II.

L'immagine di Natalìa si associava nell'animo di Lidia ai primi ricordi della sua giovinezza, quand'ella veniva a Venezia con la famiglia nella stagione dei bagni, e sulla terrazza del Lido, insieme alla madre, che pareva una sorella più matura, vedeva ogni giorno questa ragazza bruna, alta, snella, dagli occhi e dalle ciglia nerissime, dalla voce musicale e sonora, dal riso argentino, dal vestito elegante e chiassoso, cinta sempre da uno sciame d'adoratori. La vedeva sulla terrazza, e sulla spiaggia, e nell'acqua, nuotatrice intrepida, offrente al bacio dell'onda il turgido petto di cui la maglia attillata disegnava i contorni, gareggiante di velocità e di resistenza coi più provetti, così da sembrare talvolta, tanto si spingeva lontano, un punto perduto nello spazio. Indi la madre, inquieta, affacciandosi alla ringhiera agitava le braccia e gridava: Natalìa! Natalìa! Natalìa Maggianico, quest'era il nome che i conoscenti di Lidia pronunciavano innanzi a lei con qualche reticenza, con qualche tentennatina di capo, facendo intendere, con la debita discrezione, che non erano, nè lei nè la madre, signore della buona società. Anzi i puritani aggiungevano che ormai al Lido si trovava di tutto. Ah, più tardi, fatta esperta della vita e vedendo in che cosa consisteva la buona società, e che angioli di purezza e di virtù fossero gli uomini e le donne che vi appartenevano, com'ell'aveva riso di questa frase stupida e pretenziosa! Allora però n'era rimasta colpita, e deplorava sinceramente che non si potesse andare al Lido senza incontrarvi le due Maggianico. Nè al Lido soltanto, da per tutto le incontrava; per la strada, in gondola, sui vaporetti, la domenica in chiesa San Marco, la sera in Piazza al Florian. La madre declinava, più rapidamente forse che non comportasse l'età, ma Natalìa era ogni anno più bella, simile a una pianta che ogni anno estende i suoi rami e si carica di nuovi fiori. E sempre, sempre c'era una corona di giovani intorno a lei; e ovunque ella movesse il piede o sostasse c'era qualcheduno che si voltava per guardarla, qualcheduno che la segnava a dito, accompagnando il gesto con un'esclamazione ammirativa. Intorno alla Lidia non veniva nessuno; nessuno si fermava sul suo passaggio; nessuno chiedeva al vicino: — Chi è?

È vero ch'ella sentiva ripeter sovente: — A quella Maggianico tutti fanno la corte, ma nessuno la sposa.

Magra consolazione! A lei nessuno faceva la corte, e nessuno la sposava.... Così nel suo animo, pur buono e gentile, covava un sordo rancore contro la bellezza sfacciata di Natalìa e contro il mondo vigliacco che le si prostrava ai piedi. E, nondimeno, il suo fascino Natalìa l'esercitava anche su lei, su lei non conosciuta e non curata, ed ella ci pensava involontariamente, e involontariamente la cercava in mezzo alla folla e tendeva l'orecchio se altri la nominava. A poco a poco, mettendo insieme varie frasi côlte qua e là, ell'aveva saputo che, per ora, la ragazza non era che una civetta; le colpe grosse erano della madre, la quale aveva fatto una vitaccia da maritata e da vedova, e continuava a portare in trionfo la sua relazione con Ernesto Landi.... Di questo signor Landi s'era parlato spesso davanti a Lidia deplorando che un uomo così piacente d'aspetto, così garbato di modi, un uomo che avrebbe potuto aspirare a qualsiasi partito, si fosse lasciato succhiare il sangue e smunger la borsa da un vampiro come la Clara Maggianico. A tale proposito però c'era stato un giorno un signore, lugubre come il vecchio Silva, il quale aveva soggiunto: — Meno male che ne avrà per poco.... La Clara Maggianico è spedita dai medici. — E il signore, uno di quelli che s'ingrassano a raccontar disgrazie, s'era diffuso a descriver tre o quattro malattie incurabili da cui la povera donna era affetta e che le avrebbero concesso al più cinque o sei mesi di vita. Dopo questa rivelazione il malanimo di Lidia verso la Maggianico fu temperato da un senso di pietà dolorosa. Era sul finire della stagione; tra una settimana Lidia avrebbe lasciato Venezia per non tornarvi che nell'estate ventura; e nell'estate ventura ella non avrebbe più rivisto quella madre e quella figliuola ch'erano certo leggere e corrotte, ma che andavano sempre insieme e senza dubbio si volevano bene; avrebbe rivisto forse la sola Natalìa, vestita di nero, ella che amava i colori sfoggiati, dimessa e contrita, ella nelle cui pupille sfavillava la gioia, sulle cui labbra fioriva il sorriso.... Ma prevedeva ella il lutto imminente? Conosceva la madre il proprio destino? In Piazza, gli occhi di Lidia si fissarono quella sera, non ostili ma tristi, sulle due donne; e le parve di scorgere un'ombra sul volto bellissimo di Natalìa, una trepida ansietà che si rivelava in certe contrazioni dei muscoli, in certi sguardi furtivi;.... ma sul volto della madre ella lesse la morte.... Era così smunta quella faccia, era così livida nella bianca luce delle lampade ad arco voltaico; era diffusa una tale stanchezza invincibile su tutta la persona!... La signora Clara si sforzava di parlare e di ridere, specialmente nei momenti in cui ella sorprendeva gli occhi di Natalìa fissi nei suoi, ma di tanto in tanto la testa le si piegava sul petto, come se il sonno fosse per coglierla....

Anche il giorno appresso Lidia vide le Maggianico. Le incontrò in Merceria dell'Orologio, la signora Clara trascinantesi a stento appoggiata al braccio di Natalìa. Fu l'ultima volta. Ella partì di lì a poco per la sua Verona, e non seppe nulla delle due donne fino all'inverno successivo, quando una mattina, nello sfogliar la Gazzetta di Venezia a cui suo padre era abbonato, vi lesse queste righe: “Cronaca rosa. Il nostro amico, dottor Vittorio Morini, aggiunto giudiziario, si è promesso sposo a una delle più belle e più eleganti signorine della nostra città, molto ammirata dai frequentatori del nostro Lido, la signorina Natalìa Maggianico. Congratulazioni ed auguri.„ Era una notizia ben diversa da quella che Lidia s'aspettava di trovare nella rubrica dello stato civile. Ahi, l'altro annunzio, l'annunzio funebre non si fece attendere un pezzo, e due settimane dopo, aprendo lo stesso giornale, le caddero sott'occhio, nella lista dei morti, queste parole asciutte asciutte: “Clara Maggianico, d'anni 49, vedova, civile.„ Funerali e nozze! Anche nella sua sventura era una privilegiata della fortuna la Natalìa Maggianico, se, proprio nell'ore in cui la sua famiglia si sfasciava, una nuova famiglia le apriva le braccia, se il lutto della figliuola era temperato dalle gioie della fidanzata!... Indi Lidia sentiva raccendersi nell'animo l'avversione contro la splendida ragazza; e tanto più s'inaspriva verso di lei quanto più era disposta all'indulgenza verso la signora Clara che aveva ormai espiati i suoi falli, che forse s'era purificata nell'amor materno, che certo durante gli strazi degli ultimi mesi non aveva pensato ad altro che ad assicurar l'avvenire di Natalìa, che aveva certo lei stessa, al suo letto di morte, combinato il matrimonio. Ma la felicità di Natalìa irritava Lidia, la offendeva come un'ingiustizia, come una smentita a quella legge dei meriti e dei compensi che suo padre, essenzialmente ottimista, aveva l'abitudine di predicarle, condensando le sue teorie in pochi aforismi: — Semina il bene e raccoglierai il bene.Via recta, via certa.Chi fa il proprio dovere non ha mai a pentirsene. — Massime sacrosante.... Ciò nondimeno, ella che, a quanto assicuravano, possedeva tutte le virtù teologali, rischiava di marcire in casa, mentre quella fraschetta della Maggianico aveva già trovato il suo bravo marito.

Senonchè, quell'anno stesso, in primavera, la Lidia fu fidanzata con l'avvocato Carlo Fìdoli di Venezia; ch'era venuto alle Assise veronesi, quale difensore in un processo lungo e clamoroso, e aveva una lettera d'introduzione per la famiglia Polidossi. S'invaghì egli realmente della ragazza, o pensò soltanto a conchiudere un buon affare? Fatto si è ch'egli chiese la mano di Lidia e che la sua offerta fu gradita. Aveva trentacinqu'anni, e godeva già la riputazione d'uno fra i migliori avvocati del foro veneto, specie nelle cause penali; buon parlatore, d'aspetto simpatico, non sprovvisto di mezzi di fortuna, poteva aspirare benissimo alle centocinquantamila lire che la Polidossi portava a titolo di dote. Lidia gli si affezionò sinceramente, profondamente, come ogni giovine casalinga, non avvezza alle galanterie, s'affeziona al primo uomo che dica d'amarla; e quando ella tornò nell'estate a Venezia, oltre che pei bagni, per visitare i parenti del futuro marito e veder la casa che doveva esser la sua, il nuovo sentimento l'aveva trasfigurata. — Non par più quella la Lidia Polidossi, — ella sentiva susurrare intorno a sè. — Quest'anno è proprio carina. — Fu allora ch'ella conobbe Ernesto Landi, lo zio materno di Carlo, un bell'uomo tra i quaranta e i cinquanta, accurato nel vestire, disinvolto nei modi, superficiale di cultura e d'ingegno, ma di conversazione piacevole, come di chi ha visto cose e persone diverse e dai facili successi del mondo acquistò una tal quale sicurezza di sè. Egli entrò subito nelle buone grazie della nuova nipote, fors'anco per quella curiosità mista di simpatia che i libertini non affatto volgari destano alle donne di più illibati costumi. Nè la relazione con la Clara Maggianico, relazione che solo la morte aveva troncata, gli nuoceva ormai agli occhi di Lidia. Le pareva cavalleresca quella fedeltà serbata all'amante, trovava bella e generosa la condotta di lui verso Natalìa, della quale Ernesto Landi rendeva possibile il matrimonio con un dono di trentamila lire ch'egli si obbligava di farle il giorno delle nozze. In casa Fìdoli questa liberalità era approvata a bocca stretta, ma Landi era, in complesso, ben voluto da tutti, e la madre di Carlo aveva per lui la tenerezza piena d'indulgenza delle sorelle maggiori verso i fratelli scapestrati. — Sicuro, Ernesto ha le sue debolezze, — ella diceva tentennando la testa, — ma è sempre stato un gran mago. — Il marito le faceva eco. — Un gran mago. — Il più riservato ne' suoi giudizi era Carlo; forse i due uomini avevano indole troppo diversa per andar d'accordo.

In quell'estate Lidia ebbe rare occasioni d'imbattersi nella Natalìa Maggianico, ch'era in lutto e non andava la sera al Caffè, e non andava di giorno al Lido nelle ore del maggior concorso. La incontrò qualche volta per la strada, con una signora attempata, una zia, e con un giovine di mezzana statura, dai baffetti castani, che le dissero essere il fidanzato. Il vestito nero la dimagrava; dava maggior risalto ai suoi occhi bruni, alla sua carnagione bianca, mostrava sotto un nuovo aspetto la sua bellezza superba. Ma Lidia Polidossi era felice; nel suo animo gentile non c'era più posto nè per l'invidia, nè pel livore, ed ella manifestò ripetutamente al suo fidanzato la sua ammirazione per le doti fisiche di Natalìa. Egli sorrideva: — È tal quale sua madre quand'era giovine.... Se sarà tal quale anche pel resto, il povero Morini dovrà recitare il confiteor.

— O perchè non potrebb'essere una buona moglie?

Carlo Fìdoli si stringeva nelle spalle. — Tutto può essere a questo mondo.

I due matrimoni furono celebrati in fin d'autunno a brevissimo intervallo l'uno dall'altro. Allorchè però, dopo il viaggio di nozze, Lidia venne a stabilirsi a Venezia, i Morini non c'erano più. L'aggiunto giudiziario era stato nominato Pretore in un piccolo paesetto del Veneto. Natalìa faceva di tanto in tanto una corsa a Venezia, e le sue conoscenti dicevano ch'ella metteva in moto cielo e terra per ottenere un trasloco. Fosse merito suo, o fosse un fortunato concorso di circostanze, certo si è che il trasloco venne accordato di lì a non molto tempo, appunto a Venezia, e fu allora che Ernesto Landi desiderò presentare la coppia Morini alla sorella, al cognato, ai nipoti. Che motivo ci poteva essere di rifiutare? Nondimeno in casa arricciarono il naso alla proposta, e Carlo parve più renitente degli altri. — Che ghiribizzo è saltato allo zio Ernesto?... Que' suoi protetti non avevano nessun bisogno di conoscerci e noi non avevamo nessun bisogno di conoscer loro. — Fu proprio Lidia a dare il tracollo alla bilancia. — E perchè vorresti risponder di no? La Clara Maggianico è morta già da tre anni; Natalìa è sposata ad un galantuomo che ha una posizione onorevole, e quando avranno detto di lei ch'è un po' civetta avranno detto tutto.... C'è di peggio? — No, in coscienza, pel momento non si poteva dire di più. — Ebbene, — ripigliò di trionfo la Lidia, — se vogliamo aiutarla a restare una donna onesta, non principiamo noi a metterla al bando!... Già non occorre mica far lega insieme.

Accolta in casa Fìdoli, Natalìa Morini aveva subito mostrato una grandissima propensione per Lidia, le aveva ripetuto il gran bene che lo zio diceva di lei, aveva voluto a ogni costo che si dessero del tu. Ma il tu non basta a creare l'intimità, e intimità schietta fra le due donne non ce ne poteva essere e non ce ne fu, nemmeno nei primi tempi quando sul conto di Natalìa si mormorava solo a bassa voce. — Sei troppo bella, — diceva celiando la Lidia alla Morini se questa le proponeva di prender palco insieme a teatro, o di andare insieme a una festa, a una conferenza, a un concerto; — sei troppo bella, e mi faresti far troppo cattiva figura. — In fondo non era che una scusa; il vero si è ch'erano agli antipodi di gusti e d'idee; la Natalìa avida di piaceri e di lusinghe, sempre abbigliata all'ultima moda, insofferente della solitudine, arguta e vivace bensì, ma d'uno spirito alquanto volgare che, per dar la propria misura, aveva bisogno dell'eccitamento dei crocchi romorosi; la Lidia schiva d'ogni apparenza, semplice e quasi dimessa nel vestito, facile a intimidirsi, ad ammutolirsi in mezzo alla gente, amante della sua quiete, della sua casa, dei libri pochi e buoni che le tenevano compagnia nel suo salottino. Intanto era nata Valentina, ed ella era stata assorbita dalle cure dolci e minuziose della maternità. Natalìa la tacciava di esagerazione. — Non ti s'incontra più in nessun posto. Anch'io amerei i miei figliuoli, se ne avessi, sfido io.... Ma non per questo farei divorzio da' miei simili.

Un duplice e gravissimo lutto che colpì Lidia quando la bimba non aveva che un anno, la morte dei suoceri a poche settimane d'intervallo, contribuì a suggellar questo divorzio dal mondo che la Natalìa Morini le rimproverava. Allora appunto Lidia insistette perchè lo zio Ernesto venisse ad abitare con loro nella casa diventata ormai troppo grande per una famiglia di tre sole persone, e Landi, impressionabile per sua natura e turbatissimo dalla morte della sorella e del cognato, accettò l'offerta come un avviamento a una vita più tranquilla, più consentanea all'incalzar dell'età. In quell'occasione Lidia ebbe una visita da Natalìa che le disse: — Anche a noi era parso che tuo zio Ernesto non dovesse più viver solo e avevamo messo un paio di stanze a sua disposizione; ma egli ha preferito venir da voi altri. Siete suoi parenti prossimi, avete un appartamento migliore del nostro; non ci rimane che chinar la testa.

C'era un fondo di acrimonia nelle parole di Natalìa, e infatti pei Morini sarebbe stato un terno al lotto il poter alleggerirsi d'una parte della pigione. Già da tempo si buccinava ch'essi spendessero oltre ai loro mezzi e che Madama fosse indebitata con la sarta e con la modista.

— Qualcheduno pagherà, — diceva la gente. I più benevoli affermavano che di tratto in tratto lo sbilancio fosse colmato da Landi, in omaggio alla memoria della signora Clara. Evidentemente Natalìa scemava in riputazione ogni giorno, e il marito era un fenomeno di tolleranza e di cecità. Non era nè uno sciocco nè un farabutto; era ipnotizzato dalla moglie; credeva tutto quello ch'ella voleva fargli credere, e si sarebbe gettato nel fuoco per compiacerla.

L'avvocato Fìdoli (adesso Lidia pensava che fosse stata una finzione) aveva sempre ostentato di tener in poco conto la coppia Morini. — Lui, come giudice, è passabile, ma fuori del suo tribunale è un cretino; lei aspira a coglier gli allori materni. È meglio andar via via allentando la relazione.

— Per quello che ci si vede ormai con Natalìa, — rispondeva Lidia.

E in vero si vedevano pochissimo, diradando, per mutuo e tacito accordo, le loro visite, salutandosi fuggevolmente quando s'incontravano per la strada. Però una mattina che Lidia era con la figliuola, Natalìa la fermò per ammirare e baciare la bimba, invidiando l'amica che possedeva un tesoro simile. E soggiunse: — Portamela, portamela.... Fino alle due mi trovi sola.... Usciremo in quel mio simulacro di giardino.... Sai, abbiamo un pezzetto di terra con due alberi e pochi fiori.... Vieni, vieni.... Dio mio, come ti fai preziosa!... Par che non ti degni, tu moglie d'un luminare del fòro, di venire in casa d'un povero travet.

Lidia si consultò con Carlo che le disse: — Per una volta tanto, non sarà una disgrazia.

Natalìa fu amabilissima e si conquistò subito il cuore di Valentina, facendola correre pel piccolo giardino, mostrandole un nido di rondini, regalandola di frutta e di dolci.

— Quando torneremo dalla bella signora? — chiedeva ogni momento Valentina alla madre.

Ella trovò mille pretesti per non tornare; se ne sentivan dir tante di quella Natalìa ch'era proprio meglio starne lontano. Lo stesso zio Ernesto la difendeva debolmente: — Benedetta figliuola!... Ha buonissime qualità, ma è troppo leggera.

Perciò Lidia fu alquanto maravigliata che, nell'inverno successivo, Carlo volesse invitare i Morini a una serata musicale ch'egli dava in onore di due suoi clienti francesi, di passaggio per Venezia.

— Noi non andiamo alle serate dei Morini, — osservò Lidia. — Perchè devono venir essi alle nostre?

— Noi non andiamo da loro, ma essi c'invitano, — ribattè pronto l'avvocato. — Dobbiamo invitarli anche noi.... Forse non verranno.

— Verranno, verranno.

— Poco male, tanto più ch'essi conoscono già i miei forestieri.... E poi si tratta d'una cosa eccezionale. Noi non abbiamo l'abitudine di ricever la sera.

Conformemente alle previsioni di Lidia, i Morini accettarono l'invito e Natalìa fu la regina della festa. Bisognava vederli quegli uomini come la divoravano con gli occhi, come pendevano dalle sue labbra! E i vecchi non si sdilinquivano meno dei giovani. Perfino il Procuratore Generale, un magistrato grave, solenne, con tanto di pancia, perfin lui le faceva la ruota attorno e non badava nè alla padrona di casa, nè all'altre signore, nè ai due o tre virtuosi che si alternavano al pianoforte. In quanto ai Parigini, essi non trovavano parole per esprimere la loro ammirazione. Anche il francese scorretto della Morini acquistava per essi un garbo speciale su quella bella bocca ridente. Carlo Fìdoli era il più guardingo; nondimeno parve una volta alla Lidia ch'egli e Natalìa si sorridessero furtivamente, ed ella n'ebbe una stretta al cuore. Non poteva ella certo lottar contro Natalìa se a colei veniva in mente di rubarle il marito. Ell'era una buona moglie, una buona madre, una buona massaia; sapeva di non esser ripulsiva d'aspetto, di non mancare d'ingegno e di cultura. Ma o che bastan forse questi pregi a una donna? È vero, ell'aveva sempre creduto che Carlo fosse così assorto nelle sue cause, ne' suoi processi penali da non aver tempo da perdere in galanterie; ma se si fosse ingannata? Se fosse stato anch'egli su per giù come gli altri?

Pur ella non osò discorrergli del delicato argomento nè quella sera, nè poi. Lo sapeva poco tollerante delle osservazioni, temeva un rabbuffo, temeva di far peggio. Ora, ora si pentiva di non aver parlato prima, quando forse il male non era irreparabile.... E intanto ella pensava con sgomento alla spiegazione che avrebbe avuto con Carlo al suo ritorno da Roma, pensava alla lettera che avrebbe dovuto scrivergli domani o dopo domani, non foss'altro che per dargli notizie di Valentina. Ed egli pure le avrebbe scritto; le scriveva sempre quando le sue assenze si protraevano qualche giorno, le scriveva nella sua calligrafia nitida, uguale, da uomo d'affari che bada al positivo, e anche di lontano s'occupa della casa, dei figliuoli, dello studio. Aspettate con viva impazienza, quelle lettere lasciavano sempre delusa la Lidia che avrebbe voluto trovarvi un po' più di calore, un po' più d'entusiasmo.... Ah, il calore, l'entusiasmo, egli li avrebbe messi nell'epistole che dirigeva a Natalìa!... E forse in questo momento, fatto accorto del biglietto dimenticato, o dal treno, o dal restaurant di Bologna egli le mandava una riga in fretta per comunicarle le sue inquietudini, per rinnovarle le sue proteste.

Di nuovo la Lidia cavò di tasca il foglio rivelatore, di nuovo lo scorse con occhi molli di lacrime. Passeremo ancora insieme molte di quelle ore deliziose nel nostro nido.... Ti rammenti, amore? Queste frasi la ferivano come stilettate. A lei Carlo diceva: — Ogni cosa, ha la sua stagione.... L'amore è pei giovani.... è per le coppie novelle. Due sposi come noi devono appagarsi di un'affezione calma, tranquilla, non soggetta alle tempeste. — Ipocrita! Con Natalìa egli s'era dimenticato di non esser più giovine. Con Natalìa egli le cercava le tempeste. Ah, in verità, ora dipendeva da lei, da Lidia, che fossero tempeste ond'egli avesse a ricordarsi per un bel pezzo.... Ma che ingiustizie!... Una donna fa sempre il suo dovere, tutto il suo dovere: dà tutta sè stessa ad un uomo, non per un'ora, non per un giorno ma per la vita intera; e quell'uomo la tradisce per una femmina svergognata che non ha onore, che non ha pudore, che non ha nessuna delle qualità continuamente magnificate dal mondo burlone, che mancherà di fede all'amante di oggi come ha mancato di fede a quello di jeri, come ha mancato di fede al marito.... E la gente che indovina o che sa si contenta di ridere e non bolla col ferro rovente gl'iniqui! Ci son dunque due morali a questo mondo? Una che s'insegna, l'altra che si pratica?

Il pensiero di Lidia volò a Valentina, così candida, così ingenua, alla piccola Valentina che sarebbe anch'ella travolta in questa gora di menzogna e di fango.... Assalita da un desiderio veemente, imperioso di rivederla, di averla accanto a sè in quegl'istanti angosciosi, ella sonò per la cameriera. — Che nessuno vada oggi a prender la Valentina.... Andrò io.