VIII.

Se la nipote dormiva, lo zio invece andava rivoltandosi nelle coltri senza pigliar sonno. Da tutte le parti vedeva la via seminata di triboli e di difficoltà senza fine. Agli impicci gravissimi che gli avrebbe recati la fanciulla s'aggiungevano quelli del dover cercarsi un altro nido, e abbandonare il laboratorio ov'egli aveva con tanto amore fatti costruire i suoi fornelli e collocate le sue storte sui ruderi di una vecchia cucina caduta in disuso. Oh poveri i suoi studi, poveri i suoi esperimenti! Quando mai avrebbe trovata la calma così necessaria al pensiero? Quando avrebbe trovato la sicurezza di mano e la serenità di spirito indispensabili a misurare le dosi degli acidi e dei sali che dovevano combinarsi insieme sotto i suoi occhi? Ahimè! Ahimè! Romualdo Grolli, l'uomo di scienza, il futuro titolare della Cattedra di matematica d'una cospicua Università, era bell'e spacciato. Non restava più che un Romualdo Grolli tutore di una pupilla bisbetica, una specie di Belisario vagante per la città alla ricerca di camere ammobiliate.

Tormentato da questi pensieri che non gli lasciavano trovar requie, il dottor Romualdo si alzò per tempissimo, e appena infilati i calzoni entrò nel suo laboratorio, sospinse l'usciuolo della cameretta attigua e cacciò la testa attraverso lo spiraglio per veder se la Gilda dormiva ancora. E la Gilda dormiva infatti, e i primi raggi del sole, entrando nella stanza tra le stecche delle persiane, venivano a lambire un suo piedino di rosa che spuntava da un lembo della coperta.

Mentre il dottore contemplava questo spettacolo nuovo per lui, l'uscio che dal luogo di sbarazzo metteva al cosidetto salotto da ricevimento si aperse adagino e si richiuse in gran fretta. Non così però, che il dottor Romualdo non ravvisasse la persona che lo aveva aperto e richiuso. Quella persona non era nè più nè meno che la signora Dorotea. Sebbene il Grolli fosse quasi certo di ciò, volle togliersi ogni dubbio, attraversò lo stanzino e fu tosto nel salotto, ove colse la sua padrona di casa in piena ritirata.

La signora Dorotea aveva una veste sciolta, il viso cosparso di cipria, le rade ciocche dei capelli involte in ricciolini di carta. In questo abbigliamento affatto mattiniero, la signora Dorotea non aveva la più lontana rassomiglianza con la Venere dei Medici.

— Signora Dorotea! — esclamò il professore.

La buona donna sentì il bisogno di spiegare il suo apparente spionaggio, e stringendosi con la mano la veste sul petto, si voltò verso il suo inquilino.

— Ero venuta a vedere se la bimba dormiva ancora — ella disse.

Il dottor Romualdo, visto l'atto pudico della signora Dorotea, stimò opportuno di passare nell'occhiello il bottone della camicia; quindi rispose: — Sì, dorme ancora.

La signora Salsiccini tentennò il capo, e parve voler cominciare una frase che finisse con una interiezione. Si appigliò invece ad un punto interrogativo. — Dunque la fanciulla è sua nipote?

— Già... mia nipote — replicò il professore, dopo un momento di distrazione.

— Curiosa! Non sapevo che il professore avesse fratelli.

Le guance del nostro Romualdo si colorarono vivamente. — Avevo una sorella, che è morta — egli disse con uno sforzo.

— E il padre della bimba?

— Morto anche lui!

— Povera creatura! — esclamò la signora Dorotea, congiungendo le mani e abbandonando quindi l'atteggiamento verecondo che correggeva il disordine della sua toilette.

Il dottor Romualdo guardò pudicamente da un'altra parte e sospirò: — Ma!

— Creda pure — riprese la signora Dorotea, e non pareva più la medesima donna che il giorno prima s'era mostrata tanto inviperita col suo pigionale — creda pure, signor professore, se fossi più giovane, se avessi un quartiere meno ristretto, vorrei continuare ad alloggiarli io, vorrei attendere io alla bambina. Ma come si fa?... È impossibile... proprio impossibile.

Il professore chinò la testa con aria rassegnata.

— Intanto non si dia fretta — seguitò l'altra — c'è tempo... Penseremo insieme... vedremo... Ho qualche cosa in vista... E adesso non si affanni per la fanciulla... vada nel suo studio, Lei... starò attenta io stessa quando si sveglia... la vestirò io...

A questo punto la signora Dorotea si accorse che le conveniva principiare col vestir sè medesima, e scomparve prima che il professore potesse ringraziarla.

Il professore seguì il consiglio della sua padrona di casa, e tornò nella sua camera alquanto rinfrancato. E invero per pochi minuti egli riuscì ad immergersi nelle sue formule, e vide con soddisfazione gli a + b e i b + a sgorgare spontanei dalla sua penna; ma ad un punto la penna gli si arrestò, i pensieri algebrici gli si confusero ed egli dovette alzarsi dalla seggiola e dare un'occhiata nel gabinetto della sua pupilla.

— Son qua io — disse a mezza voce la signora Dorotea che lavorava di calze vicino al letto della Gilda, ancora addormentata. — Studii, studii... Ho mandato già pel bagaglio... Anzi, mi dia le chiavi.

Il professore obbedì; poi si rimise al lavoro e trovò, continuando nello svolgimento della sua tesi, che a h è uguale a z, ciocchè gli diede infinito conforto, come lo darà certamente ai lettori. Quindi, per distrarsi, egli passò nel suo laboratorio, i cui fornelli erano spenti da circa una settimana, rivide le sue storte che parevano invitarlo a metterle in opera, rivide chiusa in un vasetto di cristallo una sostanza organica di cui egli aveva dieci giorni addietro intrapreso l'analisi, e pensò di ricominciare la delicatissima operazione.

Allorchè egli uscì dal gabinetto, la Gilda, già pettinata e vestita, si trovava nel salotto da pranzo, guardando a bocca aperta una infinità di oggetti di sua conoscenza che la signora Dorotea tirava fuori da una cassa appena giunta. Ma la curiosità benevola della fanciulla si mutò in entusiasmo quand'ella vide emergere dalla cassa una piccola bambola ornata da capo a piedi con la più sfarzosa eleganza: cappellino di seta verde con nastri rossi; corpetto giallo; sottana azzurra; scarpine di raso bianco con una rosetta vermiglia nel mezzo. Ella le saltò addosso come a una vecchia amica, la prese di mano alla signora Dorotea, la baciò in fronte e la chiamò più volte col nome di Mimi. Questo nome le era stato imposto, quando, ancora ignuda e disadorna, giaceva lunghe ore sul letto della signora Elena, che, nei momenti in cui il suo male rimetteva alquanto della sua intensità, lavorava ella stessa ad acconciarla, promettendosi di farne un dì un regalo alla figlia. Poi la bambola era scomparsa, e avendone la Gilda chiesto conto alla madre, questa le aveva risposto: — Sta' tranquilla, che presto o tardi l'avrai.

Intanto la bimba era stata condotta via dal capitano Rodomiti, e per compagna di viaggio ella aveva avuto una pupattola assai più modesta, che s'era rotta prestissimo e aveva finito i suoi giorni nell'Oceano. Nè questa era la sola sorpresa riserbata alla Gilda, poichè si trovarono nella cassa anche due palle elastiche di guttaperca, alcune microscopiche stoviglie di stagno, e un agnello che, opportunamente caricato, apriva la bocca e belava.

Nè certo le previdenze della signora Natali si erano fermate ai balocchi di sua figlia. Era un corredo piccolo, ma compito, quello ch'ella aveva fatto riporre nella cassa e di cui ella aveva steso di proprio pugno l'inventario negli ultimi giorni che precedettero la partenza della fanciulla. A veder quel documento s'indovinavano le sofferenze del corpo e dell'anima della povera donna, tanto la scrittura ne era incerta e confusa. In un punto ella aveva interrotto il suo lavoro, perchè uno spasimo fitto l'aveva colta; in un altro le era stato forza di sospenderlo, perchè le lagrime le avevano fatto velo agli occhi.

La signora Dorotea, sciorinata ch'ebbe la roba sopra una tavola, inforcò le sue grosse lenti e prese in mano l'inventario, verificando ogni cosa. Tutto era in pieno ordine, e la signora Salsiccini, da buona massaia, non potè a meno di ripetere più volte: — La sorella del signor professore deve essere stata una gran brava donna; proprio una donna a modo.

Intanto la Gilda, che aveva già la sua dose di vanità, di tratto in tratto abbandonava la sua bambola dal cappello verde, il suo agnello belante, la sua cucina di stagno, e veniva a pavoneggiarsi davanti a quella biancheria e a quei vestitini che ella sapeva esser suoi. Naturalmente non era tutta roba nuova, ed ella riconosceva ora un nastro, ora una sottana, ora una cintura che aveva portato quand'era in casa. Talvolta le si destavano in mente altri ricordi. Quell'abito bigio coi fioretti celesti ella non lo aveva mai indossato, ma ne aveva visto uno dell'identica stoffa intorno a sua madre. E allora quella parola che i bambini pronunciano prima di tutte, e che solo una grande sventura può far loro disimparare — mamma — veniva sui suoi labbretti di corallo. — La mamma — ella diceva, alzando verso la signora Dorotea e verso lo zio Aldo i suoi occhi belli ed intelligenti e toccando l'abito bigio col suo piccolo dito. E poi si guardava intorno come se un uscio dovesse aprirsi e la sua mamma correrle incontro. No, povera Gilda, la tua mamma non la vedrai più.

Poco prima delle dieci il dottore Romualdo si accorse che si avvicinava l'ora della sua lezione. Egli uscì di casa frettoloso, e dopo esser passato in un negozio a farsi mettere il bruno al cappello, si avviò all'Università, tutto confuso in anticipazione pensando alle mille domande che gli sarebbero indirizzate e alle spiegazioni che dovrebbe dare.

E infatti egli non tardò ad avvedersi che l'incidente della notte scorsa aveva avuto un'eco nelle severe aule della scienza. Poichè, appena il suo arrivo fu notato dagli studenti sparsi nel cortile e sotto i portici in attesa del suono della campana, essi si affollarono sul suo passaggio con un bisbiglio simile al ronzìo d'uno sciame d'api. Ma la vista del cappello abbrunato del professore disarmò i loro sarcasmi. Anche il rettore, a cui il Grolli si presentò subito, pareva sulle prime esser disposto alla celia, ma anch'egli se ne astenne quando avvertì il segno di lutto e disse con accento di simpatia: — Vedo con dispiacere che Lei fu colpito da qualche sventura domestica.

Allora il dottor Romualdo, così taciturno, così riservato per indole, dovè raccontare ciò che gli era accaduto.

— Casi della vita — osservò gravemente il rettore, che non aveva scritto per nulla un libro di psicologia sperimentale. — Casi della vita — egli ripetè, offrendo una presa di tabacco al giovane scienziato.

La lezione procedette senza peripezie.

I giovani stettero quieti secondo l'usato, e il Grolli notò con singolare compiacenza che le inattese vicende dei giorni scorsi non avevano potuto ottenebrare in alcuna guisa la limpidezza del suo criterio matematico. Seppur nel più bello di una dimostrazione il visino della Gilda si affacciava al suo pensiero nel mezzo di un triangolo isoscele o scaleno, egli andava acquistando man mano la usata sicurezza, talchè gli studenti non se ne accorgevano e i rapporti degli angoli fra loro rimanevano inalterati.

Così egli uscì della scuola con animo più tranquillo, e volse le cure ad altro importantissimo ufficio, a quello cioè di collocare a frutto i danari della Gilda.

Egli era ormai deciso di non toccar quella somma in alcun modo, ma di lasciarla ingrossarsi cogli interessi a formar la dote della fanciulla. Per quanto egli vivesse fuori del mondo, gli era pur giunta all'orecchio questa grande verità, che le femmine senza dote stentano a maritarsi. All'educazione, al mantenimento della sua pupilla avrebbe provveduto egli stesso. Il suo stipendio di assistente era piccolo, ma egli lo arrotondava un po', collaborando in qualche Rivista scientifica e prestando l'opera sua per qualche analisi chimica. In tre anni dacchè aveva una posizione, s'era messo da parte millecinquecento lire: erano dunque cinquecento lire all'anno ch'egli poteva spender di più, e le avrebbe spese per la Gilda. Certo, con questa piccola somma non gli era dato far miracoli, ma possibile che non gli venisse presto la nomina a professore! Il dottore Romualdo avvertì per la prima volta nel suo animo un sentimento poco nobile e generoso, tanto è vero che spesso il male germoglia dal bene, come il bene dal male. Egli pensò che il titolare della Cattedra di matematica aveva quasi ottant'anni ed era paralitico, onde la sua morte non avrebbe nè sorpreso, nè addolorato soverchiamente nessuno.

Vergognandosi seco medesimo di questo calcolo indecoroso, il dottor Grolli eseguì quel giorno una duplice operazione presso la Banca locale. Egli prelevò una piccola somma sulla partita che teneva aperta colà, e nello stesso tempo, con immenso stupore del cassiere signor Bernardo Bernardini, versò a titolo di deposito vincolato lire 10,674 50 in nome della signora Gilda Natali minorenne, di cui egli si costituiva rappresentante.

Sollevato così da un grave pensiero, il nostro Romualdo ritornò a casa, fermo nel proposito di rinchiudersi nella sua stanza e di non uscirne fino al momento del desinare. Poichè, egli saviamente rifletteva, se la responsabilità, se gl'impegni mi si sono così d'improvviso accresciuti, è indispensabile ch'io lavori con maggior lena di prima, che rassodi ed estenda la mia fama, che mi faccia conoscere in Italia e fuori... Purchè la Gilda non mi disturbi co' suoi strilli!...

E invero la Gilda non strillava punto, ma questa tranquillità era stata acquistata ad un prezzo che al Grolli parve assai caro. Perchè la fanciulla aveva trovato che di tutte le stanze della casa quella del professore era la più allegra e ridente. E vincendo le deboli resistenze della signora Dorotea, ella vi si era trasportata coi suoi balocchi, aveva addossato a una parete la bambola, aveva deposto per terra l'agnello, aveva sciorinato sopra una sedia il suo servizio da cucina. E con molta serietà conduceva l'agnello a belare davanti alla pupattola, la quale s'inchinava in segno di gradimento; poi la pupattola era condotta alla sua volta davanti alla cucina, ove fingeva di rifocillarsi con grande appetito. Come pennellata finale, i due gatti Mao e Meo, che da anni ed anni non penetravano nella stanza del professore, attratti, per quanto sembra, dalle grazie della Gilda, avevano stimato opportuno di rompere la consegna e russavano l'uno vicino all'altro sulla poltrona ove aveva l'abitudine di sedere il dottor Romualdo.

— Signora Dorotea, signora Dorotea — egli gridò, abbracciando con un rapido sguardo il desolante spettacolo.

— Che vuol che ci faccia?... La bambina gridava come iersera e non ho potuto quietarla altrimenti che lasciandole fare il piacer suo.

— Ma io...

— Ma Lei, caro signor professore — interruppe la signora Dorotea in un accesso del suo umore bisbetico, del giorno innanzi, se vuol tenersi sua nipote a dovere, rimanga a casa a custodirla, o le pigli una governante... Capisco anch'io che così non può durare.

E ciò detto, afferrò la gruccia dell'uscio e abbandonò la stanza, seguìta dalla Gilda che le si era aggrappata alle falde del vestito e che lasciava armi e bagagli sul campo di battaglia.

— Signora Dorotea — gridò di nuovo il dottore Romualdo, scotendo forte la poltrona su cui si trovavano i gatti. Ma la signora Dorotea non sentì o non volle sentire; invece Mao e Meo, turbati nei loro riposi, spiccarono un salto, passarono sopra la scrivania del professore scompigliandone le carte, e calatisi giù dall'altra parte sgusciarono via per l'uscio socchiuso.

— E vero, così non può durare — esclamò il professore. E si lasciò cadere sfinito sulla poltrona.