PARTE SECONDA

L'Insurrezione del Sudan

CAPITOLO I.—Omar

La mattina del 2 Ottobre 1883, vale a dire venti giorni dopo gli avvenimenti precedentemente narrati, una darnas scendeva a vele spiegate la maestosa corrente del Bahr-el-Abiad in quel tratto che è compreso fra Mahawir al sud e Quetêna al nord.

Questa darnas era una delle più grandi e delle più magnifiche barche che solcassero il Nilo, lungo oltre venti metri e larga otto, piatta, con due alberi, l'uno a prua e l'altro al centro, fatti di più pezzi e riuniti con rilegature di pelle di bue cucita fresca, sostenenti due vele latine altissime che si manovravano con un congegno primitivo di corde. Costrutta tutta in durissimo sund dell'alto Nilo, tagliato in grossissime tavole, ricongiunte, anziché come tutte le barche in linea perpendicolare, in linea orizzontale, aveva la prua scolpita rozzamente a guisa di coccodrillo, un timone di dimensioni veramente gigantesche colla ribolla pure foggiata a coccodrillo e a poppa una grande e solida tettoia, una specie di rekuba, sulla quale salivasi con scale laterali.

Sul ponte gironzava una quindicina di barcaiuoli sennaresi, unti di fresco con burro o con grasso, quasi interamente nudi, alcuni affaccendati a tirar le corde, altri a far bollire il caffè sul cassone di legno che serve di fornello e altri ancora a disporre in buon ordine gli attrezzi di bordo.

A prua, seduti sulle murate, colle gambe penzolanti lungo il bordo, fumavano due uomini accuratamente ammantellati in candidi taub infioccati.

Il primo di essi era un bel negro di mezzana statura, con muscoli sviluppatissimi che indicavano in lui una forza non comune, e una faccia maschia energica, con fronte alta, occhi nerissimi e grandi, naso dritto e profilato come i nubiani, una capigliatura nera e ondata anzichè crespa e la tinta della pelle cupa ma con riflessi rossigni.

Il secondo invece era alto, scarno, di colorito bruno occhi grandi ma stupidi, lineamenti insignificanti colle labbra, le palpebre e le sopracciglie tinte d'azzurro, le unghie delle mani tinte di zafferano e la pelle unta di grasso di cammello mescolato a zibetto che tramandava un profumo fortissimo.

Fumavano da un bel pezzo in silenzio, cogli occhi fissi sulle acque in mezzo alle quali nuotavano furiosamente enormi coccodrilli sollevando colle possenti loro code delle vere ondate, quando il bel negro chiese al compagno:

—Quanto ci manca ad arrivare a Quetèna?

—Una dozzina di miglia, Omar, rispose l'interrogato, nella cui pronuncia si capiva il sennarese. Ci arresteremo in quella cittadella?

—Puoi immaginartelo, Dàud. Visiteremo tutti i villaggi delle rive del
Bahr-el-Abiad fino a Chartum.

—Speri di trovarla?

—Sempre, anzi più oggi che ieri. L'una e l'altro, te lo giuro, li scoprirò.

—È adunque molto bella questa donna che ha tanti amanti?

—Tanto bella da mettere il fuoco nelle vene del Profeta se potesse vederla per cinque soli minuti.

—E si chiama?

—Fathma.

—Bel nome! esclamò Dàud, E chi fu a portarla via?

—Dhafar pascià l'aveva fatta arrestare malgrado le proteste del mio padrone Abd-el-Kerim e del capitano Hassarn, ordinando che fosse condotta a Chartum sotto buona scorta, ma io dubito che vi sia giunta. Temo che Notis siasi slanciato sulle sue traccie e che l'abbia presa dopo di aver macellato gli egiziani che l'accompagnavano.

—Chi è questo Notis?

—Un greco che amava alla follìa Fathma e la sorella che amava invece alla follìa il mio padrone.

—Sicchè questo Notis e il tuo padrone erano rivali.

—Sicuro, e rivali accaniti.

—E la sorella del greco dove trovasi?

—Segue l'armata di Dhafar pascià, rispose Omar colla speranza che
Abd-el-Kerim dimentichi Fathma e finisca coll'amare lei.

—E il tuo padrone invece?…

—La esecra, la odia, la disprezza. Non respira che per la sua Fathma.

—E tu adunque, Omar, vuoi trovare questa donna?

—Sì, bisogna che la trovi. Quando disertai giurai ad Abd-el-Kerim di ricondurla a Chartum sana e salva, corrompendo la scorta.

—Io sono sorpreso come non abbia disertato anche il tuo padrone.

—È custodito più rigorosamente di un prigioniero di guerra. Sei volte cercò di darsi alla fuga non fosse altro per non vedersi più innanzi la sorella del greco, ma fu sempre ripreso. La maledetta donna veglia dì e notte attentamente.

—Se questa donna è così terribile doveva torcerle il collo.

—Se fosse stato libero forse l'avrebbe uccisa, tanto egli la odia.

Omar si tacque e si mise a guardare le ubertose rive del Bahr-el-Abiad coperte di magnifiche camerope a ventaglio (camerope umilis) coronate alla sommità da magnifici ciuffi di trenta o quaranta foglie nel mezzo delle quali apparivano bellissimi fiori disposti a pennacchio e da foreste di sannut e di bauinie, popolate da moltitudini di scimmie-leoni e di scimmie rubra che facevano un baccano del diavolo.

Dàud stette alcuni minuti al suo fianco, guardando invece i banchi di sabbia sui quali sonnecchiavano bande di mostruosi coccodrilli, finì di fumare il suo scibouk e poi si diresse a poppa, prendendo la ribolla del timone.

Era già un'ora che la gran barca navigava lentamente, quando apparvero a un miglio di distanza sulla riva destra, un gruppo di tugul e di casuccie di mattoni cotti al sole, dominato da un minareto che slanciavasi sottile e ardito verso il cielo.

—Ecco Quetêna, disse Dàud avvicinandosi a Omar.

—Governa dritto a quel piccolo seno che vedi laggiù, rispose il negro.

—E perchè non approdiamo dinanzi al villaggio?

—Non voglio che mi vedano sbarcare. Se il greco si trova a Quetêna potrebbe venire informato del mio arrivo e prendere il largo.

—Hai ragione, Omar, Olà! drizzate la prua a quel seno, gridò Dàud.

La barca s'accostò alla riva destra passando fra numerosi bassifondi semi nascosti da piante di loto galleggianti, e andò a gettar l'ancora nel luogo designato, in una insenatura contornata da grandi tamarindi che si curvavano graziosamente sulle acque.

—Odimi bene, Dàud, disse Omar, passandosi fra le pieghe della fascia un paio di pistole e un jatagan. Tu rimarrai qui colla tua barca, nè ti muoverai senza mio ordine. Passeranno due, tre, quattro o forse più giorni senza che io mi faccia vedere, ma non dartene pensiero, Servimi bene e io pagherò da principe te e i tuoi battellieri.

—Sono due anni che noi ci conosciamo e ciò basta. Mi offrissero mille talleri per noleggiare il mio naviglio, rifiuterò sempre. Se tu, poi avrai bisogno d'aiuti, vieni da me e metterò a tua disposizione i miei uomini e la mia scimitarra.

—Grazie, Dàud, disse il negro, commosso. Abd-el-Kerim ti sarà riconoscente.

Fece gettare una tavola fra la barca e la riva e discese a terra, tirandosi sugli occhi il cappuccio Dato uno sguardo al paese circostante che appariva deserto prese un sentiero che costeggiava il fiume, ombreggiato da una parte d'alti alberi e dall'altra d'alte canne e si diresse a rapidi passi verso Quetêna.

Man mano che si avanzava, il paese cangiava aspetto e si popolava come per incanto. Alle foreste si succedevano rigogliosi campi di durah, d'orzo e di miglio, in mezzo ai quali andavano e venivano bande di schiavi occupati alla raccolta o alla mietitura e che rompevano il silenzio con bizzarre e selvagge canzoni che si ripercuotevano sulle rive opposte del fiume, sempre coperte da boscaglie. Qua e là apparivano dei tugul di paglia dalla cui sommità o dai fori laterali sfuggivano getti di fumo, e più lontano delle zeribak occupate da mandrie di vacche. Di tratto in tratto piccole carovane si mostravano fra le piantagioni, alcune in riposo coi cammelli inginocchiati che sbadigliavan sotto i torbidi raggi solari e altre in movimento, accompagnate dal dolce tintinnìo dei campanelli appesi al collo o alla fronte degli animali.

Omar si diresse verso un tugul sotto la cui rekùba (tettoia) stava indolentemente sdraiato su di un angareb un giovane sennarese che dall'aspetto pareva un barcaiuolo. Egli si sedette vicino a lui e dopo di avergli inviato, come è l'abitudine, il saluto, gli chiese:

—Sei di Quetêna?

—Sì, rispose il sennarese, senza muoversi. Omar estrasse un pugno di parà e glieli gettò nella farda. Il sennarese lo guardò sorpreso, ma senza aprir bocca e li raccolse meccanicamente.

—Parla, disse semplicemente Omar. Hai veduto arrivare in Quetêna dei soldati egiziani, che conducevano una bella donna?

—No.

—Nemmeno dei beduini guidati da un greco?

—Dei beduini sì, portavano una donna che dalle vesti mi parve un'almea.

Omar fece un soprassalto sull'angareb, sbarrando tanto d'occhi.

—Non m'inganni tu? chiese egli con veemenza.

—A che pro? rispose il sennarese alzando le spalle.

—L'hai veduta coi tuoi occhi quest'almea?

—Sì, e mi parve assai bella, una specie d'urì del paradiso del
Profeta.

—E tu dici che la portavano?

—Sì, la portavano su di un angareb sostenuto da due mahari.

—Era ammalata forse? chiese Omar, che si sentì un brivido correre per le ossa.

—Mi si disse che era pericolosamente ferita.

—Come?…. Ferita mortalmente?…. Da chi?…. Quando?….

—Che ne so io! Non conosco gli uomini che la conducevano, nè so da dove venissero.

—I beduini erano guidati da un greco d'alta statura con barba nera e ispida?

—Sì, il greco era alto e barbuto, anzi lo scorsi mezz'ora fa seduto sulla riva del Bahr-el-Abiad a quattrocento passi da qui.

Omar saltò in piedi colla dritta sull'impugnatura dell'jatagan. Sul suo nero volto brillava una gioia selvaggia, feroce.

—Egli è a quattrocento passi di qui! esclamò egli afferrando per le spalle il sennarese e ficcando i suoi occhi in quelli di lui.

—Ti assicuro che lo vidi e scommetterei che vi è ancora.

—E l'almea dove fu alloggiata?

—In una palazzina della riva sinistra ed è circondata da un palmeto.

—Grazie, giovanotto, grazie, ripetè Omar, gettandogli nella farda un nuovo pugno di para.

Uscì dalla rekùba come un lampo, si calò il cappuccio fino al mento, e si slanciò sul sentiero avanzandosi a rapidi passi.

—Il greco è un uomo morto, mormorò egli. Lo getto nel Nilo a pasto dei coccodrilli e poi salvo Fathma. Non temere mio povero padrone, che Omar ritornerà a farti felice. Era da prevedersi che avrebbero assalita e distrutta la scorta per avere in loro mani l'almea, ma Omar vi punirà tutti, tutti!

Si gettò in mezzo ai canneti, procedendo a salti, sollevando bande di pernici, di pavoncelle, di cornacchie e di superbi fenicotteri che fuggivano gridando maledettamente, e giunse a trecento passi dai primi tugul di Quetêna. Qui si arrestò di botto come fosse stato d'un colpo pietrificato.

A dieci metri di distanza, seduto su di una piccola rupe tagliata a picco sul Bahr-el-Abiad, aveva scorto un uomo avvolto in una ricca farda, colla faccia semi-coperta da una barba nera e ispida. Lo riconobbe subito; un tremito di collera agitò le sue membra e i suoi lineamenti.

—Notis! esclamò.

Lo fissò attentamente, trucemente, rattenendo il respiro. Il greco aveva gli occhi rivolti su di una bella abitazione, piantata sulla riva opposta del fiume e che specchiavasi nelle tranquille acque. Sulla cima di quella villetta ondeggiava la bandiera greca, e tutto all'intorno crescevano superbe palme e grandissimi tamarindi che deliziosamente ombreggiavano. Omar sussultò e spinse i suoi occhi verso le finestre riparate da leggiere persiane.

—Fathma è là! mormorò egli. Il cuore me lo dice e lo sguardo del greco fisso su quelle finestre mi assicura che il cuore non si inganna. Sta bene: ora a noi due, Notis.

Levò dalla cintura una pistola, l'armò silenziosamente, versò alcuni grani di polvere nello scodellino per essere più sicuro del colpo e l'alzò, mirando la testa del greco.

Gli faccio scoppiar il cranio, pensò il negro. Capitombolerà nel Nilo e i coccodrilli s'incaricheranno di far sparire il cadavere.

La canna dell'arma si era arrestata all'altezza della fronte di Notis; già stava per far partire la carica, quando udì sulla riva opposta un:

—Olà!

Abbassò la pistola, nel mentre che il greco saltava in piedi. Guardò e vide staccarsi dalla villetta una piccola barca montata da un beduino, il quale arrancando vigorosamente, fendè la corrente del Bahr-el-Abiad.

—Sei tu, Fit Debbeud? chiese Notis.

—E chi vuoi che sia? rispose lo sceicco.

—Fit Debbeud! mormorò Omar, Questo è il nome dei sceicco che rapì il mio padrone e che lo chiuse nei sotterranei di El-Gark. Che succede mai?

Si nascose meglio che potè fra le canne colla pistola sempre impugnata. Il beduino toccò la riva, si arrampicò sulla piccola rupe e baciò la mano che il greco gli porgeva.

—Finalmente! esclamò Notis, mandando un sospirone. Come vanno adunque le cose laggiù? Posso o non posso vederla e parlarle senza pericolo?

—Fathma è in piedi ed è completamente ristabilita, rispose lo sceicco sorridendo. La ferita si è cicatrizzata mercè le mie erbe miracolose e tu puoi parlarle d'amore senza che abbiamo a temere una ricaduta. Quella donna bisogna che sia di ferro per guarire da un colpo di pugnale così terribile.

Omar sentì le carni raggrinzarsi e sul volto correre grosse gocce di sudore. Guardò lo sceicco e il greco stupefatto.

—Guarita!… un colpo di pugnale!… balbettò egli. Cosa è successo mai? Che l'abbiano pugnalata per impadronirsi di lei? Ah! miserabili!…

—Sa che io sono qui? chiese Notis dopo qualche istante di silenzio.

—Non ti ha mai nominato ma deve saperlo. Non ha parlato altro che di
Abd-el-Kerim.

Il greco fece un gesto d'impazienza e digrignò i denti come una jena.

Sempre quell'uomo esclamò con rabbia. Che non l'abbia a dimenticare mai adunque?

—Chissà, forse col tempo la ferita si rimarginerà.

—Non col tempo, io ho fretta di farla mia, capisci, Fit Debbeud.
L'amo e sempre più furiosamente e voglio che lei mi ami.

—Tenta, forse vi riuscirai. E di Elenka sai nulla?

—Assolutamente nulla, Eppoi, in quale modo? Ho paura di non udir parlare più mai di lei, ora che trovasi giù nel Kordofan.

—E nemmeno del tuo rivale?

—Nemmeno.

—Vuoi recarti dall'almea?

—Sì, ma come mi accoglierà? chiese Notis incrociando le braccia.

—Probabilmente assai male, ma dinanzi alle minaccie cederà, rispose lo sceicco. Le dirai, per ispaventarla, che gl'insorti hanno ucciso Dhafar pascià e tutti gli uomini che lo seguivano.

—Ma non vorrà credermi.

—Oggi, ma domani o posdomani ti crederà, ne ho la certezza.

Il greco fissò i suoi occhi sull'abitazione, esaminando le finestre e sorrise con compiacenza.

—Vieni Fit Debbeud, disse.

Tutti e due scesero dalla rupe e guadagnarono la barca arenata fra i canneti. Omar saltò fuori e li vide prendere i remi, attraversare il fiume e sbarcare dinanzi all'abitazione. Una bestemmia gli uscì dalle labbra; le sue mani tormentarono il grilletto delle pistole.

—Che accadrà mai? si chiese egli coi denti stretti. Ho una smania furiosa di sparare loro addosso, ma quand'anche gli uccidessi poco guadagnerei. Orsù, siamo pazienti.

Guardò attentamente la riva opposta e gli alberi che circondavano l'abitazione. Un'improvvisa idea gli balenò in mente.

—La riva è deserta, mormorò egli, e nessuna barca solca il fiume. Io vado là, salgo su quel tamarindo che allunga i suoi rami fino alle finestre e udrò tutto e vedrò tutto. Se il greco alza un dito verso Fathma, accada qualunque cosa io lo ammazzo.

In un batter d'occhio si spogliò, nascose le vesti in una fitta macchia di bauinie, si legò sul capo l'jatagan e le pistole e raggiunta la riva scese risolutamente nell'acqua, nuotando vigorosamente.

CAPITOLO II.—Fathma.

Nel momento che lo schiavo di Abd-el-Kerim affrontava arditamente la corrente senza darsi pensiero alcuno dei coccodrilli, che forse erano lì vicini, Notis entrava nell'abitazione. Egli si arrestò alla vista di un vecchio reis che imbacuccato in una stracciata farda stava appoggiato al muro fumando in un orribile scibouk annerito.

—Allàh sia benedetto? esclamò il capo battelliere, movendogli incontro. Cominciava a perdere la pazienza.

—Sei tu, mio vecchio Ibrahim, disse Notis non dissimulando la sua sorpresa, Qual vento ti ha portato qui?

—Mi credevate ancora alle bocche del Bahr-el-Abiad? Gli affari sono scarsi colla insurrezione e bisogna navigare dappertutto. Dove mai siete stato che son quasi due mesi, vale a dire dal giorno che vi trasportai da Chartum a Machmudiech, che non vi ho più visto?

—In questi tempi non è facile incontrarsi. Che nuove mi porti adunque e come mai ti trovi qui?

—Sono due giorni che vi cerco in Quetêna e più di quindici che domando di voi in tutti i villaggi che tocco.

—Quindici giorni che mi cerchi! esclamò Notis. Perchè.

—Vi reco notizie di vostra sorella Elenka.

—Di Elenka! Parla, narra, di' su qualche cosa che io abbrucio dall'impazienza. Dove trovasi ella? Come l'hai trovata? Come sta?

—Sedici giorni or sono, sul far della sera, approdai al villaggio di Gez-Hagiba. Saputo che sulla riva opposta, al di là dell'isola, si trovasse accampato Dhafar pascià, mi si recai sperando di trovar voi e vostro cognato Abd el-Kerim. Seppi che si trovano al campo vostra sorella ed il suo fidanzato.

—Ah! fe' Notis ironicamente.

—Mi recai alla tenda di Elenka e la trovai. Ella mi raccontò come fra lei ed Abd-el-Kerim tutto fosse stato spezzato.

—Lascia questo e dimmi a quale punto si trovava coll'arabo.

—Mi disse che fra loro ferveva una tremenda guerra e che disperava ormai di farsi riamare.

—Ira di Dio! Tira innanzi, Ibrahim.

—Parecchie volte Abd-el-Kerim tentò di fuggire dal campo ma ella lo fece riprendere e Dhafar pascià lo fece legare, minacciandolo di farlo passare per le armi se avesse ritentata la fuga.

—Ed Abd-el-Kerim lo sa che fu mia sorella a impedirgli di fuggire.

—Sì, ed è appunto per questo che l'arabo la esecra.

—Ogni speranza adunque è perduta?

—Perduta, ella mi disse.

—E che fa ora?

—Continua a seguirlo e a sorvegliarlo. Andasse anche il capo al mondo, Elenka mi ha giurato che lo accompagnerà.

—L'ama sempre la disgraziata?

—Forse l'odia e arde dal desiderio di vendicarsi del traditore.

Il greco si prese la testa fra le mani e sospirò.

—Povera Elenka, mormorò a più riprese. Ah! Fathma! Fathma! sei stata la causa di tanti mali.

Se non ti amassi sempre alla follìa, vorrei farti soffrire indicibili torture. Dimmi Ibrahim, gli egiziani ebbero scontri con le orde dal Mahdi?

—Perdettero un terzo dei loro compagni in tre o quattro combattimenti.

—E sanno almeno dove trovasi l'armata di Hicks pascià?

—L'ignoro.

—Tutto cammina di male in peggio, adunque? Orsù, che ti disse ancora?

—Mi disse di avvisarvi che lo schiavo di Abd-el-Kerim era fuggito dal campo, forse diretto per Chartum.

—Chi!… Il negro Omar?

—Sì, Omar fuggì durante una notte oscura, nè più ricomparve al campo.

Notis rabbrividì, ma poi si mise a sorridere.

—Quel negro mi fa paura, disse. Ad ogni modo terrò gli occhi aperti onde non possa farmi qualche brutto giuoco. Olà, date da bere un vaso di birra a questo uomo, aggiunse di poi, alzando la voce.

—Un beduino armato sino ai denti e che vegliava appiè della scala accorse.

—Rimani qui, Ibrahim, e mi aspetterai disse Notis. È probabile che abbia bisogno della tua barca per trasportarmi a Chartum. Accomodati laggiù in quella stanza e bevi quanto merissak può contenere il tuo stomaco.

Fe' un legger saluto accompagnato da una strizzatina di occhi come per raccomandargli silenzio e salì a quattro a quattro i gradini d'una tortuosa scala. Sostò dinanzi a una porta coperta da un fitto tappeto e tese l'orecchio.

—Non si ode nulla, disse con voce visibilmente alterata. Forse dormirà.

Aprì pian piano la porta ed entrò in una vasta stanza, coperta da morbidi tappeti tinti a smaglianti colori, e arredata con divani alla turca e con grandi vasi di fiori ingiorò che spandevano all'intorno un olezzo delicato che aveva del gelsomino e della rosa. Là, proprio in mezzo se ne stava l'almea Fathma, avvolta in un grande feredgè di seta bianca, la faccia cupa, e i lunghi capelli, neri come l'ebano, sciolti in pittoresco disordine sulle semi-nude spalle. Aveva le braccia incrociate sul seno che sollevavasi sotto i frequenti sospiri e teneva lo sguardo malinconicamente fisso sulle ridenti sponde del Bahr-el-Abiad che disegnavansi dinanzi alle persiane delle finestre.

Il greco s'arrestò sul limitare della porta come trasognato, come rapito in estasi, cogli occhi fissi fissi su quella seducente donna che egli amava alla follia. Il suo volto era alterato, irrigato da goccioloni di sudore, e sentiva il cuore saltellare nel petto e il sangue accendersi d'ardenti brame.

La contemplò così per un minuto, due, tre, rattenendo persino il respiro, poi fece silenziosamente alcuni passi innanzi colle braccia tese e le mani aperte come volesse afferrarla, e le labbra sporgenti come cercasse un bacio su quelle palpitanti carni.

—Fathma, mormorò con un fil di voce e con un tono commosso, supplichevole.

L'almea a quella voce trasalì. Si volse lentamente verso di lui, lo mirò con sorpresa, poi con ispavento e indietreggiò vivamente con un gesto di orrore, come avesse visto una schifosa bestia.

—Oh! Fathma! esclamò lo sciagurato con una voce rotta. Non trattarmi così!

L'almea per tutta risposta girò su sé stessa e gli volse le spalle. Il greco traballò come avesse ricevuto una palla nel cuore e la vista gli si intorbidì. Qualche cosa rumoreggiò nel fondo del suo petto, come un ruggito strozzato, furioso, e le sue mani si strinsero così fortemente che le unghie gli penetrarono nelle carni.

—Non disprezzarmi!… non deridermi Fathma… non respingermi! urlò.

Si precipitò innanzi e le si gettò alle ginocchia afferrandola per le mani. L'almea con una brusca mossa si liberò da quella stretta.

—Vattene!—diss'ella con veemenza, tornando a indietreggiare. Vattene mostro, che tu mi fai paura, che mi fai ribrezzo!

Il greco la guardò con occhio truce; nondimeno qualche cosa di umido gli brillò sotto le ciglia e la sua faccia si coprì di un pallore cadaverico per l'ira. Si raddrizzò con violenza, colle braccia alzate, le mani aperte e le si avvicinò vacillando, cogli occhi stravolti, iniettati di sangue.

—Ma io ti amo, Fathma! esclamò quasi delirante, io ti amo, ti adoro e tanto che per te mi ucciderei.

—Ucciditi allora, disse l'almea con fredda ironia

—Che mi uccida!…

S'arrestò guardandosi attorno con smarrimento.

—Ah! mormorò egli coi denti convulsivamente stretti.

Parve ancora esitare, poi si scagliò come un forsennato sull'almea afferrandola così strettamente per le braccia da strapparle un grido di dolore. Egli la scosse con furore.

—Odimi. Fathma, disse con voce rauca. Che ti feci io? Quali azioni ti usai? Perchè tu provi per me una ripugnanza così insuperabile? Perchè mi disprezzi, mi deridi, mi respingi?… Dimmelo, Fathma, perchè?… perchè?…

L'almea non rispose; ella cercò di sciogliersi da quella stretta, ma senza riuscirvi. Impallidì orribilmente.

—Tu non sai adunque fino a qual punto io ti ami? ripigliò il greco con passione furiosa. Tu non sai adunque quanto io soffersi per te, da quel giorno che tu mi apparisti a Machmudiech? Quel giorno tu mi affascinasti, quel giorno tu avvelenasti il mio sangue, mi straziasti il cuore. Ho provato torture indicibili, gelosie tremende, a segno che io mi domando come possa ancora amarti invece di esecrarti. Mi sembra di essere pazzo, ma un pazzo furioso che vive solamente per te!… Mi hai udito, o Fathma?

—Ti ho udito, rispose l'almea cupamente.

—E dunque?…

—Ti disprezzo, e più oggi che quindici giorni fa!

Il greco emise un urlo di furore e la scagliò addosso a un divano.

—Sciagurata, tu mi schianti il cuore! esclamò con straziante accento.

Si mise a girare per la stanza col volto nascosto fra le mani e i capelli irti, poi ritornò verso Fathma che si era raccolta su sè stessa come una tigre, risoluta a difendersi contro gli attacchi di quel miserabile.

—È tutto finito adunque fra noi? le chiese con voce cavernosa.

—Lasciami sola, che la tua presenza mi fa male, disse Fathma. È impossibile che io ti ami, perchè sento per te un odio così profondo che non si estinguerà che colla mia morte. Comprendi, Notis?

—Ma dimmi che ti feci io, terribile donna, dimmelo?…

—Chi fu a infrangere la mia felicità? Chi fu a condurmi qui a morire lentamente, fra mille angoscie? Chi mi spinse a pugnalarmi? Chi fu quel vigliacco che mi denunciò a Dhafar pascià per una spia del Mahdi? Come posso io dimenticare tante cose!

—Si, fui io, ma ti amava e fu solo l'amore che fece di me una spia.

—Hai scavato un abisso, questo abisso è insuperabile. Vattene adunque e ridonami la libertà, lascia che io ritorni nel Sudan. Solo a questo patto potrei dimenticare quelle azioni codarde che mi usasti e forse col tempo a provare per te, se non dell'amore, almeno della compassione.

—Ridonarti la libertà?… Lasciarti ritornare nel Sudan?… E perchè?

—Per raggiungere colui che io amo sopra tutti, disse l'almea con slancio appassionato.

—Ira di Dio! esclamò il greco. Tu pensi ancora a quell'arabo adunque? Il tuo cuore batte ancora per Abd-el-Kerim? Ma io non lo permetterò mai, capisci Fathma, mai, mai, mai!…

—Sarai tu che impedirai al mio cuore di palpitare per Abd-el-Kerim?

—Si, io, perchè te lo schianterò di nuovo quel cuore. Voglio strapparti quella passione che ti uccide e insediarvi la mia!… Sei in mia mano, Fathma, proseguì Notis con accento pieno di fiele e di minaccia.

L'almea fe' un gesto come avesse intenzione di gettarsi fuori dalla stanza, ma s'avvide che la porta era chiusa e s'arrestò fremendo.

—Non sperare nella fuga, disse Notis che s'era accorto della mossa. Quand'anche tu riuscissi a oltrepassare quella soglia, ti troveresti di fronte ai beduini dello sceicco Debbeud.

—Vuoi adunque ridurmi una seconda volta alla disperata risoluzione di uccidermi? Sta in guardia, vigliacco, perchè sarei capace di ritentare la prova.

Ma oggi i pugnali sono spuntati.

—Vi sono delle pareti per spezzarsi la testa.

—Fathma! esclamò Notis. Se tu ti uccidi, uccidi nel medesimo tempo…

—Chi?… chi?…

—L'arabo Abd-el-Kerim.

—Abd-el-Kerim! esclamò l'almea portandosi le mani al seno che tumultuava angosciosamente. Allàh!… Allàh!…

Girò su sè stessa chiudendo gli occhi e piombò sul divano; due lagrime le irrigavano le abbronzate guancie.

Il greco spaventato accorse a lei, ma non giunse nemmeno a toccarla.

—Indietro! gridò ella risollevandosi. Non toccarmi.

—Fathma, disse Notis furente, non disprezzarmi oltre, o che io…

S'era gettato innanzi per afferrarla, ma si era subito arrestato, sorpreso e quasi spaventato. Il ramo gigantesco che ombreggiava le finestre aveva mandato un legger crepitìo e s'era udita una sorda bestemmia.

—Chi è là? chiese egli sguainando la scimitarra.

Nessuno rispose. S'avvicinò ad una delle finestre, ma non vide o almeno credette di non vedere alcuno.

—Chi può essere stato? si chiese egli.

Guardò Fathma che si teneva ancora ritta presso il divano in atteggiamento fiero e sprezzante.

—Fathma, disse, fa quello che tu vuoi, ma fra tre giorni tornerò a vederti. Se non avrai cangiato parere, se ricuserai di diventare mia, guai a te. Ti farò versare fiumi di lagrime e ti strazierò il cuore come giammai un carnefice fu capace di straziarlo!

L'almea non rispose. Notis la guardò trucemente, poi le volse le spalle sbarrando dietro di sè la porta.

La sventurata Fathma, rimase ritta per qualche istante poi ripiombò sul divano piegandosi su sè stessa.

—Dio!…. Dio!…. ripetè ella. Tutto è perduto, tutto è finito! Potessi almeno veder un'ultima volta colui che tanto amo, e poi morire.

Ella si nascose la faccia fra le mani e il suo volto si inondò di lagrime. Il fragore di un vaso di fiori che si infrangeva la fece saltar in piedi.

Si guardò attorno e scorse a terra un grosso ciottolo appeso al quale eravi qualche cosa di bianco. Lo prese, continuando a guardarsi attorno per la tema di venire scoperta, e s'accorse che quel bianco era un pezzetto di carta scritta. Lo spiegò e lesse in arabo:

«Ho visto e udito tutto. Ho disertato per ordine di Abd-el-Kerim e non ho altra missione che quella di salvarti. Non temere nulla: prima dei tre giorni sarai libera.

«Omar».

L'almea rattenne a malapena un grido di gioia che stava per sfuggirle e corse alla finestra. Ella vi giunse nel momento che un negro semi-nudo, uscito dalle acque del Nilo, saliva la sponda opposta.

—È lui! Omar: esclamò con voce tremante. Allàh, fa che egli mi salvi!

CAPITOLO III.—Il reis Ibrahim

Il vecchio reis Ibrahim, lasciato che fu da Notis, non aveva perduto il tempo. Sedutosi per terra, s'era fatto portare due grandi vasi di merissak e si era messo a bere sbocconcellando un enorme pezzo di ebrèk, sorta di pane fatto con maiz agro, e che mangiasi usualmente bagnato con brodo o con latte zuccherato. Lo sceicco Fit Debbeud, entrando allora allora, si era bravamente seduto di fronte a lui e lo aiutava efficacemente a vuotare i vasi di birra, intavolando una viva conversazione.

—Dunque, tu narravi al padrone, diceva lo sceicco, che hai veduta
Elenka a Gez Hagida.

—Sicuro, rispondeva il reis, vuotando l'una dietro l'altra parecchie tazze. L'ho veduta e le ho parlato più di una volta.

—E ti raccontò tutta la faccenda?

—Già, mi narrò gli amori di Abd-el-Kerim con un'almea, che, se non erro, chiamasi Fathma e tutto quello che ne seguì.

—E ti avvisò che lo schiavo dell'arabo aveva disertato?

Il reis fece col capo un cenno affermativo, tracannando la dodicesima tazza di birra.

—L'hai incontrato tu, questo schiavo?

—No, rispose Ibrahim. Eppure domandai di lui in tutti i villaggi che toccai.

—Lo conosci forse?

—Niente affatto. Quando conobbi l'arabo Abd-el-Kerim, questo schiavo non era con lui.

—Credi tu che noi dobbiam preoccuparci di questo negro?

—Se è solo non è da temerlo molto. Eppoi si fa presto a spedirlo nell'altro mondo. Una pistolettata o quattro dita di jatagan e tutto è finito.

—Parli bene come l'Alcorano, disse lo sceicco, sorridendo. D'altronde staremo in guardia e se dormiremo procureremo di chiudere un solo occhio.

La conversazione fu tagliata dalla comparsa di Notis, che scendeva dalla stanza di Fathma. Era cupo e si vedeva nei suoi occhi la tremenda ira che ardevagli in petto.

—Abbiamo perduto? chiese Debbeud, alzandosi.

—Sì, rispose il greco. Quella donna è una fortezza inespugnabile.

—Per mille saette! esclamò il beduino. Non siete stato capace di piegare quella femminuccia! Ma come è possibile?

—È una leonessa, non una femminuccia. Ella mi derise e rispose alle mie proteste d'amore coi più sanguinosi disprezzi.

—Quando una donna è così irremovibile la si tortura colla fame e col bastone.

—No, disse Notis con stizza. Quell'almea io l'amo e non mi sento l'animo di farla soffrire.

—E allora?

—Aspetterò ancora tre giorni

—E dopo?

—La farò cedere colla forza.

—Questo chiamasi un bel parlare. Comincieremo col farle assaggiare un po' di ferro rovente o le straccieremo le carni a colpi di frusta.

Il greco alzò le spalle e volgendosi al vecchio Ibrahim.

—Dove hai la tua barca? gli chiese.

—A Quetêna, proprio all'estremità settentrionale del porto.

—Consegnerai i tuoi uomini a bordo e ti terrai pronto a prendere il largo. In questo frattempo ti informerai se è giunto lo schiavo di Abd-el-Kerim a verrai a riferirmi ogni cosa. Puoi andartene ora.

Gli gettò alcune piastre e risalì la scala colle mani sui calci delle pistole.

Ibrahim vuotò l'ultima tazza di merissak, empì di tabacco il suo scibouk, l'accese e salutato lo sceicco uscì, facendo saltare le piastre nel cavo della mano.

Arenato fra i canneti aveva il suo canotto. Vi entrò, prese i remi e s'allargò, mettendo la prua a Quetêna che era lontana appena quattrocento passi. Si trovava già in mezzo al fiume quando udì chiamare,

—Olà, barcaiuolo, vieni ad approdare che ho bisogno di te.

Si volse e sulla riva destra vide un negro con un taub gettato su di un braccio. Si diresse subitamente a quella volta.

—Vuoi condurmi un miglio più in sù, nella piccola rada? chiese il negro. Ti darò cinque talleri.

—Sei pieno di danaro che paghi come un pascià? chiese Ibrahim ridendo.

—Può darsi: approda.

Il negro saltò nel canotto e si sedette a prua; il barcaiuolo si sedette nel mezzo, volgendogli le spalle e arrangando con gran vigorìa.

—Hai qualcuno che ti aspetta alla piccola rada? chiese il reis.

—Ho una carovana di cammelli carichi d'avorio, rispose il negro Omar.

—Sei del paese?

—No, sono Nubiano.

—Giunto da poco.

—Ciò non ti riguarda. Allunga la battuta che ho molta fretta.

Il canotto raddoppiò la velocità, salendo la corrente. Quindici minuti dopo giungevano in vista della darnas di Daùd.

—Sai a chi appartiene quel bel legno? chiese il reis.

Omar non rispose. Egli si era levato in piedi e gli si era avvicinato.

—Il reis stava per ripetere la domanda quando si sentì prendere per le spalle e rovesciare violentemente nel fondo del canotto. Contemporaneamente vide sopra di sè Omar che gli puntava una pistola sulla fronte.

—Se tu ti muovi, gli disse il negro, ti faccio saltare le cervella e poi divorare dai coccodrilli.

Il barcaiuolo ebbe paura di quella minaccia e non ardì fare il menomo tentativo per rialzarsi o per reagire.

—Lasciami la vita, balbettò egli. Ti dò tutto quello che possiedo.

—Non credere che sia un Abù Ròf, disse Omar. Non voglio prenderti nulla.

—E allora che esigi da me?

—Ora lo saprai; lasciati legare.

Ricollocò la pistola nella cintura, estrasse una corda e legò i polsi e le gambe al reis, poi si sedette a prua, prese i remi e spinse il canotto al largo; rimontando come prima la corrente.

—Parliamo, ora, diss'egli. Cosa sei andato a fare in quella casa?

—A trovare un mio amico.

—Il greco Notis, non è vero?

—Come sai questo? esclamò il reis. Saresti tu lo schiavo di?… possibile!

—Sì, io sono lo schiavo di Abd-el-Kerim. Come facesti a indovinarlo?

—Mi narrarono che tu navigavi verso questo villaggio.

—Eh!… fe' Omar sorpreso. E chi te lo narrò?

—Elenka, quando io approdai a Gez Hagiba.

—E il greco sa nulla?

Il reis non rispose e si mise a guardare altrove con aria imbarazzata.

—Parla, gli disse Omar, con tono minaccioso. Il silenzio potrebbe esserti funesto.

—Ebbene, sì, Notis lo sa.

—M'ha veduto forse?

—No, ma ti cerca.

—Basta così. Ora so cosa devo fare.

Egli drizzò la prua alla piccola baia in mezzo alla quale galleggiava il suo legno. Arenò il canotto fra le erbe della riva e chiamò Daùd, il quale fu pronto ad attraversare il ponte e a raggiungerlo.

—Dove hai preso quel canotto? chiese il sennarese.

—A quest'uomo che vedi legato, rispose Omar, afferrando Ibrahim e gettandolo fra le erbe nè più nè meno come fosse una balla di mercanzia.

—Un uomo! esclamò Daùd, Oh! ma quello li è il mio amico Ibrahim!

Il vecchio barcaiuolo alzò a quella voce la testa e si guardò intorno.

—Daùd! gridò egli, cercando di alzarsi. Giusto Allàh, il mio Daùd!…

—Che diavolo succede, disse Omar, Vi conoscete!

—Ma sicuro, Omar, rispose vivamente Daùd, Quest'uomo è il mio miglior amico che abbia sul Bahr-el-Abiad. Come tu me lo conduci così legato. Che può mai aver fatto a te, questo povero Ibrahim. Lascia che io lo liberi.

Così dicendo aveva estratto un coltello e s'era messo a tagliare le corde del vecchio che potè rimettersi nella sua posizione verticale. I due barcaiuoli si strinsero vicendevolmente fra le braccia.

—Spero che tu non ci sfuggirai per tornartene da quel birbante di
Notis, disse Omar. Cosa eri andato a fare da lui?

—Tu eri andato da Notis? chiese Daùd sorpreso. Che affari avevi con lui?

Il barcaiuolo li mise subito al corrente delle cose narrando a loro come avesse veduto e parlato con Elenka a Gez-Hagiba e come si fosse messo agli ordini di Notis. Narrò inoltre come il greco avesse intenzione di abbandonare Quetêna fra due o tre giorni in compagnia di Fathma.

—Ah! la è così, disse Omar, grattandosi l'orecchio. Se il maledetto sospetta la mia presenza starà in guardia e sarà difficile liberare la povera almea.

—Cercheremo di eludere la sua sorveglianza, rispose Daùd.

—Ma in qual modo?

—Ibrahim ci aiuterà.

—Io! esclamò il vecchio con sorpresa.

Ibrahim, disse gravemente Daùd, Narrami che cosa successe l'anno scorso quando c'incontrammo a Machadat-Abu-Zat.

—Io era caduto in acqua, me lo ricordo bene, e aveva un coccodrillo dinanzi che cercava di afferrarmi a mezzo corpo per tagliarmi in due. Ero perduto se tu non venivi in mio aiuto uccidendo con un colpo di scure il mostro.

—Si vede che hai buona memoria. Quando ti trasportai a riva, ti ricordi cosa mi dicesti?

—Sì, ti dissi che se un giorno tu avessi bisogno di un uomo pronto a dare tutto il suo sangue, pensassi a me.

—Questo giorno è venuto, Ibrahim. Io ho bisogno di un uomo per salvare una donna, e io ricorro a te. Mi aiuterai a liberare Fathma?

—Ma è cosa difficilissima, impossibile anzi.

—Se vi saranno degli ostacoli noi li spezzeremo. Dimmi ora, hai libero accesso nella casa dove trovasi Fathma?

—Sì, posso entrare ed uscire a mio piacimento.

—Quanti uomini ha il greco?

—Una quindicina di beduini comandati dallo sceicco Fit Debbeud.

Daùd e Omar fecero una smorfia.

—Troppa gente, disse Daùd con dispetto. Quanti barcaiuoli hai tu?

—Una mezza dozzina, ma sono ragazzi di ferro che non hanno paura nemmeno della collera del Profeta.

—Tu sei e io quindici e tre che siamo noi formiamo una forza di ventiquattro uomini. Si può ancora tentare la sorte.

—Che intendi dire? chiese Omar.

—Che possiamo assalire l'abitazione ed espugnarla

—È impossibile!

—Perchè?

—Notis al primo allarme si barricherà in casa e per espugnarla perderemo tre quarti della nostra gente. Eppoi, gli abitanti di Quetêna potrebbero venire in massa sul luogo del combattimento e mandare a male ogni cosa.

—E allora, cosa si farà? Pensa che abbiamo tre giorni soli dinanzi.

—Prima di tutto bisogna allontanare Notis e ridurlo all'impotenza.

—Ma in qual modo? il greco non si allontanerà tanto facilmente.

—A questo penso io, disse Ibrahim. Prima di domani sera Notis sarà ridotto in uno stato tale da non poter fare un solo passo per quarant'otto ore.

—Vuoi pugnalarlo forse?

—Niente affatto. Pugnalarlo sarebbe pericoloso; potrebbero sorprendermi e pigliarmi. Lasciate pensare a me e vedrete che tutto andrà bene.

—E liberatici del greco che faremo?

—Coll'aiuto d'Ibrahim entreremo tutti e due nella villa, saliremo da Fathma e ci barricheremo nella sua stanza, disse Omar. Aspetteremo la sera, poi ci caleremo, da una delle finestre, sulla riva del fiume e prenderemo la fuga.

—Bel piano! esclama Daùd. Ma potrebbe darsi che venissimo scoperti, però.

—Ci difenderemo fino all'ultimo respiro. I due equipaggi ci presteranno man forte.

—Siamo intesi. Tu Ibrahim ti rechi a Quetêna a giuocare un brutto tiro al greco. Alla sera noi assaliremo l'abitazione e libereremo Fathma. Orsù, a bordo, che ho una fame da lupo.

—Andiamo Daùd, disse allegramente Omar. Se riusciamo dò duecento talleri a ciascuno di voi. Ah! mio caro Notis, non sai ancora quanto possono fare Abd-el-Kerim ed il suo schiavo.

I due reis ed il negro, alcuni minuti dopo mettevano piede sul ponte del gran battello.

CAPITOLO IV.—Omar e Fathma.

All'indomani, due ore dopo il mezzodì, Ibrahim lasciava il gran battello di Daùd colla ferma idea di allontanare e ridurre a completa impotenza il greco Notis. Imbarcatosi sul suo canotto con pochi colpi di remo prese il largo e venti minuti dopo sbarcava su molo di Quetêna ingombro di Sennaresi e di Arabi che caricavano e scaricavano la lunga fila di barche ancorate sotto la sponda.

Girando lo sguardo all'intorno vide subito che uno dei suoi barcaiuoli lo aspettava seduto su di una balla di mercanzia. Gli si avvicinò sollecitamente:

—Che abbiamo di nuovo Saba? gli chiese, battendogli sulle spalle.

—Stavo a vedere quando tu ritornavi, rispose il battelliere. Questa mane venne a bordo un beduino chiedendo di te.

—Si trova ancora sulla dahabiad quest'uomo?

—No, ma mi disse che appena tu giungessi ti mandassi da lui.

—Non ho tempo per recarmi da quell'uomo, disse Ibrahim. Ascoltami ora, Saba.

—Sono tutt'orecchi.

—Farai armare tutti i battellieri di buoni moschetti e di jatagan e vi terrete pronti ad entrare in campagna al mio comando.

—Oh!… che c'è in aria?

—Dobbiamo assalire quella villa che tu vedi là, sulla riva sinistra, e salvare una donna che si trova rinchiusa. Hai capito, state pronti a tutto e basta. Recati a bordo ora, portami quella scatola d'oppio che trovasi nella mia cabina, e vieni a raggiungermi al caffè.

—Io corro.

—Va dunque e spicciati.

Il battelliere non se lo fece dire due volte e se ne andò di corsa. Ibrahim si stropicciò allegramente le mani ed entrò nel caffè che trovavasi pochi passi lontano. Non vi era che il wadgi (caffettiere) che faceva fuoco al fornello alzandosi e abbassandosi per soffiarvi sopra.

—Meglio così, borbottò il reis. Si addormenterà senza testimoni.

Chiamò il wadgi, si fece portare una tazza di moka fumante e due scibouk. Aveva appena cominciato a sorseggiare la deliziosa bevanda che entrava Saba.

—L'oppio? chiese brevemente Ibrahim.

—Eccolo, padrone, rispose il battelliere porgendogli una scatoletta.

Il reis l'aprì con precauzione; conteneva una dozzina di pallottoline d'oppio. Ne prese quattro e le mise in uno dei scibouk coprendolo con un fitto strato di tabacco.

—Le fumi? chiese Saba, sorpreso. Ti ubriacherai terribilmente.

—Zitto, giovanotto, disse Ibrahim con aria misteriosa. Ora ti recherai alla villa che poco fa ti additai, e chiederai del greco Notis, tieni bene in mente questo nome. Gli dirai che venga subito qui che devo parlargli su cose assai interessanti. Va!

Il battelliere uscì di corsa dirigendosi verso il molo, e Ibrahim, empito l'altro scibouk di tabacco l'accese mettendosi a fumare colla maggior calma del mondo. Mezz'ora dopo entrava in furia il greco Notis.

—Ah! Siete qui, padrone! esclamò Ibrahim con mal celata gioia.
Abbiamo delle grandi novità.

—Narra, Ibrahim, disse Notis sedendosi di fronte a lui.

—Accendete il scibouk ed ascoltatemi, disse il reis spingendo verso di lui la pipa carica d'oppio.

Il greco prese il scibouk e vedendo che era di già carico l'accese avvolgendosi fra dense nubi di fumo.

—Ditemi, innanzi tutto, come sta quella donna che voi tenete prigioniera. Essa mi interessa qualche poco.

—Non mi curerò di lei per tre giorni, rispose Notis stizzito. Ma dopo, oh la vedremo chi di noi due la vincerà. Raccontami ora, queste novità.

Il reis vuotò il fingiam (vasetto) di caffè e rovesciandosi indolentemente sull'angareb, gli disse a bruciapelo:

—Padrone, lo schiavo di Abd-el-Kerim è arrivato a Quetêna.

Il greco fece un soprassalto sul sedile emettendo un gran oh! di sorpresa.

—Da quando? chiese con ansia. L'hai veduto tu?

—Sono due giorni che è giunto e sa già che Fathma trovasi nelle vostre mani.

—È solo?

—Solo e in miseria per soprappiù.

—Non è da temersi adunque! esclamò Notis che respirò.

—Non c'è da darsene pensiero. Il povero diavolo l'ho veduto ieri sera che rosicchiava una pannocchia di durah sotto una rekuba. Mi pareva assai malandato.

—Come facesti a sapere che era Omar?

—Perchè gli ho parlato assieme.

—Tu!… Scherzi forse?

—Niente affatto.

—E… ti ha conosciuto?

—Non sa nemmeno chi sia.

—Potevi dargli un colpo di coltello e freddarlo.

—Ma parve una fatica inutile. Che ne dite?

Il greco rispose con una risata da ebete. Appoggiò la testa sulle mani e continuò a fumare con maggior furia cogli occhi vitrei fissi dinanzi a sè. Egli provava allora una voglia irresistibile di fumare, un senso di benessere strano, nuovo, una calma inesprimibile, un alleviamento di testa unico e una leggerezza tale che credeva di galleggiare in mezzo all'aria.

Il reis lo guardò attentamente e sorrise. La faccia del fumatore era smorta smorta, attorno agli occhi cominciavano a disegnarsi due cerchi azzurrognoli e muoveva le mani convulsivamente.

—L'oppio opera, pensò il barcaiuolo. Fra poco cadrà nel mondo dei sogni.

—Dunque tu dicevi?… ripigliò Notis, dopo qualche minuto di silenzio.

—Che freddarlo con una coltellata mi pareva fatica inutile.

—Chi?…

—Lo schiavo di Abd-el-Kerim.

—Abd-el-Kerim, balbettò il greco come non avesse ben compreso. Dov'è quest'uomo?

—A Gez Hagiba.

—Non mi ricordo più nulla… ho come della nebbia dinanzi agli occhi… mi pare di galleggiare… di sognare….

Ibrahim non aprì bocca. Il greco continuava a fumare rabbiosamente e tuffavasi, per così dire, fra le ondate del fumo oleoso e pesante.

Passarono cinque minuti. Notis cambiò tre o quattro volte posizione e cercò di riappiccare il discorso, ma dalle labbra tremanti non gli uscivano che frasi interrotte e senza senso. Ad un tratto si rovesciò sull'angareb, chiuse a poco a poco gli occhi e lasciò sfuggire il scibouk che cadde a terra spezzandosi. Cercò ancora di rialzarsi, agitò le braccia quasicchè cercasse d'abbracciare qualche cosa che danzavagli dinanzi, poi restò immobile.

Il reis si alzò e mirò per qualche tempo l'addormentato, il quale era così pallidissimo da scambiarlo per un cadavere. Un sorriso di viva soddisfazione e anche di commiserazione apparve sulle labbra di Ibrahim.

—Ecco un uomo terribile ridotto inoffensivo quanto un fanciullo, mormorò egli. Quando si sveglierà io avrò pagato il sacro debito con Dàud ed egli si troverà senza amante. Povero Notis!

S'avvicinò al wadgi e gli mise in mano un tallero.

—Quell'uomo là dorme profondamente, gli disse. Dormirà tutto oggi e probabilmente tutto domani. Portalo in qualche stanza senza fargli male alcuno e se dei beduini vengono a cercarlo, rispondi a loro che tu non l'hai nemmeno visto. Se tutto va bene avrai cinque talleri in regalo.

—Non temere di nulla, vecchio Ibrahim, rispose il wadgi.

Il reis uscì dal caffè nel momento che il sole precipitava dietro i monti di Semin e di Lao Lao. Respirò una boccata d'aria, poi si diresse verso il molo sul quale passeggiavano impazientemente Dàud e Omar.

—Eccomi a voi, amici miei, disse avvicinandosi.

—Il greco? chiesero al un tempo il negro e il sennarese.

—Dorme come un serpente, nè si sveglierà prima di quarantott'ore. Gli ho fatto fumare una forte dose di oppio.

—Bravo Ibrahim, disse Dàud, stringendogli energicamente la mano.
Andiamo ora alla villa a liberare quella cara amante di Abd-el-Kerim.

—E come si entrerà? interrogò Omar.

—Ci arrampicheremo su per una delle finestre, rispose Ibrahim. Le tenebre calano in furia; noi approderemo senza essere visti ed entreremo nella stanza della prigioniera. Ho qui una fune e con questa discenderemo. Avete le vostre pistole?

—Non manchiamo nemmeno degli jatagan. E i tuoi uomini sono avvisati? Potremmo aver bisogno di loro.

—Non aspettano che il comando di partire, Omar. E i tuoi Dàud?

—Sono sotto le armi.

—Quando è così andiamo e che Allàh ci aiuti.

Saltarono nel canotto, lo allontanarono e si misero a vogar verso la riva opposta dandosi l'aria di pescatori. Salirono per un buon tratto il fiume, poi, quando fu notte oscura, ridiscesero cautamente e approdarono dinanzi alla villa di Notis.

—Vedi nessuno Ibrahim? chiese Dàud.

—Assolutamente nessuno.

—Zitto, mormorò improvvisamente Omar. Abbassatevi tutti.

Alcuni uomini che furono riconosciuti per dei beduini, uscivano allora dalla porta che metteva sul Nilo. Essi presero posto in una barchetta che era lì ormeggiata.

—Cercatelo dappertutto, disse una voce che si capì essere quella dello sceicco Debbeud. Vi sono dei pericoli nell'aria e non è prudente rimaner fuori di notte.

—Sta bene, risposero i beduini.

La barca si allontanò scomparendo fra le tenebre e la porta della villa tornò a chiudersi.

—Hai compreso? domandò Omar a Daùd.

—Perfettamente; vanno a cercare il greco.

—Spicciamoci, amici cari. Ecco là quel tamarindo che mi aiutò ieri a salire fino alla finestra di Fathma. Io mi arrampico, entro nella stanza e getto la corda. Voi rimarrete qui a difendermi nel caso che venga scoperto.

—Siamo intesi, non ti perderemo di vista.

Il negro armò le pistole, onde essere pronto a servirsene qualora ve ne fosse stato bisogno e si avanzò fino ai piedi del tamarindo. Tese l'orecchio per udire se vi fosse qualcuno che girasse nei dintorni, lanciò uno sguardo a dritta e a manca, poi abbracciò il tronco e si mise a salire coll'agilità di una scimmia, fino ai rami. Sostò ancora un momento per ripigliare fiato, indi si mise a strisciare sul ramo, che protendevasi fino ad una delle finestre, con mille precauzioni onde il fogliame non susurrasse o il legno gemesse.

—Ci sei? chiese sottovoce Daùd, dopo qualche istante.

—Ci sono, rispose egli. Attenti.

Guadagnò il davanzale della finestra e guardò entro. Una lampada illuminava fiocamente la stanza e seduta su di un divano vide Fathma: respirò.

Allungò una mano e aprì le imposte. Al cigolìo che mandarono girando sui cardini, l'almea si levò in piedi non dissimulando un gesto di terrore. Omar si slanciò entro cadendo ai suoi piedi.

—Zitto, Fathma, mormorò egli, vedendo che apriva le labbra per mandare un grido. Zitto, che sono io, Omar, il fedele schiavo di Abd-el-Kerim.

L'almea fu ancora in tempo di arrestare il grido che stava per uscirle. Ella prese la testa del negro fra le mani e l'alzò guardandola con occhi umidi.

—Tu, Omar, tu, balbettò con un filo di voce che la gioia e l'emozione rendevano tremula. Gran Dio! Che vieni a far qui, in questa stanza, dove sono prigioniera?

—Vengo a salvarti, Fathma, vengo a strapparti dalle mani di Notis.

—Ma, disgraziato, non sai dunque che vi sono quindici beduini che vegliano e che potrebbero da un momento all'altro entrare ed ucciderti?

—Che importa a me? Del resto sono armato e ho abbasso degli amici che vegliano.

—Degli amici?

—Sì, Fathma, dei cuori generosi che s'interessarono della tua disgrazia. Non temere di nulla; io ti libererò per ridarti al prode Abd-el-Kerim.

L'almea emise un gemito e portò ambe le mani al cuore.

—Narrami, Omar, dove trovasi colui che tanto amo. Non so più nulla di lui e non lo rividi più da quel funesto dì in cui fummo separati. È vivo ancora?… Pensa egli alla sventurata Fathma? Parla!… Parla!…

—Sì, è vivo, e trovasi a Gez-Hagida ed è sempre innamorato di te. Fu lui che mi comandò di venire qui e che mi procacciò i mezzi necessari per disertare; mi capisci, fu lui. Ah! se tu sapessi quanto ti ama il mio povero padrone e quanto egli è infelice!

—E perchè non disertò?… Perchè, Omar.

—Ha una donna, una furia che veglia su di lui, che lo segue dì e notte in ogni suo passo e che gli impedisce di fuggire.

—Una donna! mormorò Fathma che si sentì mordere il cuore dalla gelosia. Chi è questa donna? Io voglio saperlo. Omar, lo voglio!

—È sempre Elenka.

—Ah! maledetta!

—Ma non aver paura che abbia a vincerlo. Abd-el-Kerim l'odia talmente che se potesse ucciderla la ucciderebbe.

—Ah! quanto bene mi fanno queste parole, Omar. Sono venti giorni che ho il cuore straziato dalla più terribile gelosia, venti giorni che soffro atrocemente!.. Povero Abd-el-Kerim, potessi farti felice.

—Ma che ti ha fatto quel miserabile Notis?… Ho udito parlare di pugnalate, di…

—Zitto disse Fathma. Quello che fu fu, eppoi sono ormai guarita. Dove sono questi tuoi amici?

Omar la prese per una mano e la condusse alla finestra.

—Guarda, le disse.

—Vedo due uomini.

—Sono i miei amici. Hai paura di discendere da questa finestra attaccata ad una corda?

—Discenderei appesa a un filo di seta.

—Quando è così non perdiamo un sol secondo.

Il negro svolse una lunga corda a nodi che teneva arrotolata attorno al corpo, fissò un capo a una sbarra di ferro della finestra e gettò l'altra nel vuoto. Tosto si videro Daùd e Ibrahim accorrere a prenderlo.

—Andiamo, Fathma, coraggio. Fra cinque minuti saremo lontani da qui.

L'almea salì arditamente sul davanzale e si appese alla corda: Omar vi si mise allato sostenendola con una mano e la pericolosa discesa cominciò nel più profondo silenzio.

Erano giunti già a mezza fune, quando si udì Daùd intimare:

—Ferma!…

Omar e Fathma si arrestarono tendendo l'orecchio. Non si udiva rumore alcuno, eccettuato il gorgoglìo del Nilo che rompevasi sulle sabbie degli isolotti e il lieve susurrìo delle frondi agitate dal venticello notturno.

—Possiamo discendere? chiese Omar che sentiva Fathma tremare.

Risposero un colpo di carabina e un grido straziante. Ibrahim che si teneva ritto sulla riva barcollò e precipitò nel fiume. I coccodrilli che dormivano lì presso furono pronti a saltargli addosso e a farlo a pezzi.

—All'erta!—-gridò una vociaccia.

—Sali, sali, Omar! urlo Daùd. I beduini!

Sei o sette beduini si slanciarono fuori della villa. Daùd scaricò le sue pistole poi saltò nel canotto e s'allontanò arrancando disperatamente.

—Sali, sali, gridò egli un'ultima volta.

Omar e Fathma, quantunque si trovassero in una posizione terribile non si perdettero d'animo. Aiutandosi vicendevolmente, adoperando le mani, ed i piedi e persino i denti, in meno che lo si dica raggiunsero il davanzale e si slanciarono nella stanza ritirando in furia la corda.

Erano appena entrati che si udì picchiare furiosamente alla porta.

—Aprite! comandò una voce imperiosa. Aprite per tutti i fulmini del cielo!

Omar si scagliò contro di essa colle pistole in pugno, ma non ebbe il tempo necessario per giungervi, poichè violentemente s'aprì e due beduini irruppero nella stanza colle scimitarre alzate.

Fathma gettò un grido.

—Non aver paura Fathma, gridò Omar. Uno, due…

S'udirono due detonazioni. I due beduini colpiti dalle palle delle sue pistole caddero l'un sull'altro colle cervella bruciate.

CAPITOLO V.—La Fuga.

Respinti i primi assalitori, Omar e Fathma comprendendo il gran pericolo che correvano se si lasciavano prendere, si gettarono contro la porta della stanza rimasta semi-aperta. Chiuderla, sbarrarla e ammonticchiarvi dietro tutte le mobilie della stanza, fu per loro due l'affare di cinque minuti.

Avevano appena finito che udirono i beduini salire le scale e arrestarsi sul pianerottolo facendo un fracasso orribile. Un colpo violento fu dato alla porta che tenne duro.

—Aprite, razza di cani idrofobi! gridò Fit Debbeud. Ibrahim, è così che tu tradisci il padrone? Se riesco a pigliarti ti tenaglio le carni in modo da non lasciartene un pezzo attorno le ossa. Apri, per Allàh, apri, animale schifoso.

Omar e Fathma invece di aprire si addossarono tutti e due contro la barricata. Il primo passò una pistola alla seconda.

—Sta attenta, padrona, le disse rapidamente. Nel primo foro che si apre introduci l'arma e spara.

—Apri, animalaccio ripigliò Fit Debbeud con voce arrangolata. Sei morto forse con quella donna da trivio? Ah! se fosse qui Notis!

S'udì un secondo colpo ancor più terribile del primo; l'uscio scricchiolò sinistramente.

—Gettatemi giù la porta, comandò lo sceicco. Voglio ben vedere dove si sono nascosti questi due birbanti. Vivi o morti noi li avremo in mano.

—Omar, mormorò Fathma.

—Non tremare padrona, rispose il negro. Prepara la tua pistola e lascia a me la cura di fugare questo branco di beduini.

—Ma se gettano giù la porta?… Dove fuggiremo noi?

—Prima di entrare dovranno chiedere il permesso alle mie pistole e al mio jatagan. Sta attenta, Fathma!

I beduini si misero a battere furiosamente coi calci dei moschetti e colle lancie, ma la porta grossa come era, non si scosse nemmeno. Omar e Fathma già si rallegravano di questo primo successo e stavano per accorrere alle finestre onde chiudere le imposte, quando s'udì Fit Debbeud vociare:

—Andate a prendere una scure! La faremo in mille pezzi!

—Siamo perduti, mormorò involontariamente Omar che provò una stretta al cuore. Fra cinque minuti i birbanti entreranno nella stanza.

—E allora?… chiese Fathma con ispavento. Cadrò ancora nelle loro mani? Omar!

—Armiamoci di coraggio, padrona, e difendiamoci strenuamente. Chissà, forse potremo tener testa fino all'arrivo di Daùd e dei suoi battellieri.

—Credi che verrà?

—Sì, Fathma, egli verrà a liberarci. Orsù, eccoli che ricominciamo l'assalto. Sta attenta a scaricare la tua pistola e cerca, se è possibile, di farmi andare a gambe levate qualcuno di questi beduini. Forse riusciremo a fugarli.

La porta scricchiolò sotto il primo colpo di scure e s'aprì una lunga fessura. Altri quattro colpi la ingrandirono e un fucile fu introdotto.

—Indietro, Fathma! urlò Omar, spingendola bruscamente da un lato.

—Arrendetevi! intimò una voce furiosa.

Il negro invece di rispondere afferrò il fucile per la canna, lo rialzò, puntò una delle sue pistole e fece fuoco. Un urlò accompagnò la detonazione, poi seguì il rumor sordo di un corpo che cadeva a terra.

—Ah! cani! vociò Fit Debbeud. Mi assassinano la gente!

Omar scaricò l'altra pistola; s'udì un secondo urlo e un secondo corpo che cadeva, poi un allontanarsi precipitato di passi e alcune fucilate, le cui palle si incastonarono nella porta. I beduini scappavano giù per le scale gettando urla di rabbia.

—Evviva! esclamò Omar, turando la fessura con alcuni guanciali. Sta attenta Fathma!

In quell'istante s'udirono i rami del gran tamarindo che ombreggiava l'abitazione, scuotersi furiosamente.

—La finestra, Fathma, la finestra! gridò Omar.

L'almea lo comprese. Si precipitò verso la finestra e vi giunse nel momento istesso che un beduino si aggrappava al davanzale cercando di issarsi su. Egli allungò una mano, l'afferrò per un lembo del suo habbaras, con una violenta strappata le fece perdere l'equilibrio e s'avventò nella stanza come una tigre cercando di strapparsi dalla cintura l'jatagan, ma era troppo tardi.

Fathma s'era gettata a testa bassa su di lui col pugnale d'Omar in mano. Lo afferrò per la gola e gli sprofondò l'arma fino all'impugnatura nel cuore, gettandolo esanime al suolo.

Era tempo. I beduini, aiutandosi gli uni cogli altri, stavano per giungere alla finestra saltando come scimmie fra i rami dell'enorme tamarindo.

Omar abbandonò per un momento la porta ed accorse in aiuto di Fathma che, strappato l'jatagan al morto, cercava di respingere gli assalitori. Con due colpi di scimitarra gettò abbasso due beduini col cranio spaccato, poi, malgrado le fucilate che gli sparavano contro quelli che trovavansi sulla riva del fiume, chiuse e sprangò le imposte.

—Presto, Fathma, diss'egli. Va a chiudere l'altra finestra.

L'almea ubbidì, poi ritornarono tutti e due presso alla porta, dinanzi alla quale si erano radunali Fit Debbeud e mezza dozzina dei suoi, cercando di schiantarla a colpi di scure. Bastò un colpo di pistola per tornarli a fugare.

—Là, così va bene, padrona, disse Omar, ricaricando le pistole. Se a quei birboni non salta in capo di giuocarci qualche tradimento, non riusciranno a spuntarla. È già una buona mezz'ora che Daùd è fuggito, quindi fra non molto sarà qui.

—E credi tu, Omar, che riesciranno a sbaragliare gli assedianti?

—Lo spero, padrona. Daùd ha quindici barcaiuoli, quindici sennaresi di buona razza che non hanno paura di nulla. Essi prenderanno i beduini alle spalle e li costringeranno a battere la ritirata se non vorranno essere presi fra due fuochi.

—E se i beduini si barricano in casa?

—Se quel Fit Debbeud è tanto furbo, corriamo un gran pericolo. Ma ad ogni modo noi fuggiremo, te l'assicuro, e prima che si svegli Notis. È ubbriaco d'oppio e dormirà un pezzo.

—E se lo trovano?…

—Il wadgi ha promesso a Ibrahim di tenerlo nascosto e quell'uomo è incapace di tradirci. Eppoi, quand'anche si svegliasse e venisse qui a dirigere l'assedio lo dirigerebbe per pochi minuti. Il mio primo colpo di pistola è destinato a lui.

—Zitto! esclamò Fathma.

—Olà! gridò Fit Debbeud al di fuori. Guardate il fiume! Guardate il fiume per mille barbe del Profeta!

—Il fiume! mormorò Omar. È Daùd che arriva.

Il negro e l'almea s'accostarono ad una delle finestre e pian piano l'apersero guardando sulle rive del Bahr-el-Abiad.

La notte era oscura per le nubi che si accavallavano in cielo, ma si vedeva a qualche distanza. Essi scorsero due lunghi canotti navigar lentamente sul fiume, cercando di dirigersi verso la riva.

—È Daùd coi suoi uomini, disse Omar all'orecchio di Fathma. Se potesse approdare senz'essere scorto.

—È impossibile, mormorò l'almea. Non vedi i beduini imboscati fra le canne?

Omar si curvò sul davanzale della finestra e guardò fra i canneti. Vide muoversi delle ombre, alzare e abbassare delle lunghe aste che riconobbe essere dei fucili, poi sparire fra il fitto fogliame. Non potè trattenere una bestemmia.

—Ah! cane di Debbeud! esclamò. Impedirà a loro di sbarcare.

—Noi che dobbiamo fare?

—Nulla per ora, stiamo a vedere come vanno le cose. Armiamoci le pistole e teniamoci pronti a tutto, anche a tentare una sortita.

I due canotti erano giunti allora a un duecento metri dalla riva e continuavano ad avanzare senza produrre il menomo rumore. Appena si vedeva l'acqua spumeggiare sotto i remi che si tuffavano con estrema prudenza.

—Ehi! gridò in quel momento Fit Debbeud. Arranca a largo!…

I due canotti si arrestarono come indecisi, poi ripigliarono le mosse con maggior rapidità. In mezzo ai canneti s'udì uno scricchiolio come d'armi che vengono montate e uno scambiarsi di parole. Le cime delle canne qua e là si mossero, poi un lampo rossastro ruppe l'oscurità seguito da una fragorosa detonazione.

—Arranca! arranca! urlò una voce partita da uno dei canotti.

—Fuoco sui canotti! vociò Fit Debbeud.

Sei o sette fucilate tuonarono fra le canne. Al chiaror della polvere accesa furono visti i beduini tuffati fino alle anche nell'acqua e i due canotti pieni di negri armati di fucili, ritti in piedi sui banchi. In mezzo a quelli della prima barca Omar vide Daùd colla scimitarra nella dritta e un revolver nella sinistra.

—Daùd!… Daùd! gridò egli con voce tonante.

—Chi mi chiama? domandò il sennarese.

—Io, Omar!… Attento ai beduini che sono fra le canne!

—Per Allàh!… Grazie Omar, tieni saldo che arrivo. Olà, ragazzi, fuoco fra i canneti, tirate!

I due canotti s'infiammarono empiendosi di fumo e una tremenda scarica tempestò il luogo ove tenevasi nascosto il nemico. S'udirono grida, bestemmie, lamenti, poi si videro delle ombre salire in furia la riva e appiattarsi dietro ai tamarindi e alle palme.

Omar impugnò le sue pistole.

—Fathma, disse rapidamente. Pigliamoli alle spalle. Li vedi?

—Li vedo tutti, rispose l'almea tendendo la dritta armata di pistola e mirando il beduino più vicino, Fuoco. Omar!

Quattro colpi di pistola tennero dietro al comando; due degli imboscati batterono l'aria colle mani e caddero pesantemente a terra. I beduini, fuggirono a rompicollo verso l'abitazione e vi entrarono nel momento istesso che i canotti approdavano.

—Avanti, Daùd, avanti! urlò Omar.

I barcaiuoli posto piede a terra si slanciarono di corsa sulla riva coi fucili in mano, ma vennero arrestati da un fuoco infernale che usciva dalle finestre del primo piano. I beduini, barricatisi e nascostisi dietro le imposte, sparavano a colpo sicuro coi moschetti e colle pistole, urlando come anime dannate.

Due barcaiuoli caddero senza aver avuto nemmeno il tempo di scaricare i loro fucili, ma gli altri si dispersero dietro ai tronchi degli alberi e dietro i rialzi del terreno tirando contro le finestre, crivellando le imposte e le pareti.

Daùd alla testa di tre coraggiosi, sfidando il fuoco degli assediati che andava acquistando una terribile precisione, si spinse fino sotto alla finestra di Omar riparandosi dietro al gran tamarindo. I suoi uomini si gettarono a terra scaricando le loro pistole sulle finestre più vicine.

—Getta una fune! gridò il sennarese.

Lo schiavo di Abd-el-Kerim gettò quella che aveva portato con sè, ma fu troncata da una palla di moschetto.

—Tuoni di Dio! esclamò Daùd. Tutto è contro di noi adunque? Puoi scendere afferrandoti ai rami del tamarindo?

—E Fathma? gridò Omar.

—Sei barricato?

—Sì e posso resistere coll'aiuto di Allàh e del Profeta.

—Sii pronto a tutto. Ora mi vedrai all'opera.

Egli ritornò di corsa verso la riva coi tre uomini che l'avevano accompagnato. I barcaiuoli ad un suo fischio si radunarono dietro a una macchia di bauinie, poi uscirono di corsa avventandosi furiosamente contro la porta.

—Avanti! avanti! aveva comandato Daùd.

La porta assalita colle scuri, coi calci degli archibusi, coi remi, fu scassinata non ostante le scariche tremende e incessanti degli assediati.

I barcaiuoli impugnati gl'jatagan irruppero nella abitazione andando a cozzare contro una barricata dietro alla quale si erano riuniti in fretta ed in furia i beduini con Fit Debbeud. Malgrado lo slancio irresistibile furono ributtati e costretti ad uscire dalla stanza per non cadere sotto il fuoco degli assaliti.

Altre due volte Daùd diede il comando dell'attacco e ben altre due volte furono respinti, ma al quarto la barricata fu sfondata. Beduini e barcaiuoli, incontratisi fra i rottami si azzuffarono ferocemente adoperando i coltelli, le pistole, i fucili e persino i denti, assordandosi con urla tremende.

I beduini più numerosi non cedevano però d'un passo e già la peggio volgeva pei barcaiuoli, quando sul pianerottolo della casa apparvero Omar e Fathma colle pistole in pugno. Fit Debbeud e tre dei suoi caddero sotto le loro palle. La morte dello sceicco decise la pugna.

Spaventati, presi dinanzi e alle spalle, i beduini perdettero la testa e si diedero alla fuga per le stanze e precipitandosi dalle finestre si salvarono nelle foreste del Bahr-el-Abiad.

Dieci minuti dopo Fathma, Omar, Daùd e i suoi barcaiuoli abbandonavano la villa e s'imbarcavano sui canotti, salendo la corrente del Nilo Bianco.

CAPITOLO VI.—La Dahabiad di Notis.

Era la mezzanotte, quando i superstiti della spedizione e i liberati mettevano piede sul ponte della darnas ancorata nella piccola baia. Daùd dopo di aver fatto trasportare i feriti sotto il capannone di poppa e adagiare sugli angareb, e d'aver invano pregato Fathma perchè si riposasse, comandò di ultimare il più presto possibile i preparativi di partenza.

Pel momento non vi era pericolo, essendo certi che Notis, ubbriaco d'oppio, dormiva ancora e che i beduini si erano smarriti nelle foreste del Bahr-el-Abiad, ma poteva darsi che al mattino venisse preparata in Quetêna la caccia. Prima che questa si organizzasse, premeva di essere assai lontani per potersi liberamente difendere qualora assaliti.

I barcaiuoli al comando del loro reis si misero febbrilmente al lavoro. I canotti in un lampo furono issati sul ponte, le grandi vele latine furono sciolte e orizzontate e l'àncora fu strappata dal fondo. La darnas abbandonò la baia, guadagnò il largo e salì rapidamente e in silenzio la corrente del Nilo, sotto un vento fresco del nord-est.

Dàud si mise in persona alla ribolla del timone per dirigere la nave attraverso i numerosi banchi di sabbia e ai bassifondi di cui è ingombro in quasi tutto il suo corso il Bahr-el-Abiad. Omar e Fathma, fatte portare in coperta tutte le armi trovate nella stiva, trascinare a poppa e caricare il piccolo cannone e mandati alcuni uomini sulle cime degli alberi si affrettarono a raggiungerlo.

—Vedi nulla di sospetto? gli chiese Omar, guardando attentamente le boscose rive del fiume e il villaggio di Quetêna che cominciava a sfumare fra le tenebre.

—Assolutamente nulla, rispose Dàud. Mi pare che nessun pericolo ci minacci, almeno per ora.

—Credi che verremo inseguiti, domandò Fathma, ma senza manifestare emozione alcuna.

Il sennarese parve indeciso.

—Non ho paura di Notis, gli disse Fathma sorridendo. Puoi parlare liberamente.

—Temo che ci si dia la caccia, sorellina cara, rispose il reis.

—Ma abbiamo ucciso più che mezzi beduini, e anche lo sceicco.

—Che monta? Quando si possiede del danaro nel Sudan si trovano sempre dei soldati. Ti sembra che Notis ti amasse molto?

—Alla pazzia.

—Allora ci inseguirà, ne son sicurissimo. Il maledetto si recherà dal mudir (governatore) di Quetêna, gli farà brillare dinanzi agli occhi un bel gruzzolo di talleri e gli porterà via i dieci o dodici soldati egiziani che formano la guarnigione del villaggio. Delle darnas o delle dahabiad ve ne saranno sempre per imbarcarli.

—Corriamo un serio pericolo, adunque?

—Non quanto tu credi, Fathma. La mia darnas è una delle più veloci che solchino il Bahr-el-Abiad, e prima di domani avremo passato anche il villaggio di Mahawir.

—E se ci raggiungono? chiese Omar.

—Finchè avremo polvere e palle a bordo ci batteremo, poi sbarcheremo sull'una o sull'altra riva e ci salveremo nelle boscaglie. Però, sono persuaso che gli Egiziani non azzarderanno darci l'abbordaggio se noi ci difendiamo gagliardamente. Quegli uomini del nord non hanno fama di essere coraggiosi quanto noi sennaresi, disse con un certo orgoglio il reis.

—Credi tu, Daùd, che troveremo ancora Dhafar pascià accampato a
Gez-Hagiba?

—Non lo credo, Omar. Quando noi lasciammo l'isola, mi dissero che fra qualche giorno sarebbe partito per Om-Qenênak.

—E allora, dove ritroveremo Abd-el-Kerim? chiese Fathma con viva emozione. Gran Dio! Se noi non lo ritrovassimo più?

—Non metterti in capo simili idee, Fathma, rispose il reis. A Gez-Hagiba io ho alcuni amici pescatori ed essi mi sapranno dire quale via avrà preso Dhafar pascià. Se si sarà diretto al sud, noi saliremo il Bahr-el-Abiad fino a Duêm o meglio ancora fino a Hellet-ed-Danàqla e là noi troveremo i cammelli necessari per dirigerci a El-Obeid. Se vuoi, io ti fornirò di una scorta di uomini fidati che ti faranno raggiungere Hicks pascià. Fra dieci o dodici giorni, ti assicuro che vedrai l'arabo ed Elenka.

L'almea, nell'udire il nome della greca, fremette il volto le si infiammò e strinse convulsamente le pugna.

—Ah! esclamò ella con impeto selvaggio. Potessi alla fine trovarmi di fronte a quella iena.

—Che le faresti?

—L'annienterei, la farei a brani, in modo da non lasciarle un pezzo di carne attorno alle ossa.

—La odii immensamente adunque?

—Come un'araba può odiare la sua rivale; come un'araba che fu sferzata dalla sua rivale; come un'araba che fu resa infelice dalla sua rivale. Puoi indovinare ora fino a qual punto io odio Elenka.

—Olà! gridò in quel mentre un barcaiuolo. Guarda a prua!

Daùd alzò gli occhi e vide una gran barca che scendeva silenziosamente la corrente, tenendovi vicina alla riva destra. Gli parve di conoscerla.

—Se non m'inganno, diss'egli ai suoi compagni, quella darnas appartiene al reis Abu Scioqah mio amico. Sarebbe una bella occasione per avere qualche notizia sugli avvenimenti che accadono nell'alto Nilo.

—Che venga da Gez-Hagiba? chiese Omar.

—Potrebbe darsi.

—Interrogalo, disse Fathma. Potremo avere notizie di Dhafar pascià.

—Olà, Abu Scioqah! gridò Daùd facendo portavoce delle mani.

A prua della darnas apparve un'ombra biancastra.

—Chi chiama? domandò raucamente.

—Daùd. Da dove venite?

—Ah! sei tu, amico! esclamò quell'uomo con un tono di voce meno brusco. Dove ti rechi? Se oltrepassi Woad-Scelai e l'isola di Gez apri bene gli occhi.

—Perchè? Vi sono degli egiziani?

—Altro che egiziani! La riva sinistra è occupata da una banda di maledetti Abù-Rof. Ti bombarderanno per tre o quattro miglia.

—Hai veduto Dhafar pascià e la sua armata a Gez-Hagiba?

—Sono partiti da una settimana pei monti d'Arax-Kol, Buona fortuna,
Daùd, e guardati dagli Abù Rof.

—Grazie, Abu Scioqah, sarò prudente.

La darnas di Abu scomparve poco dopo nelle tenebre.

Daùd per ogni precauzione, spinse la sua sotto la riva destra.

—Avete capito, amici miei? chiese egli, dopo qualche istante di silenzio.

—Ho udito, rispose Omar, ma noi passeremo anche sotto il naso degli
Abù-Rof. Per raggiungere Dhafar pascià bisogna che noi approdiamo a
Hellet-ed-Danàqla. È là che noi sapremo qualche cosa di giusto.

—È quello che penso pur io. Orsù, silenzio adesso e teniamo gli occhi bene aperti e gli orecchi ben tesi. Non dimentichiamo che abbiamo Notis a Quetêna. Tu, Fathma, puoi andare a dormire che ne hai bisogno.

—Ho sempre paura che accada qualche disgrazia.

—Non succederà nulla, sorellina, eppoi, se veniamo inseguiti, ti chiameremo. Va a coricarti nel casotto.

L'almea ubbidì e si sdrajò su di un angareb sotto la tettoia; Daùd e Omar si arrampicarono invece sugli alberi cogli occhi volti verso il nord per vedere se le barche di Quetêna li inseguivano.

La darnas, grazie al vento che si manteneva assai fresco, continuò a salire la corrente del Nilo cosparsa d'una moltitudine d'isole, isolotti e bassifondi formanti una rete inestricabile di canali e canaletti, fugando i coccodrilli e gli ippopotami che guazzavano rumorosamente fra le acque.

Le rive del fiume erano sempre deserte. Da una parte e dall'altra non si scorgevano che gigantesche e fitte foreste che venivano a curvarsi nelle acque, qualche pezzo di terreno coltivato a durah in mezzo al quale andavano e venivano allegramente bande d'ippopotami affaccendati a saccheggiarlo, e assai di rado qualche capanna, e quasi sempre crollata o sfondata.

Alle due di notte sulla riva destra apparve il villaggio di Mahawir, attruppamento di capanne coniche e sede di una popolazione di barcaiuoli e pescatori la maggior parte dei quali si alleano agli arabi Abù-Ròf per esercitare la tratta degli schiavi a rubare ragazzi in questa o quella borgata. Daùd avrebbe voluto arrestarsi e confondere la sua darnas in mezzo a molte altre ancorate dinanzi al molo, ma la paura di venire scoperto e forse preso fra due fuochi lo decise a continuare il cammino.

Alle quattro, nel momento che l'alba cominciava a spuntare all'orizzonte, giunsero all'estremità settentrionale di Gez-Hagiba, isola assai allungata che divide il Bahr-el-Abiad in due grandi canali navigabili.

Possiamo arrestarci, disse Daùd a Omar. Abbiamo percorso già un bel tratto di via e sono persuaso che nessuno ci annoierà pel rimanente della notte. Domani, se sarà possibile, chiederò informazioni più precise sulla via presa da Dhafar pascià.

—Non temi adunque che il greco c'insegua?

—No, per ora. Del resto abbiamo su di lui un vantaggio di oltre quarantacinque miglia.

In quel momento si udì in lontananza una scarica di fucili seguita da un grand'urlìo. Omar prese le mani di Daùd stringendogliele fortemente.

—Hai udito? gli chiese con vivacità.

—Sì, rispose il reis.

—Chi credi che siano?

—Non lo so.

—Che sia il greco?

—Non lo credo. Siamo distanti non troppe miglia da Mahawir e potrebbe darsi che questa scarica sia stata sparata nel villaggio.

—Ma queste grida?…

—Hai ragione, mi parvero vicine. Forse saranno state emesse da qualche banda di Abù-Ròf. Adesso che ci penso, potrebbe trattarsi dell'attacco di qualche carovana che costeggia il fiume. Tu sai già che siamo in un paese di ladroni.

Omar crollò la testa. Una seconda scarica di fucili s'udì accompagnata da grida selvagge. Fathma uscì dalla tettoia correndo verso i due negri.

—Che succede? chiese ella con voce visibilmente alterata. Siamo inseguiti?…

—Non ispaventarti, sorellina, disse Daùd colla maggior calma del mondo. Tirano delle fucilate e nulla di più.

—Non ho mai avuto paura, Daùd, disse con fierezza l'almea. Se corriamo un pericolo puoi parlare liberamente; non farò altro che prendere il fucile e battermi a fianco dei tuoi uomini.

—Lo so che le arabe sono intrepide.

—E dunque?

—Per ora non sappiamo nulla.

—Non ti pare prudente riprendere la navigazione?

—Se ci inseguono ci raggiungeranno lo stesso. È meglio rimanere qui anzichè correre: il rischio di venire assaliti nelle vicinanze di Woad-Scelai. Gli abitanti del villaggio potrebbero moschettarci.

—Ohe! gridò un sennarese dall'alto dell'albero di maestra.

—Guarda una dahabiad che corre su noi!

—Per la barba di mio padre! esclamò Daùd, saltando verso poppa. Che sia proprio il greco?

Si slanciò sul cassero, seguito da Fathma, da Omar e da mezzo equipaggio. A seicento passi da poppa essi scorsero una dahabiad grandissima che saliva il fiume a vele e a remi. Sul ponte vi erano parecchi uomini vestiti di bianco e armati di fucili colla baionetta inastata.

Daùd impallidì leggermente e la sua destra corse all'impugnatura dell'jatagan.

—Per Allàh! mormorò egli con ispavento. Chi sono essi?….

—Il greco! esclamò Fathma.

—Lo vedi? chiese Omar.

—Sì, eccolo là a prua… È lui, Omar, è lui.

—Tuoni di Dio! Come si è svegliato?…

—Chi va là? gridò una voce partita dalla dahabiad.

—Che nessuno risponda, comandò Daùd. Prendete i fucili e stendetevi sul cassero. Tre uomini al cannone!

I barcaiuoli in men che si dica s'impadronirono dei fucili e si sparpagliarono pel ponte e pel cassero nascondendosi dietro a tuttociò che poteva offrire un riparo contro le palle del nemico. Tre di loro, i più abili e i più coraggiosi si gettarono sul cannoncino che fu puntato sulla dahabiad; la miccia venne accesa.

—Calma e coraggio, disse Daùd. Tu, Omar, rimarrai al mio fianco pronto a comandare l'abbordaggio se il nemico arriva fino a noi, e tu, Fathma, ritirati sotto la tettoia. Per prenderti bisogna che passino sui nostri corpi.

L'almea si rizzò fieramente con gli occhi accesi.

—Io qui rimango, diss'ella. Voi vi battete per me e io mi batterò per voi.

—Ma la pugna sarà forse tremenda. Vi saranno dei cadaveri e del sangue.

—E credi tu che la Favorita del Mahdi abbia paura del sangue? Ho assistito senza tremare al massacro degli 8000 egiziani di Yussif a Kadir e meno tremerò oggi che abbiamo a massacrare un pugno d'uomini.

Strappò un fucile dalle mani di un barcaiuolo e andò ad appostarsi dietro a una cassa, gridando:

—Tutti a posto di combattimento. Attenti al comando!

—Brava, Fathma! gridò Daùd entusiasmato. Noi ci batteremo al tuo fianco.

—Chi va là! chiese la voce di poco prima.

—Fathma! rispose l'almea senza esitare. Chi mi vuole si faccia avanti!

S'udì un urlo di gioia feroce alzarsi sulla dahabiad. Daùd e Omar si inginocchiarono ai fianchi dell'almea armando rapidamente i moschetti.

—Attenzione! gridò il reis.

La dahabiad di Notis era giunta allora a cinquecento passi di distanza e continuava ad avanzare a vela e a remi con gran furia. Una ventina di soldati egiziani invasero il ponte affollandosi sulla murata di prua e puntando i loro remington.

—Vedete quell'uomo che è ritto a prua? chiese Fathma alzando il moschetto verso di lui.

—Sì, dissero Omar e Daùd. È Notis.

—Ebbene, il primo colpo è destinato a lui. Che il Profeta mi punisca se io non l'abbatto.

—Fuoco! gridò in quell'istante una voce.

Si videro i soldati egiziani abbassare un dopo l'altro i remington in direzione della darnas. Un gran lampo ruppe le tenebre seguito da numerose detonazioni e dal crepitìo di legno che fendevasi sotto la tempesta di palle. Un barcaiuolo che trovavasi a cavalcioni della murata di poppa occupato a caricar il suo moschetto, precipitò nel fiume.

—Fermi tutti! urlò Daùd, vedendo che alcuni uomini correvano alle murate per cercar di pescare il compagno. È uomo morto. A te, Fathma!

L'almea balzò in piedi come una tigre, colla carabina in mano, slanciandosi a poppa.

S'udì una bestemmia alzarsi sulla dahabiad egiziana e fu visto un uomo aggrapparsi a una corda e sollevarsi sulla prua.

—Ira di Dio, è lei! esclamò quell'uomo.

—Sono io, Notis! gli gridò Fathma con inesprimibile accento d'odio.
Guardati che ti ammazzo!

Ella puntò verso di lui la carabina. Il greco cercò di scendere, ma s'avvide che non era più in tempo.

—Uccidetela! Uccidetela! urlò egli con voce spaventata.

Alcuni egiziani tirarono su Fathma, ma senza colpirla.

Ella premette il grilletto e Notis capitombolò sul ponte del suo legno, bestemmiando Dio e gli uomini e dibattendosi disperatamente in un lago di sangue.

—Sono vendicata! gridò Fathma. Fuoco sulla dahabiad. Daùd! Fuoco!

La darnas s'empì di fumo. I sennaresi s'alzavano dietro ai ripari scaricando le loro carabine. Gli egiziani che si erano radunati attorno al caduto, andarono sotto sopra, salvandosi dietro alle casse e ai barili, sparando a casaccio le loro pistole. Il cannone cominciò a tuonare schiantando l'albero di maestra che cadde con un gran fracasso sul ponte coprendolo per intero coll'immensa sua vela.

—Bravi, così, fuoco sull'altro albero! urlò Daùd. Ammazzatemi quelle canaglie spaventate, fracassatemi il timone, che vadano a sfasciarsi su qualche isolotto. Fuoco, perdio, fuoco nutrito! Evviva Fathma!

L'albero di trinchetto precipitò come l'albero maestro, rompendosi in due pezzi. Una confusione indescrivibile non tardò a succedere sul ponte della dahabiad che incominciava a indietreggiare, minacciando di arenarsi sulle isole sabbiose. Si comandava, si gridava, si bestemmiava, si sparava e gli uomini cadevano a due a tre alla volta. Parecchi feriti urlavano di già sul ponte, contorcendosi fra i rivi di sangue, sepolti fra i rottami dell'attrezzatura e sotto le vele.

I sennaresi, visto che i nemici non erano più in grado di rispondere, erano saltati fuori dai nascondigli e bersagliavano con una precisione terribile tutti quelli che commettevano l'imprudenza di mostrarsi. Tre o quattro di loro si erano messi al cannone e avventavano tremende scariche di mitraglia che spazzavano da un capo all'altro la barca nemica aprendo larghe fessure nei madieri e schiantando le murate.

Per dieci minuti gli egiziani si lasciarono moschettare perdendo parecchi di loro, ma a poco a poco la calma si ristabilì a bordo della dahabiad. Improvvisata a prua una barricata coi rottami degli alberi e colle casse e le botti, cominciarono ad avanzare a forza di remi rispondendo gagliardamente al fuoco dei sennaresi, mostrando l'idea di venire ad un abbordaggio e quindi ad un combattimento a corpo a corpo.

—Ah! razza di cani! esclamò Daùd, afferrando una scure. Avete del sangue nelle vene! Olà, attenti ad ammazzare il primo che dà l'abbordaggio. Se arrivano sul ponte noi siamo perduti.

—Tutti a poppa! gridò Fathma che caricava e scaricava la sua carabina tenendosi ritta in mezzo al cassero. Attenti all'urto! Al cannone, al cannone!

Fra i due legni s'impegnò una terribile pugna. I sennaresi, che avevano tutto da temere dall'abbordaggio degli egiziani, superiori assai di numero, si precipitarono come un sol uomo a poppa aprendo un foco infernale coi fucili e colle pistole. Il cannone manovrato da Omar ricominciò a tuonare a mitraglia, sconquassando la barricata degli egiziani.

Con tutto ciò la dahabiad procedeva sempre a balzelloni, urtando spesso contro le isole sabbiose. Spinta innanzi con tutta velocità, andò finalmente a cozzare furiosamente colla prua contro la poppa della darnas.

S'udì uno scriscio formidabile che fu subito coperto dalle detonazioni delle armi da fuoco e dalle grida dei combattenti. Gli egiziani incoraggiati dalla voce del loro reis, cercarono di salire sul ponte della darnas, ma si trovarono dinanzi i sennaresi con a capo Omar, Daùd e Fathma. I primi che salirono caddero sotto le loro scuri e i loro jatagan; gli altri dopo di aver tentato di resistere a colpi di baionetta, si ripiegarono in massa a poppa, dove più di un terzo caddero sotto una scarica di mitraglia sparata a bruciapelo.

Il ponte si coprì di cadaveri e di feriti. La dahabiad abbandonata a sè stessa, senza alberi, senza remi, col timone fracassato e la prua tutta sconquassata e sdruscita, si sbandò sul tribordo crepitando e si allontanò rasentando gl'isolotti e solcando i bassi fondi ingombri di piante acquatiche.

Per qualche tratto fu visto arrestarsi or qua e or là vibrando di bordo, poi sparve da una svolta del fiume. S'udirono ancora in lontananza grida, comandi, bestemmie, gemiti, detonazioni, poi il silenzio tornò, rotto appena appena dal gorgoglìo della corrente che si rompeva sulle sabbie dei banchi.

CAPITOLO VII.—Gl'insorti.

Respinti gli egiziani, medicati in furia i feriti che fortunatamente non oltrepassavano la mezza decina e riparati alla meglio i danni sofferti dalla darnas, Daùd radunò attorno a sè i suoi uomini per consigliarsi su quello che dovevasi fare. Quantunque avessero la sicurezza che Notis era morto o almeno gravemente ferito e che la dahabiad fosse stata ridotta in uno stato deplorevole, avevano paura che i superstiti riuscissero a guadagnare il villaggio di Mahawir e che lì organizzassero una seconda e assai più forte spedizione. Questa supposizione decise i sennaresi a sciogliere le vele e rimmettersi prestamente in viaggio prima che capitassero altri malanni anzi alcuni proposero di cacciarsi nel braccio sinistro del fiume onde evitare di passare dinanzi al villaggio di Woad-Scelai che trovasi sulla riva del braccio destro, proposta che fu dal reis accettata.

Alle quattro del mattino la darnas lasciava l'ancoraggio, inoltrandosi nel canale formato dall'isola di Gez-Hagiba, qua e là cosparso di banchi sabbiosi e di isolette boscose sulle quali russavano fragorosamente bande d'enormi ippopotami e sonnecchiavano mostruosi coccodrilli. I barcaiuoli per meglio dirigere la navicella, diedero mano ai remi, misurando la battuta con un canto monotono che il reis di quando in quando intonava.

Erano pochi minuti che navigavano, quando in lontananza si udirono fragorose scariche di fucili e urla indescrivibili che andavano man mano crescendo d'intensità. Daùd, Omar e Fathma che si trovavano a prua segnalando i bassi fondi, furono presti ad accorrer a poppa per vedere di che si trattava. In sulle prime non distinsero nulla, ma poco dopo, ad un miglio di distanza, videro alzarsi al disopra degli alberi una grossa nube di fumo biancastro.

—Oh! fe' Daùd, crollando la testa. Quello là è fumo di fucilate. Cosa mai succede laggiù? Che accada un combattimento?

—Pare di sì, disse Fathma. Odi queste grida? Se non m'inganno sono grida di guerra.

—Forse sono due tribù che si scannano, osservò Omar. La guerra dura eterna in questi luoghi.

—Per Allàh! esclamò Daùd battendosi la fronte. Attaccano la dahabiad degli egiziani. Deve essersi arenata su qualche isolotto a un miglia di qui, ne sono sicurissimo, poichè non potevano più dirigerla.

Amici miei, la fortuna c'è ancora una volta propizia.

—Ma chi vuoi che attacchi dei soldati egiziani?

—Gl'insorti, Omar, i guerrieri di Mohamed Ahmed. Non hai udito un'ora fa, prima che venissero assaliti, una scarica di fucili? Erano i ribelli che pigliavano a moschettate la dahabiad.

—Vuoi che gl'insorti si sieno spinti di già fino al Bahr-el-Abiad?

—E perchè no? Da El-Obeid al Nilo non vi corre una grande distanza. Eppoi, tutto il paese è insorto e le popolazioni si mettono in campagna da un'ora all'altra.

—Non vi sono inglesi adunque da queste parti? chiese Fathma.

—Sì, ho udito dire che il colonnello Coetlegan, con un corpo ragguardevole di egiziani, si aggira sulle rive del Nilo, passando or qua e or là per tenere lontani i ribelli, ma non può essere dappertutto. Vi dico io che i guerrieri del Mahdi attaccano la dahabiad.

—Allora corriamo pericolo anche noi di essere assaliti.

—Sì, se non ci spicciamo a salire il fiume. Per fortuna la darnas è abbastanza solida per affrontare delle fucilate e siamo ancora in buon numero per rispondere all'attacco.

—Zitto, state a udire, disse Fathma.

Ognuno zittì e tese gli orecchi. Le scariche di fucili cessarono tutto d'un tratto e così pure le grida di guerra degli insorti, ma un momento dopo nuove urla echeggiarono per l'aria, ed erano disperate, strazianti, come di persone che vengono assassinate. Daùd involontariamente rabbrividì.

—Gli hanno scannati! mormorò egli con ispavento.

Un sorriso sinistro increspò le labbra di Fathma.

—La vendetta è completa, diss'ella freddamente. Se Notis non era morto, ora lo è. Il Profeta ha esaudito i miei voti.

—L'odiavi ben terribilmente, Fathma.

—L'odiavo a morte, Daùd. Or che lui è morto non mi resta che Elenka da combattere, e per quanto sia feroce e forte, io la infrangerò. Si tratta di sapere ora dove Dhafar pascià l'avrà condotta.

—Noi lo capiremo, padrona, disse Omar, e fra non molto. Il campo egiziano, quando io disertai, era situato a sei o sette miglia da qui. È probabile che noi abbiamo a trovare qualche arabo che ne sappia qualche cosa.

—E se non lo trovassimo?

—Scenderemo fino all'isola di Tura-el-Chadra, giacchè abbiamo preso questo braccio del fiume, e andremo a Keranek dove mi si disse che si aveva accampato Hicks pascià. Andiamo, Daùd, di' ai tuoi uomini di allungare la battuta, prima che gl'insorti abbiano a raggiungerci. In questi luoghi spira vento poco buono per noi.

—Hai ragione, Omar, rispose il reis.

Emise un grido gutturale e intonò a mezza voce la seguente strofa:

«Quando la donna bianca cammina, la terra toccata da' suoi piedi mette odor di muschio».

I barcaiuoli subito dopo allungarono la battuta dei remi, raddoppiando la forza e rispondendo festevolmente:

Elissa!

La darnas sotto quei vigorosi colpi accelerò la corsa, fendendo rumorosamente l'acqua coll'affilata prua e lacerando le grandi distese di piante di loto che formavano inestricabili reti fra i banchi subacquei.

Cominciava allora ad albeggiare all'oriente e permetteva ai naviganti di osservare le due rive della gran fiumana, magnifiche sì, ma affatto deserte. Non un villaggio, non un tugul, non una zeribak, ma invece grandi e pittoresche foreste che si curvavano sulla corrente e ai loro piedi, immerse in parte nell'acqua, grandi piantagioni di papiri, i famosi papyrus degli antichi, piante alte dai due ai tre metri, grosse come un braccio d'uomo, ristrette superiormente e terminate da un ombrello amplissimo, elegante, formato da otto larghe foglie spadiformi ornate di bellissimi fiori bianchi. Gli egiziani, cui danno il nome di berb, se ne servivano anticamente per fabbricare la carta da scrivere colle lamine della corteccia, intrecciando il fusto in forma di tessuto, facevano vasi superbi colle lunghe e striscianti radici, costruivano barche che incatramavano e, secondo Plinio, ricavavano persino vestimenta e vele colla corteccia interna tessuta.

Di quando in quando dalle foreste uscivano svolazzando rapidamente bellissime ibis religiose, uccelli grossi come polli, colle penne bianchissime ma orlate di nero alle estremità delle ali ed al collo, muniti di lunghissimi becchi ricurvi di cui se ne servono per pescare i molluschi o i vermi delle rive del Nilo. Talvolta invece uscivano bande di pellicani grossissimi, con brevi gambe, forti ali, coda rotonda becco enorme la cui mandibola inferiore ha la figura di due branche e che sostiene una specie di sacco formato da una membrana sottile, nuda, che serve a loro di deposito per collocarvi il pesce pigliato. Ve n'erano delle centinaia sui banchi, di questi uccelli, occupati a spennacchiarsi e facendo un baccano del diavolo.

Per tutto il dì la darnas continuò a navigare costeggiando ora le due grandi isole che dividono il fiume in due bracci distinti, il vero Bahr-el-Abiad e il Ch-el-Ale, sperando sempre di scorgere qualche posto di egiziani dell'esercito di Dhafar pascià, ma senza nulla trovare.

Verso le sei della sera, con buon vento giunse nelle vicinanze della costa meridionale dell'isola Tura-el-Chadra, all'est della quale sorge il villaggio di Duêm. Fathma avrebbe voluto scendere a terra per vedere se potevasi trovare qualche barcaiuolo o qualche contadino e interrogarlo sulla direzione presa da Dhafar, ma Omar, che temeva e non a torto, che nelle vicinanze accampasse qualche banda d'insorti, credette bene di opporsi e di tirare innanzi.

La notte non tardò a scendere con quella rapidità che è propria nelle regioni equatoriali, avvolgendo in un nero manto le boscose rive dalla fiumana. Daùd, che non si sentiva del tutto tranquillo, fece spiegare tutta la tela che era a bordo per non essere raggiunto da qualche canotto di insorti che poteva tenersi celato fra i papiri o le canne e si mise in persona alla ribolla del timone dopo di aver fatto caricare il cannone e portare armi e munizioni in coperta.

Erano le dieci di sera. La luna si alzava scialba scialba dietro le montagne di Arax-Kol, i cui picchi aguzzi apparivano al disopra delle foreste e un venticello fresco fresco corrugava la placida superficie delle acque e piegava con lieve mormorìo le canne e le grandi foglie dei papiri.

Sulle rive del fiume ruggivano, ridevano o urlavano leoni, jene e sciacalli che si dissetavano e in mezzo alla corrente scherzavano giganteschi coccodrilli spruzzando la darnas colle possenti loro code. D'improvviso in distanza echeggiò un gran grido rauco, selvaggio, ma umano. Si avrebbe detto un segnale, un richiamo, un grido d'allarme.

Daùd e i barcaiuoli appena uditolo si erano tutti alzati scrutando attentamente le rive del fiume. Presentivano istintivamente che qualche pericolo li minacciava.

Passarono sei o sette minuti, poi quel grido tornò a ripetersi, più vicino, più forte, più vibrante facendo cessare d'un subito il concerto orribile delle belve attruppate sulla riva. Il reis si affrettò a portarsi a prua dove s'incontrò con Omar che stava armando la sua carabina.

—Hai udito? chiese il sennarese a bassa voce.

—Perfettamente. Daùd, rispose il negro.

—Che ne dici?

—Che quel grido fu un segnale.

—Degli insorti?

—Ho tutte le ragioni per crederlo mandato da qualche sentinella degli insorti. Stiamo attenti, Daùd che possiamo venire attaccati.

—Se ritornassimo?

—Gl'insorti ci attaccheranno egualmente, ne sono sicuro. Tiriamo invece innanzi più rapidamente che ci è possibile, Se possiamo giungere all'estremità sud dell'isola potremo salvarci a Keranek che non dista che poche miglia dalla riva sinistra del fiume e una volta…

—Taci! disse improvvisamente il reis. Odi?

Omar tese l'orecchio. Sulla riva sinistra si udiva il cigolìo monotono ed insieme lamentevole che fanno le ruote dei mulini girando sui consunti perni ed un muggito di buoi. Quasi subito, ad una svolta del fiume, apparvero tre o quattro ruote gigantesche in movimento.

—Vi sono delle zacchie, disse Omar. Allora vi sono dei guardiani.

Infatti erano quattro zacchie che inaffiavano dei campi di durah. Queste zacchie, che sono numerosissime sulle rive del Nilo, consistono in una ruota perpendicolare alla quale sono attaccati con corde moltissimi vasi di terra. Ogni ruota comunica con un'altra orizzontale fornita di un grosso perno mosso dalla forza di due tori che girano scambievolmente dì e notte su di un impalcato di legno cosparso di terra. Gli Egiziani e i Sennaresi amano molto il cigolìo di queste ruote, prodotto artificiosamente con un miscuglio di grasso e di carbone pesto e apprezzano le zacchie che cigolano forte poichè tengono sveglio il ragazzo che vigila sui tori, quindi queste non si fermano, e allontanano gl'ippopotami che potrebbero ucciderli. Hanno anche premura che il cigolìo continui sempre poichè credono che se cessasse, cesserebbe pure la vita del proprietario.

La presenza di quelle zacchie che continuavano a girare cominciava a rianimare i barcaiuoli, i quali supponevano che il grido udito fosse stato mandato da uno dei guardiani. Omar già stava per chiamare uno di quegli uomini per chiedere che significasse quel segnale, quando un urlo prolungato, straziante, ruppe il silenzio che regnava sul fiume. Qualche cosa di grande e di nero cadde nell'acqua sollevandola a grande altezza. Quasi subito si videro i coccodrilli nuotare in furia verso la riva sinistra e li udirono chiudere le grandi mascelle con un rumore analogo a quello che fa un cassone chiudendosi.

—Oh! fe' Omar che cadeva di sorpresa in sorpresa. Che diavolo succede?

Un altro grido scoppiò poco dopo seguito da un altro tonfo. Altri coccodrilli che sonnecchiavano sui banchi di sabbia, si slanciarono in acqua nuotando verso le zacchie. Tutti i barcaiuoli, ansiosi e un po' sgomentati, si precipitarono a tribordo coi fucili in mano, cercando di indovinare ciò che succedeva sulla riva sinistra.

—Che succede? chiese una voce calma dietro a Omar.

—Ah! sei tu padrona? disse lo schiavo riconoscendo Fathma.

—Sì, che significano queste grida e questi tonfi?

Omar in poche parole la mise al corrente dell'accaduto, esponendo i suoi timori sulla probabile vicinanza degli insorti.

—Credi tu che queste grida provengano dai guardiani delle zacchie? domandò l'almea quando egli ebbe finito.

—Sì e temo che quei corpi gettati nel fiume e che i coccodrilli stanno disputandosi, non siano altro che quelli dei poveri diavoli assassinati.

—Allora corriamo un serio pericolo.

—Sicuro, padrona, ed è per questo che non sappiamo se avanzare o dare indietro, disse Daùd. Che faresti tu?

—Andrei innanzi, rispose Fathma senza esitare. Non ho paura dei ribelli.

—E così sia; sforzeremo il passo.

Non aveva ancora finito l'ultima parola che un baccano spaventevole scoppiò sulla riva sinistra. Era un misto di urla, di fischi, di abbaiamenti, la più spaventevole cacofonia insomma, che mai abbia ferito l'orecchio umano. Sei o sette fuochi s'accesero comunicandosi alle zacchie che in un batter d'occhio furono in preda alle fiamme e al chiarore rossastro di quegli incendi furono visti grossi attruppamenti di negri imboscati fra le piante di durah e fra i papiri.

—Attenzione! gridò Daùd, balzando indietro.

Una scarica formidabile partì dalla riva seguita da urla ancora più formidabili; una grandine di palle cadde sibilando sulla darnas forando le vele, recidendo le corde, colpendo coloro che non avevano avuto il tempo di ripararsi dietro la bordatura.

—Fuoco! tuonò la voce di Fathma.

La darnas s'infiammò come un cratere. Al crepitar della fucilata si unisce il rimbombo del cannone che tira a mitraglia contro le ardenti zacchie e contro gl'insorti che le circondano. S'odono urla di dolore, bestemmie, comandi precipitati, tonfi di uomini che colpiti a morte cadono nel fiume. I coccodrilli si gettano confusamente verso la riva presso la quale galleggiano numerosi torsi d'ebano già resi immobili od ancora in preda a spaventevoli convulsioni.

—Ai remi, ai remi, grida Daùd.

Alcuni barcaiuoli, sfidando il fuoco degli insorti che cresceva terribilmente, si slanciarono ai remi, ma caddero a mezzo ponte. La darnas, abbandonata a sè stessa per la morte del timoniere, girò di bordo e andò ad arenarsi colla prua contro un isolotto. L'urto che accadde fu così violento che gli alberi si spezzarono cadendo colle immense loro vele. Due barcaiuoli rotolarono sul ponte colle teste sfracellate.

Sulla darnas regnò in breve la confusione. I barcaiuoli, perduto il loro sangue freddo, si slanciarono a poppa coll'intenzione forse di abbandonare la barca e salvarsi sulla riva opposta, ma il fiume era pieno di coccodrilli venuti da tutte le parti per prendere parte a quell'orgia di carne umana, di più la fucilata dei ribelli continuava terribile, lacerando l'aria per ogni dove.

—Mille saette, tutti a prua! urlò Daùd. Tutti a prua, cani di barcaiuoli!

—A prua! a prua! ripetè Fathma, che rispondeva bravamente al fuoco del nemico.

I barcaiuoli compresero il pericolo e ritornarono dietro la bordatura di prua, riparandosi meglio che era possibile. Era tempo.

Gl'insorti, vista la darnas arenata, si erano gettati tutti in acqua fugando i coccodrilli a colpi di lancia e si arrampicavano a dozzine sui banchi sabbiosi portando seco enormi travi colle quali speravano di sfondarla. La fucilata, interrotta, ricominciò ancora più furiosamente, serrata, implacabile, mortale.

La mitraglia fischiava sollevando le acque, scarnando orrendamente coloro che venivano tocchi dai proiettili; il sangue correva a torrenti e arrossava le onde del Nilo. Le canne dei fucili scottavano: erano ardenti.

I ribelli arrivano a decine, a dozzine, a ventine, a trentine, agitando freneticamente le scimitarre, le lance, le mazze, i fucili, sfidando imperterriti il fuoco infernale della darnas e cercando di arrampicarsi sul bordo urlando a chi più può. I barcaiuoli, ai quali l'imminenza del pericolo infondeva un disperato coraggio, si difendevano strenuamente coi fucili, colle pistole, cogl'jatagan, colle scimitarre, colle scuri e persino coi remi, martellando, puntando, forando, schiacciando, tagliando in piena carne. Daùd, Omar e l'intrepida Fathma colle scimitarre in pugno troncavano tutte le mani che cercavano di aggrapparsi al bordo della darnas e spaccavano orribilmente le teste che s'alzavano verso di essi.

Era una carneficina, uno spaventevole massacro che la luce rossastra delle zacchie in fiamme rendeva ancor più orribile. I barcaiuoli, anneriti dalla polvere, madidi di sudore e di sangue che colava dalle ferite, non potevano più far fronte a quell'onda di ribelli che ingrossava ad ogni istante e che si precipitava ciecamente all'assalto mugolando come una banda di tigri. Già più che mezzi sfiniti, esangui, avevano abbandonato il posto ed erano caduti sul ponte rantolando, quando un cozzo formidabile avvenne a prua.

La darnas, spinta all'indietro da una forza irresistibile, lasciò il banco e tornò a galleggiare, indietreggiando. Una trave avventata da quindici o venti uomini uniti, l'aveva percossa sotto la ruota di prua schiantando due o tre madieri; tutti i barcaiuoli, perduto l'equilibrio, caddero sul ponte fra le urla indescrivibili dei negri che non ardivano gettarsi in acqua ove nuotavano sempre numerosissimi coccodrilli occupati a rimpinzarsi della carne dei cadaveri.

Quando si rialzarono per accorrere ai remi un gridò d'angoscia sfuggì da tutti i petti. La darnas, spezzata a prua dalla spaventevole botta, imbarcava enormi getti d'acqua, affondando rapidamente!

CAPITOLO VIII.—La zattera.

La situazione era disperata, spaventevole: s'avvicinava una tremenda catastrofe. La darnas, colla prua sfondata, il timone schiantato, senz'alberi, senza vele, andava disordinatamente alla deriva virando da babordo a tribordo sotto il fuoco infernale degli insorti, che vista la preda sfuggire, urlavano furiosamente. L'acqua entrava a gran flotti dalla falla, fischiando fortemente e invadeva a poco a poco il ponte sul quale cercavano di issarsi a colpi di coda mostruosi coccodrilli colle mascelle spalancate.

Per alcuni momenti a bordo della darnas regnò una confusione indescrivibile. I barcaiuoli, ridotti a soli sette, più o meno feriti, pazzi dal terrore, si erano rifugiati a poppa invocando disperatamente Allàh e Mohamed, aggrappandosi ai rottami delle antenne e degli alberi, sordi alle minacce e alle preghiere di Fathma, di Omar e di Daùd che avevano conservato il loro sangue freddo anche in terribile frangente. La paura però di cadere nelle mani degli insorti che seguivano la darnas saltando d'isolotto in isolotto; la paura di trovarsi nell'acqua fra la banda dei coccodrilli che non avrebbe mancato di gettarsi su di loro e le percosse e le minaccie dei loro capi, li decisero di ritornare a prua per cercare di arrestar l'acqua che non ristavasi dall'entrare.

Ognuno si munì del primo mastello che trovò sotto mano e si mise a vuotare il liquido elemento che erasi alzato di già d'un mezzo piede. Daùd, a rischio di ricevere una dozzina di palle, salì sul tetto della rekuba che formava il cassero della darnas vi prese un barile e lo incastrò fortemente nella spaccatura della prua. L'affondamento si arrestò.

—Bene! esclamò il bravo reis. Ai remi, Omar ai remi colla tua padrona! Bisogna guadagnare a qualsiasi costo la riva opposta. Su, voi altri, vuotate per la barba di mio padre! Vuotate tutti, vuotate!

Omar e Fathma si slanciarono ai remi, l'uno a babordo e l'altra a tribordo e si misero ad arrancare con tutte le loro forze allontanandosi lentamente dalle isole e isolette sulle quali vociferavano e sparavano gl'insorti, ingrossati di numero.

Mezzo fiume era stato di già attraversato quando avvenne un urto. La poppa si drizzò su di un banco subaqueo incagliandosi profondamente nelle sabbie o nel fango, e la prua, abbassatasi per l'inclinazione affondò. S'udì un urlo terribile emesso da sei o sette voci. I barcaiuoli, perduto l'equilibrio, capitombolavano con Daùd nella corrente, andando a ridosso della banda dei coccodrilli.

Fathma e Omar, abbandonati i remi, si slanciarono verso prua in soccorso dei loro disgraziati compagni, ma era troppo tardi. I coccodrilli, spalancate le enormi mascelle, si erano di già gettati sulla preda insperata e cominciavano il banchetto. Per tre o quattro minuti si videro i sennaresi lottare disperatamente gettando urla strazianti, poi scomparvero fra le onde insanguinate. Alla superficie dell'acqua non risalirono che pochi brandelli di carne ancora palpitante, qualche membro smozzato e qualche testa frantumata che la corrente portava attraverso le scogliere e le galleggianti foglio del loto sacro.

Fathma e Omar, inorriditi dallo spaventevole dramma svoltosi lì per lì sotto i loro occhi, si erano arrestati a mezzo ponte, tenendosi fortemente per la mano, girando gli sguardi smarriti sul fiume rosso di sangue in mezzo al quale nuotavano ancora i coccodrilli disputandosi furiosamente gli ultimi avanzi degli sventurati.

Un rauco singhiozzo lacerò la gola del povero negro.

—Daùd!… Daùd!… esclamò egli con voce rotta.

Vi risposero le urla dei ribelli e le detonazioni delle loro armi da fuoco. Alcune palle fischiarono ai suoi orecchi conficcandosi profondamente sul ponte inclinato della darnas che continuava affondare.

—Daùd!… Daùd!… ripetè il negro.

Egli cercò di liberarsi dalla mano di Fathma per spingersi sulla prua.

L'almea invece lo trasse violentemente a sè.

—A poppa! a poppa! gridò ella. Affondiamo!

Infatti la prua si tuffava. La darnas s'inclinò con uno scricchiolìo sinistro, fremette, ondeggiò, poi spezzossi a metà con gran fracasso. La poppa si rialzò piegandosi su di un fianco e disarticolando la rekuba il cui tetto in gran parte si sfondò.

I due superstiti non pensarono più che alla propria salvezza, Aggrappandosi ai tronchi delle antenne e alle gomene che ancora pendevano dalle murate, aiutandosi l'un l'altro, sotto il fuoco dei ribelli che non cessava un sol minuto, guadagnarono il rottame fortemente incagliato, cacciandosi lentamente sotto la rekuba semi-sventrata.

I ribelli, che non lasciavano le isole, salutarono la loro scomparsa con una grandinata di lance affatto innocua.

—Coraggio Omar, disse Fathma che tremava malgrado il suo straordinario sangue freddo. Abbiamo assoluto bisogno di essere forti per lottare contro l'avversità che ci perseguita. Si direbbe che il Profeta congiura contro di noi e che protegge la rivale. Dimmi, che faremo ora, che non abbiamo più i mezzi per tirare innanzi e che i ribelli ci assediano?

—L'ignoro, padrona, balbettò il negro. Temo che per noi la sia finita.

—No, finita! esclamò Fathma con veemenza. Sono ancora troppo forte per arrendermi.

—Ma che volete fare? Non sappiamo più su di chi contare ora che tutti sono stati divorati. Ho dei terribili presentimenti che mi fanno perdere quel po' di coraggio che ancora mi resta.

—Se tu hai dei presentimenti devi scacciarli, Omar. Qui abbiamo bisogno di risolutezza, forza e coraggio per uscire da questa pericolosa situazione. Orsù, fatti animo, tutto ancora non è perduto.

—Che si deve fare? Se colla mia vita potessi salvarvi, potessi conservarvi viva al mio padrone, sarei pronto a perderla, ma pur troppo non gioverà a nulla. Maledetto Mahdi!

—Taci, non imprecare contro quell'uomo, disse Fathma, con voce alterata.

—Perdono, padrona, non mi ricordava più che…

—Basta così, parliamo invece di qualche cosa di meglio. Credi tu che tutti i Sennaresi siano stati divorati?

—Non ho veduto alcuno ritornare a galla, nè ho udito alcun grido d'aiuto dopo il primo assalto dei coccodrilli. Non bisogna contare più su di loro.

—Sta bene, disse freddamente l'almea. Non conteremo che sulle nostre forze. Dimmi, ora, credi che gl'insorti tenteranno di abbordare il rottame?

—Non lo credo. Il fiume è ingombro di coccodrilli e mi pare che anche gl'insorti abbiano paura. Potrebbe darsi però che costruissero delle zattere o che facessero venire dei canotti.

L'almea provò un brivido e impallidì leggermente.

—Che non si possa lasciare questa carcassa? si chiese ella con rabbia.

—In qual modo? Siamo proprio in mezzo al fiume. Il primo che ardisce tuffarsi cadrà inevitabilmente sotto le palle del nemico o sotto i denti degli anfibi.

—E se si costruisse una zattera?… E perchè no?

—Una zattera!… ah! la bella idea! esclamò Omar, picchiandosi fortemente la fronte. Abbiamo tanto legname quanto ci abbisogna e di più armi da tagliarlo e corde a nostro piacimento. Per Allàh! Se si potesse farla bella a quei cani d'insorti!

—Credi tu che affidandoci alla corrente verremo scoperti?

—Questo lo sapremo dopo. Il fatto è che bisogna allontanarsi prima che spunti l'alba e senza destare l'attenzione dei ribelli. Se ci vedono faranno cadere su di noi una tale pioggia di palle da fare dei nostri corpi un crivello.

—E i coccodrilli ci attaccheranno?

—Forse, ma ci difenderemo senza far troppo rumore. Dispenseremo colpi di scimitarra sui loro occhi o nelle loro gole. Andiamo a vedere come stanno le cose al di fuori, Fathma, e se l'oscurità è tanto fitta da impedire che quelli della riva ci scorgano.

Presi i fucili, Fathma e Omar tenendosi per mano guadagnarono la parete sfondata che guardava verso la riva sinistra, nascondendosi dietro un mucchio di rottami. Le zacchie ardevano ancora spandendo all'intorno una luce rossastra che illuminava sempre però più debolmente la corrente e i campi di durah. Dense nubi di fumo, miste a scintille, s'alzavano vorticosamente al di sopra dei crepitanti legni, ondeggiando capricciosamente qua e là a seconda che il vento soffiava.

Sulle isolette del fiume vociferavano più di due centinaia di ribelli cogli occhi fissi sul rottame. Alcuni erano immersi nell'acqua fino alle gambe e scagliavano di quando in quando qualche lancia che si fissava fortemente sul ponte inclinato del legno, altri invece si studiavano di guadagnare degli isolotti per avvicinarsi vieppiù, ed altri ancora si affaccendavano a costruire dei piccoli tugul di rami e foglie.

—Mi pare che quei birbanti abbiano intenzione di fissare la loro dimora su questi isolotti, bisbigliò Omar all'orecchio della compagna.

—Lo credi?

—Non vedi che stanno costruendo persino dei tugul. Essi calcolano di pigliarci colla fame, ne sono sicuro.

—E allora?

—Allora bisogna abbandonare il rottame più presto che sia possibile. La luna sta per nascondersi dietro a quella fascia di nubi, l'incendio sta per scemare e le stelle sono offuscate dalla nebbia della notte. Fra una mezz'ora vi sarà oscurità perfetta e potremo prendere il largo senza essere scorti.

—Quando è così fabbrichiamo la zattera. Allàh e il Profeta ci aiuteranno.

Essi ritornarono a poppa. Omar, salito sul capo di banda si lasciò discendere adagio adagio nel fiume tenendosi aggrappato ad una fune. Ben presto si trovò sul banco subacqueo coll'acqua fino alle ginocchia.

—Ci sei? chiese Fathma con un filo di voce.

—Sì, rispose il negro che tastava coi piedi la sabbia. Non vi è che mezzo metro d'acqua e il terreno mi pare sodo. Calami abbasso quanto legname puoi e quante fune trovi. Non fare rumore, sopratutto e non perdere di vista i ribelli.

—E i coccodrilli?

—Non ne vedo attorno al banco, eppoi ho la scimitarra. Il primo che vedo uscire dall'acqua e avvicinarsi a me gli rompo la testa. Orsù, affrettiamoci prima che l'oscurità sia perfetta.

I rottami non mancavano. Il tetto della rekùba costruito in legno, come già dicemmo, al momento dell'urto era in gran parte caduto e questo era sufficiente per costruire una zattera capace di sostenere due persone. Di più il ponte era ingombro di pezzi d'albero e di antenne fornite ancora di numerose corde.

Fathma data un'occhiata ai ribelli che bivaccavano parte sulla riva e parte sulle isole senza più darsi pensiero della darnas, si mise alacremente all'opera. Afferrò un pezzo di tetto e radunando tutte le sue forze lo trascinò a poppa e lo gettò sul basso fondo. Omar fu lesto ad afferrarlo e a montarvi sopra.

—Là, così va bene, mormorò il negro stropicciandosi allegramente le mani. Animo, Fathma, getta giù dei pezzi d'albero o d'antenna che formi lo scheletro della nostra imbarcazione. Giù, giù!

La speranza di scampare all'immenso pericolo che la minacciava, triplicava le forze dell'almea. Ella gettò a Omar sei o sette tronconi d'albero, tavoli, pezzi di murata, pezzi di rekùba e cordami in grande quantità. Il negro valendosi delle zacchie che ancora ardevano, tenendosi sempre riparato dietro poppa della darnas per non essere scoperto dai ribelli, in capo a mezz'ora costruì la zattera, lunga quattro o cinque metri e larga appena due, ma solidissima. Egli vi imbarcò due remi, due fucili, munizioni, due scimitarre, alcuni vasi di merissak del kèsra, (sorta di pane di durah cotto su di una lastra di pietra) e parecchie libbre di carne fritto nel burro che si conserva lungamente.

Aveva appena terminato che sulla riva opposta, si udirono degli schianti seguiti da fischi sonori. L'oscurità diventò profonda.

—Bene, mormorò il negro. Le zacchie hanno finito di ardere e i rottami sono capitombolati nel fiume. Presto, padrona, discendi.

Fathma non se lo fece dire due volte. Salì sul bordo, si aggrappò ad una fune e si calò lentamente sulla zattera che minacciava di rompere l'ormeggio sotto la spinta della corrente. I due fuggiaschi si sdraiarono sul ponte colla scimitarra dinanzi e i remi in mano.

—Coraggio, Fathma, disse Omar. Giuochiamo la nostra vita.

—Passeremo inosservati?

—Lo spero.

—Quale via terremo?

—Scenderemo il fiume fino a domani mattina. Sta attenta a respingere i coccodrilli che non mancheranno di assalirci.

—E perchè non approdiamo all'isola di Turà-el-Chadra? Siamo lontani appena duecento metri e si potrebbe, in dieci o dodici ore, giungere a Duên.

—Temo che i ribelli siano accampati nelle foreste e forse il borgo di Duên è caduto in loro mani. Lascia fare a me e vedrai che noi giungeremo più presto che lo credi nelle vicinanze di El-Obeid. Hicks e Dhafar devono accampare a poche miglia dalla capitale del Mahdi. Attenzione, padrona.

Il negro tagliò d'un colpo solo l'ormeggio. La zattera girò per alcuni istanti su se stessa, poi discese silenziosamente la corrente sfiorando a tribordo una larga zona di piante di loto.

L'oscurità era diventata allora profonda. Appena appena si scorgevano le due rive coperte di tenebrosi boschi ai cui piedi urlavano e ridevano atrocemente sciacalli e iene occupate a dissetarsi. I ribelli si distinguevano assai vagamente sdraiati sulle isole, quantunque qua e là ardessero dei fuochi a gran pena tenuti accesi sulle umide sabbie.

I due naviganti si misero a remigare nel più profondo silenzio guardandosi attentamente attorno; i loro cuori battevano di speranza e di timore, e non ardivano quasi quasi di respirare per paura di attirare l'attenzione dei loro nemici.

Avevano di già percorso quasi duecento passi quando la zattera urtò contro qualche cosa arrestandosi bruscamente. Nè l'uno nè l'altra ardirono muoversi.

—Che c'è, chiese sottovoce Fathma dopo qualche minuto d'angosciosa aspettativa. Ci siamo arenati?

—Zitto, disse Omar. Ora andrò a vedere. Tu non muoverti qualunque cosa accada.

Egli strisciò silenziosamente a prua e immerse un braccio nell'acqua. Egli sentì sotto mano un agglomeramento fitto fitto di piante acquatiche che impediva il passaggio.

—Bene, siamo dinanzi ad una barra, mormorò il negro.

Queste barre altro non sono che vaste distese di piante palustri che si formano sui fiumi africani e segnatamente sul Nilo cagionando lo stagnamento delle acque e quindi miasmi mortali. Non di rado queste barre si estendono per tre quattro e anche cinque chilometri, impedendo il transito persino ai battelli a vapore che solcano il Bahr-el-Abiad e il fiume delle Gazzelle.

Omar, appena si fu assicurato che non vi era mezzo di passare sopra quella barra, ritornò presso Fathma che non si era mossa.

—Padrona, diss'egli, bisogna deviare verso la riva sinistra. Abbiamo una barra che fiancheggia la riva destra.

—Deviare sulla riva sinistra! esclamò Fathma, Ma allora ci avviciniamo agli insorti e verremo scoperti.

—Potrebbe darsi, ma non vi è altra via da prendere. Chissà forse passeremo ancora inosservati; la notte è sempre oscura.

—Tutto congiura contro di noi; maledetta sorte!

—Allàh così vuole. Orsù, deviamo e cerchiamo di non far rumore. È carico il tuo fucile?

—Sì.

—Quando è così, andiamo avanti e che il Profeta ci protegga.

La zattera sotto la spinta dei due remi comincia a deviare lentamente radendo la barra, sulla quale alzavasi una nebbiolina carica di esalazioni pestifere. I due naviganti, curvi, taciti, in dieci minuti raggiunsero l'estremità di quel colossale agglomeramento di piante. Già stavano per virare di bordo ed entrare nella libera corrente quando sei o sette coccodrilli uscirono dalle piante avvicinandosi alla zattera. Il più ardito allungò le mascelle spalancate verso di loro cercando, con un formidabile colpo di coda, di issarsi sul ponte.

—Omar! mormorò Fathma che sentiva la zattera inclinarsi spaventosamente a tribordo.

—Sta zitta. Ci sono.

Il negro aveva afferrata la scimitarra. Egli scagliò una tremenda botta fra i due occhi del mostro che si inabissò rumorosamente sollevando una nube di spuma. Quasi subito una voce partì dall'isolotto più vicino, sul quale bivaccavano alcuni insorti.

—Ehi! gridò un arabo. Guarda laggiù in mezzo alla corrente!

—Che vedi? chiese un'altra voce.

—Che Allàh e il Mahdi mi puniscano se quella là non è una zattera.

—Ne sei sicuro? mi pare un rottame.

—Ho veduto qualcuno alzarsi, anzi mi parve di aver visto una scimitarra in aria. Non hai udito una botta e un tonfo?

—Infatti ho udito. Che siano gli uomini della darnas?

—È quello che noi vedremo; prendi il moschetto..

Fathma e Omar avevano distintamente udita la conversazione dei due ribelli. Spaventati avevano abbandonati i remi e si erano sdraiati sul ponte colle mani convulsivamente strette attorno ai fucili.

—Non muoverti, padrona, bisbigliò con voce tremante Omar.

—Non mi muoverò nemmeno se vengo ferita, rispose Fathma con voce ferma. Attento alle palle.

Non avevano ancora terminato che due detonazioni echeggiarono sull'isolotto. I due naviganti udirono le palle penetrare nel legname a pochi pollici dalle loro teste. Rimasero immobili, irrigiditi.

—Ah! esclamò uno dei tiratori. Sono due cadaveri gettati sopra di un rottame.

—Che stupidi a sprecare polvere e palle, rispose l'altro. Buon viaggio razza di cani! Che il diavolo vostro patrono vi conduca a salvamento.

I due ribelli ruppero in uno scroscio di risa e tornarono a sdraiarsi sulle sabbie. La zattera, mercè la corrente che era alquanto forte, in dieci minuti soli oltrepassò tutte le isole occupate dai nemici. I due naviganti, persuasi ormai di non correre più pericolo alcuno, afferrarono i remi e si misero ad arrancare disperatamente, percuotendo a destra e a sinistra, senza riserbo, i coccodrilli che li minacciavano.

Alle tre di notte giungevano sani e salvi alla foce di un largo corso d'acqua, affluente di sinistra del Bahr-el-Abiad, e che ha le sue sorgenti nelle vicinanze di Sciula. Essi vi entrarono salendolo per cinque o seicento metri.

—Alt! comandò Omar. Qui non corriamo più il pericolo di venire raggiunti. Abbiamo percorso più di quindici miglia e questa distanza mi pare sufficiente per essere sicuri di passare tranquilli il resto della notte.

—Che facciamo adunque? chiese Fathma. Approdiamo?

—Mai più. Abbiamo dei leoni e delle jene sulle rive. Questa notte ci ancoreremo qui e domani vedremo cosa potremo fare. Sdraiati, padrona, e cerca di dormire.

Egli impiantò profondamente il remo su di un bassofondo, vi legò saldamente la zattera, accese il scibouk e si sedette a prua col fucile sulle ginocchia. Fathma, affranta, si sdraiò sul ponte e non tardò ad addormentarsi, malgrado i ruggiti e gli scrosci di risa dei leoni e delle jene che vagolavano sulle boscose rive del fiume.

CAPITOLO IX.—Lo scièk Abù-el-Nèmr.

Erano le quattro del mattino quando Fathma si svegliò. Il sole alzavasi allora sull'orizzonte, rapidamente, versando torrenti di luce incandescente sul paese circostante che presentava un magnifico colpo d'occhio, tutto affatto speciale delle regioni dell'alto Nilo.

Il fiume scendeva tranquillo tranquillo descrivendo una gran curva, fra due magnifiche rive, coperte di superbi alberi, che si specchiavano quasi con civetteria nelle trasparenti acque, prolungando capricciosamente i loro rami sui quali andavano, venivano e saltellavano con sorprendente agilità numerose schiere di scimmie-leoni dal pelame cenerino azzurro, con una folta criniera affatto simile alla giubba dei leoni e il muso e le natiche d'un bel colore carneo.

Sugli isolotti sabbiosi sonnecchiavano pacificamente colossali ippopotami, grossi più dei rinoceronti, con testa enorme, muso assai rigonfio, nari larghe e sporgenti, gambe brevissime ma grossissime e la pelle cosparsa di rade setole e così grossa da sfidare le palle di fucile.

Alcuni di quei mostri talvolta si tuffavano con un fragore formidabile, portando sulla schiena i loro piccini grandi quasi quanto un bue e ricomparendo poco dopo nitrendo come cavalli.

Per l'aria volteggiavano invece stormi di fenicotteri, di pellicani, di ibis bianche e nere, di tantali, di anastomi, di pivieri e di falchi, che si incrociavano in mille differenti guise con un gridio incessante, precipitandosi di tratto in tratto nel fiume per uscirne quasi subito con un pesciolino nel becco.

Fathma e Omar, dopo di essersi rinforzati con una sorsata di merissak, visto che le rive erano deserte, s'affrettarono a spingere la zattera verso quella di destra e sbarcarono caricandosi delle armi, delle munizioni e di quanti viveri potevano portare.

—Dove andiamo? chiese l'almea, indecisa sulla via da prendere.

—Questo è il bello a sapersi, rispose Omar, imbarazzatissimo. A mio parere bisognerebbe guadagnare il villaggio più vicino per procurarsi dei cavalli o dei cammelli, senza i quali non riusciremo a raggiungere El-Obeid, Se ben mi ricordo a una quindicina di miglia da qui trovasi Sciula.

—Vi potremo entrare? Temo che i ribelli l'abbiano occupata.

—Lo so bene io, ma non c'è altra via da scegliere. Chissà forse i ribelli non l'hanno ancora assalita. Ad ogni modo ci avvicineremo con precauzione.

—La via sarà libera poi?

—È difficile saperlo. Sono certo che prima di giungervi incontreremo dei ribelli.

—La situazione nostra non mi sembra brillante.

—È quello che penso pur io, mormorò Omar sospirando. Mettiamoci nelle mani di Allàh che tutto può; è quanto ci resta da fare.

—Quando è così mettiamoci in cammino, disse Fathma risolutamente.
Arma il fucile e apri per bene gli occhi. Che Allàh ci protegga.

Essi salirono la sponda e s'inoltrarono coraggiosamente sotto le foreste, aprendosi a gran pena il passo fra quegli immensi vegetali, dai tronchi colossali i cui rami s'intrecciavano a perdita d'occhio come gli archi gotici di una cattedrale sconfinata. Regnava là sotto un caldo soffocante, una temperatura da stufa che toglieva il respiro e che faceva zampillare addirittura il sudore dalla fronte degli intrepidi viaggiatori. Un silenzio lugubre rendeva la marcia più penosa, più monotona.

Dopo di aver percorso più di un miglio, essi si trovarono dinanzi ad una foresta di baobab. Nulla di più meraviglioso della vista di questi giganti delle boscaglie africane, ai quali non si esita a dare una longevità di seimila anni, dal tronco sproporzionato che supera spesso i venticinque metri di circonferenza dai rami bassissimi ma immensi che formano da soli un boschetto picchiettato da capsule legnose che sembrano zucche, lunghe venticinque o trenta centimetri, di tinta verdognola, coperte di bianca peluria, e delle quali sono ghiottissime le scimmie.

Fathma e Omar si erano arrestati ai piedi di uno di quei colossi per prendere un po' di riposo, quando a sei o settecento metri lontano echeggiò improvvisamente una detonazione seguita poco dopo da un formidabile ruggito e da un grido straziante.

Scattarono simultaneamente in piedi coi fucili in mano, gettando un rapido sguardo all'intorno paventando di veder sbucare dai cespugli qualche banda di ribelli.

—Che è successo? chiese ansiosamente Fathma, riparandosi prudentemente dietro una fitta macchia.

—I ribelli forse! esclamò Omar che tremava, suo malgrado, verga a verga.

—No, ho udito il ruggito del leone.

—Ma la detonazione? E quel grido?

—Che sia stato qualche cacciatore?

—Non credo, disse Omar. Quale cacciatore può avventurarsi in queste foreste battute dalle orde del Mahdi? Fathma ripieghiamoci sul fiume prima che capitino malanni.

—Ripieghiamoci, ma sta bene attento. Vi sono dei pericoli in aria.

Stavano per ritornare nella foresta di palme e di tamarindi, quando udirono una voce lamentevole gridare ripetutamente:

—Aiuto! aiuto!…

—Fathma si fermò bruscamente stringendo forte forte il braccio dello schiavo.

—Vi è qualcuno in pericolo, diss'ella…

—Lascialo che muoia, rispose il negro. Che dobbiamo farci noi?…

—Forse quell'uomo non è un ribelle.

—Peggio per lui. Non possiamo esporre le nostre vite per soccorrere uno sconosciuto. Vieni con me Fathma, spicciamoci a guadagnare il fiume.

L'almea scosse il capo.

—Aiuto!… Aiuto!… ripetè la voce lamentevole.

—Non è possibile abbandonare così un povero uomo, Omar, disse Fathma. Accada ciò che vuole, io vado a soccorrerlo. Forse quell'uomo può esserci ancora di qualche utilità, forse… Vieni, io lo voglio!

Vi era tanta autorità in quel comando che Omar non ardì opporsi altro. Uscirono dalla macchia e si slanciarono di corsa verso il luogo ove erasi udita l'invocazione disperata.

Cinque minuti dopo giungevano in una piccola radura circondata da bauinie. Là in mezzo eravi un leone che si dibatteva nelle ultime convulsioni della morte, colla testa bruttata di sangue a pochi passi da lui stava sdraiato per terra un bel negro, di statura alta colle braccia e le gambe ornate di anelli d'oro, un ricco turbante ricamato d'argento sul capo e una farda rossa avvolta intorno al corpo. Gemeva lugubremente e colle mani stringevasi fortemente la gamba destra scarnata fino all'osso. Un torrente di sangue nero e spumoso sfuggiva a rapide pulsazioni dall'enorme ferita.

Appena egli scorse Fathma e Omar si rovesciò all'indietro raccogliendo un pistolone che puntò rapidamente verso di essi.

B'Allai! (perdio!) bestemmiò egli facendo fuoco.

La palla andò a forare il fez di Omar, un pollice appena sopra la testa. Fathma puntò il fucile verso il ferito.

—Se ti muovi ti ammazzo come un cane! diss'ella con un tono di voce da non mettere in dubbio la minaccia.

A quella voce il volto del ferito s'alterò. S'alzò bruscamente a sedere fissando l'almea con due occhi che fiammeggiavano.

—Fathma! esclamò egli con profondo terrore.

Il fucile sfuggì di mano all'almea.

—Fathma! mormorò ella sorpresa.

—Fathma! ripetè Omar, che cadeva dalle nuvole. Cosa vuol dir ciò?…

L'almea e il ferito si guardarono per alcuni istanti fissamente senza dir parola. La prima era sorpresa di udirsi chiamare per nome da quell'uomo che non aveva mai veduto; il secondo invece pareva sorpreso di non essere riconosciuto da quella donna che aveva veduta più di cento volte.

—Chi sei? chiese alfine Fathma. Come sai il mio nome?

Un sorriso apparve sulle labbra del ferito.

—Non mi conosci?

—Non mi ricordo d'averti veduto.

—Non sei tu Fathma l'almea?

—Non lo nego.

—Non sei stata tu a El-Obeid?

—Sì, disse sordamente l'almea. Vi fui.

—Non sei stata un tempo una donna potente? continuò il ferito che pareva avesse dimenticata completamente la sua gamba scarnata.

Il volto dell'almea s'alterò spaventosamente, burrascosamente. La sua fronte si aggrottò e i suoi occhi parvero incendiarsi.

—Lo fui, diss'ella dopo qualche istante di silenzio.

—Allora non m'inganno più. Tu fosti la favorita di Mohammed-Ahmed.

—Come tu sai questo? Chi te lo disse?

—Lo so perchè ti vidi cento e più volte quando io era guardiano dell'harem di Mohammed-Ahmed.

L'almea gettò un grido di spavento e di sorpresa e retrocesse vivamente.

—Chi sei?… Chi sei?… chiese ella tremando.

—Sono lo scièk Abù-el-Nèmr luogotenente del Mahdi, comandante gli insorti del Bahr-el-Abiad.

Omar aveva rapidamente puntato il fucile verso di lui.

—Ah! cane d'un ribelle! esclamò il negro.

L'almea con un brusco gesto abbassò l'arma, poi traendo una pistola e posando la fredda canna sulla fronte del ferito gli disse con calma glaciale:

—Abù-el-Nèmr, tu sei in nostra mano. Se tu giuri di farci uscire sani e salvi da questa foresta io ti guarisco, se tu invece rifiuti ti faccio saltare le cervella. Scegli!

—Perchè vuoi che io alzi la mano su chi fu un tempo la mia signora? disse dolcemente il ferito. Avrei paura che Allàh mi fulminasse. Comanda e io farò per l'antica favorita del Mahdi, tutto quello che ella vorrà.

—Grazie Abù-el-Nèmr, mormorò Fathma con voce commossa. Non credeva d'avere ancora degli amici fra i ribelli. Distendi la tua gamba ferita; io ti guarirò.

Lo scièk ubbidì. L'almea esaminò accuratamente la ferita che continuava a sanguinare. Era orribile: il leone con un potente colpo d'artiglio aveva lacerato la carne fino all'osso della coscia. Comprese subito che un ritardo di pochi minuti poteva riuscire funesto.

—Vammi a prender dell'argilla in quel fossatello, diss'ella a Omar, e raccogli un po' d'acqua fresca.

Il negro partì come un lampo e ritornò poco dopo con una grossa palla d'argilla grigiastra e morbida e una fiasca d'acqua. Fathma ravvicinò delicatamente le labbra della ferita, vi sovrappose un pezzo di tela bagnata, e coprì il tutto con un grosso strato di creta che impediva al sangue di trasudare. Tre o quattro foglie e alcune braccia di corda terminarono l'operazione. La gamba del ferito si trovò chiusa in una specie di manicotto ben legato.

Ora, diss'ella, bisogna lasciare il più presto possibile questa foresta e raggiungere qualche luogo abitato. Dove possiamo trovar gente?

—L'ignoro, rispose il ferito con voce debole, tergendo il sudore che colavagli abbondante dalla fronte. Ho lasciato da due giorni il campo e mi sono smarrito in questa foresta.

—Quale distanza corre dal fiume a Sciula?

—Meno di una giornata di cammino. Se tu mi conduci là troverò i miei guerrieri.

—Ma… e noi?

—Oh! non temere! esclamò vivamente lo scièk. Io sono il loro capo e sventura a colui che ardirà alzare una mano sopra di voi.

—Sta bene, ma come ti trasporteremo? Bisognerà costruire una barella.

—Ho il mio cavallo che deve pascolare nei dintorni, se non fu divorato da qualche leone.

—Chiamalo. Non bisogna perdere tempo; la febbre e forse il delirio fra poche ore ti assaliranno.

Abù-el-Nèmr accostò le mani alla bocca e mandò un lungo fischio. Quasi subito si udì un calpestìo precipitato e un cavallo comparve movendo sollecitamente verso il padrone.

Era questo un superbo corsiero, Abù-Ròf puro sangue, piuttosto piccolo, dalla fronte larga e un po' schiacciata, l'occhio vivo e intelligente, le nari molto aperte, orecchie piccole, corte, sottili, le ossa zigomatiche molto sporgenti, muso elegante, gambe secche e vigorose, petto sviluppatissimo e ventre assai ristretto che annunciava quella grande sobrietà che è propria degli animali dei deserti sudanesi.

Omar e Fathma sollevarono con molte precauzioni il ferito che non lagnavasi malgrado soffrisse atroci dolori e lo misero in sella. L'almea vi salì dietro sostenendolo fra le vigorose braccia e il negro prese l'animale per le briglie.

—Avanti, disse Fathma.

Essi si misero in viaggio percorrendo un largo sentiero che un tempo doveva essere stato una via per le carovane. Il ferito si lasciò sfuggire suo malgrado un gemito soffocato.

—Soffri molto? gli chiese l'almea.

—Un po' lo confesso, rispose titubando lo scièk. Il moto del cavallo mi fa orribilmente male.

—Appoggiati bene sul mio petto.

—Ah! esclamò il ferito. Quanto sei buona Fathma eppure sono un ribelle.

—Questo ribelle un tempo fu mio suddito, disse con voce commossa l'almea.

Il ferito si volse verso di lei e la guardò con tenerezza.

—Fathma, perchè hai abbandonato il mio signore che tanto ti amava e che ti avrebbe resa tanto potente?

—Non chiedermelo se non lo sai, disse con aria tetra l'almea.

—Fu la fatalità forse?

—Forse.

—Sai che quel giorno che tu sparisti io l'ho veduto piangere il mio
Signore?

La faccia dell'almea diventò ancor più cupa.

—Che fece egli quando io scomparii? chiese ella.

—Ti cercò per una settimana intera mandando guerrieri in tutte le borgate del Kordofan. Ti amava alla follia, e quando ritornarono senza che sapessero dire ciò che era accaduto di te lo vidi piangere come un bambino, lui, Mohamed Ahmed, l'inviato di Dio!

—Povero Ahmed, mormorò Fathma con un rauco sospiro. Fu il destino che mi spinse ad abbandonarlo.

—Ma che ti aveva fatto?

—Nulla.

—E allora?

—Non parliamo di ciò. Dimmi, mi si crede morta?

—No, Ahmed ha saputo che tu sei viva.

L'almea trasalì

—Chi glielo disse?

—L'ignoro, ma bada a me, Fathma, non farti più mai vedere in
El-Obeid. L'amore di Mohamed Ahmed si è cangiato in terribile odio.

—Mi guarderò da lui; d'altronde sarà difficile che mi si veda nella capitale del Kordofan.

—Dove vai adunque che scendi al sud?

—A unirmi all'armata egiziana.

—Tu!… tu cogli egiziani!… esclamò lo scièk con dolorosa sorpresa. Vedremo adunque noi la favorita del nostro signore, militare nelle file nemiche e volger il ferro contro i suoi antichi sudditi?

—No, non volgerò mai le mie armi contro gl'insorti, a meno che non mi costringano loro. Appena avrò raggiunto l'uomo che cerco e che avrò compiuta una vendetta che da due mesi aspetto, ritornerò per sempre al nord.

—Ah! tu hai delle vendette da compiere?

—Sono araba.

—Ma sai almeno dove puoi trovare Hicks pascià?

—No, ma lo troverò dovessi percorrere cento volte il Kordofan. Ah! se io potessi saperlo!…

—Lo vuoi proprio?

—Tu lo sai? Ah!…

—Sì Fathma, lo so, giacchè a noi nulla può sfuggire. Il 10 ottobre era giunto a Sange-Hamferid; ora si troverà nei dintorni di Kaseght. Il maledetto marcia rapidamente sulla capitale, ma Ahmed lo romperà e farà uno spaventevole massacro delle sue truppe, te l'assicuro.

—Grazie, Abù-el-Nèmr.

—Non ringraziarmi, Fathma. Forse questa indicazione ti riuscirà fatale.

—Perchè?

Lo scièk non rispose. Egli si curvò verso terra portando una mano all'orecchio e ascoltò attentamente.

—Alto! diss'egli raddrizzandosi.

Aveva appena terminato il comando che da ambo i lati del sentiero scoppiava un clamore spaventevole. Il cavallo, colpito da una lancia nella testa, cadde sulle ginocchia gettando a terra coloro che lo montavano. Una cinquantina di guerreri armati di lance, di sciabole e di mazze saltò fuori dalle macchie empiendo l'aria di urla feroci.

Omar e Fathma furono pronti a levarsi afferrando le pistole e la scimitarra, ma lo scièk, invece non si mosse. La caduta, la perdita del sangue e lo sfinimento l'avevano fatto svenire.

—Fermi tutti! gridò l'almea. Abbiamo con noi lo scièk
Abù-el-Nèmr!

Gl'insorti nell'udire il nome del loro capo si erano arrestati colpiti da stupore: ma questo stupore durò un istante. Essi circondarono Fathma e Omar e in meno che lo si dica li atterrarono strappando a loro le armi. Sei o sette si precipitarono sullo scièk; vedendolo a terra pallido come un morto ed immobile lo credettero assassinato.

Lo scièk è stato ucciso! gridò una voce. Ah! cani di arabi!

Tutti i ribelli si erano affollati attorno ad Abù-el-Nèmr urlando furiosamente. Un guerriero d'alta statura colle braccia armate di numerosi braccialetti d'oro e un ricco turbante sulla testa, s'inginocchiò accanto allo svenuto e lo esaminò attentamente per alcuni istanti.

—Chi ha ferito il mio capo? chiese egli, lanciando un'occhiata torva sui due prigionieri.

—Un leone, risposo Fathma senza perdersi d'animo.

—Tu menti, lingua di vipera, gridarono in coro gl'insorti digrignando i denti.

—Lo giuro su Allàh e sull'Alcorano. Noi l'abbiamo trovato ferito e lo medicammo, rispose l'almea!

—Non è vero disse il guerriero d'alta statura. Dove lo conducevi ora?

—Al vostro campo.

—Non è vero; tu volevi condurlo nel folto del bosco per assassinarlo a tuo comodo. Olà! miei prodi accendete un bel fuoco e abbruciamo questi arabi.

Omar e Fathma nell'udire quell'atroce comando, sentirono raggrinzarsi le carni e gelare il sangue nelle vene dallo spavento. Compresero di essere irremissibilmente perduti se lo scièk non tornava più che presto in sè.

—Prodi guerrieri! gridò l'almea con uno slancio disperato. Frenatevi, aspettate che Abù-el-Nèmr rinvenga, aspettate che egli parli, che egli solo ci giudichi. Noi siamo suoi amici, ve lo giuro, ed egli punirà orribilmente colui che avrà alzato la mano su di noi.

La sua voce invece di calmare gl'insorti parve che li eccitasse maggiormente. S'udì un solo grido tremendo, formidabile:

—Al fuoco gli arabi! A morte gli assassini dello scièk.

Ad un cenno del guerriero d'alta statura, che pareva fosse il sotto-capo, gl'insorti sollevarono con infinite precauzioni lo scièk che era sempre svenuto.

—Portatelo al tugul che trovasi in capo a questo sentiero, diss'egli, e voialtri accendete un bel fuoco e quando Abù-el-Nèmr ritornerà in sè gli mostreremo le ossa carbonizzate dei suoi feritori.

Il comando venne immediatamente eseguito. Lo scièk Abù-el-Nèmr fu collocato su di una specie di barella formata con lancie incrociate e gli altri si misero a schiantare alberi o raccogliere legne morte, formando una catasta colossale attorno ad una palma isolata.

Il supplizio spaventevole s'avvicinava. Omar e Fathma, vedendo che ormai ogni speranza era perduta, tentarono salvarsi colla fuga. Gettati a terra con una repentina scossa coloro che li trattenevano, si scagliarono a testa bassa sul cerchio dei ribelli impegnando una disperata pugna colle mani, coi denti e persino coi piedi.

Per cinque minuti riuscirono a tener testa al nemico, poi scomparvero sotto una montagna di corpi. Atterrati, legati, percossi a sangue, colle vesti a brandelli, i due disgraziati, malgrado le disperate loro grida e i loro contorcimenti furono trascinati sul rogo e legati saldamente al tronco della palma.

Fathma gettò un grido d'angoscia.

—Aiuto Abù-el-Nèmr! Aiuto! urlò ella.

Le grida selvaggie dei ribelli e il fragore della daràbuka[1] soffocarono la sua voce e le imprecazioni di Omar che si dibatteva furiosamente insanguinandosi i polsi. Erano perduti.

[1] Sorta di tamburone.

Già un uomo si avvicinava con un tizzone per mettere fuoco alla pira, già i ribelli alzavano le lancie per saettare i corpi dei due prigionieri, quando si udì una voce tonante, imperiosa, gridare:

—Fermi tutti! voi abbruciate la favorita di Mohamed Ahmed!

Lo scièk Abù-el-Nèmr era improvvisamente apparso sul sentiero, portato a braccia da quattro guerrieri, I ribelli, nello scorgerlo col volto contraffatto dall'ira, e nell'udire quelle parole, si erano arrestati come pietrificati, guardando con occhi smarriti ora il loro capo e ora i due prigionieri che tendevano le braccia verso il salvatore.

Abù-el Nèmr con un gesto imperioso li fece cadere tutti in ginocchio col volto nella polvere.

—Sciagurati! esclamò egli. Liberate la favorita del vostro signore e ringraziate Allàh che m'abbia fatto giungere in tempo per salvarvi dalla vendetta dell'inviato di Dio!

Il guerriero d'alta statura che aveva ordinato il supplizio si avvicinò umilmente ai due prigionieri e tagliò i loro legami. Egli s'inginocchiò quindi dinanzi a Fathma baciandole i piedi.

—Perdono! perdono! balbettò con voce tremante.

L'almea, lo rialzò con un gesto da regina.

—Ti perdono, diss'ella. Vattene.

—Ma non io! gridò Abù-el-Nèmr baciando impetuosamente la mano di Fathma. Chi alza un dito sulla favorita dell'inviato di Allàh merita la morte e non una volta, ma cento, ma mille. E'l-Maktud, tu non puoi sopravvivere, io non lo voglio.

—Ti obbedisco scièk, disse il guerriero puntandosi una pistola sulla fronte. Che Allàh mi perdoni.

Fathma e Omar si slanciarono verso di lui per disarmarlo ma non ne ebbero il tempo, il guerriero, obbediente al comando del suo capo, premette il grilletto, facendosi saltare le cervella. Cadde su di un banco col volto inondato di sangue.

—È orribile! esclamò Fathma con ribrezzo.

—No, è giustizia, disse lo scièk freddamente.

—Quell'uomo non mi conosceva, Abù-el-Nèmr.

—Peggio per lui. Fathma, perdonami se io non giunsi in tempo per impedire che questi cani di Baggàra avessero a maltrattarti. La caduta mi cagionò un dolore sì atroce che svenni. Orsù ritorniamo alla capanna che mi sento estremamente debole. Tu rimarrai qualche giorno con me?

—Non è possibile, Abù; ho fretta di raggiungere Hicks pascià, ora che so dove trovasi.

—Ti preme molto, adunque, quella vendetta?

—Molto, rispose Fathma.

—Con chi partirai?

—Col mio schiavo Omar.

—Non arriverai a Sciula che cadrai in mano degli insorti. Quasi tutti i villaggi che conducono a El Obeid sono occupati dalle bando di Mohamed Ahmed.

—Allàh mi proteggerà.

Abù-el-Nèmr stette alcuni istanti pensieroso.

—Vuoi proprio lasciarmi? chiese alfine.

—Sì, e subito, se è possibile.

—Sta bene, Fathma. Olà Mustafah!

Un guerriero lungo e magro, ma dai muscoli di ferro dalla figura ardita e feroce, semi-nudo, spalmato tutto di grasso di cammello, e con un pugnale legato al braccio destro si fece innanzi.

—Mustafah, disse lo scièk, barderai tre dei migliori cavalli, li caricherai di provvigioni e partirai colla favorita del nostro signore. Tu le obbedirai come a me stesso, e le farai strada fra le orde dei ribelli.

Il guerriero partì come una freccia e cinque minuti dopo ritornava conducendo tre magnifici cavalli Abù-Rof puro sangue, bardati e carichi di provviste e con parecchie otri piene di fresca acqua, appese ai fianchi. I tre viaggiatori balzarono in arcione.

—Abù-el-Nèmr, disse Fathma, con voce commossa stendendo la mano allo scièk. Non mi scorderò mai di quello che tu hai fatto per me.

—Fathma, rispose gravemente lo scièk senza di te io sarei a quest'ora probabilmente morto. Serberò a te eterna riconoscenza e se mai un giorno tu avessi bisogno di un uomo per proteggerti pensa ad Abù-el-Nèmr. Va ora, e che Allàh ti salvi.

Baciò un'ultima volta la mano all'almea e chiuse gli occhi sospirando. I tre cavalieri subito dopo lasciavano gl'insorti galoppando verso l'occidente.

CAPITOLO X.—La pianura dei Leoni.

Calava la notte quando i tre cavalieri lasciavano gli ultimi alberi della foresta del Bahr-el-Abiad inoltrandosi arditamente nel deserto.

La luna, che alzavasi allora allora, rossa come un disco incandescente, illuminava vagamente quelle sterminate pianure del Kordofan, aride, sabbiose calcinate dagli ardente raggi del sole equatoriale. La vista che esse presentavano in quell'ora non poteva essere più sinistra, più bizzarra, più desolante.

Colline di sabbia formate dallo spirar furioso del simoum, si succedevano le une alle altre, in mille differenti guise, fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Era molto se si scorgeva qualche palmizio intristito, ingiallito, morente di sete; era molto se vedevasi qualche gruppetto di cespugli uscire fra le sabbie accumulate. Non un tugul non un zeribak, nemmeno il più piccolo recinto che indicasse la dimora di qualche essere umano.

Lunghe file di ossa biancheggiavano lugubremente su quei polverosi terreni; ossa di cammelli, ossa di buoi e di cavalli ma non di rado anche ossa umane che torme di schifose jene e di sciacalli rosicchiavano avidamente manifestando la loro soddisfazione o la loro delusione con atroci scrosci di risa e con urla lamentevoli che si ripercuotevano di collina in collina.

Il guerriero di Abù-el Nèmr, dopo aver esaminato attentamente la pianura e di aver dato uno sguardo alla stella del nord per non smarrire la via, spronò il cavallo dirigendosi verso l'occidente. Fathma e Omar, dopo aver calato il cappuccio del taub sugli occhi per difendersi dalle sabbie e di aver collocato il fucile dinanzi alla sella, si misero dietro alla guida nel più profondo silenzio.

Faceva un caldo veramente terribile, quantunque la notte fosse di già assai inoltrata. Nessun soffio di vento spirava al disopra di quelle sconfinate e deserte pianure arse e riarse dal sole. Talvolta pareva che uscissero dal suolo vampe di fuoco.

I cavalli, uniti, a capo basso, grondanti di sudore, avanzavano con grande fatica e alzavano nubi di polvere impalpabile che penetrava negli occhi per quanto ben chiusi fossero, che penetrava nel naso nella bocca e nei polmoni rendendo la respirazione difficile e penosa. I cavalieri, presi da violenti colpi di tosse, ogni qual tratto erano costretti ad accostare alle labbra la fiaschetta dell'acqua, per inumidire la gola secca, arsa.

Per dieci ore marciarono senza interruzione, scendendo e salendo le colline, facendo spesso fuoco contro le bande di jene che rese audaci dal numero si avvicinavano minacciosamente con risa sgangherate, poi fecero alto. L'orizzonte allora s'infiammava e il sole alzavasi rapido rapido inondando la pianura di luce e di fuoco; sfidare quel calore sarebbe stata follìa.

La tenda che portava il guerriero fu rizzata e ognuno si affrettò a ripararvisi sotto aspettando con impazienza la notte per ripigliare la faticosa marcia.

Appena infatti il sole sparve all'occidente si rimisero in sella mantenendo una via rigorosamente diritta a El-Obeid, guidandosi sempre colla stella nord che per gli arabi vale quanto la bussola e forse meglio.

Così, per sette lunghe notti galopparono attraverso a quelle immense pianure, evitando con gran cura le borgate per non incorrere in imbarazzi, quantunque un ribelle li guidasse. All'ottavo giorno essi fecero alto a una trentina di miglia dal villaggio di Rakai, in una pianura cosparsa di monticelli pietrosi e di piccole oasi ricche di palmizi e di acacie gommifere.

Erano le sei di sera. La tenda era stata di già rizzata e si preparavano a cuocere alcuni grani di durah, gli ultimi che possedevano, quando Omar si accorse che le otri non contenevano nemmeno una goccia d'acqua. Questa scoperta, trovandosi in mezzo a quel deserto, lo sgomentò.

—Dove possiamo trovarne? chiese egli al guerriero che fumava beatamente sul limitare della tenda.

—L'ignoro, ma in qualche luogo la troveremo rispose l'interpellato.
Il paese che attraverseremo domani manca totalmente di pozzi.

—Ti ricordi di aver visto qualche fonte, questa notte?

—No, ma adesso che ci penso, quattro o cinque miglia verso il sud deve trovarsi un pozzo, quello di Gelba, mi pare.

—Bisogna andarci, disse Fathma. Tanto noi che i cavalli siamo morenti di sete. Hai paura tu a recarti a quel pozzo?

—È ancora giorno e le bestie feroci sono rifugiate nelle loro tane; non posso incontrare che dei ribelli e questi non faranno male alcuno ad un loro fratello d'armi, rispose il guerriero. Fra due ore sarò di ritorno.

Fe' alzare il suo cavallo dilombato da tante corse, vi appese ai fianchi una dozzina di otri, salì in sella e dopo di aver cangiata la polvere al suo moschettone partì alla carriera. Dieci minuti dopo scompariva dietro le colline di sabbia.

Era trascorsa appena un'ora quando una rumorosa detonazione d'arma da fuoco fece saltare in piedi Omar e Fathma. In sulle prime credettero che fosse stato il guerriero che avesse tirato su qualche capo di selvaggina, ma alcune grida lontano e un rumore sordo sordo come di parecchi cavalli lanciati alla carriera e che andava rapidamente avvicinandosi, fecero a loro supporre che fosse invece accaduta qualche disgrazia.

—Resta qui e prepara i cavalli, disse Omar pigliando il fucile. Io vado a vedere cosa è successo.

Si diresse verso la collina più vicina che alzavasi una sessantina di metri sul suolo e la scalò. La scena che vide dall'alto della vetta gli agghiacciò il sangue nelle vene.

A soli ottocento passi di distanza trottava furiosamente il cavallo Abù-Rof, trascinandosi dietro il guerriero insanguinato, un piede del quale era rimasto impigliato nella staffa. A mille passi e forse meno, galoppavano venti cavalieri colle lancie in aria e urlando come ossessi.

Il negro non volle saperne di più. Scese a precipizio la collina e corse verso la tenda giungendovi nel momento in cui Fathma terminava di bardare i cavalli.

—I ribelli! esclamò egli. A cavallo, padrona, presto che fra poco ci saranno alle spalle!…

—Come? E il guerriero? chiese l'almea arrestandolo violentemente.

—L'hanno ammazzato. A cavallo! a cavallo!

Le grida andavano avvicinandosi sempre più. Omar e Fathma, senza aggiungere parola balzarono in arcione spronando furiosamente i cavalli.

Avevano appena percorso cinquecento passi che la banda nemica compariva. Vedendo i due fuggiaschi lasciarono il cavallo del guerriero per dare la caccia a loro.

—Dove andiamo? chiese Fathma, senza volgersi indietro.

—Dritti a quella gola che vedi laggiù, rispose Omar. Sferza o siamo perduti.

La pianura fu attraversata alla carriera coi ribelli alle calcagna che percuotevano colle aste delle lancie gli affranti loro corsieri. I due fuggiaschi stavano per cacciarsi nella gola designata che metteva capo ad una foresta, quando una banda di quindici negri armati di fucili, sbarrò la via.

—Maledizione! esclamò Fathma, rattenendo violentemente il corsiero.

—Siamo perduti! urlò Omar, strappando la carabina e armandola.

—Olà! gridò in quella uno dei negri, fatevi da un lato che malmeneremo noi quei cani di ribelli. Su i fucili! Fuoco!

Una scarica formidabile seguì il comando. Cinque ribelli vuotarono sconciamente l'arcione insanguinando le sabbie. Gli altri, dopo di aver un momento esitato volsero le briglie dandosi a precipitosa fuga fra una densa nube di polvere.

—Là, così va bene, ripigliò con accento allegro la medesima voce di prima. Ohe! fatevi innanzi senza paura, che non siamo Abù-Ròf, noi.

Fathma e Omar, ancora sorpresi da quell'inaspettato soccorso, si affrettarono a raggiungere i loro salvatori. Erano quindici uomini semi-nudi, d'alta statura, magri e ossuti. Riconobbero subito in quelli dei giallàba, trafficanti dongolesi che viaggiano tutto il tempo dell'anno pel Kordofan portando durah e maiz, infaticabili camminatori dotati di una frugalità eccessiva. Basta un pugno di grano ogni ventiquattr'ore per accontentare quei negri, che sanno però, quando si presenti loro l'occasione, divorarsi un montone intero in due o tre persone.

Il loro capo aiutò galantemente Fathma a discendere da cavallo baciandole la mano.

—Posso chiamarmi fortunato di aver salvato una così bella araba, diss'egli, sorridendo. M'immaginai subito che quei cani di ribelli ti dessero la caccia. Sei ferita?

—Niente affatto, mio bravo giallàba, rispose Fathma. Lascia che io ti ringrazi d'avermi salvata.

—Non corriamo troppo, tu non puoi chiamarti ancora salva.

—Cosa intendi di dire? esclamò l'almea sorpresa.

—Credi tu che i ribelli non tornino alla carica? Non sarei sorpreso se fra un paio d'ore ci vedessimo capitare addosso un due o trecento di loro.

—E non ti fanno paura?

—Altro che paura, io rabbrividisco al sol pensarlo.

—E che intendi di fare?

—Faccio montare i miei uomini e me la batto. Se vuoi venire con noi?

—Dove vai?

—Al campo di Hicks pascià per arruolarmi sotto la sua bandiera.

—Ma anch'io vado al campo di Hicks! esclamò l'almea.

—Meglio così; allora verrai con noi.

—Credi che la via sia libera?

—Uhm! fe' il giallàba crollando il capo. Ne dubito.

—Credi che quei selvaggi abbiano tanto coraggio da ronzare attorno al campo Egiziano? Hicks pascià, se non erro, deve avere con sè un esercito di dieci od undicimila uomini.

—E il Mahdi duecentomila. Sai che ho una paura maledetta che un dì o l'altro Hicks o Aladin pascià vengano sconfitti? Quel diavolo di Mohamed-Ahmed è un uomo di ferro e di gran coraggio che dirige le sue bande come noi dirigiamo i nostri mahari e fors'anche meglio. I suoi guerrieri non hanno paura della morte, perchè il furbo ha dato ad intendere che chi morrà combattendo per la santa causa andrà dritto in paradiso a trovare le urì. Con simile promessa anche i più vigliacchi diventano leoni.

—Sai tu quali idee abbia Hicks pascià?

—Di muovere su El-Obeid, a quanto potei udire. Pare che voglia dare il colpo di grazia al Mahdi privandolo della sua capitale che è anche il suo quartier generale. Bisogna raggiungerlo prima che dia battaglia. Orsù tutti in sella e avanti, prima che arrivino quei cani di Abù-Rof.

I diciasette uomini ubbidirono e si cacciarono nella gola, sbucando in una seconda pianura sabbiosa ondulata, perfettamente deserta, limitata all'est e all'ovest da rocce colossali, dirupate, di una aridità spaventosa. I cavalli vennero spronati e si diressero al galoppo verso l'occidente sollevando ondate di finissima polvere bianca.

Per quattro ore consecutive viaggiarono con celerità sorprendente, poi, essendo i cavalli stanchi, si arrestarono nelle vicinanze di un largo pozzo colmo di acqua sulle cui rive s'alzavano due grandi palmizi. Fathma additò al capo giallàba una gran zeribak che mostrava qua e là dei varchi.

—Possiamo accamparci là dentro, diss'ella. Siamo abbastanza lontani dal luogo dello scontro. Gli insorti non ci raggiungeranno più.

—Veramente il luogo non mi pare adatto, rispose il giallàba. Siamo troppo vicini a questo pozzo.

—E che vuol dir ciò?

—Che tutte le bestie feroci, essendo la pianura arida, verranno dissetarsi qui. Corriamo il rischio di passare il rimanente della notte assai malamente.

—Abbiamo i nostri fucili, rispose Fathma.

I giallàba si affrettarono a raggiungere la zeribak nella quale trovavasi abbondante raccolta di fieno, di sterpi e di sterco di cammello, usato dagli arabi per accendere il fuoco. I cavalli furono legati, i fuochi accesi e la magra cena di durah in un batter d'occhio fu preparata e divorata.

Dopo di aver a lungo discusso sulla via da tenersi all'indomani, ciascuno s'accomodò alla meglio coi piedi rivolti al fuoco, acceso nel mezzo della zeribak. Erano le due quando Omar fu svegliato dal nitrire e dallo scalpitare disordinato dei cavalli.

Si levò, prese la carabina e si spinse fuori della zeribak. La luna faceva capolino fra uno squarcio delle nubi e illuminava vagamente la pianura fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Il negro s'arrestò sorpreso e spaventato alla vista di sei o sette leoni che s'avanzavano silenziosamente verso il recinto tenendosi dietro le collinette sabbiose. Alzò l'arma e tolse di mira uno di essi ma poi l'abbassò e andò a svegliare Fathma.

—In piedi, padrona, diss'egli, con un tono di voce che non ammetteva replica.

—Gli Abù-Ròf sono vicini forse? chiese l'almea alzandosi subito.

—No, ma s'avvicinano dei nemici ancor più pericolosi di quei ladroni.
Vi sono dei leoni che vengono a questa volta.

Fathma non disse verbo. Armò la sua carabina e seguì il negro fuori della zeribak.

Non erano più sei o sette leoni, ma una ventina. Alcuni strisciavano e altri saltellavano fra le sabbie colla criniera al vento emettendo bassi ruggiti.

—Che facciamo? chiese Omar spaventato.

—Or ti farò vedere, rispose tranquillamente l'almea.

Appoggiò la carabina sulla biforcazione di una magra acacia che cresceva stentatamente fra le sabbie mirò attentamente il leone più vicino.

—Fuoco! mormorò ella.

La detonazione non era ancora cessata che il felino faceva un salto di quindici piedi ricadendo poi su un fianco. I giallàba al rumoroso scoppio saltarono in piedi colle armi in pugno, credendo d'aver a che fare cogli Abù-Ròf.

—All'erta! gridò Fathma caricando prontamente l'arma.

—Che accadde? chiesero i giallàba accorrendo presso di lei.

—Tutti nella zeribak! comandò Omar.

I cavalli nitrivano di spavento, scalpitavano e saltellavano cercando spezzare i legami e al di fuori i leoni ruggivano con furore e minacciavano di varcare le cadenti barriere del recinto.

I giallàba, perduto il loro sangue freddo, si precipitarono confusamente nella zeribak cercando di salire sui cavalli per darsi alla fuga. Fathma si gettò in mezzo a loro colla carabina spianata.

—Fermi tutti! gridò ella. Chi si muove è uomo morto!

Nuovi leoni erano comparsi dietro alla zeribak e tagliavano la ritirata. La pianura s'empì di ruggiti formidabili, che crescevano ad ogni istante d'intensità e ai quali facevano eco le smodate e lugubri urla dei sciacalli.

—Attenzione! gridò ad un tratto Omar, dominando colla tonante sua voce quello spaventevole baccano.

Due leoni, i più grossi e forse i più affamati della banda, s'avanzavano verso la zeribak con salti giganteschi. I giallàba, dopo di aver esitato, si fecero animo e scaricarono le loro armi, mirando alla meno peggio. Uno degli assalitori cadde, ma l'altro continuò la corsa, varcò la palizzata e si precipitò proprio nel mezzo della zeribak rovesciando il capo dei negri e addentandolo furiosamente alla nuca.

S'udì un grido straziante, terribile, supremo. I giallàba si gettarono verso i cavalli urlando disperatamente ma Fathma si slanciò addosso al felino che ruggiva spaventosamente dilaniando orrendamente la vittima e gli spaccò la testa con un colpo di jatagan.

Non ebbe nemmeno il tempo di curvarsi sul povero negro ormai morto, perchè altri leoni assalivano il recinto. Omar alla testa dei più coraggiosi li accolse con un fuoco nutrito di carabine; tre o quattro furono fulminati, due ammazzati a colpi di scimitarra e gli altri s'allontanarono in furia, prendendo diverse direzioni.

Non vi era un momento da perdere se volevano salvarsi. Omar si avvicinò a Fathma che caricava tranquillamente la carabina.

—Padrona, le disse. Se non approfittiamo di questo momento di tregua per fuggire, prima di domani saremo tutti morti.

—E dove dirigersi? chiese l'almea.

—O al nord o al sud o verso qualunque altro punto, purchè si fugga.

—Ma la pianura formicola di leoni.

—Ce li lascieremo indietro. I cavalli sono spaventati e andranno più rapidi del simoum.

—Ma corriamo il pericolo di venire raggiunti.

—Non aver paura. I nostri cavalli galopperanno più dei leoni, te l'assicuro. Orsù, non vi è da esitare; tutti sono pronti a fuggire. Approfittiamo.

Fathma gettò uno sguardo all'intorno. I leoni continuavano a saltellare nella pianura, a meno di quattrocento passi dalla zeribak e i giallàba s'affannavano a bardare i cavalli.

—In sella! comandò ella risolutamente.

I giallàba si slanciarono sul dorso dei cavalli che s'impennavano sferrando calci per ogni dove, nitrendo di spavento e con gli occhi in fiamma. Ognuno raccolse le briglie, strinse fortemente le ginocchia e impugnò l'jatagan e le pistole.

—Attenti! gridò Fathma allentando le briglie. Via tutti.

I cavalli spronati a sangue s'affollarono confusamente all'apertura della zeribak e si slanciarono con rapidità fulminea attraverso l'arida pianura. I leoni, vista la preda fuggire, si gettarono sulle loro traccie facendo salti giganteschi.

—Mano alle pistole! comandò l'almea che aggrappata alla criniera dell'impaurito corsiero, cavalcava in testa a tutti.

Fra cavalli e leoni s'impegnò una gara furiosa. I giallàba, curvi in sella, tempestavano di sferzate i destrieri e laceravano loro le carni cogli jatagan, procurando di mantenersi in gruppo serrato. Tratto tratto si volgevano indietro per vedere se i leoni guadagnavano via e scaricavano le pistole, ma le palle si perdevano altrove.

In capo a dieci minuti i cavalli, spossati dalle precedenti corse, cominciarono a rantolare e a dare segni di stanchezza. Uno di essi intoppò in una pietra e cadde balzando d'arcione il cavaliere; tre leoni si gettarono sul disgraziato e lo fecero a brani ancora prima che si potesse alzarsi per difendersi.

—Avanti! avanti! coraggio! gridò Fathma che non si smarriva d'animo. Tenetevi riuniti e spronate a sangue. Se teniamo duro i leoni ci lasceranno. Attenti agli ultimi: sferzate! sferzate!

Un grido terribile, straziante seguì la sua ultima parola. Un altro cavallo cadde trascinando nella sua caduta colui che lo montava. Altri quattro s'accasciarono e altri quattro uomini furono sbranati; un quinto precipitava di sella, un momento dopo fracassandosi la testa contro un macigno.

Fathma e Omar che possedevano i migliori cavalli, visto che era impossibile salvarsi, allentarono le briglie e si lasciarono indietro gli altri che, pazzi di terrore, cominciavano a sbandarsi prendendo diverse direzioni. L'almea e il negro si diressero verso alcune colline inseguiti da una dozzina di quei terribili carnivori, scaricando di quando in quando le pistole sul più vicino di essi.

In lontananza s'udivano le grida disperate degli sbandati che venivano ad uno ad uno raggiunti e scoppi d'armi da fuoco.

—Sprona, Omar, sprona! gridò ancora una volta l'almea tempestando il cavallo coll'impugnatura dell'jatagan.

Erano giunti allora ad un trecento passi dalle colline e già credevano ormai di essere salvi, quando il cavallo di Omar rotolò a terra. Il negro si drizzò coll'jatagan in mano.

—Aiuto! aiuto! gridò egli.

Due leoni gli correvano sopra colle bocche spalancate, Fathma ritornò indietro alla carriera per accorrere in suo soccorso.

—Aiuto! aiuto! ripetè il negro.

—All'armi! gridò una voce tonante.

Due drappelli di egiziani uscirono di corsa da una gola formata da due colline e scaricarono i loro fucili sui leoni che batterono rapidamente in ritirata. Fathma si precipitò di sella correndo accanto a Omar.

—Gli egiziani? esclamò ella.

—Allàh sia ringraziato, Fathma, disse il negro stringendole fortemente le mani. Noi siamo salvi.

—E i giallàba?…

—Non pensiamo più ad essi. I disgraziati sono caduti dal primo all'ultimo. Vieni, Fathma, andiamo incontro ai salvatori che non abbiamo più nulla da temere.

Gli egiziani si avanzavano a passo di corsa. Un ufficiale inglese camminava alla loro testa. Appena egli giunse dinanzi all'almea portò rispettosamente la mano al berretto.

—Sono felice di essere giunto in tempo di salvarvi, diss'egli gaiamente.

—Grazie, comandante, disse Fathma. Senza di voi e dei vostri valorosi compagni a quest'ora sarei morta.

—Lo credo bene. Da dove venite? come mai vi trovate qui?

—Vengo dalle rive del Bahr-el-Abiad e cerco Hicks pascià.

—Il mio generale! esclamò sorpreso l'inglese.

—Sicuro. Accampa lontano? Devo recarmi subito da lui.

Il campo dista una mezza dozzina di chilometri. Mi dispiace di non potervi accompagnare.

—Vi accompagnerò io, miss, disse un uomo vestito di bianco, con un cappello a cupola ornato di un velo verde.

—Perdio, avete ragione! esclamò l'ufficiale. Miss, permettetemi che vi presenti sir O'Donovan, corrispondente del giornale il Daily News di Londra.

O'Donovan stese la mano all'almea che gliela strinse amichevolmente, sorridendo.

Miss, disse il reporter del giornale londinese inchinandosi dinanzi a lei. Sono a vostra disposizione.

CAPITOLO XI.—O'Donovan

O'Donovan era un uomo sui cinquant'anni, alto di statura, di membra vigorose, con un volto simpatico, alquanto abbronzato dal sole dei paesi tropicali, con barba e due occhi intelligenti e penetranti.

La vita di quest'uomo, che è veramente straordinaria e romanzesca, merita qualche cenno.

Nato in Irlanda, irrequieto di temperamento, coraggioso, fu dapprima feniano e si compromise nelle congiure a segno che dovette rifugiarsi in Germania per non cadere nelle mani della polizia inglese.

Scoppiata la guerra franco-prussiana del 1870, corse ad arruolarsi nell'esercito della Loira e cadde gravemente ferito sul campo di battaglia. Appena guarito si mise ai servigi del giornale londinese Daily News, il cui direttore gli assegnò il dipartimento dell'Asia.

Il reporter viaggiò tutta l'India, poi trovandola piccina, passò i monti e visitò l'Afganistan. Ritornò più volte in Inghilterra ma non vi rimaneva che il tempo necessario per abbracciare i suoi e per rinnovare i patti col Daily News e cogli editori che si contendevano le relazioni dei suoi viaggi.

Stanco di visitare gli Afgani e i Ghirghisi, un giorno s'incamminò con qualche servo verso la Persia, ma i persiani lo presero per una spia russa e lo imprigionarono, O'Donovan dovette sudare per salvarsi dal supplizio del palo e quando i persiani si persuasero che era un giornalista, non solo lo liberarono, ma lo colmarono di favori, di cortesie, gli conferirono dignità eccezionali e gli diedero delle guide per ritornare in Europa per la via della Russia.

In Inghilterra pubblicò allora il suo viaggio sotto il titolo di Viaggio a Merw che gli fruttò una sostanza, poi, vero ebreo errante, andò in Armenia con Muktar pascià per assistere alla guerra russo-turca del 1877. Ma a Batum attaccò lite con un Francese per una bella Armena; Dervisch pascià gli ordinò di andarsene, e visto che il testardo irlandese faceva il sordo, una bella notte lo fece rapire e ignudo come si trovava lo fece trasportare a viva forza, ravvolto in una coperta, su di un battello che salpava per Trebisonda.

O'Donovan che si era fisso di viaggiare in Oriente, vi ritornò, fece delle esplorazioni importanti, poi, nel suo ultimo viaggio si fermò a Costantinopoli, dove lo attendeva una nuova disgrazia.

Essendo in un caffè si mise a parlare come fosse a casa sua del Sultano e del governo criticandoli. La Sublime Porta lo fece arrestare e lo tenne lungamente in prigione. Non lo lasciò libero che dietro ingiunzione dell'ambasciatore inglese proibendogli però di non porre più piede in Turchia. O'Donovan, ricco assai, credette giunta l'ora di riposarsi alcuni anni, ma non fu così. I direttori del Daily News vollero ampliare il «dipartimento» del loro reporter e all'Asia aggiunsero l'Africa incaricandolo di attraversare il misterioso continente dall'Est all'Ovest quando il generale Hicks avesse sottomesso i ribelli del Sudan. Vi erano cinquantamila franchi all'anno di stipendio da guadagnare, gli si faceva un credito illimitato per le spese e un editore gli pagava in anticipazione centomila lire la relazione sulla campagna.

Il reporter, quantunque molto inquieto, quantunque avesse funesti presentimenti, fatto per ogni precauzione testamento, pigliò la via dell'Egitto e raggiunse l'armata di Hicks pascià ed ecco come il reporter del Daily News lo troviamo in fondo al Sudan.

L'ufficiale inglese, compiuta la presentazione, fece subito avanzare tre cavalli bardati che vennero montati da Fathma, Omar e dall'Irlandese. Egli credette di far bene aggiungervi degli eccellenti remington ed abbondanti cartuccie.

—Non si sa mai quello che può accadere, diss'egli, facendo cenno alla sua compagnia di fare largo ai cavalli. Quei maledetti insorti si nascondono persino dietro ad un sasso. O'Donovan, affido questa bella ragazza a te.

—Non aver timore di nulla, Harry, rispose il reporter. Giungeremo al campo senza malanni.

—Guardati bene attorno, O'Donovan. Questa mane ho veduto dei cavalieri correre per la pianura.

—Ho buoni occhi e sopratutto buone braccia per difendermi. Addio,
Harry.

—Una parola, disse Fathma, porgendo la mano all'inglese. Noi ci siamo lasciati indietro dei giallàba. Forse sono stati divorati dai leoni, ma forse qualcuno si è salvato e potreste giungere in tempo di raccoglierlo.

—Vi comprendo, miss. Manderò i miei uomini a cercarli. Che la fortuna sia con voi.

I tre cavalli partirono alla carriera dirigendosi verso il sud e tenendosi tutti uniti. O'Donovan staccò dall'arcione il remington e l'armò, invitando i suoi compagni a fare altrettanto.

Per dieci minuti galopparono in silenzio, guardandosi attorno per non cadere in qualche imboscata d'insorti, poi O'Donovan che da qualche tempo osservava attentamente Fathma, le chiese bruscamente:

—Ditemi la verità, per quale caso vi trovate in questo paese? Sapete che noi tutti corriamo un grave pericolo e che vi sono molte probabilità di lasciare le ossa in questi deserti?

—Voi correte un grave pericolo? disse Fathma con qualche sorpresa.

—Sì e vi compiango di essere giunta in questi luoghi. Dovete avere un forte motivo per arrischiarvi a raggiungere Hicks pascià.

—Molto forte, mormorò l'almea con un profondo sospiro.

—Cercate qualcuno forse?

—Come lo sapete voi?

—Lo suppongo.

—Ditemi, O'Donovan, è giunto al campo Dhafar pascià?

—Quello che conduceva i rinforzi speditici dal governatore di
Chartum?

—Sì, proprio quello.

—Giunse dodici giorni or sono, ma è stato ucciso l'altro ieri.

—È morto! esclamarono Omar e Fathma ad una voce.

—L'ho veduto cadere coi miei propri occhi, assieme ad un centinaio di egiziani. Erano usciti per fare una ricognizione, i ribelli li circondarono e li massacrarono tutti. Quando noi giungemmo sul luogo del combattimento, Dhafar pascià, colpito da una lancia in petto, spirava.

—Allàh lo punì, disse sordamente Fathma. I colpevoli cadono uno ad uno.

O'Donovan la guardò con sorpresa.

—Che dite mai? chiese egli. Era forse un vostro nemico Dhafar?

—Mi schiantò l'anima, involontariamente forse, ma me la schiantò. Uditemi, O'Donovan, avete mai inteso parlare di un ufficiale arabo che si chiama Abd-el-Kherim?

Il reporter si passò la mano sulla fronte parecchie volte come cercasse nella sua memoria.

—Non l'ho mai udito nominare rispose dipoi.

—Proprio mai! esclamò l'almea con un accento di dolore sconfinato.
È impossibile!… Cercate, cercate bene nella vostra mente!…

—Ma sì, voi dovete averlo veduto, aggiunse Omar. È giunto con Dhafar pascià, ve lo assicuro.

—Ma io vi dico che non l'ho mai udito quel nome.

—Gran Dio! Che gli sia toccata una qualche disgrazia!… Che me l'abbiano ucciso!

—Non correte troppo, disse O'Donovan. Capirete bene che siamo in undicimila al campo e che degli ufficiali ve ne sono moltissimi. Forse l'avrò veduto, forse avrò anche parlato assieme, ma non me lo rammento. Avete torto di disperarvi.

—Avete ragione, O'Donovan, balbettò l'almea. Ditemi ora, avete mai visto nella tenda di Hicks pascià…

—Chi?

—Una donna?

—Una donna!… Ah! sì, mi ricordo di averla veduta parecchie volte.
Era una…

—Greca! esclamò l'almea coi denti stretti.

—Sì, proprio una greca che si chiamava Elenka.

Fathma fremette e fece uno sforzo violento per frenare l'ira che bolliva nel petto.

—Ditemi, è ancora al campo?

—Quando lasciai la tenda Hicks pascià, tre giorni or sono, essa vi entrava.

—Ah!

O'Donovan si volse verso Fathma e vedendola col volto sconvolto, gli occhi accesi, fece un gesto di sorpresa.

—Ma sapete, diss'egli, che voi mi mettete in curiosità.

—Lo credo, rispose Fathma sforzandosi, ma invano, di sorridere.

Avvicinò il suo cavallo a quello del reporter e disse a bruciapelo:

—Guardatemi bene il volto, O'Donovan.

—Vi guardo e vi trovo sublimemente bella. Chi siete?

—Fui la favorita di Mohammed Ahmed, il Profeta del Sudan.

—Che!…

—Statemi ad udire. Un dì abbandonai il mio signore e capitai a Hossanieh. Un prode mi salvò da un leone che stava per divorarmi e questo prode l'amai come sanno amare la arabe, cioè alla follìa.

—Comprendo.

—Egli era ufficiale del corpo di Dhafar pascià. Un tenente greco s'innamorò di me e giurò che io sarei stata sua. Lo disprezzai ed egli, furente, mi denunziò a Dhafar pascià per la favorita del Mahdi, per una spia.

—Ah! il vigliacco!

—Mi separarono a forza dal mio amante e mi trascinarono a Quetêna dove caddi nelle mani del greco. Alcuni giorni dopo però riuscii a fuggire e mi misi subito in viaggio per cercare Abd-el-Kerim, il prode che amavo, l'eroe che mi salvò la vita.

—È per questo adunque che venite al campo?

—Sì, per questo.

—Ma se venite scoperta?

—Come?

—Potrebbe darsi che qualcuno riconoscesse in voi l'ex favorita di Mohammed Ahmed che Dhafar pascià fece arrestare. Badate a me, andate cauta e non mostratevi nella tenda di Hicks pascià.

—È impossibile. Bisogna che io sappia a qualsiasi costo che è accaduto di Abd-el-Kerim. Per quell'uomo arrischierei mille volte la vita.

O'Donovan le prese una mano e stringendola teneramente:

—Voi siete forte e coraggiosa ed io amo i forti e i coraggiosi, le disse. Volete che io vi aiuti nell'impresa, che io pure cerchi di Abd-el-Kerim?

La faccia dell'almea, poco prima trucemente sconvolta, si rasserenò. Nei suoi grandi occhi fiammeggianti, balenò un fugace lampo di tenerezza; parve anzi commossa.

—Voi avete un nobil cuore, mormorò ella. Mi affido interamente a voi, amico mio. Che devo fare?

—Rinunciare di recarvi da Hicks pascià. Verrete nella mia tenda, vi alloggierete e vi darò un vestito da soldato onde non abbiano a riconoscere in voi la Favorita del Mahdi. Al resto penserò io.

—Troverete voi Abd-el-Kerim, adunque?

—Lo troverò, vi dò la mia parola.

Erano allora giunti in una gola formata da due colline tagliate a picco, tutta cosparsa di fitti cespugli. O'Donovan arrestò il suo cavallo.

—Stiamo in guardia, diss'egli. In questo luogo si nascondono dei ribelli. Guardate bene i cespugli.

—Siamo lontani molto dal campo? chiese Omar.

—Un miglio e mezzo e forse meno. Udite?

In distanza echeggiarono alcuni squilli di tromba e s'udirono a rullare dei tamburi. Qualche detonazione fu pure notata.

—Avanti, comandò O'Donovan.

I tre cavalieri s'inoltrarono nella gola tenendosi lontani dai cespugli. Avevano percorso un centinaio di metri, quando dalle macchie si videro uscire sei o sette uomini semi-nudi, armati di lancie e di scudi di pelle di elefante. Essi si misero a urlare come bestie feroci, agitando minacciosamente le armi.

O'Donovan scaricò il suo remington sul più vicino che cadde a terra, dimenando disperatamente le braccia. Gli altri si diedero a precipitosa fuga attraverso la gola, urlando con quanto fiato avevano in corpo e saltando a destra e a sinistra per non offrire facile bersaglio alle palle.

—Alla carriera! gridò il reporter, spronando vivamente il cavallo. Se non usciamo in fretta, corriamo rischio di venire rinchiusi qui da un migliaio di quei furfanti. Attenti alle imboscate!

I tre cavalli si slanciarono nella gola che andava restringendosi a mo' d'imbuto, seminata qua e là da cadaveri di soldati egiziani o d'insorti, imputriditi, spesso mezzo divorati dalle fiere e che mandavano un odore nauseante. In meno di cinque minuti giunsero a duecento passi dall'uscita. Qui i tre cavalieri arrestarono di colpo i loro cavalli.

By-good! bestemmiò O'Donovan. Hanno chiusa la via!

Infatti gli insorti si erano aggruppati dinanzi all'uscita riparandosi dietro i macigni e le macchie. Essi accolsero la comparsa dei cavalieri con indescrivibili urla, alzando le lancie e le scimitarre di ferro.

—Torniamo indietro, disse Fathma. Forse non ci hanno ancora tagliata la ritirata.

—È impossibile, rispose il reporter. Dietro a quei ladroni vi è il campo e se ritorniamo verremmo facilmente uccisi.

—Che facciamo adunque? chiese Fathma.

—Non trovo altro mezzo che quello di forzare il passo. Sono sei o sette ladroni e non mi sembrano molto coraggiosi. Tirate l'jatagan e prendete le pistole; piomberemo loro addosso come una valanga.

I cavalli spronati a sangue ripartirono alla carriera. I ribelli, vedendoli venire addosso, saltarono in piedi colle lancie in aria. O'Donovan, che aveva tratto la scimitarra, ruinò in mezzo a loro spaccando nettamente la testa al primo che gli si parò dinanzi. Fathma e Omar scaricarono le loro pistole sugli altri, i quali, vista la mala parata, si affrettarono a lasciare il posto.

I cavalieri uscirono in furia dalla gola dirigendosi verso una boscaglia di palme e di mimose che nascondeva il campo egiziano.

—Avanti! avanti! gridò O'Donovan.

Un urlo tremendo e alcune moschettate tennero dietro al suo comando. Dai burroni e dalle gole uscirono varii drappelli di arabi Abù-Rof e di Baggàra slanciandosi dietro ai fuggiaschi, agitando freneticamente le lancie, le scimitarre e gli scudi.

—A briglia sciolta, Fathma, urlò il reporter. Sprona, perdio!
Sprona che siamo vicini al campo!

Dietro a loro s'udì lo scalpitìo precipitato di un cavallo. Omar volgendosi vide uno sceicco che si avvicinava rapidamente colla scimitarra alzata nella dritta e la bandiera del Mahdi nella sinistra.

—Guardati, Omar! disse rapidamente Fathma, scaricando la sua pistola.

Il negro si voltò e sparò il remington sullo sceicco, il quale lasciossi sfuggire di mano la bandiera. Cercò di rizzarsi sulle staffe e di brandire la scimitarra, ma le forze gli vennero meno e cadde pesantemente a terra colla testa inondata di sangue.

I ribelli visto il loro capo a cadere, si arrestarono titubanti. Alcuni di essi s'avanzarono però, cercando di tagliare fuori Omar che era rimasto indietro, ma una scarica di remington che abbattè il più vicino e i sei colpi di revolver del reporter, li decisero a volgere le spalle e a rifugiatisi nella gola.

—Avanti, Omar, che siamo vicini al campo! urlò O'Donovan caricando il revolver.

I tre cavalli con un ultimo slancio guadagnarono il palmeto prendendo un largo sentiero sul quale scorgevansi, profondamente impresse, le traccie lasciate dalle ruote dei cannoni, e si arrestarono poco dopo dinanzi ad un gruppo di capanne attorno alle quali bivaccavano alcune compagnie di negri d'Etiopia.

—Alto! comandò O'Donovan. Siamo giunti a Kassegh.

I tre viaggiatori balzarono a terra.

CAPITOLO XII.—L'esercito egiziano.

Kassegh è un piccolo villaggio distante una sola giornata di cammino da El-Obeid, la capitale del Kordofan.

Questo villaggio si compone di un gruppetto di miserabili tugul conici, circondati da pochi pozzi e abitati un tempo da un pugno di arabi. Hicks pascià, appena giuntovi, l'aveva fatto occupare da alcune compagnie di negri per tenere in rispetto i ribelli che scorazzavano i dintorni e farne, all'uopo, la base delle sue operazioni contro El-Obeid.

O'Donovan, affidati i cavalli ad alcuni soldati si affrettò a condurre Fathma e Omar in una capanna, che fu subito sgombrata da coloro che l'occupavano e fece portare della birra merissak e una terrina di durah bollite.

—Voi rimarrete qui, diss'egli, e mentre vuoterete questo fiasco di birra andrò a dire due parole al comandante della guarnigione, che è mio amico.

—E al campo, quando ci andremo? chiese Fathma, che non dissimulava la sua impazienza.

—Fra mezz'ora noi vi entreremo, e forse potrete vedere Hicks pascià senza correre rischio di essere riconosciuta.

Il reporter se ne andò lestamente cacciandosi in mezzo alle tende degli Egiziani. Omar e Fathma, rimasti soli, si scambiarono uno sguardo.

—Che ne dici di quell'uomo, Omar? chiese l'almea.

—Dico che possiamo fidarci di lui, rispose il negro.

—Credi tu che troveremo Abd-el-Kerim?

—Lo spero.

—Eppure O'Donovan non l'ha mai veduto e non ha mai udito pronunciare il suo nome. Non so, ma ho un funesto presentimento.

—Io trovo naturalissimo che O'Donovan non lo abbia mai veduto.
Undicimila uomini non sono già un centinaio.

—Ma la greca l'ha pure veduta, disse Fathma con collera.

—Una donna si fa presto a notarla, tanto più che Elenka si mostrava spesso nella tenda di Hicks pascià.

—Ma non si mostrerà più, te lo giuro Omar. Appena sarò entrata nel campo mi metterò in cerca di lei e la pugnalerò in qualsiasi luogo la trovi.

—Non lo farai, Fathma, disse il negro fermamente.

—Perchè?… Chi me lo impedirà? chiese con impeto selvaggio l'almea.

—Perchè correrai il rischio di farti prendere.

—E che importa a me quando l'avrò uccisa?

—Ma verrai scoperta, riconosciuta per la favorita del Mahdi e forse fucilata lì per lì. Questi inglesi non ischerzano, Fathma.

—Sarò prudente, Omar.

—Me lo prometti?

—Te lo prometto.

—Lascia fare a me. La prenderò, la trascinerò lungi dal campo e te la darò in mano legata.

—Ah! esclamò l'almea con feroce accento. Quando penso che la vedrò ai miei piedi gelata dalla morte, sento il cuore balzarmi in petto e provo una gioia sino ad oggi mai provata. Ah! quanto è bella la vendetta.

—Zitto, Fathma; ecco O'Donovan, disse Omar. O'Donovan entrò seguito da un negro che portava in ispalla un gran rotolo di vesti.

—Che ci portate? chiese Fathma affettando una certa noncuranza.

—L'occorrente per entrare nel campo senza destare sospetti, rispose
O'Donovan congedando il negro.

—Forse con quelle vesti sulle spalle?

—Sedete e ascoltatemi.

O'Donovan empì una tazza di birra e la tracannò in un sol fiato, poi sedendosi dinanzi a loro due:

—Amici miei, diss'egli, in tempo di guerra, fare entrare in un campo degli sconosciuti, è sempre pericoloso.

—È giusto, disse Fathma.

—Ho fatto portare qui delle vesti di basci-bozuk, e mi pare che camuffati da soldati sia facile entrare ed uscire dal campo.

—Ah! fe' Omar ridendo. Voi volete vestirci da basci-bozuk?

—Sicuramente.

—Anch'io? chiese Fathma.

—Voi più del vostro compagno.

—È ridicola.

—Niente affatto, io la trovo una precauzione saggia.

—Mi si conoscerà facilmente per una donna.

—Non così facilmente come credete. Avete un bel portamento e una faccia ardita. Orsù, spicciamoci.

O'Donovan sciolse il rotolo e levò sei o sette vestiti di ufficiali basci-bozuk coi turbanti e le scimitarre. Fathma non esitò a scegliere quello che meglio adattavasi al suo taglio.

Si ritirò in una stanza attigua e cominciò a vestirsi, calzò le uose di pelle di capra, infilò i larghi calzoni rossi e la casacca ricamata d'argento, cinse la larga fascia nella quale passò un jatagan e le pistole e raccolse i capelli a chignon, nascondendoli interamente sotto un gran turbante verde. Appesasi la scimitarra, ritornò dai compagni, colla dritta posata fieramente sulla guardia dell'arma e la testa alta.

—Ah! il bell'ufficiale! esclamò O'Donovan By-good! Non mi ricordo d'aver visto in Oriente un basci-bozuk così ammirabile.

—Siete certo? disse l'almea sorridendo.

—Ve lo giuro. Se io fossi Hicks pascià vi darei subito da comandare uno squadrone di cavalleria.

—Burlone.

—E sono sicuro che lo comanderebbe meglio di qualche ufficiale, aggiunse Omar, che terminava di abbigliarsi.

—Siete certo che non riconosceranno in me una donna? chiese l'almea.

—Certissimo.

—Allora affrettiamoci a recarsi al campo. Mi preme d'interrogare
Hicks pascià.

—Volete proprio venire dal generale?

—Certamente e voi mi presenterete per un vostro aiutante di campo o per qualche cosa di simile.

—Mi mettete in un bell'impiccio.

—Che c'è di nuovo? Avete paura che vi tradisca?

—Non è questo, ma…

—Che cosa allora? Dite su, voglio saperlo.

—Se Hicks pascià… se vi dasse qualche notizia su Abd-el-Kerim…
Chissà, potrebbe darsi che questa notizia non fosse troppo buona…

—Sapete forse qualche cosa voi?…

—No, non so niente, ve lo giuro.

La faccia dell'almea si alterò orribilmente; stette per alcuni istanti muta colle mani strette sul cuore.

—Sono forte, disse poi rizzandosi fieramente, e sono preparata a tutto. Conducetemi da Hicks pascià.

—Quando mi dite di essere preparata a tutto possiamo andare.

Si gettarono ad armacollo i remington e uscirono dal tugul inoltrandosi fra le tende delle compagnie accampate. Gli egiziani, vedendo uscire due ufficiali basci-bozuk invece di un uomo e di una donna si guardavan l'un l'altro sorpresi, non potendo credere ai loro occhi, ma O'Donovan non lasciò a loro tempo di osservare troppo.

—Prendiamo questo sentiero, diss'egli. Questi soldati si sono accorti del travestimento.

—Forse non ho il portamento d'un soldato, mormorò Fathma.

—Non è questo. Si sono accorti perchè vi avevano visto entrare e sapevano che il tugul non alloggiava basci-bozuk. Del resto poco importa.

Presero un sentieruzzo che scendeva, serpeggiando, il declivio di un colle ed in poco tempo giunsero sul limite estremo del bosco. Fathma e Omar s'arrestarono sorpresi dal grandioso spettacolo che si presentava dinanzi ai loro occhi.

A duecento metri da loro, in una immensa pianura ondulata, cosparsa da gruppetti di palme, accampava l'esercito egiziano comandato da Hicks e da Aladin pascià, forte di undicimila e più uomini.

Immaginatevi tre o quattro mila tende, disposte nel massimo disordine, secondo il capriccio di coloro che le abitavano, ritte o atterrate, lacerate o rattoppate, bianche o dipinte, alcune aggruppate strettamente, altre separate da centinaia e centinaia di piedi, arrampicantesi sulle colline sabbiose o sui pendii di aridissime rupi. Nel mezzo s'alzavano, e queste con un po' d'ordine, le tende più elevate degli ufficiali, dello stato maggiore e quelle dei generali sulle quali ondeggiavano lacere bandiere egiziane.

Dappertutto si vedevano soldati, chi sdraiati per terra o aggomitolati come gatti al sole, chi seduti attorno ai fuochi a preparare il rancio, chi occupati a manovrare, chi a esercitarsi al tiro; vi erano egiziani, negri, turchi, basci-bozuk, europei, tutti in differenti costumi. Dappertutto vi erano fasci di fucili che rifulgevano ai torridi raggi del sole, cannoni, tamburi, barili di munizioni, e in mezzo a tuttociò cavalli, muli e cammelli che nitrivano, che ragliavano, che muggivano, formando colla voce degli uomini un baccano assordante, continuo, paragonabile al fragore del mare in tempesta.

—Quanti uomini! esclamò Omar. Che baccano, che confusione, quante armi, quante tende, quanti animali!…

—Tanti ma sempre pochi, disse O'Donovan con un sospiro.

—Non vi pare che bastino tutti questi?

—Pel Mahdi no, sono ancora pochi.

—Lo credete? disse Fathma.

—Sì mia cara, questi uomini non sono sufficienti per vincere il leone del Sudan. Orsù, andiamo da Hicks pascià.

—Qual'è la sua tenda?

—Quella che vedete là in mezzo.

—E quella…

—Di chi?…

—Tiriamo innanzi, mormorò Fathma mordendosi le labbra.

Entrarono nel campo, attraversando quel labirinto di tende, d'uomini e di animali e mezz'ora dopo si arrestavano presso la tenda d'Hicks pascià, dinanzi la quale vigilavano due sentinelle.

—Vammi ad annunciare al generale, disse O'Donovan ad una di esse.

—Ci accoglierà? chiese Fathma con voce visibilmente alterata.

—Certamente, rispose il reporter. Siate forte.

—Lo sono.

—Rammentatevi che un sol gesto può tradirvi e forse perdervi. Il generale non tollererebbe nel suo campo una favorita del Mahdi.

—Vi dissi già che sono pronta a tutto. Non abbiate paura.

Due ufficiali uscirono in quell'istante dalla tenda, e salutarono rispettosamente il reporter che restituì a loro il saluto.

—Chi sono? chiese Fathma.

—Il capitano di stato maggiore Farquar e il barone Cettendorfs. Due uomini di ferro, specialmente il primo.

La sentinella ritornò annunciando che erano aspettati. O'Donovan strinse fortemente le braccia de' suoi compagni, come per raccomandare a loro prudenza, e li condusse dentro.

In mezzo alla tenda, seduto su di un tamburo, se ne stava il generale
Hicks con alcune carte topografiche spiegate sulle ginocchia.

Era questi un uomo di bell'aspetto, alto, robustissimo, non ostante che gli pesassero sulle spalle più che cinquant'anni, con una faccia alquanto dura, abbronzata dai raggi solari delle torride regioni e rugosa per le fatiche, ombreggiata da una barba piuttosto lunga, liscia e brizzolata da parecchi fili bianchi.

Hicks pascià era un soldato nel vero senso della parola, che sorto dal nulla, mercè la sua rara intrepidezza, la sua energia e il suo talento, era riuscito, passo a passo, a guadagnarsi il grado di generale.

Era entrato nell'esercito indiano l'anno 1848. Dopo aver combattuto in quasi tutte le battaglie della grande insurrezione indiana era corso in Abissinia a prendere parte alla guerra contro Re Teodoro, anzi entrava fra i primi in Magdala.

Ritiratosi in Inghilterra col grado di maggiore e nominato più tardi colonnello, ripartiva i primi del 1883 per Suakim onde prendere parte alla spedizione del Sudan.

Il 13 febbraio, nominato comandante supremo della spedizione, lasciava Suakim con uno stato maggiore composto di dodici ufficiali europei, dieci inglesi e due tedeschi.

Giunto a Chartum organizzava l'esercito incorporandovi Arabi, Egiziani, Etiopi e Basci-Bozuk e il 9 settembre mettevasi in campagna con 6000 fantaccini, 4000 basci-bozuk, ventidue cannoni, alcune mitragliatrici, 590 cavalli e 5500 cammelli.

Doveva avanzarsi lungo il fiume Bianco costruendo sei forti onde mantenere le relazioni e nell'ottobre o novembre dare battaglia alle orde del Mahdi.

Al forte di Kawa batteva i ribelli e poche settimane dopo tornava a vincerli, ma a nulla erano giovate queste vittorie.

Assalito continuamente, male organizzato, senza commissariato, senza mezzi di trasporto sufficienti, senza fondo di cassa, l'esercito s'era ben presto demoralizzato.

Hicks pascià aveva però tenuto fermo, e sfidando imperterrito le lancie dei mahdisti, la fame, la sete e il caldo, era finalmente riuscito a raggiungere El-Dhuem.

Riorganizzato alla meglio l'esercito erasi subito rimesso in campagna risoluto ad espugnare El-Obeid, la capitale del Mahdi, affrontando nuovamente altri ostacoli e altri pericoli senza nome. I soldati cadevano per la stanchezza, i pozzi erano pieni di cadaveri putrefatti appositamente gettativi dai ribelli, i cammelli insufficienti, i nemici sempre più accaniti.

Nella prima sola giornata di marcia aveva perduto sette ufficiali, cinquanta soldati e altrettanti cammelli per l'insoffribile caldo!

Il 10 ottobre, dopo un continuo scaramucciare, giungeva a Sange-Hamferid e agli ultimi di ottobre faceva accampare l'esercito sfinito, demoralizzato, a Kassegh, aspettando il momento opportuno per gettarsi su El-Obeid ed espugnarla.

CAPITOLO XIII.—Lo schiavo di Elenka.

Hicks pascià, appena vide entrare O'Donovan e i suoi compagni, mosse sollecitamente a loro incontro con un sorriso bonario sulle labbra. Salutati militarmente i due ufficiali basci-bozuk che gli restituirono spigliatamente il saluto, strinse vigorosamente la mano che il reporter gli porgeva.

—Dove diavolo siete stato fino ad ora? chiese gaiamente il generale. Sono sei giorni che non vi fate vedere nella mia tenda, amico caro, e cominciavo a temere che vi fosse accaduta qualche disgrazia.

—Non ancora, generale, disse O'Donovan, sorridendo. Ho fatto una escursione agli avamposti per vedere come vanno le faccende.

—E che avete veduto?

—Ho trovato innanzi a tutto questi due ufficiali che conobbi a Chartum e che venivano appositamente in cerca del vostro esercito per arruolarsi. Vogliono combattere contro le orde del Mahdi.

—Ah! fe' il generale, fissando attentamente i due falsi ufficiali.
Voi siete venuti appositamente per combattere contro i ribelli?

—Sì, generale, disse Fathma

—Da dove venite?

—Dal Bahr-el-Abiad.

—Avete incontrato dei ribelli dietro via?

—Ci hanno inseguiti dieci o dodici volte.

—Avete avuto un bel coraggio, amici miei, e una bella costanza per raggiungere il mio esercito attraversando un paese sollevato a rivolta. Ah! voi volete battervi? Vi batterete e presto.

—Si fa partenza forse? chiese O'Donovan.

—Fra qualche giorno, rispose il generale, diventando d'un tratto pensieroso. Sapete, O'Donovan, che noi ci troviamo in una posizione che può chiamarsi disperata? Se noi non entriamo più che in fretta in El-Obeid, corriamo il pericolo di terminare la campagna con una catastrofe.

—Cosa c'è di nuovo?

—Che l'esercito muore di stenti e di sete. Non vuole più obbedire ai miei comandi, si lamenta che manca di tutto, che così non la può durare, che ne ha abbastanza della campagna e che vuole ritornare a casa.

—Quando è così si ricorre a mezzi estremi per ridurlo all'obbedienza.

—Allora si ribella.

—Si fucilano i ribelli.

—Con Aladin pascià è impossibile fucilare. Anche ieri l'altro un circasso sparò una fucilata contro un ufficiale dei basci-bozuk e fu un vero miracolo se non l'uccise. Io voleva far passare per le armi il circasso, ma Aladin s'interpose e dovetti cedere. Come è possibile farsi ubbidire con questi esempi?

—Ma non siete voi il comandante supremo dell'esercito?

—Sì, sono io, ma solo di nome, disse con amarezza il generale.

—Qui mi si odia, qui si mormora che io conduco l'esercito a completa ruina, che non so comandare, che mi curo degli Egiziani come fossero i miei cani. Sono inglese, e voi sapete guanto gli Egiziani odiano noi. Vi sono dei giorni che mi pento di essermi messo alla testa di questi miserabili, ve lo giuro.

—Quando marcieremo su El-Obeid?

—Appena che avrò appianate le questioni con Aladin pascià. Io voglio marciare seguendo la pianura, lui vuole prendere la via dei monti, e intanto si perde tempo e il pericolo cresce.

—Dove trovasi l'esercito del Mahdi?

—Chi lo sa? Le guide ci tradiscono, le spie si contraddicono; non sappiamo affatto nulla. Per maggior disgrazia un tedesco la scorsa notte disertò e si dice che siasi recato al campo del Mahdi.

—Chi è questo traditore? chiese con indignazione O'Donovan.

—Il vostro servo.

—Che?… Gustavo Klootz…[1] Tuoni e fulmini!… È impossibile.

[1] Il 20 agosto 1885 mi abboccai coll'illustre missionario D. Luigi Bonomi, reduce dal Sudan dopo essere stato per tre lunghi anni prigioniero del Mahdi. Interrogatolo su Gustavo Klootz mi disse: «È vero che scomparve dal campo ma non credo che abbia informato il Mahdi dell'indisciplina che regnava nel campo degli Egiziani.

«Gustavo Klootz, divenuto poi mio amico, era un buon giovane, incapace di un tradimento. Il Mahdi l'aveva fatto suo consigliere e lo stimava molto.

«Più volte il Klootz aiutò noi prigionieri e s'adoperò per
calmare il suo terribile padrone che ci minacciava di morte.»
(E. S.)

—Ve lo dico io, O'Donovan.

Il reporter vibrò un pugno spaventevole ad una scranna che non resse all'urto e andò in pezzi.

—Miserabile Klootz! tuonò. Chi avrebbe detto che quel giovanotto sarebbe diventato un traditore! io non lo credo ancora.

—Eppure è vero. È scomparso la scorsa notte.

—Forse fu ucciso.

—No, delle spie l'hanno visto entrare nel campo di Ahmed.

—Allora siamo perduti. Il miserabile narrerà al Mahdi che l'indisciplina regna nelle nostre truppe e che manchiamo di tutto.

—È cosa certa, disse il generale.

—Spingerà il Mahdi a piombarci addosso.

Il generale crollò il capo.

—Forse è meglio, disse, dopo qualche istante di meditazione. Una battaglia la desidero poichè la sola vittoria può salvarci.

—E se invece di vincere si perde?

—Dio nol permetta; neppur uno di noi scamperà all'eccidio!

La fronte del generale s'aggrottò. Chinò il capo sul petto, incrociò macchinalmente le braccia e si mise a passeggiare in preda a brutti pensieri.

Il più profondo silenzio regnò per qualche minuto nella tenda.

Ad un tratto O'Donovan sentì urtarsi il gomito. Si volse e vide Fathma che lo guardava con occhi supplichevoli; comprese subito ciò che voleva.

—Generale, disse.

Hicks pascià rialzò la testa interrompendo la passeggiata.

—Avete qualche cosa da dirmi, chiese distrattamente.

—Conoscete voi gli ufficiali che condusse Dhafar pascià?

—Tutti.

—Fathma s'avvicinò vieppiù a O'Donovan, Non respirò più e strinse le mani sul petto quasi volesse imporre silenzio ai precipitosi battiti del suo cuore.

—Generale, continuò il reporter, avete conosciuto un tenente che si chiama Abd-el-Kerim?

Hicks pascià lo guardò in silenzio passandosi la mano manca sulla fronte come cercasse nella memoria.

—Un arabo? disse poi.

—Sì, un arabo esclamò Fathma con veemenza.

—Era alto, dal nobile portamento, capelli e baffi neri.

—Sì, proprio così, proprio così, balbettò l'almea.

—L'avete conosciuto anche voi?

—Era… Era un mio amico.

—Ah! fe' il generale. Lo conobbi a Duhem assieme al capitano Hassarn.

Un rauco sospiro sortì dalle labbra contratte di Fathma e la sua fronte si coprì di stille di sudore. I suoi occhi si aprirono smisuratamente fissandosi in quelli del generale, come volesse leggere ciò che passavagli per la mente.

—L'avete conosciuto, mormorò ella con un filo di voce. Ed ora… si trova qui?

—No, nè lui ne Hassarn.

L'almea indietreggiò tre o quattro passi barcollando come se fosse stata percossa dalla folgore. O'Donovan l'afferrò per un braccio stringendoglielo come in una morsa. Ella s'arrestò di botto; comprese il pericolo che correva, l'abisso in cui stava forse per precipitare.

—Che è successo di loro? chiese O'Donovan stornando l'attenzione del generale. Sono stati forse uccisi?

—Sono caduti in una imboscata appena usciti da Duhem. Il capitano
Hassarn fu ucciso da tre colpi di lancia, l'altro…

—L'altro?… chiese Fathma con voce strozzata.

—Fu fatto prigioniero dagl'insorti!…

—Dio!… rantolò ella.

Cacciò fuori un urlo disperato, straziante, portò le mani alla testa e cadde fra le braccia di Omar. O'Donovan impallidì come un morto; credette che tutto fosse perduto.

—Che è successo? chiese il generale correndo verso Fathma.

—Non è nulla generale, disse O'Donovan, sbarrandogli il passo.
Abd-el-Kerim era suo… era suo fratello.

—Ah! disgraziato!… slacciategli le vesti, lasciatemi vedere:

—Non è nulla, vi ripeto, non è nulla.

—Chiamatemi il capitano medico, replicò il generale cercando di avvicinarsi all'almea svenuta. Lasciatemi vedere se posso fare qualche cosa io.

—Lo chiamerò più tardi, generale, non datevi pensiero di nulla, lasciate che lo trasporti nella mia tenda. Portalo via Omar.

Il negro vedendo il generale avvicinarsi e comprendendo il gran pericolo che correva l'almea se veniva scoperta, s'affrettò a gettarle sul volto il turbante, poi, presala fra le braccia, uscì di corsa dalla tenda.

—Permettetemi di seguirlo, generale, disse O'Donovan che sentì il cuore allargarsi. Quel povero ufficiale ha avuto un terribile colpo.

—Fate pure O'Donovan, ma potevate lasciarlo qui.

Il reporter finse di non aver udito e raggiunse il negro.

—Ah! che disgrazia!… esclamò il povero Omar colle lagrime agli occhi. Povero mio padrone!…

—Pensiamo a Fathma ora, poi penseremo a lui. Omar, disse il reporter. Portiamola nella mia tenda.

In pochi minuti entrarono nella tenda elevata a cinquecento passi da quella del generale. O'Donovan adagiò Fathma su di una coperta, le slacciò le vesti e l'esaminò attentamente per qualche istante.

—Ebbene? chiese il negro, con voce rotta.

—Non sarà nulla, Omar. È svenuta, ma fra poco si riavrà. Questa donna è troppo forte per rimanere a lungo così.

Si fece dare la sua fiaschetta e spruzzò il volto della svenuta. Un sospiro non tardò ad uscire dalle labbra di lei, seguito da un singhiozzo straziante, rauco, soffocato.

O'Donovan le versò in bocca alcune gocce di merissak; l'almea sbarrò spaventosamente gli occhi e si rizzò a sedere guardando all'intorno con smarrimento.

—Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim! balbettò ella con disperato accento.
Dov'è Abd-el-Kerim? Oh! Dio!

—Coraggio Fathma, disse O'Donovan commosso. Siate forte.

—Padrona non disperarti così, singhiozzò Omar. Cerca di essere forte.

—Amici miei… ho il cuore spezzato… ho l'anima infranta… Abd-el-Kerim, mio adorato Abd-el-Kerim! Tutto è perduto, tutto è crollato… non v'è più speranza… Ah! sorte crudele!

Un singhiozzo le soffocò la voce e scoppiò in lacrime nascondendosi la faccia fra le mani. Un eccesso di delirio spaventevole la prese quasi subito.

Si strappò i capelli, si lacerò le carni colle unghie, si rotolò per terra forsennatamente. O'Donovan e Omar penarono molto a tenerla ferma e a riadagiarla sulla coperta.

—Abd-el-Kerim urlava la sventurata cogli occhi stravolti, schizzanti fuori dalle orbite, Abd-el-Kerim dove sei?… lascia che ti veda, lascia che ti abbracci, lascia che ti contempli! Dove sei, vieni da me, dalla tua Fathma che tanto ti amò, vieni fra le mie braccia… Prigioniero!… M'hanno detto che tu sei caduto prigioniero!… No, non è possibile, non è vero… mi hanno ingannato… ma perchè non vieni, ah! è adunque vero, i ribelli ti hanno preso, ti hanno condotto via… Maledetto sia il Mahdi!…

Si dimenò per qualche tempo urlando e ruggendo come una belva, straziandosi le labbra coi denti, stringendo freneticamente le braccia di O'Donovan e di Omar che si sforzavano di tenerla ferma, poi con un improvviso scatto si alzò a sedere colle mani tese innanzi a sè.

—Ah! ripigliò ella con uno scoppio di risa convulse. Sei tu… ancora tu, che mi vieni dinanzi… sempre tu, maledetta donna, mostruosa creatura, spaventevole apparizione!… Che vuoi da me? che vuoi dalla tua vittima? Non ti basta avermelo rubato, non ti basta avermelo perduto, non ti basta di avermi dilaniato il cuore… vieni a deridermi, vieni ancora a sogghignare dinanzi alla vittima… Ti odio! ti odio… ho sete del tuo sangue! Ah! potessi fulminarla!…

Gli occhi della delirante si chiusero e le mani si raggrinzarono. Poco dopo si calmò e cadde in un profondo torpore che potevasi chiamare un semi-svenimento.

—Ma con chi l'ha? chiese O'Donovan. Chi è questa orribile creatura che tanto odia e che tanto la sgomenta?

—Delira, rispose Omar. Non so chi sia, Potrà riaversi da questo terribile colpo?

—Non sarà nulla, ti ripeto, rispose O'Donovan Quando si sveglierà starà molto meglio.

—E del mio povero padrone, che ne sarà? Ah quante disgrazie. Se fosse morto? Se non lo rivedessimo più mai?

—Ho paura che tutto sia finito per lui, mormorò O'Donovan con un sospiro. Sventurata ragazza!

—Non c'è alcuna speranza? Nemmeno la più piccola probabilità di poterlo un giorno rivedere?

—Forse, Omar. Se noi siamo tanto fortunati da rompere le orde del Mahdi e di entrare in El-Obeid, chissà si potrebbe ritrovarlo fra i prigionieri.

—Voi dunque credete che sia ancor vivo.

—So che parecchi ufficiali egiziani che caddero nelle mani degl'insorti, invece di essere decapitati o fucilati furono nominati capi-tribù.

—È vero quello che mi raccontate?

—Verissimo, amico mio. Il Mahdi ha bisogno di buoni ufficiali per istruire le sue orde che sono affatto disorganizzate.

—Quanto bene mi fanno queste parole.

—Non illuderti amico mio.

—Non mi illudo ma spero.

—Sta zitto ora. Alza un po' un lembo della tenda che qui sotto si soffoca.

Omar ubbidì, ma aveva appena alzata la tela che gettava un urlo feroce. Dette indietro traballando come un ubbriaco cogli occhi stralunati.

—Ah!… esclamò egli con voce strozzata.

—Che hai? chiese O'Donovan, sorpreso. Chi hai veduto?

Il negro non rispose. Curvo, guardava innanzi a sè col più profondo terrore scolpito in volto e colle mani convulsivamente strette sui calci delle pistole. Pareva che fosse lì lì per slanciarsi fuori della tenda.

—In nome di Dio, ma chi hai visto? chiese O'Donovan che non capiva il perchè di quella viva emozione. Cosa ti è accaduto? Perchè tanto spavento? Viene forse Hicks pascià?

—Silenzio, balbettò il negro. Rimanete qui, io devo uscire.

—Ma perchè? dove vuoi andare?

—Ho visto una persona che non credeva di vedere in questi luoghi, ecco tutto. Fra venti minuti sono di ritorno.

—E tanta paura ti cagiona quella persona?

—No, mi ha sorpreso.

Il negro raccolse un mantello, s'avvolse da capo a piedi avendo cura di nascondersi parte della faccia e uscì in furia.

La notte era di già scesa sull'immensa pianura sabbiosa. In cielo scintillavano le stelle e sull'orizzonte alzavasi l'astro delle notti serene, il quale illuminava fantasticamente quel caos di tende, di cavalli, di cammelli, d'uomini, di fucili, di cannoni, di bandiere.

Per ogni dove s'accendevano i fuochi pel rancio della sera, per ogni dove s'aggruppavano Arabi, Negri, Egiziani, Turchi e Circassi a narrarsi vicendevolmente le avventure della giornata, fumando il narghiléch o il sibouk; per ogni dove s'aggiravano cavalli e muli condotti a dissetarsi ai pozzi.

Dappertutto s'udiva un brusìo, un mormorìo, un chiacchierìo, un muggire, un nitrire, che venivano coperti talvolta dalle preghiere dei devoti, o dai canti e dai tamburelli degli Arabi, o da un fragoroso rullar di tamburi, o da uno squillar improvviso di trombe e non di rado da una scarica di fucili delle compagnie accampate agli avamposti che venivano assalite dai bersaglieri insorti.

Omar, dopo aver girato rapidamente lo sguardo attorno e di aver esitato qualche istante si cacciò fra una doppia fila di tende, saltando via i soldati che sonnecchiavano per terra. Un minuto dopo si arrestava soffocando a gran pena un grido di furore.

Davanti a lui, avvolto in un lungo taub, camminava un negro di statura colossale con un remington ad armacollo. Quantunque fosse notte e il mantello coprisse una buona parte del volto a quell'uomo, Omar lo riconobbe subito.

—Takir! esclamò egli con voce sorda. Che fa qui lo schiavo di Notis? Ti trovo sul mio cammino, il Profeta l'ha voluto: tu sei un uomo morto.

Un feroce sorriso, un sorriso da tigre sfiorò le labbra dello schiavo di Abd-el-Kerim. Le sue mani corsero all'impugnatura della scimitarra, la accarezzò con compiacenza e si mise dietro al nubiano, dandosi l'aria di un ufficiale in ispezione.

Takir in breve tempo oltrepassò le tende e giunse agli avamposti, dove arrestossi qualche istante a scambiare alcune parole colle sentinelle. Omar lo udì chiedere notizie sulle posizioni occupate dai ribelli e se questi ronzavano attorno al campo da quel lato. Ricevuta una risposta negativa, il nubiano, passatosi il remington sotto al braccio, uscì dall'accampamento inoltrandosi in un palmeto.

—Dove va? mormorò Omar. Seguiamolo.

Aspettò che il nubiano fosse lontano un centocinquanta passi, poi si gettò a terra e si mise a strisciare fra i cespugli e le roccie con sveltezza straordinaria e senza produrre rumore. Giunto nel bosco si rialzò e s'avvicinò al nubiano che camminava con precauzione girando gli sguardi ora a destra ed ora a sinistra. Stava per puntare il fucile quando Takir si arrestò mandando un debole fischio.

—Chi aspetta? mormorò Omar aggrottando la fronte.

Si gettò in mezzo ad una fitta macchia di acacie gommifere e attese colle pistole in pugno.

Passarono cinque minuti, poi un uomo, un negro quasi nudo armato di una corta lancia e difeso da un grande scudo di pelle d'elefante, sbucò dai cespugli. Con pochi salti egli raggiunse il nubiano che si era addossato al tronco di una palma col fucile montato.

—Sei tu Tepele? chiese il nubiano.

—In persona, Takir, rispose il negro che Omar riconobbe per un guerriero del Mahdi.

—Che hai saputo?

—Nulla fino ad ora. So però che fu fatto prigioniero dallo scièk
Tell-Afab.

—È vivo adunque?

—Non te lo posso assicurare ancora. Domani parlerò con un arabo che si trovò presente al combattimento e che accompagnò lo scièk verso il sud.

—Abbiamo almeno qualche speranza?

—Non bisogna nè sperare ne disperare, disse Tepele. Io credo però che Abd-el-Kerim non sia stato ucciso. Abbiamo bisogno di ufficiali per organizzare le nostre tribù ed insegnare a esse a combattere contro gli Egiziani.

—Quando potrò sapere se è vivo o morto?

—Vedi tu quel tugul che s'arrampica su quella collina che sta a noi di faccia?

—Lo vedo.

—Domani, a sera, alla mezzanotte, trovati là e saprai ogni cosa.

—E i ribelli?

—Domani mattina abbandoniamo questi dintorni e ci portiamo in coda all'armata Egiziana. Questo luogo sarà deserto. Dammi ora i talleri, se gli hai portati.

Il nubiano gli porse un sacchetto.

—Qui vi sono cento talleri, disse Takir. Domani a sera verrò colla mia padrona al tugul e ne avrai altrettanti.

—Che Allàh ti conservi, Takir.

—Che il Profeta ti guardi.

Il ribelle s'allontanò correndo come un'antilope. Takir, dopo esser rimasto qualche minuto immobile, pensieroso, volse i suoi passi verso il campo mettendosi il fucile in ispalla.

Non aveva percorso ancora dieci metri che un colpo di pistola partiva dalla macchia di acacie. Il nubiano fece un salto gigantesco gettando un ruggito di dolore e cadde a terra con una gamba spezzata da una palla. Prima che potesse risollevarsi o porsi sulla difensiva, Omar gli ruinava addosso coll'jatagan in pugno.

—Guardami in volto, Takir! gli urlò agli orecchi lo schiavo di
Abd-el-Kerim.

—Omar! esclamò con profondo terrore il nubiano.

—Sì, proprio Omar, venuto al campo per vendicare l'infelice Fathma!

—Grazia!… balbettò Takir che si sentì agghiacciare il sangue.
Grazia, Omar.

Il negro lo guardò con profondo disprezzo.

—Ah! Tu hai paura della morte, gli disse sogghignando.

—Sono giovane per morire. Lasciami la vita e io sarò tuo schiavo.

—Vigliacco!… Odimi, Takir: tu puoi riscattare la vita rispondendo alle domande che ti farò ed eseguendo quello che ti ordinerò.

—Sono pronto a ubbidirti, ma lasciami la vita. La morte mi fa paura.

—Sta bene. Dimmi innanzi a tutto come Abd-el-Kerim cadde prigioniero.

—Fu preso mentre eseguiva una ricognizione nei dintorni di El-Duêm.

—Che ne fu del capitano Hassarn?

—I ribelli gli tagliarono il capo.

—Cosa sei venuto a fare qui? Ti ho veduto parlare con un ribelle.

—Voleva sapere se Abd-el-Kerim era vivo o morto.

—Tanto interessa a te il saperlo? chiese ironicamente Omar.

—Non a me, ma alla mia padrona.

—A Elenka? Dove trovasi questa donna? Dove ha la sua tenda?

Il nubiano non rispose e lo guardò con smarrimento.

—Takir, gli disse cupamente Omar. La tua vita è in mia mano; se taci io la spengo.

—Che vuoi fare della mia padrona? Oh! non toccarla, Omar!

—Ne farò quello che meglio mi piacerà. Dov'è la tenda?

—Si trova a quattrocento passi da quella di Hicks pascià.

—Takir, disse gravemente Omar, sta in guardia, perchè se mi inganni io ti spezzo il cranio.

—Lo so, ed è per questo che non ardisco ingannarti. Anzi ti dirò che sulla tenda ondeggia una piccola bandiera greca.

—Chi ha con sè Elenka?

—Nessuno. I due dongolesi che l'accompagnavano sono stati uccisi.

—Conosce il tugul che ti additò Tepele?

—Come conosci Tepele?

—Ti ho veduto parlare assieme e ho udito il suo nome. Rispondi, conosce quel tugul?

—Sì, ci siamo recati assieme un'altra volta.

Omar estrasse da una saccoccia un pezzo di carta e una matita.

—Scrivi quanto ti detterò, disse al nubiano.

—Tu vuoi rovinarmi, Omar.

—Se rifiuti ti rovinerò io e per sempre, disse Omar.

Il nubiano comprese la minaccia e scrisse, sotto dettatura di Omar, il seguente biglietto:

«Padrona,

«Non posso venire al campo perchè sono prigioniero degli insorti. Domani a mezzanotte recatevi al tugul che già voi conoscete. Tepele vi darà informazioni precise sulla sorte di Abd-el-Kerim.

TAKIR

Omar prese la carta, la lesse e la nascose con cura in petto.

—Takir, gli disse, recita una preghiera.

Il nubiano guardò con terrore Omar che teneva alzato l'jatagan.

—Perchè vuoi che reciti una preghiera? gli disse con voce tremante.

—Perchè fra un minuto ti presenterai al Profeta.

—Grazia!… grazia!… M'avevi promesso di non uccidermi!… Grazia, abbi pietà di me, Omar!

—Se io ti lascio in vita tu puoi tradirmi e mandare in fumo tutti i miei progetti. Recita una preghiera, Takir, che ho fretta.

—Allàh, aiutami, non uccidermi, sono giovane…. pietà, Omar, balbettò il nubiano che non aveva più sangue nelle vene.

—Recita una preghiera, urlò ferocemente Omar.

Il nubiano cacciò fuori un ruggito di disperazione e cercò, con un'improvvisa scossa, di rovesciare Omar, ma le forze lo tradirono e ricadde al suolo cogli occhi stravolti.

—Aiuto! aiuto!… urlò egli dibattendosi sotto il ginocchio dello schiavo. Aiu…

L'jatagan di Omar scese rapido come un lampo fendendogli il cranio fino al mento; dall'enorme ferita sfuggì un torrente di sangue misto a brani di cervella. Il nubiano sollevò la terra colle unghie per due o tre volte poi s'irrigidì.

—E uno, disse Omar, asciugando la lama dell'jatagan. Domani Fathma scannerà l'altra.

Gettò uno sguardo sul colossale cadavere del negro, stette alcuni istanti in ascolto, poi, assicurato dal funebre silenzio che regnava nel palmeto, ripresa la scimitarra e le vesti, si allontanò a rapidi passi dirigendosi verso il campo.

CAPITOLO XIV.—L'appuntamento

Il campo si era già addormentato da un bel pezzo, quando Omar, tutto trafelato per la lunga corsa, giungeva alla tenda.

Fathma, sdraiata sulla coperta, col capo appoggiato su di uno zaino, dormiva tranquillamente e O'Donovan vegliava accoccolato presso di lei, fumando una sigaretta e leggendo alcune note del suo libriccino al vacillante chiarore di una torcia resinosa infissa nel suolo.

Al rumore che fece il negro entrando, il reporter alzò il capo.

—Finalmente, diss'egli. Dove sei andato?

—A dire due parole ad un soldato mio amico, disse Omar con aria imbarazzata. Come sta Fathma? Ebbe ancora il delirio?

—No, e spero non delirerà più.

La conversazione cadde lì, il negro e il reporter si sdraiarono a terra, l'uno accendendo il suo scibouk e l'altro ripigliando la lettura del suo notes.

La notte, sotto la tenda passò abbastanza tranquilla. Fathma si svegliò due o tre volte in preda al delirio, ma fu cosa da poco. Nell'accampamento invece vi furono parecchi allarmi, molti colpi di fucile ed anche un attacco da parte degli insorti che fu respinto dalla carica di uno squadrone di basci-bozuk e dal fuoco delle mitragliatrici.

Appena il sole spuntò, O'Donovan saltò in piedi.

—Omar, diss'egli. Oggi non tornerò nella tenda avendo da fare una escursione nei dintorni del campo con lo Stato Maggiore. Questa sera, però, prima che il sole tramonti, sarò qui. Veglia sulla malata.

Il negro lo seguì fuori della tenda, poi, quando vide che era un bel tratto lontano, s'affrettò a rientrare chiamando ripetutamente la sua padrona.

La povera almea, alla voce del fedele schiavo, non tardò a svegliarsi. Ella si rizzò a sedere, girando attorno sguardi smarriti. Era pallida, abbattuta, aveva la disperazione scolpita in volto e tremava come avesse una potentissima febbre. Afferrò convulsivamente le mani che le tendeva Omar e le strinse con frenesia.

—Omar!… Omar!… esclamò essa con voce cavernosa.

—Come state mia disgraziata padrona? chiese il negro che frenava a gran pena le lagrime tremolantegli sotto le ciglia.

—Ah! Omar, sono stata alfine colpita proprio al cuore, sono stata alfine curvata dal potente soffio della fatalità! Povere mie speranze infrante, povero Abd-el-Kerim.

Un singhiozzo le montò alla gola e soffocò la sua voce. Gli occhi le si appannarono e l'abbronzato suo volto si rigò di pianto.

—Tutto a me d'intorno è ruinato, ripigliò ella con disperato accento, tutto è finito, tutto è perduto. Oh! l'orribil sogno!… Aver tanto sperato, aver tanto sofferto, tanto lottato e poi non rivederlo… è spaventevole, è mostruoso!… Aveva sperato di rivedere ancora quegli occhi che mi avevano vinto, che mi avevano domato, di riudire ancora quella voce che mi aveva giurato eterno amore nelle foreste del Bahr-el-Abiad, quella voce che mi faceva saltare il cuore in petto, che mi rapiva in estasi; aveva sperato di rivederlo ai miei piedi ebbro d'amore, di essere alla fine felice dopo tanti strazi… e non lo rivedrò invece più mai… Allàh, dammi la forza di resistere che io muoio!… Oh Dio! quanto sono infelice!

Ella nascose il volto fra le mani, si rovesciò all'indietro e pianse.
Omar, che non riusciva a frenare egli pure le lagrime, la risollevò.

—Padrona, non disperarti così, non piangere. Tutto non è terminato ancora, diss'egli. Lo ritroveremo, te lo giuro, e più presto di quello che tu credi.

—Perchè illudermi, Omar? Non spero più; tutto è irremissibilmente perduto, tutto! tutto!

—Ma no, non è perduto, tutto padrona. Anzi potei raccogliere, ieri sera, alcune notizie su Abd-el Kerim, e posso assicurarti che non è morto.

Fathma scattò in piedi come una leonessa. Ella afferrò Omar per le braccia scuotendolo quasi con furore.

—Notizie di lui! di Abd-el-Kerim! esclamò ella con una voce che l'emozione strozzava. Omar!…. Omar!… non farmi morire dalla gioia, non farmi balenare una speranza che forse non esiste.

—Te lo giuro, padrona, io ho avuto notizie di lui.

—Dov'è? Dove l'hanno condotto?…. Dimmelo, Omar, dimmelo!

—È prigioniero dello sceicco Tell-Afab.

—Ah!… dove si trova questo sceicco?… Io voglio vederlo.

—È impossibile, padrona. Si è recato al sud a combattere contro alcune tribù che si sono ribellate al Mahdi; dopo ritornerà certamente a El Obeid.

—Ed è sano il mio Abd-el-Kerim?

—Questo lo sapremo questa sera a mezzanotte

L'almea lo guardò cogli occhi stravolti.

—A mezzanotte! esclamo ella con sorpresa. Da chi? Come?

—Da un ribelle che si chiama Tepele.

—E tu conosci questo ribelle? Oh! vorrei abbracciarlo quest'uomo.

—Sarebbe pericoloso, padrona, si correrebbe il rischio di buscarsi qualche colpo di lancia. Ascolta quanto m'è toccato questa notte.

L'almea tornò a sedersi, tutta inondata di gelido sudore e tremante per la violenta emozione. Omar, accoccolatosi a lei accanto, le narrò per filo e per segno l'incontro di Takir, la gita di questi fuori del l'accampamento, il colloquio che aveva tenuto col ribelle Tepele, l'appuntamento per la mezzanotte con Elenka e infine il dramma sanguinoso che seguì la scrittura del biglietto.

Fathma l'ascoltò in silenzio, senza dare il più piccolo segno di collera o di gioia, ma quand'ebbe finito si alzò colle pistole in pugno, dirigendosi verso l'uscita della tenda.

—Dove vai? gli chiese Omar, spaventato, mettendosi risolutamente dinanzi.

—Vado alla tenda della greca, rispose Fathma con voce sorda. Fra mezz'ora le avrò fatto saltare le cervella.

—Ma tu vuoi perderci tutti e due! No, padrona, non lo farai.

—Ma sai Omar che ho il sangue che mi bolle? Sai che per ucciderla darei volentieri la mia vita?

—E se io ti fornissi il mezzo di ucciderla egualmente, senza che tu abbi a correre pericolo alcuno?

—Come? Parla, Omar, parla.

—Aspettiamo questa notte innanzi tutto. Appena il campo si sarà addormentato noi raggiungeremo il tugul e ci nasconderemo nell'interno o lì vicini. Elenka verrà, noi assisteremo al suo colloquio col ribelle Tepele, poi, quando sarà rimasta sola, o nel tugul o nella foresta noi l'assaliremo e la scanneremo come io ho scannato Takir. Ti pare? Nessuno ci vedrà, nessuno saprà nulla, non rimarrà nemmeno la più piccola traccia dell'assassinio, poichè i leoni e le iene s'incaricheranno di far sparire il cadavere.

—E O'Donovan? Egli vorrà venire con noi e ci sarà d'ostacolo.

—Niente affatto, egli non verrà. Lascia fare a me, e vedrai che tutto andrà bene.

—Ma sei certo che Elenka si recherà all'appuntamento?

—Più che certo. Io vado a farle recapitare il biglietto scritto da Takir. Quando leggerà che trattasi di sapere ove trovasi Abd-el-Kerim non esiterà un solo istante a partire.

—Se così fosse!… Oh!… quale ebbrezza, nel vederla morta ai miei piedi in un lago di sangue.

—La vedrai morta, padrona. Rimani adunque, pazienta ancora alcune ore.

—E sia, aspetterò la mezzanotte, L'ora sarà più propizia per la vendetta.

—Allora io mi reco alla tenda di Elenka.

—E se ti conosce?

—Non mi riconoscerà perchè non sarò già io che le consegnerò il biglietto.

Il negro sturò una bottiglia di caffè, l'ultima che possedeva O'Donovan, vi aggiunse alcune goccie di wiscky che trovò in una fiaschetta e ne fece trangugiare buona parte all'almea. Ne sorseggiò qualche poco, poi uscì per compiere la difficile missione.

L'almea, in preda ad un'ansia indescrivibile, si sdraiò sul limitare della tenda colla testa fra le mani e il volto cupo. Venne il mezzodì; il rancio composto di pochi grani di durah, d'una piccola porzione di carne di cammello morto di fatica e di alcune goccie di acqua putrida e calda, fu dispensato, ma Omar non comparve.

Passarono altre otto lunghe ore. Già Fathma cominciava a temere che gli fosse accaduto qualche disgrazia, che fosse stato scoperto e preso, quando comparvero dinanzi alla tenda il negro e il reporter del Daily-News.

By-good! esclamò allegramente O'Donovan, entrando. Di già in piedi, mia buona amica! Come state?

—Molto bene, rispose Fathma guardando Omar che le fece un rapido cenno.

—Non posso fare a meno di ammirarvi, riprese il reporter. Siete d'acciaio.

—Sono araba, ecco tutto.

—Che avete pensato di fare? Rimarrete al campo?

—Per ora sì. In seguito vedrò.

—Sapete che siamo lì lì per levare le tende e marciare su El-Obeid?

—Ah! di già?

—Sicuro. Oggi Aladin e Hicks pascià si sono riuniti collo Stato
Maggiore e hanno deciso di partire.

—E quando?

—Probabilmente domani. Ma ho paura che succeda dei guai.

—Perchè?

—I due pascià non s'intendono sulla via da scegliersi per marciare su
El-Obeid. Hicks vuole andarvi per la pianura che è la via più corta,
Aladin invece vuole andarvi pei monti e fare alto a Melbass prima di
dare battaglia.

—E cosa hanno concluso? chiese Fathma.

—Che l'esercito si separerà in due corpi. L'uno marcerà su El-Obeid e l'altro su Melbass.

—Che ne dite di questa separazione?

—Io dico che ci condurrà ad una catastrofe, disse tristemente
O'Donovan. Lo vedrete, Fathma, saremo schiacciati dal Mahdi.

Nella tenda regnò per alcuni istanti un penoso silenzio. D'improvviso Fathma s'avvicinò al reporter che era diventato pensieroso, e posando le mani sulle spalle di lui, gli disse:

—O'Donovan, ho un piacere da chiedervi.

—Parlate amica mia, rispose l'irlandese con voce affettuosa. Sono ai vostri ordini.

—A mezzanotte devo trovarmi fuori dell'accampamento per parlare con un ribelle. Mi darà importanti notizie su Abd-el-Kerim.

—Oh! fe' il reporter sorpreso. Vi recate ad un appuntamento!

—Sì, questo ribelle, al quale io salvai, due anni addietro, la vita, parlò oggi con Omar. Egli disse che a mezzanotte potrebbe darci notizie esatte sul luogo ove fu tratto il mio fidanzato. Non bisogna che io manchi.

—Ebbene, ci andremo tutti e tre.

—No, voi non potete venire. Il piacere che vi chiedo è che voi rimaniate nella tenda.

—Che io rimanga qui!… E perchè?

—Perchè la presenza di un bianco, di un infedele, potrebbe irritare quel selvaggio.

—Ma, se quel ribelle vi tendesse invece un agguato? La mia compagnia è un remington di più che parlerebbe, ve l'assicuro, con una precisione terribile.

—Non abbiate timore che ci si giuochi un brutto tiro, O'Donovan. Quel selvaggio Baggàra è un uomo di parola e mi ha giurato sul Corano che nessuno ci torcerà un capello.

—Quando è così, rimarrò nella tenda.

—Giuratelo.

—Lo giuro.

—Grazie, O'Donovan, disse Fathma con voce commossa. Prima che l'alba spunti noi saremo di ritorno e sapremo che sarà successo del mio infelice Abd-el-Kerim.

La sua faccia s'alterò fortemente e la voce le si spense in un singhiozzo.

—Andiamo, padrona, disse Omar porgendole il remington.

L'almea che aveva chinato il capo sul seno, lo rialzò con un gesto d'indomita fierezza. I suoi occhi si accesero d'una cupa fiamma e le nari si dilatarono straordinariamente.

—Vieni, Omar! esclamò ella. Là ci aspettano.

Strinse la mano al reporter e uscì a rapidi passi col negro, inoltrandosi silenziosamente fra la moltitudine di tende. Erano quasi le undici di notte quando oltrepassati gli avamposti, entravano nel palmeto.

—La via? chiese Fathma. La conosci tu?

—A menadito, rispose Omar. Cammina dietro di me e sta bene attenta. Il ribelle assicurò Takir che non correrebbe alcun pericolo ma non bisogna fidarsi.

—Verrà la mia rivale?

—Sicuramente, Fathma.

—Come hai fatto a consegnarle il biglietto di Takir?

—Lo diedi ad un soldato che per un pugno di parà lo portò. Egli mi disse che la greca, nel leggerlo, mandò un grido di gioia immensa.

—Ah! esclamò Fathma coi denti stretti e accarezzando l'impugnatura dell'jatagan. Allunghiamo il passo; sono impaziente di vedere il luogo dove cadrà per sempre la mia odiata rivale!

Al disotto di quella foresta v'era oscurità perfetta; era molto se qualche raggio lunare, azzurrognolo, d'infinita dolcezza, penetrava fra il fitto fogliame delle palme, dei tamarindi e dei colossali baobab, a formare una chiazza biancastra sul suolo erboso o coperto di immani radici che uscivano da terra come serpenti. Mille urla, mille ruggiti, mille scrosci di risa s'udivano a destra e a manca, emessi dagli sciacalli, dei leoni e dalle iene che si disputavano i cadaveri degli Egiziani o dei ribelli rimasti sul terreno nella scaramuccia della notte precedente. Di quando in quando, verso le lontane pianure o verso il campo, echeggiavano scoppi rumorosi di remington o di moschettoni seguiti poco dopo dagli allarmi degli avamposti.

Omar e Fathma, procedendo silenziosi come ombre e colla massima circospezione, in capo a mezz'ora ebbero attraversato il palmeto senza aver incontrato alcun insorto. Essi si trovarono dinanzi ad una serie di scoscese colline, in cima ad una delle quali alzavasi un tugul conico.

—Quello là, disse Omar, è il luogo dell'appuntamento. Saliamo con precauzione, Fathma. Potrebbe darsi che Tepele si trovasse di già sul posto.

Aggrappandosi ai cespugli, aiutandosi l'un l'altro e sempre nel più profondo silenzio, essi guadagnarono la cima della collina, piana, sparsa di macigni e di cespugli, con un profondo burrone nel mezzo, dalle pareti tagliate a picco e nel cui fondo urlavano bande numerose di sciacalli.

Omar si spinse fino al tugul ma era oscuro e deserto.

—Benone, mormorò egli ritornando presso Fathma. Non sono ancora giunti ma non staranno molto a venire. Ti senti forte padrona?

—Più forte e più risoluta che mai, rispose Fathma. Lascia che venga la mia rivale e io ti farò vedere di quanto sia capace un'araba.

Ella mostrò al negro un fitto cespuglio distante appena venti passi dal tugul e vi si nascosero nel mezzo, cogli occhi fissi sulla sottostante pianura.

Erano passati appena dieci minuti che dal nord fu visto venire innanzi un uomo semi-nudo armato di una lunga lancia. Omar conobbe in lui Tepele, l'amico di Takir.

—Sta attenta Fathma, mormorò il negro all'orecchio della compagna.

Tepele era giunto ai piedi del colle. Lo salì con una agilità da scimmia, passò a pochi passi dal cespuglio, entrò nel tugul e accese un po' di fuoco.

D'improvviso Fathma afferrò fortemente il braccio d'Omar e lasciò uscire dalle labbra contratte una sorda esclamazione.

—Guardala! diss'ella con voce arrangolata. Guardala!

Una donna armata di fucile e affatto sola, era apparsa sul limitare del palmeto. La luna che batteva su di lei, rendeva perfettamente visibili i suoi lineamenti e il costume greco che indossava.

—Erano passati due mesi, quando una notte ebbi la brutta idea di invitarlo a cacciare il leone. Io camminavo dinnanzi e lui camminava dietro a me.

—Elenka! balbettò Omar che provò involontariamente un brivido.

—Appena che mi capita a tiro di fucile io l'abbatto! Ho il sangue che mi bolle e nubi di fuoco dinanzi agli occhi. Oh! la vendetta!… la vendetta!…

—Non ti muovere, padrona! Se tu l'ammazzi prima che abbia a parlare con Tepele non sapremo più mai dove potremo trovare Abd-el-Kerim. Frenati per mezz'ora.

L'almea che si era rizzata sulle ginocchia col remington in mano, tornò a sdraiarsi.

—Aspetterò, mormorò.

La greca dopo aver esitato, si era messa a salire la dirupata china saltando di sasso in sasso, di scheggione in scheggione come un'antilope. Si fermò tre o quattro volte, girò e rigirò attorno al tugul dalle cui fessure uscivano raggi di luce, poi entrò. Fathma e Omar balzarono fuori dal cespuglio, e si appostarono ai lati della porta, spingendo gli sguardi nell'interno della capanna.

—Frenati, mormorò un'ultima volta Omar.

—Non aver paura di nulla, rispose Fathma. Ora Elenka è mia!

CAPITOLO XV.—Due tigri

Tepele, che si era accoccolato accanto al fuoco, nello scorgere la greca si era subito alzato andandole incontro. Egli le baciò la mano, la fece sedere su di un angareb malandato e gettò una nuova bracciata di legne secche sul fuoco.

—Ebbene Tepele, disse la greca, con un leggiero tremito nella voce.
Sai alfine qualche cosa?

—Sì, ma dov'è Takir?

—Non ha potuto venire. Su, narra, fa presto che ho l'inferno nel cuore. Dove si trova? È vivo?… È morto?…

—Posso assicurarvi che Abd-el-Kerim è vivo.

Elenka scattò in piedi come una pazza.

—È vivo!… Vivo!… ripetè ella con un'esplosione di gioia che pareva delirio. Sei proprio sicuro?…. L'hai veduto proprio coi tuoi occhi?… Dimmelo, Tepele, dimmelo!

—Io non l'ho veduto, rispose il guerriero, ma ho parlato quest'oggi con un arabo che veniva dal sud. Egli l'ha non solo visto, ma gli ha anche parlato.

—Posso fidarmi delle parole di quell'arabo?

—Danàqla è incapace di mentire.

—Dove si trova il mio povero Abd-el-Kerim?

—È nelle mani dello sceicco Tell-Afab il quale sta ora guerreggiando sulle rive del lago Tsherkela contro una tribù di Bàggara[1] che si è ribellata al nostro signore.

[1] Bàggara, da Bàgar (bove) sono mandriani arditissimi che abitano il sud del Kordofan.

—È prigioniero adunque? chiese con trepidazione la greca.

—È prigioniero.

—Lo si maltratta forse?

—Non abbiamo questa abitudine verso gli uomini che potrebbero esserci di grande utilità.

—Che vuoi dire?

—Abd-el-Kerim è ufficiale che se ne intende di cose di guerra e potrà servire sotto le nostre bandiere con un bel grado.

—Credi tu che accetterà?

—E perchè no? Egli è arabo e gli arabi non amano gli Egiziani.

—Ma se egli rifiutasse?

—In tal caso gli si taglierà la testa, disse tranquillamente Tepele.

—Tu mi fai paura. Rifiuterà, ne son certa.

—Non aver timore, che egli anzi accetterà. Appena lo scièk
Tell-Afab avrà soggiogato quei miserabili Bàggara, tornerà a
El-Obeid, presenterà l'arabo a Mohammed-Ahmed e questi lo convertirà.
Non sarei sorpreso se gli affidasse qualche buona tribù di guerrieri.

—Ed io, dove potrei vederlo? Cosa potrei fare per raggiungerlo? Oh! io voglio rivederlo, dovessi arrischiare la mia vita mille e mille volte, dovessi passare in mezzo a centomila ribelli.

—Sarà difficile che tu possa raggiungerlo.

—Anche se Hicks pascià rompesse le orde di Mohammed-Ahmed e s'impadronisse di El-Obeid?

Un sorriso ironico apparve sulle labbra del ribelle.

—Non illuderti, diss'egli. Non si vince l'inviato di Allàh. Ad un suo cenno i vostri cannoni invece di vomitare fuoco e bombe vomiteranno acqua.

—Ma non sai che siamo in undicimila e armati sino ai denti?

—Sicuro che lo so.

—Faremo di voi tutti un massacro.

—E che importa a noi il morire? Mohammed-Ahmed ci aprirà le porte del paradiso e tutti si batteranno come leoni per guadagnare questo premio. Lo vedrai, Ahmed disperderà il tuo esercito come il simoum disperde le sabbie, poi conquisterà l'Egitto sgozzando egiziani, turchi e cristiani, passerà alla Mecca a rovesciare dal trono il Sultano dei turchi, conquisterà l'India e diverrà il padrone del mondo per farvi regnare la sua fede.

—Ti lascio nelle tue credenze. Ma non potrei in qualche modo raggiungere Abd-el-Kerim? Se passassi sotto la bandiera del Mahdi?

—Sei una donna e non si saprebbe cosa fare di te.

—Valgo più di un uomo. Sono una jena.

—Si potrebbe tentare.

—Quando?

—Questa istessa notte, disse Tepele. Domani forse sarebbe troppo tardi.

—Mettiamoci in cammino allora.

—Andiamo adagio Tu mi aspetterai qui. A un miglio da queste colline accampano i miei compagni; io andrò a chiedere a loro se ti accettano sotto la loro bandiera.

—Sta bene, ti aspetterò disse Elenka.

Tepele gettò una nuova bracciata di legne secche sulle due pietre che formavano il focolare, prese la sua lancia e uscì.

Non erano ancora trascorsi due secondi che al di fuori s'udiva una detonazione accompagnata da un grido straziante. Elenka si precipitò verso la porta, ma retrocesse quasi subito fino all'estremità della capanna coi capelli irti sul capo. Il sangue le si gelò nelle vene; impallidì spaventosamente.

Dinanzi a lei, sul limitare della capanna, era improvvisamente apparsa l'almea Fathma con due pistole in pugno. La greca gettò un urlo.

—Fathma!… Fathma!… balbettò poi con un filo di voce.

L'almea col volto animato da una collera senza limiti e un crudele sorriso sulle labbra, le si avvicinò togliendola freddamente di mira colle pistole.

—Elenka! diss'ella con accento grave e cupo. Mi riconosci tu?

La greca, smarrita, senza forze, non rispose. Ella guardava fissamente la rivale, chiedendosi se era in preda ad uno spaventevole sogno. Un pallore cadaverico era diffuso sul suo volto orribilmente alterato.

—Mi riconosci tu, o mia odiata rivale? ripetè Fathma dopo qualche minuto di silenzio. Ah! Tu sei sorpresa di vedermi qui, in questa capanna? Tu mi credevi nelle mani di tuo fratello, laggiù, a Chartum non è vero? Elenka, sai che vengo a fare io qui?

La greca per un istante annichilita dallo spavento, ritrovò ben presto tutto il suo coraggio e la sua straordinaria energia. Ella si rizzò superbamente dinanzi all'almea, coi denti stretti, gli occhi animati dall'ira e additandole la porta:

—Esci, spregevole almea! le disse

Fathma ruppe in uno scroscio di risa

—Elenka, sai tu, cosa vengo a fare qui?

—Non m'importa di saperlo.

—Te lo dirò lo stesso. Io, Fathma, la Favorita del Mahdi, che tu tradisti e sferzasti nelle foreste del Bahr-el-Abiad, vengo a chiedere la tua vita!…. Ho sete del tuo sangue, sai, ma una terribile sete, nè uscirò di qui senza essermi dissetata. Sono due mesi che io anelo l'istante di trovarmi di fronte a te, sono due mesi che cerco la mia rivale, che mi rapì Abd-el-Kerim! Ora ti ho incontrata e non mi sfuggirai mai più!

—Ah! tu vuoi assassinarmi, adunque? Sta in guardia, perchè se mi ammazzi, col medesimo colpo ammazzi Abd-el-Kerim.

—Ho udito tutto e so tutto, Elenka; non riescirai no con degli inganni ad arrestare la morte che pende sul tuo capo. So dove trovasi Abd-el-Kerim, perchè udii ciò che ti narrò Tepele. Se conti poi sul ribelle, t'inganni; Omar l'ha ucciso.

Un tremito agitò le membra della greca. Comprese ormai che era irremissibilmente perduta ed ebbe paura.

—Fathma, diss'ella dopo alcuni istanti di esitanza. Se io partissi subito per Chartum, se io ti abbandonassi per sempre Abd-el-Kerim, mi lasceresti libera?

—No!

—Se io ti chiedessi perdono di quello che ti feci e se io, la nobil greca, mi inginocchiassi dinanzi all'almea?

—No, rispose l'implacabile araba. Bisogna che una di noi muoia. Guarda, potrei assassinarti scaricandoti addosso queste pistole e gettarti di poi in un burrone a pasto delle iene e degli sciacalli, ma non sono io, l'almea Fathma, vigliacca a tal segno. Ti propongo un duello coll'jatagan, ma un duello a morte, mi capisci? Se ti rifiuti chiamo Omar e ti faccio saltare le cervella!

Un lampo di feroce gioia guizzò nei neri occhi di Elenka.

—Ah! tu sei generosa adunque! esclamò ella con ironia.

—Sì, generosa come un'araba, generosa come il leone del deserto.

—Accetto il duello che mi proponi. Quando ci batteremo?

—Subito; la notte è abbastanza chiara per colpirci al cuore.

—Vieni adunque, ma ti pentirai di essere stata troppo generosa con me. Io non ti risparmierò.

Fathma si strinse le spalla. Rimise le pistole nella cintura, prese i remington della rivale onde non le saltasse il ticchio di servirsene e uscì dicendo:

—Seguimi?

—Sei sola? chiese Elenka arrestandosi.

—Ho meco Omar che ti darà il suo jatagan.

—Se io avessi la fortuna di ucciderti mi lascierà libera egli?

—Non ti toccherà, te lo prometto.

—Quand'è così, sono con te.

Le due rivali uscirono. La notte era chiarissima; la luna brillava in un cielo senza nubi rischiarando come in pieno giorno le dirupato colline e la sottostante pianura. Un leggier venticello fresco fresco spirava, facendo stormire lievemente le cime dei cespugli.

Omar andò incontro a Fathma.

—Dà il tuo jatagan a quella donna, disse l'almea.

—Per che farne? chiese il negro con ansietà.

—Ci battiamo.

—Non farlo padrona. Diffida da quella donna che è più vile d'una iena.

—Lascia fare a me. Odimi ora: qualunque cosa accada, tu non prenderai parte al combattimento. Se io cado lascierai andare la mia rivale senza torcerle un sol capello. Io, la fidanzata del tuo padrone lo voglio!

Omar la guardò con occhi supplichevoli.

—Padrona! balbettò egli.

—Lo voglio! ripetè l'almea quasi con ira.

—Sia fatta la tua volontà.

Trasse l'jatagan e lo porse a Elenka che ne provò il filo e la punta.

—In guardia disse l'almea con tono glaciale. Fra dieci minuti bisogna che tutto sia terminato.

Elenka alzò il gonnellino per essere più libera e andò a mettersi a venti passi dal burrone volgendogli le spalle. Fathma le si mise di fronte, raccolta su sè stessa come una tigre, colla punta dell'arma diretta al seno della rivale.

—Fathma, disse la greca. Una di noi due morrà, e probabilmente sarai tu quella che non vedrai il sole di questa mane. Vuoi dirmi che è successo di mio fratello Notis?

—L'ho ucciso.

—Ah! miserabile! urlò la greca furibonda. In guardia! In guardia che io t'ammazzo.

Le due rivali si scagliarono a testa bassa l'una contro l'altra e il duello cominciò. Era qualche cosa di strano, di fantastico, di terribile, il vedere quelle due donne assetate di vendetta, cieche pel furore, illuminate dai pallidi raggi lunari, avanzare con salti da felino, stringersi vicendevolmente e cercare tutte la astuzie, tutti i mezzi possibili per iscannarsi. Parevano proprio due tigri che volessero divorarsi.

I ferri si cozzavano rumorosamente mandando scintille, fischiavano nell'aria, si abbassavano e si alzavano con rapidità fulminea e si torcevano al punto da temere che si spezzassero tanto erano impugnati fortemente da quelle due donne che parevano deliranti.

Cinque minuti dopo la greca mandava un urlo. L'jatagan di Fathma apparve bagnato di sangue.

—Toccata! esclamò l'almea, saltando innanzi come una pantera.

—Ma non sono ancora morta, rantolò la greca portando una mano al seno. Avanti, avanti!

L'almea attaccò con uno slancio disperato, a corpo perduto, mirando il cuore della rivale e stringendola così davvicino che questa fu costretta a indietreggiare. Per la seconda volta il ferro dell'araba bevette sangue.

—Toccata, ripetè ella.

—Avanti! avanti! gridò la greca che balzava indietro avvicinandosi, senza accorgersene, al burrone.

Il terribile duello continuò per altri cinque minuti in capo ai quali la greca, che non riesciva a tener testa all'araba che era assai più agile e assai più forte, trovossi spossata, col giubettino insanguinato, sull'orlo del burrone.

—Guardati, le disse l'almea. Sei morta.

La greca volse il capo dietro di sè, vide l'abisso in cui stava per precipitare e gettò un grido di spavento.

—Grazia, balbettò ella che sentivasi mancare le forze.

—Una di noi deve morire! Urlò l'implacabile Fathma facendo fischiare l'jatagan. Guardati!

Non aveva ancora terminata l'ultima parola che il suo jatagan sprofondavasi più che mezzo nella gola della greca, facendo uscire uno sprazzo di sangue spumoso.

Elenka, colpita a morte, emise un rantolo. Traballò, cercò di rimettersi in equilibrio, ma le forze le vennero meno; lasciossi sfuggire di mano l'arma, dilatò spaventosamente le pupille nelle quali brillava un ultimo lampo di minaccia e precipitò, roteando, nel fondo del baratro. S'udì un tonfo sordo sordo come d'un corpo che si fracassa, poi successe un silenzio di morte.

L'almea, pallida per l'emozione, coll'jatagan insanguinato in mano, s'avanzò fino all'orlo del burrone e guardò giù. Nel fondo fra le roccie aguzze, scorse il deformato e straziato corpo della bella Elenka illuminato vagamente dai freddi e melanconici raggi dell'astro della notte.

Rabbrividì e dette indietro.

—È morta! è morta!… mormorò ella con voce cupa. Allàh mi perdonerà.

Si volse per fuggire da quell'orribile luogo e si trovò dinanzi a
Omar.

—È proprio morta? chiese il negro.

—Sì, Omar.

—Siamo adunque vendicati. Fratello e sorella sono entrambi spenti.

—Taci, fuggiamo di qui. Questo luogo mi fa paura.

—Dove andiamo?

—A salvare il mio fidanzato.

—Vuoi recarti sulle rive del lago?

—Zitto, disse Fathma. Odi?

Il negro tese l'orecchio. In lontananza, verso il campo egiziano, s'udivano squillare le trombe e rullare fragorosamente i tamburi.

—Che succede? chiese egli. Una battaglia forse?

—No, è l'esercito egiziano che marcia sulla capitale del Mahdi.

—E noi andiamo?

—A El-Obeid.

L'almea si gettò ad armacollo il remington e discese di corsa la collina seguita dal negro. Ella si arrestò alcuni istanti nella pianura cogli occhi fissi su due punti neri che scendevano dal cielo, ingrandendo a vista d'occhio.

—Guarda, Omar, diss'ella rabbrividendo.

—Vedo, rispose il negro. Sono aquile che calano nel burrone.

—Povera Elenka! Questa sera non rimarranno di lei che le spolpate ossa a pasto delle belve feroci.

Soffocò un sospiro e riprese la corsa internandosi nel palmeto. Man mano che si avanzavano gli squilli di tromba e il rullo dei tamburi diventavano più sonori. Talvolta s'udivano nitriti di cavalli, voci confuse di uomini e muggiti di buoi, che il vento portava.

Cominciava ad albeggiare quando essi giungevano agli avamposti. Il campo era in piena rivoluzione ed interamente mutato. Le tende erano state levate, i fasci di fucili sciolti, i cannoni attaccati ai cavalli, i cammelli e i muli aggruppati alla rinfusa e carichi di viveri, munizioni e bagagli.

Gli ufficiali correvano dappertutto dando ordini, formando le compagnie, i battaglioni e i reggimenti che si spiegavano formando un immenso quadrato ai cui lati galoppavano disordinatamente i basci-bozuk colle scimitarre sguainate e le pistole in pugno.

—Si parte? chiese Fathma arrestando un basci-bozuk che le passava vicino.

—Sì, rispose il turco.

—Tutti assieme?

—Tutti assieme.

—E Aladin pascià?

—Viene con noi.

—Dov'è Hicks?

—In mezzo al campo col suo Stato Maggiore.

—E O'Donovan?

—Sarà presso il pascià.

—Accorriamo, Omar, disse Fathma, congedando con un gesto il basci-bozuk.

Entrarono nel campo facendosi largo fra tutti quei soldati affaccendati ad arrotolare le tende, a caricarsi degli zaini, a bardare i cavalli, a trascinare i cannoni, a dispensare armi munizioni e raggiunsero lo Stato Maggiore in mezzo al quale stavano Hicks pascià discutendo vivamente col colonnello Farquhard. O'Donovan, che era nel gruppo, s'affrettò a correre a loro incontro conducendo tre cavalli bardati.

By-good! esclamò egli. Credeva che vi fosse toccata qualche disgrazia e stavo per radunare alcuni basci-bozuk per venirvi a cercare… Sapete qualche cosa di Abd-el-Kerim?

—Sì, mio nobile amico, rispose Fathma. Sappiamo più di quello che speravamo.

—E dunque?

—È prigioniero dello scièk Tell-Afab che sta ora guerreggiando sul lago Tscherkela.

—Vivo allora?

—Sì, vivo, ma non per questo salvo.

—Che avete intenzione di fare?

—Dove va l'esercito?

—A dare battaglia alle orde del Mahdi sotto El-Obeid, rispose il reporter.

—Vengo con voi.

—Fate bene. Quando avremo espugnata la città pregherò Hicks pascià che ci dia un centinaio di uomini per andar a liberare Abd-el-Kerim. Presto, amici miei, in sella, e che Iddio ci aiuti a vincere!

CAPITOLO XVI.—Il massacro di Kasghill.

Erano le sei del mattino del 1° gennaio, quando l'esercito egiziano comandato da Hicks pascià si mise in marcia dirigendosi verso El-Obeid, la capitale del Kordofan, la città forte, o meglio, il quartier generale del Mahdi Ahmed Mohammed.

Si componeva di oltre diecimila uomini fra egiziani e basci-bozuk, nubiani e sennaresi, bene armati, ma affatto demoralizzati, affranti dalle fatiche, dalle sofferenze, dalle malattie, dai torridi calori; di diecimila uomini infine risoluti bensì a espugnare El-Obeid, poichè la presa di questa città era l'unica risorsa che a loro rimanesse per mettere fine a quella interminabile campagna e per evitare un probabile disastro, ma impotenti di sostenere un vigoroso urto delle orde del Mahdi.

L'esercito procedeva diviso in sei quadrati, ma assai lentamente, fiancheggiato sulle ali dei basci-bozuk i quali galoppavano nel massimo disordine colle scimitarre in pugno.

Ogni soldato aveva la baionetta inastata per essere pronto a respingere i primi assalti degli insorti che non dovevano molto tardare.

Faceva un caldo terribile. Il sole versava proprio a piombo, raggi infuocati che rendevano le sabbie così ardenti che il camminare a piedi scalzi, era affatto impossibile. Per di più, un'immensa nuvola di polvere si alzava sotto quelle migliaia e migliaia di piedi o ricadeva qua e là acciecando e soffocando quei disgraziati soldati.

Per due ore l'esercito fiancheggiò il palmeto di Kasegh cercando di tenersi all'ombra, poi entrò in una vastissima pianura sabbiosa, calcinata dal sole, sparsa di arditissime rupi e di magri cespugli.

—Che brutto luogo, disse O'Donovan, che cavalcava a fianco di Fathma.

—Temete qualche cosa? chiese l'almea.

—Non scordatevi Fathma, che oggi è il 1° gennaio.

—Che vuol dire ciò?

—Ho udito dire che il 1° gennaio il Mahdi ci darebbe battaglia.

—Ubbie, amico mio.

—Non correte tanto, Fathma. È un bel pezzo che io sento dire che la luna del 1° gennaio è incaricata di vendicare l'Islam.

—E ci credete?

—Un po'.

—Ma io non vedo i ribelli, O'Donovan.

—Non è ancora sera, Fathma.

La conversazione finì lì.

L'esercito intanto continuava ad avanzarsi, ma non più coll'ordine di prima, i soldati spossati, trafelanti, arsi vivi, andavano a capriccio, a branchi a drappelli, coi fucili ad armacollo, tentennando come ubbriachi. Uno cadeva qui colpito da una insolazione, e rimaneva boccheggiante sulle sabbie ardenti; un altro cadeva là impotente di fare un passo, un terzo si arrestava più lontano, un quarto, si sbandava cercando invano una goccia d'acqua.

I cavalli, i cammelli ed i muli, abbandonati a sè stessi dai cammellieri, accrescevano ad ogni istante la confusione, rimanendo indietro, avanzando od andando a traverso a urtare le ali dell'esercito.

Invano Hicks pascià sagrava, invano gli ufficiali si spolmonavano, invano lo Stato Maggiore galoppava a dritta, a sinistra, dinanzi e di dietro radunando le disperse compagnie.

Verso mezzogiorno l'esercito entrava nei boschi di Kasghill colla speranza di trovare delle sorgenti ed estinguere l'ardente sete. Era appena entrato che urla terribili scoppiarono in coda al quadrato del colonnello Farquhard. Migliaia e migliaia d'insorti, difesi da grandi scudi e armati di coltellacci, di fucili, di lancie, di scimitarre e baionette, erano improvvisamente usciti dai circostanti boschi caricando furiosamente gli egiziani.

L'urto fu sanguinosissimo. Gl'insorti, niente atterriti dal fuoco del quadrato, si avventavano sulle punte delle baionette emettendo urla acute, tentando di sfondare quella muraglia umana. Ma fulminati dinanzi e sciabolati a tergo dai basci-bozuk, si ritirarono confusamente gettandosi in mezzo alle fitte boscaglie dove l'inseguimento diventava impossibile.

Hicks pascià fece suonare il segnale della fermata e si fece porre in batteria le mitragliatrici e i cannoni. Era tempo.

Nuove torme di insorti sbucavano dai boschi con impeto disperato sfidando impavidi il vivissimo fuoco della moschetteria e l'uragano di piombo delle mitragliatrici. Alla loro testa marciavano i dervis[1] incoraggiandoli colla voce e coll'esempio e recitando le terribili parole dei Khuatsar che suonano così:

[1] Dervis, uomini che hanno una fama di santoni. Il Mahdi, ne aveva molti.

—Colpisci senza tema, giacchè colui che tu odi ha meritato la morte.

I sei quadrati avevano un gran da fare a tenere testa a quei furibondi che sprezzavano la morte e non chiedevano altro che di colpire. Ne uccidevano cento e ne sorgevano duecento, ne ammazzavano di più e ne sorgevano mille, duemila, cinquemila, ventimila.

La strage durò tre ore senza interruzione poi vi fu un po' di sosta. Gli insorti, respinti su tutta la linea, sventrati e mutilati dal fuoco delle mitragliatrici, si ritirarono ma senza abbandonare i boschi di Kasghill.

Hicks pascià, premuroso di giungere a El-Obeid, fece riordinare i quadrati e diede il segnale di rimettersi in marcia. Non aveva, l'esercito, percorso duecento passi, che nuovi insorti apparvero dinanzi e di dietro, a destra e a sinistra, saettando colle loro lunghe lancie i basci-bozuk e massacrando orribilmente i disgraziati che feriti o affranti o colpiti dalle insolazioni rimanevano indietro.

Ogni mezz'ora Hicks pascià era costretto a far suonare l'alt, far mettere in batteria le mitragliatrici e comandare il fuoco.

Alle sette di sera fu giocoforza accampare. L'esercito, sfinito, assetato, arrostito dal sole, acciecato dalla polvere, non era capace di fare due passi innanzi.

I cammelli e i cavalli dei convogli vennero legati gli uni agli altri in modo da formare un'ampio cerchio e attorno a essi i sei quadrati si accamparono.

La notte era oscurissima. Dense nubi, nerissime come se fossero di pece, si erano accavallate in cielo e correvano come cavalli sbrigliati. Colpi di vento umido, di quando in quando scendevano facendo curvare gli alberi della foresta. Al sud lampeggiava e il tuono brontolava.

O'Donovan, Fathma e Omar, divorato in furia il magro pasto, si diressero verso gli avamposti per vedere coi loro occhi come stavano le cose.

I soldati erano tutti in piedi e i cannonieri erano ritti accanto ai loro pezzi. Tutti aspettavano il nemico che aveva silenziosamente circondata la boscaglia e che aspettava il momento propizio per gettarsi sopra i quadrati.

—Che brutta notte che si prepara, disse O'Donovan.

—Verremo attaccati? chiese l'almea.

—Senza dubbio.

—Con questa oscurità?

—Gl'insorti s'accosteranno più facilmente.

—Vinceremo?

—Non credo, Fathma. I nostri soldati hanno paura e non possono tenersi in piedi tanto sono stanchi.

In quel momento la luna apparve sull'orizzonte facendo capolino fra due gigantesche nubi. O'Donovan impallidì.

—Ecco la luna che vendicherà l'Islam! esclamò. Non aveva ancora finito che alcuni spari rimbombavano agli avamposti.

—All'armi! s'udirono gridare le sentinelle.

—Il nemico! gridò Omar.

La sua voce fu coperta da urla feroci, da urla di guerra e di morte.

—Colpisci senza tema, gridavano quelle voci. Colpisci senza tema giacchè colui che tu odi ha meritato la morte.

I dervis s'avanzavano colla scimitarra in pugno rovesciando sull'esercito egiziano migliaia e migliaia di fanatici. Una terribile grandinata di palle cadde sugli egiziani, molti dei quali stramazzarono a terra mandando urla dolorose. I sei quadrati vacillarono da un capo all'altro e le linee si ruppero in varii luoghi. Alcune compagnie, côlte da invincibile panico, presero la fuga gettando armi e zaini.

—Si salvi chi può! urlarono alcuni vigliacchi.

—Fuoco! s'udì tuonare Hicks pascià.

—Fuoco! ripeterono i comandanti.

Le trombe diedero il segnale di cominciare il fuoco e il combattimento accanito, terribile, sanguinosissimo, cominciò.

Il fracasso diventò ben presto spaventevole. Gli egiziani, assaliti da tutte le parti da migliaia e migliaia di guerrieri, tiravano furiosamente, all'impazzata e assaltavano colla baionetta; i cannoni tuonavano, ruggivano, vomitando veri torrenti di ferro e le mitragliatrici stridevano sui fianchi dei reggimenti tempestando i cespugli, fracassando i tronchi degli alberi, sollevando per ogni dove il terreno, sventrando i cavalli, i cammelli e gli uomini.

Dalle negre boscaglie, avvolte da giganteschi vortici di fumo che il vento sbatteva e lacerava, uscivano senza posa correndo e urlando, drappelli di nudi guerrieri i quali si precipitavano contro le baionette a corpo perduto, sfondando i battaglioni e diradando con ispaventevole rapidità le file.

Gli uomini cadevano a dozzine, a cinquantine, a centinaia, dinanzi, a destra, a sinistra, senza quasi sapere da qual lato venivano colpiti, chi colle braccia tronche, chi colle gambe fracassate, chi colla testa nettamente portata via, chi forato da cento colpi.

Era una carneficina, un mostruoso massacro. Fathma, Omar e O'Donovan, riparati dietro i loro cavalli sventrati dalla mitraglia, guardavano con angoscia l'assottigliarsi di quelle schiere. Mai avevano assistito ad un macello simile; mai avevano visto tanti morti e tanti feriti; mai avevano udito tuonare assieme tanti fucili e tanti cannoni; mai avevano visto tanta rabbia e tanta ostinazione.

Alle undici, quando maggiore era la mischia, l'uragano che da alcune ore minacciava di scoppiare, venne ad accrescere l'orrore di quella notte di sangue.

Le cateratte del cielo improvvisamente s'aprirono e una pioggia furiosa si rovesciò sui combattenti mescolandosi ai torrenti di sangue che correvano pei boschi. Il vento cominciò a ruggire, la folgore a scrosciare, i lampi guizzarono illuminando d'una luce livida, infernale, l'orribile macello. Anche il cielo era contro i disgraziati che Hicks pascià conduceva contro il profeta del Sudan.

A mezzanotte urla strazianti s'udirono a destra del quadrato di Hicks e poco dopo un'onda di soldati sfondava uno dei reggimenti precipitandosi all'impazzata verso i muli, i cammelli e cavalli.

O'Donovan arrestò uno di quegli uomini.

—Che succede? gli chiese.

—Il quadrato del colonnello Farquhard è stato distrutto.

—Maledizione! ruggì il reporter.

La situazione diventava spaventevole. I mahdisti, ebbri di sangue e di carneficina, raddoppiavano gli assalti, sfondando una dopo l'altra le linee di battaglia. Di quando in quando si udivano, mescolati agli scrosci delle folgori, al rombo dei cannoni e alle fucilate, le urla strazianti degli egiziani che venivano spietatamente macellati.

Alla una del mattino un altro quadrato veniva sfondato e poco dopo venivano respinti, aperti, spezzati, tagliuzzati gli altri tre.

Più non restava che il quadrato di Hicks pascià ma in quale stato! Non vi erano più ufficiali che si erano fatti ammazzare alla testa dei loro battaglioni; non vi erano più basci-bozuk, distrutti totalmente in due cariche tentate contro quel formidabile nemico; non vi erano più artiglieri, morti accanto ai loro pezzi smontati o scoppiati.

V'erano invece enormi ammassi d'uomini, di cavalli e di cammelli orrendamente scannati, dietro ai quali tiravano ancora i superstiti anneriti dal fumo, ubbriachi di polvere colle dita abbrustolite dalle canne di remington diventate ardenti.

Alle quattro e pochi minuti, Fathma che distesa a terra sparava dove appariva confusamente il nemico, vide Hicks pascià che trovavasi solo, cinquanta passi più innanzi, portare le mani al volto, vacillare, abbandonare la sciabola e precipitare da cavallo.

—O'Donovan! gridò ella. Il pascià e caduto.

Il reporter e Omar, che si trovavano alcuni passi indietro riparati da un cannone smontato, a quel terribile grido si slanciarono verso l'almea malgrado le palle che continuavano a fioccare.

—Perdio! esclamò l'irlandese. Siamo tutti perduti. Dov'è caduto?

—Là in mezzo a quel gruppo di cadaveri.

—Accorriamo, amici, e non una sillaba. Se gli egiziani lo sanno siamo tutti morti.

O'Donovan e i suoi compagni, scalarono intrepidamente i cumuli dei cadaveri dal disotto dei quali sfuggivano torrenti di nero sangue, e giunsero là, ove era caduto il pascià.

In sulle prime, fra i vortici di fumo non iscorsero che un cavallo riccamente bardato che s'impennava nitrendo, ma poi in mezzo ai cadaveri dello Stato Maggiore, steso sul dorso, colle braccia incrociate sotto la testa scopersero l'infelice pascià.

O'Donovan, coi capelli irti, tremante, pallido, inondato di freddo sudore, si curvò su di lui e l'alzò. Il pascià aveva la faccia marmorea e alterata, la barba irrigata dal sangue che eragli uscito dalla bocca e la tunica forata da due palle.

—Gran Dio! balbettò il reporter. È morto.

Balzò in piedi, afferrò Fathma per una mano e disse:

—Fuggiamo o siamo perduti.

—Ma dove? chiese l'almea pallida di terrore.

—Ho visto una rupe laggiù. La scaleremo.

—Ma il nemico circonda il quadrato.

—Non importa, venite o sarà troppo tardi. Vieni, Omar.

Il reporter, l'almea e lo schiavo attraversarono il quadrato ingombro di morti e di moribondi, di armi, di cannoni, di cavalli e di cammelli e giunsero ai piedi di una gigantesca rupe che difendeva, verso oriente, le linee egiziane.

—Omar, vedi dei nemici sulla cima? chiese il reporter.

—No, rispose il negro.

—Hai una fune?

—Sì, l'ho.

—Sei capace di raggiungere quella sporgenza che scorgesi a mezza altezza della rupe?

—Sarà cosa difficile, ma lo tenterò.

—Sali adunque, ma fa presto. I ribelli stanno per rompere il quadrato e scannare tutti i soldati.

Il negro si liberò dalla casacca, dei calzoni e del turbante, si arrotolò attorno alle reni la fune e cominciò la pericolosa scalata mentre la mitraglia continuava a grandinare e i mahdisti macellavano le schiere egiziane che ancora resistevano ai loro furiosi assalti.

Aggrappandosi agli arrampicanti, appoggiandosi ai cespugli, cacciando le dita nei crepacci della rupe cominciò a elevarsi malgrado la pioggia che lo acciecava e le palle che fischiavano ai suoi orecchi.

Ogni qual tratto una scheggia staccavasi dalla rupe e rotolava al basso facendo guizzare Fathma e il reporter che seguivano con viva trepidazione e col cuore sospeso l'ardita manovra del negro. Qualche volta era invece un ramo che spezzavasi e si vedeva Omar dondolarsi sopra l'abisso, sospeso ad un ramoscello o ad una semplice radice.

Dopo cinque minuti di sforzi incredibili, lo schiavo riuscì a raggiungere la prima piattaforma che trovavasi a mezza altezza della rupe.

Legò la fune ad un grosso macigno e gettò l'altro capo ai compagni che se ne impadronirono vivamente.

—A voi Fathma, disse il reporter, dominando colla sua voce il rombo dei cannoni, lo scrosciare delle folgori, le urla dei ribelli e le grida strazianti dei moribondi. Presto, presto o sarà troppo tardi.

Fathma non se lo fece dire due volte. Afferrò la fune e si issò nell'aria raggiungendo Omar.

—O'Donovan! gridò poi.

La sua voce fu coperta da urla terribili. I ribelli avevano sfondato il quadrato e macellavano spietatamente gli egiziani che si erano addossati ai cavalli ed ai cammelli.

—O'Donovan! ripetè Fathma.

Il reporter s'avvinghiò alla fune e si issò malgrado le palle che grandinavano fitte fitte. Era giunto a mezza altezza quando fu colpito alla testa da una scheggia di mitraglia. Mandò un grido disperato.

—Sono morto!

Fu visto arrestarsi e cercare un appoggio nei crepacci della rupe, ma una nuova scheggia lo colpì al petto. Aprì le mani e precipitò roteando nell'abisso spaccandosi il cranio sulle roccie sottostanti.

Fathma e Omar, agghiacciati dal terrore, si curvarono sull'orlo della rupe cercando di scorgere lo sventurato reporter del Daily-News, ma invano.

—O'Donovan! O'Donovan! gridò Fathma con disperato accento.

La sua voce si perdè fra gli urli feroci dei mahdisti.

—Scendiamo! gridò ella.

S'aggrapparono agli arbusti per discendere, ma il tempo mancò. Dall'alto della rupe venivano giù precipitosamente dei nudi guerrieri agitando le loro lancie e le loro scimitarre.

—Siamo perduti! gridò Omar.

—Indietro cani! urlò Fathma, strappandosi dalla cintura l'jatagan.

Gl'insorti anzichè arrestarsi s'avventarono a testa bassa contro l'almea e il suo schiavo, li circondarono, li disarmarono e li curvarono sull'abisso. Già stavano per precipitarli nel vuoto, quando una voce tonante, imperiosa, urlò:

—Fermi tutti! Chi li tocca è uomo morto!

Un guerriero riccamente vestito discendeva dall'alto della rupe con rapidità vertiginosa. Giunto sulla piattaforma egli si precipitò ai piedi di Fathma.

—Ah! mia povera padrona! esclamò egli baciandole le mani.

Fathma e Omar lo riconobbero subito.

—Abù-el-Nèmr! gridarono con gioia.

—Sì, amici miei, disse lo scièk. L'Abù-el-Nèmr che voi salvaste dalla morte quando il leone lo ferì nelle foreste del Bahr-el-Abiad e che ora viene a pagare il sacro debito. Amici, voi siete salvi e sotto la mia possente protezione!

Nel medesimo istante che il generoso scièk pronunciava quelle parole, l'ultimo egiziano dell'infelice Hicks pascià cadeva morto sotto le lancie dei terribili guerrieri di Ahmed Mohammed profeta del Sudan[1].

[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi, che quando accadde la battaglia si trovava a breve distanza da Kasghill, mi assicurò che il Mahdi perdette solamente 4 o 500 uomini. E.S.