LA DONNA NELLA VITA E NELLE OPERE DI G. LEOPARDI.

La donna ha sempre un'azione importantissima su la vita de l'uomo; il cuore di lui nei generosi affetti come nei tristi, ne le azioni eroiche come ne le volgari, ne la gioia come nel dolore, risente l'efficacia del cuore femminile; e non soltanto ciò ch'egli ama, spesso ancora ciò che è, ciò che può, che sa e che fa è opera in buona parte d'una donna. Perciò non è certo senza interesse, nè senza importanza ne la storia di un grande ingegno il vedere quali donne egli ebbe care, quale influenza esse esercitarono su di lui, che cosa egli pensò di quelle donne in particolare e de la donna in generale. Se questo può dirsi di quasi tutti i grandi, a ben maggior ragione si può affermare di Giacomo Leopardi, di cui tutta la vita e tutta l'arte si compendiano in un'alta e vana aspirazione a la donna e a l'amore.

Ne la casa paterna la sua infanzia passò in una rigidezza quasi ascetica, ma anche l'aria stessa ch'egli respirava, per dir così, era di una purezza altamente educatrice: severissima, la madre non gl'inspirava tenerezza, ma certo gli appariva, più che degna di un timoroso rispetto, figura austera e dignitosa; affettuosissime le nonne e, più che mai, la sorella Paolina ch'egli prediligeva e che sempre ebbe cara. Nei giuochi infantili l'orgoglio prevaleva a l'affetto, ed il trionfo ne le finte battaglie romane, il primeggiare in tutto rendeva felice quel vivace Giacomo, cui il vestito nero da abatino non temperava lo spirito battagliero, nè la monotona severità de la casa spegneva il fuoco de la fantasia. Ne le ore de lo studio e de la conversazione egli era il fanciullo obbediente e forzatamente quieto, ne la libertà dei giuochi venivano svolgendosi in lui l'immaginazione vivacissima, creatrice di mondi tutti suoi, l'insaziabile desiderio di lode e lo scherno contro chi ardiva opporglisi. Ma e ne lo studio e nei trastulli la compagnia di Paolina metteva una nota di gentilezza e d'affetto che quei fieri ragazzi non avvertivano forse, ma che influiva grandemente su l'animo loro. Giacomo non era di continuo un fanciullo turbolento; ne le notti estive, solo ne la camera buia, di cui le persiane eran chiuse, egli ascoltava battere le ore a l'orologio di piazza, sentendosi rinfrancare da quel suono, e, vedendo dissipate le immagini paurose che gli si affollavano d'intorno ne l'oscurità, gli entrava in cuore uno strano sentimento di dolcezza, simile a quello che provava la sera, quando da le finestre de la sua stanza, che davano sul giardino paterno, egli contemplava le stelle, sentendo già un poetico commovimento, un'ineffabile soavità, dinanzi a l'infinito stellato. L'irrequieto, il prepotente Giacomo aveva allora dei momenti pensosi di tenerezza, nei quali, in potenza se non in realtà, egli era già poeta. Ne la severità de la famiglia questa tenerezza si volgeva specialmente a la pietà religiosa, di cui i suoi lavori fanciulleschi e d'adolescente attestano il fervore.

Quand'egli scriveva la tragedia Pompeo in Egitto, la donna per lui non era ancora, nè poteva essere, che madre o sorella; egli pone in scena uomini soli, non osando o sdegnando porvi una donna; tanto più che Cleopatra avrebbe dovuto esser dipinta ne' suoi amori con Cesare, e Cornelia veniva naturalmente esclusa dal disegno de la tragedia, che finisce con la morte di Pompeo, dopo la quale soltanto essa avrebbe acquistato importanza e interesse. Ma ne l'aspirazione a grandi cose, ne l'entusiasmo pel valore, per la virtù, nel fuoco di parecchi versi si sente già un cuore appassionato

. . . . . . . . . non vien meno

In questo cuore il marzial coraggio,

Il romano valore, io son Pompeo.

. . . . . . . . . . . . . Pompeo

Non sa che sia timor: se vinto ei cade,

Colpa del fato è sol, non di viltade.

Quest'ardore di Giacomo si calmava sui libri, che erano divenuti una vera passione per lui e che precocemente maturavano il suo spirito; ne le spoglie de l'erudito che legge, ricerca, annota, cita, freddo e accurato, veniva nascondendosi il poeta, ma non così che il fuoco de l'anima non scintillasse ancora qualche volta, anche nei lavori più gravi. Il bisogno di sognare e l'aspirazione a qualche cosa di grande, di lontano e di sommamente desiderabile, si compendiavano ne la sete di gloria: non aveva mai potuto soffrire alcun disprezzo, «sdegnavasi fortemente e piangeva se alcuno della famiglia cedeva in cose d'onore»,[68] e godeva infinitamente de' suoi primi trionfi negli studi, nè punto pareva repugnare al sacerdozio. Da un lato, fanciullo ancora, non provava l'ardente brama di vita e d'amore che si risvegliò poi in lui; da l'altro, la sua fede era così profonda, che Paolina molti anni più tardi non poteva persuadersi de la irreligiosità di lui ed esclamava: «E non avevamo da piccoli giuocato insieme a l'altarino? Ed esso era tanto religioso che era divenuto pieno di scrupoli!»[69] Questa fede, che si rivela negli studi da lui impresi per facilitare forse il principio de la sua carriera ecclesiastica, e soprattutto nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, era un trasporto d'affetto «verso quell'Essere, che non si può conoscere senza amare e non si può vivere senza conoscere»;[70] e nel suo cuore si accoppiava a sentimenti di dolcezza, di tenerezza, che, ne le meditazioni commosse, gli davan momenti d'estasi in cui egli si sentiva quasi innalzare verso l'amore infinito. Malgrado ciò, egli rimaneva pago abbastanza de' suoi studi eruditi e del mondo in cui viveva; non aveva provato bisogno o desiderio di conoscere la vita in una cerchia più estesa di quella de la sua famiglia e del suo paese; e, se pure qualche idea scettica o triste l'aveva preso, era rivolta più che a quanto lo attorniava, al mondo in generale. Ma ora egli si ridesta; da la sua biblioteca tende l'orecchio ai rumori del mondo, sente un grande ignoto fuor di quel suo refugio, e quell'ignoto lo attrae; il fanciullo comincia a divenir uomo. Primo inizio di questa trasformazione fu quella ch'egli stesso chiamò la sua conversione letteraria; come un ragazzo che incominci a considerarsi e a voler essere considerato un giovanotto, si vergogna d'esser stato trasandato ne le vesti e le cura, quasi con ricercatezza, così il Leopardi, che visse tutto ne la vita de lo spirito, non si accontenta più de l'erudizione, vuole altresì la bellezza e lo splendore de la forma e de l'arte; la fantasia e il sentimento, a lungo compressi, provano imperiosa la necessità di espandersi, ed egli comprende che solo una forma eminentemente artistica può esser degna veste del suo pensiero. Ora non ispende più lunghe fatiche sopra autori secondari, ma ricerca e vuole il bello ne le sue migliori manifestazioni; le sue letture prendono un nuovo indirizzo e più che a la caccia di notizie peregrine si rivolgono a la nobiltà dell'arte, al pensiero profondo, ai sensi degni. Torna con animo mutato a Virgilio, ad Omero, a Dante, che non ha finora compresi, e se ne commuove, e piange e freme con essi. Su l'Eneide egli «andava del continuo spasimando, e cercando di far sue, ove si potesse in alcuna guisa, quelle divine bellezze: nè mai trovò pace infinchè non ebbe patteggiato con se medesimo, e non si fu avventato al secondo libro del sommo poema, il quale più degli altri lo aveva tocco.»[71]

Non era più semplicemente un erudito, era già un vero poeta che, leggendo Virgilio, senza avvedersene, si lasciava andare a recitarlo ad alta voce, infiammandosene tutto e commovendosene talvolta fino a le lagrime. Il bello gli si è rivelato; dinanzi agli amenissimi paesaggi marchigiani, o quando una passione lo agita, l'anima sua ingigantisce; e se a l'improvviso sente da qualcuno recitare a caso qualche verso di autore classico, il suo cuore ridesto prende a palpitare; e il suo spirito, quasi a forza, tien dietro a quella poesia. Egli rifiuta tutte le sue cose passate; non è scoraggiamento il suo, bensì fiducia di poter fare assai più e meglio; a proposito di sè osa già nominare il Tasso, il Metastasio e l'Alfieri. La sua sensitività è resa più profonda dal suo stato di salute ormai tristissimo, da le sofferenze aggravate così da fargli presumere vicina la morte, che a lui non ancor deluso ne le sue più care speranze e soprattutto avido di gloria e quasi certo di conseguirla, purchè la vita e le forze non gli vengano meno, desta un senso di repugnanza e timore, e gli fa guardar con affanno disperato precipitar verso la tomba i suoi splendidi sogni. In questo periodo triste e quasi solenne l'immagine de la donna come amante gli appare per la prima volta fra quei beni de la giovanezza, che stanno per essergli strappati e cui egli tende le braccia desiderosamente; gli si palesa candida e soave ne la funerea luce che gli vela il mondo; amore e morte si rivelano insieme al poeta de l'amore e de la morte.

Nel suo Appressamento della morte, la visione d'Amore, che svolazza sopra un'immensa folla, sogghignando e avventando strali roventi, e i ricordi storici dei grandi amanti de l'antichità, non sono che reminiscenze classiche e ricordano i Trionfi del Petrarca e la Commedia di Dante: ma ne l'episodio di Ugo e Parisina v'è pur qualche accento vero e profondo:

I' fea contesa e forse ch'i' vincea,

Ma un dì fui sol con quella in muto loco,

E bramava ir lontano e non volea,

E palpitava, e 'l volto era di foco,

E al fine un punto fu che 'l cor non resse,

Tanto ch'i' dissi: t'amo. . . . . . . .

Ne l'animo del giovane solitario e amante de la solitudine, perchè già consciente de la propria grandezza e sdegnoso de le compagnie volgari, tumultuavano affetti e speranze nuove. La biblioteca e la sua camera erano il rifugio di quasi tutte le sue ore, una camera semplicissima al primo piano del palazzo Leopardi, con un lettuccio ricoperto da una coltre gialla, un cassettone, un armadietto e poche seggiole. Nei riposi che la debole salute gl'imponeva, ne le remote passeggiate, ne le lunghe sere in cui sdegnoso de la società di casa e malato d'occhi egli voleva e doveva rimaner quasi al buio in una grande stanza, solo, fuorchè nei momenti in cui Carlo e Paolina andavano a tenergli compagnia, egli si cullava ne' suoi sogni superbi e ardeva ne l'impazienza di fama e d'amore. Era l'estate del 1816 quand'egli, osando per la prima volta prendere per protagonista una donna, una donna bella e infelice, maturava l'idea di una tragedia: Maria Antonietta.

***

Nel dicembre del 1817 la contessa Geltrude Cassi-Lazzari andò a Recanati col marito[72] per mettervi nel convento de le Oblate la figlia primogenita settenne Vittoria, e fu ospite dei Leopardi suoi cugini: ella, sorella del traduttore de la Farsaglia di Lucano, nata nel 1791, aveva allora circa ventisei anni e fin dai suoi diciassette era andata sposa al conte Giovanni Giuseppe Lazzari; era bella, di figura maestosa, di portamento regale, di viso pallido, de la pâleur mate des Pésaraises,[73] d'occhi nerissimi, scintillanti, sibillini, come li chiamava Carlo; la soprannominavano Giunone: e a l'incanto de la florida venustà, che le aveva meritato questo nome, univa quelli di una buona coltura, di uno spirito vivo, di una conversazione briosa, di un'arte somma nell'amare e nel farsi amare.[74]

Forse mai Giacomo si era trovato dinanzi, e così lungamente (ella stette in casa di Monaldo una quindicina di giorni), ad una donna tanto piacente, sì che, quantunque l'età, la condizione sociale, la salute, il carattere di lui fossero in opposizione con quelli de la cugina, egli se ne innamorò con tutto il fuoco de la sua gioventù compressa e solitaria. Ella doveva apparire quasi una divinità a lui ragazzo ancora, sparuto e deforme, ammalato e triste, ma così sensitivo a le impressioni de la bellezza che, a quanto si narra, bambino di otto anni, trovandosi in casa Antici una sera in cui v'erano riunite parecchie persone brutte, rifugiatosi vicino a la zia, le disse malinconicamente: «Non si sa dove riposare lo sguardo.» Il Leopardi vide in quella donna una prima realtà de le tante sue splendide speranze, e, riservatissimo per natura, più riservato ancora per l'educazione quasi monastica ricevuta, non osò non pure parlarle, ma nè pur lasciar trapelare in alcun modo la sua passione, di cui narrò con finezza psicologica i ricordi in quelle Memorie sopra alcuni giorni della sua gioventù ch'egli lesse a Carlo e che a questi piacevan tanto da fargliene desiderare vivamente la pubblicazione. Carlo ne parlò più volte al Viani, ed al Tirinelli[75] narrava: «In quel tempo egli prese a scrivere giorno per giorno tutti i pensieri che gli nascevano alla vista di questa donna. Eran scritti, mi ricordo, in tanti foglietti di carta che Giacomo veniva a leggermi ogni giorno»; aggiungeva che quelle carte eran rimaste ne le mani del Ranieri e che avrebbero potuto rivelare un lato nuovo de l'ingegno di Giacomo, perchè contenevano un'analisi minuta di sentimenti. Risvegliatosi in Giacomo l'estro poetico, egli scriveva allora le due Elegie: il Primo Amore e Dove son? Dove fui? Che m'addolora? senza dire che secondo alcuni ne la Cantica vi ha un riflesso del primo amore del Leopardi, il quale, dicono, volle rappresentare sè stesso in quell'Ugo giovane, malinconico, amante ritroso e, quantunque colpevole, timido e quasi pudico. Il giovane passava le sere insegnando a la signora il giuoco de gli scacchi ch'ella aveva mostrato desiderio d'imparare.

L'amore ne l'animo di Giacomo, tanto disposto a la tristezza, produsse una mestizia nuova. Lungamente egli aveva desiderato e sospirato di sentirsi battere il cuore; pure, quando s'innamorò de la bella cugina, egli rimase stupito da la potenza di desiderio e di dolore che amareggiava il suo affetto; la più cara de le sue illusioni si scolorava già dinanzi a la realtà, chè nel possedere il bene del sentimento bramato, egli si trovava misero per il tesoro di speranze che gli veniva tolto. La donna, lieta e briosa, non s'accorgeva di quell'amore, e il giovanetto pallido, confuso, muto dinanzi a lei, vedendola così gaia e così bella ne la sua gaiezza, non sapeva che augurarle in cuor suo una tranquillità sempre uguale, pur piangendo amaramente al pensiero ch'ella non dovesse mai, nonchè amarlo, nè pur compiangerlo. Eran giorni per lui di tormento ineffabile e di sovrumana felicità; tutto chiuso in sè, godeva di pensare continuamente a la bella signora, di sognarla, desto o addormentato; instabili, confusi si volgevano i suoi pensieri; quanto prima gli piaceva, diveniva indifferente; mute quelle stesse voci de la natura che con tanta eloquenza avevano parlato a l'animo suo di poeta; muto l'amore de la gloria, indifferenti i libri. I suoi occhi, chini o pensosi, sfuggivano del pari le belle e le brutte parvenze, quasi che le une come le altre avessero potuto turbare l'immagine cara così vivamente impressa nel suo pensiero. Questo affetto ardente era tuttavia purissimo; un esaltamento de l'anima tenera ed entusiastica, de la fantasia vivacissima. La partenza de la Cassi, ch'egli descrive con poetica efficacia, lo gettò in una disperazione tale da trarlo quasi fuor di sè stesso, da farlo freneticamente battere il capo nel muro, come Carlo narrava; ma, per la sua stessa veemenza, tale dolore doveva esser breve. «Dei versi di lui, — scrive il Bonghi, — quelli che sono scritti in una più viva impressione di dolore, vivace, presente, reale, sono anche per tempo i primi, il Primo Amore. Se non che in questi, si badi, il dolore ha forma di sensazione fuggevole, non già d'idea perenne ed essenziale.» Il tempo calmò più presto che non si sarebbe pensato quella passione e finì con ispegnerla. Essa era stata timida, ma furiosa; la donna, che ne fu oggetto, era l'antitesi del poeta: il quale rimase soggiogato da la bellezza florida, la grazia civettuola, la superba noncuranza e la gaiezza di lei.

Quand'egli entrò nel suo ventesimo anno cessarono i suoi timori d'una morte assai vicina; egli capì che avendosi ogni riguardo, avrebbe potuto vivere fors'anco a lungo, per quanto stentatamente e sempre in pericolo; ma in quell'età e dopo la dura prova del primo amore, più che mai lo tormentava la coscienza del suo aspetto miserabile; egli capiva che la virtù senza alcun ornamento esteriore difficilmente conquista gli animi, e che per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, non si ha quasi coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima. La previsione di una vita infelice non lo sgomentava, egli guardava imperturbato i mali futuri ne la certezza di sostenerli senza viltà, ne la speranza di riuscir utile a qualche cosa; se aveva molto sofferto, comprendeva di dover soffrire ancor più: «E massimamente soffrirò — scriveva al Giordani il 15 febbraio 1818 — quando... mi succederà, come necessariamente mi deve succedere, una cosa più fiera di tutte della quale adesso non vi parlo.» Alludeva a la passione amorosa? È più che probabile.

Di fronte al palazzo Leopardi, di là d'un vasto piazzale, s'apre una strada di cui le due case a gli angoli, con la facciata sul piazzale stesso, appartennero a Monaldo, che d'una di esse si serviva per abitazione del cocchiere e per scuderia. Il cocchiere nel 1818 era Giuseppe Fattorini, che abitava quella casa insieme a la moglie Maddalena Santinelli e a due figliuole (le altre tre maggiori eran già maritate); l'ultima, Teresa, nata nel 1797 era una graziosa fanciulla di media statura e di figura slanciata, civile nei modi, accurata ne le vesti, per innata dignità o per ritrosia poco famigliare, da gli occhi ridenti e fuggitivi nel viso assai bianco, dai capelli neri. Giacomo da le finestre de la biblioteca vedeva la giovane e ne ascoltava il canto, e quando la primavera commosse il suo cuore e lo fece rifiorire di sogni e d'affetti, come sempre gli avveniva, egli nel maggio odoroso più spesso s'alzava dal tavolino per appoggiarsi al davanzale, guardare il cielo sereno, le vie dorate, gli orti, il mare lontano e lontanissimi i monti, e riportar lo sguardo su la figura de la fanciulla china sul telaio, ascoltandone, nel silenzio de le stanze tranquille e de la strada solitaria, la voce melodiosa. Giacomo amò la fanciulla popolana; ma in questo non prevalse, come nel primo affetto, un'ammirazione quasi paurosa, un ardore furibondo, benchè compresso. La Teresa, ch'egli sapeva gracilissima e ammalata e vedeva pensosa e malinconica, gli destava una soave tenerezza che, lungi da lo spegnersi come la subita fiamma del primo amore, durò per sempre in lui. Non era un'antitesi abbagliante, ma una fraternità di sventura e di dolore, di purezza e di virtù che lo attraeva in quella giovanetta tisica, ch'egli certo sapeva tale, quantunque ella cercasse di tener nascosta la sua malattia; ad ogni modo poi essa non potè celarla lungamente, poichè visse soltanto pochi mesi dopo quel maggio odoroso, e cioè fino al settembre del 1818. Carlo giudicò tale amore molto più romanzesco che vero; amore, se tale potesse dirsi, lontano e prigioniero. Certo e l'educazione ricevuta e la presenza e l'austerità de la famiglia Leopardi e mille ostacoli esteriori, anche senza parlare de l'indole vereconda e ritrosa di Giacomo, dovettero far sì che il suo affetto gli rimanesse chiuso nel cuore, o si rivelasse solo come una lieve simpatia nei cenni che da la finestra egli poteva rivolgere a la fanciulla; e questo tanto più, che la Teresa era fidanzata, o amata almeno da un altro:

. . . . . . . . . . i parenti tuoi

Son d'altro sangue e tu sei d'altro amore;

le diceva il poeta; e ancora

. . . . . . . . d'amarti il vanto altri si tiene;

a meno che, come altri suppose, questa non fosse una finzione di Giacomo a lo scopo di meglio nascondere ne' suoi versi la persona che li aveva inspirati. Il sapere la giovinetta gravemente ammalata gli fu cagione di nuove amarezze ed aggiunse a gli abituali suoi malinconici pensieri, altri pensieri più cupi che gli dettarono, nel 1818, la Canzone per una donna malata di malattia lunga e mortale, dove non vi hanno le fiamme e i fremiti de le due prime Elegie, ma una tenerezza che induce a dolorosa meditazione, l'accento d'una pietà intensa quanto l'amore; tali specialmente i versi in cui il poeta, quando ascolta taluno recar cattive nuove de l'ammalata, si studia di farsele apparire meno gravi; tali anche quelli in cui va dubitando ch'ella (al par di lui al tempo de l'Appressamento della morte) tema di morire; e perduta poi ogni speranza di vederla salva, cerca vanamente intorno a sè un soccorso che la rattenga in vita.

Qualche sentenza («Nostra famiglia alla natura è giuoco») fa già presagire in lui il desolato poeta ch'egli dovrà divenire, ed è ancor vivo il presentimento de la sua propria morte, e il triste timore, ancor più doloroso di quel presentimento, che il tempo, l'esempio, il mondo possano a lui stesso togliere il suo più grande, anzi l'unico tesoro, l'anima sua.

Ella, che è tanto bianca, non verrà macchiata da la mota del mondo: muore bella e pura, muore innocente: nè se tale non fosse egli avrebbe saputo amarla, poichè fugge la stessa bellezza che gli è tanto cara, se ad essa non vien compagna la virtù.

Qui non vi ha nel poeta l'adorazione de la bellezza plastica, ma un soave, malinconico vagheggiamento di un'anima giovane, pura, di cui le sventure lo fanno ripensare con minor amarezza al dolore proprio e con fraterna simpatia a la sorte avvenire di lei. Egli si sente grande, ma nel suo pensiero vede lei così semplice, così vera figlia de la natura, che gli appare divina: vorrebbe tenderle le braccia e sorreggerla, ella apre le ali candide e s'innalza ne l'azzurro. È debole, malata, ne' begli occhi vi è una tristezza profonda, chi sa che cosa sente, che cosa sogna? Egli, bevendo quasi i pensieri che crede veder riflessi in quel puro sguardo, si eleva a le più alte regioni de l'anima. La stessa Fattorini è la gentile immagine del Sogno; rivedendola morta, il poeta le parla teneramente del suo affetto, vuol sapere da lo spirito quello che da la persona non seppe: s'ella ebbe pietà di lui, e gode di una malinconica gioia e si esalta, sentendo ch'ella gli fu compassionevole ed affettuosa. Ancorchè ella lo avesse amato, come nota il Mestica, la povera giovanetta doveva tremare a l'idea che il conte Monaldo potesse saperne qualche cosa.

Nel Sogno vediamo piuttosto l'abile imitatore del Petrarca che il vero artista. Non vi mancano versi originali e belli: tale è l'immagine de la donna, che con atto materno pone, sospirando, la mano sul capo del giovane; tale il ricordo di quel flore di gioventù, appassito nel pieno rigoglio. Ritornano vari pensieri de l'Appressamento della morte: così quello de lo sconforto che apporta la prossima fine ai giovani i quali hanno ancora intatte le loro speranze:

All'immatura sapienza il cieco

Dolor prevale. . . . . . . .

E quel paragonare la sua giovanezza a la vecchiaia, da cui poco discorda, richiama parecchie frasi de l'Epistolario, e fra le altre quella con cui Giacomo afferma d'aver sempre condotto una vita quale non si richiederebbe da un cappuccino di settant'anni; il che è prova de la sincerità del suo affetto, anche in questo componimento d'imitazione.

Qualche tratto rivela lo scetticismo sempre maggiore, quantunque ne l'insieme questo e gli altri idilli abbian un'intonazione piuttosto triste che scettica. Ed un'ultima osservazione ricorre qui opportuna: se, come si può considerar sicuro, la donna del Sogno è la Fattorini, abbiamo qui la prova che il Leopardi ebbe per lei un vero, benchè calmo affetto, piuttosto che una fantastica simpatia, poichè la dolce apparizione dice al poeta:

. . . già ruppe il fato

La fe' che mi giurasti;

sia pure che questa fede fosse stata giurata solo ne l'intimo, essa denota un amore reale.

Un anno a presso, nel 1819, rievocando il ricordo de la soave fanciulla perduta, il poeta scriveva la canzonetta Per morte di donna amata, dove, quantunque il motivo sia petrarchesco, vi ha tanta grazia e tanta dolcezza di inspirazione e così squisita musicalità, e dove il poeta ritrova l'immagine de la candida fanciulla in una betulla candida, separata da le altre.

Le soavi strofette imitate da Carlo Pepoli diedero al Bellini l'inspirazione de la stupenda melodia dei Puritani:

Qui la voce sua soave,

melodia che doveva commuovere dolcemente il grande Recanatese, amante de la musica e soprattutto di quella appassionata del Bellini.

De la Cassi, non molti anni dopo averla amata, il poeta rivedendola a Pesaro, scriveva con un'indifferenza, non forse scevra d'ironia, d'averla trovata più grassa e florida che mai; ma il ricordo de la Fattorini doveva rimanergli invece come cosa sacra ne l'anima, affetto che il tempo ravvivava e ingentiliva, tanto più che l'immagine bella de la Teresa richiamava a lo spirito di lui la giovanezza e le care illusioni, sole vere gioie de la sua vita.

Nei Detti Memorabili di Filippo Ottonieri egli ripensava certo a la tessitrice, quando scriveva che il perdere una cara persona per via di qualche accidente repentino è meno doloroso che il vedersela distruggere a poco a poco da una lenta malattia da cui, prima ancora che spenta, sia mutata di corpo e d'anima; cosa senza fine amara, poichè violentemente ci cancella dal pensiero tutti gl'inganni de l'amore e fa perdere la diletta intieramente, chè l'immagine stessa di lei non arreca più conforto, bensì tristezza. E pure dieci anni ancora dopo la morte di Teresa, egli la vedeva nitida e fulgente nel suo pensiero, e ne fissò il profilo come in un quadro incantevole nei versi de la Canzone A Silvia, scritta a Pisa in un periodo di quiete tranquilla, feconda di sogni e di poetici ricordi. Silvia è sorella di certe dolci femminili figure virgiliane ed omeriche, ma è tutt'altro che una reminiscenza classica, è un ritratto di una realtà, d'un'evidenza meravigliosa. La giovanetta da gli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa, percorre con la mano veloce la tela e, immaginando un vago avvenire, riempie del suo canto le quiete stanze e le vie d'intorno, mentre, come la Laura petrarchesca sotto la pioggia di fiori cadente da l'albero, umile continua intenta l'opera femminile, sotto la diffusa luce del maggio, il riso del cielo sereno. Col rimpianto de la fanciulla perduta, il poeta risente più amaro lo sconforto dei soavi perduti pensieri, de le morte speranze; nel cantare Silvia egli risente in sè quel suo cuore d'una volta. Non dimenticò mai la bruna popolana, e, se il canto di una tessitrice solitaria sempre lo commosse, gli è certo che in ogni solinga laboriosa fanciulla, egli rivedeva col pensiero l'immagine adombrata de la candida Teresa.

***

Ne la prima gioventù esteriormente monotona e fredda, ma alta e quasi eroica nel pensiero e ne l'affetto, le prime immagini di donne reali che il Leopardi contemplò con amore, furon quelle che davano vita dinanzi a lui a le belle figure rimastegli fisse ne l'animo dopo le sue profonde e appassionate letture dei classici: la Cassi doveva parergli una dea de l'Olimpo greco, la Fattorini somigliava a la Circe di Virgilio, che canta e lavora. Quanto fu scritto intorno a la donna e a l'amore, e particolarmente da gli antichi, più consuoni a lui per semplicità e nobiltà di sentimento, lo attraeva, quasi gli permettesse uno sguardo almeno in quel mondo femminile ignorato, ch'era tutto il suo sogno. La Crestomazia da lui raccolta più tardi, quantunque intesa a dare specialmente ai giovani esempi letterari da imitarsi, rivela questa tendenza del suo spirito pel gran numero di componimenti amorosi che vi sono accolti.

Il Leopardi (1823) si compiacque di tradurre la satira di Simonide Sopra le donne; ed egli che tante donne aveva guardato con disdegno e disgusto, pur mantenendo intatta ne l'anima l'ideale imagine d'un'eletta, doveva consentire col Greco nel disprezzo de le sciocche e de le vane e ne l'alta ammirazione di quella che all'ape è somiglievole, ne l'invidia di quel beato, che l'ottiene e vede con lei prosperare la mortal vita. Ricordo ancora com'egli volgarizzasse, facendola precedere da un suo discorso originale, l'orazione di Gemisto Pletone in morte de l'imperatrice Elena Paleologina. La donna immaginata gli appariva sempre sotto forme maestose e belle; fosse la madre, conducente i figli, come ad un'ara, a le tombe de gli eroi, e accennante le belle orme del sangue versato per la patria; fosse la donna romanamente forte, che elegge i figli piuttosto miseri che codardi; fosse la giovanetta sposa greca, che cinge il fido brando al lato del suo caro o spande le nere chiome sul corpo esangue e ignudo di lui, riedente su lo scudo conservato; o Virginia bellissima e pura, che volentieri dà la vita per la patria.

Con tali immagini ne l'animo è naturale ch'egli sdegnasse le Recanatesi, le quali a la lor volta non lo curavano punto e forse lo schernivano; è naturale ch'egli le trovasse poco più, o un poco meno ricche di quel che la natura avea dato loro, e che la società del suo paese lo facesse dar indietro a prima giunta. Egli, come il suo passero solitario, non curava nè sollazzo, nè riso, nè amore; sfuggiva la gioventù riversantesi la festa ne le vie per mirare ed esser mirata, e godeva d'uscire ne la rimota campagna e contemplar mestamente il sole al tramonto. Amore era già lungi dal suo petto così caldo un giorno, anzi rovente; pure incontrando pei campi una vaga fanciulla, ascoltando ne la placida quiete di una notte estiva il canto d'una giovanetta intenta al lavoro ne le stanze romite, il suo cuore si muoveva a palpitare. Il ricordo di Teresa gli rendeva cara, come immagine vivente de la perduta, un'altra povera e gentile tessitrice, tisica anch'essa, anch'essa dimorante vicina a lui, che poteva vederla da le finestre di casa sua ed ascoltarne la voce, la Maria Belardinelli, una bionda, candida, soave e signorile nei modi essa pure, in cui altri volle riconoscere la Nerina de le Ricordanze.

L'episodio di Nerina che rivive nei ricordi del poeta molti anni più tardi, è un idillio gentile: gli risorge dinanzi la fanciulla da gli occhi giovanilmente soavi, appoggiata a la finestra in colloquio al giovanetto suo vicino, che impallidisce ancora, ricordando la voce di cui ogni lontano accento lo faceva tremare. L'immagine de la morta gli si ripresenta come figura principale d'ogni lieto quadro ch'egli vede, e divien per lui il simbolo de la giovinezza e de la speranza. Se pure Silvia e Nerina non sono la stessa persona (e la questione molto discussa non è forse ancora decisamente risolta), son fuse ne l'anima del poeta in una soavissima idea d'amore, di giovanezza e di sventura. Silvia e Nerina sono la donna ch'egli amò con l'anima senza alcun materiale desiderio, la donna che sola gli pareva degna di un fuoco intaminato e puro: giovane, onesta, bella, altera e dolce insieme, la donna che in elette forme accogliesse un'anima simile a quella ch'egli sentiva in sè, la donna ne la quale per lui si convergevano tutti i raggi de la bellezza e de la felicità umana: essa la primavera, essa la gioventù, essa la speranza, essa l'amore, essa la morte. Tutta la spiritualità del poeta si rivela in questi suoi versi d'amore: la graziosa giovanetta che gli ha sorriso un giorno, ha fatto battere il suo cuore d'un palpito che non si estinse più interamente, perchè la bella immagine femminile divenne per lui un alto ideale, l'amore stesso fatto persona, a lo sparire del quale tutto sparisce e si oscura; la tomba de la giovane racchiude tutto quel che di desiderabile ha il mondo, e il fantasma che di tratto in tratto risorge da quella tomba ha ancora tanta vita e tanta luce che nulla è degno di essergli paragonato. La bella stagione sempre rinnovava nel Leopardi col desiderio de la vita, dei diletti del cuore, de la contemplazione de la bellezza, l'immagine di Silvia e di Nerina, ed egli non ebbe mai un giorno lieto o solo tranquillo, in cui, col ricordo caro fra tutti de la giovinezza, non si ravvivasse quella memoria sacra per lui; ancora a Napoli, quando col Ranieri saliva a piedi a passeggiare su i colli e udiva il canto de le tessitrici intente al telaio, egli ristava ad ascoltare muto, commosso.

Dopo la tentata fuga, caduto in un periodo di torpore in cui nè pur le pene morali venivan più a consolarlo, condannato a l'ozio da i suoi mali, lacerato da la noia, come da un dolor gravissimo, gli pareva di non intender più nè pure i nomi d'amicizia e d'amore, e solo lo scuoteva la pietà di qualche cuore gentile. Era già formato in lui quel concetto che inspirò poi tutta l'opera sua: non havvi felicità su la terra, non havvi gioia, non consolazione reale, ma conforto unico rimastoci è la giovanile speranza, o meglio quell'illusione che nasce da l'inesperienza de l'uomo e che si personifica ne la giovinetta ingenua e sognante, destinata a una morte precoce. Una emanazione di questi sogni mi pare tutto il gruppo de gl'Idilli in cui domina una tristezza pura e serena, come di tacito plenilunio (salvo gli accenti disperati e cupi de La sera del dì di festa): domina il sentimento de la natura e vi ha l'anima stessa del poeta ne l'anima de le cose, le quali, tuttochè di una realtà evidente, hanno un'alta idealità d'espressione; tale quel Passero solitario che su la vetta de la torre antica va cantando a la campagna, finchè non muore il giorno e l'armonia erra per la valle esultante ne la primavera, quel passero che, mentre gli altri augelli contenti fanno a gara insieme mille giri per il libero cielo, festeggiando la loro gioventù, pensoso e in disparte mira il tutto, nè gl'importa di spassi e d'allegria, canta, e passa così il più bel fiore de l'anno e de la sua vita, quantunque ricordi il

Passer mai solitario in alcun tetto

e il

Vago augelletto che cantando vai

del Petrarca, è immagine perfettamente reale. Invero il Mestica seppe da chi ancora se ne ricordava in Recanati, che un passero solitario stava spesso ai tempi di Giacomo ed anche di poi, su la croce in cima al cono del campanile di Sant'Agostino, il più antico del borgo. Ma questo passero, che il poeta cercò spesso con gli occhi ammalati in alto su la torre in mezzo al sole di primavera, che ascoltò con l'animo intenerito, diviene un amico e un fratello per lui, che passa, senza divertimenti, solitario, la sua giovinezza ricca unicamente d'un conforto e d'una gioia, quella del canto: sentimento, amore, vita per lui. E al cielo sereno, ove gli uccelli garrendo lietamente intrecciano i loro voli e dove s'alza la punta di quel campanile che ricetta il piccolo poeta alato ne la sua solitudine triste, fa riscontro la immagine, ammirabilmente nitida del borgo al tramonto, in cui risuonano le campane e le allegre scariche di fucile, mentre da le case si spande ne le vie la gioventù vestita a festa, lieta di vedere e d'essere veduta. Come il passero, anche il poeta se ne sta solitario ne la remota campagna, o percorre a lenti passi la sua passeggiata favorita sul monte Tabor. Ma il pensiero che non tormenta l'uccello, tormenta l'uomo e gli guasta quella malinconia così dolce, quantunque non scevra di desiderio e di rimpianto, con la visione di un avvenire non rallegrato più nè pur da la luce de gli affetti; d'un avvenire in cui si farà cocente il rammarico dei godimenti giovanili non gustati e perduti per sempre. La calda anima del poeta par che si sopisca ne l'altissima quiete del lago al meriggio, ne la pace infinita e nel silenzio.

Al Giordani, com'è noto, il Leopardi scriveva non parergli più d'esser capace di amicizia, nè d'amore; ma mentre nega l'amore e le giovanili illusioni, le sente più soavi che mai. Il mondo è un paradiso a lo sguardo dei giovani, cui il cuore balza di speranze e di desiderio, cui la vita appare come una danza o un giuoco: ah! troppo brevi furono questi dolci errori pel poeta; quand'egli s'accorse di amare, il viver suo fortuna avea già rotto, chè la sua salute era perduta, la deformità sopravvenutagli ne' suoi migliori anni, insieme a la precoce esperienza de la vita, l'avevan fatto misero per sempre. Il suo cuore è di sasso, tace e resta quasi sempre immerso in un ferreo sopore, estraneo ad ogni moto soave; nondimeno il volto d'una fanciulla basta a commuoverlo e a ridestargli un canto ne l'anima. Canta e ritorna continuamente a sè, persuaso «che le scritture e i luoghi più eloquenti sieno dov'altri parla di sè medesimo...... Perchè quegli che parla di sè medesimo non ha tempo, nè voglia di fare il sofista, e cercar luoghi comuni, chè allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da sè, non lo deriva da lontano, sicchè riesce spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente; nè lo studio lo può raffreddare, ma conformare e abbellire.»[76] Questo provano i versi stessi co' quali il Canto si chiude mirabilmente nel proposito ch'egli fa a sè stesso o ne la certezza ch'egli esprime d'amare la solitudine dei boschi e de le verdi rive, nel desiderio non di felicità e nè pur di pace, ma di lena e cuore a sospirare.

Ne La sera del dì di festa, il poeta ricorre col pensiero ad una donna di cui pe' balconi rara traluce la notturna lampa, mentr'ella dorme ne le chete stanze non tormentata da cura nessuna, ignara de l'amore che ha acceso. Secondo il Mestica, in questa donna si dovrebbe riconoscere la marchesina Serafina Basvecchi di Recanati, sorellastra di Giacomo; e La sera del dì di festa, sarebbe l'ultimo fra gl'Idilli, perchè «è ragionevole supporre che questo amore che si confessa tanto forte, abbia avuto qualche giorno di vita, e che non siasi spento alla maniera di un fuoco fatuo, lasciando subito ghiaccio nel cuore del poeta.»[77] Appar probabile che Giacomo vagheggiasse la Basvecchi, tanto più che qualche tempo dopo Paolina, annunziandogli il fidanzamento di lei, la chiama la tua Serafina. Pure non riesce altrettanto chiaro che tale affetto fosse profondo e durevole: questa stessa poesia, che rivela un animo fortemente agitato, non si può dire tutta infiammata da una veemente passione; il poeta è sconvolto piuttosto da una tempesta di dolore che d'amore. L'antitesi fra la pace de la natura e la disperazione di lui è il motivo fondamentale e si palesa persino ne l'armonia del verso; l'idillio si alterna con la tragedia. La notte è dolce e chiara, la luna queta posa in mezzo a gli orti e il profilo nitido de le montagne si rivela nel sereno; la donna riposa ne la dimora tranquilla e i sogni le riportano a la mente grati ricordi, ma v'è un'anima lì presso che confronta, quasi inconsciamente, quella dolcezza e quella pace col suo dolore; v'è un uomo, di cui gli occhi non brillarono mai se non di pianto e che disperato si getta per terra e invoca la morte e grida e freme. Passa un artigiano, che ha vegliato divertendosi e ritorna a casa cantando. Il giorno festivo è finito e, com'esso, tutto finisce e scompare. Quel giovane disperato e fremente divien pensoso: la sua mente, dimentica del proprio dolore, considera l'umanità intiera, la fugacità d'ogni grandezza, d'ogni cosa, e dopo aver contemplato un momento l'immensa scena del grande impero di Roma,

. . . . . . . e l'armi e il fragorío

Che n'andò per la terra e l'Oceáno,

risente (ed esprime ne l'armonia del verso) la pace ed il silenzio in cui tutto posa il mondo, dove di quella rumorosa gloria non rimane più nè pur una debole eco. Il canto si perde, allontanandosi pe' sentieri, ed il Leopardi, con un rapido ritorno su sè stesso, rammenta come fanciullo ne le sere del dì festivo, vegliando dolorosamente nel suo letto, a tarda notte sentiva stringersi il cuore ne l'ascoltare una simile voce melodiosa perdersi lontano. Il poeta de gl'Idilli è già il poeta del dolore, ma di un dolore tutto giovanile, ora agitato da la veemenza de la passione, ora allietato da la dolcezza de la speranza, qua ruggente come in un grido di rivolta, là mite come in un sospiro. Solitario vive con la natura, di cui i paesaggi, le scene, le immagini, formano tutto il suo mondo reale: la natura è l'amica sua, la sua confidente. Vi ha in questo gruppo di canti qualche cosa di romantico, come notò il Finzi, e ne la rappresentazione de la natura e nel sentimento tenero e malinconico; certo, limati e condotti a vera finezza estetica e perfezione di stile più tardi, serbano tuttavia il profumo, la grazia e la freschezza giovanile. Il poeta ha ritrovato sè stesso e, ne la sincerità de la sua inspirazione, il dolore contenuto, gl'impeti de la giovanezza avida d'amore, ricca d'alte aspirazioni, di nobili sogni, ma sfiorente ne la malattia, ne la noia, ne la solitudine, la dolcezza dei ricordi d'infanzia e d'adolescenza così vicini e già così lontani, tutto diviene poesia.

***

Per Giacomo Leopardi la donna era sempre, anche colpevole, un oggetto di reverente pietà, era il fiore, che, caduto dal suo cespo nel fango, fa rimpiangere la freschezza e la grazia che ha perduto, ma di cui gli resta un lieve profumo. Nel 1820 il poeta aveva già scritto quella Canzone Sullo strazio di una giovane di cui bastò il titolo a mandare in furia il conte Monaldo, che v'immaginava chi sa quali sozzure. Un fatto vero e accaduto ne le Marche aveva dato inspirazione al Canto: un seduttore per opera del chirurgo aveva fatto uccidere col figlio nascituro la fanciulla, che già aveva amata.

La Canzone rimane tuttora ignota, ma un pensiero incluso fra i ricordi giovanili del poeta, editi per la prima volta nel 1863 da la Rivista Italiana, ci dà qualche idea dei sentimenti che la inspirarono: l'autore si propone di scrivere una poesia di qualsivoglia sorta sul Primo delitto o la vergine guasta; pensa di prender qualche cosa da Orazio, od. 27, lib. III, dove con molta verità esprime sommariamente i concetti di una fanciulla in quello stato; gli par soprattutto degno d'osservazione il desiderio de la morte ed il coraggio proveniente dal rimorso, che fa bramare in quel momento anche a una timida fanciulla di essere stata piuttosto tagliata a pezzi. Se giudichiamo dal come il Leopardi teneva cara quella canzone, dobbiamo credere che essa fosse di un sentimento e di una delicatezza notevoli; infatti quando il Brighenti per accontentare Monaldo e dissuader Giacomo dal pubblicarla, mostrava di non vedervi gran pregio, il giovane gli rispondeva, evidentemente offeso: «Il mio povero giudizio e l'esperienze fatte di quella Canzone sopra donne e persone non letterate, seconda il mio costume, e riuscitemi assai più felicemente delle altre, mi avevano persuaso del contrario.» E alle rimostranze del Brighenti, Giacomo a sua volta si scusava, dichiarandosi deferentissimo al giudizio degli amici, ma aggiungendo che, per parlare schiettamente, aveva per quella Canzone Sullo strazio un certo particolare affetto, come cosa che gli era venuta dal cuore. Egli non poteva rimaner indifferente a le sventure d'una donna giovane, bella, amante, tale da parergli degna d'esser felice; e se con tanta commozione, sempre anche ne gli ultimi suoi anni, considerò la sorte de le giovani vite femminili troncate, o minacciate da la morte, con commozione assai maggiore doveva aver meditato su la tragica fine de la giovane marchigiana.

Ne la vita e ne la natura il poeta cerca soltanto un affetto, che risponda a l'ardore che sente in sè; a la vita e a la natura domanda soltanto un'anima che lo ami; ma poichè non la trova, ne la sua stanca desolazione si crede già stecchito, inaridito come una canna secca, e morto ad ogni passione, anche alla stessa potenza eterna e sovrana dell'amore; ben poco basta però perchè il suo cuore si risvegli; se non infrequente gli sorrideva la musa, era rievocata ben di spesso da un'immagine femminile. Tra il '21 e il '22 egli scrisse il Consalvo, la canzone Nelle nozze della sorella Paolina, l'Ultimo canto di Saffo e la canzone Alla sua donna.[78]

Il Consalvo, benchè pubblicato soltanto nel 1835, fu, secondo ogni probabilità, pensato ed abbozzato nel 1821. Lo inspirò l'ardentissimo desiderio de la pietà femminile; il Leopardi non vi parla in persona propria, ma pone su la scena un uomo amante e una donna pietosa, nel bacio de la quale quegli muore confortato; essenzialmente soggettivo per natura e per la lunga abitudine di vivere ripiegato su sè stesso, per la nessuna conoscenza del mondo, anche qui dipinge sè medesimo: più volte dovette nei suoi migliori momenti, quando la disperazione cedeva ad una dolce malinconia, immaginare il conforto supremo de la pietà di una donna, che illuminasse di luce soave i suoi ultimi momenti; quindi, a ragione nota lo Straccali che non par punto necessario andare a cercare il primo motivo di questo canto fuori de l'anima del poeta.

Si volle vederne le fonti[79] nei Pastorali di Longo Sofista, dove Dorcone morente palesa a Cloe il suo amore e le chiede un bacio; ne l'episodio boccaccesco de la morte di Arcita (Teseide), ne la nona novella de l'Heptaméron di Margherita regina di Navarra, e ne la leggenda di Jaufré Rudel. Il Carducci crede che la pietosa avventura del trovatore provenzale fosse nota al Leopardi e pei famosi versi del Petrarca,

Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remo

A cercar la sua morte,

versi chiariti anche dai commentatori antichi, e per la storia de la volgar poesia del Crescimbeni. Assai severo si mostrò il Carducci per il Consalvo che a l'opposto è tenuto in gran pregio da lo Zumbini, il quale lo giudica una de le cose più perfette de la nostra poesia.[80]

Qualche cosa del Sogno rimane in questo Canto, dove le figure sono vaghe, sfumate come specchiati sembianti. La loquacità rimproverata al protagonista è una reazione al suo lungo silenzio, è il desiderio d'aprire, almeno una volta, a la donna quel cuore che fu sempre chiuso e che tra breve dovrà esser muto per sempre; Consalvo ha col Leopardi il desiderio de la morte, l'abbandono in cui è lasciato, l'esser schivo de la terra, l'amore cocente e timido, l'illusione di trovare ne l'amore una felicità quasi divina e l'abborrimento de la vecchiezza. Se l'immaginazione del poeta non fu sempre felice in questo Canto, vi hanno però immagini assai belle e sentimento sincero espresso con quella semplicità che è uno dei maggiori pregi leopardiani. Si è dubitato che sotto il nome di Elvira si nasconda una donna veramente amata dal poeta, e supposto da alcuni che questa donna sia la Basvecchi, da altri la donna stessa cantata poi col nome di Aspasia; la signora Caterina Pigorini-Beri ed il prof. Odoardo Valio vi supposero[81] adombrata Paolina Ranieri; queste ultime ipotesi cadono se, come appar logico, il Canto si attribuisce a la prima giovinezza del poeta. Solo riguardo a la Ranieri si potrebbe obbiettare che il Leopardi pensasse a lei nel ricorreggere e quasi rifare il Canto negli ultimi anni de la sua vita. Dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il Consalvo, il poeta s'irrigidisce nel suo severo concetto di virtù eroica spartana e, pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua resta assorta impassibilmente da la contemplazione di un classico ideale ne la canzone Per le nozze della sorella Paolina.

Vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, ma le consuetudini de la famiglia, la severa ritenutezza che toglieva ogni espansione e lo stato d'animo del giovane, il quale nel suo dolore profondo vedeva tutto triste nel presente, e solo ne l'antichità credeva di trovare il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: non è inspirato da i domestici affetti, ma da l'amor patrio; e la donna, che vi si riflette è la figura classica de l'antica matrona. Qualche cosa di affettuoso vi ha solo ne l'introduzione; è però da notare che sarebbe stato crudele vantar le gioie de l'amore a Paolina, che stava per sposare un uomo non giovane, non piacente, certo non amato da lei: se questo si pensa, apparirà delicato e generoso quel mostrarle i doveri de la maternità e darle coraggio e forza per la dura battaglia de la vita. Tuttavia ne la Canzone vi ha l'alto concetto di ciò che la donna può su l'uomo; se ne la prima parte predomina il sentenziare breve ed austero, ne la seconda il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi; si commuove al loro dolore ed a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori.

Con l'immagine di Virginia finisce il Canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna. Evitò un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italiano per la virtù femminile.

Il Bruto Minore segna pel poeta il confine fra l'età de l'immaginazione e il prevalere de la scienza e de l'esperienza del vero: con Bruto spira quella giovanezza del mondo, che è rimpianta nel Canto Alla Primavera. La bella stagione tenta ancora il cuore gelido del poeta, che nel fiore de gli anni esperimenta la vecchiezza, e desta in lui un nuovo palpito, che gli fa chiedere con trepidazione s'egli sia ancora capace d'illusioni, se la natura sia ancora viva; gli risorgono dinanzi le belle immagini de le antiche favole, le candide ninfe che con piedi immortali danzano su le rupi scoscese e ne le selve; Diana cacciatrice, scendente a tergere nel fiume da la polvere e dal sangue i fianchi nivei e le braccia virginee; la driade, che palpita ne la scorza d'una pianta; l'innocente naiade, la quale fa sgorgare l'acqua limpida da la sua urna; Eco solitaria che un doloroso amore cacciò da le sue giovani membra, e che per le grotte e pei nudi scogli ripete al cielo le ambascie e gli alti e rotti lamenti umani. In queste femminili immagini mitologiche il poeta mette una vita che ce lo fa parere un uomo antico, veramente pietoso, veramente amante di esse; tale si crede e, al risveglio, tale si duole di non essere. Ahimè, da che il Cielo è deserto de gli esseri amabili che un dì lo popolavano, egli esclama, il tuono cieco, errando per le nubi e le montagne, spaventa ugualmente innocenti e colpevoli; da che la patria educa le nostre anime malinconiche, restando estranea ad esse, inconscia di esse, tu, o natura, ascolta le nostre cure infelici, il nostro indegno destino e rendi al mio spirito il fuoco de' suoi primi affetti, se pure tu vivi, se havvi cosa alcuna in cielo, in terra o nel mare, non dico pietosa, ma spettatrice almeno de la nostra sorte.

Egli non chiede, non sospira più che l'ardore de' suoi primi affetti, l'illusione, almeno, di trovar un amore, una donna, che gli ridía le gioie de la speranza, se non de la realtà. Pochi sentirono come il Leopardi la potenza e il desiderio de l'amore e poche volte egli medesimo seppe dare a l'impeto de la passione un così delicato velo di tristezza come ne l'Ultimo Canto di Saffo. La Saffo del Leopardi non è la storica figura che la tradizione continua a considerare insieme poetessa eccelsa ed amante sventurata, benchè la critica abbia dimostrato due Saffo essere esistite, l'una contemporanea ed emula di Alceo, l'altra più vicina a noi, infelice innamorata di Faone. Il Leopardi non cura di riavvicinarsi nè a la leggenda, nè a la storia, nè ai versi de la poetessa che ci rimangono; egli intende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane, intende di sfogare il suo proprio dolore e forse di porsi dinanzi, come un caro fantasma, non la figura, ma l'anima de la donna, che avrebbe potuto comprenderlo. Come a Saffo, eran state care e dilettose a lui la notte, la luna, la stella de l'alba; finchè il destino lo colpì, non d'un tremendo amore al par de la giovane greca, ma d'un insoddisfatto bisogno d'amore, più tremendo ancora. Come Saffo, ne la lotta de' suoi disperati affetti, egli sente un insolito gaudio quando per l'aria e pei campi trepidanti si aggirano i polverosi fiotti del vento e rugge il tuono e sfolgora il lampo, mentre le greggie sbigottite fuggono per le valli profonde; il suono e la trionfante collera de le acque su la riva del fiume gli dà un senso gradito, perchè conforme a lo stato de l'animo suo; e pure egli, come la Greca infelice, sente ancora la beltà del cielo divino, de la rorida terra; la sente, ma è una nuova ferita per lui, cui i numi e l'empia sorte non fecero parte alcuna di quell'infinita vaghezza. Ospite vile, dispregiato amante de la natura, anch'egli la guarda invano supplichevole, da che non gli sorridono più le aperte rive dei ruscelli, nè l'albore mattutino sul lembo estremo del cielo; da che non si sente più salutato dal canto dei variopinti uccelli, dal murmure dei faggi; da che il candido ruscello, dove dispiega le acque pure a l'ombra dei curvi salici, par sottrarsi con disdegno al piede di lui. Come Saffo egli prorompe ne le disperate domande: di qual fallo, anzi di quale eccesso nefando mi macchiai prima di venire al mondo, perchè il cielo e la fortuna mi debbano così disdegnare? Qual peccato commisi bambino, quando la vita è ignara del male, perchè poi la mia spregevole esistenza avesse scema la giovanezza e negata ogni gioia? Così prorompe nel dolore, ma tosto lo signoreggia: incaute parole furon le sue, poichè un'arcana volontà determina il destino, e tutto è misterioso fuor che il nostro dolore; progenie trascurata noi nascemmo al pianto, e solo gli Dei ne sanno la ragione. Benchè questo appaia in linguaggio del freddo criterio, che non vuol lasciarsi sopraffare da la passione, ne le frasi brevi e quasi spezzate si sente un affanno che soffoca la voce in un singhiozzo. Il Padre concesse di regnare nel mondo soltanto a la bellezza; imprese virili, sapienza, poesia, non valgono al virtuoso deforme. Tutto qui è amore e dolore, dolore tanto cocente che la catastrofe giunge prevista, quasi aspettata, e la decisione de la morte par esca da le labbra de la poetessa con un sospiro di sollievo: sparse a terra le membra non degne, l'animo ignudo rifuggirà ne gli eterni regni, emendando il fallo crudele del cieco destino. Fin qui Saffo non ha nè pur accennato al suo amore, ma ora, determinata di morire, lascia sfuggirsi il suo secreto ne l'ultimo addio, che rivolge a l'amato, addio altamente patetico in cui parlan solo i sentimenti, che hanno inspirato tutto il Canto e che determinano la morte: affetto e dolore, ma senz'odio, senz'ira.

La più cara fra le immagini che arrisero a la mente del poeta e che gli furon tormento e conforto, l'ideale vagheggiato ne la dolorosa solitudine, rivive nel Canto A la sua donna, in cui altri vide un'allegoria de la libertà, altri de la felicità. Il Giordani, nel 1826, fu il primo ad affermare che il poeta nascondesse sotto il nome di sua donna, gnarus temporum, la divina idea di libertà, e più tardi (1830) chiamava il Canto un «celestiale inno d'amore a la libertà, il sommo di bellezza che si possa sperare da la poesia;» ma il Borgognoni[82] suppone che il Giordani interpretasse così quel Canto per liberare l'amico da l'accusa che facilmente poteva colpirlo in quel tempo, di cantare ideali e fantasie platoniche. Il Leopardi però quando aveva voluto, malgrado i tempi poco propizi, aveva saputo manifestare apertamente i suoi sensi liberali; e ne fanno prova le Canzoni All'Italia, Sul monumento di Dante, Nelle nozze della sorella Paolina.[83] Maggior valore de l'autorità di P. Giordani ha la voce del poeta, che ne l'articolo critico non fa punto supporre d'aver voluto cantare altro che un ideale femminile; e che, se altro si volesse intendere, apparirebbe spesso strano ed oscuro nei versi de la Canzone. L'autore non sa se la sua donna, e così chiamandola mostra di non amare che questa, sia nata fin ora, o debba mai nascere; sa che ora non vive in terra, che noi non siamo suoi contemporanei, e la cerca fra le idee di Platone, ne la luna, nei pianeti del sistema solare, nei sistemi de le stelle.

Come si potrebbe interpretare, pensando a la libertà, il sogno e i campi in cui essa appare, la sua vita ne l'età de l'oro, la sua morte e il trasvolare de l'anima sua tra la gente? E chi sarebbe l'altra, che potrebbe trovarsi pari a lei al volto, a gli atti, a la favella, e che così conforme sarebbe tuttavia men bella assai? E certo apparirebbero anche troppo appassionatamente teneri i versi in cui il poeta chiama la vita rallegrata da quella donna simile a quella che nel cielo indìa. Come mai il senno eterno potrebbe sdegnare di vestir di sensibili forme quest'idea e farle provar fra caduche spoglie gli affanni di funerea vita? Sì che nè l'autorità del Giordani, nè quella del Ranieri, che disse ad un amico aver il poeta intitolato da prima A la libertà questo Canto, nè quella de lo Zerbini che anch'esso volle vedervi adombrata la libertà, valgono a sostenere tale supposizione, accettata tuttavia da molti. Nè pur interamente persuasiva mi par l'altra asserzione che la donna sia la felicità (v. G. Mestica), benchè infine pel poeta l'amore d'una vera donna e la felicità sieno tutt'una cosa. Una osservazione importante è quella fatta da lo Straccali e dal Cesareo, e cioè che la Canzone A la sua donna ne l'edizione del 1824 è posta dopo l'Inno ai Patriarchi, ne le edizioni seguenti e ne la definitiva napoletana venne separata dal gruppo de le poesie civili e posta fra quelle filosofiche e amorose.

L'idealità platonica inspira questa Canzone, la quale tuttavia lungi da l'essere una fredda reminiscenza, sorge dal più intimo del cuore di Giacomo. Questi fin da la sua adolescenza aveva sentito vivissimo ne l'animo il desiderio d'amore, e da l'amore aspettava quell'ineffabile felicità che, illuso, credeva possibile ai mortali, ma che gli sfuggiva dinanzi quando più gli pareva d'esserle presso: la Geltrude Cassi, cui può darsi ch'egli pensasse ne lo scrivere i versi:

. . . . . . . . . s'anco pari alcuna

Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella

Saria così conforme assai men bella,

o non si era avveduta del suo affetto o non se n'era curata; la Fattorini era morta; ed altre forse ch'egli ammirava, come la Basvecchi, non lo credettero degno d'un loro sguardo. A lui, tenerissimo ed immaginoso, doveva più che ad altri mai arridere una fantastica sembianza di donna bellissima e virtuosissima, capace di render beata la vita a l'amante; questo fu il solo, vero, costante suo amore; non mentì più tardi, asserendo ad Aspasia di non aver amato lei, ma quella diva ch'ebbe vita soltanto nel suo cuore; di questa ricercava avidamente un'immagine reale ne le donne, che gli furon più care. Ne la Canzone A la sua donna egli ebbe in animo di esaltare quel femminile eterno che da Dante a Goethe arrise ai poeti; avverata, quella sua dilettissima immagine e pienamente conforme a la sua idea, sarebbe tuttavia men bella assai, per questo solo che sarebbe reale e che il suo incanto maggiore è la luce di sogno che l'avvolge, il suo fascino è la lontananza, il mistero, l'essere irraggiungibile, inafferrabile.

Il De Sanctis, lo Zumbini, lo Zanella, il Bonghi, il Sesler, il Borgognoni, il Colagrosso, il Bacci, lo Straccali, il Cesareo, il Della Giovanna, il Fornaciari, ec., interpretano tutti la Canzone A la sua donna come rivolta ad un ideale femminile.

***

La monotonia de la vita di Giacomo veniva rotta dal suo primo viaggio a Roma che non gli dava però alcuna di quelle soddisfazioni del cuore, cui egli aspirava. La zia Ferdinanda era morta, le donne ch'egli poteva frequentare gli parevano bestie femminine, eccessivamente frivole e dissipate, incapaci d'inspirare un interesse al mondo. Il teatro lo dilettava, concedendo al suo spirito l'illusione d'un mondo diverso dal reale,[84] e La donna del lago, data a l'Argentina ed eseguita da voci assai buone, gli parve una cosa stupenda: «Potrei piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso, giacchè mi avvedo pure di non averlo perduto affatto» — scriveva a Carlo a proposito di questo spettacolo (5 febbraio 1823). — Profonda impressione gli faceva il ballo, che gli sembrava comunicasse a le forme femminili un non so che di divino.

Al ritorno a Recanati la sua malinconia si fa più nera. E pure, in tanto sconforto, la grandezza del suo cuore trionfa ed egli ama ancora la virtù. «En vérité, mon cher ami, le monde ne connait point ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu, comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissants, bienfaisants, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible (car je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus heureux?...»[85]

Poco profonda, benchè non discara, l'impressione che gli restava del viaggio di Milano. Ben altra cosa può dirsi de la dimora del poeta in Bologna: la tenera simpatia per Marianna Brighenti gli rendeva piacevolissime le ore e le serate ch'egli soleva passare in casa de l'avvocato modenese; questo fu il più dolce suo affetto in quella città, poichè a la dolcezza di esso non venne a fondersi alcun sentimento amaro. Poco fortunato egli fu nel suo affetto per Madama Padovani, affetto rimasto fino a poco tempo fa ignoto ai biografi e di cui diede cenno per primo Camillo Antona Traversi[86] ne l'articolo Gli amori bolognesi di G. Leopardi, pubblicato nel periodico Lettere ed Arti (Bologna, 15 novembre 1890); notizie maggiori ne diede il dottor Franco Ridella nel suo libro Una sventura postuma di G. Leopardi.

Esaminando accuratamente l'Epistolario leopardiano, il Ridella ne ricavò tutto quanto a questo proposito se ne poteva trarre, provando come fosse senza dubbio quella Madama Padovani la strega tanto bella, giovane e graziosa di cui parla il Leopardi ne la lettera 3 luglio 1827 al Papadopoli; ma non riuscì nè a saper chi fosse la Padovani, nè ad averne altrimenti contezza.

Ricercando notizie di questa signora a Modena, dove, secondo afferma il Leopardi stesso, viveva il marito di lei, da documenti e da testimonianze orali seppi ch'ella fu senza dubbio alcuno una Rosa Simonazzi, di Antonio e di Domenica Cavazzuti modenese. Rimasta in assai tenera età orfana di padre, fu educata da la madre insieme al fratello Natale, nato il 17 dicembre 1799. Di diciott'anni a pena, nel 1820, secondo i documenti che si trovano ne l'ufficio di Stato Civile a Modena, fu sposa ad un impiegato modenese, Luigi Padovani di Pellegrino e de la Paola Verzoni, ispettore de la civica illuminazione e discreto suonatore di chitarra, maggiore di lei d'undici anni, onesto, buono, di condizione modestissima, per quanto di poi la Rosa si facesse chiamare Madama. Nei primi tempi del matrimonio ella attese a la casa ed ebbe un figlio, Antonio; ma poi, bella, di un brio indiavolato, leggiera, avida di piaceri e di lusso, sentendo lodare la sua voce e la sua naturale disposizione a la musica, tolte a pretesto le condizioni economiche disagiate e la speranza di far fortuna, volle andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Aggiungo che per motivi di gelosia fu divisa dal marito; non so precisamente in quale anno avvenisse la separazione, ma ho ragione di credere prima del 1826. A Bologna la Rosa si allogò, dopo aver dimorato qualche tempo in altra casa, presso quel Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore al servizio di Napoleone I ed avea cantato molti anni prima anche a Modena ne l'opera semiseria La Griselda di Paer lasciando ottima memoria de l'arte sua e de la voce. In casa di lui (Casa Badini presso il teatro del Corso), già vecchio, ma povero malgrado i suoi trionfi e costretto a tener pensione per vivere, la Rosa si trovò con Giacomo Leopardi. La signora era molto amica de la famiglia Stella, scrivendo a la quale Giacomo spesso la nomina; può darsi anzi che per mezzo de gli Stella egli conoscesse la Padovani, poichè appar certo che la conobbe prima ancora ch'ella andasse ad abitare ne la sua stessa casa; infatti il 26 marzo del 1826 egli scrive ad A. F. Stella: «Debbo fare a Lei e a tutta la sua famiglia i complimenti di Madama Padovani, che abita ora qui ne la mia stessa casa e al mio stesso piano.»

La Padovani era una donna del tipo che inspirò le più ardenti passioni del Recanatese, di cui gli amori tutti ideali e quasi celesti furono rivolti a fanciulle belle, pure e infelici, ma gli amori reali, di natura terrena benchè onesti, ebbero per oggetto donne da le forme giunoniche, da l'aspetto florido, dal portamento regale, da gli occhi luminosi e arditi, superbe e liete come dee de la classica antichità. Tale era Madama Padovani: di statura alta e di forme scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi, scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina, di mordacità. Orgogliosa de la sua avvenenza, di nulla si compiaceva come d'essere ammirata e adorata, e probabilmente nè anche l'omaggio del giovane contino le riuscì discaro, per quanto ella non comprendesse affatto nè l'ingegno, nè l'animo di lui. Ma ella era troppo lontana moralmente da la donna ch'egli vagheggiava per potergli piacere a lungo: bella, non altro che bella, doveva colpirlo al primo momento, lasciarlo poi disgustato; quali altre cagioni di sdegno per lei ebbe il Leopardi (par certo che ne ebbe), rimane un mistero. Desideroso di farle cosa grata, egli chiese per lei un biglietto, probabilmente per qualche accademia o spettacolo, al conte Carlo Pepoli. Ma fra questa domanda e la risposta del Pepoli qualche cosa dovette accadere che cambiò affatto i sentimenti del Leopardi verso la Padovani; un atto di sprezzo o di dileggio di lei? Non è improbabile, perchè la sua educazione era tutt'altro che fine e perchè l'animo del Leopardi, così dolce e così costante, solo da un'offesa al delicatissimo suo amor proprio poteva così improvvisamente esser mutato.

Al Pepoli infatti scrive ne l'aprile 1826 che lo ringrazia del biglietto che gli ha mandato e de le cure che si è voluto prendere per l'altro biglietto richiestogli e lo prega di non darsi altro pensiero di questa cosa, chè egli non vorrebbe veramente far trasgredire al segretario le sante leggi per proprio piacere. Gli dà, su la Signora, dei ragguagli certamente dimandati da l'altro; e ne le sue parole si sente un accento di poca stima e di poca simpatia; non certo un affetto presente, ma piuttosto un affetto deluso, che ha lasciato soltanto de l'amarezza: «La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per un paio d'occhi che a me paion belli e per una persona che a me e ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa cosa....»

Forse il Pepoli aveva detto che se si fosse trattato di una persona di grande distinzione si sarebbe potuto eccezionalmente ottenere il biglietto.

Ne la lettera a lo Stella del 17 maggio 1826 si fa cenno ancora di Madama Padovani, che è contenta di Bologna e fa progressi sufficienti ne la musica, ma è naturale che anche senza aver più per lei nessuna simpatia, il poeta la nomini a quegli amici di lei, da cui probabilmente gliene erano state chieste notizie. Così a Luigi Stella ne la lettera 25 luglio 1826 fa un cenno asciutto de la signora: «Madama Padovani è ancor qui, ed ho cagion di credere che vi stia contenta.» Ha cagion di credere, ma non ne sa più nulla di preciso. Più tardi, tornato a Bologna ne la primavera del 1827, ancor più asciuttamente rispondeva a lo Stella: «Madama Padovani è qui ancora. Essendo morto il suo e mio albergatore, ha mutato alloggio; ed io non l'ho veduta dopo il mio ritorno; ma so che sta bene.» Molto ragionevolmente il dottor Ridella crede che Giacomo alluda a la Padovani ne la lettera al Papadopoli 3 luglio 1827, in cui gli dice che non sa perchè voglia dubitare de la sua costanza nel tenersi lontano da quella donna; quasi si vergogna a narrare che ella, non vedendolo più andar da lei, mandò a domandargli sue nuove, ed egli non ci andò; che dopo alcuni giorni lo invitò a pranzo, ed egli non ci andò; che partì per Firenze senza vederla, che non la rivide più dopo la partenza del Papadopoli da Bologna; e si vergogna a raccontar questo, perchè par ch'egli voglia provar una cosa di cui l'altro gli fa torto a dubitare; aggiunge infine: «Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono tanto grandi che ci vuol molta forza a resistere.»

Poichè il Leopardi aveva una naturale e delicata ritrosia a confidare le offese fatte al suo amor proprio, non è probabile ch'egli avesse parlato al Papadopoli del fatto che era stato causa de la rottura fra lui e la Padovani; e non parrebbe inverosimile che di questo fatto quell'amico fosse testimonio, cosa che spiegherebbe sempre più la ferma durezza del Leopardi verso quella donna. Un ultimo cenno su la Padovani si trova in una lettera di Paolina, a la quale il poeta doveva aver parlato di quella sua conoscenza. Il 15 febbraio del 1828 la sorella di Giacomo, a proposito di cantanti, narravagli che la sua Madama Padovani[87] aveva fatto il primo teatro a Torino in quell'autunno e con buon esito, ed aggiungeva: «Ma a te che te ne importa? Io già lo so che non te ne importa niente, ma io sempre mi ricordo dei tuoi racconti, delle tue conoscenze.»

La Rosa datasi a l'arte parve riuscire discretamente, ma non lasciò alcuna fama di sè, il suo nome rimase sconosciuto anche ai più diligenti e minuziosi ricercatori di notizie teatrali. Solo ho potuto sapere ch'ella cantò a Milano nel 1829 (reduce da Torino) ne l'opera Zelmira, eseguendo la parte di Emma, confidente; ma con poco buon esito, tanto che non fu più scritturata. Pare inoltre da le notizie di quei tempi che anche a Torino fosse piaciuta poco. Per questo essa fu costretta di recarsi a l'estero e di cambiar nome; sì che rimanendo ignoto il pseudonimo da lei preso, manca ogni mezzo per ulteriori ricerche. Alcuni Modenesi già innanzi con gli anni ricordano d'aver sentito parlare di lei artista, rammentano ch'ella fu lungamente a l'estero, specie in Russia, a Mosca, di dove però fece ritorno tanto povera ch'ebbe bisogno di chieder più volte sussidi al comune. Morto Luigi Padovani il 24 maggio 1869, la Rosa il 2 giugno de lo stesso anno domandò una pensione al Municipio; la supplica, che si conserva ne l'archivio comunale di Modena, è corredata da una fede di nascita da cui resulta che la postulante fu battezzata ne la parrocchia di San Bartolomeo in San Barnaba nel 1795, mentre dagli atti matrimoniali appare nata nel 1802; non ho potuto chiarire questa sconcordanza, ma su l'identità de la persona non v'ha dubbio. La Rosa ottenne la pensione che fu di lire settecento venti annue e la godette solo per poco più di due anni, perchè il 18 settembre 1871 finì di vivere. Un vecchio professore, il quale la conobbe personalmente afferma che già carica d'anni e di malanni era tuttavia sempre bellissima e allegra, tanto da far immaginare quale splendida creatura avesse dovuto essere in gioventù; ed asserisce d'averla sentita ricordare Giacomo Leopardi e vantarsi d'averlo intimamente conosciuto, con tali parole da lasciar comprendere chiaramente che ella era stata amata dal poeta; e questo è pure narrato da una vecchia parente de la Padovani. A porre in dubbio l'amore del poeta per la cantante non vale il notare che fra la data de la lettera al Pepoli (aprile '26) e quella de la lettera al Papadopoli (3 luglio '27) corre il periodo de l'amore per la Malvezzi, perchè quando il poeta scriveva la prima, la sua fugace passione per la cantante era già svanita; nè è strano che ancora nel '27 il Papadopoli gli chieda de la Padovani, perchè, stato quasi sempre assente da Bologna, egli probabilmente nulla poteva sapere de l'amore che l'amico suo aveva provato per la Malvezzi. Nè più valore avrebbe l'obbiezione su l'età de la Padovani (la strega, dice il Leopardi, è giovanissima); ora è quasi certo che nel '27 la Padovani aveva venticinque anni; ma ne avesse pur avuto qualcuno di più, qual meraviglia che, bella come era, apparisse giovane assai al Leopardi che amò la Cassi ventiseienne, la Malvezzi già sui quaranta, la Targioni Tozzetti già oltre i trenta.

Più veemente ed altrettanto infelice fu l'amore del Recanatese per la Malvezzi, la colta dama, di cui lo spirito, la grazia e la pietosa affabilità affascinarono il poeta fino a illuderlo ch'ella potesse, se non corrispondere, compatire al suo amore.

***

Le Operette morali come i Canti, benchè con intento più satirico, ci danno l'immagine de l'animo del poeta, dipingendoci la sua visione del mondo; però assai più di rado vi si riaffacciano la donna e l'amore, a punto perchè più difficilmente il Leopardi osa ridere di essi che di ogni altra cosa. Anzi ne la Storia del genere umano, che è quasi un proemio a tutta l'opera, dopo aver tutto negato e deriso, chiude con l'innalzare un vero inno a l'amore celeste e con tanto sincero entusiasmo, che fa quasi pensare aver egli scritto tutta la prosa per giungere a questa chiusa, come si dice scrivesse la canzone All'Italia per rifare il Canto di Simonide; ma mentre quest'ultima canzone manca di euritmia fra le parti, La storia del genere umano è ammirabile così per la proporzione, per l'ordine, per la grazia e per la finezza de l'arte, come per l'alta poesia. «Quando viene in sulla terra (l'amor celeste), sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità ed empiendoli di affetti sì nobili e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.» La storia de l'infelicità umana, che è resa in questa prosa secondo il mito pagano, è narrata secondo il mito cristiano ne l'Inno ai Patriarchi; ne la prima il Leopardi si rifugia, come in un ignorato eliso, nel suo sogno d'amore; ne la seconda gli arride lontana l'età de l'oro, in cui l'umana stirpe visse ignara del suo destino: qui e là un sogno lo consola del vero. La Storia del genere umano, ampliata a significar le sorti de l'intera umanità, è la storia de l'uomo, o meglio la storia del Leopardi, felice ne la prima infanzia, quando la vita è solo vegetativa, men felice, ma bella ancora ne la prima adolescenza, quando l'immaginazione fingeva a lui di là dai monti del suo orizzonte, arcani mondi, arcana felicità. A quei viaggi de gli uomini antichi, i quali vanno visitando lontanissime contrade, corrispondono gli studi di Giacomo, i quali limitano intorno a lui l'universo che lo aveva affascinato con le apparenze de l'infinito e gli fanno, come a quegli antichi, crescere la mala contentezza sì che, non ancor uscito da la gioventù, egli è occupato da l'espresso fastidio dell'esser suo; e come quelli a questo fastidio cercavano un rimedio ne la morte, così egli siede presso la fontana del giardino paterno, pensoso di finire in quelle acque il suo dolore. Giove propaga i termini del creato e lo adorna; così gli studi accrescono l'orizzonte intellettuale del Recanatese, ma il rimedio è peggiore del male, poichè le vaghe immagini e il popolo dei sogni sfuggono dinanzi a lui; e come gli antichi cadono ne l'empietà, così egli perde la fede e se ne consola adorando i divini fantasmi de la virtù, de la gloria, de la patria, insieme ai quali lo alletta per la prima volta l'amore reale. Come quelli egli darebbe volentieri il sangue e la vita per tali fantasmi, ma la sapienza, o meglio, per lui, la meditazione filosofica, lo accende del desiderio de la verità, e questa gli toglie ogni gioia, ogni conforto, gli mostra la vanità di tutto, e solo altissimo sollievo gli rimane l'amore, non materiale come prima, ma ideale e purissimo. Questo sogno di un affetto quasi celestiale fa ripensare a quella specie di delirio e di febbre da cui fu preso, quando l'intima conoscenza de la Malvezzi gli fece sperare d'aver trovato un sublime ricambio d'affetto.

La Storia del genere umano al Bouché Leclercq rammentò quei quadri de la scuola bolognese in cui un'apparizione celeste aleggia sopra le figure principali e manda riflessi luminosi fin ne gli angoli più oscuri.[88]

Ma dopo l'inno, la satira; dopo l'entusiasmo del desiderio e il felice delirio del cuore e de la fantasia, il disinganno e un'amarezza, un disdegno che non son quasi che il rovescio di quell'amore e di quel delirio.

Ne l'argutissima Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi una freccia pungente è rivolta contro le donne, incapaci di fedeltà. Oh in quel sarcastico sorriso quanta mite malinconia! Come egli l'ha cercata dovunque quell'adorabile donna che non si trova; come l'ha vagheggiata persino ne le pagine del conte Baldassar Castiglione, ed ha invidiato dal profondo de l'animo appassionato e deluso Pigmalione antico che si potè fabbricare la sposa colle proprie mani; e come gli si stringe il cuore nel non trovar per essa un miglior paragone che l'araba fenice del Metastasio! La donna fedele e che può render felice l'uomo è ancora da inventare; cinquecento zecchini de la cassetta di Diogene (proverbialmente misero) a chi ne sarà l'autore.

Scrivendo questa prosa il Leopardi doveva essere in uno de' suoi momenti meno tristi, poichè un sincero umorismo lo inspira. Si sente, come dice il Bouché Leclercq, qu'il a des larmes dans la voix, si sente ch'egli ha sofferto per colpa dei motteggi e dei biasimi di amici falsi, ch'egli ha sofferto nel sentirsi solo in quella sua alta aspirazione a le opere virtuose e magnanime e sopra tutto ch'egli ha anelato con tutta l'anima a l'amor sincero di una donna, ma la serenità del suo spirito gli permette di scherzare sui suoi errori e su le sue delusioni.

Alcune prose del Leopardi e questa sua Proposta di premi, fra le altre, provano quale squisito umorista egli avrebbe potuto essere, se non fosse stato così sconfinatamente infelice; invero quanta felice arguzia in quell'enumerazione di macchine, che si spera saran trovate col tempo: parainvidia, paracalunnie, filo di salute, che scampi da l'egoismo, dal predominio de la mediocrità, da la prospera fortuna de gl'insensati, de' ribaldi e de' vili, da l'universale noncuranza e da la miseria de' saggi, de' costumati e de' magnanimi; e quanta ancora nei premi immaginati!

Nel soggettivismo schietto ritorna il Leopardi col dialogo de La Natura e di un'anima. Lo spirito, cui la natura dice: vivi e sii grande e infelice, è quello stesso del Leopardi, che desolato di riconoscere vano il suo immenso desiderio di felicità e di sentire ne la propria eccellenza, ne la finezza del suo intelletto, ne la vivacità de la sua immaginazione, altrettante cause d'ineffabile soffrire, sconfortato de la gloria stessa, che non si ottiene in vita e talora nè pure in morte, nè anche da gli eccelsi, maledice la sua grandezza e chiede d'esser conforme al più stupido, insensato spirito e di morire il più presto che si possa.

Non così avrebbe maledetto la vita e l'ingegno, se il sorriso di una Elvira gli avesse aperto il cuore a l'agognata felicità: il paradiso in cui egli avrebbe veduto cangiarsi la terra desolata, non sarebbe stato eterno; ma la visione e il ricordo di esso avrebbero salvato l'infelice da la disperazione.

A l'uomo, cui manchino la potenza di agire e gli affetti, qual rimedio rimane contro la noia, se non i sogni e le fantasticherie? Così il Leopardi nel dialogo Torquato Tasso e il suo gemo familiare (imitazione, ma piena d'originalità, del Messaggero de lo stesso Torquato); il Tasso del dialogo è sempre il Tasso del Canto ad Angelo Mai; mandandolo in terra il cielo preparava a gli uomini l'esempio d'una mente eccelsa, a lui dolore, non altro che dolore, nè pur dal dolcissimo canto confortato. E che è questo Tasso se non il Leopardi medesimo?

Nel dialogo, il Tasso tocca del suo amore per Leonora, e ne le parole di lui senti la voce stessa del Recanatese. Questo dialogo chiarisce la natura di quasi tutti gli amori leopardiani: l'amata gli pare da vicino una donna, da lontano una dea, e quel che più gli duole è che le donne stesse tolgano ogni splendore a l'immagine loro ch'egli si forma con la fantasia: ne l'amore, come in tutto, il vero doveva avvelenargli l'ideale. Quando egli sogna la sua donna, sfugge il giorno dopo di rivederla chè, se pur la rivedesse pari nel volto, ne gli atti, ne la favella a l'immagine sognata, non sarebbe più la stessa, avrebbe perduto gran parte del suo incanto.

Se l'utilità de i sogni e de le fantasticherie è solo quella di consumare la vita, questo è pure l'unico intento che ci si possa proporre. Lo spirito del Leopardi ne la dolorosa meditazione s'inasprisce: dal sogno, al dolore; dal dolore a l'amarezza; da l'amarezza, al sarcasmo; ecco la storia di quell'anima. Così qui il dialogo tutto ha un'intonazione malinconica e dolce, la chiusa è aspramente sarcastica. Dove sei solito abitare? — chiede Torquato al suo genio. — In qualche liquore generoso, — risponde questo; — da prima il Leopardi aveva scritto nel tuo bicchiere.

Ma il sarcasmo non dura, non può essere abituale in quell'animo altamente buono, che si ritrae in Filippo Ottonieri così originale e profondo ne' suoi giudizi sul mondo e su le umane sventure.

Chiarendo l'ironia di Socrate, il Leopardi spiega la sorte sua: nato con disposizione grandissima ad amare, ma per la sciagurata forma del corpo disperato di poter ottener altro che amicizia, e per la stessa ragione poco atto ai pubblici negozi, e pur dotato d'ingegno grandissimo, che accresceva fuor di modo la molestia di queste condizioni, come Socrate anche il Leopardi si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità de' suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir così, nella vita. Ma anche in lui la mansuetudine e la magnanimità innata fecero che l'ironia non fosse sdegnosa ed acerba, ma piuttosto riposata e dolce. Le occupazioni, fossero negozi o trastulli, eran ugualmente passatempi per lui, che ai piaceri reali anteponeva d'assai quelli de le false immaginazioni; tutte infelici gli parevan le condizioni de la vita e tutte press'a poco ugualmente povere di beni e ricche di mali, nè rimedio a questi era per lui la filosofia. Come l'Ottonieri, l'autore è un ingegno singolare, che si compiace di scostarsi dal comune de gli uomini e che pur disprezzando nel suo pessimismo e l'umanità e la natura e l'universo, non sa odiare, anzi è naturalmente e quasi inconsciamente disposto a sentimenti affettuosi, i quali non lo compensano, ma lo consolano, alcun poco de gli affetti eroici ed ardenti per cui si sentirebbe nato, e che fortuna e natura gli negano. «Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benchè non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, ne forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno fuorchè me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri.»

***

A Firenze il Leopardi provò l'ultima terribile passione de la sua vita, un amore ardente come il primo, ma di cui l'illusione durò ben più, e ben più tormentose furono le sofferenze che gliene vennero, quando quel caro inganno gli fu strappato a forza. Alcuni credettero che la donna amata a Firenze dal Leopardi fosse la Carlotta Lenzoni de' Medici, altri la Carlotta Buonaparte. Paolina Leopardi per prima immaginò che de la Buonaparte il poeta fosse innamorato; egli stesso lo nega in una lettera a Carlo.

La Lenzoni, gentildonna abbastanza colta e amantissima de gli studi, radunava in casa propria i più insigni letterati ed artisti di Firenze, fra i quali il Sismondi, il Tenerani che per lei scolpì la Psiche, il Niccolini, il Carena, il Leopardi; amico pure le fu il Giordani. Ella è nota specialmente perchè restaurò la casa di Giovanni Boccaccio, di cui aveva fatto acquisto. Su i rapporti di lei col Leopardi non molto ora si sa, forse le lettere di lei al poeta rimaste al Ranieri diranno di più; ad ogni modo ella fu certo ospitale e gentile verso il Recanatese; ma quel che fu detto e recentemente sostenuto dal professore A. De Gubernatis cioè che ella fosse l'Aspasia, non mi appar probabile. Il sapere che la marchesa Carlotta era amabile, colta, che aveva un albo di autografi preziosi, di cui qualche cosa deve rimanere ancora e in cui scrisse il Leopardi; il ricordo de le sale veramente ricche e profumate del palazzo di lei, la sua amicizia pel poeta, sono insufficienti a farnelo creder innamorato de la dama, mentre molte ragioni avvalorano l'opinione che Aspasia fosse la Fanny Targioni-Tozzetti, de la quale certo furono intimi durante la loro dimora a Firenze il Ranieri e il Leopardi. Conferma che non fosse la Lenzoni il difetto di lei che, essendo gobba, benchè del resto piacente, non avrebbe potuto esser chiamata dal Leopardi così verista beltade angelica, fonte d'ogni altra leggiadria, sola vera beltà, la più bella fra tutte le donne; debbo aggiunger qui però che altri vuole la gibbosità fosse un'amabile invenzione de le buone amiche de la dama, la quale soleva stare un po' curva. Ella quando conobbe il poeta era tra i 45 e i 47 anni. Riguardo a l'albo, l'uso ne le dame d'averne uno era comunissimo e l'aver il Leopardi scritto in quello di lei, poco prova dopo quanto si dirà de la Targioni.[89] Questa era vicina di casa del Leopardi, abitava in via Ghibellina; donna giovane ancora, poco più che trentenne quando lo conobbe, di rara bellezza, univa ad essa una grande amabilità e una perfetta arte di piacere. Antonio Targioni-Tozzetti suo marito, professore ne l'Arcispedale di Santa Maria Nuova e ne l'Accademia di Belle Arti, accademico de la Crusca e direttore del giardino botanico, godeva di gran fama e riuniva spesso in casa sua uomini insigni. Accolto con la gentilezza abituale nei Targioni, e anzi maggiore per il nome già illustre che possedeva, Giacomo vi si trovò assai bene e ammirò la leggiadria e la grazia de la Fanny e l'ingegno del professore. Quando poi la primavera, come sempre, gli avvivò le forze e lo spirito, la simpatia per quella donna divampò in amore. Tutto fa credere che fosse la Targioni la bellissima e amabilissima signora per la quale il poeta con tanta premura domandava e raccoglieva autografi; anzi a questo proposito è da notarsi che per accontentar lei il Leopardi si fece mandare da Paolina il protocollo de le lettere a lui scritte da vari letterati e che di queste lettere anteriori al marzo del 1830, se ne trovarono tre fra le carte di casa Targioni-Tozzetti, nessuna fra quelle dei Lenzoni. La passione risvegliatasi ardentissima nel Leopardi gli fu da prima causa di inenarrabili dolcezze, il suo animo sereno e lieto come non era stato mai, dava adito persino a un compatibile sentimento di vanità, o di cura almeno de la propria persona, poichè certo il poeta pensava a la donna cui avrebbe voluto piacere, quando scriveva a Paolina (21 agosto 1830) d'aver fatto ridurre a l'ultima moda il suo abito turchino, e si compiaceva che paresse nuovo e gli stesse molto bene.

Il Pensiero Dominante ci rivela lo stato d'animo di lui durante il primo periodo di questo suo affetto: il pensiero amoroso lo domina interamente, terribile ma caro dono del cielo; tutti gli altri si dileguano, tutte le opere, tutta la vita son divenute un nulla, una noia intollerabile in confronto a la gioia celeste che quello gli procura; le solite meditazioni, le solite compagnie divenute incresciose, il poeta non intende più come altri possa aver desideri, sospiri non somiglianti al suo. La morte che mai gl'increbbe, gli par ora un giuoco, e la sdegnosa delicatezza de l'animo suo che ha sempre disprezzato i cuori ingenerosi, abbietti, ora è mossa più che mai a subitaneo sdegno da ogni esempio di viltà. L'amore gli pare la sola discolpa al destino, che ci ha posto in terra a soffrire tanto senza frutto, e non indegno l'aver sostenuto tanti anni una così misera vita per giungere in fine a cogliere tali dolcezze; anzi esperto di tutti i mali umani ricomincerebbe il corso de l'esistenza, pur che conducesse a tal meta. In quel nuovo paradiso dimentica lo stato terreno ed è beato di sogni quali han forse gli esseri immortali. Ma il dolce stato d'animo poco dura e ben presto il poeta non sospira più l'amore soltanto, non crede più ch'esso basti a rendere ad ogni modo sopportabile la vita, bensì ripensando al verso di Menandro:

Muor giovane colui ch'al cielo è caro,

agogna due cose belle, amore e morte: l'uno il più grande dei beni, l'altra fine d'ogni male; ai fervidi, ai felici, a gli animosi ingegni, il poeta augura o l'uno o l'altro di questi dolci signori,

Al cui poter nessun poter somiglia;

per sè, con tenerezza ineffabile, invoca la morte pietosa, certo ch'essa lo troverà orgoglioso, renitente al fato, non benedire al poter che l'opprime, gittar da sè ogni speranza vana, ogni conforto stolto, aspettar solo serenamente l'ora in cui poter piegare addormentato il volto nel seno virgineo de la funebre dea.

Questa fu la più vera e terribile passione del Leopardi, e si ricollega a gl'impeti del primo amore, ai deliri per la Malvezzi; è una passione pura, ma tutta umana, che probabilmente il poeta, sempre riserbatissimo e timido, perchè conscio de la propria inferiorità materiale e dei doveri de l'ospitalità, non palesò mai a la donna cara, ma ch'ella dovette comprender benissimo, poichè il Leopardi stesso aveva certa coscienza di esser stato capito.

Le debolezze, cui per tale passione egli si lasciò andare, furon tali che non la donna soltanto, ma anche gli amici di lui compresero il suo secreto e si dolsero e del suo soffrire e del suo non saper resistere a quel disgraziato affetto. Obbligato a seguir l'amico Ranieri a Roma il 1º ottobre de l'anno 1831 e a restar là cinque mesi e mezzo, si duole di quel soggiorno come di un esilio acerbissimo. Malgrado le spiegazioni che ne furon date, mi pare che di questo viaggio non si sia ancora chiarita sufficientemente la ragione. Il romanzo di cui parla Giacomo al fratello Carlo (15 ottobre 1831) è certamente un romanzo suo, suo così il dolore e sue le lacrime; infatti come altrimenti avrebbe scritto: «Se un giorno ci rivedremo forse avrò forza di narrarti ogni cosa»; e noto pure che ne l'altra lettera de l'ultimo de l'anno 1831, scusandosi col fratello di tacere ancora su le cose che quegli gli aveva dimandate, e cioè, come appare dal contesto, su le cause del suo viaggio, gli dice: «Troppo lungamente dovrei scrivere per informarti del mio stato in maniera sufficiente.» Gli aveva chiesto la Fanny d'allontanarsi per qualche tempo? Non mi pare improbabile. Una volta sola, da Roma, egli le scriveva; ed è una lettera rispettosa, riservata, ma ne la quale chi abbia bene studiato il carattere di lui, intravede un profondo sentimento, specialmente se la confronta con le lettere ad altre donne che pure senza dubbio egli amò, per esempio con quella da Recanati a la Malvezzi: non scrisse prima per non darle noia, ma non vuole che il silenzio le paia dimenticanza, benchè ella forse sappia che il dimenticar lei non è facile. Le parla di sè e de le proprie idee con effusione e poi si duole di rattristar con esse lei che è bella e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita e trionfar del destino umano. S'ella si degnerà di comandargli sarà per lui una gioia e una gloria di servirla. Il 22 marzo era di nuovo a Firenze e passò alcuni giorni lieti; la sua stima per la Fanny non era forse profonda, ma l'amore diveniva intollerabilmente appassionato così ch'egli non viveva che per quella donna, dimenticando dinanzi a lei il proprio orgoglio, la propria fierezza e quasi la propria dignità. La Fanny, annoiata di quella passione, seccata forse da le ciarle che se ne facevano, non trattò più il Leopardi con la consueta gentilezza, ma non per questo riuscì ad intiepidirne l'affetto. Ne l'agosto del 1832, lontana la Targioni che era a Livorno pei bagni, lontano il Ranieri ch'era a Bologna per seguire la Pelzet; ammalato, mancante di mezzi di sussistenza al punto d'aver dovuto chiedere l'assegno a la famiglia, Giacomo si sentiva tuttavia rivivere, ricevendo un biglietto de la donna amata, cui rispondeva una lettera timida e rispettosa anch'essa, ma che rivela ancor più de l'altra il suo stato d'animo. Vi dice fra l'altro: «Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole, solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle, nè degne dell'uomo... Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro.»

L'autunno e l'inverno passarono tristemente pel poeta sempre più malfermo in salute e sempre innamorato. Quale fosse l'epilogo di quest'amore non si sa. Nel maggio del 1832 il Leopardi era sempre accolto con gentilezza e premura dai Targioni; infatti parla certo di loro ne la lettera a Paolina (22 maggio 1832), annunziandole d'averle mandato il pus che Carlo desiderava, avuto da lui per mezzo di uno dei primi medici di Firenze. E la gentilezza più ancora che del Targioni era de la Fanny, la quale s'era provveduta di quel pus per mandarlo ad un suo fratello; poi per fare un piacere al Leopardi, glielo aveva ceduto, aspettando di averne più tardi de l'altro.

Certo la fine di quest'amore fu una delusione compiuta che portò ne l'animo del Leopardi un dolore disperato, e lo persuase a seguire il Ranieri a Napoli. Altri vuole che il Ranieri stesso, il quale era molto ne le grazie de la Fanny, dopo aver incoraggiato l'amore de l'amico e pregato la donna ad essergli compassionevole, finisse con lo svelare a l'infelice come ella, facendosi giuoco di lui, non ristesse dal canzonarlo coi conoscenti. Il poeta perdette allora persino la speranza ne la pietà de l'amata, persino la fede ne la gentilezza de l'animo di lei e scrisse i versi A sè stesso, i più tragicamente desolati che sieno usciti dal suo cuore e forse da cuore umano. Calmata quella tempesta, più tardi a Napoli, ne la primavera del 1834, ricordando, scriveva l'Aspasia e nascondeva sotto questo nome la donna amata, perchè bella, colta, ospitale. La immagine di lei gli riappare spesso, visione superba, e il profumo di una piaggia fiorita, di una via cittadina olezzante di fiori, gli risveglia sempre il ricordo dei vezzosi appartamenti tutti odorati di fiori primaverili in cui la vide con una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli, circonfusa d'arcana voluttà, dotta allettatrice, scoccare baci sonanti su le labbra de' suoi bambini, stringerseli al petto e porgere a loro, ignari de le sue cagioni, il collo candidissimo.

Il ritratto che il Leopardi fa d'Aspasia è quello d'una donna ammirabilmente bella, civetta, di poco cuore e di non grande intelligenza. Che in questo ritratto vi sia alcunchè di soggettivo è certo; ma calmato il primo furore il poeta non parla più agitato da la passione, bensì ritorna con sufficiente calma ai giorni del suo amore e de le sue pene, una grande amarezza gli resta ne l'anima e un non celato disdegno di quella donna in particolare e de la donna in generale. Ne l'Aspasia, poesia sincera e originale se altra mai, v'è pur qualche cosa che rammenta L'amante rigettato del Baldovini (sec. XVIII), poesia che il Leopardi conosceva ed ammirava certamente, poichè l'accolse ne la sua Crestomazia poetica. Certo ben altro è il sentimento tragico del Recanatese, da lo scherzo dispettosetto e amaro del Baldovini; pur questo è, per dir così, la prima nota di quella gamma.

Pel Leopardi l'amante vagheggiava ne l'amata il proprio ideale inchinando ed amando questo in quella; conosciuto l'errore, s'adira ed incolpa a torto la donna:

. . . . . . . . Che se più molli

E più tenui le membra, essa la mente

Men capace e men forte anco riceve.

Aspasia non immaginò mai l'affetto e i pensieri da lei inspirati, nè mai potrà intenderli; quella ch'egli amò, è morta, e solo risorge talvolta per brevi momenti dal suo sepolcro, mentre l'Aspasia reale non soltanto è viva, ma tanto bella che a parer del poeta supera ogni altra donna. Ora mi sia permessa in fretta un'osservazione: che il poeta scrivesse questo Canto a Napoli ne la primavera del 1834 è certo, anche per quell'accenno al mare de l'ultimo verso; da le frasi bella non solo ancor, ma bella tanto al parer mio, che tutte l'altre avanzi, è chiaro che il poeta aveva riveduto e da poco la donna cara; come rivide la Targioni, se non uscì più di Napoli e, a quanto si sa, a Napoli ella non andò?

Il poeta, conosciute le arti e le frodi de l'amata da la dolce somiglianza di lei con l'ideale ch'egli s'era formato, fu indotto a tollerare un servaggio lungo ed aspro; ora ella si vanti d'aver posseduto il cuore di lui, d'averlo visto supplichevole, timido, tremante, privo di sè stesso, spiare sommessamente ogni voglia, ogni parola, ogni atto di lei, impallidire a' suoi superbi fastidi, brillare in volto ad un segno cortese, cambiare colore e sembiante ad ogni suo sguardo; l'incanto è caduto ed egli contento abbraccia senno con libertà, nè si duole d'aver amato poichè senza errori gentili la vita è una notte invernale senza stelle. Ma un infinito sdegnoso dolore senza conforto gl'inspira gli ultimi versi del Canto.

Il suo eccelso ideale de la donna rimane così oscurato da l'imagine di una donna reale, per la quale con l'amore venne meno in lui anche la stima, e quell'impressione dolorosa e cupa non può più cancellarsi da l'animo suo. Nei Pensieri (XXXIV) dirà che i giovani credono di rendersi amabili fingendosi malinconici e che la malinconia quando è finta può per breve spazio piacere, massime a le donne; ma che a lungo andare non piace che l'allegria, perchè il mondo ama non di piangere, ma di ridere; tacciando così, come nota il Castagnola, di crudeltà e di egoismo l'umanità, e, aggiungo, le donne in particolare, di cui ha soprattutto parlato. Altrove affermerà come le donne quasi tutte si cattivano e si conservano con la noncuranza e col disprezzo, col fingere di non curarle e non stimarle; e troverà la vita piena di genti che «mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono, che, voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono, e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.»[90] Dirà ancora che la donna è come una figura del mondo, del quale è propria generalmente la debolezza; che l'una come l'altro si acquista con ardire misto di dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente senza vergogna;[91] e scriverà: «Colle donne e con gli uomini riesce sempre a nulla, o certo è malissimo fortunato, chi li ama d'amore non finto e non tepido, e chi antepone gli interessi loro ai propri. E il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta.»[92]

Forse ne gli ultimi anni la fedelissima amicizia de la Tommasini, le tenere e devote cure de la Ranieri e la vera calma succeduta ne l'animo suo, quando fu in tutto e veramente acquietata la passione per Aspasia, modificarono questo suo pessimismo verso la donna, come parrebbe attestarlo la Canzone Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi, e in parte anche quella Sopra il ritratto d'una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima. Ne la prima forse il poeta ripensa a Silvia, a Nerina, morte anch'esse giovani e belle e, pur quasi convinto che la sepolta debba dirsi beata, sospira pensando al destino, chè ai più costanti un'alta pietà invade il petto nel veder perire una fanciulla, quando la regina bellezza si dispiega ne le sue membra e nel suo volto, il mondo le si inchina, la speranza le fiorisce ne l'anima. Ripensa al dolore de gli abbandonati che, perdendo la diletta persona, rimangono quasi scemi di sè stessi, e chiede a la natura come possa strappare l'amico a l'amico, il fratello al fratello, i figli al padre, a l'amante l'amore. Una dolorosa meraviglia e non già un egoistico compiacimento di veder distrutta una femminile bellezza, mentre la bellezza femminile l'aveva fatto tanto soffrire, è nel Canto Sopra il ritratto d'una bella donna; l'antitesi fra la figura de la vivente, dal dolce sguardo, dal labbro da cui par traboccare il piacere come da un'urna piena, da l'amorosa mano, dal seno che faceva impallidire la gente; e la morta ridotta a fango ed ossa, è terribile non meno pel poeta che pel lettore. In lui non è alcun misero e volgare sentimento di basso e vendicativo piacere; non è uno stecchettiano Canto de l'odio questo, è la meditazione austera e tragica del misterio eterno dell'esser nostro. Il disdegno è tutto rivolto a la natura e lo spirito è assorto ne l'eterno problema: se non siamo che polvere ed ombra come in noi così alti sentimenti? Se anche in parte v'è in noi qualche cosa di gentile, come i nostri moti e pensieri più degni son desti e spenti così facilmente da così basse cagioni?

***

Nessuna prova ci resta dei sentimenti che Giacomo Leopardi provò per Paolina Ranieri, confortatrice de gli ultimi suoi anni, solo sappiamo ch'egli la paragonava a la propria sorella e che faceva gran caso perfino del nome di lei: sì che non è troppo ardito il supporre che qualche luce di speranza e di tenerezza gli venisse da quella compagnia gentile e temperasse la desolazione de l'animo suo, il quale aveva visto svanire i più cari sogni nel nulla eterno e ne l'immensa vanità d'ogni cosa umana.

Tutta la sua vita passò in un inesaudito desiderio d'amore, e quasi mai egli potè avere nè pur l'illusione d'essere riamato: benchè tante altre cagioni di soffrire gli avessero dato la natura e la sorte, questa fu la più tremenda. Ardeva di trovar una donna che lo amasse e non credeva di poterla trovare; conscio con nobile orgoglio de la nobiltà de l'animo suo e de l'elevatezza del suo ingegno, conscio che questi sono i più alti doni che natura possa fare ad un uomo, non sapeva tuttavia persuadersi che bastassero a compensare a gli occhi di una donna la sua disavvenenza. E, desolatamente afflitto di questa, perchè la vedeva opporsi, come insuperabile ostacolo, fra l'anima sua e l'amore, sentiva la donna lontana, irraggiungibile, eterea. Così ad un periodo di entusiasmo e di ebbrezza, ne succedeva uno di stanca desolazione, in cui gli mancavano i dolci affanni e persino il dolore; ma, piangendo la vita fatta per lui esanime, sentiva ancora che il suo cuore era vivo. Poi anche quest'ultimo sentimento si spegneva; quasi insensato, attonito egli non domandava più conforto; le eloquenti voci de la natura eran mute per lui, lo sguardo d'una donna, la mano offertagli, candida ignuda mano, non lo scuotevano dal duro sopore: pure il suo cuore si risvegliava: quel Risorgimento, ch'egli cantò con tanta dolcezza, non fu l'unico de la sua vita: da la grave immemore quiete, somigliante a la morte, l'animo suo, riscosso d'improvviso, ritrovava tutte le sue illusioni, tutto il suo dolore; senza speranza e senza fede, conscio che l'idolo suo più caro non aveva amore ne le pupille tremule, nel raggio sovrumano de gli occhi, nel bianco petto, ritrovava tuttavia i cari inganni e l'ardore natio.

Egli sempre adorò, quasi misticamente, la bellezza, nè v'ha bisogno di commento a spiegare come e perchè tanto gli piacessero i versi di Lodovico Martelli In lode delle donne (secolo XVI), e questi specialmente ch'egli dovette ripetere ben amaramente fra sè:

Scevra da l'altre una virtù si prezza;

Ma chi piacque già mai senza bellezza?

Più ancora che entusiasta de la bellezza fu avido di tutti i grandi sentimenti e anelante ad ogni azione magnanima; giovane, si sentiva nato non per scrivere ma per operare, e sognava grandi cose, vedendo il suo avvenire come un magnifico campo di gioia e di gloria aperto a l'altera anima sua. L'azione gli fu contesa presto e per sempre, e non gli rimase che contemplare, silenzioso e triste, le stupende visioni de la sua mente; ma una speranza era radicata troppo profondamente nel suo intimo, perch'egli potesse sì tosto rinnegarla e, quantunque senza convinzione, egli pensava che una gioia, una gloria, una divina ebbrezza potesse ancora sorridergli, la pietosa affezione d'una donna. Fu questa l'ultima a dileguarsi fra le sue illusioni; ma, quando essa sparve, tutto gli sembrò menzogna e bassezza; in che cosa poteva egli più credere o sperare, se la donna ch'era stata per lui una religione, gli si rivelava un essere debole, fallace? Il suo fu il destino dei grandi infelici, vivere solo; e l'anima sempre giovane, fiera e pura, disperando di tutto, maledisse la vita e gettò a l'umanità il suo grido di dolore.

Malgrado il pessimismo, ne l'insieme de l'opera leopardiana la donna appare in nobiltà e purezza di linee, quale forse non fu da nessun altro poeta cantata. Per questo e per le sventure sue il Leopardi conquista, insieme a la simpatia dei giovani, quella de le donne. È noto con quanta venerazione parlò di lui la Caterina Franceschi Ferrucci[93], ch'egli teneva in grande stima. Bello è il Canto che nel giugno del 1838 dedicava al morto poeta la Maria Giuseppa Guacci Nobile[94], salutando in lui il fedele che ebbe a prua de la sua nave virtù candidissima, la quale lo scorse ove non sono confini; il fedele che ne l'ultima ora sua non fu flagellato da rimorsi, non vide la giustizia farsi velo a gli occhi divini, non balbettò una prece simulata con gli avidi pensieri chini in terra e di cui la parola estrema fu: amore.

Anche la gentil poetessa Giannina Milli, inspirandosi specialmente a l'affetto religioso, cantava degnamente del Leopardi:

. . . . Dio sì eccelsa e schiva alma ti diede,

Che non toccò della mortal sozzura;

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Uom che sugli altri al par di te s'ergea;

Sublimemente in Dio creder dovea![95]

E tu credevi — afferma la poetessa — ma la terra al tuo sguardo era muta e deserta, la gente ti pareva sconosciuta, lungi la vera patria, però da l'imo petto il verso ti uscì disperato.

Se non con grande finezza d'arte, certo con una sincerità e una soavità commovente d'affetto, si rivolgeva al Leopardi l'Erminia Fuà-Fusinato:

Nè mai donna t'amò di quel potente

Amor, di cui ti strusse invan la speme,

Di cui la sete ardente

Solo s'estinse alla tua vita insieme.

Così sempre deserto e mai compreso,

Chiedesti al verso una vendetta amara,

Di cui l'amaro peso

Sente ogni donna che il tuo verso impara.[96]

E in nome di tutte le donne chiedeva perdono al poeta. Non imprecava a' suoi affanni e ne l'angoscia stessa che gli pungeva il cuore al pensiero del nulla, vedeva un arcano desiderio, una promessa:

Che col nostro morir tutto non muore.

***

Giacomo Leopardi morì senz'aver veduto nè pure un'unica volta avverarsi il suo più caro voto; egli non fu amato. E niuno al par di lui sentì mai come una parola, una semplice parola di donna, può far bene a lo spirito, ridargli il coraggio, il nobile orgoglio di sè, riaprirgli l'avvenire. Si direbbe che parli di lui il Michelet quando scrive: «Je voyais un jour un enfant sombre et chétif, d'aspect timide, sournois, misérable. Pourtant il avait une flamme. Sa mère, qui était fort dure, me dit: On ne sait ce qu'il a. Et moi je le sais, madame. C'est qu'on ne l'a baisé jamais.»

Ma se non risvegliò in alcuna la passione che ardeva in lui, dal reale affetto di molte donne gentili e da la potenza de la sua fantasia gli vennero le più care gioie de l'amore. «Amare... non è ricevere, è dare,» scrisse il Pailleron con molta verità; tutte le buone fortune amorose di molti e molti non valgono un'ora del profondo sentimento che di Giacomo Leopardi fece un poeta; la sua opera appartiene a la ristretta cerchia di quelle che non invecchiano, non decadono per quanto volgano diversi i tempi, i costumi e le civiltà. Bella e degna d'ammirazione la sua parola di pensatore; ma immortale e degna di commuovere tutti i cuori finchè l'amore e il dolore li scuota quella del poeta; muti il mondo, l'anima umana non muterà, e nei canti di Giacomo Leopardi v'è un'anima, un'anima di Titano, di Prometeo, martire su la sua roccia, straziato ne le intime viscere e pur forte ancora, con la fronte orgogliosa rivolta a le stelle, con un inno d'amore su le pallide labbra, mentre dal petto aperto scorre il suo caldo sangue. Quel timido taciturno, già uomo a dieci anni, fanciullo ancora a trentanove, sentiva tragicamente la sua forza e la sua sventura; fra tanti uomini fortunati egli, infelice, aveva coscienza di essere il più vero uomo, e, pur vinto da la natura e da la sorte, trionfò col suo canto, che tramanda a le età venture qualche cosa de l'animo suo ed è una voce de l'armonia, vibrante in silenzio in tanti cuori, ma in cui tutti, ascoltandola, si sentono vivere e palpitare. La divina scintilla ch'egli rapì a gli eterni non si spense, nè pur quando su quegli azzurri occhi la morte stese il suo velo: il sacro fuoco è serbato a gli uomini ne le pagine rese sacre da l'arte, dal genio e da la sventura.