VII. La principessa Olimpia Oroboni.

Erano quasi le undici di sera. Un fiacre chiuso si fermò davanti alla porticina di servizio del palazzo Oroboni, e ne discese monsignor de Luchi.

Una donna matura, che reggeva una piccola lanterna a olio, venne ad aprire.

— Buona sera, Pulcheria.

— E lei, monsignore?

— Sì, la principessa mi ha mandato a chiamare.

— Appunto, — rispose la Pulcheria, richiudendo la porta e dando il chiavistello, — ed ero qui in portineria ad aspettarlo.... Mio marito dev'esser in casa, nell'ingresso. È di un umore intrattabile.... Se lo catechizzasse un po'?... Non ora.... non ora.... A momento opportuno.

— Cara mia, — replicò monsignore, avviandosi dietro di lei pel sentiero ghiaioso che scricchiolava sotto i suoi piedi, mentre nella notte senza vento gli alberi erano immobili e il silenzio del luogo era rotto soltanto dal chioccolìo monotono d'una fontana, — a catechizzare vostro marito si perderebbe il fiato.... È un uomo che vorrebbe il mondo a suo modo.

— Purtroppo, — sospirò la donna. — Ora s'è fitto in capo che debba succedere una specie di rivoluzione qui dentro, e dichiara che in questo caso se ne va.... Dove poi andrebbe a finire? Qui non riscuotiamo il salario da un pezzo, ma almeno si ha l'alloggio e il vitto.... E all'età di Plinio, coi suoi acciacchi e con le sue idee, non è mica facile trovare....

— Ma che non faccia bestialità, — replicò il sacerdote. — Ma che non s'immischi di quello che non lo riguarda.... È lui che la fa la rivoluzione pretendendo di giudicare i suoi padroni....

— Dunque è vero, monsignore?.... Dunque c'è qualche cosa in aria? — chiese ansiosamente la Pulcheria.

E, voltandosi, alzò il lume quasi fin sotto il naso del prete per leggergli in faccia la risposta.

Monsignore si riparò gli occhi con le mani e rimase impassibile.

— Do anche a voi lo stesso consiglio che a vostro marito. Non v'immischiate di ciò che non vi riguarda.

E per liberarsi dalla seccatura affrettò il passo e soggiunse:

— Vedo chiaro dietro i vetri.... È inutile che v'incomodiate di più... Credo d'aver pratica abbastanza.

Salì in fretta i pochi gradini della scalinata ed entrò.

Meno discorsivo della consorte, il servo Plinio gli venne incontro in silenzio.

— La principessa è nella sua camera?

Plinio accennò di sì.

— C'è lume per le scale?

— C'è il lume acceso davanti all'altarino del pianerottolo.... sulla scala piccola.

— Basterà. Salgo di lì.

Illuminata di sotto in su, la tavola dell'altarino lasciava indovinare una testa di Madonna, curva in atto amoroso sul frutto delle sue viscere. Del bimbo si distinguevano appena i contorni sparenti, come, del resto, spariva gran parte del quadro sotto lo strato di fuliggine, onde il continuo fumicare di quel lume sempre acceso lo aveva lentamente cosparso.

— Ormai nelle chiese hanno introdotto la luce elettrica, — pensò monsignore, ch'era uno spirito moderno.

— Monsignor de Luchi, — annunziò il cameriere picchiando all'uscio di donna Olimpia.

S'intese il fruscìo d'una veste di seta. Una voce femminile rispose:

— Avanti!

La principessa, ch'era in piedi, mostrò a monsignore una sedia; indi, vedendo che Plinio non si decideva ad andarsene:

— Cosa c'è? — chiese bruscamente. — Se avrò bisogno di voi, sonerò.

— Il fuoco è spento, — biascicò Plinio, dando un'occhiata al caminetto.

— Non importa. Non ho freddo. Andate.

Il servo ubbidì.

Col busto proteso innanzi, monsignore attendeva che donna Olimpia parlasse.

— Pregavo, — ella disse, accennando all'inginocchiatoio che sul cuscino di velluto crèmisi portava il segno recente delle ginocchia che lo avevano compresso. — Pregavo, invocavo dal Signore una guida in questo ch'è forse il momento più critico della mia vita.... Il Signore è muto.... Non sono degna.

Si abbandonò sur una poltrona, e dopo una breve pausa riprese:

— Ho chiamato voi..., voi che avete ordito tutta questa trama....

— Era l'unica via che restasse, — mormorò il sacerdote allargando le braccia.

— Già.... A voi sta bene dir così, — seguitò donna Olimpia. — vi ho chiamato a quest'ora perchè si potesse discorrere senza esser disturbati.... Oggi ho parlato con Salvucci, il nostro benemerito agente generale, l'uomo che godeva la nostra piena fiducia e che ci ha mandati in rovina.... Vorreste forse scusarlo? — chiese con accento vibrato la principessa, interpretando a suo modo un movimento di monsignor de Luchi.

— No, no, — rispose costui. — È stato inabile, imprevidente, ma..., siamo giusti.... la situazione era molto difficile.... Bisognava, venti o venticinque anni fa, prima della crisi edilizia, aver il coraggio di vendere il giardino, il palazzo....

— Perchè vi fabbricassero un albergo?

— Sicuro che gli speculatori non hanno scrupoli archeologici.

— Mai, mai, — protestò donna Olimpia. — A ogni modo, s'era necessario di vendere, Salvucci doveva dichiararlo, e cercare un compratore nella nostra casta.... fra i patrizi romani.... Invece egli non ha saputo far altro che debiti.... E oggi non sa far più nemmen quelli.

— E che suggerisce? — domandò monsignore.

— Siete ingenuo, — ribattè la principessa in tuono sarcastico. — Naturalmente suggerisce quello che suggerite voi.... quello che voi gli avete detto di suggerire....

— Non io, principessa.... La forza ineluttabile delle cose.

— Ah, don Paolo, se non ci fosse di mezzo la follia di mio figlio, so io quel che farei.... Io lascerei andar all'asta le nostre terre, la nostra villa di Porto d'Anzio, questo palazzo, tutto insomma; lascerei portar via i mobili, i quadri, e aspetterei che i gendarmi venissero a cacciare anche me dalla mia camera, dalla soffitta forse, dove mi sarei rifugiata.... Meglio, mille volte meglio che accettar le proposte dei vostri Moncalvo.... Ma avete stregato mio figlio, il mio Cesarino, egli che doveva esser più geloso di me della nostra dignità, del nostro nome.... Se l'aveste sentito, oggi!... Sì, dopo di Salvucci, ho voluto udir lui oggi stesso.... ho voluto saper da lui s'egli era disposto a subire in pace la nostra vergogna, s'era disposto a vendersi.... Altro che disposto!... Ci va come a una festa.... don Cesarino, capite? Don Cesarino, che non osava guardare in faccia una donna.... che voleva farsi frate!... Ora muor dietro a quella figliuola di ebrei, di strozzini, con cui non ha mai scambiato una parola, che ha vista soltanto dalla finestra.... o per la strada.... Perchè da vicino non si son mai visti, non è vero?... Non si sono mai trovati insieme? Non mi avete mica ingannata?... Non avete mica fatto in modo che s'incontrassero?...

— Oh, donna Olimpia! — esclamò, con aria offesa, monsignore.

— Ormai non mi fido più di nessuno, — ribattè la principessa, — e di voi meno degli altri.

Slanciato quest'ultimo strale, la vecchia patrizia si tacque, soffocata da un nodo di tosse.

Don Paolo si affrettò a mescerle un bicchier d'acqua, le raccomandò di calmarsi e le chiese:

— Posso parlare?

Senza dir motto, ella fece un segno affermativo col capo.

— Ebbene, principessa, — cominciò il prete con la sua voce piana ed insinuante, — io comprendo lo stato del suo animo e son qui per ricevere le sue battiture.... Ma non le è mai venuto in mente che in questa che lei crede un'opera del demonio....

— Proprio così, — biascicò donna Olimpia.

— .... non le è mai venuto in mente, — proseguì monsignore, — che ci sia invece un disegno alto della Provvidenza?... Permetta.... Io non sono che uno stromento.... Permetta.... Poco più d'un anno fa, quand'era manifesto che la Banca d'Italia era decisa a realizzare il suo credito e si batteva invano a tutte le porte per evitar la catastrofe finanziaria, conoscevo io forse il commendatore Moncalvo?... E quando, andata in fumo ogni speranza di ricco matrimonio, pareva che don Cesarino volesse chiudersi in un convento, sapevo io forse che questa Mariannina esistesse? Ed ecco che, circa in quel tempo, la famiglia arcimilionaria viene a stabilirsi a Roma, viene ad abitare dirimpetto al palazzo Oroboni, ed io, per mezzo del conte Ugolini Ruschi, entro in rapporti col commendatore Gabrio, che mi dà subito cinquemila lire pel nostro Asilo, e mi presenta alle sue signore cortesi, munifiche, sempre disposte a largheggiar coi miei poveri, sempre piene di deferenza pel cattolicismo, per la Chiesa, pel papato....

— E voi le credete sincere? — interruppe la principessa. — Hanno l'eresia nel sangue.

— Sono cresciute nell'indifferentismo, — corresse monsignore, — come molte di queste famiglie israelite dell'Occidente.... Si sono staccate dalla loro religione e non sanno risolversi ad abbracciare la nostra. S'illudono di poter vivere senza religione alcuna.... Ma sono meno impreparate di quello che si pensa ad accoglier la verità della fede....

A un gesto dubitativo della sua interlocutrice, don Paolo si infervorò di più nel discorso.

— Senza questa persuasione intima, profonda, non mi sarebbe balenato in mente il disegno che, con l'aiuto del cielo, spero di condurre ad effetto.... Noti, donna Olimpia, noti le coincidenze che non possono dipendere unicamente dal caso.... Don Cesarino vede questa signorina Moncalvo dalla finestra, la osserva, egli che aveva il ribrezzo della femmina, va di sera alla chetichella nella torretta del giardino per tentar di penetrare con l'occhio nella camera di lei, per tentar di coglierla al passaggio dietro i vetri, dietro le tende; e nello stesso tempo la giovine ha una curiosità acuta di conoscere i segreti di questo recinto, di visitar questo palazzo, d'incontrarsi con quelli che lo abitano e ch'ella scorge appena di lontano in mezzo alle macchie d'alberi....; e intanto di pieno accordo coi genitori s'interessa alle nostre opere pie, partecipa alle nostre beneficenze, viene nei nostri ospizi, ammira la potente organizzazione della carità cattolica, influisce.... badi, donna Olimpia, influisce sul padre per disporlo favorevolmente all'operazione finanziaria che salverà dalla rovina la famiglia Oroboni.

— Oh, don Paolo, don Paolo! — esclamò la principessa. — Non capite.... è naturale, non potete capire — (e in queste parole c'era un'allusione alle umili origini del sacerdote) — quale mortificazione sia per me il sapere che le nostre miserie furono discusse in quella casa, che riceveremo l'elemosina da quella gente....

— Principessa mia, — disse monsignore, — alla fine dei conti gli Oroboni avranno dato più di quello che ricevono. E senta se non ho ragione di trovare in tutto ciò la mano della Provvidenza? Il primo cenno a un possibile matrimonio non l'ho fatto io.... È stata la signora Rachele Moncalvo.... molto timidamente.... come per tentare il terreno.... Io la guardai attonito. «Lo so, — ella disse, — il maggior ostacolo è la religione.... Ma se non fosse che quello! Sarò beata il giorno in cui mia figlia avrà preso il battesimo».

— E voi, — rimbeccò donna Olimpia, — voi avete subito morso all'amo.

— Io, — rispose don Paolo con una certa alterezza, — io avevo letto ormai da più giorni nell'anima di quella borghese arricchita; io non avevo bisogno di mordere all'amo.... Era lei piuttosto ch'entrava spontanea nella via sulla quale io volevo condurla... Sono sacerdote, principessa, e sono da molti anni amico e servo devoto di casa Oroboni.

Donna Olimpia chinò il capo assentendo.

— Come sacerdote, — continuò monsignore, — non posso essere indifferente alla salvezza d'un'anima; come amico e servo di questa famiglia, devo fare per essa tutto quello che dipende da me per restituirle l'antico splendore.

Un sorriso amaro sfiorò le labbra della principessa.

Don Paolo non vi pose mente, e ripigliando il tuono d'umiltà che aveva abbandonato per poco, ripetè la frase pronunciata pur dianzi:

— Io non sono che uno stromento.... Non sono io che ho illuminato il cuore della signora Moncalvo, non sono io che ho predisposto un esperto uomo d'affari come il commendator Gabrio a distrar più d'un milione dalle sue speculazioni proficue per immobilizzarlo in questo palazzo, nella villa in rovina di Porto d'Anzio e nei fondi finora punto rimunerativi d'Albano.... Ma sopra tutto non sono io che ho infiammato il sangue di don Cesarino, che ho svegliato i suoi sensi atrofizzati.... Quante volte ella mi diceva sospirando: «Non è un uomo come gli altri.... È torpido, è frigido.... Non si sposerà. Se si sposasse non avrebbe figliuoli. Povera casa Oroboni!» Questo ella mi diceva dopo abortiti i vari disegni di matrimonio.... Ed ecco che il Signore fa il miracolo per mezzo di questa giovinetta che appartiene alla stirpe dei reprobi.... ecco che tutte le speranze rinascono e che è nuovamente lecito di contare su una lunga discendenza degli Oroboni, in cui, presto forse, ci sarà un difensore della Chiesa, un campione della fede.

— Ah don Paolo, — proruppe la vecchia signora, — è inutile che doriate la pillola.... Dite che non c'è scampo; dite ch'è vano ribellarsi ai voleri del cielo.... e non dite altro.... È meglio.... Zitto!... Non sentite?

— Sì, — rispose monsignore levando gli occhi verso il soffitto. — Qualcheduno cammina qui sopra.

— È la camera di Cesarino. È lui che cammina.

— Sta per scendere forse?

— Non c'è pericolo, — replicò donna Olimpia. — Ma ormai nella notte non ha requie.... Ogni tanto si alza, gira su e giù per la stanza come un animale chiuso nella sua gabbia.... Per causa di colei!... E pensare che tre o quattro secoli fa, se una donna di quella razza avesse coi suoi sortilegi infami sconvolta la mente d'un cristiano, d'uno dei nostri, la Chiesa avrebbe ben saputo liberar coi suoi esorcismi la vittima e arder sul rogo la fattucchiera.... Non ha più armi oggi la Chiesa; non sa più nè redimere, nè punire.

— Si calmi, principessa, — disse don Paolo senza esagerarsi l'importanza di questo ritorno offensivo. — La Chiesa ha sempre lo stesso potere, ma adopera le armi che meglio convengono ai tempi.

— Il matrimonio! — sogghignò donna Olimpia.

— Perchè no?... Il matrimonio può anch'esso servire alla gloria del Signore.... Don Cesarino sposerà una battezzata.... Della conversione rispondo io.

— Una conversione apparente, — ribattè la vecchia Oroboni.

— Una conversione sincera, — rimbeccò il sacerdote. — Ho già cominciato in segreto a istruire la signorina Moncalvo e son sicuro che la scolara mi farà onore.... Il segreto è necessario perchè i Moncalvo hanno molte aderenze nella loro comunità e non desiderano di sollevare uno scandalo intempestivo.... Sarà opportuno che la bomba scoppi tutta in un colpo e che si abbia nello stesso momento la notizia del battesimo e del matrimonio....

— Dio, Dio! In che bivio mi trovo! — disse la principessa attorcigliando nervosamente il fazzoletto alle dita. — Voi siete in buona fede, lo ammetto, voi credete di agire pel nostro meglio.... Ma vi siete troppo compromesso.... Siete ormai troppo interessato nella riuscita di questo disegno.

— Si consulti con altri, — suggerì freddamente monsignor de Luchi. — Ha parenti, ha amici nell'alta aristocrazia romana.... perfino nel Sacro Collegio.

Donna Olimpia fece un gesto sprezzante.

— Nessuno ci ha mai ajutati nè d'uno scudo, nè d'una parola. Nessuno ci ajuterebbe.... Se vivesse Leone XIII, andrei a gettarmi ai suoi piedi, a pregarlo d'illuminare il mio spirito.

— Vada da Pio X... Una Oroboni non può non esser bene accolta da Sua Santità.

— Tutti sono ben accolti dal nuovo Papa, — disse donna Olimpia con un accento da cui traspariva l'orgoglio patrizio. — Ma non m'intenderebbe.... È un Papa d'idee democratiche.... come voi....

Nella stanza superiore si continuava a camminare.

— Sentitelo, sentitelo.... Non si cheta.... Ha la febbre addosso.

— Potrebbe far qualche pazzia, — insinuò monsignore. — Ha venticinqu'anni compiuti.... Potrebbe valersi delle facoltà che gli accorda il Codice.

— Don Paolo! — esclamò la principessa giungendo le mani. — Diventate rivoluzionario anche voi sotto la vostra tonaca di prete?... Nelle nostre case nessuno ancora s'è ribellato all'autorità dei genitori.... E voi credete che si ribellerebbe Cesarino?

— Non credo.... Accenno alla possibilità della cosa.

Donna Olimpia si nascose il viso tra le palme e stette alquanto raccolta. Nella stanza non si udiva volare una mosca. Dal piano di sopra veniva il solito rumore di passi. Silenziosamente monsignor de Luchi si chinò ad abbassare il lume a carcel che filava.

— Con un profondo sospiro la principessa Oroboni riprese:

— Bisognerà dunque salir questo Calvario. E cominceremo col ricever quelle dame.... Quando?

Don Paolo dissimulò prudentemente la gioja della vittoria, e si contentò di rispondere:

— Quando vuol lei.... Al più presto possibile.... Sa ch'è una visita di cui si parla da qualche settimana....

— Ero indisposta....

— Appunto, e fu questa la causa del ritardo.... Ora....

— Ora, — soggiunse donna Olimpia, — è meglio spicciarsi.... Domani, doman l'altro, fissate voi.... La vedrò finalmente questa sirena che ha fatto perder la testa a mio figlio.... Lo so, me l'avete indicata un giorno dalla finestra della torretta. Ma io son miope.... Che c'è?

Il sacerdote tirò fuori il portafoglio e ne tolse una fotografia di piccolo formato che presentò alla sua interlocutrice.

— Ecco, se vuol averne un'idea....

— Oh don Paolo! — esclamò donna Olimpia in tuono tra beffardo e scandalizzato. — Che razza di ecclesiastico siete? Girate coi ritratti delle femmine in tasca!

— L'ho preso per consegnarlo a lei, — rispose serio serio monsignore. — Nessuno potrebbe trovarci a ridire.

Donna Olimpia guardò attentamente la fotografia; poi la posò, con una smorfia, sul tavolino.

— È bella. Ma di una bellezza sensuale, volgare, sfacciata come i suoi milioni, come la genìa a cui appartiene.

— È più bella del suo ritratto, — dichiarò monsignore. — La vedrà domani.... perchè gliela accompagnerò domani, con sua madre, un po' prima delle tre.... Le giornate sono così corte in questa stagione!

— E verrà anche quel vostro commendatore.... intendo il padre della ragazza?

— No, non credo.... È tanto occupato.... Ella avrà tempo di conoscerlo....

— Per me sarei ben lieta di non conoscerlo mai, di non aver mai sentito parlare di lui.... Ah, de Luchi, è proprio il Signore che mi castiga.... Quando mi sono confessata a voi, voi mi avete assolta.... ma Egli.... Egli non assolve....

— Il Signore visita quelli che ama, — replicò l'ecclesiastico. — E spesso i dolori che dà si mutano in gioje.

— Nell'altra vita.

— Non nell'altra vita soltanto.

— Ma Egli non potrà impormi di accoglier questa intrusa come una figliuola! — proruppe donna Olimpia.

Accorto, discreto, don Paolo non insistette. Il più era fatto e al punto in cui eran le cose il resto sarebbe venuto da sè.

— Iddio la inspirerà, — egli disse alzandosi e baciando la mano che la principessa gli porgeva. — Buona notte, donna Olimpia.

— Buona notte, — ella rispose con voce sorda. Scosse il campanello e: — Accompagnate monsignore, — ella ordinò al vecchio Plinio. — E mandate da me l'Adelaide.... A domani, don Paolo.

— A domani.