IV.

Si provò a lavorare ed a leggere, e non vi riuscì. L'ago era troppo grave peso alla sua mano; i caratteri stampati le si confondevano negli occhi, non lasciavano nessuna impressione nella sua mente. Ogni tanto balzava in sussulto, tendendo l'orecchio. Le pareva che avessero aperto la porta di strada, le pareva che qualcuno salisse.... Nulla.... Lo zio non veniva.

Alle dieci e mezzo ella sonò il campanello.

— Porta da fare il tè, — ordinò alla cameriera. — E poi va a dormire.

— Non aspettava il signor Ernesto?

— L'aspetterò sola.

— Ma io.... — principiò l'Erminia.

Lidia l'interruppe. — Non perdiamoci in chiacchiere. Porta questo tè.

Tornando col vassoio, l'Erminia, o per sollecitudine, o per curiosità, domandò di poter rimanere alzata fin che rimaneva la signora.

— No, — replicò questa. — Non voglio.... Non so neppur io a che ora andrò a letto.... E forse ti chiamerò domattina più presto del solito.... Va, va.

— Devo spegnere il gaz?... Il signor Ernesto ha il suo lume abbasso.

— Spegni il gaz della scala, — rispose la padrona, — e lascia accesa una fiamma nel salotto d'ingresso.

— E quella chi la spegnerà? — chiese l'Erminia.

Lidia si strinse nelle spalle. — Io stessa.... O il signor Ernesto.... in caso disperato resterà accesa tutta la notte.... La gran disgrazia!... Va, va.

L'Erminia uscì a malincuore, additando la teiera e dicendo: — L'acqua è calda.

Dopo qualche minuto d'attesa, Lidia si alzò e, adagio adagio, spalancò tutti gli usci fino al salotto d'ingresso; tanto da evitare il pericolo che Landi arrivasse inavvertito e sgattaiolasse nelle sue camere. Presa ch'ebbe questa precauzione, ella bevette successivamente due tazze di tè che dovevano aiutarla a vegliare, magari fino a giorno fatto. Già ell'era certa che se si fosse coricata senza veder lo zio Ernesto non avrebbe trovato un istante di requie. In ogni modo, non la turbava il dubbio che lo zio non venisse prima di giorno. Egli aveva troppa cura della sua salute da passare l'intera nottata fuori di casa.

Di ben altra natura eran dunque le inquietudini che la travagliavano. Come si sarebbe regolata domani? Ecco il problema. A che partito si sarebbe appigliata in seguito a una risposta sfavorevole o ambigua? Si sarebbe valsa davvero delle sue armi? Avrebbe avuto il coraggio d'andar sino in fondo? Un'idea, sì, prendeva a grado a grado forma e contorni nella sua mente; nè a quell'idea erano state estranee le parole rivolte poc'anzi alla cameriera: forse ti chiamerò domattina prima del solito; ed ella dibatteva per la centesima volta il pro e il contro del suo disegno quando (era da poco sonata la mezzanotte) udì qualcuno fermarsi alla porta di strada e introdur la chiave nella serratura. — Finalmente!... — ella esclamò. E corse incontro allo zio.

— Finalmente! — ripetè, aprendo con impeto la porta che dava sulla scala e avanzandosi sul pianerottolo.

Ernesto Landi, che saliva col lume in mano, fece un passo indietro e dovè abbrancarsi alla ringhiera.

— Chi è?... Sei tu, Lidia?... Che modi!... Quasi ruzzolavo.... Ti credevo a letto.

— Come? Non eravamo intesi che l'avrei aspettato?

— Sì, ma avendo tardato tanto....

— Poco male.... Non ho sonno.... Su, via, spicciati ora.

Landi era lì immobile, tenendo in una mano il lume e la mazza, appoggiandosi con l'altra alla ringhiera. Non si decideva a far gli ultimi scalini; parlamentava dal basso.

— Dicevo che forse si sarebbe discorso con più agio domani.

Lidia protestò in tono reciso. — Subito voglio sapere. Acconsente a partire, colei?... Acconsente?

— Dio santo!... Le cose bisogna pigliarle con calma.

— Spiegati allora! — riprese Lidia frenandosi a stento. E soggiunse con aria sarcastica: — Devo venir, a offrirti il braccio perchè tu salga?

— Salgo, salgo, — brontolò lo zio Ernesto, quando vide che non c'era speranza di rimandare il colloquio.

— Puoi spegnere il lume, — disse la nipote. — C'è il gaz in sala.

Lo precedette nel salottino, gli additò una sedia, e facendogli segno di attendere diede una capatina in camera da letto per assicurarsi che Valentina dormiva. Rientrata in salotto, ne chiuse tutti gli usci, sedette di fronte allo zio e gli piantò gli occhi in faccia. — Dunque?

Egli ritorse il viso istintivamente, e cominciò esitante: — Prima di tutto ti chiedo scusa di non esser venuto prima.

Ella ebbe un moto d'impazienza. — Tira via.... Parla di lei.... parla della signora.

— Ecco, — balbettò Ernesto Landi; ed evitava sempre di guardar sua nipote, — ecco, Natalìa è dolentissima....

— Oh.... zio....

— Dolentissima, — ripetè questi. — Riconosce che le apparenze la condannano....

— Zio.... tu vaneggi, — interruppe Lidia. — Le apparenze? E la lettera?

— Sì, sì, non c'è dubbio.... la lettera è stata una leggerezza.... Ma di serio non c'è stato niente....

— E le ore deliziose?... E il nido?... Mi credete una bambina, mi credete una stupida, tu e la tua Natalìa?

Landi si contorceva sulla sedia come uno studente impreparato dinanzi alla commissione esaminatrice.

— Senti, Lidia.... a ogni modo, ella ti promette per quanto ha di più sacro, ti dà la sua parola d'onore che troncherà ogni rapporto con tuo marito.

— La parola d'onore di Natalìa! — esclamò la moglie ingannata, battendo palma a palma. — A che gioco giochiamo?... Non ti ricordi più qual era il mio ultimatum?... Non le hai imposto, in nome mio, di accettare il trasloco, di abbandonar Venezia per sempre, entro una, entro due settimane?... Ah Madama rifiuta di andarsene?... Non è vero, rifiuta?

— Non rifiuta, in massima.... tutt'altro.... Crede impossibile di andarsene ora.... Che figura farebbe fare a suo marito presso il Ministero?... Nondimeno potrei ritentare se avessi....

— Che cosa?

Lo zio Ernesto esitò un momento, poi slanciò la bomba.

— Se avessi la lettera?

— Sei pazzo?

— Persuaditene, Lidia, — seguitò Landi. — Natalìa è donna da prendersi con le buone.... Le minaccie la inaspriscono.... Rivolgendosi al suo cuore, che non è cattivo, te lo giuro, restituendole quella lettera malaugurata....

— Zio, zio, — proruppe Lidia, — sei tu che mi fai queste proposte?... Tu che avevi assunto l'incarico di difendere la mia causa?... E non ti vergogni?... Ma sì che ti vergogni.... Si capisce che vorresti nasconderti.... Non hai ancora avuto il coraggio di fissarmi in viso.... Fissami in viso, per Dio.

E così dicendo gli si avvicinò, gli pose le mani sulle spalle, lo scosse con forza, lo costrinse ad alzare gli occhi.

— Andiamo, Lidia.... cos'hai stasera? — borbottava Landi, non riuscendo a capacitarsi come la sua dolce e mansueta nipote si fosse trasformata in una virago.

— Hai addosso il suo profumo di cocotte! — ella soggiunse arricciando il naso, e fiutando le dita contaminate.

E intanto scrutava attenta e severa quella fisonomia di vecchio libertino, quei solchi profondi, quelle carni floscie, quella tinta terrea, quella bocca sensuale ov'erano forse le traccie di lascivie recenti, e ne provava un ribrezzo, una nausea invincibile. La visione disgustosa, associandosi nella sua mente all'episodio dello zio e di Natalìa curvi insieme sul banco del gioielliere, n'evocava una più laida, più ripugnante, che pur troppo chiariva tutto, spiegava a Lidia il perchè Ernesto Landi fosse ormai l'alleato della sua nemica.

Ella lasciò ricader le braccia inerti sulle ginocchia e non trovò altre parole che queste:

— E pensare che potrebb'esser tua figlia!

Ma Landi, nel suo turbamento, diede alla frase una portata che Lidia non si sognava di darle.

— No, Lidia, no, non devi dir questo.... Lo sai che non è mia figlia.... Lo sai che aveva tre anni quand'ho conosciuta sua madre.... No, Lidia, no....

Anzichè ammansarsi per la difesa non chiesta da un'imputazione che ell'era le mille miglia lontana dal fare, ella sentì crescere in sè lo schifo e la collera. In che casa, fra che gente viveva se certe sozzure vi si potevano immaginare e discutere? E poi quella strana apologia non conteneva forse una confessione?

— Esci! — ella intimò, di nessuna cosa tanto sollecita come di por termine a questo colloquio che pure ella stessa aveva voluto.

Egli non capiva, credeva che sua nipote sospettasse ancora, e biascicava sbigottito, confuso: — Ti giuro che non è mia figlia.... Te ne darò le prove.

— E chi te le domanda? — ella replicò impetuosamente, moderando a fatica gli scatti della sua voce. — Sei tu, con la tua fantasia corrotta e viziosa, che mi attribuisci idee dalle quali rifuggo.... Non è tua figlia, nulla vieta che sia la tua amante; ecco ciò che tu intendi.... E non ti pare che basti perch'io ti scacci?

— Ma ascolta.... ma non precipitare i tuoi giudizi.... Tu supponi quello che non è....

Lidia seguitò beffarda: — Era un braccialetto che le regalavi oggi?

Landi chinò il capo fulminato. — Chi t'ha detto?

— Io t'ho visto.... vi ho visti.... Eravate in Piazza, sotto le Procuratìe e speravate passar inosservati! — esclamò Lidia. E ripetè con un gesto imperioso: — Esci!

Il vecchio (tale era adesso veramente all'aspetto) si avviò barcollando. Giunto sulla soglia, si voltò ancora supplichevole, contrito: — Sarai più calma domani, non è vero?

E poich'ella non apriva bocca, non batteva palpebra, egli riprese: — Non farai mica un colpo di testa?... Non farai nessun passo prima d'avermi consultato?

— Consultar te! — ella rispose. — Farò quello che la mia dignità mi suggerisce. Vattene!

— Lidia! Lidia!

Egli esitava; ella stessa gli aperse l'uscio e stette rigida, immobile finchè non ebbe sentito chiudersi la porta della scala. Allora traversò in punta di piedi la camera da letto debolmente rischiarata da un lume appeso al soffitto e ove Valentina dormiva tranquilla, entrò nel gabinetto da toilette, e tuffò nella catinella il viso e le mani e s'asperse d'acqua di Colonia per liberarsi dall'acre profumo di muschio, dal profumo ignobile di cocotte che Landi aveva portato con sè e aveva comunicato a lei. Indi, tornata nel salottino, spalancò la finestra, s'affacciò al davanzale, aspirò a pieni polmoni l'aria della notte. Ahi, non era quella l'aria pura ond'ell'aveva bisogno. Una donna come Natalìa era più che sufficiente ad appestare un'intera città. Che femmina, Dio, che femmina!

No, Lidia non poteva rimanere un giorno di più nella città in cui Natalìa abitava, non poteva rimanere nella famiglia su cui Natalìa esercitava le sue perfide arti di seduzione. Sarebbe partita la mattina con la sua figliuola, per il suo Garda, per la villa ove i suoi genitori invecchiavano soli.

Sì, sarebbe partita.... ma prima....

Aperse la scrivania, prese un foglietto di carta e vi tracciò alcune linee con mano convulsa.

“Signore. — La lettera che le inchiudo non era destinata nè a Lei nè a me; però quand'Ella vedrà da chi fu scritta ed a chi, si persuaderà che abbiamo, Ella ed io, il diritto di conoscerla.... „

Qui s'arrestò, incapace di continuare. Aveva ella misurato le conseguenze dell'opera propria? Era certa che quelle conseguenze sarebbero ricadute soltanto sulla moglie infedele? Se Morini, in uno di quei lampi d'energia cieca e selvaggia con cui i deboli credono riscattare l'abituale pusillanimità, se Morini avesse provocato Carlo? Se si fossero battuti? Se Carlo fosse rimasto ferito, se fosse rimasto ucciso?...

E nell'ipotesi opposta, se il marito pacifico e imbelle si fosse contentato di scrollar le spalle? Se si fosse quetato alle carezze, alle lusinghe della sua Messalina? O peggio ancora, se la lettera non gli fosse neppur pervenuta, intercettata chi sa con quali sotterfugi da Natalìa?

Così la denunzia sarebbe stata o fatale o ridicola; ignobile sempre.

Ma d'altra parte, doveva Lidia lasciar trionfare impunemente i colpevoli? Non far del male a chi ne faceva tanto a lei?

No, i suoi scrupoli erano vani e puerili; checchè avvenisse poi, ell'avrebbe compiuto la sua vendetta. E in questo caso vendetta voleva dire giustizia.

Riafferrò la penna; alla rivelazione documentata dal biglietto di Natalìa meditò di aggiungerne una seconda, quella della tresca con Ernesto Landi, pregustò la gioia feroce di armare il nipote contro lo zio, lo zio e il nipote contro Natalìa, e Vittorio Morini contro tutti e tre.

Senonchè, sul punto di riprender la lettera interrotta, la nube di fuoco che le abbarbagliava gli occhi si sciolse; una forza occulta le paralizzò di nuovo la mano; la sbigottì di nuovo il pensiero delle rovine e delle vergogne che potevano derivare da un suo passo imprudente.

Tre volte sedette al tavolino, tre volte si alzò scoraggiata; indi, come chi abbia molte faccende da sbrigare e lasci per ultimo la più molesta, disse: — Scriverò domattina, — e s'accinse intanto a preparare il suo piccolo bagaglio.

Andava, veniva con passo svelto e leggero da una stanza all'altra, apriva i cassettoni fragranti di spigo e gli armadi da lei tenuti in ordine con la intelligente sollecitudine di buona massaia, stendeva la mano sicura agli oggetti di biancheria e di vestiario che voleva portar seco e che sarebbero bastati a lei e a Valentina per un paio di settimane. Avrebbe ordinato a suo tempo che le spedissero il rimanente.

Poich'ella non considerava il ritorno che come un'eventualità molto dubbia e lontana. Troppo l'avevano offesa. Troppe bassezze ella vedeva intorno a sè.

Ah, il grido del cuore che l'avrebbe richiamata, perdonante ed amante, alla casa maritale, quel grido ella non se l'aspettava da Carlo. Orgoglioso, freddo, positivo qual era, egli non si sarebbe piegato a chieder mercè del suo fallo, avrebbe difeso la sua causa con artifizi di leguleio, avrebbe invocato l'aiuto dei suoceri per sopire uno scandalo nocivo alla riputazione della famiglia, avrebbe versato fiumi d'eloquenza per dimostrare la necessità di non funestar Valentina con lo spettacolo di questo dissidio domestico.... Ipocrita, ipocrita! Quasi non fosse lui che lo creava il dissidio!

Ma ell'avrebbe resistito.... oh, si sarebbero persuasi ch'ella non era una donna debole.... avrebbe opposto alle minaccie ed alle lusinghe la coscienza del suo buon diritto, le sue ragioni sacrosante di moglie e di madre.... Possibile che i Tribunali (se i Tribunali dovevano immischiarsene) si pronunziassero contro di lei? Possibile che i suoi genitori le dessero torto?

Poveri vecchi! Non così, non così essi desideravano la visita della loro figliuola. Nell'età in cui la pace è bene supremo ella irrompeva come un turbine nella loro quieta esistenza. Eppure, che altro rifugio poteva ella cercare?

Erano le due dopo mezzanotte; mancavano circa sette ore alla corsa, e Lidia pensò di sdraiarsi sul letto non per attendere il sonno che non sarebbe venuto, ma per dare un po' di riposo alle membra prima di mettersi in viaggio. Non si cacciò nemmeno sotto le coperte, si coricò mezzo vestita, ravvolta in uno sciallo. Dal letticciuolo vicino saliva a lei il respiro lieve di Valentina, salivano dalla strada suoni di passi e di voci; un ubbriaco che doveva esser fermo sul ponte urlava di quando in quando Ah l'amore, l'amoreÈ UN DARDO; alla luce fioca e tremolante della lampada i mobili e le tappezzerie pigliavano forme strane e confuse. A momenti ella credeva di sognare, di aver sognato, e se ne stava con occhi sbarrati, con orecchi intenti verso quelle immagini e quei rumori di cui non sapeva se fossero veri o se vivessero soltanto nella sua fantasia. Ma presto si ridestava in lei la coscienza della realtà, e, come se mille punte le si configgessero a un tratto nel cuore, ella riprovava le angosce dell'amore deluso, le smanie della gelosia, gli stimoli della vendetta, lo sgomento dell'incerto avvenire. E riandava il passato quando in quella camera, la sua camera nuziale, ell'era entrata giovine sposa, e Valentina non c'era, e Carlo dormiva al suo fianco. Rammentava il tempo in cui Valentina doveva arrivare, attesa con tanta ansietà, il tempo in cui era arrivata, accolta con tanto giubilo. Ora tutto era finito; mai più forse sarebbe entrata in quella camera, mai più avrebbe posato in quel letto.

Alle cinque Lidia era in piedi, e non tardò molto a chiamare la cameriera.

— Vado a San Vigilio con Valentina, — ella disse.

L'Erminia fece un gesto di maraviglia.... — Parte.... così?

— Alle 8.45. Vado a trovar mia madre.... Tirerai fuori la valigia e il sacco da viaggio.... Vi riporrai la roba che ho già preparata.

— Non ha dormito, la signora, stanotte? — chiese l'Erminia.

— Ho dormito poco.... Perchè?

— Perchè si vede.... È assai pallida....

— Non importa.... Dormirò in treno.

— E — seguitò la ragazza — non istà mica male?

— No, sto benissimo; — rispose Lidia con qualche sforzo.

L'Erminia domandò ancora: — E.... scusi se sono indiscreta.... resterà assente un pezzo?

— Non so.... Forse molto, forse poco.... Scriverò da San Vigilio.... Spicciati, fa questo bagaglio.

— Non vuol che la pettini prima?... Non vuol che svegli la signorina?

— Oh per la signorina c'è tempo.... la sveglierò io.... In quanto al pettinarmi, tant'è sbrigarsi addirittura.... Ma presto, mi raccomando.

E sedette nell'abbigliatoio, davanti allo specchio, sciogliendo i capelli folti, ondulati, d'un bel castano scuro e lucente ch'erano stati il suo orgoglio.

— Presto, presto.

— Ma se non ha pazienza — diceva l'Erminia — le strappo i capelli.... E sarebbe peccato.

Lidia tentennò la testa e un sorriso amaro le sfiorò le labbra. Quei capelli bruni che le scendevano giù in doppia lista lungo le guancie livide e smunte le facevano l'effetto d'una triste cornice a un'immagine ancora più triste. Vide, in un'apparizione fuggevole, la chioma nera di Natalìa profusa sulle spalle opime e sul seno procace; vide in mezzo a quell'onda fluente i grandi occhi pieni di lampi e le rosee labbra piene di fascini, e sentì la vanità della lotta.

— Presto, presto.

Si appuntò da sè le ultime forcine e licenziò la cameriera. — Attendi al bagaglio, e disponi perchè sia pronto il caffè e latte.... E che verso le otto ci sia una gondola alla riva.

Lidia guardò l'orologio e stette un momento perplessa. Doveva chiamar Valentina, o, piuttosto, mentre la bimba dormiva ancora, doveva passar nel salotto da lavoro e finir la lettera per Vittorio Morini? Finir la lettera? Era dunque decisa? Avrebbe dunque rimesso a Morini il biglietto di Natalìa? Era decisa?

Non avrebbe potuto dirlo; pur s'avviava al salotto, traversando la camera da letto. In quella Valentina si mosse, stirò le piccole braccia, girò intorno le pupille assonnate. — Chi è?... Mamma, mamma!

— Son io, tesoro; — disse Lidia correndo a baciarla.

— Che ore sono?... È ora d'andar a scuola?

— Oh per la scuola sarebbe presto, — rispose la madre. — Sono soltanto le sei e mezzo. Ma non si va a scuola oggi.

Valentina, ch'era una bimba studiosa, aggrottò le ciglia. — O perchè?

— Perchè, — soggiunse Lidia cercando di dare un'intonazione allegra alla sua voce, — perchè invece di andare a scuola si va insieme a fare una visita ai nonni, a San Vigilio.... Come? Stai lì ingrugnata? Non sei contenta d'andare dai nonni?

— Non m'hai detto nulla iersera; — notò Valentina con aria d'importanza.

— O che si deve dir tutto a madamigella? Era una sorpresa che ti preparavo.... Su, su, alzati.

Lidia spalancò le imposte ch'erano socchiuse, e la luce del mattino invase la stanza.

— È una giornata splendida.... Avremo un viaggio delizioso.... E come sarà bello il lago!

Lo sa il babbo che andiamo dai nonni? — domandò Valentina.

— Lo saprà.

— Ma quando si torna a Venezia?

— Oh che bimba cattiva!... Anzichè aver piacere d'andar dai nonni pensa già al ritorno.

Ma la fanciulla piagnucolava. — Come farò per gli esami?

— Non ti confondere per gli esami.... Accomoderemo tutto. Su intanto....

E Lidia, impaziente, strappò via le coperte della figliuola.

— Oh mamma! — protestò questa come offesa nel suo pudore, tirando a sè un lembo del lenzuolo per coprire il corpicino seminudo.

— Alzati, dunque; — ripigliò Lidia.

— Mi alzerò sola.... Non mi guardare.

Era l'ambizione di Valentina di lavarsi e vestirsi tutta quanta da sè, senz'aiuti.... Per spogliarsi la sera, era un altro affare. Allora ordinariamente cascava dal sonno.

— Non ti guardo, no, non ti tocco.

Grave, taciturna, chiusa nella camicia da notte ch'ella si teneva stretta sul petto, trascinando i piedini scalzi nelle pantofole troppo grandi, Valentina passò nel camerino da bagno. No, quel viaggio improvviso non la persuadeva. Da ieri in poi accadevano cose ch'ella non capiva, che le si volevano nascondere.... E non erano cose liete.... Bastava veder la sua mamma.

Nuda, sotto la doccia, Valentina piangeva, e le sue lacrime si mescevano all'acqua che le pioveva dall'alto sulla nuca e sul dorso.

E di nuovo Lidia s'avviava al suo salottino da lavoro quando l'Erminia, ch'entrava in camera coi vestiti spolverati della padroncina, l'avvertì che c'era fuori suo zio e che desiderava parlarle.

Lidia s'imporporò in viso. Non l'aveva ella messo alla porta? Come osava ripresentarsele?

— Non ho tempo; — ella rispose. — Digli che non ho tempo.... che sto per partire....

— Appunto per questo, — replicò l'Erminia. — È rimasto così male sentendo che parte.

— Fa la mia ambasciata e risparmia i commenti; — intimò la signora.

L'Erminia ubbidì, ma non tardò a ricomparire.

— Scusi.... io non ne ho colpa.... il signor Ernesto ha insistito tanto.... La prega, la supplica di riceverlo per un minuto.... Non so che cosa abbia.... So che fa pietà.... Pare invecchiato di diec'anni da ieri.

— Insomma.... — principiò Lidia. Ma si pentì a mezzo. Non poteva far licenziar dalla cameriera, quasi fosse un intruso, lo zio di suo marito, lo zio Ernesto, quegli che la servitù vedeva continuamente andar e venire come uno di casa. — Dov'è? — ella chiese.

— È in sala.

— Ebbene, accompagnalo nello studio del padrone.... già fino alle nove non c'è nessuno.... e che mi aspetti.... Tu poi torna subito di qua e bada a Valentina.... Non le dire che c'è lo zio, non voglio che si trovino insieme.... Ricordatene.

Ed ecco che Lidia era ancora davanti al suo tavolino, decisa a non abboccarsi con lo zio Ernesto senz'aver prima preso una risoluzione irrevocabile circa alla lettera di Natalìa. Annunziare il fatto compiuto era il miglior modo di troncare un colloquio che le ripugnava.

Spiegazzata, sgualcita, la lettera di Natalìa era sotto i suoi occhi, accanto a quella incominciata per Morini. “Signore. La lettera che le inchiudo non era destinata nè a Lei nè a me, ecc., ecc.

Ora ella s'accorgeva che le righe scritte non avevano bisogno di nessuna illustrazione, e che non vi mancava se non la sua firma. Perchè esitava? Perchè a rilegger le sue parole, pur così semplici, così vere, e in apparenza così calme, ella provava un amaro disgusto di sè, sentiva una voce intima della coscienza che le ripeteva: È male, è male?

E il tempo stringeva, e Valentina poteva da un momento all'altro irrompere nella stanza, tempestarla di domande, chiederle s'ella scriveva al babbo. Non le aveva già chiesto se il babbo sapeva della loro partenza?

Valentina aveva ragione; il babbo doveva sapere. Cedendo a un'ispirazione subitanea, Lidia stracciò in minutissimi pezzi il foglio ove aveva tracciato le linee accusatrici, prese un cartoncino da corrispondenza e vi scrisse con rapidità febbrile:

“Carlo. — Hai dimenticato nel tuo studio un biglietto che compromette qualcheduno. Te lo spedisco, avvertendoti ch'era aperto e l'ho letto.

“Vado con Valentina sul Garda, dai miei genitori. Addio.„

Con la fretta angosciosa di chi non vuol lasciar adito al pentimento, chiuse entro una busta il cartoncino insieme col biglietto di Natalìa, vi applicò il francobollo, vi fece la soprascritta:

Al signor Commendatore

Avvocato Carlo Fìdoli

Albergo Milano

Roma.

Indi, senza frapporre indugi, cacciando in seno la lettera che avrebbe impostata ella stessa alla stazione, corse nello studio di suo marito.

Ernesto Landi che sedeva accasciato si alzò in piedi. — Lidia.... non vuoi ascoltarmi?

— È inutile.... Parto.

— È proprio vero?... Parti con Valentina?

— S'intende.

— Ma non per.... molto?

Ella tacque.

— Lidia, Lidia, — insistè lo zio. — Non distruggere una famiglia.

— Sono io che la distruggo?

— Lo so, i torti non son tuoi.... Ma non conviene esagerare.... Tante cose si accomodano, tante cose più gravi di questa.

— Non son venuta qui per discutere, — interruppe Lidia. — Ormai quel ch'è fatto è fatto.

— Hai spedita la lettera? — chiese trepidante lo zio, credendo di dover interpretare così la frase sibillina.

— È come se l'avessi spedita; — ella replicò brevemente.

— Dunque non l'hai spedita? Dunque c'è ancora tempo?

— La getterò io con le mie mani nella cassetta postale, — dichiarò Lidia.

Poi, stanca di questa commedia, tirò fuori la lettera e la mise sotto gli occhi di Landi. — Eccola.

Vedendone la soprascritta egli rimase perplesso, e rivolse alla nipote uno sguardo ansioso. Non era uno sbaglio? Il biglietto di Natalìa?

— È qui dentro; — disse Lidia, rispondendo alla muta interrogazione. E soggiunse: — Sono stata vile.

La fisionomia d'Ernesto Landi s'illuminò di riconoscenza. — Sei un angelo! — egli esclamò. E fece atto di chinarsi per baciarle il lembo della veste.

Ella si ritrasse sdegnosa e respinse la lode.

— Sono vile, vile.... Siamo tutti vili, io, mio marito, tu.

Come se Ernesto Landi volesse provar luminosamente che, almeno per quanto si riferiva a lui, la sentenza era giusta, egli biascicò esitante: — E non mi hai mica nominato?

Lidia atteggiò le labbra a un sorriso sarcastico. — Oh no.... È una faccenda che regolerete fra voi due.... Già quella signora ha posto per tutti.... E adesso, caro zio, non abbiamo altro da dirci.

Umile, insinuante, egli arrischiò una preghiera: — Non mi permetterai di abbracciar Valentina?

— No, — ella rispose in tuono secco, reciso. — Anzi non voglio che tu la incontri.

Lo fece passare per l'antistudio, gli aperse la porta che dava sul pianerottolo e fronteggiava quella del suo quartierino particolare.

Egli uscì a testa bassa, sgomentato dalla voce dura, dal gesto imperioso di Lidia.

— Arrivederci, — egli balbettò. — E se ho errato, perdonami.

— Addio, — diss'ella, tirando l'uscio dietro a sè.

Sentiva d'esser stata senza pietà, ma c'era in lei una reazione contro la debolezza di prima. Dopo aver rinunciato a vendicarsi dei due veri colpevoli, ella infieriva contro quegli il cui delitto era forse men grave. Tale è spesso la giustizia del mondo.

················

La gondola che doveva portare alla stazione Lidia e la figliuola era sul punto di staccarsi dalla riva.

— No che il nonno non dorme. Perchè mi avevi detto che dorme?... — gridò a un tratto Valentina, scotendo forte il braccio della madre. — È là il nonno, alla finestra della sua camera, e ci saluta e mi manda dei baci.... Buondì, nonno, buondì.

E rossa, animata in viso, la bimba ricambiava con la mano i baci che Ernesto Landi continuava a mandarle. Quindi, con un moto d'impazienza: — Mamma, guarda in su, dunque.... Saluta anche tu.

Lidia non potè a meno di alzare gli occhi e di fare un cenno col capo.

— Buondì, nonno; — seguitava a gridar Valentina, mentre la gondola s'allontanava, e dalla riva piovevano i buon viaggio, signora, buon viaggio, signorina, della servitù. — Buondì, nonno.... Vieni a trovarci a San Vigilio, vieni col babbo....

— Basta, ora, Valentina.... Chetati; — ammonì Lidia.

— Povero nonno!... Resta così solo.... E quant'è commosso!... Pare che pianga.... Non può nemmeno parlare.... Ecco, adesso sventola il fazzoletto.... Buondì, nonno!

E Valentina agitava ella pure il suo fazzolettino bianco di batista, ove Lidia aveva ricamato un bel V.

La gondola svoltò in un altro canale, la casa disparve.

— Mamma, — chiese Valentina, — che cosa ti ha fatto il nonno che sei in collera con lui?

Lidia non rispose, tirò a sè la figliuola e se la strinse al petto singhiozzando.

— Mamma, mamma, — proruppe angosciosamente la fanciulla, — cos'hai? Cos'è avvenuto da ieri in qua?

— Niente, caro tesoro.... Nuvole che passano.

La barca usciva nel Canalazzo, entrava nel sole. Lidia si rasciugò gli occhi, li fissò nella luce, li fissò, pieni di tenerezza, in Valentina. Ridiscendeva a poco a poco la calma nel suo cuore sbattuto dalle tempeste, vi ritornavano la speranza e la fede. Chi sa? Forse tutto non era perduto; forse la mano innocente di Valentina poteva riedificare ciò che la mano impura di Natalìa aveva infranto.