XIX.
Le esagerate apprensioni delle due donne si dissiparono a veder tornare il professore sano e salvo a casa. Egli però non lasciò loro il tempo di far commenti; entrò difilato nella sua camera e vi si chiuse a chiave. A desinare non disse una parola; teneva gli occhi sprofondati nel piatto e mangiava macchinalmente. Più volte la Gilda avrebbe voluto rompere il ghiaccio, ma gliene era sempre mancato il coraggio. Era così nuova, era così impreveduta la sua situazione di fronte allo zio! Anche la signora Dorotea si sentiva incapace di aprir bocca, ed è tutto dire. Dopo pranzo, il professore Romualdo tornò a chiudersi nella sua stanza, e la Gilda e la signora Dorotea, inquiete di nuovo, rimasero a vigilare in salotto. A un certo punto la signora Dorotea, avvicinatasi all'uscio che metteva nella camera del professore, si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.
— Non c'è nessuno — ella disse.
— Sarà in laboratorio — osservò la ragazza, e passando nel luogo di sbarazzo, ch'era contiguo al laboratorio, appoggiò l'orecchio alla parete.
Si sentiva un tintinnìo di vetri e un suono di passi. Non c'era dubbio; il professore attendeva a uno dei suoi esperimenti.
— Solite diavolerie! — borbottò la signora Dorotea, non tranquillata che a mezzo — Una volta o l'altra va in aria la casa.
— Le sue analisi chimiche, le sue dimostrazioni geometriche, ecco ciò che gli preme soprattutto — pensò la Gilda, e si persuase che le sue inquietudini non avevano alcun fondamento. Però è così capriccioso questo cuore umano, che una tale persuasione le diede più noja che altro.
Sul tardi vennero le Lorati a prenderla, ed ella non rientrò che tardi. Nell'intervallo il professore era uscito e rientrato anche lui, e dopo aver chiesto conto della nipote, s'era ritirato in camera lasciando ordine che non lo disturbassero fino alla mattina dopo. La signora Dorotea si era messa per intavolare un discorso, ma egli le aveva dato sulla voce e l'aveva piantata in asso. — Benedetto uomo! — disse la vedova Salsiccini alla Gilda. — È di un umore bestiale. Scatta per nulla come una molla.
A malgrado di questo avvertimento, la Gilda, sul punto di coricarsi, non potè a meno di gridare in modo da esser sentita nella stanza attigua: — Buona notte, zio Aldo.
Al suono di quella voce così cara al suo orecchio, il professore, che era seduto davanti alla scrivania, trasalì e rispose: — Buona notte, Gilda... Fa di dormire, adesso.
— Non ho sonno...
— A ogni modo — ripigliò il professore — non è ora da far conversazione... Parleremo domani. — E soggiunse con uno sforzo: — Parleremo anche delle tue nozze... Buona notte, buona notte.
— Abbiamo preso senza dubbio un equivoco — riflettè la Gilda. — Egli era preoccupato del suo esperimento... Me lo aveva pur detto giorni fa, che c'era un'esperienza che lo faceva impazzire...
La Gilda non vide due grosse lagrime calar lentamente giù per le guance del professore, che forse da quand'era bambino non aveva mai pianto, e cader sopra le pagine d'un libro. In quel libro era trascritta la partita aperta da quindici anni presso la Banca dei prestiti e degli sconti al nome Gilda Natali, e il professore vi aveva in quel momento conteggiati in margine gli interessi ed esposta la somma totale. Le lire 10,674 50 versate nel maggio 1861 erano diventate circa lire 34,800, e il dottor Romualdo poteva esser contento della dote raggranellata per la nipote. Quel cervellino di Mario avrebbe saputo amministrar così bene la sostanza della moglie?
Fosse l'idea delle prossime nozze, o fosse altra ragione, la Gilda non fece in tutta notte che voltarsi e rivoltarsi nelle coltri. Assopitasi verso l'alba, la svegliò quasi subito l'allegro canto dei suoi cardellini, che scioglievano un inno alla luce nascente, un inno all'amore. E quell'inno destava un'eco nella sua anima. Anche per lei sorgeva uno splendido giorno, e l'amore tutto malizie e sorrisi le susurrava all'orecchio misteriose parole. Ella diventava rossa alle confidenze del suo invisibile interlocutore, e istintivamente raccoglieva le coperte intorno alla sua persona.
Nella camera attigua si moveva qualcheduno. La Gilda si fece pensosa. Povero zio Aldo! Era possibile ch'egli l'amasse in modo diverso da quello in cui gli zii e i tutori sogliono amare? Povero zio Aldo! Egli le aveva sacrificato tutto, ed ella, in compenso, lo rendeva infelice... Poteva ella lasciarlo nel dubbio ch'ella non avesse più verso di lui la fede di un tempo? No certo; era pur necessario ch'ella gli facesse comprendere come nulla era cambiato fra loro, era necessario ch'ella gli dicesse una parola affettuosa prima delle nozze, subito anzi, prima che la venuta di Mario la costringesse a non attendere ad altri che al suo fidanzato. Scese con cautela dal letto, aprì adagio le imposte, si vestì senza far romore, e poi stette alcuni minuti in silenziosa aspettazione. Quando il cigolare d'un uscio la ebbe fatta sicura che il professore era entrato nel suo santuario chimico, ella passò dalla sua camera in salotto e dal salotto alla camera dello zio; traversata questa in punta di piedi, sospinse l'usciolo del laboratorio, e si fermò sulla soglia. Il professore concentrava la sua attenzione sopra un apparecchio attraverso il quale si svolgevano alcuni gas.
— Chi è? — egli chiese, dando un balzo.
— Sono io, zio Aldo.
— Non voglio nessuno, non voglio nessuno — gridò il professore, tutto assorto nella sua esperienza.
Ella non gli diede retta, e si accostò trattenendo il fiato. Quand'ella fu vicina ai fornelli: — Sei tu? — disse il professore Romualdo, mutando tono. — Resta adesso.
Le afferrò il braccio, e con volto trasfigurato le mostrò una sostanza che si precipitava in fondo a una storta. Egli era quasi bello nel suo entusiasmo.
— Ebbene? — chiese la Gilda, fissandolo in viso.
— L'esperienza a cui tenevo tanto, e alla quale stavo per rinunciare, è finalmente riuscita a modo mio — egli esclamò con enfasi. — Possedo finalmente la mia formula. Anche la scienza ha i suoi trionfi.
— Una volta ero la tua assistente — osservò con accento malinconico la giovinetta.
Egli ripetè sospirando: — Una volta.
— Mi spiegherai almeno di che si tratta.
— Or ora — egli rispose. — Aspettiamo che sia finito.
Un colpo di vento aprì d'improvviso la finestra, e fece sbattere con violenza l'uscio del laboratorio che la Gilda, entrando, aveva soltanto accostato.
— Ih che aria! Bisogna chiuder quella finestra — disse il professore, allontanandosi dai fornelli e salendo sopra una sedia per rimuovere una tendina che s'era impigliata nello spigolo d'un'imposta.
— E io chiuderò l'uscio — soggiunse la Gilda. Ma nel punto d'avviarsi urtò inavvertitamente col gomito l'apparecchio, una storta si ruppe, uno scoppio terribile fece rintronar la volta dello stanzino, e in un attimo la povera fanciulla si trovò circondata dalle fiamme, mentre dei pezzi di vetro slanciati in aria dall'esplosione le si conficcavano nelle carni. Mise un urlo straziante, e si precipitò fuori del laboratorio, ma appena giunta in camera dello zio, le gambe non la sorressero più, e stramazzò sul pavimento.
Per buona fortuna il professore Romualdo, sebbene ferito anche lui da una scheggia, non si smarrì interamente d'animo, ma, strappati dal letto i guanciali e le coperte, li gettò addosso alla Gilda, indi, senza badare al pericolo, le si abbandonò sopra di peso e a prezzo di non lievi scottature riuscì a spegnere il fuoco che le investiva la persona. Lo strepito aveva intanto chiamata la signora Dorotea e la fantesca, le quali, al miserevole spettacolo, furono a un punto di cadere in deliquio e a stento si trascinarono sino alla scala mettendo la casa a rumore. Salirono i vicini spaventati, salirono i commessi del fondaco Albani, salirono perfino dalla strada alcuni passanti, e il loro soccorso non fu inutile ad arrestare un principio d'incendio nel laboratorio, ove le vampe correvano lungo i fornelli.
— L'ho sempre detto io che doveva finire con una disgrazia! — borbottava con voce mezzo spenta la signora Dorotea.
Ma nessuno badava a lei. Tutti gli sguardi erano conversi sulla infelice giovinetta, pochi istanti prima così florida e bella, e adesso così malconcia. I suoi occhi erano chiusi, ahi forse per sempre, una larga ferita le deturpava la bocca, la sua fronte era tutta una piaga, e sparse di luride piaghe erano le membra gentili, che palpitavano sotto le vesti a brandelli. Un rantolo affannoso le usciva dal petto, e spesso quel rantolo si mutava in un grido di spasimo da parer quello di una creatura che muore. E invero, avrebbe ella sopravvissuto a tanto strazio? Quando, fra atroci convulsioni, fu trasportata sul suo letto, e il medico l'ebbe esaminata a parte a parte, egli non seppe dissimulare le sue inquietudini. La cosa era grave in sè, gravissima per le complicazioni che potevano derivarne; nella migliore ipotesi, bisognava che passassero parecchi giorni prima di poter fare un pronostico più tranquillante.
Anche il professor Romualdo avrebbe avuto bisogno di riposo, ma egli non volle che gliene discorressero, e appena consentì a lasciarsi medicare le scottature che aveva riportate alle mani e alle braccia. Poi sedette al capezzale della nipote, e nella sua fisonomia si dipingeva una sofferenza poco minore di quella di lei. A sentirlo, era lui la colpa di tutto; maledetti i suoi esperimenti chimici, maledetta la scienza, maledetta la sua stolida vanità che gli aveva messo in corpo la smania delle scoperte!
Del resto, il Grolli s'accusava a torto. La disgrazia non era da attribuirsi che a una sbadataggine della Gilda; era invece merito di lui se le conseguenze non ne erano assolutamente irreparabili.
Ma egli non ragionava più. Era questo il primo gran dolore della sua vita. Fino a quel giorno gli studi lo avevano confortato in ogni sua prova; di fronte al mondo del pensiero, il mondo reale con le sue passioni, coi suoi affetti, gli era sempre parso insignificante e piccino; adesso la sua filosofia s'era dileguata: egli soffriva come la femminetta il cui sguardo non abbraccia più largo orizzonte di quello della sua casa e della sua famiglia. Ogni gemito della Gilda gli faceva scorrere un brivido nell'ossa; ogni volta che il chirurgo tormentava le piaghe di lei, era come se una lama aguzza cercasse la via del suo cuore.