I.

Il professore Attilio Cernieri, glottologo insigne, senatore del Regno, commendatore di più ordini, membro effettivo dei Lincei, socio corrispondente d'un'infinità di Accademie italiane e straniere, s'era fatto aprire dal servo Pomponio due casse di libri giuntigli la sera prima da Padova a piccola velocità. Erano, quei libri, il residuo della biblioteca ch'egli era andato via via formandosi appunto a Padova, quando, una ventina d'anni addietro, apparteneva a quell'Ateneo come assistente al professore di lettere neolatine. Dopo d'allora egli aveva molto viaggiato per iscopi scientifici, era stato chiamato successivamente all'Istituto degli studi superiori di Firenze e all'Università di Napoli, fin che il Ministro lo aveva voluto a Roma, alla Sapienza, creandogli una cattedra apposita, e accordandogli un soprassoldo.

Per qualche tempo, durante le varie peregrinazioni del professore, la biblioteca, fatta incassare e depositata presso un collega, era rimasta a Padova. Poi Cernieri ne aveva richiamato una parte quand'era a Firenze, un'altra parte quando era a Napoli; venuto adesso a Roma con l'intendimento di fissarvi stabile dimora, aveva deciso di ritirar le due ultime casse. In fondo, quei libri non erano punto necessari ad un uomo che oltre ad aver rifornito d'opere recenti la biblioteca propria, aveva a sua disposizione tutte le biblioteche pubbliche e private della capitale. Siamo in un secolo in cui ogni cosa procede a vapore, anche la scienza; la verità dell'oggi può essere una bugia domani, e un volume rischia d'invecchiar sotto i torchi.

Solo non era ancora invecchiata, dopo dieci anni, la celebre monografia nella quale il nostro Cernieri aveva, con poderosi argomenti, rivendicato alla famiglia finnica un gruppo di radici credute d'origine celtica. Il libro, piccolo di mole ma denso di pensiero, era stato tradotto in tutte le lingue, e la geniale scoperta aveva posto il nostro professore sul vertice della piramide scientifica (sono parole di un discepolo entusiasta) accanto al principe dei glottologi viventi, il famoso Löwenstein dell'Università di Upsala. Siccome però sul vertice d'una piramide ci si sta male in due, il Cernieri e il Löwenstein avevano dato in principio l'interessante spettacolo di due lottatori che tentano di cacciarsi abbasso a vicenda, finchè convinti dell'inanità dei loro sforzi, s'erano decisi a mutar la rivalità in alleanza. I due dotti uomini erano sempre due lottatori, ma invece di lottar fra loro lottavano con gli altri.... se mai c'era l'impertinente che osasse alzar troppo la cresta e volesse collocarsi anche lui sul vertice di quella famosa piramide. Chi poi fosse disceso nell'animo di ognuno dei due chers confrères, come si chiamavano scrivendosi, vi avrebbe forse trovato una stima molto mediocre per l'alleato. Il Löwenstein credeva poco alle radici finniche del Cernieri; il Cernieri credeva ancor meno alla rivoluzione portata dal Löwenstein nello studio delle lingue indopersiche.

Ma lasciando stare Löwenstein nella sua lontana Norvegia, noi dobbiamo aggiungere qualche tocco al ritratto del nostro illustre compatriota. E cominciando dall'età, diremo che al momento in cui il servo Pomponio apriva dinanzi a lui le due casse di libri il professore non contava che quarantasei anni, ma pareva già vecchio. Era un po' curvo della persona, aveva fronte ampia solcata da rughe precoci, piccoli occhi miopi nascosti sotto le lenti, ordinariamente socchiusi come d'un micio assopito, capelli scarsi e grigi, barba ispida, negletta e quasi bianca. In gioventù Cernieri si radeva da sè, ma dopo che gli era accaduto più d'una volta, nella sua distrazione, di radersi da una parte sola e di presentarsi così bene acconciato alla scolaresca, egli aveva stimato miglior consiglio di lasciar crescere quella sua appendice in pienissima libertà, salvo ad andar dal parrucchiere quando fosse proprio impossibile di fare altrimenti. Del resto, la distrazione del professore era ormai proverbiale e se ne citavano esempi ancor più caratteristici. Non gli era successo un giorno di perder la corsa ostinandosi a cercar per tutta la stazione di Bologna una valigia che aveva in mano?

I distratti sogliono aver l'umore gioviale, ma il nostro glottologo era un'eccezione alla regola. Da gran tempo le sue labbra non conoscevano altro che il sorriso scientifico, quel sorriso fatto di superiorità e di commiserazione con cui un uomo dotto accoglie la notizia delle cantonate prese da un carissimo collega. In società, se non poteva esimersi dall'andarvi, si teneva volentieri in disparte, sfuggendo la conversazione delle signore alle quali non sapeva che cosa dire, e che, già, non avrebbero saputo che cosa dire a lui.... sebbene, almeno fino a cinque o sei anni addietro, con la scarsezza di mariti che c'è a questo mondo, più d'una madre gli avesse gettato gli occhi addosso come su un partito conveniente per le figliuole. Anzi per un pezzo la contessa Pastori l'aveva tempestato d'inviti a pranzo, sperando di fargli sposare la sua secondogenita che aveva i denti guasti e gli occhi scerpellini e non trovava un cane che la volesse. Invero la ragazza, opportunamente ammaestrata, accoglieva il professore con singolare deferenza, gli preparava di sua mano una squisita marmellata di pesche e mostrava d'interessarsi assai alle radici finniche. Ma Cernieri non morse all'amo, si schermì dagl'inviti, diradò le sue visite e non si lasciò più vedere in casa Pastori fin che non seppe che la contessina era fidanzata a un negoziante di baccalà che conciliava il culto dei salumi con la venerazione pei titoli nobiliari. Indi, reso accorto dall'esperienza, divenne più orso di prima, più di prima inaccessibile a qualsiasi idea galante. Ogni uomo ha nel libro della sua vita una pagina intima che la donna segna di note dolorose o gioconde; pel professore Attilio Cernieri quella pagina era rimasta bianca.... Così dicevano i suoi conoscenti, così avrebbe detto egli stesso se lo avessero interrogato. E lo avrebbe detto in buonissima fede.... Assorto come era nelle sue ricerche dimenticava le cose vicine; o perchè doveva ricordar le lontane?