CAPITOLO NONO
La sera passò assai meno piacevolmente di quello che il nostro Arsandi si fosse aspettato. Sull'imbrunire la signora Amalia annunziò che sentiva l'avvicinarsi di una delle sue emicranie, di quelle emicranie che non le duravano mai meno di ventiquattr'ore e la rendevano esigente e fastidiosa.
—Ma non eri guarita?—chiese la Matilde alquanto sgomentata da questa notizia improvvisa.
—Credevo d'esser guarita—rispose dispettosamente la signora Amalia—ma non ci ho mica colpa se ho una ricaduta.
Il cavalleresco professor Benvoglio colse l'occasione per offrire alla sua dama crudele di andar egli in persona, se occorreva, a chiamare il medico e a prendere le medicine, a meno che ella non preferisse di appoggiarsi al suo braccio e di tentare l'esperimento di una passeggiata all'aria aperta. Facesse insomma di lui quello che voleva, lo mettesse alla prova, non lo lasciasse inoperoso mentr'ella soffriva.
Ma la vedova inesorabile, in tuono molto asciutto, lo pregò che non le desse noja; ch'ella non si era mai sognata di chiamare il medico per l'emicrania e che non era così pazza da uscire a quell'ora col mal di capo; onde stesse quieto, si accomodasse sulla sua poltrona a farvi il solito chilo, e al suo svegliarsi giuocasse una partita a scacchi col cavaliere Arsandi.
Questi, che nella speranza di un po' di maggior libertà con la Matilde non aveva saputo affliggersi troppo della indisposizione della signora Amalia, fu ora gravemente turbato dalla proposta che gli veniva fatta. Avrebbe voluto schermirsi, ma la sua ospite non gliene lasciò il tempo, e tendendogli la mano dal seggiolone dove si era sdrajata:—Povero signor Michele—gli disse—mi dispiace davvero quanto accade. È una fatalità che la emicrania debba essermi capitata proprio oggi. Oh ma passerà. Intanto per poche ore mi tolleri come la più uggiosa creatura che dar si possa. Non istò ritta e non voglio andare in letto, non istò sola e non voglio sentir romore, e tengo inchiodata vicino a me questa povera ragazza—e accennò a sua figlia—con l'ufficio di farmi dei bagni freddi sulle tempie. Abbia pazienza, signor Michele, fumi un sigaro in giardino oppure ordini cocchiere che attacchi e faccia una trottata, poi, sulle otto, sia qui e giuochi agli scacchi. Siamo vecchi amici, non è vero? E coi vecchi amici non si fanno complimenti.
Queste parole, pronunziate con voce languida ed insinuante, sarebbero scese come un balsamo sul cuore del professore Benvoglio; il signor Michele invece, pur chinandosi ai voleri della capricciosa castellana, non potè a meno di trovar ch'ella aveva piena ragione nel dire che il mal di capo la rendeva uggiosa. O che sugo c'era di voler rimanere tra gente obbligando le persone a tacere, d'imporre alla figliuola un uffizio che avrebbe potuto esser meglio adempito dalla cameriera, e di costringere un ospite a giuocare a scacchi con un compagno insulso e antipatico?
E il cavaliere Arsandi, mentre camminava su e giù pel giardino e gettava via arrabbiato i sigari uno dopo l'altro, cominciava a dubitare che ci fosse almeno un po' d'esagerazione nell'emicrania della signora Nottoli e ch'ella fosse gelosa della Matilde. Ciò lo condusse a domandare a se stesso s'egli fosse veramente innamorato di questa ragazza e se avesse veramente intenzione di aspirare alla sua mano. Appena si fermò un istante su questo pensiero, egli provò una impressione simile a quella che devono provare gli aereostati quando, un minuto dopo staccati da terra, guardano in giù. Come? Si è già percorso tanto cammino?... E anche all'Arsandi pareva di aver fatto un'ascensione aerea. Un paio di giorni prima egli viaggiava tranquillamente sulle ferrovie dell'Alta Italia portando seco la sua vedovanza da lungo tempo racconsolata e cullando l'idea di farsi una nicchia da celibatario in qualche città tranquilla della penisola, in Venezia per esempio. Avrebbe vissuto da gran signore con le sue quarantamila lire d'entrata, avrebbe fatto di suo figlio un artista e sarebbe diventato egli stesso un mecenate delle arti. Alla galanteria avrebbe atteso solo quel tanto che basta ad un uomo di quarantacinque anni, fresco, ben conservato, il quale non voglia mettersi al disarmo. Dell'antica Amalia si ricordava pochino e la credeva sempre fra le braccia del suo virtuoso marito; quanto alla figlia di lei, sapeva appena ch'ella esistesse. E adesso era proprio di questa figliuola ch'egli si era invaghito, e fra le cose possibili c'era quella ch'egli diventasse genero della sua amante di un tempo! Il signor Michele pesava il pro e il contro di questa soluzione; i vantaggi di avere al fianco una sposina giovane e bella e gli inconvenienti di un innegabile sbilancio di età; la simpatia dimostratagli dalla ragazza e gli ostacoli che gli avrebbe sollevati contro la madre... E concludeva... per esser sinceri non concludeva nulla, perchè del resto se gli uomini concludessero sempre ci sarebbero molti fatti e poche parole, mentre ci sono molte parole e pochi fatti... O forse egli concludeva unicamente che la situazione era imbrogliata, ma che la Matilde gli piaceva, che le rabbie mal celate della signora Amalia lo divertivano, e che non c'era niente di male s'egli poteva passare in modo gradevole qualche giorno senza impegnarsi e senza compromettere la virtù di nessuno. A una decisione eroica, se occorreva, ci sarebbe venuto prima di partire.
Consumato l'ultimo sigaro, l'Arsandi rientrò in salotto ove trovò le due donne nella posizione di prima e il professore Benvoglio che girava intorno a loro come una farfalla intorno alla fiamma. La stanza era nelle tenebre; solo in un angolo, sopra un tavolino, ardeva un lume a petrolio la cui campana era coperta da una ventola verde. Su quel tavolino stava lo scacchiere già bello e preparato coi due eserciti in ordine di battaglia.
—Sia ringraziato il cielo—disse la signora Amalia quando vide comparire l'Arsandi.—Così il professore starà un poco tranquillo.
Con la scusa del mal di capo la signora Amalia si ritirò prima delle dieci, conducendo seco la Matilde. Rimasero a cena l'Arsandi, il professor Benvoglio e il dottor Gerolami, il quale era venuto a far la sua solita visita della sera e non sapeva capacitarsi della ricaduta della signora Nottoli, ch'egli affermava di aver guarita da più d'un anno con certe pillole di sua composizione.
La mattina seguente la signora Amalia stava un po' meglio ma non benissimo. Scese in salotto per far gli onori di casa, ma non uscì in giardino, e tenne presso di sè la Matilde a leggerle i giornali. La ragazza aveva un'aria molto annoiata; ella trovava che l'indisposizione della madre, seppur esisteva in fatto, non bastava a giustificare la schiavitù che era imposta a lei, e capiva che si voleva impedirle di stare col signor Michele, Dio sa perchè... forse perchè la mamma anch'ella... ah non conviene che una fanciulla faccia cattive supposizioni... Comunque sia, la Matilde aveva un po' lo scetticismo di famiglia e non poteva a meno di fermarsi su queste idee. Così, se per una lontana ipotesi, l'emicrania della signora Amalia formava parte del piano di campagna da lei combinato con suo fratello, è forza riconoscere che in questa prima parte almeno il successo non corrispondeva al desiderio degli strategici.
Più tardi la signora Nottoli, appoggiata al braccio di sua figlia, consentì a fare una passeggiata. Era inquieta, impaziente, onde la Matilde pensava in cuor suo che seppure la sua mamma non aveva dolor di capo, certo ella soffriva di nervi. Non parlava molto, ma ne' suoi discorsi era più caustica del consueto e perseguitava de' suoi frizzi il disgraziato professore Benvoglio. Costui cercava di riderne e di persuadersi che quella pioggia di epigrammi era una manifestazione speciale di confidenza. Verso il cavaliere Arsandi la vedova era più riservata, più contegnosa, e gli diceva di tratto in tratto;—Non creda ch'io sia sempre così bisbetica, aspetti per giudicarmi che mi sia passata questa fastidiosa emicrania. Già non mi dura mai più di ventiquattr'ore.
Malgrado questo lieto pronostico, il termine indicato trascorse senza che l'umore della signora Amalia si rasserenasse. Accadeva anzi il contrario.
—Le si fa più intenso il male di capo?—chiese l'officioso Benvoglio.
—Sì, lasciatemi stare.
—Forse—osservò con qualche peritanza il professore—le converrebbe ripigliare i suoi bagni freddi alle tempie.
—Non mi seccate coi bagni, che sono già troppo fradicia—proruppe la signora alzandosi in piedi.
In quella entrò un servo portando il lume e introducendo un nuovo personaggio, il fattorino del telegrafo.
La signora Amalia afferrò ed aperse il dispaccio con grande ansietà, lo lesse con visibile compiacenza, indi accortasi che il suo contegno poteva parere alquanto strano, si ricompose in calma, licenziò il fattorino e disse agli altri che la guardavano:—Non è che un dispaccio di Gustavo, il quale mi prega di mandargli la carrozza domattina alla stazione di Ponte di Piave.
Da quel momento la guarigione della signora Amalia non fu più dubbia. Una famiglia che villeggiava lì presso e che, saputala indisposta, era venuta a informarsi della sua salute, fu pregata di trattenersi la sera; si suonò il pianoforte, si giuocò, si chiacchierò fino ad ora tarda.
—Ma, signora Amalia—disse una delle visitatrici—Ella avrà bisogno di coricarsi...
—Oh no davvero—rispos'ella—i miei mali sono fatti così. Vengono a un tratto e spariscono a un tratto.
—Sopratutto quando le giungono certi telegrammi—non potè a meno di susurrarle all'orecchio il cav. Arsandi. Poi capì d'aver commesso una indiscrezione e stette ad aspettarsi una ramanzina.
Ma la signora Amalia era diventata un agnello.—Uomo di poca fede—ella esclamò—Lei crede persino ch'io mi sia inventate le parole del telegramma? Guardi.—Tirò fuori di tasca il dispaccio e glielo spiegò sotto gli occhi.
V'era scritto precisamente così: Manda la carrozza a Ponte di Piave per la seconda corsa di domani. Gustavo.
—Oh scherzavo. Anzi mi perdoni—disse il signor Michele.
—Farò di più per mostrarle la mia clemenza. La condurrò domani in un sito amenissimo e caratteristico. Gustavo si fa mandare la carrozza a Ponte di Piave per recarsi più presto al Castello Collalto ove ha alcune faccende da regolare. Noi andremo nello stesso luogo partendo di qua. Così faremo un'improvvisata a Gustavo, ed ella vedrà un castello del medio evo assai ben conservato, coi suoi merli, le sue armerie, le sue torri, e le sue brave leggende di fantasmi.
Il cavaliere Arsandi mostrò di accogliere con piacere la proposta della signora Amalia, ma in cuor suo egli non era pienamente tranquillo. Sentiva intono a sè come un'aria di battaglia, ma non capiva ancora da che parte dovesse venirgli l'assalto. S'egli avesse avuto quei famosi venticinque anni di meno, egli sarebbe certo corso incontro al pericolo con una vigorosa offensiva, ma l'età s'impone anche ai più audaci, e il signor Michele preferì la tattica di Fabio Massimo a quella di Annibale. Ciò sconcertava alquanto il romanzo della Matilde, la quale si era aspettata nè più nè meno di una dichiarazione in tutte le regole. Ella avrebbe pensato poi alla via da tenere, avrebbe pensato se doveva corrucciarsi o no, ma circa alla dichiarazione, le pareva di averne proprio diritto. A ogni modo le era forza di riconoscere che la nojosa emicrania di sua madre non poteva a meno di aver impacciato il signor Michele nei suoi movimenti.
—Vedremo che cosa nascerà domani—ella disse fra sè quella sera nel coricarsi. E tra le altre idee singolari che le si affacciarono alla mente prima di chiuder gli occhi vi fu quella di diventar matrigna di un ragazzaccio grande e grosso come doveva essere il figlio del signor Michele.
Tutto ciò, dirà qualche lettore, non prova certo una forte passione. Verissimo, ma le forti passioni non hanno posto in questo racconto. Nè, del resto, esse sono le più comuni nella vita.