II. L’incontro.

— Signorino, un telegramma! — gridò Camilla con la vocina esile e acuta, entrando impetuosamente nella camera.

Aurelio che, stanco dal lavoro protratto a tarda notte, s’era riaddormentato dopo aver sorbito alle sei del mattino la solita tazza di caffè, si levò di scatto a sedere sul letto, fissando gli occhi spalancati in viso alla fantesca.

— Un telegramma?... Per me?! — egli domandò, stupito.

— Sì, per lei, — rispose Camilla; e, avvicinatasi a lui, gli stese la busta gialla, sottolineando l’atto con un fatuo sorriso, un poco ironico.

Poi, sùbito, soggiunse:

— Favorisca di firmare la ricevuta. Il fattorino è giù che aspetta.

— Non posso già scrivere con le mani, — egli borbottò nervosamente.

A passi brevi, dimenando leggermente l’anca, ella attraversò la camera, prese dal tavolino una penna, che intinse più volte, con lenta diligenza nel calamajo; ritornò poi senza scomporsi presso il letto, e la porse ad Aurelio con un gesto assai leggiadro.

Egli, ansioso di leggere, cominciava a indispettirsi per l’indugio.

— Che ore sono? — chiese con la voce aspra.

— Le otto, signorino. Anzi, le otto e mezza.

— Va bene. Prendi, — concluse Aurelio, dopo aver firmato; e le porse la ricevuta, congedandola con un brusco accenno del capo.

Quando la fantesca fu uscita, il giovine rimase ancora un poco con la busta chiusa tra le mani. Chi aveva dunque bisogno di lui? Egli viveva solo, staccato da ogni consorzio grande o piccino, senz’alcuna comunanza di negozio e senza stretti vincoli di parentela o d’amicizia. Quale notizia importante poteva giungere fino al suo sconosciuto ritiro, e con un mezzo così imperioso?

Non potendo trovare una risposta plausibile, si risolse ad aprire il foglio e leggere lo scritto misterioso. Un sorriso gli passò negli occhi alle prime parole; con un subitaneo movimento di contrarietà, e d’impazienza, egli gittò il telegramma a pie’ del letto, e s’attaccò con tutta la sua forza al cordone del campanello.

— Vengo, signorino! Vengo sùbito, — s’udì gridare Camilla da lontano, acutamente, mentre lo squillo furioso durava ancora.

Come però tardava a comparire, Aurelio dovette suonare una seconda volta, anche più forte e più a lungo, per sollecitarla. Finalmente ella entrò nella camera, tutta accesa in viso come avesse fatto una corsa a perdifiato, le ciocche della fronte scomposte e riversate all’indietro, il respiro frequente e affannoso.

— Che vuole? Che comanda?.... Mio Dio, signorino, un po’ di pazienza! stavo arricciando i capelli alla signora.... Non potevo tralasciare d’un tratto; ella sa come la signora s’inquieta per un nonnulla!... Eccomi. Che vuole?

Disse queste frasi interrottamente, anelando, accomodandosi con le mani le ciocche volanti, senza lasciargli il tempo di sfogare il suo mal umore per l’involontario ritardo.

— Via, spìcciati! Avverti prima la mamma che oggi avremo un ospite con noi. Poi corri immediatamente a chiamare Ferdinando perchè m’accompagni in lancia a Laveno. Dobbiamo essere alla stazione per le nove e mezza. Non c’è tempo da perdere. Hai capito?

— Perfettamente, — rimbeccò la giovinetta, tutta ilare d’essere sfuggita a un rabbuffo che s’aspettava. E con insolita lestezza si diresse alla camera di donna Marta, ch’era all’altro capo del portico.

Aurelio, rimasto solo, balzò dal letto e s’affrettò a vestirsi. L’annunzio d’una visita dello Zaldini, non ostante i suoi propositi di solitudine, lo aveva messo lì per lì in un orgasmo di gioja infantile, che si manifestava con una smania bizzarra e nuova di far romore a ogni movimento, battendo forte i piedi su l’assito, spostando le sedie, urtando bruscamente con le mani gli oggetti disposti su le tavole. La immacolata chiarità della mattina di giugno, il sole che irrompendo a traverso le tendine illustrava d’una trama aurea il pavimento, i canti giulivi e il buon odore di resina e di fiori che venivan dal giardino portati dal vento, tutte quelle vivaci apparenze accrescevano la sua giocondità, infondevangli nello spirito riposato la luce e il profumo della vasta campagna lussuriosa. — Finalmente avrebbe potuto parlare, aprire la sua chiusa anima a una confidenza, comunicare i suoi pensieri, da oltre un mese contenuti nel cerchio del suo intelletto, a qualcuno simile a lui! Finalmente avrebbe potuto riattivar con l’amico quello scambio di idee e di sentimenti, imposto come un bisogno dalla nativa sociabilità della razza anche agli esseri superiori, per cui la solitudine non è pure un tedio e un silenzio mortale!

Nell’attendere alle cure della persona, Aurelio, inconsapevole, pregustava già il primo colloquio con lo Zaldini durante il tragitto da Laveno a Cerro; pregustava le saporose novelle che questi gli avrebbe recate da Milano, le discussioni vivaci che si sarebber presto accese tra loro sopra uno dei temi preferiti. Il desiderio di ritrovarsi con lui, desiderio che l’aspettazione del prossimo incontro aveva d’un tratto eccitato, gli acuiva singolarmente il senso dell’amicizia, gli rievocava d’innanzi oltre modo simpatica l’imagine dell’amico, quale l’aveva visto ancora ignoto comparire nella redazione della sua Rivista, due anni addietro. Da quel giorno che rara affinità d’intendimenti e d’entusiasmi ambiziosi li aveva legati! E che lunghi voli spirituali avevan tentati insieme nei loro sogni di grandezza e di felicità! Tutte, tutte le ardenti questioni, che affannano oggidì il pensiero umano, erano state sfiorate, discusse, talvolta anche audacemente risolte nelle loro interminabili conversazioni notturne, che spesso i primi chiarori dell’alba venivano ingrati a interrompere.

Ripensando ora alla vita fraterna ch’egli e lo Zaldini avevan condotta in quei due ultimi anni a Milano, Aurelio si maravigliava d’essersi potuto separare dall’assiduo compagno con tanta indifferenza, e d’averlo potuto totalmente dimenticare durante quel mese di villeggiatura. In verità, dal dì ch’egli era giunto a Cerro, quella era la prima volta che il desiderio di lui si risvegliava, che le memorie della loro lieta convivenza palpitavan vivaci dentro il suo cuore. Perchè? Egli dunque non l’amava? E avrebbe potuto non rivederlo, fors’anche mai più, senza un rimpianto del passato e quasi senza un ricordo? Sì, era così; pur troppo doveva confessarlo, era così! Egli sentiva che entrambi, non ostante la comunione di vita e d’abitudini, eran rimasti estranei l’un per l’altro, come due viandanti, riuniti dal caso, i quali avesser percorso discorrendo uno stesso cammino. Egli sentiva che la propria anima, asservita a un Ideale superbo, era infusibile, chiusa nel suo superbo mistero, incapace di sacrificio e d’amicizia.

La consapevolezza di questa necessità psicologica fu per lui, nella tenera disposizione in cui si trovava, una pena e quasi un rimorso. Volle dunque troncar sùbito l’indagine, abbandonare le aride considerazioni che minacciavan d’amareggiare la spontanea gioja di quel risveglio. Appena fu vestito, uscì dalla sua camera, passò ad augurare il buon giorno alla nonna, che pareva d’ottimo umore, e discese sul greto dove Ferdinando, il vecchio barcajuolo, già l’aspettava.

La mattina era un po’ velata dalla parte delle Alpi: sopra la vetta del Motterone una gran massa plumbea pendeva, sbrandellandosi verso levante in tenui nubecole bianchicce. Qua e là, su le altre cime, qualche fiocco disperso, alcuni lunghi nastri torbidi apparivano; e il fondo della valle di Mergozzo era cupo, come polveroso, sprofondato in un’ombra azzurrastra. Da settentrione un vento impetuoso scendeva, suscitando un vasto scroscio rotto da sibili alterni e un tumulto di ciuffi lattei al sommo delle onde.

Ferdinando dovette faticare assai per vincere la violenza di quel vento, che soffiava diritto contro la prua. D’innanzi all’antico fortino austriaco, che siede smantellato allo sbocco del golfo di Laveno, il lago divenne, per il rimbalzo dei flutti, così fiero e minaccioso che Aurelio stesso fu costretto a prendere i remi per venire in ajuto del vecchio. Giunsero nel porto in ritardo di qualche minuto, mentre già il treno irrompeva, fischiando, sotto la tettoja della stazione.

L’Imberido discese rapidamente a terra, e s’avviò a passo sollecito incontro all’ospite, che apparso per il primo su lo spiazzo, girava intorno lo sguardo come stupito di non trovare alcuno a incontrarlo.

L’avvocato Luciano Zaldini, accuratamente raso, con due piccoli baffi bruni a pena accennati, pareva più giovine d’Aurelio, sebbene questi avesse qualche anno meno di lui. Era alto della persona e ben formato; elegantissimo in ogni particolare dell’abito. Il suo viso, piuttosto largo e carnoso, serbava ancora la freschezza dell’adolescenza, nella soda pastosità della pelle, nello sguardo sempre un poco attonito, nel riso ingenuo e pronto che scopriva di tra le labbra rosee una mirabile dentatura d’una regolarità femminina.

— Oh, l’eremita!... — egli gridò, come vide Aurelio che gli correva incontro. — Tu vedi in me Maometto che viene alla montagna, semplicemente perchè la montagna non volle venire a lui.

— La montagna sta bene e non si muove, — l’altro rispose ridendo, e gli stese ambo le mani con sincera espansione.

Durante il tragitto in barca, l’Imberido interrogò sùbito l’amico su le sorti della Rivista.

— Va bene, molto bene, — rispose l’avvocato; — soltanto si lamenta il tuo lungo silenzio. Io ho tentato, dopo il tuo ultimo articolo, di trascinarti in una polemica; ho aspettato per una settimana la tua replica, che mi pareva non potesse mancare; non venne! Perchè? Era una domanda che ti volevo rivolgere fin d’allora, per lettera; poi le cure, i fastidii, le donne.... Sai bene, io non sono un eroe della tua forza; io pecco, come il savio, sette volte al giorno....

Scoppiò, così dicendo, in una risata sonora, e passò il braccio su le spalle d’Aurelio con un gesto che gli era abituale.

— Che vuoi? — disse questi dopo una pausa; — tu mi movevi una questione così stantìa che non valeva proprio la pena d’una risposta. Mi facevi certi squarci di metafisica dottrinaria, degni tutt’al più d’un Mazzini o, peggio, d’un mazziniano..... Il miglior servigio che ti potevo rendere era di tacere: ho voluto essere, almeno una volta in mia vita, generoso, e lo sono stato con te.

— Come? Come? Facevo squarci di metafisica, io?

— Eh, pur troppo! Mi parlavi di popolo, di diritti, di doveri, di maggioranza, di uguaglianza, di fratellanza, che so io.... Il frasario era un po’ retorico e antiquato, confessalo.....

— Per Dio! — gridò, riscaldandosi, lo Zaldini; — non hai dunque capito? Io non me ne serviva se non per chiarezza. Bisogna pur farsi capire anche da quelli, e sono i più, i quali si convincono e si convertono solamente sotto il fascino di date parole e d’espressioni consacrate. Ogni arma è buona per combattere il Nemico. E il sistema d’una larga propaganda liberale mi sembra il migliore per richiamare a noi le maggioranze che ci sfuggono.

— Ma chè! Le maggioranze? Lasciale dunque andare dove credono meglio, le maggioranze! Tu devi persuaderti che non è a queste che noi dobbiamo parlare né ora né mai. Noi siamo come gli scienziati che espongono una questione: non si curano se la folla li capisce o non li capisce. Ad essi basta d’esser compresi dalle aristocrazie intellettuali, poichè son queste che hanno e avranno in qualunque tempo il monopolio delle verità. Per il volgo tanto vale un buon ragionamento quadrato quanto un pessimo sofisma; se questo poi gli promette la felicità e la potenza, il volgo approva il secondo e respinge con indignazione il primo. Gli è per tal motivo che le maggioranze saràn sempre ingannate e sempre oppresse; e che le loro effimere vittorie, siccome son fuori della logica delle cose, non apporteranno mai, alla chiusa dei conti, se non a un nuovo assetto sociale, governato ancora dalle minoranze aristocratiche più intelligenti e più forti.

L’Imberido pronunciò queste parole con la sua voce calda ed eguale che non mutava a traverso le più aspre discussioni, sottolineandole a pena con un leggero sorriso. Quando finì, l’amico, che lo aveva attentamente seguito, annuendo a tratti col capo, lo guardò tra attonito e maravigliato, e disse:

— E perchè tutte queste belle cose non le hai scritte e non me le hai mandate a Milano per la Rivista?

— Perchè le avevo già accennate qua e là in altri miei articoli, e a me non piace di ripetermi.

Il vento, che soffiava ora favorevole, un po’ scemato di forza per l’approssimare della calma meridiana, faceva proceder la barca più leggera, come scivolasse su le onde. Dalle cime i vapori erano scomparsi: una serenità umida rendeva l’aria d’una singolare trasparenza, accentuava i rilievi e le tinte del paesaggio maestoso. Sul promontorio di Pallanza e su la breve elevazione dell’Isola Madre, le varie forme degli alberi si distinguevano nette e precise, uscendo dallo sfondo uniforme dei dossi più lontani. Le cave del granito intorno a Baveno biancheggiavano fastidiose al sole, simili a immani volute di neve.

— Guarda, — soggiunse Aurelio, indicando con un gesto circolare il lago, — conosci tu un paese più dolce di questo?

— Davvero, è superbo. Si direbbe che una lunghissima città si distenda su quella riva, infinitamente.

— E da questa parte, in vece, tu non vedi un’abitazione; il bosco è profondo e deserto a perdita d’occhio. Io conosco tutti i sentieri che corrono sotto quelle vòlte di verzura; ve ne ha d’incantevoli, dove la solitudine ti appar così grave, che li diresti segnati non dall’uomo, ma dall’oscuro capriccio della terra. Camminando a traverso quei boschi silenziosi, sopra tutto nel crepuscolo, tu ti senti un altro essere, nato come in tempi assai remoti, vivente una vita primordiale, il quale presagisca per una misteriosa divinazione la civiltà dell’età nostra. Io, vedi, ho provato in questo mese le più bizzarre transposizioni dello spirito; ho bevuto alle sorgenti della vita le più pure essenze; ed ora mi pare d’esser così forte, così compatto, così sicuro di me e del mio destino, come da molti, molti anni non mi sentivo. Credi?

Luciano lo fissava, trasognato. Gli domandò:

— E sei sempre stato solo?

— Sempre.

— Non conosci dunque nessuno? Non ci sono altri villeggianti qui a Cerro?

— Ci sono, ma non li conosco; e non li voglio conoscere.

— Ti annojerai pure, qualche volta?

— No, mai....

L’amico tacque, meditabondo; e ritornò a guardare con occhio invido laggiù, all’altra riva, dove una città lunghissima si distendeva infinitamente nella gloria bionda del sole.

A una svolta, inaspettato nel verde del castagneto, il villaggio tranquillo apparve.

— Ecco l’eremo! — esclamò Aurelio con gioja, indicando il palazzo allo Zaldini.

Donna Marta, al riparo d’un largo ombrello nero, era discesa su la spiaggia a incontrarli, e sventolava un fazzoletto in segno di saluto. Ella accolse l’ospite con molta cordialità; lo ringraziò d’esser venuto a portare un ricordo delle consuetudini urbane in quella plaga abbandonata, che aveva reso il nipote oltre modo rozzo e scortese; anche, gli domandò amabilmente notizie della Rivista, benché avesse sempre avuto per questa creazione d’Aurelio una speciale antipatia.

Risalì quindi con loro verso il palazzo, chiacchierando animatamente, con insolita festività. Come però il suo respiro era rantoloso e l’ascesa l’opprimeva, ella dovette sostare due volte anelando, e alfine appoggiarsi al braccio del nipote per raggiungere il sommo del rialto.

— Come ti senti oggi, mamma? — le chiese Aurelio, impensierito.

— Così, così... non troppo bene; soffro un poco d’asma.... stanotte non ho chiuso occhio....

Soggiunse sùbito rivolta allo Zaldini, sorridendo:

— Sono i maledetti acciacchi dell’età mia. Non c’è di che stupirsene. A settant’anni battuti la vita è già un prodigio.

E parlò d’altro.

Su la porta del palazzo avvenne un subitaneo incontro: le signore Boris uscivano per la passeggiata mattutina. Dal giorno del loro arrivo, Aurelio non le aveva più vedute, quantunque l’avola fosse già entrata con esse in amichevoli rapporti. Flavia, assai leggiadra nell’abito roseo, veniva prima, la testa alta, il seno proteso nell’erezione leggermente arcuata della persona; a fianco l’una dell’altra, susseguivan poi, in silenzio, la biondissima, un viso esangue e capriccioso illuminato da due chiari occhi procaci, e la madre, solenne e trionfante della sua pingue maturità e della sua bellezza ostinata.

Si salutarono, passando. Donna Marta e il nipote entrarono sotto il peristilio. Luciano, che pareva molto maravigliato di quelle presenze, si fermò un attimo, involontariamente, su la porta per riguardare le tre donne, mentre discendevano a passo lento gli scalini del rialto, incerte ancora su la via da percorrere. Udì le due fanciulle che mormoravan tra loro alcune parole e ridevano; le vide aprire al sole gli ombrelli variopinti, e rivolgersi indietro verso la madre per consultarla. Come i suoi sguardi s’incontraron con quelli di Flavia, egli sùbito si ritrasse, un po’ confuso della distrazione, e raggiunse gli ospiti i quali non s’eran peranco avveduti del suo breve indugio.

— Conduci l’amico tuo in camera. Egli avrà bisogno di ravviarsi un poco, — disse donna Marta al nipote. — Ricordatevi: fra mezz’ora la colazione è pronta.

Quando i due giovani furon soli su le scale, Luciano non potè più contenere la sua maraviglia per la piacevole apparizione. Egli inseguì Aurelio che lo precedeva, gli cinse con un braccio il fianco, lo scosse con forza e gli susurrò all’orecchio scherzosamente:

— Ah, impostore! Tu chiami dunque un eremo, questo?! Ma questo è il giardino d’Armida.... con la differenza che Armida era sola e qui è bene accompagnata. Ah, ora capisco perchè non ti sei mai fatto vivo in questo mese; ora capisco l’incanto delle viottole perdute nel bosco; ora so bene a che sorgenti hai bevuto le pure essenze della vita! Se non ti dà ombra la mia concorrenza, son pronto anch’io a ritirarmi dal mondo per far l’eremita con te. Mi vuoi? Di’: mi vuoi?

Rideva pazzamente. E anche Aurelio rideva; ma gli scrosci giocondi di Luciano contrastavano assai col suo ghigno fioco, un po’ beffardo. Egli pensava: «Costui non vede la felicità che nei piaceri meno nobili del senso e del sentimento; l’Idea per l’opposto lo lascia freddo, stupefatto, tutt’al più curioso. E non può assolutamente capacitarsi che alcuno, migliore di lui, abbia a trovare in Essa il più alto godimento della vita! La donna, sempre la donna! Sopra ogni pensiero pende nel suo cervello, come un torbido astro, l’imagine del connubio immondo. Egli è lo schiavo sottomesso della sua carne: il basso istinto della generazione lo domina tutto e ne inquina ogni facoltà fisica e morale. Posso io dunque esser l’amico d’un uomo simile?»

Giunsero nella camera destinata all’ospite, una camera, come tutte le altre, spaziosa, squallida, forse un po’ più chiara perchè prospiciente il lago. Aurelio sedette su una vecchia poltrona, e Luciano, mezzo svestito, interruppe la sua celia per refrigerarsi il capo e le mani in una tinozza piena d’acqua.

L’Imberido, che fin allora non aveva aperto bocca, si volse d’improvviso al compagno e gli domandò:

— Tu credi dunque ch’io conosca quelle signore? Ebbene oggi è stata la prima volta che le ho salutate.

Luciano levò il viso, che grondava da tutte le parti, e lo guardò con un’espressione singolare d’incredulità.

— Veramente, — ribattè Aurelio sorridendo.

— Dopo oltre un mese di convivenza nella stessa casa?

— Se non dopo un mese, dopo dieci giorni da che sono arrivate.

— Ah, son soltanto dieci giorni.... La cosa è già men grave. Ma, in tal caso, guàrdati: è l’avvenire che si presenta irto di pericoli, — insinuò l’avvocato, fissando burlescamente l’amico.

Aurelio scosse la testa, e inarcò le labbra in atto sdegnoso.

— Non credo e non temo, — egli mormorò; — sarà questione di temperamento, come tu m’hai detto tante volte; ma è così: le donne mi tentano poco.

— Anche idealmente?

— Ancor meno. Come femmine, via, quando l’estro mi tortura, so ben dove trovarle col minor dispendio di tempo e di pazienza. Ma, come donne, che vuoi? io le stimo davvero troppo inferiori ed estranee a me perchè me ne debba occupare.

— E pure son così divertenti! — esclamò Luciano, scoppiando in una gran risata.

— Divertenti?... Forse. Ma gli è appunto perchè son tali che non fanno al mio caso. Io non sento alcun bisogno di divertirmi; la vita nostra è troppo breve per concedere uno svago a chi s’è prefisso qualche scopo di là dalla vita stessa e all’infuori degli umili sodisfacimenti corporali, che son comuni alle bestie come agli uomini. E poi l’amore è un giuoco troppo assorbente e troppo pericoloso. Si sa come comincia; non si può sapere come finisce!... E quasi sempre finisce male.... molto male, quand’anche finisce!...

Parlava piano, gravemente, con una leggera intonazion malinconica. Come ogni volta che l’anima gli si schiudeva a una confidenza, il suo sguardo velato, in cui la luce esterna pareva rifrangersi, naufragava mobilissimo nello spazio quasi cercando un ideal punto d’appoggio. Anche l’amico, vinto dalla suggestione delle sue parole, erasi fatto d’un tratto serio e meditabondo.

Tacquero.

Sopra di loro il tragico soffio della coscienza vitale passò. Liete o tristi, legate al senso o all’idea, schiave degli impulsi elementari o delle più squisite ansietà del pensiero, le vite loro e le altre tutte avevano una medesima sorte, spezzavansi contro lo stesso ostacolo, si dissolvevan come gocce nel gran fiume inarrestabile dell’umanità. E, su quel tumultuar d’esistenze perdute, sospinte verso una foce misteriosa, il torso della Sirena emergeva, terribilmente bello, simbolo eterno di fecondità, lusinga ammonitrice d’una Forza suprema che voleva la vita e contro la quale ogni ribellione era follìa.

I due giovini ebbero insieme, durante il lungo silenzio, la confusa visione di questa imagine, la torbida consapevolezza della vanità d’ogni cosa per le loro individualità effimere, condannate a una breve comparsa su la Terra, e poi, dopo aver procreato, a dileguarsi fatalmente nel nulla. Il comune destino li affratellò; la vertigine del tempo li spinse l’un verso l’altro, quasi per sorreggersi a vicenda su l’orlo della tenebrosa voragine che avevano scandagliata. Istintivamente si guardarono negli occhi con un’espressione profonda di simpatia e d’incoraggiamento; sorrisero l’uno all’altro; parvero attingere in quello sguardo e in quel sorriso il provvido oblio dell’Abisso, la fiducia nelle proprie forze, il sacro desiderio di vivere, di combattere o di godere.

Aurelio si levò in piedi di scatto, come si sottraesse a un incubo, e disse a voce spiegata:

— Veramente si han troppe cose da fare....

Poi soggiunse, alzando il capo con quel suo atto d’orgoglio e quasi di jattanza:

— Ma siamo giovini: le faremo. Non è vero?

— Oh tu, di certo, — rispose umilmente lo Zaldini; — io? Io farò quel che potrò. E tutto sarà per il meglio, come sempre.

Discendendo le scale, Aurelio mise il suo braccio sotto il braccio dell’amico, con familiarità insolita. Sentivano entrambi il bisogno di parlar di cose leggere, futili, impersonali: a richiesta dell’Imberido, Luciano spiegò i progressi notevoli fatti dalla Rivista in quegli ultimi tempi, gli comunicò il numero delle copie che si stampavano, il crescente afflusso d’abbonati in amministrazione, il reddito netto dell’impresa che prometteva tra non molto di coprire il disavanzo ridotto omai a una cifra lievissima. Durante la colazione, essendo poi venuti a discorrer di Cerro, Aurelio narrò la storia della sua fondazione, che risale soltanto al secolo XVII nell’anno memorabile della più cruda pestilenza; anche, narrò la curiosa leggenda del cimitero villàtico, sòrto — a quanto si dice — sopra il campicello recinto dove un famoso bandito di nome Polidoro aveva sepolto i resti delle sue vittime numerose.

Luciano l’ascoltava con un’espression forzata d’attenzione, gli occhi incantati ne’ suoi, la testa un po’ inclinata dalla sua parte, quasi per meglio afferrare il senso delle parole che gli sfuggiva; di quando in quando però, senza volerlo, si distraeva, sembrava concentrarsi profondamente in sè stesso, si rivolgeva con un moto improvviso a donna Marta per lodare con qualche frase ammirativa il gusto di una vivanda, la freschezza dell’acqua, l’eccellenza del vino paesano, un vinetto limpido, leggero, un poco acidulo. Egli assumeva una specie di solennità cogitabonda d’avanti a una mensa; assaporava sapientemente, con una palese volontà di godere; pareva che s’obbligasse a pensare ciò che sentiva, per una raffinata arte di sensualità.

Quando assaggiò una gran pasta dolce, che donna Marta aveva preannunciata come una squisita ghiottornia, egli non potè più contenersi, e l’allegro entusiasmo scoppiò.

— Signora mia, — egli proruppe; — mi permetta di farle le mie più vive congratulazioni: questa focaccia è un miracolo di bontà, è il capolavoro delle focacce. Ella deve assolutamente insegnarmene la ricetta; io poi la comunicherò a mia sorella Maria, la quale sta per divenire, mercè mia, una cuciniera di prim’ordine. Perchè, signora, io mi sono imposto un compito da padre previdente: non potendo fare altro per essa, vado preparandole una dote di sapienza gastronomica, che la renderà senza dubbio assai preziosa e invidiata tra le ragazze da marito.

Rideva a tratti, in così dire; e anche donna Marta rideva, mentre lo incitava a rifornire il piatto, rapidamente sgombro, del dolce prelibato. E le targhe zuccherine succedevano alle targhe e scomparivan tra le risa nella bocca vorace.

Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Ecco: egli è beato; ha già dimenticato i nostri discorsi di poc’anzi, e senza serbarne la minima traccia amara nello spirito. È bastata una semplice sensazione gradevole per infondergli dentro la gioja di vivere; è bastato un fatto organico inferiore per ridargli la piena sodisfazione di sè medesimo. Ogni inquietudine cerebrale è stata vinta e dispersa in lui dal piacer bruto di nutrirsi!...» Egli l’osservava, soggiacendo contro l’amico all’invidia istintiva che ognuno prova al cospetto d’un essere più felice; ma l’invidia era incosciente, assumendo dentro di lui la fallace parvenza d’un sentimento neutro, quasi d’una fredda curiosità scientifica. Avveniva assai di sovente ch’egli s’ingannasse nell’interpretare i suoi moti interni; l’abitudine continua dell’astrazione e lo sforzo di formular verbalmente i suoi pensieri distoglievano facilmente la sua attenzione dalle intime cause psicologiche che originavano il lavorío mentale. Per tal modo i suoi sentimenti rimanevan quasi sempre oscuri, impenetrabili, sottratti a ogni freno e a ogni vigilanza della volontà.

Finita la colazione, donna Marta, accusando un po’ di malessere, si ritirò nella propria camera, e i due giovini vollero tentare una passeggiata nei boschi circostanti. Ma l’ora non era propizia. Sul lago, immoto e abbacinante, stagnava l’afa del meriggio; il sole, alto nel cielo chiaro, lasciava cadere a perpendicolo i suoi raggi infocati, che si slargavano in macchie rance su le praterie, correvano in accese strisce lungo le viottole, s’immillavano come strali d’oro a traverso il fogliame del castagneto, bollando d’innumerevoli cerchietti tremuli la terra in ombra. Anche nel fitto del bosco la caldura, non mitigata dal più lieve soffio d’aria, quasi inasprita dallo strepito incessante delle cicale, era insoffribile. I due giovini furon costretti a ritornar sùbito su i loro passi e rientrare in palazzo. Luciano, oppresso dall’afa e dal travaglio della digestione un po’ faticosa, andò a gittarsi sul letto e s’addormentò. Aurelio si chiuse nella sua stanza, dove riprese tranquillamente i suoi studii, interrotti dall’arrivo e dalla presenza dell’amico.

Non ne uscì che ai richiami iterati di Luciano dal giardino e a un rabbioso squillo della campanella, dopo oltre cinque ore di continua occupazione.

Entrando nella sala da pranzo, egli al primo sguardo s’avvide che la nonna era di pessimo umore, probabilmente irritata contro di lui perchè aveva lasciato solo l’ospite durante l’intero pomeriggio. Ella non levò gli occhi dalla tavola quand’egli comparve, e rimase poi lungamente muta, covando dentro lo sdegno che presto o tardi avrebbe dovuto esplodere.

L’esca fu accesa innocentemente da Luciano, quando domandò all’Imberido come avesse passato tutto quel tempo nella propria camera. Alla risposta assai calma di questo:

— Ho lavorato, — la testa irosa della vecchia si rialzò con impeto fulmineo. Un fiotto di parole aspre ruppe dalla sua bocca, violentemente.

— Non potevi dunque aspettar domani?... Era proprio necessario che tu continuassi oggi il tuo lavoro inutile e odioso?... L’amico tuo è da tre ore che s’annoja, solo, aspettandoti! È venuto a cercarti: eri chiuso a chiave, come se avessi avuto paura di farti sorprendere! Si direbbe che tu abbia qualche mistero da nascondere in quelle tue maledette stanze!... Io.... io, lo sai, mi sono ormai rassegnata: non ci metto più piede, cascasse il mondo, e non te ne parlo più. Ma che tu continui le tue abitudini d’orso, nascondendoti nella spelonca anche quando abbiamo con noi un ospite venuto per te, questo poi no, non lo sopporto e non lo sopporterò mai!...

Era l’antico rancore che le suggeriva le parole; quel rancore ch’ella provava sopra tutto contro le occupazioni predilette del nipote, di cui non riusciva a intender bene le mire e le ambizioni. Donna Marta, uscita da una famiglia di borghesi intraprendenti, avrebbe voluto che Aurelio, dappoichè non era più ricco, avesse esercitata una professione lucrosa, approfittando della sua laurea in giurisprudenza e delle sue attitudini oratorie. Gli studii e il lavoro di lui eranle per ciò più intollerabili dell’ozio medesimo; e non poteva trascurare un’occasione di rammentarglielo.

Mentre l’avola lo rimproverava, il giovine mangiava silenziosamente, scambiando a intervalli un’occhiata con l’amico. E questi, un po’ confuso, cercava con una qualche uscita burlesca d’interrompere il sermone o almeno di renderlo meno aspro e inquietante. Ella in vece proseguiva così concitata, così convulsa che pareva dovesse da un attimo all’altro rimanere senza respiro.

— Vede, Zaldini? — diceva ora rivolta all’ospite: — è sempre così. Io vivo assolutamente sola. Non lo posso più vedere che a colazione e a pranzo, e spesso debbo anche aspettarlo a tavola inutilmente!... Come non bastassero le tristi figure che son costretta a fare dovunque, per colpa sua!... Ella non crederà, Zaldini: io non sono ancora riuscita a persuaderlo ch’egli è in dovere di presentarsi alle signore nostre vicine. Esse, naturalmente, sanno che c’è; desiderano di conoscerlo; m’hanno anzi pregata di condurlo meco in casa loro, e non una sola volta han ripetuto la preghiera! Io, che debbo dire? Che posso fare? È una vergogna! Una scortesia incredibile e ingiustificabile!... Ma chi lo fa capire a un ostinato di quella forza?...

— È verissimo! — interruppe d’un tratto lo Zaldini, parendogli questo un buon appiglio per deviare il tema del discorso, e insieme per mettere nell’impiccio lo schivo amico. — Perchè dunque t’ostini a star lontano da quelle signore? Hai paura forse di perdere i tuoi sonni tranquilli, conoscendole?

— No. Ho paura di perdere il mio tempo, che è ben peggio, — mormorò sordamente Aurelio.

— Ma chè, ti pare? Non c’è bisogno di rimaner con loro da mattina a sera e da sera a mattina. M’imagino ch’esse medesime non te lo permetterebbero. Una mezz’ora al giorno in loro compagnia, credo però che la potresti passare senza sacrificio.

Donna Marta, già un po’ più calma, intervenne.

— Io non chiedo tanto da lui, — ella disse. — Desidero solamente ch’egli non scappi quando le incontra nel cortile o per via, e che venga una sola volta con me a salutarle. Poi lo lascio libero di rintanarsi dove e come gli piaccia.

— Dunque?! — esclamò Luciano, allargando comicamente le braccia, e fissandolo con uno sguardo penetrante, pieno di sottintesi maliziosi.

Aurelio, stretto dalle due parti, si difendeva debolmente; mormorava seccato timide frasi, in cui il diniego si diluiva in giustificazioni, in desiderii di lavoro, di libertà, di quieto vivere. Alla fine, come l’angustiava maggiormente quel diverbio che non l’idea stessa d’esser presentato alle signore Boris, acconsentì.

— Bene! — gridò trionfalmente lo Zaldini, quand’egli ebbe pronunciato il «sì» strappatogli a forza dalla sua insistenza. — Allora la solenne presentazione del monstrum avvenga questa sera medesima. Così avrò anch’io la fortuna di conoscerle, ciò che desidero con tutto il trasporto dell’anima mia.

Il ritrovo serale di donna Marta con le signore Boris era il piano del rialto d’avanti alla porta del palazzo. Le ragazze usavano accoccolarsi su l’erba molle del pendío, le due donne si facevan portare le poltroncine dall’interno; e la conversazione si prolungava finchè il tramonto era esausto e le tenebre occupavano intense la valle del lago.

Quella sera, quando donna Marta apparve su la soglia col nipote e con l’ospite, le vicine eransi già accampate e chiacchieravan giocondamente tra loro, ridendo forte. Quelle risa fecero su Aurelio un’impressione singolare: gli ricordarono vagamente voci conosciute. Quali?

— L’avvocato Luciano Zaldini, — disse la vecchia; poi, accennando Aurelio, soggiunse con un accento diverso, un po’ sarcastico: — E questo è mio nipote, l’invisibile.

I due giovini s’inchinarono. Le donne abbassarono il capo con grazioso sussiego: soltanto la bionda aperse la bocca a un fuggevole sogghigno, che sembrò all’Imberido un’acuta puntura di spillo. Dopo la presentazione, l’avola andò ad accomodarsi nella sua poltroncina che era già pronta accanto alla signora Boris; Aurelio s’abbandonò come stanco sul sedile di granito accosto al muro, e Luciano rimase ritto in piedi d’innanzi alle due giovinette.

Il vespero non era perfettamente sereno: alcune masse plumbee di vapore offuscavano l’occidente, anticipando la mezz’ombra del crepuscolo. Su lo spiazzo, di solito deserto, ferveva un’animazione quasi febbrile; molte femmine, su la riva, aspettavano ansiose le barche delle filandaje, di ritorno per la festa del domani dagli opificii d’Intra e di Pallanza: nel prato, tra i salici e i gattici sottili, quattro o cinque bambine tutte bionde giocavan silenziosamente, ammontando i ciottoli del greto.

I discorsi incominciaron sùbito vivacissimi tra le donne e lo Zaldini. Si parlava, con grande volubilità, delle cose più varie e disparate: di abitudini di campagna, del caldo in città, di comuni conoscenze, di futili avvenimenti che parevan degni di memoria sol per il nome noto delle persone che vi avevan preso parte. E i comenti, le osservazioni, le sentenze spuntavano di quando in quando a mezzo di quei discorsi — comenti ingenui, vane osservazioni, sentenze plateali a base di luoghi comuni e di frasi fatte. Aurelio, rimasto fuori del crocchio ciarliero delle donne che gli volgevan le spalle, taceva e osservava in preda a un tedio schiacciante. Quella conversazione gli sembrava intollerabile; non poteva capacitarsi come l’amico suo vi si frammescolasse con tanta spontaneità di piacere. Certi scatti subitanei d’ilarità giungevano a lui più ingrati che il soffio d’un lezzo nauseoso; certe uscite, che l’obbligavan per poco all’attenzione, riempivano il suo spirito d’insofferenza, sì ch’egli doveva far forza contro sè stesso per non allontanarsi da quel posto di tortura.

— Gli uomini son leggeri come farfalle, — udì sentenziare la bionda, fissando i suoi chiari e cupidi occhi in quelli di Luciano.

— Io, se per caso prendo marito, voglio che....

— Ma se è sempre così: l’uomo si stanca presto della sua casa, della moglie, dei bambini, e allora...

— No, no, credi a me, Luisa; io lo dico sempre: è assai meglio rimaner zitelle fin che si può.... Si è sempre in tempo per fare il salto nel bujo!....

Luciano, difendendo il suo sesso dalle accuse femminili, rispondeva gravemente, discuteva con calore gli argomenti più sciupati, accusava a sua volta la donna di leggerezza e di crudeltà; solamente a intervalli si permetteva qualche facezia arguta e sottile che sollevava d’improvviso le proteste di tutto il crocchio.

In tanto Aurelio, infastidito da quelle ciarle insulse, erasi distratto a poco a poco nella ottusa contemplazione della scena. Le barche, che avevano tragittate le filandaje, giungevano ora confusamente, ondeggiando, presso il lido. Sul riflesso livido dell’acqua i cerchii, spogli delle tende, si disegnavan neri e lugubri, come costole d’immani scheletri ribaltati; e i profili indecisi delle fanciulle, strette e pigiate tra quei cerchii, avevano una mobilità informe, che pareva un brulichìo. Cantavano alcune un canto malinconico, all’unisono, seguendo il ritmo grave dei remi nell’acqua. Quando giungevano a una cadenza, le altre tutte sposavano le loro voci a quelle poche, e un lungo grido saliva per l’aria, simile a un appello desolato di naufraghi. Poi susseguiva una pausa, qualche riso incontenuto, un ululo impaziente di salutazione alle donne che aspettavano, e il canto incominciava di nuovo, flebile e basso.

Le barche approdarono. Accorsero in torno le femmine, chiamando, interrogando, stendendo le avide mani verso le figliuole, che sapevan fornite del gruzzolo, con un trasporto folle di cupidigia. Si formò un gruppo compatto, multicolore, strepitante d’avanti alle prue cariche come d’un denso grappolo vivo. Le filandaje, il capo avvolto negli scialletti chiari, un canestro appeso al braccio, si contrastavano il passo, si sospingevan con i gomiti, cadevano a una a una nelle braccia delle aspettanti, con la bocca aperta a un vacuo sorriso di trionfo. Le prime discese dalle barche, vogliose d’uscire, avevan determinato nella ressa una corrente; alcune compagnie si dirigevan già a passo sollecito, disperdendosi, verso il villaggio. A poco a poco il gruppo s’assottigliò: lo spiazzo arsiccio si macchiò per qualche istante di capannelle silenziose che s’affrettavano al povero desco familiare. E la solitudine consueta riprese il suo dominio severo, nella lenta mestizia del crepuscolo.

Aurelio seguì con un pietoso sguardo, finchè disparvero, le miserabili, che la vicina festa e il riposo d’un giorno bastavano a esilarare. Splendeva su quelle anime semplici e inconsapevoli il raggio dell’eterna Consolazione: le loro vite, condannate a un perenne sacrificio, attingevan certo a una qualche miracolosa sorgente la forza di resistere alle fatiche diuturne, alla monotonia accasciante delle abitudini, alle umiliazioni, alle privazioni, agli stenti, agli strazii. E la sorgente del miracolo non poteva esser se non l’Amore, la sacra febbre di tutti i nati, quella che perpetuava la loro razza di bruti dolorosi, su le campagne frustate dal sole, nelle fabbriche attossicate dal fumo, negli squallidi ricoveri del gelo e della fame! «Perchè? Perchè?» si domandò il giovine, angosciosamente.

Una voce prossima lo trasse d’improvviso dalla sua meditazione.

— Conte, — disse Flavia, piegando indietro il viso verso lui; — ci scusi se le volgiamo poco amabilmente le spalle. La colpa non è nostra: è lei che ha scelto quel posto....

Soggiunse poi con un sorriso a pena accennato, socchiudendo le palpebre alla maniera dei miopi:

— Se lei volesse avvicinarsi un poco a noi.... Io e Luisa invochiamo la sua autorevole protezione contro gli attacchi ingenerosi dell’amico suo.

— Eccomi, — rispose Aurelio, alzandosi, fulminato da un’occhiata imperativa dell’avola.

Lo Zaldini, dimentico omai d’ogni sussiego urbano, s’era disteso su l’erba del pendìo accanto a Luisa, e le parlava a mezza voce, concitatamente, mentre la fanciulla, tutta scossa dal riso, arrovesciava indietro la testina capricciosa, scoprendo la gola liscia d’un candor d’alabastro, e protendendo le delizie dei seni rigidi e forti in una pulsazione inebriante. Quand’ella rideva, il giovine per un minuto ammutoliva, intesi l’occhio e l’animo a raccogliere il dolce frutto della sua malizia.

Aurelio s’avanzò, come un automa spinto da una volontà esteriore, e venne a sedersi presso la signorina Boris.

— Ah, così va bene! — gridò allegramente Luciano, vedendolo accostarsi; — ti giuro che non è cosa agevole tener testa da solo contro due avversarie gentili, belle ma spietate. Io stava per arrendermi, ed era una triste e umiliante necessità per un uomo di battaglia com’io sono. Ora, viribus unitis, spero che le sorti della tenzone muteranno.

Si volse di nuovo a Luisa, e riprese sùbito il suo discorso interrotto, a bassa voce. Flavia, con un cenno cortese e incoraggiante del capo, domandò all’Imberido:

— Ella lavora molto, non è vero?

— Molto, — rispose Aurelio gravemente.

— Troppo, forse...?

— No, non mai troppo. Io vengo in campagna soltanto per lavorare. Le distrazioni della città mi rendono affatto incapace d’un’occupazione continuata e severa.

— Le distrazioni della città...?

— Sì. Ho tante conoscenze a Milano; e queste, non lo crederà, mi fanno perder tempo in discussioni e in ritrovi. Sopra tutto, gli amici.

— Proprio gli amici...? — chiese Flavia, con un’intonazione insinuante e così modulata che pareva l’inizio d’una melodia.

Aurelio la fissò stupito negli occhi, e corrugò la fronte.

— Non capisco, — egli disse, dopo una breve pausa di raccoglimento.

Ella ripetè con la stessa voce:

— Proprio gli amici, o non piuttosto...... le amiche?

— Ah, — esclamò il giovine, inarcando le labbra a un’espressione amara, quasi di sdegno; — m’avvedo che sarà bene per entrambi che faccia sùbito una dichiarazione aperta e leale, quantunque non molto gentile: io sono misogine.

— Misogine?.... — fece Flavia, che a sua volta non comprese. — Che cosa vuol dunque dire: misogine?

— Ohimè, signorina: la parola può essere oscura, ma il significato n’è fin troppo chiaro! Vuol dire: nemico delle donne.

Nel proferire queste parole, egli non ebbe un’inflession carezzevole di voce; parlò come un maestro che spieghi la lezione a un allievo indifferente. S’aspettava un mutamento subitaneo di contegno in lei: ch’ella s’offendesse e cessasse d’interrogarlo, o almeno che, rinunciando a ogni inchiesta sentimentale, passasse con la leggerezza propria delle femmine a tutt’altro discorso. Ella in vece s’accontentò di guardarlo attentamente, e parve a lui di sorprendere in quello sguardo anche un lampo di simpatia.

— L’han dunque fatto molto patire le donne per renderselo così avverso? — ella chiese, scrutandolo sempre negli occhi.

— Affatto.

— Ella non ha mai amato, forse?

— Mai, signorina.

— Proprio: mai?

— Mai, le dico.

— Lei beato! — esclamò Flavia, e abbassò gli sguardi come oppressa da un assalto di memorie tristi.

Successe un silenzio.

Il dì moriva assai dolcemente: rampollavan le stelle a una a una dalla cupola del cielo, e le luci dalle ombre ugualmente fosche delle pendici; l’ultimo chiaror tramontano agonizzava al sommo delle vette, e il suo riflesso, attraversando il lago, giungeva a illividire il prospetto roseo del palazzo e i volti degli astanti. Un gregge attardato passava su la riva. I belati rompevan lamentevoli la calma della sera.

Maravigliato dall’esclamazione dolente della fanciulla, Aurelio incominciava a esser morso da una sottile curiosità. Egli fu primo a parlare.

— Me beato, ha detto..... E perchè?

— Perchè la invidio.

— M’invidia perchè..... non ho mai amato?

— Sì. E non soltanto l’invidio, ma anche sinceramente l’ammiro, e faccio voti per lei ché possa sempre dire così.

Una strana commozione suscitavan nel giovine le parole e l’atteggiamento inaspettati di Flavia. Blandito nella sua vanità d’uomo puro, egli piegava a poco a poco verso lei, in un languido abbandono di gratitudine e di compassione. La coscienza della sua incorruttibilità sembrava trarre da quell’elogio e da quell’augurio una conferma misteriosamente persuasiva, come da un sortilegio; ed egli si concedeva fiducioso e docile alla lusinga, assaporandone il venefico succo con la improntitudine d’un fanciullo goloso.

— E, dica, signorina, — riprese Aurelio a voce più fioca: — ella dunque ha molto sofferto per invidiare con tanto ardore un passato arido e freddo come il mio?

— Oh, molto sofferto! — assentì Flavia, abbassando le palpebre su gli occhi scintillanti. E, a frasi sommesse e concitate, recitò il suo lamento, il viso contratto, gli sguardi smarriti nel vuoto, come parlasse a sè medesima: — Io fui molto, molto disgraziata!... Se sapesse che triste esperienza ho già fatta io della vita!... Tutte le mie belle illusioni furon distrutte!... I miei più puri sentimenti, calpestati e infranti!... Ah, bisogna nascere senza il cuore per esser felici! O almeno averlo perduto per sempre.... L’amore è una menzogna...

Aurelio l’ascoltava con lo stesso piacere che si prova ascoltando una musica. Delle frasi sconsolate di Flavia egli non percepiva che il suono, un suono dolce, vellutato, a cadenze malinconiche verso le note gravi. E in tanto la guardava fisso, attratto per la prima volta dalle mirabili fattezze di quel viso impallidato da un acre ricordo e dalla luce crepuscolare.

Era un viso ovale, forse un poco esiguo per quel corpo troppo snello e troppo allungato. I lineamenti, d’una irregolarità gustosa a pena sensibile a un qualche osservatore paziente, avevano quell’espressione complessa di fragilità e insieme di resistenza morale, che rivela bene spesso l’indole femminilmente decisa ed equilibrata. Un’ombra tenera, leggerissimamente violetta, le circondava gli occhi che volgevano un’iride grigia, profonda, cerchiata di nero; maravigliosi occhi, a cui l’anima pareva affacciarsi, ora triste, ora gioconda, ora calma, ora agitata, con una singolare mobilità. La bocca, piuttosto larga e sinuosa, era d’una chiarezza affascinante: mentre ella parlava, di tra le labbra un po’ smorte e la chiostra dei denti, appariva a scatti la punta umida della lingua, come un bagliore. E nulla superava la dovizia della sua chioma, densa e castagna, disposta su la finissima testa a guisa d’un caschetto di lucido rame.

Donna Marta e la signora Boris conversavano animatamente tra loro; la voce di Luciano era divenuta un bisbiglio indistinto, e le risa della bionda s’eran fatte più rade e gutturali, quasi spasmodiche.

Flavia continuava:

— Ora son guarita. Guarita come si può essere da una ferita indelebile! Ho fatto una mala esperienza e questa mi servirà per l’avvenire; è l’unico vantaggio che n’ho avuto, e naturalmente non voglio perderlo. Chi batterà di nuovo alla porta del mio cuore, la troverà irreparabilmente chiusa, anzi murata. Tanto peggio per colui!

— Ella vuol dunque, con un sistema penale di nuovo genere, infliggere al secondo la punizione dovuta al primo, non è vero? — domandò celiando l’Imberido.

— No, conte. Ho perdonato a lui; imagini se voglio vendicarmi su un altro!... Del resto gli uomini son tutti uguali: essi, creda, non soffrono che nella loro vanità. Quando sanno di non esser posposti a nessuno, accettano indifferenti qualunque ripulsa.... Io sarò sorda e muta per essi: ecco tutto. E, chi sa? Forse così potrò ancora esser felice, — ella soggiunse con un debole sorriso.

— Io glie lo auguro di tutto cuore, signorina.

La notte era discesa. D’innanzi, lo spiazzo giaceva oscuro nell’abbandono. I gattici e i salici presso il ruscello stormivano dolcemente al soffio continuo della valle. A Stresa alcuni razzi colorati salivan nelle tenebre, vi si spegnevano con certi rombi cupi, che gli echi ripercotevano qua e là lungamente. E il villaggio lontano appariva a ogni accensione, come devastato da fantastici fuochi.

— Ragazzi, fa fresco. Rientriamo, — ammonì donna Marta, levandosi in piedi.