III.

Vi andò prima che la scuola finisse e fece chiamar la figliuola. Gliela portò la direttrice in persona, piena di deferenza verso i Fìdoli la cui clientela giovava al suo Istituto, la pregò di accomodarsi, le offerse insistentemente un caffè, una bibita in ghiaccio. Aveva sempre qualche cosa di prelibato per le visitatrici di maggior conto; alle altre offriva un bicchier d'acqua fresca. Ma Lidia non volle sedere, non volle accettar nulla; sarebbe venuta un giorno con più agio; oggi aveva i minuti contati.

Quando fu sola con Valentina, la baciò e ribaciò sulle gote, sulla bocca, sugli occhi. — Cara, cara, cara.

Valentina, una fanciulla intelligente, di sette anni compiuti, la guardava attonita. — Mamma, cos'hai?

— Io?... Nulla.

— Hai pianto?

Lidia arrossì. — Che idee!... Perchè avrei dovuto piangere?

— Non so.

La bimba stette un momento soprappensiero; poi chiese: — Il babbo è partito?

— Sì.... È partito, — disse Lidia.

O che Valentina credeva ch'ell'avesse pianto per questo?

— Ho promesso di scrivergli, — annunziò con gravità la bimba. — Stasera....

— No stasera, — interruppe la madre. — L'hai salutato questa mattina.

— Domani sera allora.

— Domani sera, — ripetè Lidia macchinalmente. Le parole le bruciavano le labbra. E mutò discorso. — Vuoi che andiamo ai Giardini?

Aveva necessità di respirar l'aria libera, di non chiudersi così presto in casa coi pensieri affannosi che la travagliavano. Già prima di sera lo zio Landi non sarebbe venuto a riferirle l'esito dei suoi negoziati con la Morini. E in ogni modo, fin che Valentina era alzata, non si poteva discorrere con libertà.

Alla proposta della mamma, Valentina rispose subito di sì. Ma di lì a un momento soggiunse: — Non ho il cerchio.

— Non importa.

La fanciulla fece una smorfia disgustata. — Oh.... senza il cerchio!...

— Ebbene, — riprese la madre ansiosa di contentarla, — in Merceria prenderemo un cerchio nuovo.

Valentina battè palma a palma. — Sì, sì, mamma.... E più grande di quello che ho.

— Più grande.

— Grande come quello della Bertocci.

— Ma io non lo conosco.

— Guarda.... È alto così, — disse Valentina. E si portò la mano a livello della spalla.

— Troppo alto, — notò Lidia.

— Se tu vedessi come corre bene!

— Insomma lo sceglierai tu.

Fecero l'importante acquisto nell'antica bottega del Ponte dei Baretteri che fornì di balocchi tante generazioni di bimbi, e Valentina si portò in trionfo il suo cerchio ch'ell'aveva l'illusione di credere ancora più grande di quello della Bertocci, benchè in realtà fosse più piccolo.

— E ora, — disse Lidia, — si passa sotto le Procuratìe e si va a prendere il vaporino.

— Se si traversava la Piazza, provavo il cerchio.

— No, c'è troppo sole.

Valentina non replicò; la sua attenzione era ormai rivolta a tutt'altro.

— Mamma, mamma, — ella disse trattenendo la Lidia per la falda del vestito, — sai chi c'è in quella bottega?

Era una bottega di gioielliere, appunto sotto le Procuratìe Vecchie, presso il Caffè Quadri.

— Chi? — ripetè la madre côlta da un incomprensibile sgomento. E con un moto istintivo afferrò il braccio di Valentina.

La fanciulla tentò svincolarsi. — Lasciami, lasciami. È il nonno con la bella signora.... Li saluto.

Ma la mano di Lidia chiuse come in una morsa d'acciaio il braccio della figliuola, e bruscamente la trascinò fuori delle Procuratìe, in mezzo alla Piazza.

— No, non devi salutar nessuno, — intimò Lidia con voce dura, imperiosa.

Anch'ella li aveva visti, dietro la vetrina del gioielliere, lo zio Ernesto e la Natalìa Morini, li aveva visti curvi sul banco, intenti a esaminare i gingilli che il negoziante sciorinava sotto i loro occhi, li aveva visti e aveva sentito rimescolarsi il sangue nelle vene. Come? Nel giorno stesso in cui la sua ignobile tresca era scoperta, in cui pendeva sul suo capo l'onta d'una rivelazione, quella donna impudente osava mostrarsi in Piazza San Marco, da un gioielliere, ed Ernesto Landi, il parente a cui Lidia aveva affidato la propria causa, Ernesto Landi osava condurvela, osava offrirle forse un braccialetto, un anello, un fermaglio, un monile? Così egli prendeva le parti della nipote offesa, tradita!... O che femmina era mai quella? Che strana potenza si sprigionava da lei perchè gli uomini tutti, anche i vecchi, immemori della loro dignità, dovessero caderle ai piedi?

Intanto Valentina che, a quei modi insoliti della madre, era rimasta senza fiato e senza parola, passato il primo momento di stupore, si mise a piangere.

— Mamma cattiva! — ella singhiozzò toccandosi il braccio dolente della stretta brutale.

Lidia si chinò a baciarla. — T'ho fatto male, caro tesoro?... Non è niente.... Perdona.... È che non volevo.... Tu non puoi capire adesso.... Cammina, cammina, andiamo al vaporetto.

Aveva ripreso per mano la figliuola, e procedeva innanzi spedita, guardandosi attorno inquieta come se un gran pericolo la minacciasse.

Impacciata dal cerchio che si tirava dietro, Valentina la seguiva a fatica, piagnucolando.

— Dàllo a me il cerchio, — ordinò la madre.

La voce di lei s'era fatta dura, imperiosa un'altra volta.

La bimba ubbidì, ma continuava a lamentarsi sommessamente.

Traversarono in un lampo la Piazza, uscirono dall'angolo delle Procuratìe Nuove, svoltarono per la Calle Vallaresso. Il vaporino, diretto ai Giardini, approdava al pontile in capo alla calle.

— Lesta, lesta, — disse Lidia.

Arrivarono trafelate quando il battello era lì lì per partire. Allora Lidia prese Valentina sulle ginocchia, le rasciugò con la pezzuola gli occhi lacrimosi, le rasciugò le tempie, le guancie molli di sudore, le ravviò i capelli scompigliati e il fisciù di traverso, la coperse di carezze.

A poco a poco Valentina si rinfrancava, sorrideva in mezzo alle lacrime. E fattasi ardita chiese: — Perchè non mi hai permesso di salutare il nonno?

Lidia si rannuvolò, mise la mano sulla bocca della figliuola. — Non tornar da capo.

— Perchè? — ripigliò la fanciulla con l'ostinazione propria della sua età.

— Il nonno non era solo, — rispose brevemente la madre.

— Era con la bella signora.

— Appunto, — ribattè Lidia decisa a finirla. — Una volta per sempre.... Non voglio che tu saluti la signora Natalìa.

— Perchè? — tornò a domandare la Valentina.

— Insomma ho le mie ragioni, e basta.... I bimbi non devono saper tutto, — replicò Lidia in modo da troncare le discussioni.

La fisonomia della Lidia, su cui la corsa affannosa di poco prima aveva diffuso un'animazione artificiale, s'era irrigidita in un'espressione di profonda tristezza. E anche il visetto di Valentina si allungò di nuovo; ne' suoi occhi limpidi passò l'ombra delle cose ignorate ed incomprensibili, onde viene all'infanzia come un vago presentimento dei dolori futuri.

I Giardini in quell'ora erano spopolati; pure s'aggiravano qua e là altre mamme con altri fanciulli; altre sedevano al rezzo delle piante che il Maggio rivestiva di fiori. Lidia sedette su una panca di pietra sotto uno dei tigli del viale di mezzo, mentre Valentina faceva correre il cerchio per lo stradone.

La madre l'animava col gesto. — Corri, corri.

Povera piccina! Chi sa quel che le frullava nel capo, chi sa che effetto le avevano prodotto gli umori bisbetici della sua mamma! Lidia era stata aspra con lei; ma come si fa? Poteva ella concederle di avvicinarsi a Natalìa? O poteva parlarle di quella femmina in modo diverso? No, no, checchè accadesse, fra la Morini e Valentina nulla vi doveva esser di comune, mai più. Lidia non si pentiva dunque del linguaggio tenuto con la figliuola; si pentiva piuttosto d'aver precipitato il suo giudizio sullo zio Ernesto. Certo era enorme che in quel giorno Natalìa osasse andar da un gioielliere, ed era singolare che Landi ve l'accompagnasse; ma perchè non aspettare le sue spiegazioni per condannarlo?... Forse, d'indole spendereccia com'egli era, aveva tentato d'attenuar con un dono il colpo che le portava; forse (son donne che vendono tutto) ell'aveva messo a prezzo la sua acquiescenza ai patti che l'erano imposti.

La quiete del luogo, il verde degli alberi, il tenue stormir delle foglie esercitavano su Lidia la loro influenza benefica; un po' di calma scendeva nel suo animo agitato, vi faceva rinascer la speranza che la rovina della sua felicità non fosse ancora assoluta ed irreparabile.... Che la Natalìa partisse; ecco il gran punto. Se partiva, al resto ci sarebbe stato rimedio.... Quella di Carlo non poteva essere che una crisi momentanea. Un uomo serio e positivo come lui non poteva lasciarsi travolgere dalle passioni. Ci voleva quella civetta, ci voleva quella sirena per trascinarlo fuori della via retta ov'egli, se non per virtù, per riguardo del mondo aveva sempre camminato. Nel desiderio, nel bisogno di trovar un'attenuante alla colpa di suo marito, Lidia si esagerava la bellezza, il fascino irresistibile di Natalìa. Era stata una fatalità che questa femmina bella e corrotta gli fosse capitata fra i piedi. Poich'egli non cercava le donne, non aveva tempo per loro; egli non frequentava i teatri, non frequentava i salotti; senza dubbio era venuta lei a cercarlo.... Non era poi così facile che ne venisse un'altra, ugualmente bella e astuta e viziosa.

Lidia guardò l'orologio. Erano quasi le sei, era ora d'andarsene. Quantunque lo zio Ernesto non si fosse impegnato a portarle una risposta prima di sera, ella pensava che s'egli la risposta l'aveva già avuta, ed era favorevole, si sarebbe affrettato a recargliela. Ella lo avrebbe capito a volo, anche senza insospettir Valentina con le chiacchiere, e in quanto ai particolari avrebbe aspettato ad averli più tardi. Così Lidia si crucciava adesso d'essere uscita, ed era impaziente di tornare a casa.

Richiamò la figliuola e prese il primo vaporetto che partiva nella direzione del Canalazzo; sarebbe scesa alla stazione di Sant'Angelo ch'era per lei la più comoda. Il vapore, quasi vuoto in principio, si riempì a mano a mano durante la corsa; anzi a Calle Vallaresso s'imbarcarono alcuni conoscenti coi quali convenne pure scambiar strette di mano e saluti: una signora Spedara, piccola, inframmettente, che domandò almeno cinque volte: — È sempre stata bene, signora Fìdoli? —, un'altra con la figliuola, condiscepola di Valentina, che attaccò subito l'argomento delle troppe lezioni; un amico di Carlo che tanto per dir qualche cosa chiese a Lidia ciò che sapeva perfettamente: — L'avvocato è già partito per Roma?

A Lidia non parve vero di scendere a Sant'Angelo e di liberarsi dai seccatori.

Salendo le scale di casa sua ella interrogò la cameriera. — C'è lo zio?

— Nossignora.

— E non è mica stato in questo frattempo?

— Nossignora: da quando è uscito verso il tocco non s'è più visto.

— E non è venuto nessun altro?... Non è venuto niente?

— È arrivato un pacco postale multato.... Pare che ci sia dentro una lettera.

— Ah, della mamma, — disse subito Lidia. Era una fissazione della sua mamma quella di metter le lettere nei pacchi postali. Ogni anno si dovevan pagare per causa sua parecchie di queste multe.

— Il fattorino ripasserà domani a riscuotere il danaro, — soggiunse la cameriera. — Intanto ha lasciato il pacco.

— Dov'è?

— In salotto da pranzo.... È una scatola di fiori.

Valentina, ch'era stata con tanto d'orecchi tesi sperando che il pacco della nonna contenesse un regalo per lei, al sentir che si trattava di fiori fece una spallucciata e tirò per la manica l'Erminia, la cameriera, affinchè ammirasse il nuovo cerchio.

— Va, va con l'Erminia, — ordinò Lidia alla figliuola. — Va a lavarti le mani, a mutarti il vestito. — Indi, a una muta interrogazione della donna di servizio, rispose: — Io non ho bisogno di nulla.... Ah sì.... porta di là il mio cappello. Se lo levò di testa e glielo diede.

— Venga, signorina, mi farà vedere il cerchio, — disse la cameriera. — Com'è grande!

— È più grande di quello della Bertocci, — affermò Valentina con aria convinta, lasciandosi condur via dall'Erminia.

Lidia entrò in salotto da pranzo ove dalla scatola semiaperta usciva un acuto profumo di rose. Erano belle le rose, di tutte le specie e di tutte le tinte; ma tra pel viaggio, tra per le manomissioni degl'impiegati postali, erano anche, a eccezione di poche, avvizzite e sfogliate. In mezzo ai petali sparsi, in mezzo agli steli infranti la lettera incriminata odorava essa pur come un flore. Lidia ne ruppe la busta. — “Fin da domenica siamo a San Vigilio, sul nostro Garda, — scriveva la madre, — ove fa meno caldo che a Verona e ove abbiamo trovato una magnifica fioritura di rose. Ti spedisco le più belle; ma in quale stato ti arriveranno?... Che peccato che non siate qui a coglierle, tu e Valentina! Come siamo soli, e con che impazienza contiamo i mesi, le settimane, i giorni che mancano al settembre quando finalmente verrete! Circa al venir noi per i bagni, non ci vedo chiaro. Il tuo papà si move sempre meno volentieri, dice che la vita di Venezia l'estate lo affatica.... Oh Lidia mia, che brutta cosa invecchiare!... Ma non metterti in apprensione; finora, anche invecchiando, il tuo babbo ed io stiamo bene.... Quello che temo non possa durare fino al settembre è il povero Lampo, l'antico e vispo compagno delle tue passeggiate.... Ha dato un crollo negli ultimi mesi! Si trascina a stento, ha la tosse, è pieno d'acciacchi; forse sarebbe opera di carità l'accorciargli le pene, ma non ce ne sentiamo il coraggio; vogliamo ch'egli muoia della sua buona morte.... Abbiamo ragione, non è vero?... Povera bestia! Come ti ricorda! Basta dirgli: dov'è Lidia? perch'egli si scuota, alzi il muso e dimeni la coda e risponda con un mugolìo sommesso che par quasi significare: Perchè mi lusingate invano?... È una giornata senza sole, e forse per questo la mia lettera ha un'intonazione grigia.... Smettiamo.

“Il babbo abbraccia teneramente te e Valentina. Io vi mando mille e mille baci. Salutami tuo marito, scrivi presto e credimi

la tua aff.ma mamma.„

Gli occhi di Lidia s'erano empiti di lacrime. Sui sentimenti confusi destati in lei dal dramma domestico in cui minacciavano di naufragare la sua felicità e la sua pace, sul dolore, sulla gelosia, sulla collera, s'innestavano altri sentimenti pieni di paurosa ansietà e d'ineffabile malinconia. Ella correva col pensiero ai suoi vecchi così soli, così abbandonati, con la fronte già curva, coi capelli già bianchi, trascinanti il piede lungo i sentieri del bel giardino invano rifiorente per loro, o, nel vespero silenzioso, affacciati al parapetto del terrazzo che dava sul lago, mentre qualche vela sfiorava la superficie increspata dell'acqua e il vapore da Peschiera o da Riva lasciava dietro di sè una striscia sottile di fumo, e il sole scendeva laggiù verso Desenzano. Nè, per quanto facesse, Lidia riusciva a scacciar da sè l'immagine del povero Lampo quale la lettera glielo aveva dipinto; affranto, malato, decrepito, uscente dal suo torpore solo in udire il nome di lei. Temo non possa durare fino al settembre — le scriveva la madre; e l'idea di non vederlo più, di non accarezzarlo ancora una volta la crucciava come un rimorso. Ma, nella eccitazione de' suoi nervi, prima che di questo, ella si chiamava in colpa d'aver lasciato la casa paterna, e sciocche e colpevoli chiamava tutte le fanciulle che un vano miraggio d'amore o un più vano desiderio di novità strappa al nido domestico, ov'è sbocciata la loro anima, ove non è cosa che non sia in intima comunione di spirito con loro.

Alla voce di Valentina che rideva nell'altra stanza con la cameriera, Lidia si scosse, si rasciugò in fretta gli occhi, dispose con le sue mani in una coppa di cristallo le rose meglio conservate, e la coppa posò delicatamente, perchè l'acqua non traboccasse dagli orli, sulla tavola apparecchiata.

Valentina irruppe nel salotto da pranzo. — Oh le belle rose!... Son quelle che ha mandate la nonna?

— Sì.

— Ma ce ne son dell'altre nella scatola.... E anche qui sul tavolino.

— Non vedi che sono tutte sfogliate?... Anzi di' all'Erminia che venga a prender la scatola.

— Or ora. Ma le foglie le raccolgo io. Voglio far l'acqua di rose.

Lidia si strinse nelle spalle. — Bada alle spine.

L'avvertimento era opportuno ma giunse tardi, perchè Valentina s'era già punta un dito e strillava, più che pel dolore, per la vista del sangue.

La madre accorse. — Te l'avevo detto!... Che bimba!... Non istà mai ferma.... Dio!... Anche questa ci voleva oggi!

Ed esaminava la piccola ferita, e succhiava il sangue, e diceva a Valentina carezzandola: — Non è nulla, non è nulla. Sii buona.

In fatti Valentina non tardò a rasserenarsi e a sorridere in mezzo alle lacrime. — Scrivi alla nonna che un'altra volta cavi le spine prima.

— Oh sciocchina! — fece Lidia baciando la figliuola. E le chiese: — Hai fame?

— Tanta.

Lidia sonò il campanello e ordinò all'Erminia di sollecitare la cuoca.

— Appunto, — disse la cameriera, — la cuoca voleva sapere se c'è a pranzo il signor Ernesto.... Io veramente avevo apparecchiato solo per due....

— Andrà bene così, — rispose la signora. — Credo che mio zio non venga. Venendo si contenterà di quello che c'è.... Una posata è subito messa.... Intanto, appena è pronto, portate in tavola.

Che sforzo fu per Lidia quel giorno trangugiar qualche boccone, mentre pareva che il cibo le si fermasse nella gola, e lo stomaco non volesse riceverlo! Se per un momento, ai Giardini, ell'aveva potuto considerar le cose sotto un aspetto men fosco, se nonostante la leggerezza di suo zio, nonostante l'impudenza della Morini, ell'aveva potuto sperare che l'ultimatum spedito alla sua rivale non fosse inefficace, ora rinfacciava a sè medesima la propria ingenua credulità. Non c'era dubbio, Natalìa avrebbe raggirato quel minchione di Ernesto Landi, studiandosi di disarmarlo con le moine, con le promesse vaghe.... o chi sa forse, con l'audacia di chi brucia i suoi vascelli, avrebbe sfidato l'onta e il pericolo della delazione, avrebbe fatto dire a lei, a Lidia, alla moglie legittima, che si servisse pur della lettera, se ne aveva il coraggio.... Ma era chiaro.... lo zio non tornava perchè non aveva una risposta soddisfacente da dare; anch'egli, come tutti i pusillanimi, non cercava che di guadagnar tempo.

Valentina, a cui la gita ai Giardini aveva aguzzato l'appetito, mangiò la minestra e il lesso senza badar troppo alla cera scura di sua madre, ma quando fu al terzo piatto cominciò a piantarle in viso i suoi occhi interrogatori, a esser vinta dall'inquietudine di lei, a far i capriccetti propri ai bambini che son scontenti e non sanno dire il perchè. Poveri bimbi! Noi li accusiamo di esser bisbetici senza ragione, e dimentichiamo che spesso i capricci dei piccoli non sono che l'espressione visibile del malumore dei grandi.

— Sii buona, Valentina, — supplicava Lidia, — sii buona.

Valentina avrebbe voluto esser buona, ma non poteva. Si sentiva avvolta di nuovo dalla grande tristezza che l'era piombata addosso improvvisamente due o tre ore addietro, in Piazza San Marco, e che poi l'aria libera, il moto, la felice spensieratezza dell'età avevano in parte dissipata. Sentiva che c'era qualcosa d'insolito intorno a lei, qualcosa che le si nascondeva, sentiva che la sua casa, che la sua mamma non erano quelle di jeri; associava nella mente il babbo lontano, il nonno, la bella signora, e non capiva, e non osava domandare, paurosa d'un altro rabbuffo. Lente, silenziose le colavano le lacrime giù per le gote.

— Non piangere, tesoro, — disse Lidia, — non piangere.

L'Erminia che serviva la frutta si chinò sulla fanciulla. — Cos'ha? Era tanto allegra prima.

— Niente non ha, — replicò Lidia. — Lasciala stare.... Piuttosto, alza quella tenda, apri meglio quella finestra.

Un raggio di sole, rinfrangendosi sulla vetrata, rigò d'una striscia luminosa la tovaglia bianca, sprigionò un breve scintillìo dalle boccie e dai bicchieri, lambì le rose che si sfogliavano.

— Oh! — fece Valentina mettendosi la mano davanti agli occhi.

Ma il sole era scomparso. Lidia guardava le rose che alla tepida carezza parevano essersi ravvivate un istante, aver dato un profumo più intenso, come l'anima dell'anima loro. E dietro le rose avvizzite rivide ancora una volta il suo lago, la sua villa, i suoi genitori, il suo cane decrepito e moribondo.... Oh perchè, perchè non era laggiù?

Si alzò bruscamente da tavola e propose a Valentina di salire insieme in terrazza per annaffiare le piante.

— Ci vieni, davvero?

— Sì, ci vengo.

Era di solito un ufficio affidato all'Erminia; in quell'ora Valentina aveva l'abitudine di mostrare i suoi quaderni alla mamma, e di fare i suoi piccoli còmpiti sotto la direzione di lei. Oggi delle lezioni non ce n'erano, e mamma e figliuola s'inerpicarono per le due scale erte, buie e anguste che conducevano alla terrazza.

— Se capita lo zio, — disse Lidia alla cameriera, prima di salire, — chiamami subito.

— Sissignora.

Nè la terrazza era spaziosa, nè le piante eran molte; un trenta o quaranta vasi al più, guastati in parte dalle irruzioni frequenti dei gatti del vicinato. Non ci volle quindi un gran tempo ad annaffiarli, ma Lidia, quand'ebbe finito, anzichè scendere si affacciò al parapetto da cui l'occhio, libero per tre lati, spaziava in un ampio orizzonte spingendosi fino alla linea vaporosa dell'Alpi. Dalla massa dei tetti accavallantisi gli uni sugli altri emergevano le punte aguzze dei campanili e le cupole rigonfie delle chiese; i fili del telegrafo correvano paralleli nell'aria come le righe d'un libro di musica; le rondini a stormi ora lambivano i comignoli delle case ora si sprofondavano nell'azzurro, cantando; nella mite luce crepuscolare si smorzavano tutti i colori e tutti i contorni.

Montata sopra una panca di legno, accanto alla madre che le aveva passato un braccio attorno alla vita, Valentina domandava: — Che campanile è quello? Quella che chiesa è?

Non sempre Lidia era in grado di rispondere all'interrogazione, e allora la bimba brontolava infastidita: — Non sai niente. — Ma la sua curiosità non scemava per questo, ed ella tornava ad appuntare il dito qua e là. — Dimmi, che cos'è?

— Smetti, non vedi ch'è quasi buio?

Scendeva a poco a poco la sera; in cielo brillavano le prime stelle. Un lume apparve a una finestra d'una casa lontana lontana; si dileguò, riapparve, svanì.

— Chi sta in quella casa? — chiese Valentina.

— Scioccherella, come vuoi ch'io sappia?

— Perchè non sai?

Perchè, perchè, — disse Lidia mettendo una mano sulle labbra della fanciulla.

— Ma sì, perchè?

— Zitto! — intimò la madre. E pensava a tutti i segreti che quelle case, ormai formanti una sola ombra confusa, gelosamente chiudevano, pensava ai lutti, alle gioie, alle colpe, alle speranze, agli amori che si celavano dietro le imposte chiuse, dietro i muri impenetrabili. Ricordava l'allusione di Natalìa al nostro nido.... Ah, dov'era il loro nido? In che parte della città? Forse in un angolo remoto, forse nel centro, a due passi da lei, a due passi da Valentina.... Povera Valentina! Lidia le posò la destra sul capo, come a proteggerla.

— Mamma, — ripigliò la bimba. — Le rondini sono andate a letto?

— Sì, cara.

— E dove hanno il loro letto le rondini?

— Sotto le cornici, sotto le gronde, al coperto.... Vuoi che andiamo anche noi al coperto?... Tira un po' d'aria....

— Si sta meglio con l'aria.

— Ts! — fece Lidia, che aveva sentito un suono di passi sulla scaletta. E si voltò vivamente. — Chi è?

Era l'Erminia, con un lume in mano.

— C'è qualcuno giù? C'è lo zio? — domandò Lidia con ansietà.

— Nossignora, — rispose la cameriera. — Ma sulla scala non ci si vede più, e son venuta col lume pel caso che desiderassero scendere.

— Hai fatto bene.... Scendiamo.

Valentina non oppose che una piccola resistenza. Era stanca, aveva sonno, benchè protestasse di non averne e di voler tener compagnia alla sua mamma. Anch'ella doveva aspettare il nonno e sgridarlo perchè non era stato a pranzo con loro.

Ma quando fu abbasso, si addormentò davvero sopra un divano e la misero a letto quasi senza ch'ella se ne accorgesse.

— Età beata! — pensò Lidia, deponendo un bacio sui rosei labbretti socchiusi.

Lasciò aperto l'uscio della camera, e si ridusse nel suo salottino da lavoro ch'era attiguo a quella. All'Erminia diede ordini assoluti, precisi. — Non sono in casa per nessuno.... tranne per lo zio, s'intende....

— E lo riceve qui?

Lidia accennò affermativamente col capo.

— Il tè lo porto alle dieci?

— Chiamerò io, — disse la signora. — Va pure.