XII. Uno strano appuntamento.

— Qui, qui, — disse Giorgio Moncalvo al garzone del fiorista che lo seguiva. — Qui, su questa cassapanca, ove c'è ancora posto.

E il fattorino posò nel luogo indicato una bellissima corona di sempreverdi, da cui pendeva un largo nastro di seta con queste parole ricamate in argento: «Alla cara zia, il nipote Giorgio».

Mentre il professore si frugava nelle tasche per dar la mancia al ragazzo, un uscio laterale si aperse e a fianco della miliardaria miss May comparve la Mariannina Moncalvo. Vestiva tutta di nero; i neri occhi sfavillavano sotto le lunghe ciglia arcuate; la bianchezza marmorea del fronte spiccava sotto la massa opulenta dei bruni capelli; sotto la stoffa greve dell'abito succinto e nella sua severità elegantissimo si disegnavano mirabilmente le linee della persona che Fidia non avrebbe sdegnato di prendere a modello.

— Oh Giorgio, — ella esclamò trattenendo con lo sguardo il cugino che cercava di sgattajolare. — Hai voluto portare anche tu una ghirlanda alla povera zia.... Vedi quante ne son venute.

Infatti ce n'eran d'ogni specie e misura, così da coprir quasi interamente le pareti: la più grande, la più ricca era quella di miss May.

— Ora ti presento alla mia amica, — soggiunse la Mariannina. — Il professore Giorgio Moncalvo, mio cugino; miss Lizzie May.... È un po' orso questo professore, ma si ammansa.... Address him in english, my dear. He can speak very well.

O indeed? — disse miss May. E scambiò poche parole col giovine professore, che aveva l'aria imbarazzata, confusa e si occupava appena di lei, assorto com'era nella contemplazione dell'altra, tanto più bella ed affascinante.

Nella superba sicurezza de' suoi milioni, l'americana non provò nè dispetto, nè invidia; lasciò morire il colloquio con Giorgio e si accommiatò verbosamente dalla Mariannina.

— Domattina ho una gran paura di non poter assistere ai funerali.... Se potessi seguire il trasporto in automobile?... What do you think of it?... Che ne pensate?... Non conviene?... Eh, no, capisco anch'io che non conviene.... E allora temo che non ci vedremo prima di lunedì.... Domani non avrò neanche il tempo di respirare.... Il servizio divino, il sermone.... due conferenze.... un concerto.... il five o'clock al Grand Hôtel ove ci sarà il vostro celebre romanziere Vannoni.... E poi, per le otto, il pranzo all'ambasciata americana.... L'ambasciatrice vuol mostrarmi l'albero di Natale che sta preparando per i bimbi della colonia.... Cara mia, questa Roma mi ammazza.... Ma lunedì presto telefonerò.... No, no, non chiamate, è inutile.... Il mio automobile dev'esser giù che m'aspetta.... Good bye, darling.... How beautiful you are in black! Come siete bella in vestito nero!... Good bye, sir.... Very pleased to have made your acquaintance.... Lietissima d'aver fatta la sua conoscenza.

Giorgio, ch'era all'altro angolo della sala, chinato sopra una ghirlanda di provenienza ignota, si scosse in sussulto, si avvicinò e strinse macchinalmente la mano giojellata che miss May gli porgeva.

La Mariannina accompagnò l'amica fino sul pianerottolo; Giorgio tornò a subir l'attrazione della ghirlanda misteriosa. Era più piccola delle altre, tutta di viole, senza nastro.

— Chi l'ha mandata? — chiese il professore alla cugina, che dopo un ultimo saluto a miss May richiudeva la porta.

— Quale?

— Questa.... la sola che non abbia l'indicazione del donatore.

La Mariannina aggrottò le ciglia.

— Che t'importa saperlo?

— È un segreto?

— No, — rispose alteramente la ragazza. — L'ha mandata don Cesarino Oroboni.

Giorgio Moncalvo impallidì, una sofferenza acuta gli si dipinse sul volto, gli spezzò, per un istante, la parola sul labbro.

La Mariannina, impassibile, lo dominava con gli occhi.

E intanto un ultimo raggio di sole entrava, obliquo, dalla grande vetrata, strisciava sui sempreverdi, sui crisantemi, sulle orchidee, sui lunghi nastri di seta tessuti in oro o in argento.

Moncalvo fece uno sforzo supremo.

— Bisogna ch'io ti parli, — egli disse.

La Mariannina non manifestò alcuna sorpresa di quella brusca richiesta.

— Parla.

— Non ora.

— Non ora, lo so.... È impossibile.

— Quando?

Ella si raccolse per pochi secondi; poi riprese:

— Stasera. Il babbo t'ha pregato di sorvegliare la restituzione delle carte da visita a quelli che ci fecero avere le loro condoglianze. Sarai dunque nel mezzanino con Fanoli e con i due scrivani della Banca Internazionale.... Per mezzanotte il lavoro sarà finito, e, in ogni modo, verso mezzanotte licenzia tutti.... Saranno beati di andarsene.... Io, appena sarò sicura che tu sei solo, verrò.

— Tu.... verrai?... — egli chiese, stupito della prontezza con cui ella assentiva alla sua domanda, e, più che di questo, dell'ora e del luogo da lei scelti per il colloquio.

— Verrò.... Dovrei forse aver paura? — ella soggiunse con un gesto sprezzante.

Il sole era scomparso, la breve giornata invernale finiva quasi senza crepuscolo.

La Mariannina si accostò a una parete, girò una chiave, e, come per incanto, cinque lampade elettriche si accesero al centro e agli angoli della sala, piovendo la loro luce fredda sulle ghirlande, mettendo in rilievo l'alta figura della giovinetta, che, nel bruno vestito succinto, in mezzo a quei fiori di morte, aveva l'aria d'una fata bellissima posta a custodir la soglia d'un cimitero.

— Mariannina! — balbettò Giorgio.

Ella si portò l'indice alla bocca.

— Zitto. Qualcuno può udirci. A stasera.

E lo lasciò solo, sgomentato all'idea dell'abboccamento ch'egli aveva pur dianzi mostrato di desiderare. Perchè lo aveva desiderato? Che avrebb'egli detto alla Mariannina? Che avrebb'ella detto a lui ch'egli già non sapesse o non immaginasse?... A ogni modo, anche volendo, non gli era più possibile di ritirarsi.

Quasi fosse d'accordo con la figliuola, lo zio Gabrio lo chiamò di lì a poco e gli disse:

— Abbi pazienza, povero Giorgio.... Speravo di liberarti dalle seccature, ma non c'è caso.... Stasera mi fai la cortesia di dare il cambio a quel disgraziato Fanoli che da jer l'altro in poi non ha avuto un momento di requie.... Resteranno ai tuoi ordini i due impiegati dell'Internazionale.... Procura che spiccino quanto più lavoro possono e allorchè li hai congedati chiudi il mezzanino e tieni la chiave.... Me la consegnerai domattina.... prima della cerimonia.... Io andrò a letto presto per aver domani la forza necessaria per seguire il trasporto.... Tutti andremo a letto presto stasera, tutti siamo affranti.... mia moglie, la Mariannina, tuo padre.... Egli poi a maggior ragione degli altri.... Non è più un giovinotto, e ha voluto far troppo.... Figùrati, ha voluto comporla nella cassa lui stesso.... Non lo sapevi?... Sì, sì, oggi alle tre.... con l'ajuto di Brulati.... Oh, io non avrei resistito.... Basta, ancora domani....

E sotto le frasi rotte, slegate di Gabrio Moncalvo s'indovinava una specie d'intolleranza dello spettacolo di tristezza e di morte che da vari giorni affliggeva la casa, una specie d'impazienza che tutto finisse, che la vita riprendesse i suoi diritti e il suo impero.

Già per lui essa cominciava a riprenderli, e prima di pranzo desiderò dar un'occhiata alle ultime lettere e agli ultimi telegrammi che eran giunti e chiamò Fanoli per richiamargli alla memoria un certo versamento di titoli che si doveva fare il lunedì alla Tesoreria generale. Quindi, con lo stesso Fanoli, trattenuto a desinare, parlò di un Sindacato ch'egli aveva in animo di promuovere per spingere il prezzo della Rendita e agevolare la conversione. A tavola fu quasi solo a discorrere, confortato dai monosillabi approvativi del segretario. Discorreva di finanza, di politica, e anche d'edilizia romana, come uno che vuole sviar la mente da pensieri importuni, distrarre l'orecchio da suoni molesti. In fatti era in lui il ribrezzo della morte, della morte ch'era entrata nella sua casa, che gli era tanto vicina.

Prima delle frutta, la signora Rachele, che aveva bevuto soltanto un brodo ristretto e mangiato un'ala di pollo, accusò delle vertigini e delle nausee strane e diede il segnale della partenza. La Mariannina la seguì dopo aver augurato la buona notte a tutti. Parve a Giorgio ch'ella lo salutasse in modo speciale, gli parve che gli occhi di lei si fissassero nei suoi per ricordargli l'appuntamento. E gli salì una fiamma al viso.

Indi a poco si alzò il professore Giacomo.

— Ti duole il capo? — gli chiese amorosamente il fratello.

Egli fece segno ch'era una cosa da nulla.

— Buona notte.

— Buona notte.

— Accompagno il babbo, — disse Giorgio.

— Sì, accompagnalo, — replicò lo zio. — E dopo torna qui.

— Era proprio inutile, — susurrò Giacomo appoggiandosi al braccio del figliuolo.

Passarono davanti la camera della Clara. L'uscio n'era semplicemente rabbattuto. Giacomo Moncalvo lo spinse ed entrò.

Il letto era disfatto, senza coperte, nè lenzuola, nè materassi, nudo come uno scheletro. Appoggiata su due solidi cavalletti, la bara, coperta d'un drappo nero, con frangie d'argento, teneva il mezzo della stanza; quattro ceri le ardevano ai lati spargendo intorno una luce gialla e fumosa or più or meno intensa, secondo che più o meno vivace e frizzante penetrava l'aria per le imposte socchiuse. L'armadio a specchio era quasi interamente mascherato da un'enorme ghirlanda di foglie verdi e di bacche nere e lucenti sul cui largo nastro si leggeva la scritta: «All'angelo della casa». Due donne d'aspetto volgare, nè vecchie nè giovani, sedevano presso a un tavolino con le gambe avviluppate in due grossi scialli di lana; avevano dinanzi a sè un vassojo e sul vassojo un fiasco e due bicchieri; l'espressione della loro fisonomia rivelava la suprema indifferenza acquistata nell'adempimento professionale d'un triste ufficio.

All'apparire dei signori le due donne si alzarono, offersero ossequiosamente le loro sedie.

Giacomo Moncalvo fece segno che non occorreva e con un dito sulle labbra impose silenzio.

Stettero qualche minuto, padre e figliuolo, con gli occhi fissi sul feretro ove giaceva quella che ben a ragione era detta l'«angelo della casa»; poi, taciti com'eran venuti, si dileguarono, senza badare alle donne che, addossate alla tavola, si profondevano in inchini, nascondendo, forse per un resto di pudore, il fiasco e i bicchieri, compagni delle loro veglie.

Giorgio ricordava intanto le ultime parole che aveva raccolte dalla bocca della moribonda: «Non pensare a lei». Monito vano. Egli non aveva mai pensato a lei così intensamente come ci pensava ora.