan e dell'archibuso, armò le pistole che si passò nella cintola, si assicurò se l'jatagan scorreva nella guaina e marciò dritto verso gli avamposti egiziani che bivaccavano al chiarore dei fuochi a gran pena tenuti accesi.

—Chi va là? gridò una sentinella prendendolo di mira.

—Getta abbasso il tuo fucile che mi reco dal tenente Abd-el-Kerim, rispose il bandito. Anzi conducimi alla sua tenda se non vuoi che Dhafar pascià ti faccia accarezzare le spalle col corbach (staffile di pelle d'ippopotamo).

Ad un fischio della sentinella un soldato accorse e il bandito fu fatto entrare nel campo e accompagnato verso la tenda dell'arabo.

—Se tu sai, Abd-el-Kerim, trovasi solo nella sua tenda? chiese
Debbeud al soldato che lo precedeva.

—Credo che sia col capitano Hassarn.

—Chi è questo capitano?

—L'amico del tenente Abd-el-Kerim.

Il bandito aggrottò la fronte o fece un gesto dispettoso.

La faccenda comincia a diventare imbrogliata, mormorò egli. Se questo Hassarn seguisse l'amico? B'Allai! (Perdio!) Sarà difficile rapirli tutti e due e poi, per che farne dell'altro? Se ci secca gli passeremo una scimitarra attraverso il corpo e lo manderemo diritto in paradiso a tener compagnia al Profeta.

Fermati, disse il soldato, arrestandosi dinanzi ad una tenda.

—Spicciati, rispose il bandito. Digli che io vengo da Hossanieh e che mi manda una bella donna che si chiama… alto là, amico mio.

Il soldato entrò nella tenda e poco dopo uscì.

Il tenente ti aspetta, entra, gli disse.

—È solo?

—No, col capitano Hassarn.

Lo sceicco cacciò fuori una bestemmia, ma non si smarrì. Colla testa alta e colle mani sui calci delle pistole si fece innanzi e si fermò dinanzi all'arabo che stava sdraiato su di un tappeto, vicino ad Hassarn. I tre uomini si esaminarono con curiosità e quasi con diffidenza.

—Tu hai detto di venire da Hossanieh, non è vero? chiese
Abd-el-Kerim.

—Sì, e mi mandò una donna che tu conosci, rispose Debbeud, sbirciando di traverso i due uomini.

Abd-el-Kerim si scosse e s'alzò come spinto da una molla.

—Chi è quella donna? chiese egli, avvicinandoglisi.

—Credo che si chiami Fathma.

—Ed essa ti mandò da me? È impossibile!

Fit Debbeud, quantunque fosse coraggioso, fremette, e si guardò indietro per essere pronto a prendere il largo.

—Cosa ci trovi di strano? chiese egli, esitando.

—Fathma ha degli schiavi a sua disposizione.

—Si vede che ha preferito mandar me, ecco tutto.

—E sai che vuole da me? Corre forse qualche pericolo? domandò l'arabo con ansietà.

—L'ignoro, rispose Debbeud. Credo però che farai bene a venire subito a Hossanieh. Mi pareva assai agitata.

Abd-el-Kerim guardò Hassarn che non staccava gli occhi dal volto dello sceicco.

—Che ne dici, Hassarn? gli chiese.

—Non so quale pericolo possa correre Fathma, ora che Notis è morto, tuttavia si può andare a vedere ciò che desidera. Chi sa!

Abd-el-Kerim cinse la scimitarra e si pose in capo il fez. Hassarn lo fermò nel momento che stava per seguire il bandito.

—Abd-el-Kerim, gli disse sottovoce. Sta in guardia.

—Che temi? Ho la mia scimitarra e questo sceicco mi pare che non sia un uomo capace di arrischiare la sua vita contro di me.

—Può darsi; ad ogni modo ti terrò d'occhio fino alla casupola.

Debbeud e l'arabo uscirono. Faceva sempre oscuro assai e il vento soffiava con maggior violenza facendo ondeggiare le tende degli accampati e atterrandone più d'una; in cielo correvano densi nuvoloni che s'accavallavano confusamente e il tuono rullava in lontananza.

Fit Debbeud precedette l'arabo fino agli avamposti, poi gli si collocò a fianco colla dritta sull'impugnatura dell'jatagan.

—Soffia il simum, dissegli poco dopo.

—Lo sento, rispose Abd-el-Kerim distrattamente.

—Credo che faremo bene a tenerci sotto le colline per non inghiottire una porzione di sabbia e per non diventare ciechi.

—Come vuoi.

Un lampo rischiarò la pianura e sotto la macchia dove si tenevano imboscati i beduini, brillarono delle armi. Abd-el-Kerim si fermò.

—Chi si tiene sotto quel macchione? diss'egli.

—Alcuni basci-bozuk, rispose Fit Debbeud. Gli ho veduti poco fa quando passava accanto a quel gruppo di acacie.

—Sei sicuro di non esserti ingannato? Si dice che alla notte alcuni ribelli vengono a ronzare attorno al campo.

—Ho parlato con loro e m'inviarono la buona notte. Non hai nulla a temere, tenente. Allunghiamo il passo.

Erano giunti a pochi passi dalla macchia. Fit Debbeud si mise a zuffolare un'aria dongolese; d'un tratto passò dietro all'arabo e l'afferrò per le braccia tentando con una brusca scossa di rovesciarlo.

Abd-el-Kerim, che per l'avvertimento d'Hassarn tenevasi in guardia, fu pronto, con una vigorosa strappata, a liberarsi e a fare un salto indietro.

—Ah! traditore! esclamò egli, sguainando la scimitarra.

Lo sceicco lo caricò furiosamente coll'jatagan, spiccando salti da leone, girandogli vertiginosamente attorno per colpirlo alle spalle. Vibrò tre o quattro colpi che furono ribattuti, ricevendo anzi una scalfittura in una spalla.

—A me, beduini! gridò egli, digrignando i denti come una iena.

La banda saltò fuori, correndo addosso all'arabo e circondandolo.

—Aiuto, Hassarn, urlò Abd-el-Kerim, cercando respingere gli assalitori.

Tre o quattro fucilate scoppiarono verso il campo e s'udirono le sentinelle gridare l'allarme. Una seconda scarica mandò a gambe levate due beduini.

Non vi era da perdere un solo istante; un forte drappello di Egiziani si avanzava a passo di corsa colle baionette in canna e alcuni basci-bozuk bardavano in furia i cavalli. Fit Debbeud si scagliò fra le gambe dell'arabo che gli cadde sopra lasciandosi sfuggire di mano la scimitarra.

—Afferratelo! afferratelo! esclamò il bandito trattenendolo per la cintola.

Abd-el-Kerim tentò con uno sforzo disperato di risollevarsi, ma uno dei beduini lo fece ricadere assestandogli sul capo un terribile colpo col calcio dell'archibuso. In un batter d'occhio fu legato solidamente e trascinato via, nel mentre che una terza scarica di fucili partiva dal campo gettando a terra un altro bandito.

I beduini, preceduti da Fit Debbeud attraversarono come un uragano la pianura, si gettarono in mezzo alle colline e in men che lo si narri giunsero ai loro mahari. Fit Debbeud salì in sella coll'arabo, che stordito dalla percossa non opponeva la più debole resistenza e diede subito il segnale della partenza.

I venti mahari eccitati dalla voce e dalle sferzate partirono celeramente dirigendosi verso le foreste del Bahr-el-Abiad, lontane una diecina di miglia. Alcuni basci-bozuk si diedero a inseguirli mandando alte grida e agitando freneticamente le loro lancie, ma alcune archibusate li misero in fuga.

—Bravi, ragazzi! esclamò Fit Debbeud. Sferzate! Sferzate!

Le tenebre ed il vento che continuava a sollevare cortine di sabbia, favorirono la ritirata che si effettuava colla rapidità prodigiosa. Le sferzate e gli ich! ich! pronunciati in furia mettevano le ali ai mahari che divoravano la via.

Fit Debbeud, nel mentre che galoppavano in gruppo serrato, si chinò su
Abd-el-Kerim che teneva stretto fra le braccia e lo toccò in volto
colla punta del suo jatagan, facendogli uscire una goccia di sangue.
L'arabo aprì gli occhi e lo guardò fissamente.

—Bravo arabo, disse lo sceicco sorridendo. Si vede che tu sei di buona razza, formato tutto di ferro di buona tempra. Mi conosci tu?

—Aspetto che tu mi dica chi sei, rispose Abd-el-Kerim freddamente.

—Mi chiamo Fit Debbeud, ma nel Dongola mi si conosce meglio per la
Jena del Sudan. È probabile che tu oda questi nomi per la prima volta.

—Mi vanto di non aver mai udito questi nomi che puzzano da bandito a una giornata di cammino.

—Come sai tu che io sono un bandito? Sono lo sceicco di questi beduini.

—Per venire al campo, assalirmi a tradimento e portarmi via non bisogna essere che briganti o figli di quel cane di Mahdi. Queste piastre vuoi pel mio riscatto?

—Si vede che hai dello spirito, cane di un arabo. Voglio vedere se ne avrai altrettanto quando porrò sulla tua bruna pelle certe bestioline.

—Quale scopo hai per rapirmi? chiese sprezzantemente Abd-el-Kerim.

—Fra poco lo saprai, rispose lo sceicco.

Chiuse la bocca al prigioniero con un pugno che gli fe' sanguinare i denti, poi rizzandosi sulla gobba del mahari gridò:

—Dritti alle ruine d'El-Garch, ragazzi miei.

La banda era allora giunta sul limitare delle grandi foreste del Bahr-el-Abiad, i cui alberi si curvavano con mille scricchiolii e con mille gemiti sotto i soffi del simun.

Fit Debbeud spinse il suo mahari sul sentieruzzo stretto e tortuoso e s'arrestò dinanzi a El Garch, le cui ruine si alzavano come fantasmi fra la profonda oscurità.

—Alto là! comandò egli, volgendosi verso la sua banda.

Fece inginocchiare il mahari con un semplice: khh! khh! sospirato, si gettò sulle spalle Abd-el-Kerim e dopo averlo avvolto strettamente nel suo taub lo consegnò ai suoi satelliti.

—Lo condurrete nel sotterraneo, gli disse. Se oppone resistenza torcetegli i polsi fino a snodarli.

Entrò nella sua tenda dove il greco sonnecchiava fra un monte di tappeti. Con un fischio lo fece saltare in piedi.

—Eccomi tornato, mio padrone.

—Ah! esclamò Notis, sei qui finalmente? Come andarono le cose?

—Il colpo è riuscito pienamente, rispose Fit Debbeud. Ho perduto tre uomini ma tu me li pagherai con sei cammelle.

—È in tua mano adunque? Mille tuoni!…

—Sì e senza essere stato avariato dagl'jatagan.

—Ah! cane d'un rivale! gridò il greco con gioia feroce. Se non vi fosse Elenka di mezzo, vorrei farti, sotto questa tenda e in mia presenza, uscire tutto il sangue che hai in corpo.

—Se vuoi che glielo faccia uscir io mi divertirò immensamente.

—No, non lo posso per mia disgrazia. Morrebbe, e a me interessa che non muoia.

—Si potrà fargliene uscire mezzo, incalzò lo sceicco.

—Odimi prima, disse il greco con voce collerica. Un dì, quell'uomo fu il fidanzato di mia sorella, e l'amò furiosamente e ne fu contraccambiato, poi vide Fathma, si dimenticò della prima per amare la seconda.

—Ciò vuol dire essere spergiuri e traditori, ragione di più per farlo morire lentamente e fra i più atroci tormenti.

—E mia sorella?… Elenka lo ama, e forse più di prima.

—La faccenda diventa imbarazzante. E che vuoi fare adunque?

—Fra due o tre giorni Elenka sarà qui e bisogna che prima del suo arrivo schiacci o meglio svelga dal cuore dell'arabo l'amore che ha per Fathma.

—Non trovo altro mezzo che quello di strappargli addirittura il cuore, disse tranquillamente il bandito.

—Ti ripeto che non deve morire.

—Aspetta un momento. E se io mi spacciassi per un amante di Fathma?

—Ebbene?

—Lascia pensare a me o tu vedrai che gli farò perdere ogni speranza di rivedere Fathma e gli farò comparire Elenka come una salvatrice. Il Profeta stesso non potrebbe fare di più.

—Se vi riesci compero da te Fathma a peso di talleri.

—Non chiedo di più. Ora andiamo a trovare il mio rivale e poniamo in opera i nostri progetti.

Lo sceicco s'inumidì le labbra con una tazza di merissak, accese un ramo d'albero resinoso, uscì dalla tenda e guadagnò l'entrata di un corridoio che aprivasi sotto una specie di piramide smussata e che si sprofondava tortuosamente sotto terra.

Vi entrò camminando con precauzione fra rottami d'ogni sorta e s'arrestò, pochi minuti, dopo dinanzi ad una porticina ferrata e bassa. Tese l'orecchio: al di fuori s'udiva brontolare il tuono e ruggire il vento sotto le grandi foreste e nel sotterraneo s'udivano le bestemmie e i lamenti del prigioniero. Un satanico sorriso apparve sulle labbra dello sceicco.

—Il mio prigioniero si trova a disagio nel sotterraneo, mormorò egli beffardamente. Lo faremo diventare idrofobo.

Aprì la porticina ed entrò in una specie di cantina umidissima e tanto fredda da gelare le membra. In un canto scorse subito Abd-el-Kerim, addossato alla parete, coi pugni chiusi, la faccia contratta dalla collera e dal dolore e gli occhi fuori dalle orbite che schizzavano fiamme. Fit Debbeud emise un grande scroscio di risa che l'eco ripetè più volte.

—Che fate, giovanotto mio? chiese egli, sghignazzando.

L'arabo scattò in piedi come una belva e lo guardò torvamente.

—Miserabile! urlò con voce strozzata, facendoglisi addosso colle braccia tese.

Lo sceicco trasse flemmaticamente un pistolone e puntandolo verso di lui, disse duramente:

—Se tu alzi una mano verso di me, ti faccio scoppiar la testa.

—Sei un brigante! urlò l'arabo furibondo.

—Si vede che tu conosci bene gli uomini. Non ti sei ingannato qualificandomi per un bandito.

Abd-el-Kerim lo guardò sorpreso.

—Ma che vuoi fare di me? Perchè mi hai rapito? Che ti ho fatto io per cacciarmi in quest'inferno? Chi te l'ordinò? Chiese con ira concentrata.

—Non credeva che un uomo par tuo si sentisse in vena di parlar tanto.
Meglio così; noi discorreremo come vecchi amici.

Impiantò la torcia in terra, si sedette su di un mucchio di rottami, trasse di saccoccia il suo scibouk, lo riempì e accesolo aspirò tre o quattro boccate di fumo con una flemma che avrebbe fatto invidia ad un Inglese.

—Tu mi chiedevi il perchè ti seppellii in quest'inferno, diss'egli, calcando su ogni parola. Se vuoi che te lo dica schiettamente, una donna è la causa di tutte le tue disgrazie.

Abd-el-Kerim indietreggiò fino al muro e sentì un freddo sudore imperlargli la fronte. Un timore, un presentimento sinistro l'assalì.

—Una donna!… balbettò. Una donna!

—Conosci tu un'almea che si chiama Fathma?

—Fathma! Fathma tu hai detto? Che vuol dire? Per Allàh, tu mi schianti l'anima!…

—È proprio per schiantarti l'anima che io sono sceso in quest'inferno, disse beffardamente lo sceicco.

—Ah! sciagurato! urlò il povero arabo facendo atto di saltargli addosso.

—Non muoverti, per mille saette! gli intimò lo sceicco ripigliando il pistolone con gesto minaccioso. Sta in guardia, ti ripeto.

Abd-el-Kerim si cacciò disperatamente le mani nei capelli e mugghiò come un toro.

—Ma che ti feci io, assassino? che vuoi da me? chiese.

—Odimi, ma non muoverti, se vuoi che ci lasciamo da buoni amici. Io sono lo sceicco Fit Debbeud ed amo alla follìa la donna che tu ami.

—Chi?… Fathma?…

—Sì, amo Fathma, ma l'amo, come ti dissi, alla follìa. Io seppi che tu l'amavi e che ella ti corrispondeva, e giurai in cuor mio di togliere l'ostacolo che mi sbarrava il cammino. Ebbi la fortuna di pigliarti e ti seppellii quaggiù per farti crepar di gelosia e sopratutto di fame.

—Non è possibile!… Non è possibile!… urlò Abd-el-Kerim. Fathma non ama che me, mi ha giurato che sarà mia, e mia sarà.

—È ben perchè ha giurato che sarà tua, che io ti spedisco all'altro mondo. Morto te, mi amerà voglia o non voglia.

—Ah! Cane!…

—Zitto, giovanotto mio. Se vuoi vi è un mezzo per riscattare la libertà.

—Quale? chiese l'arabo che ebbe un raggio di speranza.

—Quello di recarti da Fathma e di sputarle in volto in segno di supremo disprezzo.

—Taci, miserabile, taci!… Io ti sbrano co' miei denti!

—Addio, giovanotto, disse il beduino alzandosi. Oggi stesso partirò per Chartum con Fathma e tu rimarrai seppellito in questa tana che sarà anche la tua tomba.

L'arabo cacciò un urlo disperato e si gettò sul bandito, ma questi stava in guardia. Si trasse prontamente da un lato e gli scagliò su un fianco un sì terribile pugno che il prigioniero cadde come morto.

—Addio, giovanotto, ripetè lo sceicco sogghignando.

Lasciò cadere una manata di datteri, spense la torcia e se ne andò tranquillamente, sbarrando la porta dietro alle spalle.

Per dieci minuti lo sventurato Abd-el-Kerim non fu capace di muoversi tanto era stato forte il pugno scagliatogli dal bandito, poi con uno sforzo disperato si rizzò in piedi e si precipitò innanzi, colla speranza d'arrivare alla porta. Ma le tenebre erano profonde ed andò ad urtare contro un muro umido viscido al quale contatto rabbrividì.

—Aiuto!… Aiuto! urlò egli con voce semi-spenta.

L'eco del sotterraneo solo rispose alla disperata invocazione. Egli si mise a correre all'intorno come un pazzo, urlando e bestemmiando, chiamando Fathma che ormai credeva perduta, incespicando ad ogni istante, cadendo e risollevandosi. Trovò la porta, vi cozzò furiosamente contro cercando di scassinarla, ma non riuscì nemmeno a scuoterla. I capelli gli si rizzarono sulla fronte, la disperazione lo prese e per un istante gli balenò in mente l'idea d'infrangersi il capo contro le pareti.

—Aiuto! Aiuto, Fathma! urlò ancora lo sventurato.

Retrocesse barcollando come un ubbriaco e tese gli orecchi. Al di fuori tuoneggiava fortemente e s'udiva il vento urlare nel corridoio; un tuffo impetuoso d'aria umida giunse fino a lui.

—Dove sono? si chiese egli con una voce che più nulla aveva d'umano. Che è successo? Perchè mi han rapito? Dov'è Fathma, la mia povera fidanzata, la mia disgraziata almea? Sono in preda forse ad un terribile incubo?…

Si stropicciò gli occhi, e si persuase d'essere proprio sveglio e prigioniero in quell'orrido sotterraneo. Allora si risovvenne delle parole dettegli dallo sceicco Fit Debbeud.

—Dio!… Dio!… esclamò egli con profondo terrore. Sarebbe mai possibile che quell'uomo fosse mio rivale? Sarebbe mai possibile che egli avesse a rapirla deludendo la sorveglianza di Hassarn?… Fathma! Fathma!… che farò io abbandonato in questa spaventevole prigione, senza speranza d'aprirmi un varco, senza un'arme per tentare la fuga, solo, isolato nel mezzo delle foreste del Bahr-el-Abiad?… Ho paura, ho paura, io divento pazzo!…

Due lagrime gli solcarono le brune gote; si lasciò cadere a terra, nascose la faccia fra le mani e pianse. Le ore passarono lente, lente, ma nessun uomo scese nel sotterraneo, nè alcun rumore s'udì fuorchè gli urli della tempesta che continuava a imperversare.

Quanto tempo passò? Egli non lo seppe mai, ma probabilmente più giorni scorsero.

Aveva già perduta ogni speranza e s'era accoccolato in un angolo della prigione, fiaccato dalla fame e dalle angoscie, rassegnato a morire, quando un fischio repentino lo tolse dalla sua disperazione.

Si alzò dopo incredibili sforzi e si guardò d'attorno. Un vago chiarore trapelava da una piccola screpolatura, aperta fra le umide pareti. Vi si trascinò sotto e raccogliendo tutte le sue forze chiamò aiuto.

Udì un nuovo fischio poi una voce, quella del bandito Debbeud, gridare:

—Olà! Saltate su, che Elenka è in vista!

Abd-el-Kerim gettò un ruggito d'ira; la benda gli cadde dagli occhi, comprese tutto. Egli si slanciò come una tigre verso la fessura, ma le forze gli vennero meno e cadde a terra sfinito, coi pugni minacciosamente chiusi e la schiuma alle labbra.

Proprio in quell'istante la sorella di Notis arrivava alle ruine d'El-Garch.

CAPITOLO IX.—Elenka.

Elenka, chiamata la bella greca, era la più affascinante e nel medesimo tempo la più ardente creatura che potesse incontrare in tutta la regione dell'alto Egitto. Poteva avere diciott'anni a giudicarla dalle forme assai pronunciate; era di statura alta piuttosto che bassa, dalla vita flessuosa, dal portamento altero, superbo come era superba e altera nel gesto e nella parola. Aveva capelli nerissimi a riflessi metallici, che le cadevano come vellutato mantello sulle spalle, una fronte piccola come quella delle statue greche, due occhi scintillanti che parevano talvolta accendersi, ombreggiati da sopracciglia di un nero assoluto e di una regolarità perfetta, un naso insensibilmente aquilino le cui nari mobilissime, dilatavansi nelle collere e due labbra rosse come corallo che spesso aprivansi ad un sorriso strano, diabolico, ma sempre affascinante.

Appena era giunta a Chartum, due anni addietro, assieme a suo fratello Notis, reduce allora, dal Cairo, aveva fatto girare la testa a tutti gli Arabi, Egiziani e Turchi della città. Pascià, cadi, ufficiali e mercanti si erano subito messi a corteggiarla, ma strana e superba quale era, aveva disprezzato gli uni, deriso gli altri e scoraggiato in fin dei conti tutti. Uno solo fra tanti era rimasto al suo posto, irremovibile come una rupe, determinato a qualsiasi costo, ad aprire una breccia in quel cuore inaccessibile e questo uomo era l'arabo Abd-el-Kerim.

Una passione gigantesca era nata nel suo animo, passione che egli credeva non poterla spegnere nemmeno colla morte. La seguì ostinatamente per mesi, incrollabile fra gli sprezzi e le derisioni della bella greca e dei propri rivali, aspettando ansiosamente l'occasione per vibrare la prima freccia. Un giorno la dahabiad [1] che conduceva Elenka e Qualagla si rovesciò in causa di uno scontro con un battello a vapore; Abd-el-Kerim si gettò nel fiume e salvò la greca nel momento che annegavasi.

[1] Barca del Nilo.

Non ebbe nemmeno un ringraziamento, nemmeno un sorriso, anzi neppure uno sguardo; ognuno avrebbe perduto ogni speranza di conquistare quella superba creatura, ma l'arabo non si scoraggiò ancora, anzi il suo amore crebbe sempre fino a toccare la pazzia.

Una sera che Elenka tornava dal villaggio d'Undurmàn assieme al suo schiavo fu assalita da una banda di predoni Sennarèsi. Abd-el-Kerim, che come il solito la seguiva, accorse a difenderla, ammazzò mezzi assalitori e fugò gli altri. Riportò una ferita in mezzo al petto, ma che montava? La prima freccia aveva ormai colpito l'inaccessibile cuore della superba greca.

Essa cominciò ad ammirarlo, poi il suo cuore cominciò a battere con maggior violenza, scaturì una scintilla, la scintilla avvampò e scatenò un incendio. Amò l'arabo, ma l'amò furiosamente, tremendamente tanto che per lui si sarebbe gettata anche nel fuoco e l'unione dei due cuori fu stabilita.

Sopraggiunse la guerra e Abd-el-Kerim partì col suo battaglione sotto il comando di Dhafar pascià. Elenka voleva seguirlo, le fu proibito e si rassegnò, dopo aver a lungo pianto, ad aspettare il suo ritorno. Quando Takir le portò la terribile notizia che Abd-el-Kerim s'era gettato nelle braccia di Fathma credette impazzire dalla gelosia e dal furore. Poi una sete ardente di vendetta la prese e giurò in cuor suo di dilaniare coi propri denti il cuore dell'abborrita rivale.

Partì subito anelante, furibonda, fuori di sè, quasi delirante. Non arrestò un sol minuto, neppure alla notte, fuorchè per cambiare i mahari che dilombava nelle continue e rapidissime corse e in meno di due giorni giunse in vista delle capanne di Hossanieh. I beduini vegliavano nella pianura e la condussero innanzi a El-Garch proprio nel momento che Notis svegliato di soprassalto dalla voce di Fit Debbeud, appariva sul piazzale.

Fratello e sorella, appena si scorsero si precipitarono nelle braccia l'un dell'altra, stringendosi quasi con rabbia e si guardarono mutamente per alcuni minuti con gli occhi scintillanti di collera e di gioia. I loro volti si contrassero stranamente e un sorriso feroce agitò le loro labbra.

—Vieni, Elenka, disse d'un tratto Notis, prendendola per mano.

La condusse lontana dalle tende, vicina ad una gran sfinge e la fece sedere sopra di un gigantesco tarbusch di pietra che altre volte doveva essere stato un cippo mortuario.

—Ebbene chiese Elenka con voce che sibilava fra i denti stretti.

—Abd-el-Kerim ti ha tradita, rispose Notis.

—È proprio vero adunque, che dopo di avermi tanto amata ha infranto l'amore che ci univa?

—Vero, Elenka, ti ha lasciata per correre dietro ad un'almea.

La greca s'alzò come una iena furibonda, e le sue mani si chiusero come se avessero voluto stritolare qualche cosa. Chiuse gli occhi e li riaprì più scintillanti di prima fissando in istrana guisa Notis:

—Io soffoco dall'ira e muoio di sete, ma ho sete di sangue, diss'ella con selvaggio trasporto. Dimmi dov'è questa mia rivale, ond'io vada a strapparle il cuore colle mie unghie; dimmi dovo posso vederla. Mi sentirei capace di avvelenarla col solo mio sguardo!

—Calma, Elenka, disse Notis. In queste faccende bisogna essere freddi.

—Nelle mie ire non so dominarmi, tu lo sai, Notis. Sono quattro giorni che ho il cuore straziato da una terribile gelosia, sono quattro giorni che mi sento presa da una smania feroce di uccidere o di essere uccisa. Dammi questa rivale e tu mi vedrai diventare più crudele della iena, la più sanguinaria che sia vissuta nei deserti dell'Africa.

—E Abd-el-Kerim, l'hai dimenticato?

—Abd-el-Kerim! esclamò Elenka con aria cupa.

—Che faresti di questo traditore se lo avessi in tua mano?

—Non lo so… Dove si trova egli?

—In un posto sicuro.

Elenka lo guardò con sorpresa.

—È forse vicino? domandò con viva emozione.

—Sta sotto i nostri piedi.

—Morto forse!… esclamò ella, dando indietro, spaventata. Notis!…

—Non ancora.

—Dov'è, dimmi Notis, dov'è?

—Chiuso in un sotterraneo.

—Conducimi da lui, voglio vederlo! disse Elenka, scattando in piedi.

Notis si mise a ridere, lisciandosi tranquillamente la nera barba.

—L'ameresti ancora? domandò egli beffardamente.

—Non so se l'odio o lo ami, so solamente che voglio trovarmi dinanzi a lui per dirgli che la sua rivale la calpesterò, la farò a brani, la polverizzerò come fosse di creta.

—Non la toccherai! Io amo la tua rivale e voglio farla mia, dovesse andar di mezzo la mia e la tua vita.

—Tu! tu ami la mia rivale!

—Sì, io l'amo, io l'adoro e tanto che senza di lei non potrei vivere.

—Tu ami una spregevole almea!

—È bella come un urì del paradiso di Maometto e più superba di te.

Elenka si slanciò su di lui e l'afferrò per le braccia con tal forza da strappargli un grido di dolore.

—Ma io l'odio, l'odio, la esecro questa almea! urlò ella.

—E io l'amo, l'adoro! urlò Notis.

—Vuoi adunque che ci facciamo la guerra? Io sarò senza pietà.

Il greco le mostrò i beduini che stavano osservandoli appoggiati indolentemente ai loro moschettoni.

—Basterebbe un mio cenno per fiaccare Abd-el-Kerim, le disse. Tu sei pazza, Elenka, e io più pazzo di te per suscitare simili questioni inutili. Tu vuoi Abd-el-Kerim e io te lo cedo; io voglio Fathma e io l'avrò.

—Hai ragione, rispose Elenka, sforzandosi a sorridere, noi siamo pazzi. Che devo fare ora? Io voglio vedere Abd-el-Kerim, conducimi da lui adunque e lascia a me la cura d'affascinarlo come l'affascinai a Chartum.

—Adagio, sorella, andiamo adagio, disse Notis con un fare misterioso. Tu sai già in qual modo Abd-el-Kerim fu rapito e come egli mi creda morto da un bel pezzo. Lo sceicco Fit Debbeut lo rinchiuse nel sotterraneo fingendosi un amante di Fathma e dicendogli che l'avrebbe fatto morire di fame. È giusto quindi che tu sii capitata fra queste ruine per puro caso o dietro ad un semplice indizio e che assumi l'aria di una liberatrice anzichè di una affascinatrice. Ti pare?

—Satana stesso non sarebbe stato capace d'architettare un piano migliore.

—Grazie, sorella, rispose Notis ridendo. Tu adunque scenderai nel sotterraneo in compagnia di due dongolesi e lo libererai dopo di avergli parlato dell'antico vostro amore e d'averlo persuaso a dimenticare Fathma.

—Bene e della mia rivale che accadrà?

—Bisogna che tu estirpi dal tuo cuore ogni idea di vendetta poichè l'almea diverrà mia moglie.

—Sei pazzo, cento volte più pazzo di Abd-el-Kerim. Non so cosa darei per tuffare le mie mani nel sangue caldo della mia rivale.

—E io darei dieci anni della mia vita per vedere il mio rivale agonizzante ai miei piedi. Siamo in pari condizioni, lasciamo adunque che scampino. Vattene a trovare adunque il traditore e che Allàh ti assista.

Il greco gettò un fischio prolungato; tutti i beduini gettarono gli archibusi ad armacollo, piegarono le tende, caricarono i loro utensili sui mahari e sui cammelli e s'internarono nella foresta. Fit Debbeud li seguì dopo d'essersi assicurato che ogni traccia dell'accampamento era scomparsa e di aver comandato a due dongolesi di andare a mettersi presso la galleria.

—Quando avrai finito, manda un fischio e io apparirò, disse il greco a sua sorella, dopo di che si allontanò a rapidi passi nella direzione presa dalla banda.

Elenka se ne rimase lì, ritta, colle braccia abbandonate lungo il corpo, le ciglia aggrottate e come in preda a un profondo pensiero. Si guardò lentamente d'attorno quasi sorpresa di vedersi sola, poi si rizzò fieramente con un gesto risoluto e s'avvicinò ai due dongolesi che l'aspettavano immobili come due statue all'entrata dell'oscuro corridoio.

—Conducetemi dal prigioniero, diss'ella con una emozione che invano cercava di nascondere.

I dongolesi accesero le torcie e s'inoltrarono nel corridoio camminando con somma precauzione, per la tema di calpestare sulla coda di qualche aspide che poteva tenersi celata in fra i rottami. Elenka li seguì in silenzio, guardandosi attorno con crescente curiosità.

Man mano che procedeva sentiva il cuore battere con maggior violenza e vaghi timori l'agitavano. Si avrebbe detto che aveva paura di trovarsi di fronte al fidanzato, al traditore, là, sotto quelle cupe ed umide vôlte e in presenza di due selvaggi, e guardava con orrore il fondo del corridoio e le umide pareti sulle quali strisciavano con un ronzìo lugubre migliaia di scorpioni grigi, di vermi, di lucertole e di spaventevoli tarantole. Le pareva di essere in preda ad uno spaventevole sogno.

—Gran Dio! andava mormorando. Così terribilmente l'odiava Notis per seppellirlo in quest'orrida tomba?

D'un tratto uno dei dongolesi s'arrestò e si volse verso di lei con un crudele sorriso sulle labbra.

—Udite? chiese con una voce che l'eco rendeva sepolcrale.

Elenka rabbrividì e tese l'orecchio. Dal fondo del corridoio venivano dei gemiti interrotti, del mormorii vaghi che andavano man mano crescendo per poi morire improvvisamente come se colui che li avesse emessi fosse d'un sol colpo morto.

—Chi è? chiese ella spaventata.

—Il prigioniero che muore di fame, rispose il dongolese.

—Miserabili!…

—Il greco così ha voluto.

—Tira innanzi, disse Elenka con aria minacciosa.

I dongolesi ubbidirono e poco dopo si arrestavano dinanzi alla porticina ferrata sulla quale scorgevansi delle sculture rappresentanti degli ibis, uccelli tenuti per sacri dagli antichi Egizi e Nubi cui dedicavano spesso dei templi. Elenka tremò tutta nell'udire i lamenti e le sorde imprecazioni dello sventurato Abd-el-Kerim, che contorcevasi fra gli spasimi della fame.

La porta venne con gran fatica aperta. Ella strappò una torcia dalle mani dei dongolesi, fe' a loro cenno di aspettarla all'uscita del corridoio ed entrò risolutamente nel sotterraneo umido e freddo.

In sulle prime non fu capace di vedere che dei pipistrelli che svolazzavano mandando strida di spavento all'apparire di quella improvvisa luce, poi scorse in un angolo, sdraiato a terra, colla testa fra le mani, l'Arabo Abd-el-Kerim. Tutta la sua collera che ancora rimanevagli in fondo al cuore svanì come la nebbia al sole: una profonda compassione generata dall'immenso amore che nutriva ancora pel traditore, la prese e rimase ritta sulla porta senz'essere capace di dir verbo.

—Chi è l'assassino che viene ad assistere alla mia agonia? chiese con voce rauca l'arabo fissando due occhi stravolti su Elenka.

Quella voce ferì il cuore di Elenka.

—Abd-el-Kerim, diss'ella.

—Chi mi chiama? Chi mi cerca quaggiù in questa tomba? continuò l'arabo con trasporto feroce che la eco rendeva doppiamente cupo.

—Non mi riconosci più adunque?

Vi rispose un brontolio lungo simile a quello di una belva irritata.

—Guardami in volto, Abd-el-Kerim, guardami bene.

—Chi sei? domandò l'arabo facendo uno sforzo per alzarsi.

—Elenka, la tua fidanzata, che viene a salvarti.

—Tu!… Tu!… ruggì l'arabo con indefinibile accento d'odio.

S'aggrappò ai muri come un pazzo, si alzò, si spinse innanzi barcollando, poi retrocesse come se avesse visto una spaventevole apparizione.

—Ah! esclamò egli ironicamente. Sei tu, Elenka, la bella e buona Elenka che diceva di amarmi tanto e che mi fece cacciare in quest'orrida tomba perchè morissi di fame e di gelosia. Vattene orribile creatura, vattene!….

Elenka s'appoggiò al muro e lo guardò con occhio smarrito per qualche istante.

—Sei pazzo, Abd-el-Kerim, disse di poi con voce che tremava.

—Che vuoi da me, esecrabile donna, che vuoi? Ogni legame fu infranto, un abisso fu scavato fra noi, non sono più tuo, vattene e lasciami morire in pace giacchè fosti senza pietà nella tua abbominevole vendetta!

La greca lo guardò con ispavento e sentì mancarsi le forze dinanzi all'accusa che era mille miglia lontana dall'aspettarsi. Come mai l'arabo sapeva che era stato cacciato in quell'orrido sotterraneo per vendetta che egli attribuiva a lei? Era un semplice sospetto oppure qualche spia gli aveva comunicato qualche cosa? Elenka si chiese per la seconda volta se sognasse.

—Abd-el-Kerim, diss'ella facendo uno sforzo straordinario per dominare il suo sgomento. Tu mi accusi a torto te lo giuro. Io veniva a questa volta per recarmi al campo d'Hossanieh colla speranza di trovarti e di riannodare l'amore che in un momento di follia spezzasti. Un beduino mi narrò come passando di qui avesse udito dei gemiti e m'affrettai a discendere. Vengo a liberarti non per vendicarmi.

—Taci, Elenka, taci, disse l'arabo con impeto selvaggio.

—Abd-el-Kerim, ti prego, ritorna in te, allontana questi sospetti che per me sono altrettanti pugnali che mi straziano il cuore.

L'arabo la guardò torvamente, poi le si avvicinò e afferrandola bruscamente per le braccia la scosse con furore.

—Ero là, diss'egli, che attendeva la morte, quando udii il bandito che mi cacciò quaggiù gridare: Olà, ecco Elenka!…. Aveva una benda agli occhi, ma in quel momento mi cadde: compresi tutto, tutto!…

Elenka gettò un grido d'angoscia. L'arabo con una violenta spinta la mandò a cadere sulle ginocchia, presso la porta.

—Sciagurata! esclamò egli con profondo disprezzo.

Nel sotterraneo regnò un lungo silenzio rotto solo dall'affannoso respirar della greca e dal monotono rumore delle goccie d'acqua che battevano sulla viva roccia.

—Abd-el-Kerim, mormorò Elenka con voce rotta. Abd-el-Kerim!

L'arabo le volse le spalle e si rinchiuse in un feroce silenzio.

—Ebbene sì, continuò la greca, fui io a rinchiuderti in questa prigione, ma non ti torturai; fu il bandito Fit Debbeud. Avevo paura che tu mi fuggissi, la gelosia, mi acciecò e ti volli in mia mano prima che nel tuo cuore si spegnesse l'ultima scintilla di amore che ardeva per me. Fui colpevole, lo so, fui miserabile, fui terribile nella mia vendetta, ma tu mi avevi fatta diventare una iena assetata di sangue Abd-el-Kerim, perdonami in memoria di quell'amore che….

—Quell'amore s'è spento nel mio cuore, l'interruppe l'arabo sordamente.

—Oh! non è possibile, non lo voglio credere, tu mi ami ancora.

—No!… No!…

—Ma che ti feci mai io, perchè tu avessi a dimenticarti di me? Non ti ricordi adunque, di quelle notti serene e beate, quando io stava seduta sulle sponde del Bahr-el-Abied sotto la misteriosa ombra dei palmizi e che tu sdraiato ai miei piedi mi giuravi eterno amore, mi promettevi felicità sconfinate? Non ti rammenti più adunque di quei felici momenti, quando tu suonavi la rabâda e mi cantavi le canzoni del tuo paese frammischiandovi dolci parole d'amore? Tu allora mi ammiravi, tu allora adoravi la superba Elenka che avevi vinta e domata colla potenza dei tuoi profondi sguardi, del tuo immenso bene, del tuo coraggio. Sono adunque diventata sì orribile al tuo sguardo?

—Non parlarmi di giuramenti che io li ho infranti.

—Non ti parlo di giuramenti, ma solo di memorie.

—Le ho estirpate dal mio cuore.

—Sei proprio inesorabile con me, colla donna che tu un tempo idolatravi? Tu, che m'hai assassinato il fratello, l'unico uomo che mi proteggesse, l'unico che mi rimaneva al mondo della mia famiglia, vuoi per di più far impazzir me, vuoi far morire anche me! Ah! Abd-el-Kerim sei un miserabile!

—Taci… taci Elenka, balbettò l'arabo con voce arrangolata.

—Dimmi che tu mi ami ancora, dimmi che tu tornerai ad essere mio e io ti perdonerò l'assassinio di mio fratello. Sono sola Abd-el-Kerim, sola al mondo… m'affido a te e ti giuro che ti amerò fino alla morte.

—Non lo posso… non lo posso… ho tutto infranto… ho scavato un abisso impossibile a varcarsi. Lasciami così, fammi morire se vuoi, vendicati della morte di tuo fratello che pur uccisi in leale combattimento, ma vattene, vattene…

L'arabo si nascose il volto fra le mani, barcollò, si sedette su di una pietra poi si alzò e si mise a passeggiare pel sotterraneo. Frequenti sospiri uscivano dalle sue labbra contratte, straziate e insanguinate dai denti.

—Abd-el-Kerim, continuò Elenka con voce affascinante. Non respingermi, non lasciarmi sola al mondo, non tradirmi. Che ti feci mai io per essere trattata così crudelmente? Forse che sono colpevole di averti troppo amata? Non è vero che tu mi ami ancora? Non è vero che il tuo cuore palpita ancora per me? Dimmi di sì, dimmelo Abd-el-Kerim, oh! dimmelo, fammi ancora una volta felice.

—No, impossibile, impossibile ti dico. Ti odio, lo capisci, che ti odio ora!…

—Sei proprio inesorabile?

—Inesorabile.

—Guarda, io, un dì tanto superba, sono ai tuoi piedi supplicante. Fa di me quello che vuoi, sarò tua schiava, e subirò i tuoi più strani capricci senza un lamento, senza un sospiro.

La faccia dell'arabo s'alterò visibilmente e girò il capo verso Elenka che tendevagli le mani supplicanti. Scosse il capo come un forsennato e s'allontanò vieppiù con un gesto d'orrore.

—Vattene, le disse. Ho spezzato e dimenticato tutto.

La greca si raddrizzò come una verga di ferro fino allora piegata. I suoi occhi s'infiammarono d'ira e di vergogna.

—Per chi è che tu m'hai dimenticata? chiese ella con voce stridente.

—Per Fathma!

—Ah! traditore!

Si scagliò innanzi come una belva; aveva in mano un pugnale che alzò.

—Abd-el-Kerim; noi siamo soli e tu sei in mia mano!…

—Uccidimi se ti piace; io morrò più presto.

—No, sarebbe una morte troppo dolce. A me occorre una vendetta raffinata, una vendetta lenta, una vendetta terribile. Ah!.. continuò la greca con ira, tu credevi di tradire così la superba Elenka? Ebbene, t'inganni. Ho una rivale, questa rivale si trova al campo d'Hossanieh, io la raggiungerò e le farò uscire il sangue goccia a goccia!…

Vi era un tale accento d'odio, un tale accento selvaggio e guizzava un baleno così feroce negli occhi della greca, che l'arabo indietreggiò sino al muro inorridito, spaventato.

Comprese subito che era finita tanto per lui quanto per Fathma e che non vi era da sperare nessuna pietà da quella superba creatura divorata dalla gelosia a assetata di vendetta. I capelli gli si rizzarono sulla fronte.

—Elenka, diss'egli con voce angosciata, nella quale sentivasi la preghiera e la minaccia. Straziami il cuore se vuoi, ma non toccare l'almea. Guai se tu le torci un sol capello, guai a te!

Un riso stridulo e beffardo uscì dalle labbra contratte della greca.

—Vi schiaccerò tutti e due sotto i miei piedi!

—Taci, miserabile, taci!

La greca camminò fino alla porta, poi volgendosi verso di lui colle mani tese:

—Abd-el-Kerim, diss'ella, cupamente. Trema!… Trema!

CAPITOLO X.—Le due rivali.

Quando uscì dal sotterraneo, dopo di aver chiusa la porta, non era più la stessa donna che abbiamo veduta entrare. La sua faccia bella, fiera sì, ma niente affatto truce, era stravolta in modo da far paura; la tinta pallida era scomparsa per dar luogo a una tinta bronzina che una collera illimitata rendeva sempre più cupa fino a diventare mattone; gli occhi profondi, scintillanti, che magnetizzavano, eransi ingranditi in modo strano e vi si vedevano dentro certi guizzi feroci da credere talvolta che gettassero fiamme; le labbra di solito sorridenti, erano increspate che lasciavan vedere i candidi denti convulsivamente serrati e sulla fronte spiccava una vena azzurra che ingrossavasi a tratti.

Una sete inestinguibile di vendetta ardeva quella donna veramente terribile nelle sue sfrenate passioni, una smania feroce l'agitava, una smania di schiacciare l'arabo prima e la sua rivale dopo, che l'avevano offesa nel suo orgoglio e che le avevano straziato il cuore.

Ella percorse l'oscuro corridoio come un lampo e s'arrestò dinanzi ai due dongolesi.

—Il prigioniero? chiesero.

—Silenzio, disse Elenka, raucamente. Chiamatemi Notis.

Uno di essi si mise a urlare per tre volte imitando il lamentevole urlìo dello sciacallo; il canto melodioso dello sberegrig (merops) vi rispose subito.

Tosto i cespugli gommiferi s'aprirono e Notis apparve seguito a corta distanza dallo sceicco Fit Debbeud e da tutta la banda. Egli s'affrettò a raggiungere Elenka che spezzava nervosamente i robusti steli di alcuni ingiorò dai fiori caliciformi, di un bel colore roseo.

—Ebbene, sorella? chiese Notis ansiosamente.

—Nulla, rispose Elenka con un amaro sorriso.

—Come? Non ti capisco.

—Il traditore è irremovibile come una roccia.

—Tuoni e fulmini!…

Sì, m'ha disprezzata e rifiutata. Tutto ho tentato per affascinarlo, ho pregato, ho supplicato, ho minacciato, ma tutto fu inutile. Non so poi il come, seppe che fu cacciato nel sotterraneo per vendetta che egli attribuì a me invece che a Fit Debbeud.

—È impossibile! esclamò il greco. Da chi lo seppe?

—L'ignoro, il fatto è che m'ha udito arrivare.

—E tu che gli hai detto?

—Era impossibile negarlo e gli confessai tutto, attribuendo la colpa a me.

Il greco respirò come gli si fosse levato un gran peso che gravitavagli sul petto. L'idea di essere scoperto lo sgomentava.

—Ignora adunque che io sia vivo? chiese egli con ansietà.

—Perfettamente.

—E adunque, che fai ora?

—Che faccio? E tu me lo chiedi? Vado al campo e pugnalo la mia rivale.

—Alto là, sorella. Fathma io l'amo, è impossibile quindi che io ti dia il permesso di ammazzarmela.

—Ma io la esecro questa miserabile che mi rubò Abd-el-Kerim.

—Ed io esecro Abd-el-Kerim che mi cacciò un pollice di lama nel petto e che mi rubò Fathma, disse il greco con ira mal frenata.

—E allora?… Notis, fratello mio, io ti darò tutto ciò che vorrai purchè mi lasci spegnere questa sete di vendetta che mi brucia l'anima.

—Odimi, sorella. Perdere Fathma per me è come perdere la vita, tanto io amo quella donna. Io ti abbandono Abd-el-Kerim che conquistai colla mia astuzia, ti lascio ampia libertà di tormentarlo, se vuoi anche di farlo morire fra le più atroci torture, ma bisogna che tu m'abbandoni completamente l'almea, che mi aiuti per di più a rapirla dal campo. È un contratto quello che ti propongo e nulla più.

—Io rapirla! esclamò la greca.

—E perchè no? Tu sei forte, astuta, conosci Hassarn e Dhafar pascià, e tutto puoi. Se rifiuti io spezzo il cuore al mio rivale.

La greca lo guardò per alcuni istanti in silenzio cogli occhi accesi; una subitanea idea le balenò in mente e l'afferrò di volo.

—Accetto, diss'ella colla maggior tranquillità.

—Me la porterai proprio qui?

—Sì, qualora io riesca a rapirla. Se per te è impossibile a trarla in agguato per me sarà difficile, tu ben lo sai.

—Non ti dico di no, ma farai quello che potrai. Se non riesci allora cercherò io qualche altro mezzo più violento. Quando parti?

—Subito, se così vuoi. Mi darai per aiutarmi i due dongolesi.

Il greco fece un cenno a Fit Debbeud che stava seduto lì vicino. Subito dopo tre mahari accuratamente bardati vennero condotti vicino a Elenka che esaminava la batteria di una carabina Martini.

—Sorella, le disse Notis. Non tentare nulla contro l'almea se non vuoi che capiti sfortuna ad Abd-el-Kerim.

—Non temere di nulla: mi frenerò.

I mahari vennero fatti inginocchiare ed Elenka e i due dongolesi salirono in sella.

—Che Iddio ti protegga, sorella, disse Notis gravemente.

—E che Iddio protegga Abd-el-Kerim, rispose su egual tono la greca.
Non dimenticare che muore di fame.

L'ich! ich! venne emesso dai due dongolesi e i mahari partirono di corsa inoltrandosi su di un largo sentiero coperto di alfek spinoso e fiancheggiato da grandi ardèb (tamarindi) dai rami lunghissimi ed assai flessibili sui quali strillavano e facevano mille versacci bande di scimmie di un pelo verde-dorato bellissimo (cercopithecus fistulosa).

Elenka si volse due o tre volte verso le ruine di El-Garch, e le sue labbra s'aprirono ad un sorriso sardonico e quasi compassionevole.

—Hai torto, fratello, mormorò ella quando perdette di vista le ruine. Tu t'affidi a me e io approfitterò di questa fiducia. Quando il leone ha fame divora carne ed io gli darò da divorare la carne di Fathma!

Un lampo sinistro guizzò nei neri suoi sguardi e la sua fronte s'aggrottò. Le sue manine accarezzarono con feroce compiacenza la brunita canna della carabina, sospesa all'arcione.

La traversata della foresta del Bahr-el-Abiad si compì felicemente in poco più di tre quarti d'ora. I tre mahari sostarono un momento presso le ultime palme deleb poi ripresero la celere loro corsa attraverso le pianure, dirigendosi verso Hossanieh i cui tugul apparivano distintamente, inondati dai cocenti raggi del sole che cominciava a discendere all'occaso.

Trottavano da un'ora ed erano giunti ad un gran macchione di acacie, quando Elenka gettò improvvisamente il chrr! chrr! pronunciandolo così in furia che i mahari s'arrestarono di colpo a rischio di far balzare di sella coloro che li montavano.

—Che succede? chiesero i dongolesi, portando istintivamente lo mani alla loro harba.

—Fermi tutti, disse Elenka con un tono di voce che non ammetteva replica.

Fece inginocchiare il suo mahari, saltò a terra e si internò silenziosamente nella macchia fino a raggiungere il lembo estremo. Ella s'arrestò cogli occhi fissi su due uomini che si dirigevano a lenti passi a quella volta.

—Bene, mormorò ella con gioia. Quello là è Hassarn, lo riconosco, e l'altro è Omar, lo schiavo di Abd-el-Kerim. Dove si dirigono essi?

Si cacciò sotto ad un cespuglio aggomitolandosi su sè stessa come una serpe e attese pazientemente che le passassero vicini. Non corse molto tempo che udì i loro passi e Hassarn che diceva al compagno:

—Sei proprio sicuro che furono dei beduini a rapirlo?

—Sì, capitano, rispose Omar. Mussa che era in sentinella vicino gli ultimi tugul d'Hossanieh, li vide saltar fuori da una macchia e gettarsi su di lui come tanti leoni. Il mio povero padrone fu oppresso dal numero.

—E ti dissero che?….

—Che presero la via che conduce a Sceh-el-Mactud.

—A me parve che fuggissero verso le foreste del Bahr-el-Abiad.

—Mussa sostiene il contrario. Tirava vento e la notte era troppo oscura per vederci bene; è probabile quindi che vi siate ingannato.

—Povera Fathma! esclamò Hassarn, sospirando.

—È agitata?

—Ho paura che abbia a diventare pazza, Omar. Chi mai lo fece rapire? A quale scopo? Se fosse vivo Notis, ma è morto da un bel pezzo. Orsù, cerchiamo verso Sceh-el-Mactud, Chi sa?…

Essi s'allontanarono senza aggiungere parola, dirigendosi verso il sud a passi più rapidi. Elenka appena li perdette di vista saltò fuori e si diresse di corsa verso i mahari.

—Fathma è sola, mormorò ella. Ci troveremo l'una di fronte all'altra!

Saltò in sella, e lanciò il mahari alla carriera sempre seguita dai due dongolesi. Dopo dieci minuti giungevano dinanzi al villaggio arrestandosi presso un gruppo di arabi occupati a dissetare le loro vacche dal pelo tigrato.

—Voi rimarrete qui, disse Elenka ai dongolesi. Quando mi vedrete uscire da quella casupola che vedete laggiù, mi seguirete alla lontana, e non perderete di vista la donna che avrò meco. Al primo fischio che io emetto vi getterete su di lei e la ridurrete all'impotenza. Vi sono dieci talleri da guadagnare.

—Contate su di noi, risposero i dongolesi.

La greca s'avvolse accuratamente nel suo candido taub nascondendosi parte della faccia e s'incamminò verso la casupola di Fathma statale precedentemente descritta da Notis. Un negro armato di fucile la fermò nel momento che varcava la soglia.

—Sono la sorella del capitano Hassarn, diss'ella pacatamente.
Lasciami libero il passo; devo parlare a Fathma.

Il negro non ardì a respingerla. Elenka salì i gradini come spintavi da una molla, colla fronte aggrottata, la collera negli occhi e una mano sull'impugnatura d'ebano del suo pugnale, passato fra le pieghe della fascia.

Il cuore saltellavale nel petto, nubi di fuoco passavanle dinanzi alla vista e sentiva il sangue accendersi e turbinare nelle vene. Ebbe paura di non potersi dominare in presenza dell'odiata rivale.

Ella si slanciò come una leonessa nella prima stanzuccia che si vide dinanzi; subito si fermò lasciando sfuggire una esclamazione sorda.

Sdraiata su di un angareb tra morbidi tappeti trapunti d'oro, se ne stava Fathma coi lunghi capelli neri sciolti sulle nude spalle, colla testa appoggiata ad una mano ed il suo tamburello d'almea ai piedi. La sua faccia tanto bella e tanto fiera portava le traccie di atroci sofferenze e i suoi occhi rilucevano d'un fuoco selvaggio. Pareva in preda a una cupa disperazione che invano sforzavasi di vincere, e tratto tratto qualche cosa d'umido solcava le vellutate e abbronzate gote.

Alla vista della sconosciuta che entrava in quella furia, ella s'alzò lentamente squadrandola più con curiosità, che con collera. Elenka sostenne imperterrita quello sguardo di fuoco che gareggiava in potenza col suo.

—Chi sei? chiese l'almea con voce brusca.

Elenka si volse indietro, chiuse la porta col chiavistello e si mise in tasca la chiave. L'almea non dissimulò un gesto di sorpresa e fece due passi verso la finestra, forse per chiamare il negro che vegliava sulla via, ma la greca fa pronta a sbarrarle il passo.

—Chi sei? ripetè l'almea duramente.

—Non mandare un grido, non tentare nulla, disse Elenka risolutamente.
Voglio parlarti.

—Non ti conosco.

—Mi conoscerai fra poco. Non sei tu Fathma?

—Ebbene?

—L'amante dell'arabo Abd-el-Kerim?

Abd-el-Kerim! esclamò l'almea. Che sai tu del mio fidanzato? Dove trovasi egli? Vieni a dirmi qualche cosa? Parla, parla, che ho il cuore infranto.

Un beffardo sorriso apparve sulle labbra della vendicativa greca e il cuore le si allargò dalla gioia. La rivale soffriva; era per lei una felicità.

—Io so più di quello che tu credi, ma voglio sapere una cosa prima, diss'ella.

—Parla, parla, io sono tua, rispose l'almea con emozione. Io ti dirò tutto quello che tu vorrai, purchè mi additi ove trovasi il mio Abd-el-Kerim, il mio fidanzato.

—Dimmi da dove vieni, bisogna che io lo sappia.

—Da El-Obeid. Fui la favorita di Mohamed Ahmed il Mahdi del Sudan.

—Ah! fe' la greca sogghignando. Fosti la favorita del ribelle Ahmed!

—Che trovi tu di strano? Io vo' superba d'aver appartenuto a un tal uomo, all'inviato d'Allàh.

—Non trovo nulla di straordinario. Un'almea sarà sempre un'almea.

Fathma alzò il capo con fierezza e le lanciò una occhiata sprezzante.

—Quale scopo avevi quando salisti da me? domandò ella. Non ti conosco, sento istintivamente che tutto ho da temere da te, che tu hai degli strani progetti nel tuo capo; vattene che io non ti cerco. Abd-el-Kerim saprò trovarlo da me.

—Sai chi io sono? disse la greca senza muoversi.

—Non mi curo di saperlo.

—Voglio che tu lo sappi.

—Non abusare della pazienza di Fathma. Irritata diventa una leonessa.

—Ed io una iena assetata di sangue capace di sbranare anche la leonessa.

L'almea fremette di collera e le additò superbamente la porta.

—Fathma, disse la greca con rabbia concentrata. Hai mai saputo tu, che Abd-el-Kerim abbia lasciata a Chartum una fidanzata?

Quella domanda gettata là freddamente fece su Fathma l'effetto di un morso al cuore. Ella balzò indietro gettando un ruggito furioso, coi denti convulsivamente stretti, pallida d'ira e le sue braccia s'allungarono verso un tavolo sul quale stava un jatagan snudato.

—Chi sei?… Chi sei?… gridò con voce strozzata.

Elenka svolse lentamente il taub e lo gettò a terra. Ella apparve dinanzi all'almea vestita colla sua casacchetta a maniche strette con sottili spallini listati in oro allargantisi in punta, colla sua tunica a pieghe, stretta in vita e che non oltrepassava il ginocchio, cinta da una fascia di seta rossa e oro, bella, superba, affascinante nel suo costume greco. Ella posò una mano sul calcio di una pistola e l'altra sul pugnale passati nella cintura.

—Guardami in volto, Fathma, io sono Elenka la fidanzata dell'arabo
Abd-el-Kerim!…

—Elenka! esclamò Fathma con accento feroce.

Le due rivali si erano raccolte su se stesse come per islanciarsi l'una addosso all'altra; l'almea aveva impugnato l'jatagan e la greca aveva levata la pistola e l'aveva armata. Esse si squadrarono per alcuni istanti provocandosi collo sguardo.

—Fathma, disse d'un tratto la greca con voce stridula. Io ti odio!

—Ed io ti disprezzo e vorrei averti nelle mie mani per dilaniarti le carni.

—Odimi, abborrita rivale. Noi amiamo tutte due Abd-el-Kerim; è quindi necessario che una di noi scompaia dalla terra.

—Non chiedo altro che di misurarmi con te e di assassinarti, rispose
Fathma che fremeva tutta dall'ira.

—Se noi ci assaliamo in questa stanza qualcuno potrebbe udire le nostre grida e venire a separarci. Sei tu tanto coraggiosa da seguirmi nella foresta? Nessuno ci vedrà e potremo scannarci a nostro agio.

—Vieni, maledetta greca!

—Prendi un fucile, che noi ci batteremo a fucilate. Ti conviene?

—Sì, perchè ti spezzerò il cuore con una palla.

—Ed io ti fracasserò quel superbo capo che dopo aver affascinato il ribelle Ahmed affascinò Abd-el-Kerim. Lo deformerò così orribilmente che nessuno riconoscerà più nel tuo cadavere l'almea Fathma.

Un sorriso sprezzante e insieme incredulo sfiorò le labbra dell'araba; lanciò lungi da sè l'jatagan, si gettò sulle spalle una magnifica farda ricamata in oro e staccò da un chiodo una carabina rabescata e incrostata d'argento.

—Con quest'arma abbattei più che dieci leoni, diss'ella fissando
Elenka che s'avvolgeva nel suo taub. Oggi abbatterò te!…

—È ciò che io voglio vedere, o mia rivale. Vieni! rispose la greca.

Le due rivali abbandonarono la stanza e scesero nella via, nel mezzo della quale stavano i tre mahari guardati dai dongolesi. Bastò un cenno di Elenka perchè due degli animali venissero condotti dinanzi ad esse; vi salirono e pochi secondi dopo trottavano verso le foreste del Bahr-el-Abiad.

CAPITOLO XI.—La vendetta di Elenka.

Quando giunsero ai primi palmeti, il sole cominciava a nascondersi dietro le immense ombrelle dei colossali baobab. L'oscurità cominciava a farsi sotto le cupe volte di verzura dei tamarindi e delle palme deleb e il silenzio più assoluto si succedeva all'allegro cinguettio dei pivieri e dei pappagalli che si affrettavano a guadagnare i loro nidi e ai clamori bizzarri delle innumerevoli bande di scimmie che eseguivano le più strane giravolte sui rami.

Le due rivali, legati i mahari ai tronco di una acacia gommifera, presero le carabine e si cacciarono risolutamente nel folto della foresta. Prima però di mettersi in cammino, Elenka gettò uno sguardo nella pianura e non potè frenare un gesto di diabolica gioia, vedendo i due dongolesi che si avanzavano strisciando come serpenti, fra le erbe.

—Avanti, comandò ella seccamente.

Percorsero un seicento passi, aprendosi con gran fatica il passo fra i cespugli e gli arrampicanti che s'intrecciavano in tutte le guise immaginabili, e si arrestarono ai piedi di un grande tamarindo, il quale stendeva i suoi giganteschi rami su di una piccola radura.

Le due rivali, di comune accordo, caricarono con grande attenzione le carabine, dopo di aver fatto scoppiare tre o quattro capsule per accertarsi del buono stato della batteria.

—Senti, disse Fathma con voce ferma e così glaciale che faceva fremere. È qui, in questa foresta che una di noi lascierà le ossa a cibo dei leoni e delle formiche termiti. Se tu hai paura vattene, ma vattene a Chartum, nè ardisci comparirmi giammai dinanzi a disputarmi l'amore dell'eroico Abd-el-Kerim. Lo vedi, io sono ancor generosa come ii leone.

—Non parlarmi di questo, Fathma, rispose la greca con disprezzo. Voglio vedere il superbo tuo capo deformato dalla palla della mia carabina.

—Sta bene, ma ti giuro che fra pochi minuti te ne pentirai.

—Povera Fathma, disse Elenka ironicamente.

—Lascia la ironia e preparati invece a morire. Spicciati, maledetta greca, poichè fra poco non ci si vedrà più, e gli abitanti della foresta usciranno dai loro covi in cerca di preda. Io prendo questo sentieruzzo che va a dritta, tu prendi quel sentiero che va a sinistra e passati che sieno cinque minuti, mettiamoci ambedue in caccia.

—Addio, almea. Fra dieci minuti voglio averti nelle mie mani.

Fathma alzò le spalle con disdegno e prese il sentiero di destra allontanandosi lentamente e senza produrre il menomo rumore. Elenka la guardò a lungo sogghignando, si gettò sul sentiero di sinistra, poi, quando fu persuasa che l'almea era tanto lontana da non udirla, invece d'imboscarsi come era stato stabilito, si mise a correre come un antilope verso il limite della foresta.

Corse così per quattro minuti poi emise un fischio debole ma penetrante come quello di un serpente. S'udirono i rami muoversi impercettibilmente, i cespugli s'aprirono con somma precauzione e comparvero i due dongolesi.

—Eccoci, rispose uno di essi. Che dobbiamo fare?

—State bene attenti, disse Elenka con un filo di voce. La mia rivale trovasi imboscata a seicento passi di qui; aspettando che io apparisca per spararmi addosso. Bisogna che io l'abbia in mia mano inerme, anzi legata.

—Non sarà tanto difficile.

—Anzi difficilissimo. È armata di una carabina ed è più astuta di un serpente. Se voi non riuscite ad avvicinarvi a lei senza che abbia ad accorgersene, correrete pericolo di ricevere una scarica in pieno petto.

—Lascia pensare a noi, disse il dongolese. Press'a poco dove trovasi imboscata?

—Nel mezzo di un gruppo di acacie a quanto mi parve.

—Tu non puoi seguirci, poichè una donna è impossibile che passi dove passerà un uomo. Quando udrai il nostro fischio accorri e troverai l'almea legata.

—Venti talleri se voi riuscite a farla prigioniera.

Non ci voleva di più per incoraggiare i dongolesi, Essi si cacciarono sotto le macchie, scostando lentamente le foglie e i rami, strisciando come serpenti o inerpicandosi sugli alberi quando riusciva a loro impossibile trovare un passaggio, tirandosi su l'un l'altro e senza fare più rumore d'una formica bianca. D'un tratto il profondo silenzio che regnava sotto la foresta fu rotto dall'urlo dello sciacallo.

I due dongolesi s'arrestarono di botto guardandosi in faccia l'un l'altro.

—Hai udito, Alek? chiese sottovoce il più anziano.

—Perfettamente, Nagarch, rispose l'altro.

—Che ne dici?

—Che questo urlo non fu emesso da uno sciacallo.

—È quello che penso pur io. Scommetterei che lo mandò l'almea per ingannare la greca e tenerla lontana.

—Deve essere così. Procediamo cautamente e stiamo attenti all'urlo.

Ripresero la silenziosa marcia guidati dal lamentevole urlo che di tratto in tratto udivasi. Dopo di aver percorso un cinquecento passi, dall'alto di una palma dum scorsero qualche cosa di bianco in mezzo a un fitto gruppo di bauinie.

—Eccola là l'almea, disse Nagarch.

—La vedo, rispose Alek. Ora dividiamoci e stiamo bene attenti alla sua carabina. Io vado di qui seguendo le bauinie e tu va dietro a quelle acacie. Su spicciamoci.

Nagarch apparve fra le acacie, e Alek strisciò diritto verso la macchia, nel mezzo della quale stava sdraiata l'almea colla carabina puntata dinanzi a sè. Di quando in quando mandava il lugubre urlo dello sciacallo così bene imitato da crederlo naturale.

Già Alek era giunto a soli pochi passi di distanza, quando un ramo si spezzò sotto i suoi piedi L'almea scattò in piedi colla rapidità del lampo, vide il dongolese, puntò rapidamente l'arma e fece fuoco.

Alek girò su se stesso portando una mano al petto, poi si scagliò innanzi con impeto disperato rigando la via di sangue che sgorgavagli abbondante da un fianco.

—Arrenditi! urlò egli.

Fathma aveva impugnato la carabina per la canna e assestò un colpo sì tremendo al dongolese, che cadde al suolo colle cervella schizzanti dal cranio spaccato. Gettò un urlo, ma uno solo, un urlo straziante, supremo, poi s'aggomitolò su sè stesso e non si mosse più.

—Sono tradita, mormorò l'almea. Ah! maledetta greca.

Ella si gettò fuori della macchia con un pugnale in mano, ma non fece dieci passi che si sentì afferrare per di dietro e gettare violentemente al suolo. Nagarch, poichè era lui, le pose un ginocchio sul petto, le prese ambe le mani serrandole fra le sue come in una morsa, e dopo di averle intorpidite con una violenta torsione le legò per bene.

L'almea quantunque stordita dal colpo e sorpresa dall'improvviso attacco si dibattè furiosamente cercando di risollevarsi ma le fu impossibile. Si mise a ruggire come una leonessa prigioniera.

—Sta ferma, le disse brutalmente il dongolese percuotendola col rovescio del suo scudo. Se continui a muoverti tornerò a torcerti le braccia fino a slogartele.

—Lasciami andare, maledetto da Dio! urlò l'almea digrignando i denti. Lasciami andare, vigliacco!

Il dongolese per tutta risposta si mise a fischiare.

—Lasciami andare, orribile mostro, o io ti sbrano colle mie unghie!

—Sta in guardia, almea, disse Nagarch. Fra poco verrà una donna che ti farà pagar caro l'amore che tu nutri per quell'arabo e ti farà rimpiangere la tua bellezza.

—Chi? chi? chiese con voce strozzata Fathma.

B'allai! La bella greca, la rivale che volevi ammazzare.

L'almea fece un soprassalto così brusco che per poco il dongolese non fu rovesciato.

—Uccidimi piuttosto che darmi a lei! esclamò la sventurata. Cacciami l'jatagan nel petto, ma non gettarmi fra le braccia di quella maledetta!

—Sei pazza! La bella greca pagherà la tua cattura come una principessa.

—Se tu mi lasci libera ti darò tanti talleri quanto tu pesi, se ti rifiuti Dhafar pascià ti farà morire sotto il corbach (staffile).

—Non ho che una parola e questa parola la diedi alla greca, d'altronde ecco che viene la tua rivale.

Infatti Elenka veniva innanzi correndo come una pantera, stringendo un corbach di pelle d'ippopotamo lungo o flessibile. Un sorriso atroce, un sorriso di gioia sconfinata errava sulle sue labbra e negli occhi balenavagli un lampo feroce, un lampo spietato. Gettò un grido di trionfo alla vista dell'almea che contorcevasi come un serpente sotto i ginocchi del dongolese.

—Ah! sei in mia mano, finalmente! esclamò ella precipitandosi verso la rivale col corbach alzato.

—Miserabile! urlò l'almea ebbra d'ira, tendendo le pugna verso di lei.

—Dov'è il tuo compagno, chiese la greca a Nagarch.

—Questa furia l'ha ammazzato, rispose egli.

—Ah! Tu ammazzi la mia gente, dannata almea?

—Sì, e se potessi farei a brani anche te! gridò Fathma. Vattene di qua, vigliacca, vattene via traditora, maledetta, assassina.

—Nagarch, legala al tronco di quel tamarindo. Il dongolese afferrò fra le sue robuste braccia l'almea che esausta di forze non era più capace di opporre resistenza e la legò al tamarindo con forti corregge di pelle. La greca si mise a sogghignare.

—Che direbbe Abd-el-Kerim se ti vedesse così? diss'ella beffardamente.

—Taci, non nominarmelo almeno. Vuoi uccidermi, giacchè per tradimento sono caduta nelle tue mani, uccidimi ma non tormentarmi.

—Ah! Credi tu che una greca si vendichi d'una rivale uccidendola? No, Fathma non sperarlo da me, che ti esecro e che giurai d'essere senza pietà. Giacchè il parlare di Abd-el-Kerim ti produce l'effetto di una stretta al cuore, parliamo di lui.

—Non ti ascolterò, jena codarda.

—Non me ne importa. Sai dove trovasi il tuo amante così misteriosamente sparito?

—Non te lo chiedo. Hassarn lo troverà e guai a coloro che l'avranno rapito, guai!

—Se tu nol sai, Abd-el-Kerim trovasi in mia mano!…

L'almea provò una scossa come fosse stata tocca da una pila elettrica. Impallidì orribilmente, chiuse gli occhi e li riaprì che roteavano in un cerchio sanguigno.

—No!… tu menti!… tu menti! ripetè ella con disperazione.

—Te lo giuro Fathma. Trovasi in un sotterraneo delle rovine di
El-Garch, e lo tormento dì e notte dissanguandolo lentamente.

—Ah! feroce iena!… Ma che vuoi farne?

—Voglio farlo morire, ma farlo morire a oncia a oncia.

—Ma io lo salverò.

—Non ti lascerò il tempo. Domani sarai uno scheletro roso dal dente dei leoni e dei sciacalli.

L'almea rabbrividì e si sentì prendere dallo spavento.

—Mostro! balbettò la disgraziata.

—Orsù, vendichiamoci, disse la greca spietatamente. Tu spregevole almea hai alzato gli occhi fino al fidanzato di una greca di sangue nobile. È un'offesa che non si lava che a colpi di corbach e io strazierò le tue belle carni colla correggia del mio staffile.

L'almea fece uno sforzo supremo per ispezzare i legami e gettarsi su quel mostro in gonnella, ma le corde resistettero alla potente torsione. Ella si dimenò forsennatamente facendo crocchiare le ossa delle braccia.

—Non toccarmi! non toccarmi! rantolò.

Elenka, si avvicinò alla rivale, con un violento strappo le lacerò la ricca farda trapunta in oro e l'habbaras di seta azzurrina che la copriva, e su quelle carni bronzine e vellutate applicò un furioso colpo di corbach che tracciò una riga violacea.

L'almea cacciò fuori un urlo strozzato, furibondo, un urlo d'angoscia, di vergogna, d'ira e si piegò come fosse stata spezzata in due, cogli occhi fuor dall'orbite e con una bava sanguigna sugli angoli delle labbra contorte per lo spasimo.

—Basta, disse il dongolese. È troppo lacerarle quel seno da urì.

La greca alzò una seconda volta lo staffile, ma lo riabbassò e lo gettò lungi da sè. L'almea era svenuta e rimaneva sospesa per le corde.

—Ecco come si vendica una greca, disse Elenka con un sorriso feroce.

—Che facciamo ora di lei? chiese Nagarch. Devo staccarla.

—Mai più, la lasceremo qui sola e legata.

—Ma le tenebre cominciano a calare e fra pochi minuti sarà notte.

—E che importa a me se fa notte.

—Voglio dire che i leoni, le pantere, le jene e gli sciacalli usciranno dai loro covi e che si getteranno sull'almea.

—È quello che desidero, disse la greca

—Oh! fe' il dongolese. E voi lascerete divorare quella bella donna?
Ricordatevi che vostro fratello vi ordinò di condurgliela.

—Mio fratello non rivedrà più quest'almea. Se questa donna scampa potrebbe ancora attraversarmi la via e diventare mia rivale. Spenta che ella sia, Abd-El-Kerim perderà ogni speranza, ritornerà per forza da me e mi amerà ancora.

—Ma che dirà vostro fratello?

La greca trasse dalla cintola una borsa rigonfia e la pose nelle mani del dongolese.

—Nagarch, gli disse. Qui vi sono cento talleri e altrettanti ne avrai se tu non lascerai uscire dalle tue labbra una sola parola di quanto hai fatto e veduto. Noi diremo a Notis che ci fu impossibile fare prigioniera Fathma perchè trovasi sotto la protezione di Dhafar pascià e attendata proprio nel mezzo del campo egiziano.

—Sarò muto come un morto. Ah! voi siete ben terribile. Non ho mai incontrato in vita mia una donna simile.

—Almeno non dirai più così. Andiamo che le tenebre calano.

Il dongolese le accennò il cadavere di Alek. Si avvicinò al compagno, scavò coll'jatagan una fossa e ve lo seppellì colla faccia rivolta alla Mecca come prescrive il Corano. Quando tornò, Elenka era ferma dinanzi all'almea, colle braccia incrociate.

—Andiamo, diss'egli ponendosi in cammino

—Povera Fathma! esclamò Elenka con ironia. È atroce perdere il fidanzato e la vita in un sol colpo!

Soffocò uno scroscio di risa, raggiunse il dongolese e pochi minuti dopo scomparivano in mezzo alle palme, lasciandosi dietro la vittima.

Era trascorsa una mezz'ora: quando la povera Fathma tornò in sè. Riaprì gli occhi strambasciati e roteanti in un cerchio di sangue, si raddrizzò con impeto felino addossandosi contro il ruvido tronco del tamarindo e si guardò attorno con un misto di spavento, di ansietà e di profonda sorpresa.

Non vide nulla. Provava sulle carni un bruciore infernale, sentiva come un peso enorme che la accasciava, che le mozzava il respiro e la testa che le girava come una fionda. In sulle prime credette di essere in preda ad un terribile incubo.

Tornò a guardarsi attorno. Le parve impossibile di trovarsi sola, le parve impossibile di non vedersi dinanzi la sinistra figura della vendicativa Elenka col corbach in mano in atto di straziarle le nude carni. Credette che la rivale si tenesse celata dietro a qualche tronco d'albero, ma dovette ben presto convincersi che era affatto sola in mezzo alla foresta. Indovinò subito a quale orribile supplizio l'aveva destinata e tremò tutta d'angoscia e di spavento.

Le balenò in mente la fuga prima che la notte calasse e che le jene e i leoni venissero a divorarla. Radunò tutte le sue forze triplicate dalla disperazione e si dimenò come una pazza furiosa al punto di fare quasi scoppiare la pelle sotto la tensione dei muscoli; i polsi, contorti s'insanguinarono ma le corregge resistettero. Si mise a chiamare aiuto, e a urlare destando tutti gli echi delle foreste ma nessuno rispose alle disperate invocazioni. Uno spavento inesprimibile s'impadronì di lei; si vide perduta ed emise uno straziante gemito.

La notte calava rapida, rapida.

Il sole declinò all'occidente dopo di aver illuminato le più alte cime della foresta e succedette il crepuscolo, vago, rossastro, brevissimo, che andò subito oscurandosi lasciando il posto alle tenebre che s'addensavano già sotto la vôlta di verzura.

Gli uccelli, dopo di aver lanciato le ultime note, si tacquero; le scimmie zittirono, gl'insetti ronzanti s'addormentarono e in capo ad una mezz'ora la gran foresta divenne silenziosa e si seppellì fra l'oscurità.

Fathma, man mano che gli ultimi bagliori del crepuscolo sparivano, sentiva accrescere lo spavento. Fra poco quel silenzio sarebbe stato rotto dagli scrosci di risa delle iene, dalle urla dei sciacalli, dal possente ruggito dei leoni e dai sibili dei serpenti e lo spaventevole supplizio sarebbe cominciato. Oh! quanto avrebbe dato per arrestare quelle tenebre che s'addensavano sempre più.

Fece appello a tutto il suo coraggio e frenando i tumultuosi battiti del cuore s'irrigidì contro il tronco dell'albero, rattenendo persino il respiro onde non attirar l'attenzione delle fiere, cogli occhi fissi sotto gli alberi e gli orecchi tesi per raccogliere il menomo rumore.

Passarono dieci minuti di angosciosa aspettativa. D'improvviso, a tre o quattrocento passi di distanza ecco scoppiare una gran risata che si avrebbe potuto credere emessa da una gola umana, da un negro in delirio, Fathma rabbrividì fino alla punta dei capelli nel riconoscere il riso sgangherato della jena.

Succedette un po' di silenzio, rotto solo dal susurrìo delle grandi foglie delle palme che si accarezzavano vicendevolmente sotto i soffi del venticello notturno, poi echeggiò un altro scoppio di risa più vicino, un terzo a destra, un quarto a sinistra, poi un quinto, un sesto e in breve succedette un concerto capace di far morire di paura una donna meno coraggiosa dell'almea. Era ora un ridere spaventevole e ora un brontolìo rauco; ora erano i gemiti strazianti come di persone agonizzanti e ora un urlìo lugubre, diabolico. Fathma non ardiva fiatare e rimaneva immobile, confusa al tronco del tamarindo.

Il concerto non cessò un sol istante. Più volte un sciacallo si avvicinò all'almea e le urlò contro, ma senza ardire di assalirla; un fischio di lei bastava per fugare quegli animali eccessivamente vigliacchi.

D'un tratto udì il riso d'una jena avvicinarsi sensibilmente al tamarindo e poco dopo comparve un grosso animale dal mantello color cenere oscuro su cui risaltava una doppia fila di peli grossi ed irti che dall'occipite scendevano in linea retta sul dorso. Procedette col muso verso terra, con passo sciancato quasi da credere che fosso ferito e fissò due grandi occhi verdastri sull'almea che tremava in tutte le membra.

Era una jena mostruosa, la quale s'arrestò a pochi passi di distanza mandando atroci scrosci di risa. Fathma fe' atto di slanciarsi, ma l'animale, al contrario dei suoi congeneri, s'avanzò e si mise a girare e rigirare attorno al tamarindo, come cercasse d'assalire a tradimento l'impotente vittima.

Lo spaventevole supplizio durò un quarto d'ora, durante il quale Fathma non ardì mai muoversi annichilita dallo spavento e dall'angoscia, poi la jena arrestò i suoi cerchi. Fissò la povera prigioniera, le mosse incontro, si rizzò sulle zampe posteriori e appoggiò le anteriori sullo spalle di lei accostando l'orribile bocca irta di denti, al suo volto.

Fathma gettò un urlo straziante, terribile e s'abbandonò fra lo zampe della belva che la circondarono lacerandole il feredgé.

CAPITOLO XII.—Il salvatore.

Nel mentre la vendicativa Elenka poneva in esecuzione la mostruosa vendetta contro la rivale. Abd-el-Kerim languiva negli umidi sotterranei delle ruine di El-Garch. L'infelice, da che aveva avuto la visita dell'antica sua fidanzata, e da che aveva udito le sue minaccie e i suoi propositi di vendetta, non aveva avuto più pace.

In sulle prime, quando trovossi solo, si era avventato come un pazzo contro la ferrata-porta rompendosi le dita e le unghie, cercando di scuoterla e d'atterrarla, chiamando disperatamente la greca, supplicandola di nulla tentare contro la povera almea, poi quando s'avvide di non essere udito nè di poter uscire, fu preso da un tremendo accesso di furore che poteva chiamarsi delirio.

Si credette rinchiuso in quell'umida spelonca per morirvi di fame. Si mise a correre attorno alle gelide pareti cercando un'apertura, urlando come un dannato, bestemmiando Dio e il Profeta, si gettò per terra rotolandosi fra le pozzanghere, e tre volte precipitossi contro le pietre colla testa bassa, colla idea fissa di spaccarsi ii cranio, ma fosse un barlume di speranza, la paura di lasciar sola Fathma nelle mani della vendicativa greca o che altro, sempre s'arrestò. Quando le forze gli vennero meno, lo sciagurato si trascinò in un angolo e si rannicchiò su sè stesso, piangendo e ruggendo ad un tempo, coll'anima schiantata da paure e da angoscie inenarrabili.

Egli fu strappato da quell'abbattimento sei o sette ore dopo, da un vago chiarore che penetrava sotto la fessura della porta ed un avvicinarsi di passi che l'eco della spelonca ripercuoteva distintamente. Una subitanea idea balenò nel suo cervello quantunque scosso da tante sofferenze fisiche e morali, una idea ardita, quasi impossibile, l'idea di tentare la fuga colla speranza di salvare Fathma prima che cadesse nelle mani della sua spietata rivale.

Era allora ritornato completamente in sè e le forze, poche ore prima esauste dal delirio, gli erano se non del tutto, almeno in parte tornate. La sete della libertà, in quel momento decisivo gliele raddoppiò, più ancora, gliele triplicò.

Con un salto andò ad appostarsi dietro alla porta, colle mani tese innanzi pronto a piombare sull'individuo che scendeva e torcergli il collo prima che potesse gettare un grido e difendersi.

I passi che rapidamente s'avvicinavano, si arrestarono dinanzi alla porta; fu tirato il chiavistello e un beduino apparve con una torcia nella dritta e un paniere di logna (grano triturato sulla moràka e ridotto in pasta) nella sinistra. Era appena entrato che Abd-el-Kerim gli saltava addosso stringendolo alla gola con tal forza da strozzargli la voce e farlo cadere sulle ginocchia. Con un pugno su di una tempia lo gettò a terra mezzo morto.

—Zitto, miserabile! disse l'arabo fremente.

—Grazia, balbettò il beduino.

Abd-el-Kerim gli strappò l'jatagan dalla cintura e prima che l'altro potesse parare il colpo glielo cacciò attraverso il ventre. Con una seconda sciabolata lo irrigidì.

—E uno, mormorò l'arabo freddamente. Se Allàh e il Profeta m'aiutano,
Fathma è salva!

Tolse al morto le pistole e le munizioni, inghiottì in furia alcuni bocconi di logna per calmare la fame e si cacciò risolutamente nel corridoio coll'jatagan in mano.

Faceva oscuro assai, essendosi la torcia del beduino spenta, di più, la via era ingombra di rottami che rendevano malagevole il cammino, ma Abd-el-Kerim non si smarriva. Tastando le pareti, cadendo e rialzandosi, facendo il meno rumore che fosse possibile, giunse in brev'ora a una ventina di passi dall'uscita. S'arrestò vedendo un beduino fermo dinanzi, il quale, scorgendolo gridò:

—Olà! spicciati Sceiquek che non abbiamo tempo da perdere.

L'arabo non sapendo cosa rispondere e temendo che riconoscesse la sua voce, credette bene di tacere e di tirarsi lestamente indietro.

Il beduino fece due o tre passi nel corridoio.

—Chi è là? chiese egli. Sei tu Sceiquek?

Non ricevendo ancora risposta s'avanzò coll'hàrba in resta, Abd-el-Kerim si diede alla fuga e si nascose in una incavatura della parete coll'jatagan alzato.

—Per la barba del Profeta rispondi, gridò per la terza volta il beduino. Non fare scherzi, maledetto Sceiquek.

Abd-el-Kerim emise un gemito lugubre. Il beduino si fermò indeciso e forse spaventato, poi si fece animo e tirò avanti colla lancia sempre innanzi a sè. Egli passò rasente al muro opposto a quello dove trovavasi l'arabo e continuò a camminare chiedendo di quando in quando:

—Rispondi, Sceiquek, maledetto dal Profeta. Dove ti sei cacciato tu?

Abd-el-Kerim aspettò che si fosse allontanato, poi saltò fuori e si precipitò verso l'uscita del corridoio, ma non ebbe il tempo necessario per condurre a buon fine l'audace progetto. Dieci o dodici beduini sbarravano l'apertura e l'accolsero con urla minacciose dirigendo verso di lui le lance e gli jatagan.

Per un momento il fuggiasco ebbe l'idea d'avventarsi furiosamente contro di loro e d'aprirsi il passo colla forza, ma male armato e mal fermo com'era, non lo ardì e retrocesse di corsa. A mezza via si incontrò col beduino che era poco prima entrato, il quale gli si faceva addosso a testa bassa.

—Arrenditi, cane d'un arabo! gli urlò l'assalitore.

Abd-el-Kerim evitò un colpo di lancia tiratogli proprio in mezzo al petto, spezzò col rovescio dell'jatagan l'arma e s'internò nel corridoio scaricando una delle sue pistole. S'arrestò vicino alla porta prendendo l'altra pistola, risoluto di difendersi sino all'estremo prima di farsi ammazzare e guardò se il nemico s'avanzava.

Non distinse nulla ma udì le grida minacciose dei beduini e i loro passi. Un freddo sudore gli colò sulla fronte e un tremito di spavento e d'angoscia lo prese.

—Sono perduto, mormorò egli.

Le voci andavano avvicinandosi lentamente e a quelle univasi un cozzar di daghe. Si rannicchiò dietro a un macigno e caricò rapidamente la pistola che aveva scaricata.

—Piano, piano, gridò una voce, che riconobbe per quella dello sceicco Debbeud. Dove è andato a finire, innanzi a tutto, quel povero diavolo di Sceiquek?

—Se quel cane d'arabo era nel corridoio l'avrà ammazzato, rispose un'altra voce.

—Ma come? egli non possedeva alcuna arma che io sappia, ed era mezzo morto di fame. Hai veduto nulla tu Mussa?

—Non potei arrivare alla porta, ma nell'uomo che fuggiva riconobbi perfettamente il prigioniero ed era armato di un jatagan che mi tagliò l'hàrba.

—Olà! gridò una vociaccia imperiosa, tirate innanzi, ira di Dio!
L'arabo, vivo o morto, ma possibilmente vivo, bisogna pigliarlo.

Quella voce fece scattare in piedi Abd-el-Kerim.

—Sogno! esclamò egli con profondo terrore. Gran Dio!…

Si sporse innanzi, rattenendo il respiro, colla faccia livida, tutto in sudore, i pugni chiusi convulsivamente attorno alle armi.

—Ira di Dio! gridò la medesima voce. Avanti tutti!

Abd-el-Kerim gettò un grido strozzato e retrocedette suo malgrado.

—Notis! Notis! ripetè egli. Non l'ho dunque ucciso io?… Ah! mostro!

Varcò la porta e andò a tasteggiare il suolo fino a che trovò il cadavere del beduino. L'alzò, se lo gettò in ispalla, se lo fece scivolare sul petto in maniera che gli servisse in certo qual modo di scudo, e si spinse innanzi, cieco di collera e assetato di vendetta.

—Avanti, Notis! gridò egli con terribile accento. Io t'ho scoperto!

—Ira di Dio! urlò il greco. È lui!

Da una parte e dall'altra s'udì un rumore delle pistole che si montavano, poi la voce tonante di Fit Debbeud urlare:

—Tutti avanti!

Abd-el-Kerim s'appoggiò al muro indeciso, non sapendo se arrischiare la vita per una quasi impossibile vendetta o d'asserragliarsi nel sotterraneo e aspettare gli eventi. Stava per ritirarsi quando vide le torcie dei beduini.

Tese la dritta armata di pistola, mirò un secondo e fece fuoco. La detonazione fu seguita da un urlo straziante e uno dei beduini capitombolò al suolo cadendo sulla torcia che portava.

—Aiuto! rantolò il poveretto, dibattendosi e cercando di alzarsi.

Abd-el-Kerim con una seconda pistolettata lo fece ricadere al suolo. Tutti gli altri batterono rapidamente in ritirata scaricando le loro armi, che a causa dell'oscurità, non riuscirono a far male alcuno all'arabo.

—Ira di Dio! tuonò Notis. Arrenditi Abd-el-Kerim!

—Ah! se ti potessi cogliere, maledetto morto risuscitato, gridò l'arabo. Fatti avanti che ti veda in faccia se sei un fantasma od un uomo!

Per risposta s'ebbe due colpi di pistola e un proiettile andò a colpire il cadavere che teneva in ispalla. Al chiarore della polvere accesa, egli scorse in quel momento, di fronte a lui, presso la volta della galleria, un gran crepaccio che pareva s'internasse assai nella parete. A mala pena rattenne un grido di gioia che stava per uscirgli dalle labbra.

—Ah! mormorò egli.

Retrocesse d'alcuni passi e gettò a terra il cadavere, poi, senza por tempo di mezzo, messesi le armi alla cintura, si raccolse su sè stesso, spiccò un gran salto e introdusse le mani nell'orlo di quel foro. Issarsi a forza di braccia e guadagnarlo, fu per lui l'affare di un sol momento.

Si trovò in una specie di bassa galleria che s'addentrava nelle viscere della terra, le cui pareti erano coperte da bizzarre sculture assai sporgenti. Proprio in quell'istante i beduini tornavano alla carica a passo di corsa colle lancie in resta, animandosi l'un l'altro con selvaggie urla di guerra.

Temendo d'essere scoperto si mise a strisciare innanzi a tastoni, salendo e scendendo dei cumuli che non riusciva bene a distinguere che cosa fossero, ma che di spesso erano sì accuminati e taglienti che gli ferivano le ginocchia. L'atmosfera era calda, pesante, viziata e pareva certe volte che mancasse sicchè l'arabo esitava a procedere temendo di morire asfissiato.

Non udiva allora più le grida selvaggie dei beduini, ma per l'aria udiva certi svolazzamenti, certi stridi che facevangli supporre di trovarsi in mezzo a bande di pipistrelli; anzi provava sulla faccia il freddo contatto delle loro ali e più d'uno s'aggrappò alle sue vesti. Dieci e più volte s'arrestò, per paura di smarrirsi fra le gallerie che si succedevano le une alle altre sempre più tortuose, ma la speranza di trovare uno sbocco e la tema di ricadere nelle mani di quel mostro che chiamavasi Notis e nelle mani della vendicativa Elenka, lo spingevano suo malgrado innanzi.

D'un tratto si trovò in presenza di una parete che chiudeva il passo, ma girando per di qua e per di là trovò una apertura per la quale si cacciò e sbucò in una caverna di quindici metri di diametro richiarata da una vaga luce che scendeva dall'alto.

Si guardò attorno sorpreso. Vide dei sepolcri fregiati d'ibis religiose e di piante di loto sacro, e negli angoli dei coccodrilli mummificati, infissi nel petto come usasi fare, cogli scarabei che voglionsi conservare, e avvolti per metà in istuoie. Sul terreno vi erano monti d'ossami alcuni appartenenti ad animali ma molti altri a uomini.

L'arabo non si smarrì. Aggrappandosi alle sporgenze delle pareti, aiutandosi colle mani e coi piedi, giunse a una gran fessura dalla quale veniva quel po' di luce e si trovò all'aperto in mezzo a sei o sette sepolcri sormontati da tarbusch colossali. A cento passi da lui v'era la foresta e a duecento vi erano le tende e i cammelli dei beduini. Un dongolese solo vegliava, appoggiato alla sua hàrba, fumando flemmaticamente in un gran scibouk malandato.

—Se posso fuggire senz'essere visto da quell'uomo, sono salvo, mormorò l'arabo. La notte cala, la foresta è vicina e i beduini sono nel sotterraneo. Mi caccierò in mezzo ai cespugli e sfido i cani a trovarmi. Ah! Elenka, guai a te se riesco a sorprenderti nel tugul dell'adorata mia Fathma!

Si gettò contro terra e si avanzò a carponi tenendosi dietro ai cumuli di rottami, ma il dongolese aveva buoni occhi e vegliava attentamente.

—All'armi! gridò egli.

Gli sparò addosso una pistolettata che aveva tratta rapidamente dalla cintura.

Abd-el-Kerim evitò la palla abbassandosi bruscamente, poi si rialzò e si precipitò in mezzo alle boscaglie, nel momento istesso che Fit Debbeud e i suoi beduini saltavano fuori dalla galleria.

Non si volse nemmeno per vedere se l'inseguissero. Prese un sentiero e si die' a fuggire rapido come una saetta, ora correndo come una palla di cannone e ora deviando e saltando, lacerando i cespugli, lasciando mezze vesti fra le spine, cozzando o incespicando fra i rami e le radici che le tenebre non gli permettevano ben di distinguere.

Udì dietro di sè le voci rauche dei beduini poi tre o quattro colpi di moschetto ma non s'arrestò. Percorse così più d'un chilometro e stava per rallentare la corsa quando si trovò improvvisamente dinanzi a una donna che veniva avanti a gran passi.

—Fermati, Abd-el-Kerim! esclamò quella donna con tono minaccioso.

L'arabo dette indietro e barcollò come se fosse stato colpito da una coltellata. Dinanzi gli stava Elenka, tutta trafelata, sconvolta, colle mani tese innanzi come per arrestarlo.

—Tu! Tu! ruggì egli. Tu, Elenka!

—Sì, Abd-el-Kerim, ancora io che giungo in tempo per salvarti!

L'arabo la guardò cogli occhi strambasciati e nei quali balenava una fiamma d'ira, d'immenso furore.

—Fermati, Abd-el-Kerim! ripetè la greca. Dove vai? Dove fuggi? Chi ti liberò?…

—Sciagurata!… Che hai fatto dell'almea? chiese l'arabo con voce strozzata.

—Non chiedermi conto di quell'odiata rivale. Vieni con me, ritorna fra le braccia della tua Elenka che tanto ti ama.

Un'ondata di sangue montò alla testa dell'arabo: si scagliò sulla greca ebbro di collera e cercò di rovesciarla, urlando come una belva inferocita.

—Dov'è l'almea? Dov'è l'almea?

Tutti e due rotolarono l'un sull'altra. La greca se lo strinse contro il seno e invece di difendersi gli stampò sulle labbra un ardente bacio.

—Ti odio e ti amo immensamente! esclamò ella delirante.

Quel bacio fece sull'arabo l'effetto di un morso di serpente. Le sue mani nervose si strinsero attorno il collo di cigno della greca ed ebbe per un momento l'idea di strozzarla.

Ma s'arrestò subito senza forze e senza coraggio e cercò d'alzarsi spaventato, inorridito e fors'anche affascinato. Alcuni beduini apparvero a duecento passi di distanza agitando freneticamente le armi.

—Fermate! Fermate! urlarono essi correndo.

Abd-el-Kerim comprese il pericolo e si raddrizzò, ma la greca si era aggrappata disperatamente alle braccia di lui.

—Lasciami, mostruosa creatura! balbettò egli fuori di sè.

—Abd el-Kerim, ti amo, ti adoro, perdonami! mormorò con voce fioca
Elenka. Fa di me quello che vuoi ma rimani!

Egli la trascinò seco per dieci o dodici passi, poi con una violenta scossa l'atterrò e l'abbandonò mezza stordita fra le erbe, ripigliando la fantastica corsa sotto gli alberi.

Il sangue gli oscurava la vista, le arterie gli battevano febbrilmente e parevagli che delle lingue di fuoco gli serpeggiassero per le vene e salissero su, su fino al cervello. Gli parve di essere diventato pazzo o di essere in preda ad uno spaventevole incubo che perdurava per quanto facesse per risvegliarsi.

Corse per un'ora, smarrendosi fra i meandri della gigantesca foresta, fugando le iene e gli sciacalli che rompevano il silenzio della notte con orribili scrosci di risa e urla interminabili, poi si fermò, anelante, spossato, colla spuma alle labbra.

Tutto ad un tratto udì un grido straziante, terribile, prolungato; era un grido d'angoscia, una invocazione suprema, un appello disperato. Nell'udirlo, i capelli si rizzarono sulla fronte e il sangue poco prima infiammato gli si gelò nelle vene.

—Dio! Dio! qual voce! balbettò egli. Dove ho udito io questa voce?
Sono o non sono sveglio. Avanti! avanti!

Partì come una freccia coll'jatagan in mano, dirigendosi verso un macchione di piante di palme dal quale era partito il grido e sbucò in una piccola radura.

Là legata ad un gigantesco tamarindo, semi-nuda, stava una donna e ritta dinanzi a lei una spaventevole jena che la stringeva fra i suoi artigli. Abd-el-Kerim gettò un urlo selvaggio, furioso, strozzato.

—Fathma!… Fathma!…

Ruinò come una valanga addosso alla jena che stava per sbranare la sventurata almea e con un terribile fendente le spaccò il cranio.

—Fathma! mia adorata Fathma! esclamò l'arabo con istrazio.

Tagliò rapidamente i legami e ricevette fra le braccia quel corpo inerte e semi-gelato: gli occhi dell'arabo s'inumidirono.

—Rispondi, Fathma, rispondi, continuò egli, baciandola sulle gote.
Gran Dio! che è successo mai?… Come sei qui e in questo stato?…

Un debole sospiro uscì dalle labbra dell'almea e poco dopo aprì gli occhi e li fissò in quelli dell'amante.

—Dove sono? chiese ella con un filo di voce.

—Fra le mie braccia, al sicuro d'ogni offesa! esclamò Abd-el-Kerim che rideva e piangeva ad un tempo. Non aver paura, Fathma, sono qui io a difenderti, sono qui io a salvarti.

L'almea lo mirò per alcuni istanti con occhi smarriti, poi gli gettò le nude braccia attorno al collo e se lo strinse al seno.

—Tu, tu, mio amato Abd-el-Kerim! Allàh, fa che io non sogni! esclamò ella.

—No, non sogni mia povera Fathma, sono proprio io, il tuo Abd-el-Kerim giunto in tempo per infrangere il capo a quell'immonda jena che stava per dilaniare le tue spalle.

Fathma fece un gesto d'orrore.

—Ah sì, mi ricordo… mi ricordo… L'aveva dinanzi a me… era salita sulle mie spalle, mi guardava ferocemente… mi mostrava i denti… mi soffocava fra le sue zampe… Oh Dio! quale spavento! Oh Dio, quale angoscia!

—Ma chi fu quel mostro che t'abbandonò legata in questa selva a pasto delle bestie! Dimmi chi fu, che io vada a strappargli il cuore!

—La greca, la mia rivale, Elenka, balbettò Fathma tremando di rabbia. Mi tradì, mi flagellò, poi mi lasciò sola… Se tu sapessi quanto odio quell'orribile creatura!

—Elenka!… esclamò Abd-el-Kerim con trasporto furioso. Maledetto il momento in cui non la strozzai! Guai, guai, mostruosa donna se riesco a riafferrarti!

La sua voce fu soffocata da una scarica di fucili che risuonò in lontananza e da uno scoppio di urla feroci.

—Abd-el-Kerim! esclamò Fathma con ispavento.

Egli la sollevò e se l'appoggiò al petto come una madre fa d'un fanciullo.

—Vieni, Fathma, diss'egli sordamente. Sono inseguito dai beduini che mi rapirono. Vieni, vieni!

Egli fuggì a grandi salti e colla medesima facilità come se portasse un leggero fardello, tanta era la forza che infondevagli l'amore e la gioia d'aver ritrovata colei che egli credeva per sempre perduta.

Attraversò sempre correndo l'ultimo tratto della foresta e giunse nella pianura d'Hossanieh proprio nel momento che un plotone di basci-bozuk sbuccava alla carriera da una gola formata da due ripide colline.

—Fathma! esclamò Abd-el-Kerim, con emozione. I basci-bozuk!

L'uomo che cavalcava alla testa dei soldati, venne a loro incontro a tutta velocità e gettò un gran grido:

—Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim!

—Hassarn! gridò l'arabo.

Il capitano balzò di sella e li raggiunse colle braccia aperte;
Abd-el-Kerim e Fathma si precipitarono incontro a lui.

—Ah! esclamò il capitano Hassarn stringendoli ambedue in un tenero amplesso. Vi credeva per sempre perduti!

CAPITOLO XIII.—Il Delatore.

All'indomani il campo egiziano era tutto in confusione. Fanti, artiglieri e cavalieri andavano e venivano frettolosamente e lavoravano con febbrile alacrità; gli uni piegavano le tende e le arrotolavano accuratamente, altri scioglievano fasci di fucili e li consegnavano ai rispettivi proprietari, altri ancora si aiutavano reciprocamente a mettersi in ispalla gli zaini, a incinghiare le gamelle e le giberne. Si tiravano i cannoni e se li aggiogavano ai muli o agli asini, si insellavano i cavalli, si caricavano i cammelli e si conducevano in furia ai pozzi a rinnovare le provviste d'acqua e ad una estremità dell'accampamento si formavano le compagnie che tosto si muovevano quale avanguardia.

Si capiva subito che gli Egiziani levavano il campo. Alla notte erano giunti i rinforzi da Chartum, consistenti per lo più in artiglieri, e Dhafar pascià aveva dato il comando di prepararsi per mettersi in viaggio onde raggiungere l'esercito comandato dai pascià Hicks e Aladin.

Nel momento che maggiore era l'animazione, un uomo avvolto accuratamente in un gran taub alla beduina che gli lasciava scoperti solamente gli occhi, entrava nel campo, senza essere quasi visto.

Lo sconosciuto si fermò un momento dietro ad un gruppo di cammelli inginocchiati che aspettavano il carico, guardò con grande attenzione qua e là come cercasse qualche volto di sua conoscenza, poi tirò innanzi con passo quasi furtivo, oltrepassò in furia le tende degli ufficiali e dello stato maggiore coprendosi col taub persino il capo e s'arrestò dinanzi alla tenda di Dhafar pascià sulla cui cima ondeggiava la bandiera egiziana.

—Alto là! gli intimò la sentinella che vegliava dinanzi l'entrata.

Lo sconosciuto mostrò il suo volto e fece volare in aria un tallero. La sentinella si tirò prestamente da un lato presentandogli l'arma non senza un gesto di sorpresa e di terrore.

—Non aver paura che non sono uno spettro, disse lo sconosciuto, sorridendo. Quando parte il grosso della truppa?

—Fra due ore, rispose la sentinella.

—Con chi è Dhafar pascià?

—Coi suoi aiutanti di campo.

—Va a dirgli ch'io debbo parlargli immediatamente ma che desidero sia solo.

La sentinella chiamò un compagno, gli consegnò il fucile ed entrò precipitosamente nella tenda. Poco dopo uscì seguito da tre aiutanti di campo.

—Vi aspetta, diss'egli.

Lo sconosciuto entrò e trovò Dhafar pascià in piedi dinanzi ad un tavolino ingombro di carte geografiche.

Il pascià retrocesse vivamente, quando lo sconosciuto lasciò cadere a terra il taub.

—Notis! esclamò egli con terrore. Non è possibile!

—Sì, sono Notis, Dhafar pascià, rispose il greco. Quel Notis che tutti credevano morto nelle foreste del Bahr-el-Abiad.

—Ma come mai siete vivo?… M'avevano narrato che Abd-el-Kerim vi aveva cacciato la scimitarra attraverso il corpo e che eravate caduto in uno stagno profondissimo.

—È vero, disse Notis, ma i greci hanno l'anima incavigliata.

—Non capisco come siate risorto.

—È facilissimo, pascià! Quando Abd-el-Kerim mi lasciò nello stagno, non ero ancora spirato. Un beduino, passando poco dopo per la foresta, udì i miei gemiti e mi raccolse. Languii più giorni nella sua tenda ma finalmente guarii ed ora ritorno al campo.

—Per riprendere il comando della vostra compagnia?

—Niente affatto, Ecco qui una lettera firmata dal mudir di Chartum il quale mi concede il congedo di due anni; mia sorella me la recò tre giorni or sono.

—Ah! fe' Dhafar sorpreso. È qui vostra sorella Elenka?

—No, è accampata alle ruine di El-Garch.

—E allora che volete da me? chiese il pascià dopo di aver letta la lettera che Notis gli porgeva.

—Siamo perfettamente soli?

—Assolutamente soli.

—Dhafar pascià, disse Notis gravemente, nelle vostre file avete una spia di quel cane di Mahdi.

—Nelle mie file, esclamò il pascià. Chi può essere mai?

—Una donna che fu la favorita del Mahdi e che ora divenne l'amante di Abd-el-Kerim.

—Fathma!

—Sì, proprio l'almea Fathma, mandata qui dal suo signore per tradirvi tutti quanti e farvi uccidere prima che abbiate a raggiungere l'armata d'Hicks pascià.

—È forse una rivincita che tentate contro Abd-el-Kerim?

—Non mi curo più di quell'arabo. Lo disprezzo e ciò per me basta.

—Ma sapete che se è vero quello che asserite Fathma è perduta?

—Che farete di quella donna? chiese Notis la cui voce tremavagli leggermente.

—La faccio fucilare subito.

Il greco impallidì ma non fece nessun motto che tradisse la violenta emozione che agitavalo. Comprese subito che era andato troppo innanzi e che correva rischio di perdere per sempre Fathma, ma non si scoraggiò.

—Se la fate fucilare, è una grande disgrazia, disse.

—Perchè mai? I ribelli non meritano compassione, anzi nemmeno quartiere.

—Io, se fossi in voi, la manderei a Chartum e ve la terrei come ostaggio. Il Mahdi l'ama, e potrebbe servirsi per scambiarla contro qualche personaggio importante che avesse la sfortuna di cadere nelle mani dei ribelli.

—Confesso che voi ne sapete più di me, ma chi mi assicura che essa fu la favorita del Mahdi? L'accusa è gravissima.

—Lo assicurerà un dongolese che la vide più volte a El-Obeid.

—Dove si trova quest'uomo?

Il greco uscì dalla tenda e mandò un fischio stridulo, poi sparò in aria un colpo di pistola. Tosto si vide accorrere verso il campo un selvaggio seminudo, armato di una lunga lancia; in poco tempo giunse alla tenda e fu condotto alla presenza del pascià.

—Tu sei dongolese, non è vero? chiese Dhafar, guardandolo con curiosità.

—Si, padrone, rispose il negro,

—Da dove vieni?

—Da El-Obeid dove accampava il ribelle Mohamed Ahmed.

—Conosci tu Fathma?

—Sì, era la favorita del Mahdi, La vidi più volte a El-Obeid.

—Basta, così, puoi andartene

Il negro se ne andò dopo d'aver scambiato un rapido sguardo col greco.

—Che fate ora? chiese Notis dopo qualche istante di silenzio.

—Faccio arrestare Fathma e condurre sotto buona scorta a Chartum.

—Ma Abd-el-Kerim la seguirà, innamorato come è, e potrebbe corrompere la scorta e liberare la prigioniera.

—Lo so, ma Abd-el-Kerim lo terrò al campo.

—Ho anzi qui una lettera del governatore di Chartum, il quale vi impone di condurre con voi Abd-el-Kerim ricorrendo, qualora vi fosse bisogno, alla forza.

—Come mai al governatore saltò in capo di obbligarmi a fare questo? chiese Dhafar, leggendo la seconda lettera che il greco aveva levata dalla saccoccia.

—L'ignoro, ma probabilmente deve esserci il suo perchè.

Dhafar guardò fissamente Notis e scosse il capo.

—A chi affiderete il comando della scorta? incalzò il tenente.

—Ad uno dei miei aiutanti di campo.

—E perchè no a me?

Un risolino malizioso apparve sulle labbra del pascià.

—Perchè potreste fare quello che farebbe Abd-el-Kerim. Mi dissero che la causa del duello fu una donna e questa donna è precisamente la stessa che voi accusate. Basta così, ubbidisco e voi ubbidite.

Il greco a mala pena frenò un motto di dispetto Dhafar pascià battè tre volte le mani nel momento istesso che al di fuori echeggiavano le trombe e rullavano i tamburi.

Un aiutante di campo accorse.

—Prendete con voi dieci uomini, gli disse il pascià, e andate ad arrestare Fathma. Viva o morta la condurrete qui.

L'aiutante di campo s'inchinò, uscì e chiamò dieci soldati, ai quali fece caricare le armi e inastare le daghe. Stava per dare il comando di marciare quando fu raggiunto dal greco Notis.

—Kebir, diss'egli, facendogli scivolare in una saccoccia una borsa ricolma di talleri. Guai a te se torci un capello all'almea.

—Non temere di nulla, Notis, rispose l'aiutante. Ti comprendo di volo.

—Va ora, e sta attento ad Abd-el-Kerim.

L'aiutante si pose in cammino seguito dai dieci soldati e ad una certa distanza dal greco che s'era tutto coperto col taub. Attraversarono il campo nel quale si ordinavano le compagnie e giunsero alla casupola di Fathma nel momento che l'almea appariva alla porta accompagnata da Abd-el-Kerim e dal capitano Hassarn.

—Alto là! intimò Kebir, sguainando la scimitarra.

Alla vista dell'aiutante di campo di Dhafar pascià colla scimitarra in mano e dei dieci soldati colle baionette in canna, un brivido di terrore era passato per le ossa di Fathma e di Abd-el-Kerim. Essi s'arrestarono, guardandosi in viso con ansietà e con meraviglia, non sapendo spiegare il perchè di quella presenza di soldati armati.

—Che significa ciò? chiese l'arabo con stupore.

—Ho l'ordine d'arrestare uno di voi, rispose Kebir.

—Uno di noi? esclamarono tutti e tre ad un tempo.

—Fathma, disse l'aiutante ponendole una mano sulla spalla, in nome di
Dhafar pascià io ti arresto!…

Un grido d'orrore e d'angoscia sfuggì dalle labbra dell'almea.

—Io arrestata! balbettò la poveretta… Io… io!…

—È impossibile! gridò Abd-el-Kerim, dando indietro.

—Qui c'è uno sbaglio, disse Hassarn. Tu vuoi scherzare, Kebir.

—Ti dico io, Hassarn, che ebbi l'ordine d'arrestare l'almea Fathma, replicò l'aiutante di campo.

—Ma di che sono accusata?… Non ho fatto male a nessuno, io.

—Ignoro perfettamente il motivo.

—Kebir, disse Abd-el-Kerim con voce rauca. Non ischerzare, o per
Allàh io ti spacco il cranio.

—Io obbedisco e nulla di più. Dhafar pascià ti dirà il perchè fece arrestare la tua amante. Orsù, spicciamoci che si sta per partire.

—Ma io non sono colpevole! esclamò Fathma che tremava come fosse assalita da violentissima febbre. Abd-el-Kerim, oh! io ho paura, non voglio venire, non ho fatto nulla per venire arrestata, salvami.

—Coraggio, Fathma, disse l'arabo, cingendola con ambe le braccia. Non temere di nulla che siamo qui noi a difenderti, Dhafar pascià non può essersi che ingannato, vieni con noi senza tremare. Io e Hassarn siamo abbastanza potenti per disperdere un'accusa, se questa vi sarà.

I soldati li avevano circondati tutti e tre. Abd-el-Kerim passò il suo braccio sotto quello di Fathma e il drappello si mosse verso il campo.

—Fathma, disse l'arabo. Fatti coraggio.

L'almea era pallidissima e camminava a gran pena appoggiandosi o meglio abbandonandosi al braccio del fidanzato.

—Ho paura, mio povero Abd-el-Kerim, diss'ella con voce fioca.

«Ho dei sinistri presentimenti che invano cerco di scacciare, dei presentimenti che mi straziano il cuore e che me lo fanno sanguinare. Se io venissi realmente arrestata? O Dio, qual terribile pensiero!»

—Ci siamo noi e non ti abbandoneremo mai, disse Hassarn.

—Non so, continuò l'almea, ma ho paura che qualcuno ci attraversi ancora la via, che qualcuno cerchi ancora di separarci.

—Ma chi mai? chiese Abd-el-Kerim che nondimeno sentivasi agitato da vaghi timori. Nè Notis, nè Elenka ardivano mostrarsi al campo, e poi, per che fare? Di che accusarti?

—Che ne so io? Sono sì mostruosi quel fratello e quella sorella!

—Guai a loro se avessero ad accusarti dinanzi a Dhafar pascià.

Quando giunsero al campo il piccolo esercito ne usciva, fra uno squillar acuto di trombe, un rullare fragoroso di tamburi e gli evviva della popolazione d'Hossanieh, accorsa in massa a vederlo partire. I fanti marciavano in testa coi fucili in ispalla e le bandiere spiegate, i basci-bozuk caracollavano superbamente ai fianchi, colle scimitarre in pugno, che brillavano ai raggi del sole equatoriale e l'artiglieria veniva dietro spalleggiata da una moltitudine di mahari, di cammelli, d'asini e di cavalli carichi di viveri, di munizioni e persino d'armi.

Dhafar pascià appoggiato alla sua scimitarra, con una sigaretta fra le labbra, circondato dal suo stato maggiore che teneva un piede nelle staffe degli ardenti corsieri, assisteva impassibile allo sfilamento.

Abd-el-Kerim fu il primo a presentarsi dinanzi a lui.

—Dhafar pascià, gli disse, piantandoglisi dinanzi con aria tutt'altro che rispettosa. Che scherzo avete voluto farmi?

Il pascià a quella domanda direttagli bruscamente e con tono quasi di minaccia, si volse colla fronte alquanto aggrottata.

—Ah! sei tu, Abd-el-Kerim! esclamò. Credeva che tu arrivassi tardi.

—No, arrivo in tempo, ma par chiedervi che scherzo m'avete fatto. Chi vi suggerì l'idea di far arrestare Fathma? Di che la si accusa?

—Sei innamorato di quella donna!

—Tutti lo sanno.

—Credi a me, dimenticala. Essa è una spia.

—Spia! spia! esclamò Fathma, facendosi innanzi coll'ira negli occhi.
Mi accusi di essere una spia!

—Voi siete stato ingannato, Dhafar pascià, disse Abd-el-Kerim con violenza. Come accusare questa donna di essere una spia?

—Chi ve lo disse? chiese Hassarn. Io rispondo di Fathma come di me stesso, Dhafar.

—Calma, calma amici, disse il pascià. Rispondi, Fathma. Non fosti tu a El Obeid la favorita del ribelle Mohamed Ahmed?

L'almea presa alla sprovveduta tremò tutta. Comprese subito l'abisso in cui stava per cadere e fece appello a tutto il suo coraggio per non perdersi.

—No, diss'ella risolutamente. Non conobbi mai il falso profeta.

—Oh! esclamò il pascià. Tu menti, te l'assicuro, tu menti!

—No, te lo ripeto pascià, non conobbi mai il Mahdi.

—Giuralo.

L'almea impallidì e si tacque, ma vide gli sguardi penetranti di
Abd-el-Kerim fissi nei suoi come per incoraggiarla e non esitò più.

—Lo giuro sul Corano, diss'ella, alzando la destra.

Abd-el-Kerim e Hassarn respirarono. Credettero che fosse salva, ma questa speranza durò un lampo. S'udì il lamentevole urlo dello sciacallo e subito dopo un selvaggio fendè il cerchio formato dallo stato maggiore. Era il dongolese che Notis aveva presentato a Dhafar pascià. Egli camminò dritto verso l'almea e toccandole con un dito il seno le gridò:

—Spergiura!

S'udì un mormorio di sorpresa. Gli ufficiali si strinsero vieppiù attorno a quel gruppo ansiosi di vedere come la sarebbe finita.

—Spergiura! ripetè il dongolese.

Abd-el-Kerim fece un salto innanzi colla faccia alterata e le mani sulla guardia della scimitarra.

—Chi sei? gli chiese con voce arrangolata.

—Un dongolese che militò sotto le bandiere del Mahdi e che poi disertò per passare sotto quelle di Yossif pascià. Sono un superstite della strage di Kadir.

—E tu dici?…

—Che quella donna mente.

—Io! esclamò la povera almea, che perdeva il suo sangue freddo.

—Sì! tu menti, ripetè il dongolese con maggior forza. Io ti vidi a
El-Obeid quando tu eri la favorita del Mahdi!

Fathma mandò un grido terribile e tentò gettarsi sul dongolese, ma i soldati l'afferrarono pei polsi. Abd-el-Kerim mise mano alla scimitarra.

—Miserabile! urlò egli.

Gli ufficiali però lo disarmarono, trascinandolo via come pure disarmarono il capitano Hassarn che aveva puntata una pistola sul delatore.

—Arrestate quella donna, disse Dhafar pascià, e conducetela a
Chartum.

—Non fatelo! Non fatelo!… urlò Abd-el-Kerim che fuori di sè dibattevasi disperatamente fra gli ufficiali.

—Arrestate quella donna, e trascinatela via, replicò Dhafar imperiosamente.

I soldati afferrarono l'almea e la portarono via malgrado le strazianti sue grida e i suoi sforzi sovrumani.

—Aiuto, Abd-el-Kerim, aiuto, Hassarn, ripeteva la poveretta.

L'arabo cercò di correre in suo aiuto seco trascinando gli ufficiali ma si fermò dinanzi al pascià che, tratto dalla cintura un revolver, lo toglieva di mira.

—Se tu la segui io ti ammazzo, gli disse Dhafar.

—Lasciami andare che io diserto la mia bandiera, lascia che io segua colei che amo più della mia vita, urlò Abd-el-Kerim, che pareva un pazzo. Degradami se vuoi ma lascia che io vada con lei a Chartum, che io la protegga, che io la discolpi.

—Abd-el-Kerim, ho ordini formali del governatore di Chartum di condurti meco e io ti condurrò al sud.

Ad un suo cenno dodici o quindici neri s'impadronirono dello sventurato arabo, lo rovesciarono, lo legarono saldamente e lo trascinarono a viva forza. Hassarn che aveva sguainata la scimitarra, circondato da ogni lato, fu costretto ad abbandonare ogni difesa e a lasciarsi arrestare.

—A cavallo, comandò il pascià.

Lo stato maggiore salì in sella e si affrettò a raggiungere il piccolo esercito che si dirigeva verso i monti Kaid. Nel medesimo istante echeggiò un gran scroscio di risa beffarde e il greco Notis apparve.

Egli tese le mani l'una verso il sud dove veniva trascinato
Abd-el-Kerim e l'altra verso il nord dove veniva trascinata Fathma.

—Io al nord ed Elenka al sud, diss'egli. I greci hanno vinto gli arabi.

CAPITOLO XIV.—La caccia all'almea.

L'esercito egiziano era ormai scomparso dietro le colline quando il greco lasciò il campo.

Egli raggiunse il villaggio d'Hossanieh, ben avvolto nel taub, attraversò rapidamente quel laberinto di viuzze ingombre di cammelli carichi per lo più di gomma o di durah e guadagnò un'altura sulla quale il dongolese che aveva accusata l'almea, canterellava dei versetti dell'Alcorano.

—Ah! sei qui, disse il greco. Ti ringrazio innanzi a tutto del servigio che hai reso alla favorita del Mahdi.

—Ringraziate vostra sorella che mi diede l'imbeccata, rispose il dongolese. Bisogna proprio dire che è una gran furba.

—È greca e ciò basta. Hai veduto alcuno?

—Fit Debbeud e i suoi sono nascosti a cinquecento passi da qui e non attendono che il segnale per venire.

—Non perdiamo tempo allora.

Trasse una pistola e la sparò in aria; una detonazione analoga facevasi udire pochi secondi dopo.

Quasi subito una banda di mahari uscì da un macchione di palme deleb e si diresse a tutta corsa verso l'altura. In testa cavalcava Fit Debbeud, riconoscibile pel suo fez rosso e le bardature lucenti del suo cammello, e al suo fianco cavalcava, Elenka colla carabina in mano e la lunga capigliatura, cosparsa di monete d'oro, sciolta al vento.

Giunti ai piedi del colle lo sceicco e la greca discesero di sella e raggiunsero Notis che aveva acceso pacificamente il suo scibouk.

—Ebbene, fratello, chiese Elenka con voce un po' alterata e pigliandogli una mano.

—Tutto è andato bene, rispose Notis.

—Ah!.. esclamò la greca con gioia feroce. I Greci hanno battuto gli
Arabi.

—Si, sorella, i Greci hanno vinto gli Arabi.

—Fathma adunque?…

—È condotta prigioniera a Chartum.

—E lui?…

—E lui segue l'esercito.

—L'ha abbandonata forse?…

—Oibò! Abd-el-Kerim è più innamorato di prima.

Sulla nivea fronte della greca si disegnò una profonda ruga.

—Ancora, diss'ella con dispetto. Come è avvenuta la separazione?

—Furono separati colla forza e poco mancò che Dhafar pascià non uccidesse l'arabo con un colpo di revolver. Il maledetto aveva tratta la scimitarra per accorrere in aiuto di Fathma.

—E che facciamo ora?

—Io vado dietro l'almea e tu ad Abd-el-Kerim; questo è quello che ci rimane a fare.

—Ma se Abd-el-Kerim è così fortemente innamorato di Fathma, alla prima occasione diserterà per raggiungerla.

—Ecco quello che tu dovrai impedire. Dhafar pascià ti darà man forte per trattenerlo al campo.

—Ho paura di non riuscire nel mio intento, Notis. Se ama tanto l'almea giammai acconsentirà a diventare mio fidanzato dopo quel che feci.

—Bah? fe' il greco, alzando le spalle. Il tempo cicatrizza le ferite e cicatrizzerà anche quella di Abd-el-Kerim. Seguilo, mostrati premurosa e sottomessa a lui, salvalo quando puoi salvarlo e affascinalo appena che lo potrai fare senza pericolo. Hai il tuo mahari, armi e argento, unisco a tutto ciò il mio schiavo Takir onde ti protegga: va con Dio!

—E tu!

—Io vado dietro a Fathma, la raggiungo, sbaraglio la sua scorta e me la porto a Quetêna oppure in qualche altra città, forse a Chartum.

—Sicchè forse non ci rivedremo più.

—Chi sa? Se Dio lo vuole! Del resto non c'è altra scappatoia: o andare o restare, che equivale a vincere o perdere. Scegli!

—Parto pel sud.

—Ed io parto pel nord.

Il greco prese Elenka per mano e scesero la collina seguiti dallo sceicco che non apriva bocca.

—Va, sorella, che il tempo stringe e sii forte e prudente, disse
Notis, quando giunsero al piano.

—È per me doloroso separarci per sempre, fratello.

—Dio lo vuole.

Elenka salì sul suo mahari, dopo aver abbracciato il fratello; gli strinse un'ultima volta la mano e partì rapidamente accompagnata dal nubiano. Tre volte volse la testa indietro salutando col fazzoletto…. poi sparve in mezzo ai campi di durah e alle foreste di tamarindi.

—Povera sorella, mormorò Notis sospirando. Ho il presentimento di non rivederla più mai!

Egli rimase lì colle braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso verso il luogo ove era scomparsa Elenka. Lo sceicco lo trasse da quei tetri pensieri battendogli sulle spalle.

—Non bisogna stare qui troppo, gli disse.

—Hai ragione, Fit Debbeud, rispose il greco.

—Che via prendiamo?

—Quella di Chartum. Prima che il sole tramonti bisogna che Fathma sia in mia mano.

—E colla scorta, come si farà?

—Adopereremo le nostre armi e li uccideremo dal primo all'ultimo.

—Quando è così, siamo tutti pronti. In sella compagni!

Il drappello si mise in marcia senza troppo affrettarsi, volendo raggiungere la scorta in sulla sera, nel momento che accampava, onde impedirle che potesse salvarsi colla fuga. Notis aveva sommo interesse che nessuno sopravvivesse, onde evitare che si recassero a Chartum a denunciarlo e quindi a perderlo.

Passato Hossanieh essi s'inoltrarono nelle vaste pianure del nord adorne di cespugli, di gruppi di palme e di grandi zone di papaveri alti più di un metro e carichi di capsule grosse come uova di gallina nel cui interno, non di rado, contengono più di trentaduemila semi, e abbelliti da grandi fiori bianchi, rossi, rosei, violetti e più spesso screziati.

Notis e lo sceicco si misero alla testa, ritti in sulla gobba degli animali onde abbracciare maggior orizzonte e gli altri si misero a loro dietro in lunga fila, colle lancie gettate a bandoliera e i moschettoni e gli jatagan in mano.

—Credi che abbiamo fatto molta strada? chiese Notis dopo qualche tempo.

—Dalle traccie lasciate sul suolo arguisco che i loro mahari andavano di corsa, rispose Fit Debbeud. Credo non ingannarmi se dico che siamo lontani da loro un cinque o sei miglia.

—Dove ti sembra che si dirigano queste traccie?

—Per ora si mantengono diritte ai monti Arab Mussa, ma sono sicuro che non tarderanno a piegare verso il Bahr-el-Abiad.

—Credi tu che si rechino a Chartum pel fiume?

—Sì, vi andranno pel fiume. Tu sai che vi sono delle bande d'insorti disperse per le Gemaije che vivono di saccheggio e che trafficano in carne umana. Gli Egiziani s'imbarcheranno, se non a Mahawir, almeno a Quetêna.

—Non bisogna lasciare loro il tempo di giungere al fiume, disse
Notis.

—Non avere paura, padrone; questa notte accamperemo nella pianura.

—Bisogna che noi li circondiamo per bene se vogliamo ammazzarli tutti quanti. Fathma cadrà in mia mano e allora sfido Allàh a portarmela via.

Non bestemmiare, disse lo sceicco sorridendo. E quando l'avrai, ritornerai tu a Chartum? Non mi pare che sia cosa prudente.

—A Chartum vi andrò quando Fathma avrà dimenticato Abd-el-Kerim e che mi amerà. Se ve la conducessi prima sarebbe capace di tradirmi.

—Uhm! sarà difficile estirpare dal suo cuore l'amore che aveva pel tuo rivale. Questo arabe, quando amano, rimangono fedeli fino all'ultimo respiro.

—Ti ricordi quello che ho detto poco fa a mia sorella?

—A proposito di che?

—Le dissi che il tempo cicatrizza le ferite e che cicatrizzerà anche quella di Abd-el-Kerim. Così il tempo guarirà quella di Fathma. Non ho fretta, sono paziente e aspetterò che nel cuore di quell'almea si apra un'altra breccia.

—E se non s'aprisse?

—L'aprirò colla forza rispose Notis risolutamente. Ogni resistenza sarà vana dinanzi al mio amore che ormai è diventato gigantesco, impossibile a domarsi e più impossibile ad estinguersi.

—Sta bene; e tua sorella Elenka riescirà ad affascinare quell'arabo dell'inferno?

Il greco sospirò più volte, crollando il capo, e sul suo volto passò un'ombra malinconica.

—Ho paura che mia sorella non ritorni mai più dal Sudan, mormorò egli. Ho un brutto presentimento radicato fortemente nel cuore. Povera Elenka! Povera mia sorella!

—Nessuno può vedere tua sorella senza fremere, senza sentirsi toccare il cuore, disse lo sceicco. Se Abd-al-Kerim non l'ha dimenticata del tutto, ho la certezza che tornerà ad amarla.

—E credi tu che per questo sia salva? Il Sudan è tutto insorto e non dò un tallero di tutti gli Egiziani che hanno i pascià Hicks e Aladin. Il Mahdi è troppo possente per venire schiacciato.

Tua sorella è forte, Notis, più forte di una delle nostre donne, anzi più forte di un beduino. Eppoi, non si uccide una donna bella come lo è lei. Sono sicuro che se i ribelli vincono gli Egiziani, la risparmieranno, forse per darla al Mahdi.

—Allora sarà perduta.

—Chi sa, potrebbe diventare una favorita e tu sai quanto sono possenti le favorite.

Notis curvò il capo sul petto e si immerse in dolorose meditazioni, dimenticando persino l'almea. Lo sceicco si spinse innanzi collo sguardo fisso ora all'orizzonte e ora a terra dove vedevansi le traccie fresche della scorta, mettendosi a recitare i versetti del Corano.

Tutto il giorno la piccola carovana camminò ora al passo e ora al trotto, sempre dietro alle traccie che mantenevano una linea rigorosamente dritta in direzione di Quetêna, villaggio situato sulla riva destra del Bahr-el-Abiad.

Era quasi sera, quando lo sceicco che si alzava di frequente sulla gobba del mahari, scorse in distanza un gruppo di cammelli montati da uomini armati. Riconobbe subito la scorta che conduceva Fathma.

—Alto là! diss'egli, alzando una mano verso i suoi uomini. Gli abbiamo raggiunti, Notis.

Il greco trasalì e si alzò in piedi sul collo del mahari. Egli potè distinguere i dieci egiziani e il loro caporale, che facevano corona a due cammelli portanti una specie di angareb sul quale scorgevasi qualche cosa di bianco che il venticello della sera alzava e abbassava a capriccio.

—La vedi l'almea gli chiese lo sceicco.

—Sì, rispose Notis che tremava per l'emozione. Essa è stesa su quell'angareb, forse malata.

—Probabilmente prostrata di forze, disse Fit Debbeud. Tanto meglio per noi; la faremo prigioniera senza che opponga resistenza.

—Dobbiamo seguirli o arrestarci qui?

—Se li seguiamo così possono scoprirci e allarmarsi: ci conviene lasciare qui i mahari e seguirli a piedi. Non faremo tanta strada, lo vedrai, poichè le tenebre stanno per calare e tu sai che di notte, ora che il Sudan è sollevato a rivolta, nessuno si arrischia a viaggiare. Guarda che essi si dirigono verso quelle colline, probabilmente per accampare là presso.

Ad un suo comando i beduini smontarono e i cammelli vennero radunati in cerchio e legati gli uni cogli altri. Un uomo fu lasciato a guardia di loro e gli altri si misero in cammino rassentando i gruppi di bauinie, ora raddoppiando il passo e ora rallentandolo e nascondendosi quando qualcuno della scorta volgeva il capo indietro.

Dopo un'ora gli egiziani fecero alto su di una piccola elevazione del terreno, nelle vicinanze di un fiumicello che scaricasi nel Bahr-el-Abiad poche miglia, sotto Quetêna.

Alzarono le tende, accesero i fuochi della notte per allontanare le zanzare e le bestie feroci, condussero i cammelli a dissetarsi, poi si sedettero all'aperto aspettando il pasto. I beduini si arrestarono sdraiandosi fra le erbe.

—Che nessuno si muova finchè non lo comando, disse Notis.

Egli, in compagnia dello sceicco, strisciò fino ad una collina isolata e guardò attentamente all'ingiro.

Il paese era deserto e il luogo era propizio per tentare l'assalto dell'accampamento egiziano. Non si vedevano che gruppi di alberi e cespugli folti; non un tugul che indicasse la presenza di qualche baggàra[1] o di qualche maazi[2]; nemmeno un zeribak nel cui interno potesse celarsi qualche essere umano. Erano proprio soli, senza testimoni di sorta.

[1] Mandriano. [2] Caprajo.

—Possiamo marciare innanzi, disse Notis. Il primo colpo di fucile è destinato a quella sentinella che veglia ai piedi del rialzo e il secondo al caporale. Ucciso il comandante, gli egiziani si lascieranno scannare come montoni.

—Lascia fare a me, disse lo sceicco. Abbiamo dei mahari e delle armi da guadagnare. Spicciamoci, padrone.

Scesero di corsa il pendìo, fecero levare i beduini e diedero il segnale di avanzare colla massima prudenza. Il loro progetto era di irrompere improvvisamente sull'accampamento, di circondare gli egiziani e di sgozzarli prima che potessero riaversi dalla sorpresa e dallo spavento.

I cinquecento passi che li separavano dall'accampamento li percorsero senza venire scoperti. Essi sostarono dietro ad una macchia colle armi in mano e gli occhi sanguinosamente fissi sui fuochi del campo.

—Dov'è Fathma? chiese lo sceicco con un filo di voce.

—Sotto quella tenda là, rispose Notis. Attenzione!

Alzò il remington e mirò la sentinella che fumava col scibouh appoggiata al tronco di un ambag. Una fragorosa detonazione ruppe il silenzio della notte accompagnata da un grido disperato.

Allàh-el-gader! (Dio possente!) esclamò la sentinella e cadde a terra con una palla in fronte.

—Avanti! tuonò lo sceicco coll'jatagan in mano.

I beduini si slanciarono innanzi come una banda di lupi affamati gettando urla selvagge e irruppero nell'accampamento colle lancie in resta.

Gli egiziani sorpresi dalla rapidità dell'assalto, non avevano avuto nemmeno il tempo di accorrere ai fucili legati in fascio. Sguainarono le daghe e cercarono di tener testa, ma sin dal primo urto quattro di essi caddero a terra passati da parte a parte.

Beduini ed egiziani si mescolarono azzuffandosi ferocemente, urlando ed urtandosi, menando disperatamente le mani, afferrandosi ed atterrandosi. Notis, incontratosi col caporale gli fece saltare le cervella, poi si gettò addosso alla tenda dove sapeva trovarsi Fathma. Proprio nell'istesso istante che vi giungeva vide dalla parte opposta uscire una bianca figura e fuggire a rompicollo giù per l'erta. La riconobbe subito.

—Aiuto! esclamò egli. Fathtma mi fugge!

Lo sceicco e sei o sette beduini accorsero a lui, mentre gli altri finivano a colpi di jatagan gli egiziani.

—Fermati, Fathma, intimò il greco rabbiosamente.

L'almea non volse nemmeno il capo indietro e raddoppiò la corsa andando or qua e or là come fosse smarrita o cieca. Il greco in pochi salti le fu vicino.

—Ira di Dio, fermati Fathma! rantolò egli.

L'almea si volse, fece un rapido movimento con una mano, traballò come percossa da una folgore, gettò uno straziante singulto e cadde di peso fra le erbe.

Il greco le si precipitò sopra, ma indietreggiò vivamente cogli occhi fuor dall'orbite, la faccia sconvolta, le mani nei capelli.

—Dio!… Dio!… urlò egli. È morta!…

L'almea s'era trafitta il cuore con un colpo di pugnale!

FINE DELLA PARTE PRIMA