I.

La gran giornata, la giornata attesa e temuta, era giunta. Da quasi un anno durava il processo, un processo d'amministratori di Banche; da tre mesi i nove imputati erano in berlina dinanzi al giurì, dinanzi alla Corte, dinanzi a una folla curiosa, petulante, irrequieta. La lettura dell'atto d'accusa aveva assorbito due intere sedute; poi c'erano stati gl'interrogatori lunghi e minuziosi degli accusati; poi le deposizioni di oltre a cento testimoni; poi i rapporti dei periti. Finalmente eran cominciate le arringhe; arringhe della Procura del Re, della parte civile, degli avvocati difensori, repliche, controrepliche, ecc. Un fiume di parole aveva inondato l'aula delle Assise, aveva travolto le deboli barriere dietro a cui si riparava il senso comune di quelli che dovevano pronunciare il verdetto. Le questioni più semplici erano andate via via ingarbugliandosi, le responsabilità più manifeste apparivano dubbie, il sofisma trionfava.

E quale mutamento nell'opinione pubblica! L'opinione pubblica, si può dire, aveva imposto gli arresti; in omaggio a lei s'era negata la libertà provvisoria ai presunti colpevoli; era un coro d'imprecazioni contro questi malfattori in guanti gialli che s'erano arricchiti a spese dei gonzi, che, col loro lusso inverecondo, avevano insultato alla miseria del povero. Dieci, quindici anni di galera non bastavano, in quello scoppio dell'ira popolare, a saldar tanti misfatti. Ma, dei nove complici, colui ch'era segno alle maggiori contumelie, colui che si sarebbe voluto veder colpito con maggior rigore, era il cavalier Michele Albissola, l'uomo che, giovine ancora, era riuscito a imporsi al paese, l'uomo indispensabile, consigliere del Comune, della Provincia, della Camera di Commercio, preconizzato deputato alle prossime elezioni, l'anima infine del grande Istituto di credito la cui caduta aveva portato la rovina di centinaia e centinaia di famiglie. Lo si attaccava con la violenza medesima con cui lo si era esaltato. Il nome onorevole, reso caro all'Italia da tre generazioni di patrioti, la bella presenza, l'ingegno vivace, l'energia indomita, la parola facile e persuasiva, l'ospitalità signorile, tutte insomma le qualità naturali o acquisite che lo avevano aiutato a salire cospiravano ad aizzargli contro gli animi. Senza di quelle, egli non avrebbe potuto nascondere per tanto tempo i suoi fini tortuosi. Che più? Anzichè disarmare, esacerbava le collere il pensiero della moglie giovine, avvenente, virtuosa; dei tre bambini, tre amori, citati a modello d'eleganza e di grazia. Tutto la fortuna aveva dato a quell'uomo, e di tutto egli si era servito per ingannare. Era ben tempo ch'egli pagasse. Il santo e legittimo sdegno che infiamma i buoni contro i perversi e il basso livore che rode i cuori piccini s'univano per gridar la croce addosso a Michele Albissola, per invocar sul suo capo una punizione esemplare.

Ma anche prima del dibattimento, durante il lungo periodo dell'istruttoria, questi furori erano sbolliti. Non che la scoperta di fatti ignorati fosse venuta a toglier gravità alle imputazioni precedenti. I fatti rimanevano tali e quali, ammessi in parte dall'Albissola e da' suoi compagni, e ce n'era più del bisogno per imprimer sul fronte degli accusati il marchio di amministratori cinicamente infedeli. Ma nuovi e maggiori scandali avevano nel frattempo afflitto l'Italia, e un'idea, prima timida e dubitosa, poi risoluta ed audace, s'era fatta strada nelle coscienze: l'idea che in ogni processo, oltre a coloro che la legge traeva dietro la sbarra, ci fossero altri rei misteriosi, invisibili, che il giudice non osava, non sapeva, non poteva forse colpire; che vi fosse nell'ambiente, nei costumi, nell'ora, qualcosa di viziato e corrotto in cui si smarrivano le responsabilità personali. Il patrocinatore dell'Albissola, l'avvocato e deputato Ferruccio Maggesi, una delle illustrazioni del foro italiano, aveva capito subito quale, nel momento critico che si attraversava, fosse la linea di condotta più savia, quale il più savio linguaggio da tenere ai giurati. E valendosi della sua autorità aveva fatto accettare il suo criterio direttivo ai colleghi, onde le varie difese, anzichè rivolte a distruggersi a vicenda come avviene sovente, parvero converger tutte ad un fine. Una frase sfuggita a uno del giurì dopo lo splendido discorso del Maggesi lasciò intraveder le disposizioni d'animo dei dodici cittadini ch'erano arbitri del processo. — È un gran mondo di canaglie, — disse quel rispettabile salumaio. — O si fa un repulisti generale, o è inutile prendersela con dei disgraziati che non son peggiori degli altri.

Nonostante questa indiscrezione, ancora l'ultimo giorno del dibattimento i pareri sull'esito erano molto divisi.

— Li condannano.

— Io dico che li assolvono.

— Albissola no sicuramente.

— Anche Albissola.

— S'è lui che teneva tutti i fili in mano?

— Non importa.... Scommettiamo.

— Assolto? Albissola? È impossibile....

— Eh lo so.... A dirlo undici mesi fa c'era da farsi lapidare.... Basta, di qui a poco si vedrà chi ha ragione.

Quando il campanello annunziò che i giurati stavano per rientrare nell'aula gli orologi suonavano le dieci.