I. L’apparizione.

Una campanella acuta e stridula singhiozzò ostinatamente nel silenzio.

Il giovine conte Aurelio Imberido, allo squillo subitaneo, si scosse con un moto brusco su la sedia a sdrajo, dov’era caduto in sopore mentre studiava e meditava con un grosso volume di economia politica tra le mani; fissò per un attimo, istintivamente, gli occhi ancor torpidi su la pagina aperta del libro; poi lo scagliò d’un tratto lontano, verso una tavoletta d’ebano già tutta ingombra di fascicoli e di fogli scritti. Il libro cadde a terra in piatto, sollevando un romor secco d’esplosione e un nuvolo di polvere.

Era l’ora del tramonto: dalle stecche delle persiane richiuse, un livido chiarore penetrava a pena nella camera, come una triste luce lunare. A poco a poco l’aria ambiente era andata imbrunendo durante il sonno del giovine, e al richiamo della campanella questi con suo ingrato stupore s’era trovato là disteso e immemore, avvolto in una semioscurità che non gli permetteva più di distinguere i caratteri del libro in lettura. Egli ebbe nel levarsi un gesto d’ira, quasi di sdegno contro il suo frale organismo che gli aveva rubato per riposarsi un tempo prezioso; e si diresse a passi concitati verso il vano del balconcino.

Spalancò le persiane con violenza, e uscì fuori all’aperto. La stanza da studio guardava a levante, incontro alla collina e al vecchio giardino del palazzo dagli alti abeti, dai grandi cedri svettati, dalle innumerevoli statue bianche. In quel chiuso paesaggio i rossori del tramonto non mandavano un riflesso; ogni tinta vi si ammorbidiva, assumendo tonalità viepiù discrete e quietanti.

Il cielo appariva già cupo, sebben non anche solcato da stella; le piante nell’orto, le vigne serpeggianti lungo i lividi scaglioni, le praterie presso i culmini parevan fresche e umide come dopo una pioggia; soltanto, dietro la linea pacata dei colli, la nuda solitaria piramide del Sasso del Ferro si slanciava verso l’azzurro, ancor rosea e calda dell’ultimo bacio solare.

Aurelio, appoggiato con le braccia alla ringhiera, guardò la montagna luminosa con uno sguardo corrucciato, in cui una punta d’invidia pareva. Era pertinace il suo dispetto; egli non poteva perdonarsi quelle due ore d’incoscienza, che il suo corpo aveva pur dritto d’esigere dopo una notte insonne. La sua paradossale opposizione alle leggi della Natura aveva sofferto un’altra piccola sconfitta: egli s’era imposto di studiare fino all’ora del pranzo, e non l’aveva potuto perché il sonno gli era piombato sopra d’improvviso, strappandolo alla sua volontà. — Il giovine, com’era abituato dalla solitudine e dalla vita contemplativa alle riflessioni larghe e sintetiche, pensò a questo duello strano, disperante che la sua tempra di ribelle gli imponeva anche contro l’Invincibile; e sorrise mestamente, non senza però un certo fondo di simpatia e d’ammirazione per la sua bellicosa debolezza.

Aurelio Imberido contava a quel tempo venticinque anni o poco più. Di statura media e alquanto esile, se non eran le sue forme complessive quelle del perfetto tipo virile, aveva egli bensì una testa singolarmente nobile, che sola bastava a designarlo come il prodotto d’una razza superiore, diretta da secoli per una serie di generazioni progressive verso le sommità della Specie. Il naso lungo, profilato, regolarissimo, partiva dalla fronte estesa, alta e ben lunata, disegnando una linea diritta, a pena un po’ prona su la fine; la bocca era larga, sincera, senza pieghe malinconiche o amare; sotto la breve barba nera a punta, il mento e l’arco dell’osso mascellare, a bastanza sviluppati, chiudevano armonicamente ed energicamente l’ovale del suo viso. Contrastavano con la forza e la purezza di tutti i suoi lineamenti gli occhi e il color della pelle: gli occhi piccoli e glauchi, che parevan coperti come da una tenue velatura lattea, nel rossore delle palpebre e della cornea accese da un’ostinata infiammazione; il color della pelle, ch’era femmineo, bianchissimo, anzi pallido, d’un pallor tenero e unito senza irradiazioni rosee e senza livide ombre.

Il portamento altero del capo, la foga del gesto, certi sguardi profondi, investigatori, talvolta quasi molesti nella loro velata fissità, l’uso assiduo d’abiti oscuri e di cappelli flosci caratterizzavan così la sua persona, che vista una sola volta non si poteva dimenticare mai più.

Estremo discendente d’una famiglia aristocratica, che aveva dato alla storia più nomi illustri di capitani e di diplomatici, il conte Imberido dai primi anni di giovinezza aveva sentito il bisogno di dominare, di farsi largo tra la folla, d’empire il mondo della sua persona e delle sue virtù. La sua famiglia, un tempo doviziosissima, aveva attraversato nell’ultimo secolo un periodo disastroso: le rivoluzioni avevan sottratto gran parte delle antiche ricchezze all’avo suo Gian Franco, morto gloriosamente in esilio dopo aver sacrificato ai nuovi ideali democratici anche le tradizioni della sua stirpe, sposando per amore la figlia d’un martire, povera e di modestissime origini. Il padre suo Alessandro, superbo e sensuale, forse per nascondere la sua ruina agli altri e a sè stesso, aveva sperperato in lusso e in vizii il resto del patrimonio avito e quasi intera la dote della moglie, un’assai nobile donna che il primo parto aveva condotta irrimediabilmente al sepolcro. In fine anch’egli, ebete e distrutto, s’era spento ancor giovine, lasciando nelle strettezze il figliuolo poco più che trilustre e la vecchia madre sessantenne.

Aurelio rimase così, orfano e quasi miserabile, erede d’una secolare tradizion di grandezza, in faccia all’avvenire fosco e minaccioso. Il suo spirito si temprò nella sventura e nell’abbandono. Egli comprese sùbito che lo studio, solamente lo studio nei tempi nostri avrebbe potuto renderlo degno del suo nome e capace di riaccendere intorno a questo una nuova aureola di superiorità e di potenza. Si nudrì adunque di letture varie e profonde, esercitò il suo ingegno in ogni campo dello scibile, sviluppò le sue preziose facoltà con le meditazioni più acute e le ricerche più diligenti. E, sfuggendo ogni occasione di svago e di riposo, s’appartò in una specie di chiostro intellettuale dove gli echi del mondo non gli giungevan che affiochiti come voci sotterranee e irreali.

Fu in una siffatta solitudine che si precisarono a poco a poco le sue ingenite tendenze di dominatore: gli insegnamenti della filosofia positiva e sopra tutto quelli della sociologia e dell’economia politica gli aprirono un vasto orizzonte d’azione e di ridenti possibilità. Eran le lotte della vita pubblica, che lo chiamavano, che promettevano al suo sogno d’effettuarsi: per esse non avrebbe mancato, con la sua intelligenza, la sua coltura e la sua forza morale, di togliersi dall’oscurità in cui era immeritatamente caduto e divenire una persona insigne, un condottiere d’uomini inermi, come già qualche suo avo era stato d’uomini armati.

Uscì a vent’anni, gravido di scienza e d’illusioni, dalla sua biblioteca, dove omai gli pareva di soffocare, e si gittò tosto perdutamente nella mischia, tra la folla, alla dolorosa conquista d’una gloria. La sua ingenua sincerità, la singolarità delle sue idee, lo splendore della sua dottrina non tardarono ad attirare su lui l’attenzione malevola di tutti quanti già combattevano nella lizza politica, sciupati dal contagio popolare, corrotti dall’esperienza, avvelenati da una vanità insodisfatta o dalle umili esigenze della vita quotidiana. La Rivista di sociologia, ch’egli aveva fondata con quattro o cinque coetanei trascinati dal vento del suo entusiasmo, fu accolta da costoro con l’indifferenza beffarda che schiaccia senza toccare: essi risero discretamente alle sue spalle, malignarono un poco sul suo gran nome e su la sua povertà, lo giudicarono uno spirito eccentrico e malfermo, poi continuarono tranquilli la loro via senza più curarsi di lui o di quanto egli scrivesse.

Questo primo insuccesso tra le persone più autorevoli della città non fece che spronare il giovine a proseguir la sua campagna con maggior pertinacia e con miglior discernimento: abituato in solitudine a giudicar tutto e tutti indipendentemente dall’opinione comune, egli si sentì onorato dalla sorda ostilità e dal disdegno, che gli venivan tributati da gente ambigua, spregevole, senza coltura e senza convinzioni di sorta. E, più che non mai fiducioso nel suo programma che sapeva fondato sopra solide affermazioni della scienza e della filosofia, si diede ben tosto a ricercare altrove il suo pubblico di seguaci e d’ammiratori.

Era una grande opera di restaurazione sociale ch’egli aveva meditata e voleva pazientemente iniziare. — Gli statuti, le leggi, le formule correnti e le teorie preferite nei tempi nostri minacciavano, secondo lui, il progresso avvenire della Specie, poiché tendevano a soffocare la lotta per l’esistenza, a rinnegare il principio ereditario, a distribuire i diritti e i poteri e i beni con criterii astrattamente numerici in opposizione agli esempii della Natura. Le torbide condizioni della società contemporanea, abbandonata omai all’arbitrio delle masse, dipendevano sopra tutto dall’acquiescenza quasi criminosa delle classi superiori, che avevano piegato il capo sotto la violenza o si eran morbosamente commosse alle declamazioni e ai sofismi della democrazia. Rassegnati o apóstati, gli uomini che, affinando il corpo ed elevando lo spirito con le più aspre discipline, avevan già tenuto nelle loro mani i destini della razza, erano in atto d’abbandonare armi e insegne a coloro, che una lunga servitù e una secolare ignoranza rendevano indegni nonché di governare e di giudicare gli altri, anzi di godere della stessa loro libertà d’azione e di pensiero. Occorreva dunque risvegliare dal letargo o dal sogno quei nobili immemori della loro storia; occorreva chiamare sollecitamente a raccolta tutti quelli che si erano adattati al presente stato di cose, per debolezza, per inerzia o per disdegno; occorreva ricostituire una nuova aristocrazia battagliera con i resti dell’antica e i doviziosi e gli eletti, per arrestare a forze riunite il cammino della barbarie plebea, ebra dei successi ottenuti, bramosa di devastazioni e di rapine.

Con un programma così audace e insolente, esposto però con sottile abilità, senza precipitazione e senza intemperanza di parole, la Rivista dell’Imberido trovò alfine un pubblico di curiosi e d’apprezzatori laddove appunto egli desiderava, tra le persone cólte e facoltose, tra gli uomini di scienza, tra i filosofi, tra gli artisti. La cerchia dei collaboratori venne man mano allargandosi; la polemica con gli avversarii, sopra tutto socialisti, s’accese vivace e cortese; uno scambio elevato d’idee si determinò tra i due campi, precisandone gli intendimenti, lumeggiandone la profonda divergenza di principii, preludendo pacificamente alla gran lotta che i tempi maturano e l’avvenire dovrà decidere in favore degli uni o degli altri.

Ma il giovine non poteva appagarsi del successo di curiosità ottenuto dal periodico, né della effimera nomea che gli davano i suoi articoli succosi e cristallini. Egli voleva lasciare una traccia più notevole e più duratura di sè; egli voleva organizzare in un libro il complesso delle idee che spargeva disordinatamente e a seconda delle occasioni nella Rivista.

Ottimo consiglio gli parve, poiché omai il periodico aveva conquistato pubblico e fortuna, il ritrarsi dalla lotta viva, per qualche tempo; molto più che la stagione calda incominciava, e la città era divenuta intollerabile sotto un sole assiduo che fiaccava forza, volontà e ingegno. Durante la sua assenza, i compagni senza difficoltà avrebber potuto continuare l’opera da lui intrapresa, e al bisogno egli, anche da lontano, li avrebbe sorvegliati e consigliati a dovere.

Dopo aver raccomandato la Rivista alla direzione d’uno de’ suoi più ardenti collaboratori, il giovine avvocato Zaldini, egli, con un’enorme cassa di libri e di carte, si ritirò in un piccolo villaggio del Verbano, a Cerro, dove contava di passare l’estate e l’autunno in un assoluto isolamento.

Il palazzo, di cui l’Imberido aveva preso a fitto soltanto l’ala sinistra, era un antico monasterio divenuto più tardi dimora padronale. Seduto maestosamente a mezzo del villaggio su un rialto erboso, esso apriva le sue rade finestre e i suoi due rozzi balconi laterali a una vista superba, di fronte alla massima estensione del lago, che ivi s’ingolfa profondamente verso la valle del fiume Toce e le creste del Sempione. Era un’architettura primitiva, quasi immutata dal tempo in cui i monaci l’avevan costrutta: liscia, densa, disadorna nel suo esterno, s’alleggeriva e s’aggraziava internamente dove un cortile recinto da un doppio ordine di portici diceva ancora il gusto e la possanza degli antichi proprietarii. Le stanze eran tutte a vólta, semplicissime, ben quadrate, sebbene un po’ tenebrose per la scarsità e l’angustia delle luci. A pian terreno un pertugio a mo’ di grotta metteva in comunicazione il cortile col primo spianato d’un giardino veramente mirabile.

Il palazzo confinava da una parte col letto d’un torrente sempre gravido d’acque, dove i pallidi armenti scendevano al meriggio per dissetarsi; dall’altra parte, con la piazza principale del Comune, una ristretta superficie inclinata verso il lago, cui facevan corona alcuni abituri addossati l’uno all’altro in disordine e l’umile prospetto della chiesa parrocchiale. Il villaggio poi era quieto, muto, come spopolato; un rifugio di pescatori insociabili, che parevan uscire soltanto a vespro dalle dimore per mettere, su la riva già ottenebrata, mobili profili neri, simili a fantasmi.

La campanella acuta e stridula squillò un’altra volta, anche più a lungo nel silenzio. Aurelio, ch’era rimasto immobile al balconcino, gli sguardi perduti nel vuoto, forse oppresso ancora dai residui della sonnolenza, si scosse. Quel secondo richiamo era dedicato a lui che, come d’abitudine, tardava a presentarsi alla mensa; ed egli, dallo strappo vibrato, disuguale, sebbene un po’ debole, che moveva la campana, riconobbe esser la nonna medesima che lo sollecitava. Con un atto neghittoso si passò le mani su gli occhi, quasi si fosse risvegliato in quel punto, rientrò a passo incerto nella camera già invasa dall’ombra, raccattò il libro caduto a terra, e poi si risolse non senza sforzo a discendere per il pranzo.

La mensa era preparata nel mezzo d’una gran sala umida e tetra a pian terreno, assai più lunga che larga, le cui pareti tra le scrostature, le livide macchie e le pallide emanazioni del salnitro mostravan qua e là brani a pena decifrabili di pitture a fresco. Quella piccola tavola rettangolare, così bianca nella bianca tovaglia su cui piombavan concentrandosi di sotto al paralume opaco i raggi bronzei della lampada, pareva fosforescente nella vasta oscurità del luogo.

Aurelio, dopo un breve indugio su la soglia, entrò.

Donna Marta, che stava già seduta al suo posto di fronte all’uscio e mangiava, alzò il viso dalla scodella fumante per gittargli uno sguardo gonfio di rimproveri. Era una vecchia donna d’oltre settant’anni, magra, distrutta, rattrappita, pallida d’un pallor cereo, quasi orrida nei lineamenti che l’età e l’indole impulsiva avevan devastati: un gran naso aquilino, cartilaginoso, spiccava in maniera grottesca nel mezzo della sua faccia; il mento, troppo forte e sporgente, faceva sì che il labbro di sotto soverchiasse quello di sopra fin quasi a coprirlo; i capelli grigi e copiosi, inanellati alla foggia antica, ondeggiavanle a cernecchi intorno alle orecchie e su l’occipite con una triste caricatura di giovinezza. Eppure ella non era fastidiosa nè ripugnante a vedersi, specialmente se la si osservava con un poco d’attenzione e di continuità. In fatti nel lampo degli occhi, due grandi occhi nerissimi dilatati da una lunga malattia al cuore, e nel facile sorriso che scopriva la dentatura ancor ricca, e nella mobilità vertiginosa delle espressioni, donna Marta possedeva una specie di grazia affascinante che accattivava la simpatia di chiunque la conoscesse.

— È almeno mezz’ora che t’aspetto! — ella brontolò sordamente, fissandolo con la faccia scura. — Come sempre, mi son dovuta risolvere a pranzar sola. Nessuno al mondo, per tua norma, non mi ha mai fatto aspettar tanto: nè il tuo povero padre, nè il mio povero marito. Essi però mi rispettavano, mentre tu non hai proprio alcun riguardo per me!...

Era la solita occhiata minacciosa che lo riceveva quand’egli compariva in ritardo su quella soglia; eran le solite parole aspre con le quali s’inaugurava troppo spesso il pasto familiare. Senz’aprir bocca, con un lieve sorriso benevolente su le labbra, il giovine sedette a tavola, versò flemmaticamente la sua parte di zuppa nella scodella e incominciò a mangiare.

Egli aveva fatto l’abitudine a queste brusche accoglienze. Egli d’altra parte sapeva che l’umore dell’avola non poteva avere stabilità e tra poco ella medesima si sarebbe dimenticata d’essere in urto con lui. In quel cervello bizzarro le idee, le imagini, le volizioni si rincorrevano con una singolare rapidità, senza un nesso determinato, per un principio di degenerazion nervosa che la rendeva intollerante di qualunque stato fisso dello spirito. Tacere adunque, in aspettazione della prossima crise psichica, era ancora il miglior sistema per vivere in concordia e in armonia con lei.

Un silenzio seguì. Fu donna Marta che parlò prima; e parlò amabilmente con la sua voce chiara e giovenile dei momenti buoni, che tanto contrastava con la decrepitezza della sua figura.

— Aurelio, sai dunque la gran novità?

— Che novità? — domandò il giovine, sorridendo.

— Eh, càspita, sono arrivati i nostri vicini, or fa una mezz’ora. È stata una festa per questo paese! Cerro è tutto in fermento: la spiaggia d’avanti al palazzo sembra un magazzeno di casse, di cassette, di bauli, di valige! Tu vedessi: la popolazione vi si è riversata in massa per assistere allo sbarco, per prender parte all’opera di sgombero che continua ancora. E il ricevimento degli ospiti fu clamoroso, addirittura trionfale: ò visto alcune contadine che sventolavano i fazzoletti, mentre i monelli grandi e piccini gittavano in aria i berretti, urlando a squarciagola: «Evviva, evviva!» Ti garantisco: una scena curiosa che mi à divertita più che a teatro!

La vecchia parlava assai forte, alternando le intonazioni basse della voce con le acute, sottolineando le frasi con certi gesti enfatici che la mettevan tutta scompostamente in agitazione. A ogni tratto però era costretta a interrompersi per riprendere il fiato; e lo sforzo era visibilmente penoso.

— E perché tanto chiasso per alcuni villeggianti che arrivano? — chiese Aurelio con un’aria d’indifferenza. — Per noi non si è fatto niente di simile, mi pare.

— Càspita, si capisce! Tutti li conoscono qui in paese: sono ormai dieci anni che vengono a passar l’estate e l’autunno a Cerro. E poi l’ingegnere, lo sai, è amministratore di tutte le possessioni che ha nei dintorni la marchesa de Antoni. Qui anzi lo si chiama senz’altro: il Padrone.

— Il Padrone! — ripetè il giovine con un sogghigno amaro, rivedendo d’innanzi a sè la figura imbelle e servile dell’ingegner Boris.

— Sicuro. Questa buona gente non ha mai visto e conosciuto che lui: se ha ricevuto del danaro fu dalle sue mani; se ne ha consegnato fu nelle sue mani. È naturale che lo si creda il proprietario e lo si chiami così.

— Naturalissimo, — egli soggiunse per troncare il discorso.

La notizia dell’arrivo inaspettato l’aveva turbato e reso un po’ perplesso. Egli non conosceva le abitudini de’ suoi vicini, e temeva che queste potessero in qualche modo disturbarlo o distoglierlo dalle sue occupazioni. Aveva voluto esser solo, libero, sottratto agli strepiti e agli svaghi: per ciò solamente s’era risolto a lasciare non senza rimpianti la città e a ritirarsi in campagna. Anzi, nel prendere a fitto una metà del palazzo di Cerro, l’Imberido s’era particolarmente informato di coloro che avrebbero abitato l’altra metà, e aveva saputo che la famiglia dell’ingegnere vi sarebbe venuta molto tardi, amando di passare i mesi caldi dell’anno su l’alta montagna, in Engadina o nel Tirolo. «Verremo probabilmente in principio di settembre, tutt’al più, se la stagione non sarà buona, alla fine d’agosto,» gli aveva detto l’ingegnere medesimo nell’accomiatarlo. Or come mai, proprio quest’anno per la prima volta, egli anticipava così il suo arrivo a Cerro?

Aurelio, ch’era rimasto per alcuni momenti assorto e pensieroso, si rivolse d’un tratto a donna Marta, con gli occhi accesi da un primo lampo di curiosità:

— Sono qui soltanto per pochi giorni, non è vero?

— Chè, ti pare? — ella rispose. — Avrebber portata tanta roba per pochi giorni? Io credo che si fermeranno tutta la stagione.

— Ma no.... Se l’ingegnere, quando lo vidi l’ultima volta a Milano, m’assicurò che non sarebber venuti fino a settembre....

— Si vede che han cambiato di parere, — concluse donna Marta con sicurezza; — ed io certo non me ne lamento. Tutt’altro! In questo paese maledetto, dove m’hai relegata, morivo di tedio e di tristezza: sempre sola, sempre sola, sempre sola.... Essi mi terranno almeno un po’ di compagnia. Son persone assai per bene, e, a quanto pare, simpatiche, espansive, allegre....

Ella seguitò così per molto tempo a parlare dei nuovi arrivati, con quella sua loquela colorita e asmatica, che incatenava l’attenzione e insieme faceva pena. — Questa famiglia Boris, a quanto ella asseriva, si componeva in tutto di tre persone: l’ingegnere, sua moglie — una bella donna ancora, bruna, elegante sebbene un po’ pingue —, e la loro figliuola di vent’anni o poco più, bruna anch’essa come la madre e singolarmente graziosa: alla descrizione minuta, che donna Marta faceva di lei, una imperfettibile figurina da oleografia. Il suo nome era Flavia, ella l’aveva sentita chiamare ripetutamente da’ suoi parenti. Insieme con loro i Boris avevano anche condotta un’altra giovinetta, — una nipote, un’amica di Flavia o, forse, un’istitutrice? — della quale la vecchia non aveva notato che il color dei capelli, e diceva ch’era bionda, d’una biondezza pallida, cinerea, quasi bianca.

— Quando l’ingegnere se ne sarà andato, poiché certo la sua professione lo richiamerà presto in città, rimarranno le signore; e con queste, grazie a Dio, si potrà scambiare qualche parola, passare un po’ di tempo piacevolmente. Tu mi hai trascinata per un capriccio in quest’eremo, e poi non ti sei più ricordato di me, come proprio non esistessi. Ti sei segregato nella tua stanza, il cui accesso mi fu perfino vietato, e chi t’à visto, t’à visto!.... Sai? Se i Boris non arrivavano, io pensava già di ritornarmene a Milano, e al più presto!.... anche sola. Da vero non c’è una ragione perchè io vecchia e malata m’abbia sempre a sacrificare per te che sei giovine e stai bene. Ho poco da vivere, caro mio; e, quel poco, non lo voglio sciupare stupidamente in tanta malinconia e tanta noja, per farti piacere.....

La voce di donna Marta a poco a poco ritornava irosa: l’astio inguaribile contro il nipote, astio che aveva le radici in un profondo attaccamento affettivo, spuntava di nuovo nelle sue parole. Tutte le accuse accumulate su di lui rompevan di nuovo dal suo cuore, esacerbato dalla malattia e dalle acute esigenze senili alle quali Aurelio non sapeva spesso corrispondere. «Oh, ella lo capiva bene! Quell’arrivo inaspettato non gli andava a genio: egli avrebbe preferito di lasciarla morir di tedio in un deserto piuttosto che sopportare un piccolo, problematico disturbo! Sicuro; egli non si smentiva mai, mai: era sempre quello stesso egoista che non si curava di nulla e di nessuno, tanto meno poi di lei, povera vecchia inferma! Ma dove aveva dunque il cuore? dove l’aveva?»

Il giovine taceva, e il suo ostinato mutismo stuzzicava la collera dell’avola. Ella infatti seguitava, affannosamente, alzando viepiù la voce, rimescolando nel passato le colpe e le mancanze e le trascuratezze del nipote. E incominciava già a intenerirsi su la propria sorte sventurata, a spargere anche qualche lacrima per amaro conforto delle sue diuturne sofferenze.

Aurelio intanto, con gli occhi bassi su la mensa, senz’ascoltare quel fiotto intempestivo di rimproveri, meditava in preda a un sordo turbamento su le conseguenze possibili d’una siffatta vicinanza. — C’eran dunque due giovini donne tra i nuovi arrivati al palazzo? Le avrebbe egli conosciute? Avrebbe forse dovuto vederle ogni giorno per casa, conversare con loro, accompagnarle nelle passeggiate, sacrificare in somma una certa parte del suo tempo prezioso per non incorrere nella taccia di scortese e d’incivile? Tutto ciò lo sgomentava, quasi come l’aspettazione d’una probabile avversità. E non era tanto l’idea (già per lui così grave) del tempo disperso, d’un ozio obbligatorio, che più l’angustiava: era anzi quella d’un’assidua domestichezza con la Donna, con questo essere inferiore e ammaliante ch’egli non conosceva per pratica ma aveva teoricamente giudicato come il più terribile nemico della personalità, il dèmone simbolico della Specie che distrugge l’individuo.

Fin da giovinetto egli aveva appreso a valutare la fatale potenza della Sirena: la prima apparizion femminea su la soglia della sua anima era stata causa d’una commozione così profondamente paurosa, ch’egli n’aveva avuto mòzzo il respiro e il cuore squassato. D’allora in poi l’istinto animale di fuggire, di nascondersi, di sottrarsi con un mezzo vile a un fascino misterioso, l’aveva sempre tenuto e dominato, ogni qual volta gli fosse occorso di trovarsi al cospetto d’una donna giovine e piacente. Questa selvatica timidità — forse l’effetto d’un temperamento eccessivo, forse piuttosto la resultante di due correnti psichiche in opposizione — rappresentava certamente un lato debole, il più debole del suo carattere; ma egli si compiaceva, in vece, d’interpretarla come una forza, anzi come una virtù. Con uno di quegli artificii maliziosi, che l’uomo usa a sua intima giustificazione, Aurelio Imberido si giudicava migliore e superiore degli altri, perchè (fuggendo la donna) egli sapeva vivere senza di lei e poteva evitare i guai e gli errori di cui son prodighe le relazioni amorose.

Facile inganno, poichè realmente non aveva ancor messo alla prova del fuoco la sua presunta virtù. Ora l’occasione di saggiarla era venuta, ed egli, ostinato nella sua arte d’illudersi, preparava già un piano per iscansare abilmente questa occasione. Egli pensava: «Io non mi farò vedere nelle ore pericolose! rimarrò chiuso ermeticamente nella mia camera; se sarò costretto a conoscerle, farò loro intendere dal principio che non si può assolutamente contare su la mia compagnia, perchè io sono molto occupato e non debbo essere distratto.» Anche, pensava: «In fine la mia bella libertà vale un lievissimo sacrificio d’amor proprio: mi chiamino orso, mi credano scortese e incivile. Che mi fa della loro opinione? dell’opinione di due femmine!»

— Tu non mi dài ascolto, Aurelio; — proruppe d’un tratto donna Marta; — tu non ti degni più di sentire nè anche quello che dico!.... Ebbene bada, Aurelio: la mia pazienza ha un limite! Se un’altra volta, appena suonata la campana, non discendi sùbito, io faccio immediatamente i miei bauli, e me ne torno sola a Milano!

Queste parole furon proferite a voce alta e squillante, con tragica solennità, nel silenzio della gran sala piena d’ombre e di mistero. Strappato per forza alle sue meditazioni, il giovine dovette ascoltarle tutte quante con attenzione, e su l’inizio anche con una certa inquieta curiosità. Come però intese il senso della minaccia, un lieve sorriso involontariamente gli increspò le labbra: quell’inaspettata ripresa finale del primo argomento di rimprovero parve a lui una specie di ritornello con cui l’avola volesse chiudere esteticamente la sua irosa canzone.

Il pranzo era terminato. Aurelio si levò in piedi, e disse con voce assai carezzevole:

— Via, mamma, un po’ di calma! Tu ti riscaldi senza motivo: lo sai che ti fa male!

Quindi, tranquillamente, uscì dalla stanza.

Gli parve, rivarcando la soglia, d’udire dietro di sè uno scoppio di singulti. Rimase un po’ incerto, titubante se dovesse ritornare presso la nonna, o se in vece fosse meglio lasciarla sola ad acquetarsi. Preferì quest’ultimo consiglio. A passi rapidi attraversò l’anticamera buja e il cortile, i cui portici nella semioscurità sembravano avere una profondità singolare; e uscì dal palazzo sul rialto erboso, dove si lasciò cader di peso sopra uno dei sedili di granito ch’erano ai canti della porta incastrati nel muro.

La spiaggia, d’avanti a lui, era quasi deserta: soltanto l’ombra nera di qualche pescatore spiccava laggiù presso le barche, di tra i fusti dei salici, sul lucido riflesso dell’acqua. Non una voce, non un passo, non uno strepito turbavano il vasto silenzio crepuscolare, che il fioco anelito dell’onda morta scandeva regolarmente con un ritmo lento e strascicato. Un lezzo fatuo di pesci e d’alghe fracide saliva a intervalli dal lago, come una respirazione nauseosa, corrompendo il profumo delle erbe aromatiche ancor calde di sole e il buon odor cereale della paglia raccolta a fasci d’oro su l’aja comune.

Nel vespero sereno un estremo chiarore profilava tuttora nettamente le cime dei monti: prima la linea continua e dolcemente ascensionale del Motterone, poi il gran dorso gibboso dell’Eyenhorn, poi i picchi arcigni delle Alpi bianche per neve, poi il pizzo di Proman e la brusca elevazion dentata della Zeda che declinava novamente verso settentrione fino a nascondersi dietro il ceppo brunastro delle casupole di Cerro. Su tutto il paesaggio, sul cielo, su la terra, sul lago si distendeva uno strato di vapore violaceo, come un fitto velo che ne modificasse e offuscasse le tinte e i rilievi. A traverso quel velo, la riviera opposta appariva quasi piana, senza promontorii e senza insenature: la costa di Stresa, la curva del golfo, le isole Borromee, la punta di Pallanza sembravan tutte su una linea sola, ininterrotta, ch’era quella chiara dell’acqua, battuta dall’ultima luce occidentale. Solamente l’acuta gola di Mergozzo, aperta incontro a Cerro, si vedeva inabissarsi verso le lontananze dell’orizzonte: e il suo aspetto era nebuloso, fantastico, sinistro, così sommersa nel vapor violaceo tanto più denso quanto lo spazio cresceva.

Aurelio, il corpo rilassato su la rigida pietra, la testa appoggiata per inerzia alla muraglia, fu preso da uno strano senso di stanchezza e di malinconia al cospetto del paesaggio cupo e grandioso. Avveniva dentro di lui una di quelle rarissime crisi d’abbattimento, che tal volta piegavano e vincevano la sua forte fibra di lottatore. Durante siffatte crisi il suo spirito, che le consuete astrazioni avevan momentaneamente abbandonato, si smarriva in lente fantasie, cui le sensazioni delle cose esteriori imponevan come una triste tonalità minore. Alcuni pensieri insoliti in lui, alcune sepolte aspirazioni della prima adolescenza, alcuni lontani ricordi del padre morto o dell’avola vigilante con materna sollecitudine su la sua fragilità infantile, passavano lievemente in quelle fantasie, a similitudine di spettri esili e confusi, volanti verso una porta misteriosa. Senza potersene rendere una ragione, egli si lasciava vincere e intenerire dalle memorie. Egli sentiva nel fondo della sua anima levarsi un grido spasimoso: egli sentiva arrivare dalle intime energie dell’essere un impulso irresistibile verso qualche cosa oscura ma supremamente necessaria alla sua vita. Ogni suo più ardente desiderio, ogni sogno, ogni ideale pareva s’avviluppasse nel lugubre sudario dell’indifferenza: la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso, un tragico bisogno di riposo finivano per impadronirsi di tutte le sue facoltà; ed egli rimaneva come soffocato nella stretta di tanta desolazione, deplorando le sue fatiche e le sue ambizioni, anelando inutilmente a un Bene, ch’era la Morte ma poteva anche esser l’Amore.

La strana crise sentimentale incominciò questa volta dal ricordo della scena incresciosa con donna Marta e di quello scoppio di singulti che gli era parso d’udire varcando la soglia della stanza. Da parecchi giorni egli sopportava senz’alcun commovimento dell’animo le periodiche esplosioni di mal umore che l’avola sfogava a preferenza contro di lui: — un po’ per freddezza, un po’ per abitudine, un po’ per la convinzione ch’esse fossero conseguenza irrimediabile e inevitabile della lenta degenerazione ond’era esasperata l’indole di lei. Appena lo sfogo era esausto o appena egli riusciva con un qualunque mezzo a sottrarsene, Aurelio dimenticava sùbito le parole amare e non c’era caso che ritornasse sopra queste con la memoria. Quella sera in vece, come si trovò solo sul rialto del palazzo d’innanzi al lago silenzioso, i ricordi del pranzo non tardarono a risorgere nel suo pensiero, più vivi ed eloquenti degli stessi fatti reali.

Allora un’onda impetuosa di tenerezza, di pietà, di simpatia gli gonfiò il petto, improvvisamente. L’imagine della nonna, della sua seconda madre, ischeletrita dal morbo, disfatta dalla vecchiaja, dilaniata da continue angosce, gli si presentò d’avanti agli occhi dell’anima, come un’allucinazione. — Le stimate del dolore erano omai impresse indelebilmente sul povero viso, ch’egli aveva veduto tante volte curvarsi su di lui, con tanta bontà, con sì amoroso struggimento, nei dì lontani! Certo: ella soffriva veramente durante quegli scoppii di collera ingiusta contro di lui; ed egli poteva rimanere impassibile e quasi irridere alle sue sofferenze! La nonna, la sua seconda madre si logorava di giorno in giorno, consumava in futili querimonie l’estreme energie, andava piegando a poco a poco verso la fossa; ed egli non sapeva trovar nulla in sè per renderle meno triste l’agonia, per infondere un’ultima gioja in quell’anima moribonda!

La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee; il cuore era lacerato a sangue dalla tetra previsione. Aurelio si sentiva legato all’avola da un vincolo indissolubile d’affetto; alla morte di lei si vedeva già solo e perduto nel mondo, come un viandante affaticato in una steppa senza confine. Un bisogno intenso d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitava dentro di lui. Gli passavan nello spirito, in forma di sentimento vago, alcune afflizioni del tempo trascorso, che parevagli dovessero rinnovarsi ingigantite nell’avvenire. L’imagine della nonna sorgeva da tutte quelle memorie, come un simbolo consolatore. La stessa imagine ondeggiava su quelle aspettazioni, come un vacuo fantasma cui avrebbe inutilmente invocato nelle ore dolorose.

Egli si domandò costernato: «A che combattere? In che sperare? Perchè ostinarmi a vivere, quando ugualmente dovrò morire?»

Così la crise d’abbattimento incominciò; così lo scontento immane di sè stesso e del mondo, il tragico bisogno di riposo s’impadronirono di tutte le sue facoltà. La testa del giovine piegò lentamente sotto il peso dei tristi pensieri involontarii; gli sguardi caddero al suolo, e vi rimasero lungamente fissi, vitrei, acuiti, come penetrandone i misteri.

In tanto su la spiaggia, d’avanti al rialto del palazzo, passarono, di ritorno dai pascoli, le vacche cornute e corpulente, a una a una, in lunga schiera, barcollando, gittando a tratti nell’aria i tremuli e sordi muggiti; passarono le pallide pecore, strette e confuse in gruppo, mute, quasi invisibili sul fondo grigio della terra; passarono ultimi, salendo dal greto, i pescatori tardivi, recando su le spalle le pertiche prolisse, le fiocine dentate, gli staggi dalle reti ancora sgrondanti. Tutti, animali e uomini, scomparvero successivamente dalla parte del villaggio, dove li chiamava al riposo lo squillo lento e monotono dell’Ave Maria; e il vasto spiazzo fino al lago rimase affatto deserto, inanimato, come assopito nell’ombra, in aspettazione della notte imminente.

Su l’opposta riviera apparvero man mano le luci: Intra, la prima, scintillò per vivaci fiammelle, disposte a intervalli regolari lungo la costa; un gran faro d’oro s’accese su la punta di Pallanza e rischiarò d’un riflesso ondulato l’acqua cupa; altri lumi dispersi tremolarono qua e là, a Stresa, a Baveno, su i fianchi selvosi del Motterone, laggiù, lontanamente, nei malinconici abituri di Feriolo. In alto, quasi presso la vetta della Zeda, ben profilata ancora sul cielo verdognolo, un enorme fuoco divampò d’un tratto, s’allargò come un incendio di foresta; poi rapidamente declinò, si ridusse a un punto rossastro nell’oscurità, si spense.

Quando gli ultimi tocchi dell’Ave Maria caddero inerti e flosci nel silenzio crepuscolare, Aurelio, sorpreso dall’apparizione di quei lumi annunziatori della notte, volle scuotersi dal suo accasciamento e uscire da quella specie di sogno tormentoso. La crise era sul finire; uno sforzo mediocre di volontà bastava a dissiparne i molesti residui.

Egli d’un balzo s’alzò in piedi, e rientrò nel palazzo. Attraversò il cortile vuoto e bujo a testa alta, con quel piglio ardito e imperioso, che talvolta la vision della folla gli suggeriva; si mise su per la scala ottenebrata; percorse a passi rapidi il breve tratto di loggia fino alla porta delle sue stanze; ne schiuse i battenti quasi con violenza; entrò.

Dal balcone spalancato penetrava l’estremo pallore del giorno morto; in quel pallore i mobili non avevan più tinte, spiccavan neri e angolosi, simili a ombre più che a oggetti reali. La brezza, che saliva dalla prossima valle, faceva stormire dolcemente la pineta nel giardino, agitava gli apici d’alcune fronde di glicina arrampicate lungo la ringhiera, irrompeva fin nella stanza, suscitando deboli fruscii nelle carte sparse su la tavola centrale. Di quando in quando al soffio alterno le tende paonazze si gonfiavano con un largo moto d’espansione, come un respiro profondo.

Trovandosi nel luogo prediletto, Aurelio riacquistò totalmente la serenità e la sicurezza consuete dello spirito. S’arrestò, estasiato dal subitaneo benessere che tutto lo invase, in mezzo alla stanza. Era ben quello il rifugio sacro agli studii, il tempio delle superbe ambizioni e delle speranze immortali. Da quell’umil rifugio egli, come un’aquila destinata ai trionfi, avrebbe preso il gran volo per il mondo popoloso, alle battaglie del progresso umano, alla conquista della gloria. Che cosa omai avrebbe potuto arrestarlo? Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi all’impeto del suo ingegno e della sua volontà? Egli si sentiva giovine, sano, energico, incorrotto anzi incorruttibile dalle avversità e dalle passioni: egli si sentiva veramente un Eletto fra i suoi simili.

Allargò le braccia vittoriosamente, le stese ritte sopra il capo orgoglioso, agitò le mani nell’aria, sorridendo trasfigurato dalla gioja al suo destino, ch’era scritto in alto, molto in alto nei misteri azzurri del cielo. «Chi, chi può dunque mutare il destino?» egli disse a voce spiegata, in atto di sfida.

Un acuto scroscio di risa, d’una insolente gajezza, si levò in quel punto dal parco silenzioso. Alle risa successe una pausa, un susurro di voci femminili a pena sensibile; poi le risa ricominciaron da capo, più forti, più gioconde, irrefrenabili. Aurelio, che aveva già dimenticato l’arrivo dei vicini annunziatogli dall’avola durante il pranzo, fu sorpreso da quell’insolito strepito nella calma imperturbata della campagna. Spinto dalla curiosità, e un poco dal dispetto che quel riso importuno aveva mosso in lui, s’affacciò al balcone per osservare chi dunque osava disturbarlo nel suo rifugio.

Sopra una delle scalee marmoree, che adducevano al secondo spianato pensile del giardino e alla pineta, stavan ritte, appoggiandosi con una squisita grazia signorile alla balaustrata, due giovini donne assai eleganti nel chiaro costume estivo. Le loro persone uscivan tutte intere, ben definite dal candore del marmo: entrambe, alte ugualmente, apparivano snelle, di forme molto leggiadre, con gli omeri un po’ sostenuti e la cintola strettissima sopra i fianchi leggermente arcuati. Una, roseo vestita, era bruna di capelli, e gli si presentava di fronte, con gli occhi e i denti illuminati dal riso; l’altra in un attillato abito celeste, volgendogli le spalle, mostrava una splendida capigliatura bionda, raccolta in un denso intreccio su l’occipite. E nulla superava la grazia di quel gruppo fiorente di giovinezza, sul bianco della scalea, nella luce favolosa del crepuscolo.

Aurelio, in vederle, le riconobbe. Rammentò le descrizioni dell’avola; rammentò ancora i molesti pensieri e i disegni di prudenza che l’arrivo imprevisto di quelle fanciulle aveva in lui suscitati. Volle sùbito ritrarsi, ma una strana compiacenza gli impedì di muoversi: i suoi sguardi rimasero fermi come incantati dall’estetica apparizione. Mentr’egli così la contemplava, un turbamento pànico e pur dolce si veniva man mano impossessando del suo spirito assorto e maravigliato; assomigliava questo turbamento alla leggera ebrietà che dà il dolce vino spumante, mettendo tra i sensi e le cose una specie di velo sentimentale, malinconico o giocondo, continuamente trepido. Al giovine pareva di sognare. Passavano in fatti dentro di lui, come in un sogno, impetuosamente, confusamente ricordi di scene o di letture lontane, nebbiose imagini romantiche, fremiti fuggevoli di desiderio, di curiosità o di speranza. Tutto ciò nasceva e si svolgeva per una forza spontanea di fantasia, senza ch’egli potesse averne coscienza; e le fibre della sua anima tremavan tutte, come fascio di corde sottili strappate insieme da un plettro.

D’un tratto un nuovo scoppio fragoroso di risa salì dal parco. La fanciulla bruna con un movimento repentino si volse, si diede a correre all’impazzata su per la scalea, e, giunta al sommo, s’internò agile e veloce nella pineta. Un roseo tremolìo illuminò per un attimo l’ombra nera del bosco.

— Flavia! Flavia! — l’altra chiamò nel silenzio, ferma al suo posto, attonita di quella fuga improvvisa.

Nessuno rispose. Solamente un’eco lontana ripetè il nome, come un gemito indistinto.

Allora anche la bionda si mosse, ascese rapida i gradini marmorei, e scomparve in corsa tra i pini, dietro la compagna.

Il giardino apparve deserto, muto, misterioso, con le sue piante cupe e i bianchi fantasmi delle statue mutilate, ritte su gli stalli invisibili.

— Flavia! Flavia! — s’udì ancora chiamar da lungi, per l’ultima volta.

Aurelio, che aveva seguíto avido con gli occhi le due fanciulle fino al limite del bosco, quando più non le vide, fu preso da un desiderio cieco e selvaggio di scendere al basso precipitosamente, d’inseguirle, di raggiungerle come prede nel folto, dove già la notte doveva esser profonda.