IV.
Appena guarito, il signor Saverio Dorini portò al parroco un acconto della somma necessaria pei lavori del campanile, vi aggiunse un'offerta per i poveri, e s'intrattenne lungamente di soggetti religiosi, mostrando tutto lo zelo d'un neofita.
— Bravo, bravo, figliuolo, — diceva don Prospero. — Mi avete dato una delle maggiori consolazioni della mia vita.... Ma intendiamoci, veh.... Voi dovete mantenere il vostro impegno circa alla farmacia.... Non più sotterfugi, non più falsificazioni.... Prodotti genuini, e nient'altro.
— Si figuri, don Prospero.... E poi non verrò da lei ogni mese?.... Non le racconterò tutto.... in confessione?
— Anche fuori di confessione.... quando volete.... nel mio orto, a tu per tu, con un buon bicchiere di vino davanti.
— No, no, son temi delicati.... E mi raccomando, per carità.... Di quello che ha saputo....
— Mi meraviglio! — interruppe don Prospero, scandalizzato del dubbio ingiurioso.
Pei primi tempi le cose andarono a gonfie vele, e il farmacista ebbe persino l'eroismo di distruggere con le sue mani alcuni vecchi medicinali adulterati per non cedere alla tentazione di rimetterli in vendita.
— È proprio un sant'uomo, — pensò don Prospero il giorno in cui ricevette questa confidenza sbalorditiva.
Era anche l'opinione delle donnicciuole del paese, le quali, quando videro il Mago accompagnarsi a loro per andare a piedi, secondo il voto ch'egli aveva fatto, in pellegrinaggio alla Madonna di Monte Balestro, ruppero in esclamazioni ammirative e vollero una per una baciargli il lembo del vestito.
Naturalmente, fra gli spiriti forti, vi furono scrollatine di spalle e allusioni sarcastiche. E ch'erano ostentazioni bell'e buone, e che i farmacisti devono attendere al loro mestiere e non fare i collitorti, e che certo il signor Saverio aveva dei gran peccati sull'anima se provava il bisogno di bazzicare tanto in chiesa.
E c'erano gl'indiscreti che tastavano il parroco. — Ah, don Prospero, chi sa che orrori avrà sentito da quel signor Saverio! Se potesse parlare!
— Zitti là, scomunicati! Quel Saverio è un sant'uomo.
Don Prospero diceva così, forse convinto, forse no.
E presto il sant'uomo cominciò a dargli non poche tribolazioni.
Veniva al confessionale, s'accusava di parziali ricadute negli antichi errori. Rispettava i medicamenti solidi; gli accadeva talvolta, per distrazione, di allungare i liquidi.
— In nome di Dio benedetto! — esclamava il sacerdote. — Non torniamo da capo.
— Che vuole? Con tutte quelle bottiglie, quelle etichette, quei tappi che mi son rimasti in magazzino, con quel pozzo eccellente che ho sotto le mani, è uno scongiuro....
— E voi distruggete le vostre bottiglie, le vostre etichette, i vostri tappi.... Avete pur fatto qualcosa di simile in passato.
— Delle scatole di pillole, delle cartoline di polveri son presto distrutte.... Ma quella roba voluminosa....
— Vendetela quella roba.... o regalatela.
— Oh sì.... Sarebbe il modo di svegliare i sospetti.
— Chiudete il pozzo allora.
— E per gli usi domestici?
— C'è tanta acqua in paese.
— No, don Prospero, le giuro che d'ora in poi starò in guardia. M'imponga che penitenza crede, ma mi assolva per oggi.... Vedrà, vedrà.
Don Prospero si lasciava commovere, imponeva la penitenza e rimandava assolto il peccatore.
Una volta però egli fu irremovibile. Il Mago aveva avuto l'impudenza di proporgli una specie di compromesso. Avrebbe limitate le sue manipolazioni a certe acque, astenendosi scrupolosamente dal toccar le altre.... quelle di San Pellegrino, per esempio.
L'onesto sacerdote scattò. — Ma questo è un ricatto. E avete il coraggio di tenermi un discorso di questa specie, in confessione? Profanatore! Via, via subito.
E poichè il signor Saverio s'indugiava, biascicava delle scuse, don Prospero lo piantò in asso.
La lezione servì, e successe un periodo nel quale il nostro farmacista non sgarrò d'un punto.
— Nessuna miscela, nessuna sofisticazione? — chiedeva il parroco.
— Nessuna.
— Proprio?
— Che il Signore mi punisca qui all'istante se dico una bugia.
— Bravo, amico mio. Perseverate.
Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. — Caro don Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il male.
— Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.
— Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?
— Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po' di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, pulvis sumus.
— Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di noi.
— Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi guarisce e chi no.
— Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni, uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e ammazzano.
— Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.
— Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due disgraziati campavano.
— Che vorreste concludere?
— Niente. Lei fa il suo dovere a ordinarmi quello che mi ordina, io faccio il mio a ubbidirle. Ma roviniamo il paese. Anche iersera, in farmacia, il segretario Geronimi e il dottor Cianchi dicevano che la salute pubblica è peggiorata, che i forestieri cominciano ad essere in sospetto e che da due autunni si notano delle diserzioni.