VII.

La mattina del memorabile telegramma, la signora Dorotea, dopo esser risalita al suo quarto piano, sentì il bisogno di ridiscenderne ancora e di visitare parecchie conoscenti, nel cui animo poter versare le sue pene. A ciascuna di queste dilettissime amiche ella narrò in segreto la cosa, e a ciascuna raccomandò di non far chiacchiere, come aveva raccomandato prima alla portinaia. In questo suo viaggio circolare ella raccolse i più disparati consigli, e tornò a casa che aveva il capo come un cestone. Chi le aveva detto bianco e chi nero, chi le aveva suggerito di aprir subito le ostilità, e chi di temporeggiare. I varii partiti battagliavano fieramente nel cuore della signora Dorotea, e nel suo turbamento ella lasciava scivolar più spesso del consueto la sua mantellina giù dalle spalle, e discorreva da sè sola con grande meraviglia di quanti la incontravano per via. — Sì, farò conto di non aver nemmeno ricevuto il dispaccio. — No, starò a vedere... — Che sconvenienza! — Se fosse sua figlia! — È impossibile. — Si tratterà di una notte...

Alla lunga, prevalsero le idee più miti. C'era poi ragione di prender le cose sulla punta della spada? Era giusto di non far trovare un brodo ed un letto pronto ad una creaturina di quattr'anni, che sarebbe mezza morta di fame e di stanchezza? La signora Dorotea ripensò a trent'anni addietro, quando per due settimane ella pure aveva sorriso a una piccola cuna rimasta vuota, ahi, troppo presto; ella ripensò all'amore che il suo defunto Agesilao portava ai fanciulli, onde, nei giorni di festa, amava recarsi a passeggiare ai giardini ed era lieto dell'allegria dei monelli, che, a sciami, gli volteggiavano intorno. Ottimo Agesilao! Quando non parlava alla moglie d'iscrizioni ipotecarie, le parlava di bimbi, e le diceva ch'ella era una buona a nulla perchè non gliene aveva riempito la casa. — Agesilao, Agesilao — ammoniva la savia femmina — hai quattro lire al giorno e si campa a fatica noi due; prega il cielo piuttosto che la famiglia rimanga lì. — Ma Agesilao non mutava opinione... Ah! ottimo funzionario, ottimo marito! Nessuno saprà tener come lui il protocollo di un ufficio d'ipoteche, nessuno colmerà il vuoto da lui lasciato nel cuore della signora Dorotea... E adesso, dopo più di tre lustri dacchè egli riposava nel cimitero, la sua onesta figura riusciva ancora a calmare gli sdegni della nervosa vedovella.

— Bah! — concluse la signora Dorotea — sarà per una notte.

Fatta questa consolante riflessione, la signora Salsiccini ordinò alla serva, che era una ragazza mezzo idiota del contado, di preparare su quattro seggiole accostate le une alle altre un letticciuolo per l'ospite sconosciuta, nel luogo di sbarazzo attiguo alla camera del dottor Romualdo; quindi estrasse dalla credenza un vasetto di conserva Liebig, si recò in cucina, e pose opera alla preparazione di un brodo sostanzioso, nel quale fece bollire un pugno di paste di Napoli. I gatti Mao e Meo, non usi a veder due volte in un giorno la pentola al fuoco, alzarono ripetutamente il muso in tono interrogativo, e vennero a fregarsi alle vesti della loro padrona, distraendola dal suo delicato ufficio con qualche discapito del brodo, che prese un leggiero odor di bruciato.

La signora Dorotea, poichè una debolezza ne tira dietro un'altra, considerò che anche il professore poteva aver bisogno di qualche cosa; e mandò in segretezza a prendere un quintino di vino bianco e un'oncia di formaggio stracchino che dispose acconciamente sopra la tavola apparecchiata. Dopo di ciò lasciò andar a letto la serva, la cui presenza era affatto inutile, e stette ad aspettar l'arrivo della corsa.

La prima impressione della signora Dorotea, allorchè le comparve davanti il suo pigionale con la Gilda in braccio, fu l'impressione medesima provata dai due studenti: che questa bimba egli l'avesse rubata. Certo l'idea stravagante non poteva aver presa in lei, come non l'aveva avuta nei due giovinotti; ma essa bastò ad esacerbarla di nuovo e a farle assumere un aspetto cupo e sospettoso.

E appena il professore ebbe deposto in terra il suo fardello, ella cominciò: — Mi spiegherà, poi...

— Non ho tempo, non ho tempo — rispose il nostro Romualdo, afferrando pel vestito la sua pupilla, che manifestava una gran voglia di rotolarsi sul pavimento.

Allora la signora Dorotea precedette in silenzio nel salottino i nuovi arrivati, depose la candela sulla tavola, ove c'era la minestra già scodellata, e si avviò verso l'uscio con dignità di regina.

— Il letto è fatto — ella disse senza voltarsi, quando fu sulla soglia. Indi si dileguò.

Ma innanzi che passassero cinque minuti, i suoi migliori istinti l'avevano ricondotta in salotto, ove il professore continuava a dibattersi in mezzo a smisurate difficoltà.

— Si può dar di peggio? — gridò entrando la signora Dorotea, che voleva dissimulare la sua condiscendenza con le apparenze della severità. — Si può dar di peggio? Non finirà mai questa musica?

— Ma se non c'è caso di farla mangiare — esclamò il professore desolato.

— Madonna mia! Come vuol che mangi se non le mette un paio di guanciali sulla sedia tantochè ella arrivi alla tavola?... Così... andiamo... Su, bimba, sta' composta... Già capisco.. il cucchiaio è troppo grande per la tua manina... Proviamo in questa maniera... Oh, va bene adesso... È buona la pappa, non è vero?... Come ti chiami?

— Gilda — rispose la fanciulla tra un boccone e l'altro.

Il dottore Romualdo guardò la sua padrona di casa con l'espressione della più grande maraviglia.

— Che ha, professore?... Gilda? Un bel nome, cara... Via, professore... non se ne stia lì impalato... Faccia qualche cosa... Annodi il tovagliolo intorno al collo della piccina... Oh, ma non sa far nemmen questo! E dicono che Lei è un brav'uomo... In questo modo si fa... E se è lecito — chiese la signora Dorotea, mentre dava l'ultima cucchiaiata alla Gilda — quando vengono a prenderla?

— A prender chi?

— La bimba...

— Nessuno deve venirla a prendere!

— Come!... Vuol tenerla seco?

— Per ora, almeno... È mia nipote.

— Uhm! — borbottò la signora Dorotea, deponendo il cucchiaio sul piatto e slacciando lentamente il tovagliolo della fanciulla. — In ogni caso cercherà un altro quartiere...

— Signora Dorotea, dopo tanti anni... Credevo che ci si potesse accomodare, beninteso facendo altri patti.

— Son vecchia, io, ho bisogno della mia quiete... Se avessi potuto immaginarmi che a Lei capitavano le nipoti dalle nuvole, si figuri se Le avrei appigionato le stanze... Basta, basta, l'aiuterò io stessa a trovarsi un appartamento che Le convenga... Lei è un dotto... per queste cose, si sa, non è fatto... Ma pensi intanto a coricar quella creatura. Non vede che non si regge più dal sonno?... Oh, se non c'ero io, la cadeva proprio dalla sedia... E vuol tenersi le nipoti in casa, Lei?... Qua, qua, piccina... Chiude già gli occhi... Orsù, per questa sera gliela metterò in letto io... Per questa sera, ben inteso... Ci preceda Lei, con la candela... Così...

La signora Dorotea portò la Gilda nella camera che le era destinata, e si accinse a svestirla. — E la non ha nemmeno uno straccio di suo? — ella domandò, guardandosi attorno.

A questa interrogazione il professore si picchiò la fronte, poi si frugò nel taschino del panciotto, e ne estrasse la ricevuta del bagaglio.

— Si è dimenticato di ritirare i bauli?... Era da immaginarselo... Che vuol fare, adesso?... Bisogna aspettare fino a domattina... Dia qui la ricevuta... Intanto le lasceremo la biancheria che ha in dosso... Come dorme!... Scommetto che tirerà innanzi così per dodici ore...

— Grazie, signora Dorotea — si arrischiò a dire il professore.

— Non mi ringrazi — saltò su la vedova. — Se non fosse stato che per Lei... Mi faceva compassione questa innocente... Sua nipote o no, ella non ne ha colpa...

— Ma, signora Dorotea, che cosa crede?

— Io?... Non credo nulla, io... Del resto, son ciarle inutili. Sulla sua scrivania troverà una lettera e un giornale arrivati durante la sua assenza... Buona notte.

Il dottor Romualdo rimase solo con la Gilda, che dormiva tranquilla nel suo letticciolo. Ella aveva passato un braccio bianco e tornito sotto la testa ricciuta; il suo piccolo petto si alzava e abbassava alternamente con un moto regolare; il suo lieve respiro si sentiva appena nella camera; le sue guance si erano tinte del più bel colore di rosa!

— Ma! — sospirò il professor Grolli, prendendo il lume e allontanandosi in punta di piedi. — Se fosse stata così in ferrovia!

Rientrato nella sua stanza, il professore trovò sotto un calcafogli il giornale e la lettera di cui gli aveva parlato la signora Dorotea. Mise da parte il giornale senza lacerarne nemmeno la fascia, e prese invece in mano la lettera, che portava una infinità di bolli postali e veniva da Montevideo. Romualdo sentì una trafittura al cuore. Aperse la busta, spiegò il foglio e guardò la firma che gli riuscì affatto nuova. Erano poche righe in italiano, concepite così:

«Egregio signore,

«In omaggio alle ultime volontà della signora Elena Natali di b. m., adempio al penoso ufficio di trasmettere a V. S. una copia dell'atto di decesso della detta signora. Quantunque la morte sia avvenuta da parecchi giorni, questa copia non potè aversi che oggi.

«Con stima, ecc., ecc.»

Il documento a cui questa lettera accennava era scritto in lingua spagnuola, e le firme delle autorità locali erano autenticate dal console italiano a Montevideo.

Per anni ed anni il dottor Romualdo, immerso nei suoi studi, non aveva mai rivolto il pensiero a questa sorella, che, mentr'egli era ancora fanciullo, era fuggita oltre l'Oceano. Essa era estinta per lui. Per la prima e per l'ultima volta durante questo lungo periodo egli ne aveva, tre giorni addietro, rivisto i caratteri. Ella gli scriveva che stava per morire, e morendo gli affidava sua figlia. La fredda lettera ch'era adesso aperta dinnanzi a lui, vergata da mano estrania, non poteva nè ferirlo in un affetto vivo, nè destargli alcuna sorpresa. Eppure, singolare a dirsi, il Grolli ne fu commosso più ancora che non fosse stato dalla lunga epistola di sua sorella. Ogni dubbio oramai era tolto; Elena non respirava più. C'era oramai tra loro due un abisso più profondo, uno spazio più vasto di tutto l'Atlantico. Sventurata Elena! Per quanto, rivolgendo indietro lo sguardo, egli cercasse di raffigurarsene la fisonomia, non gli riusciva di arrestarne l'immagine; sapeva solo ch'ella era stata assai bella e assai infelice.

Il professore tentò distrarsi, gettò gli occhi sulla Memoria che aveva interrotta al momento della sua partenza per Genova, e fece tutto il possibile per convincersi di nuovo che la formula x=sen ysen α era un amore di formula. Ma non vi riuscì. Fra una lettera e l'altra si cacciava l'insolita e mesta visione d'un cimitero di là dall'Oceano, ove sotto un'umile croce, non rallegrata da fiori, non consolata da pianto, dormiva una creatura del suo sangue.

Si accostò pian piano all'uscio che metteva al camerino della piccola Gilda, e tese l'orecchio. Silenzio profondo. Nulla turbava i sonni dell'orfanella, di cui egli doveva essere oramai la difesa e la guida.