I.
Ora, nella bella isola, gemma dell'Oceano, un dì avvenne questo. Quanti, o nella città popolosa sorgente ad anfiteatro sul mare, o nei villaggi e nei casolari dispersi per la campagna, vegliavano accanto a un infermo, videro, miracolo nuovo, le piaghe richiudersi, la febbre svanire, le forze riprendere, e sulle guancie terree, da cui parevano fuggire il sangue e la vita, tornar via via i rosei colori della salute. In pochi giorni i malati più gravi lasciavano il loro letto di dolore; un'arcana virtù benefica della natura strappava alla morte coloro che la scienza s'era dichiarata impotente a salvare.
Nè fu una breve sosta nel corso ordinario delle leggi che governano il mondo; non solo gli ultimi guariti non ricadevano, ma nessun altro ammalava, nessun altro moriva. Era quindi ben giusto che, trascorse più settimane dal dì memorabile in cui s'era prima manifestato il prodigio, fossero rese alla Divinità solenni azioni di grazie.
Non l'angusto ricinto d'un tempio che non sarebbe bastato alla folla degli accorrenti, ma un'immensa spianata, che con leggero declivio ascendeva dal mare sino alle falde d'un colle, raccolse, al compier del terzo mese, l'intera popolazione esultante. Presiedevano i consoli: musici e poeti erano sacerdoti del nobilissimo rito in cui nè colò dagli altari sangue di vittime, nè salì dai turiboli fumo d'incenso; ma da liberi petti salivano i canti e da mani innocenti si spargevano i fiori.
Senonchè, la parte più toccante della cerimonia era la sfilata di quelli che tre mesi addietro si consideravano irremissibilmente perduti e che la sorte benigna aveva restituito all'umano consorzio. Aprivano la marcia i bambini che di lontano, da posti speciali ed eminenti, le madri covavano con occhi pieni di lacrime. Poverette! Ricordavano gli spasimi atroci durati per giorni che sembravano secoli; le veglie affannose presso le cune spiando ogni moto dei cari visi emaciati, invocando una parola, un sorriso dalle labbra immobili, esangui; ricordavano, oimè, il gesto sfiduciato del medico che aveva esaurito tutti gli espedienti dell'arte sua; ricordavano la pietà crudele degli amici, dei congiunti, favellanti di calma, di rassegnazione ai voleri di Dio. Vane ciancie di mentecatti! Può una madre rassegnarsi ai voleri d'un Dio che le strappi dal petto la sua creatura? Ora che hai stornato il colpo tremendo, ora le madri t'adorano, Dio di bontà e di clemenza! E voi, fanciulli, su cui la morte aveva steso le nere ali, e che oggi fissate gli occhi baldanzosi nel sole, sciogliete inni al Signore, offritegli il profumo delle vostre anime immacolate!
Così dicevano le madri, e i bambini vestiti di bianco cantavano sfogliando rose lungo la via.
Dopo di loro veniva il manipolo degli adulti, uomini e donne, atteggiati a una gioia più composta e severa. Come rami divelti che scendono il corso d'un fiume essi s'eran sentiti portare verso la foce ignota e paurosa, avevano letto la propria sentenza nelle faccie contraffatte dei loro cari, e adesso, in mezzo alla festa comune, fra i plausi e i sorrisi che li accompagnavano, la lugubre visione si riaffacciava di tratto in tratto ai loro occhi, faceva correre un brivido nelle loro vene. Pur le loro voci gravi si mescevano al coro delle voci infantili e si spandevano piene e sonore nell'aria.
Ma il canto dell'ultimo drappello, il drappello dei vecchi, era appena un murmure sommesso. Il miracolo li aveva, sì, arrestati sull'orlo della tomba, ma non aveva ridato loro l'energia della gioventù. Ben piccola parte dell'antico vigore era tornata nelle loro membra infiacchite; di poco s'erano drizzate le loro persone curve; di poco s'era avvantaggiata la tardità dei loro movimenti. Ed essi procedevano a passi cauti e misurati, tenendosi per mano, ora chinando le pupille al suolo, ora girandole attonite. Invero molti parevano riafferrarsi cupidi alla vita e goderne con soddisfazione puramente animale; ma sulla fronte di alcuni si leggevano altri pensieri. Forse già assuefatti all'idea della tomba si dolevano del riposo negato dopo tanti travagli; forse li vinceva il segreto terrore d'una vecchiezza lunga e fredda come le notti del polo; forse li assaliva il rimpianto delle persone dilette, trapassate anni addietro, quando l'isola non era sottratta alla legge universale della morte. Oh perchè non attendere, anime care? Se voi foste ancora del mondo, quanto più dolce sarebbe il mondo ai superstiti!
Tuttavia, le faccie più scure dovevano illuminarsi almeno un istante nel contagio dell'entusiasmo, del delirio che invadeva la folla. E il delirio, e l'entusiasmo si manifestavano con maggior veemenza al passaggio dei fanciulli e al passaggio dei vecchi, come se l'istinto del popolo volesse associare ne' suoi trasporti d'affetto queste due debolezze.
Giunto al sommo della spianata ove s'ergeva, addossato alla collina verde e fiorita, il palco dei consoli, il coro delle voci cessò; il corteggio si dispose in semicerchio: i vecchi nel mezzo, proprio di fronte alla loggia, a destra gli adulti, a sinistra i bambini. L'immenso padiglione del cielo azzurro si spiegava sul capo delle moltitudini, il sole fra nuvole d'oro calava dietro le alture, una tepida brezza strappava atomi odorosi alle piante e increspava la superficie del mare stendentesi in giro a perdita d'occhio; dal folto dei boschetti uscivano concenti invisibili.
Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo d'un campo di spighe agitate dal vento; poi l'anziano dei consoli pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come un Dio, portava il marchio del genio sull'ampia, nobile fronte e negli occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta; non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza dell'Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe.
Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch'è luce, ch'è amore; alla salute ch'è forza, ch'è gioia e felice equilibrio del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie dell'avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni fuggitive con quella che si sarebbe d'ora innanzi accumulata sugli uomini, liberi dall'incubo della malattia e della morte. Pensate, egli disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell'isola, all'isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l'Isola fortunata.
Un'immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un grido formidabile: — Sì, sì, l'Isola fortunata!
Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d'una gloria di sole. Corse sulle labbra un nome: Risorta.
L'appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta, stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento ineffabile: — Mamma.
Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona d'alloro che l'Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano. Anch'egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella bambina d'oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch'erano apparse fino allora sul suo cammino.
— Quanti anni hai? — egli chiese.
— Sette.
Egli la congedò con un bacio paterno.
Risorta si mosse per tornar dai compagni che l'attendevano; ma dopo pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo del Poeta.
— Ha trent'anni meno di me! — egli sospirava. Pur lo soccorse un altro pensiero: — Che cosa sono trent'anni per una vita che non ha limiti?... Mi raggiungerà.
Finita la cerimonia, la folla giuliva si disperse all'ombra discreta del crepuscolo, e chi si ritirò alle sue case, e chi errò tra i boschetti di mirti e d'aranci, e chi scese sul lido a raccoglier conchiglie, e chi salì al prossimo poggio del Belvedere, che nelle notti d'estate era il ritrovo preferito della popolazione. Intanto s'erano accesi fuochi su tutte le alture, e il navigante che passava lontano vedeva sorger da un punto del mare come un vapore luminoso che andava via via fondendosi con l'azzurro del firmamento.