XVIII.

S'eran già fatte le pubblicazioni di legge, e per fissare il giorno delle nozze non si aspettava che il ritorno di Mario, il quale dopo molte esitazioni s'era determinato a stabilire la sua futura residenza in Firenze, e si trovava da qualche giorno in quella città insieme col signor Gedeone affine di cercarvi un appartamento.

Intanto il corredo ordinato a Milano dal capitano Rodomiti era giunto, e formava l'ammirazione degli intelligenti, e soprattutto delle intelligenti. Le Lorati si rodevano dall'invidia; anzi la signora Olimpia mormorava con le sue amiche che questa grande tenerezza del capitano Rodomiti aveva certo le sue buone ragioni, e che senza dubbio c'era stato qualche cosa tra lui e la madre della ragazza... Ma! Se anche lei fosse stata di manica larga in gioventù, non le mancherebbero adesso i protettori per la Ginevra e la Giulia.

Nonostante queste caritatevoli insinuazioni, la signora Olimpia e le sue figliuole attendevano assiduamente a ricamare un tappeto da tavola da regalarsi alla Gilda. Era un lavoro di polso, specialmente in virtù d'un quadro centrale che doveva raffigurare la favola del cigno e di Leda. Soggetto arrischiatissimo, ma trattato con molta innocenza, perchè il cigno pareva una pacifica oca aliena da pensieri galanti, e il bel corpo di Leda dava l'idea d'una stufa di pietra cotta. Non era facile intendere come da quella stufa potesse uscire la famosa Elena destinata a mettere a soqquadro la Grecia; ma tolta questa piccola menda, l'opera collettiva delle signore Lorati era veramente pregevole. La signora Olimpia, da mamma esemplare, ne dava tutto il merito alle ragazze, e specialmente alla Ginevra, ch'era la maggiore e che andava maturandosi a colpo d'occhio.

Nè il cavalier Diomede se ne stava con le mani alla cintola. Egli era in grandi faccende per approntare un volume di circa duecentocinquanta pagine, contenente un'edizione riveduta e corretta dei discorsi letti da lui stesso nell'Accademia di cui era segretario. Erano diciotto discorsi e potevano corrispondere a diciotto grosse dosi di cloralio da prendersi in caso d'insonnia.

In quanto al professore Romualdo, egli si proponeva di dedicare alla nipote l'opera scientifica alla quale attendeva da alcuni mesi e in cui aveva versato tanta parte del suo pensiero. Avrebbe potuto con molto maggior ragione dedicare il libro a qualche uomo illustre nel campo degli studi, ma lo allettava l'idea di associare al nome della sua pupilla il frutto delle sue lunghe meditazioni e delle sue veglie. Certo, la Gilda non avrebbe potuto a meno di sentirne un po' d'orgoglio e di gratitudine, e avrebbe detto: Povero zio Aldo! Ha anche lui i suoi meriti.

E il Grolli aveva già riveduto tutte le stampe del suo lavoro, ad eccezione dell'ultimo capitolo. Qui s'era urtato contro uno scoglio. Egli correva dietro a una formula che non poteva essergli data che da una esperienza chimica alla quale s'era accinto con ardore mal ricompensato dalla fortuna. Quell'esperienza non gli riusciva secondo i suoi desiderii, per quante volte egli ritentasse la prova. Rinunciarvi non voleva, giacchè gli sarebbe parso rinunciare alla parte più brillante del suo lavoro; e poi la scienza ha anch'essa il suo punto d'onore, e s'ostina di più dove trova maggiori gli ostacoli. Ma intanto il tempo passava ed era abbastanza difficile che l'opera potesse uscire dai torchi prima delle nozze.

Ciò contribuiva a metter di cattivo umore il professore Romualdo, e il cattivo umore dello scienziato faceva brontolar più del solito la signora Dorotea e stendeva un'ombra sulla felicità della Gilda.

Fu appunto in uno di questi giorni critici che Mario annunziò alla sposa il suo imminente ritorno. Ormai tutto era pronto, non c'era che da diventar marito e moglie.

Siccome però ci voleva il tempo di ammobiliare il quartierino preso a pigione (un amore di quartierino a piedi del colle di Bellosguardo), i due primi mesi del matrimonio si sarebbero consumati in viaggio. Mario si riprometteva miracoli da una peregrinazione artistica con la Gilda in Sicilia. — Quel cielo limpido, quella natura lussureggiante — egli le scriveva entusiasta — faranno degna corona alla tua bellezza, e chi sa che a me non ispirino un capolavoro! — Per onor del vero, dopo il ritratto così egregiamente riuscitogli, egli non aveva prodotto nulla di notevole. Ammetteva egli stesso che la condizione di fidanzato gli si attagliava pochino. Una volta marito, sarebbe stata ben altra cosa. Sentiva già dentro di sè cinque o sei quadri, in ciascuno dei quali era serbato un posto d'onore alla sua sposa. V'erano momenti in cui la Gilda non poteva a meno di domandare a sè medesima: — Mi prende dunque come una modella? — Ma più sovente la sua vanità era lusingata dalla idea che la sua immagine, riprodotta in diverse guise, passasse ai posteri come quella della moglie d'un gran pittore.

La Gilda, poichè ebbe la lettera di Mario, corse in camera dello zio tenendo in mano il foglio spiegato, e gridando: — Mario sarà qui domani.

Sia che il professore pensasse all'impossibilità di pubblicare il suo libro per l'epoca voluta, sia che, dopo aver affrettato col desiderio questo matrimonio, sentisse ch'esso avrebbe lasciato un vuoto troppo grande nella sua vita, fatto si è che la nipote non ebbe punto a lodarsi della sua accoglienza.

— Venga, vada, che me ne importa? — egli disse in tono sgarbato.

— Oh, zio — cominciò la Gilda, a cui questi modi inurbani facevano male.

Ma egli la interruppe: — Lo so che hai fretta d'andartene... Vuoi fissare le nozze per posdomani, per domani sera?...

— Zio Aldo, zio Aldo — ella esclamò in mezzo alle lagrime — mi volevi tanto bene una volta! Che ti ho fatto perchè da qualche tempo tu debba odiarmi?

— Odiarti?... Io?... — gridò il professore fuori di sè in veder quel bel viso molle di pianto... — Odiarti?... Ma io invece...

Avrebbe avuto mille cose da soggiungere, ma si arrestò a un tratto. Come colui che guardando alla casa del vicino vede il riflesso delle fiamme che investono la casa propria, così il professore, nel turbamento che si dipinse in viso alla Gilda, lesse il segreto che gli era sepolto nell'anima e che non aveva voluto fino allora rivelare a sè stesso. Sentì il precipizio sotto i suoi piedi e disse balbettando: — Perdonami... Ho bisogno d'aria...

Prese il cappello, e uscì senza dar ascolto alla signora Dorotea, che seduta nel suo seggiolone in salotto chiedeva: — Che cosa c'è! Che è accaduto?

— Che c'è! Che è accaduto? — tornò a domandare la signora Dorotea quando vide comparirsi davanti la Gilda pallida e stravolta.

La Gilda appoggiò i gomiti al tavolino, si nascose il viso tra le palme e ruppe in singhiozzi.

— Ma insomma? — ripetè la vedova, avvicinandosi.

— Oh, signora Dorotea — proruppe la giovinetta, per la quale la buona femmina era divenuta in questo momento una difesa e un rifugio — non conosco più lo zio Aldo.

— Spiegati dunque...

Quando la ragazza ebbe narrato l'accaduto, la signora Dorotea tentennò il capo e congiunse le mani. — Il cuore me lo diceva... Odiarti? Lo zio Aldo?... Sciocchina che sei... Ah, se tu avessi avuto giudizio!... Ma pur troppo la gioventù di oggi si appiglia al peggio.

— O signora Dorotea, che dice mai? — riprese la Gilda, diventando scarlatta di pallida ch'era.

— Lo so, non c'è rimedio... Hai dato la parola a quell'altro... e la parola, capisco, bisogna tenerla... Ma povero professore!... Questo matrimonio gli costerà la vita... E adesso dove sarà andato, dove sarà andato? — ella proseguì, colta da un subito spavento. — Voglia il cielo ch'egli non faccia qualche sproposito.

— No, per carità, non lo pensi nemmeno — gridò sbigottita la Gilda, che aveva trovato nuove inquietudini dove era venuta a cercare un conforto. — Dio mio; sono pure infelice!

Il professore era corso via senza saper dove andava, senz'altro desiderio che quello di trovarsi all'aperto.

Uscì dalla città e prese a caso la prima strada che gli si parò davanti.

Era dunque possibile? Il suo affetto di zio, di tutore, di padre, s'era cambiato in un sentimento di tutt'altra natura?... Innamorato?... Lui?... Alla sua età, con le sue abitudini austere, con la sua ripugnanza verso quanto sapeva di galanteria?... E s'era tradito?... Oh s'era tradito senza dubbio... Lo sgomento della Gilda parlava chiaro... Imbecille, imbecille!... Egli aveva sciupato in un secondo il frutto di tanti anni di sacrifizio e di abnegazione. La Gilda non si ricorderebbe più di lui come di un tutore sollecito, come di uno zio tenero e affettuoso, ma come d'uno spasimante ridicolo che s'era offeso perchè ella gli aveva preferito un uomo giovine e bello... E se la Gilda parlasse?... Se rivelasse tutto a Mario, come ne aveva il diritto?... Se Mario venisse a provocarlo?... Oh, Mario ne avrebbe riso, ne avrebbe riso insieme con la sua sposa! Questa paura del ridicolo lo perseguitava nel suo cammino; avrebbe voluto nascondersi sotto terra, tanto gli pareva che anche le cose inanimate dovessero acquistar la favella per dargli la baja. Eppure, mentre si vergognava di sè stesso, gli sarebbe stato di grande sollievo il poter versare le sue pene in un cuore amico. Ma dove trovarlo? La sua vita era stata dissimile da quella degli altri giovani, la cui intrinsichezza si aumenta con le confidenze reciproche; coi suoi coetanei egli aveva discorso di matematica; confidenze intime non ne aveva mai chieste, non ne aveva mai fatte. E comincerebbe a trentasette anni? Un uomo forse l'avrebbe sorretto di virili consigli, ma quell'uomo era lontano, e a che pro scrivergli? Che avrebbe potuto far per lui il capitano Rodomiti finchè stava col suo legno nei mari dell'India o dell'Africa?

Dopo più d'un'ora di cammino, egli si accinse al ritorno, sempre molestato dagli stessi pensieri, sempre agitato dall'idea di doversi ripresentare alla Gilda... Procurerebbe di rientrare in casa inosservato, si chiuderebbe nella sua camera, nel suo laboratorio, per non mostrarsi che all'ora di desinare. Nel suo laboratorio?... I bei risultati ch'egli vi aveva ottenuti! Anche le storte gli eran diventate ribelli!... Ebbene; bisognava ritentare per la centesima, per la millesima volta... Già il suo mondo era lì, era tra le sue formole, tra le sue esperienze... Meglio le severe ripulse della scienza che lo scherno della donna!

A poca distanza dalla città il professore s'imbattè in una frotta di studenti che si levarono il cappello al suo passaggio e lo fissarono con curiosità.

Come mai erano a zonzo così presto? Il professore Romualdo ne interrogò uno. — Hanno vacanza?

Il giovine diede un'occhiata ai suoi condiscepoli, e poi rispose sorridendo: — Scusi... era la sua ora.

— La mia ora?... Il giovedì!

— Ma oggi è venerdì, signor professore.

— Venerdì — esclamò esterrefatto il Grolli, osservando distrattamente l'orologio, come se potesse trovarvi l'indicazione della giornata.

— Appunto...

— Sicchè... io non ho fatto la mia lezione?

— Eh pare... Anzi temevamo che non istèsse bene.

Il professore si allontanò tutto confuso. In diciotto anni d'insegnamento non gli era accaduta una cosa simile.